dicembre 25, 2020

Alessandro Vanoli: la storia è bella perché aiuta a capirci

Pubblicato su Pressenza il 19.10.2020 

Alessandro Vanoli: la storia è bella perché aiuta a capirci
(Foto di Liceo Volta, Como)

Alessandro Vanoli è studioso, storico, divulgatore, romanziere particolarmente legato al Mediterraneo e al mondo arabo. Ci ha appassionato il suo modo di divulgare la storia divertendo senza essere mai banale.

Intanto sta uscendo il tuo terzo libro di una evidente quadrilogia sulle stagioni, ci puoi parlare del libro e del progetto?

La storia delle stagioni è nata da una lunga serie di riflessioni fatta con la mia editor. Mancava un progetto del genere e mi sembrava che potesse essere una bella scommessa. Guardare al rapporto millenario dell’uomo col clima era un modo per scavare nelle nostre radici più profonde e riscoprire quel legame con la natura che, malgrado tutto, non abbiamo mai davvero dimenticato.

Una volta, per parlare di storia,  esisteva il romanzo storico o il saggio; ora si è inserita questa nuova forma letteraria, che tu hai praticato abbastanza, di scrivere storie sulla storia: com’è questa nuova forma, dove può portare, a cosa serve?

Sai che non sapevo come definire quello che faccio? Ma storie sulla storia mi piace. Credo sia qualcosa che sta avvenendo in generale nel panorama letterario. Stiamo ibridando i generi (o meglio: i generi, come è sempre accaduto, stanno cambiando e noi la percepiamo come un’ibridazione). Pensa ad esempio (giusto per guardare davvero alto) a Carrere e a quello che ha fatto con Il regno: una storia del Vangelo di Luce che è anche una storia di se stesso alle prese con il Vangelo di Luca. Ecco credo che il punto sia lì: usare l’analisi delle fonti per approdare nella letteratura. A che scopo? Molti credo. Uno: è buon mezzo per mostrare la complessità del gioco storico. Due, è un buon mezzo per aggiungere un tassello di verità (perché la storia non racconta il vero, ma la migliore approssimazione possibile a un vero perso ormai nelle nebbie del tempo; e aggiungere a questo la verità di chi scrive, non fa certo male). Tre, permette di parlare del presente da un punto di vista non scontato. Quattro, se lo sai fare questo gioco, puoi rendere il tutto divertente e emozionante, due categorie che non disprezzo affatto.

Tu sei anche un saggista divulgatore soprattutto legato ai tuoi studi del mondo arabo: secondo te quanto è importante la comprensione e la relazione con il mondo arabo in questo momento storico? E a che punto siamo?

Quando ho cominciato questo mestiere, negli anni Novanta, eravamo a zero: nessuno sapeva niente. Ma potenzialmente questo ci rendeva più possibilisti. I disastri di inizio millennio hanno riempito la testa di slogan e facili convinzioni, tanto in positivo quanto in negativo, e questo ha reso tutto molto più difficile: la cosa più difficile è sempre insegnare a uno che pensa già di sapere.

Credo che una migliore conoscenza del mondo a maggioranza musulmano, arabo, turco, berbero (le definizioni e le semplificazioni sono sempre un problema) sia uno dei prerequisiti per recuperare una dimensione mediterranea, un’idea di appartenenza che ormai è sfuggita dal nostro orizzonte. Ma devo dire che in tempi di chiusura e di facili populismi o radicalizzazioni del pensiero, anche le varie controparti hanno davvero molto lavoro da fare: l’ignoranza e le facili generalizzazioni riguardo al mondo cristiano o al mondo europeo o – concetto che non sopporto – all’occidente (difficili anche qui le definizioni) producono danni altrettanto notevoli.

Il Mediterraneo: mare di pace o di guerra? La storia, soprattutto manualistico scolastica l’hanno scritta di più i guerrafondai, i vincitori delle battaglie: senza essere manichei, esagerati o ingenuamente revisionisti possiamo leggere e approfondire una storia del Mediterraneo come luogo di scambi, di cultura, di relazioni, di equi commerci?

Che la storia la scrivano i vincitori è una vecchia balla, nata sul tronco (vero) della storia positivista scritta tra Otto e Novecento, la storia cioè che usava soprattutto le cronache ufficiali: quelle che procedono appunto per regni, sovrani e battaglie. La verità è che da molto tempo, da un secolo ormai, la storia la scrivono gli storici. Cioè quel gruppo di professionisti figlio di un metodo di analisi delle fonti elaborato nello stesso periodo della rivoluzione scientifica e ad esso legato: dubbio metodologico, verifica dei risultati e via dicendo. E certo, tra loro c’è stato anche qualche guerrafondaio, ma gli storici si sono occupati letteralmente di tutto. E anche quando avevano a disposizione solo i testi prodotti dai vincitori, hanno imparato con grande raffinatezza a far parlare, attraverso di essi, pure i vinti. Quindi no: forse i vincitori hanno prodotto più carte e documenti, ma la storia non la scrivono loro.

La questione della storia mediterranea poi è un’altra cosa. Certo che possiamo e dobbiamo leggere la storia mediterranea come una storia di scambio e di relazione (a metà del Novecento già lo facevano da due punti di vista molto diversi Braudel e Goitein), ma credo che sarebbe miope cercare di costruire una storia di appartenenza facendo finta che ciò che conta da sempre sia la pace. L’uomo è un animale pessimo e lo ha sempre dimostrato. Quando studiamo la storia d’Italia (anche in chiave identitaria), studiamo una serie di guerre fratricide. Perché non dovremo farlo per il Mediterraneo? Non si tratta secondo me di raccontarci una pietosa bugia dicendo che ci siamo sempre voluti bene; ma piuttosto si tratta di guardare in faccia al nostro passato – fatto di scambi continui, di mercanti, di schiavitù, di violenze, di guerre, di matrimoni, di amori, di pestilenze – e poter dire che tutto questo ci ha donato una storia comune; tutto questo costituisce le nostre radici; in nome di tutto questo dobbiamo saper costruire un futuro assieme.

