Archive for giugno, 2013

giugno 20, 2013

“Il viaggio vero, alla fine, sono le persone”; intervista a Francesca Borri

Pubblicato su Pressenza il 12 giugno 2013

. ALESSIO ROMENZI

Alessio Romenzi

Quando leggi gli articoli di Francesca Borri senti che ti sta spiazzando, che ti porta su un terreno di ricerca, di dubbio metodico, più in là delle tue credenze e delle tue convinzioni inamovibili. Ti porta nello spazio della realtà umana che Francesca cerca di descrivere nel suo lavoro di giornalista sul campo. E su “campi” piuttosto minati come la Palestina e la Siria.

Francesca, ho frugato su Internet, ma non ho trovato traccia di una tua “biografia ufficiale”.

Perché la mia, in realtà, è una biografia di biografie. Ho trent’anni, una laurea a Firenze in Politica Europea, un master in Human Rights al Sant’Anna di Pisa e una seconda laurea in Filosofia del Diritto, sempre a Firenze. Ho pubblicato due libri, uno sul Kosovo, uno su Israele e Palestina, ma più di ogni università, più di ogni libro, mi hanno segnato alcuni incontri. Alcuni uomini straordinari. Senza i quali avrei avuto molte strade intorno, ma nessuna dentro.

Chi ti ha segnato di più?

Più di tutti, Antonio Cassese e Danilo Zolo. Con il primo ho studiato diritto internazionale e la pace attraverso il rispetto dei diritti, con il secondo filosofia del diritto e la pace attraverso il rispetto delle differenze. Mi hanno insegnato a essere sempre un po’ del parere dei miei avversari. E poi sono stata portavoce sia di Nichi Vendola sia di Mustafa Barghouti, in Palestina. Due figure che sembrano non avere niente in comune. Ma la loro bellezza è la fragilità. Sono uomini inquieti, feriti dalla vita e però con un’inossidabile fiducia negli altri – una straordinaria capacità di convertire il dolore in dolcezza, invece che in rancore. E adesso, poi: Stanley Greene.

Il fotografo con cui lavori in Siria. Uno dei maggiori al mondo.

Mi ha cambiato profondamente. Non ho imparato solo la tecnica. Con Stanley ho imparato che se stai lì per mestiere, è inutile. Devi stare lì per passione. La storia che racconti, le persone che hai davanti devono interessarti davvero. Toccarti. E appunto anche cambiarti. Stai chiedendo qualcosa alle persone di cui scrivi, alle persone che fotografi: devi essere pronto a dare qualcosa di te. Altrimenti non è giornalismo, ma una forma sofisticata di turismo.

La realtà si racconta da un punto di vista. Raccontaci il tuo.

La curiosità. Nient’altro che un’infinita curiosità. Sono onnivoro di sentimenti, diceva Neruda, di esseri, di libri. Di avvenimenti e di battaglie. Mi mangerei tutta la terra, diceva. Mi berrei tutto il mare.

“Ogni notizia in guerra è propaganda”, recita un vecchio adagio. Cosa si può fare per non fare propaganda?

Dubitare. Sempre. E poi ascoltare, domandare, leggere il più possibile: diversificare le fonti. Ma soprattutto: girare. Girare instancabili, andare, andare, andare. Perché dal vivo, niente appare mai in bianco e nero. Nessuno è illeso, nessuno è immune. In guerra il torto e la ragione, i vinti e i vincitori si invertono di ruolo in continuazione.

Abbiamo avuto, finora, un’informazione sulla Siria abbastanza a senso unico. Con eccezioni di alto livello, ma con una sproporzione enorme. Sei d’accordo?

Più che un’informazione a senso unico, penso che sulla Siria abbiamo avuto un’informazione frammentata e incompleta. Su entrambi i fronti. Perché poi il problema vero è questo, è importante ricordarlo: il problema è che Assad ci nega il visto. E quindi siamo costretti a scegliere: coprire la Siria del regime o coprire la Siria dei ribelli – ribelli che nel tempo, tra l’altro, hanno anche loro trasformato i giornalisti in un business. Su entrambi i fronti, ormai, sembra un viaggio organizzato: siamo tenuti accuratamente a distanza dalle notizie scomode.

E non c’è soluzione?

L’unica sarebbe fare rete. Ma tra noi giornalisti domina la competizione. Una competizione feroce, a scapito di tutto, a volte persino della sicurezza. E invece dovremmo lasciare perdere il narcisismo, la corsa al Pulitzer e accettare che la Siria non può che essere un racconto collettivo: ognuno un tassello. Alla fine non siamo qui per un premio, ma perché i lettori ci capiscano qualcosa. E possibilmente, perché tutto questo non continui per altri 90.000 morti. Essere diventati un business, per i ribelli, è la prova del nostro fallimento.

Cioè?

La Siria è finita in prima pagina grazie a un fotografo italiano, Alessio Romenzi. Erano i giorni dell’assedio di Homs. E Alessio, che era entrato clandestino attraverso le condutture dell’acqua, è stato ospitato, aiutato, protetto per oltre un mese come un figlio, un fratello. Oggi ad Aleppo tutto è gestito da un media center che ti costa 350 dollari al giorno: una cifra che taglia fuori moltissimi giornalisti. Per le famiglie di Homs, Alessio era il solo megafono per raggiungere il mondo. Era prezioso, era indispensabile. Oggi nessuno crede più che i giornalisti e attraverso i giornalisti la comunità internazionale, abbiano il potere, o la volontà, di cambiare le cose. Ci siamo o non ci siamo, è uguale.

Il giornalista di guerra ha una sua identità consolidata e stereotipata. Come interpreti questo ruolo, tu che oltre a essere giovane, sei donna e pacifista?

In realtà non mi definisco una giornalista di guerra. Sono solo una che racconta le storie di cui è curiosa. E infatti il reportage a cui sono più legata è quello da cui ho iniziato, l’Ilva di Taranto. Perché poi le guerre non sono solo quelle con i missili – quelle sono solo le guerre più facili da vedere. Diciamo che in quanto ragazza e nonviolenta, ho il privilegio di sentirmi del tutto fuori luogo, qui. Perché come sosteneva Terzani, la cosa più terribile della guerra è che ci si abitua.

Come è possibile sparire per due mesi e poi telefonare a casa? Che succede quando sei lì?

Succede che non puoi fidarti di nessuno. Che sei completamente solo. No, non mi meraviglia.

Quali sono le tue prossime mete?

Nell’immediato, Gaza. Ma al solito, ho mille idee e progetti, non mi sarebbero sufficienti mille vite. Anche se prima, in realtà, ho un vecchio desiderio: raccontare la malattia. Il cancro. Perché il pericolo di questo mestiere è ritrovarsi solo con mete geografiche. E invece il viaggio vero, alla fine, sono le persone.

Tutti moriremo, è la nostra condizione comune: però in zone di guerra forse ti viene in mente più spesso. Com’è la tua relazione personale con questo tema?

Non è che non ho paura. Anche più che paura. Però non so, al fondo penso solo che è giusto essere qui.

L’ultima volta che hai rischiato davvero.

Aleppo. Sono scivolata davanti a un cecchino.

E a cosa hai pensato, mentre eri lì per terra?

All’uomo che amo. A quanto avrei voluto amarlo ancora. Poi, per fortuna, ho pensato anche a rialzarmi e correre via.

Borri

Le foto di quest’intervista sono di Alessio Romenzi; grazie a Tom O’Neill della Columbia Review of Journalism per avercele “prestate”.

giugno 20, 2013

“Cambiare è possibile, ma ognuno deve fare la sua parte”. Intervista a Federico Pizzarotti

Pubblicato su Pressenza l’8 giugno 2013

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Francese

foto Comune di Parma

Venerdi 25 maggio di un anno fa Federico Pizzarotti veniva proclamato Sindaco di Parma, il primo sindaco in una grande città candidato dal Movimento 5 Stelle; il più giovane sindaco di quella città; una persona, come si legge nella sua biografia ufficiale, tra i  fondatori del “Movimento per la decrescita felice”, da lungo tempo impegnato nella cultura, nel sociale, nello sport. Ci fu un gran polverone e i riflettori dei grandi media si puntarono su Parma, si disse di tutto e il contrario di tutto. Poi, come accade per i grandi media, si è un po’ dimenticato il sindaco scomodo…

Pizzarotti, è contento che il circo mediatico si sia dimenticato di lei e di Parma?

Se per circo mediatico si intende la costante presenza delle tv nazionali, allora direi che l’Italia non si è dimenticata di Parma. Almeno una volta o due a settimana qualche notizia a livello nazionale esce sempre. Bisogna farci l’abitudine. Sicuramente si lavorerebbe con più tranquillità se non ci fosse tutta questa attenzione.

La sua giunta è al governo da un anno. Mi faccia il classico punto della situazione: cosa avete ottenuto, cosa c’è ancora da fare?

Un bilancio positivo, nonostante il grande debito e la crisi di fiducia nella politica, derivata dall’arresto dell’ex sindaco e parte della giunta. Per riassumere, siamo subentrati al commissario straordinario in un periodo in cui l’opposizione era determinata a voler richiedere una procedura di pre-dissesto economico. Noi ci siamo opposti, e abbiamo fatto bene. Non solo siamo riusciti ad evitare il dissesto, ma abbiamo chiuso il bilancio prima di tutti gli altri comuni, con un avanzo in attivo di 16 milioni di euro. Inoltre il debito complessivo, da 840 milioni lo abbiamo ridotto di 200 milioni. Il lavoro è ancora lungo, ma nel complesso siamo soddisfatti.

La questione dell’inceneritore era uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Se ne sono sentite di tutti i colori: ci può spiegare a che punto siamo?

Se avessi avuto il potere di fermarlo firmando semplicemente un foglio, l’avrei fatto il primo giorno. Purtroppo la situazione è più complessa, e il Comune di Parma non ha il potere oggettivo di chiudere l’Inceneritore. Ha invece il potere di contrastarlo con politiche di espansione della raccolta differenziata, semplicemente affamandolo, ed è quello che stiamo facendo. Crediamo ancora in una gestione dei rifiuti che tenga conto della salvaguardia dell’ambiente, è una nostra linea d’indirizzo che ci contraddistingue da tutti gli altri partiti.

Lei fa parte del Movimento per la Decrescita Felice: cosa può fare un sindaco per applicare concretamente le idee della Decrescita? Cosa sta facendo lei a Parma?

Anzitutto i cambiamenti non possono avvenire da un giorno all’altro. Serve tempo, costanza e soprattutto volontà di effettuare una nuova marcia culturale. Alcuni esempi di decrescita felice da subito applicabili sono gli orti sociali, o i mercatini a chilometri zero (ne abbiamo aperti già due). Per certe altre cose, invece, serve più tempo: si possono e devono dare alle persone gli strumenti culturali per un nuovo tipo di paradigma sociale, che è appunto la decrescita. Decrescita vuol dire dare più valore ai beni immateriali, quelli che producono benessere, e darne in misura minore ai beni materiali e di consumo.

La partecipazione dei cittadini è un punto di forza del 5 Stelle: cosa state facendo per incentivarla a Parma?

Stiamo facendo molto rispetto alle passate amministrazioni. Nel giro di un anno abbiamo promosso più di 40 incontri pubblici nei quali giunta e cittadini hanno discusso sui problemi legati a Parma: degrado, sicurezza, politiche abitative, ambiente e molto altro. L’idea è di ridare fiducia alla città, smarrita dopo un periodo di malamministrazione, e su cui si è posata anche l’ombra della corruzione. La partecipazione è un buon antidoto per la democrazia e per la fiducia verso le istituzioni.

Io credo che la politica vera debba ripartire dalla base della società. E’ d’accordo con questa affermazione? Dovremmo, per esempio, dare più poteri sul territorio ai quartieri, alle circoscrizioni?

Come ho già detto, sono d’accordo sul ripartire dalla società. Il motore di sviluppo di una città sono i cittadini, per questo stiamo promuovendo un lungo percorso di democrazia dal basso. È una politica che non può essere attuata dall’oggi al domani, perché prima di tutto bisogna abbattere un fattore culturale, quello di delegare sempre “agli altri” la cura della propria comunità.

Cosa succede a diventare sindaco partendo da una realtà “di movimento”? E’ cambiato qualcosa? Come si sente la persona Federico Pizzarotti in questo ruolo? Come cerca di interpretarlo?

Rispetto a prima la mia vita è sicuramente cambiata: sento profondamente il peso della responsabilità e cerco di interpretare il ruolo di sindaco con senso civico e istituzionale. Il ruolo della piazza, che è stato fino a ieri quello del Movimento 5 Stelle, si è tramutato in un ruolo di proposta e di governo. Questo fatto, comunque, non ha cambiato le nostre idee.

A livello internazionale molti guardano con interesse a quello che succede in Italia, a quello che state cercando di fare: ha un messaggio che vorrebbe mandare a queste persone?

Un messaggio molto semplice e diretto: cambiare le cose è possibile, ma ognuno di noi si deve mettere in gioco per far la propria parte in questa società.

giugno 5, 2013

Rifiuti Zero: dicevano che era un’utopia. Intervista a Alessio Ciacci

Pubblicato su: il 01 giugno 2013

Alessio Ciacci in una delle sue ultime uscite da assessore (foto Comune di Capannori)

L’otto Maggio scorso sul suo sito/blog (molto bello e ben fatto http://www.ciaccimagazine.org) Alessio Ciacci, fin a quel momento e per 6 anni Assessore all’Ambiente del Comune di Capannori scrive:
“La mia idea di politica è sempre stata e continua ad essere quella di servizio per il bene della comunità, di continuo dialogo, studio dei problemi del territorio e ricerca di soluzioni ed esempi virtuosi, di confronto e arricchimento reciproco. Oggi purtroppo questo clima è cambiato, l’esperienza amministrativa è profondamente segnata da fratture politiche generate ad arte. Queste fratture rendono impossibile lavorare insieme ed escludono dalle scelte parte importante dell’amministrazione. Non si può far finta di niente, minimizzandole o interpretandole come difficoltà di carattere personale. Perché tali non sono.” E da le sue dimissioni.

Il Comune di Capannori in questi sei anni, grazie all’opera della sua giunta di sinistra, è diventato comune all’avanguardia in Europa nel riciclaggio dei rifiuti ed è il luogo generalmente citato da tutti coloro che guardano a nuove possibilità nella gestione dei rifiuti, della cosa pubblica, del bene comune.

Alessio, cosa è successo?

E’ difficile da riassumere in poche righe, non c’è stato un solo atto scatenante ma purtroppo una involuzione dei percorsi, dei processi e dei rapporti che ha purtroppo portato me, un’altra assessora e la forza politica in cui siamo cresciuti a fare questa scelta. Siamo partiti con grandi entusiasmi, abbiamo avviato decine di positive progettualità, abbiamo fatto i conti con tante difficoltà ma progressivamente abbiamo condiviso sempre meno l’operato amministrativo.

Qual’è la tua valutazione complessiva dell’esperienza di Assessore? Quali i momenti più significativi?

Un’esperienza senza dubbio eccezionale per intensità, che mi ha assorbito quasi completamente per sei anni, con grandi soddisfazioni, decine forse centinaia di assemblee sul territorio e fuori per condividere l’importanza della sostenibilità ambientale. Abbiamo di fatto iniziato una strada che adesso stiamo costruendo con oltre cento altri comuni che nel frattempo hanno aderito alla strategia rifiuti zero e stanno aumentando sempre più. Sono arrivati tanti premi a Capannori in questi anni ma i momenti più significativi sono stati sempre le assemblee sul territorio, sempre molto partecipate, in cui abbiamo condiviso con la comunità le scelte per il futuro e la necessità di una continua rivoluzione ecologica che riguarda tutte le nostre abitudini. Forse non è un caso che proprio a Capannori è nata la prima attività commerciale che in Italia vende solo ed esclusivamente materiale alla spina, senza un imballaggio, e tutto di filiera corta.

Cosa rifaresti e cosa cambieresti?

Rifarei tutto ciò che in questi anni ho fatto con enorme passione e dedizione, cambierei ciò che non sono riuscito a cambiare, le dinamiche politiche che hanno costruito muri di incomunicabilità tra  chi ha partecipato a vario titolo a questa esperienza amministrativa. Queste dinamiche sono nate per aumentare un potere personale che invece secondo me non va concentrato ma al contrario difuso e condiviso per aumentare la forza del cambiamento. Dopo 9 anni di esperienza amministrativa Capannori poteva essere un laboratorio che coinvolgeva centinaia e centinaia di cittadini invece purtroppo molti spazi di partecipazione sono stati mortificati allontanando le persone e creando una distanza troppo forte dal palazzo. Ad oggi tra pochi si discute del futuro di Capannori quando invece il territorio avrebbe necessità impellente di passare sempre più da una democrazia rappresentativa ad una democrazia partecipativa. Un conto sono i progetti positivi come il Bilancio Partecipativo che abbiamo adottato con successo un conto è mettere invece a sistema questo modello non solo per un piccolo spicchio dell’amministrazione ma per tutta la propria agenda politica.

A me pare che a partire dalle piccole amministrazioni si possa tentare di fare qualcosa di significativo. Direi di più: la politica dovrebbe ricominciare da lì: dai comuni piccoli, dai quartieri: cosa ne pensi?

Assolutamente d’accordo. Negli enti locali ci sono occasioni preziosissime per aprire spazi veri di partecipazione, attraverso queste progettualità si può ricotrure un rapporto, spesso purtroppo andato perso negli anni, tra politica e cittadinanza, tra istituzioni e territorio, per condividere e compartecipare alla scelte della comunità. Attraverso questi percorsi si dà forza alla parole democrazia, si alimentano le consapevolezze e l’importanza dell’impegno di tutti. Con tanti comuni che hanno condiviso questa impostazione politica abbiamo fondato l’Associazione dei Comuni Virtuosi, uno strumento prezioso per la condivisione di tante progettualità e per imparare sempre dagli esempi altrui.
Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?

Oltre a tornare al mio lavoro continuerò sicuramente il mio impegno, così come prima della parentesi istituzionale, nelle associazioni e nei movimenti che si impegnano per un altro mondo possibile che dipende da tutti noi e che dobbiamo costruire giorno per giorno. Continuo a girare l’Italia in tante iniziative in cui mi chiamano a condividere la nostra esperienza capannorese e sarò impegnato nei prossimi tre mesi per la raccolta firme all’importante Proposta di Legge Rifiuti Zero a cui tutti possono contribuire contattando i propri referenti regionali dal sito www.leggerifiutizero.it. Rifiuti Zero ci dicevano fosse un’utopia, oggi la stiamo costruendo e dobbiamo far crescere sempre più questa strategia altrimenti, come ci dicono gli scienziati, termineremo presto il pianeta in cui abitiamo.

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