Parlare di storia è parlare della memoria, bene comune che la società attuale tende a perdere: cosa hai in mente per far sì che le nuove generazioni, a scuola e fuori, coltivino la passione per la storia, il gusto della ricerca e della curiosità che in continuazione affiora dai tuoi libri?

Questo è un problema complicato…

Punto primo. Quando parliamo di passione per la storia, spesso intendiamo implicitamente la storia patria: la storia nata nell’Ottocento per costruire l’identità nascente della nazione. Una storia fatta di confini, di geografie regionali, dove la scansione del passato era data dalla nostra esperienza (antico, medioevo, moderno, contemporaneo… dove il contemporaneo era la prima metà del Novecento… e non a caso non si riesce a colmare il gap nei programmi scolastici), una storia che al limite prevedeva la conoscenza dei vicini che ci avevano più influenzato politicamente (Francia e Sacro Romano Impero a marchio tedesco per lo più). Quella storia sta in effetti venendo meno. Ma è vero che di Cina, mondi musulmani o Africa non sapevamo niente prima e non sappiamo niente ora.

Punto secondo. La deriva tecnologica e produttiva e una cultura schiacciata sul presente hanno in effetti contribuito a togliere dal nostro orizzonte l’idea del passato. La distruzione del vecchio modello scolastico e l’erosione delle ore di storia e geografia hanno fatto il resto.

Punto terzo. Non sono sicuro però che la passione per la storia in sé sia venuta meno: le presenze massicce ai festival, la risposta di pubblico ad eventi teatrali (penso anche ai miei, lo ammetto), le fortune mediatiche di alcuni miei colleghi, ci dicono che in realtà la passione è lì che chiede solo di essere rinfocolata.

Punto quarto. Come fare allora? Come consegnare alle nuove generazioni, a scuola e fuori, la passione per la storia, il gusto della ricerca e della curiosità… Credo che i grandi festival, il teatro, il web, i videogiochi persino, vadano tutti benissimo. Ma non funzionerà mai se non riusciremo a insegnar loro che storia è appartenenza. Che la storia è bella perché è parte di loro, perché li aiuta a capirsi, perché gli consegna gli strumenti migliori per comprendere ciò che accade e li circonda. E quindi occorrerebbe davvero che la scuola e le istituzioni culturali lavorassero di concerto in questo senso… ma qui si entra in un altro ordine di problemi. Alla triste constatazione che alla politica e a una parte della cosiddetta società civile, la cultura fa ormai un po’ schifo. Dalla ribellione a questo temo dovremo ripartire, prima che dalla storia, se vogliamo davvero cambiare il nostro destino.

Ulteriori info bibliografiche e di attività, nonché deliziosi video divulgativi su vari temi si trovano sul sito https://www.alessandrovanoli.it/ 

dicembre 23, 2020

Covid: cosa stiamo raccontando?

Pubblicato su Pressenza il 14.10.2020 

Covid: cosa stiamo raccontando?

Quando mi sveglio la mattina cerco di capire in che mondo sto vivendo.

Sono un tipo curioso e credo che questa sia una buona caratteristica per fare il giornalista, anche per diletto, come faccio io. In più a farlo per diletto, senza nessun interesse economico, non subisco molti di quei condizionamenti che limitano spesso le possibilità di parlare di alcuni temi con libertà.

Così tutte le mattine leggo i giornali, guardo un po’ di news in TV, ascolto la radio, navigo sui socials e cerco di capire in che mondo siamo finiti e, soprattutto, come lo stanno raccontando i media.

Quindi, negli ultimi giorni, mi sono imbattuto in alcune notizie, sicuramente poco riportate, che hanno destato la mia attenzione e che spero destino anche l’attenzione dei lettori.

Cinesi

Ieri La Gazzetta del mezzogiorno, citando l’ANSA  riportava il fatto che “a Qingdao sono stati fatti tamponi su 4,32 milioni di persone, poco meno della metà dei 9,4 milioni di residenti della città portuale dello Shandong”; questo a fronte del rilevamento nello scorso fine settimana di una dozzina tra positivi e malati. Contano di terminare lo screening della popolazione intera della città in una settimana. E’ esattamente le stessa procedura adottata qualche tempo fa a Pechino ed è simile a quella adottata a suo tempo a Wuhan.

Data la situazione assolutamente sotto controllo esistente attualmente in Cina (per approfondimenti consultare le ultime notizie sul portale ANSA) viene da chiedersi perché una tale strategia non venga rapidamente adottata nel resto del mondo. Costa caro fare i test? A me risulta che i prezzi di costo siano piuttosto contenuti, magari c’è un problema organizzativo: i test in Cina li fanno le istituzioni sanitarie e li forniscono industrie di stato senza fini di lucro. Succede solo in Cina: no, succede anche a Cuba, in Venezuela, a Mauritius, che io sappia ma, sicuramente, succede anche in altri paesi. Ma non sembra abbia molto spazio sui media.

L’ultimo video di Mauro Rango e i report dell’Istituto Superiore di Sanità

Ieri ho guardato l’ultimo video di Mauro Rango  fondatore di IppocrateOrg, movimento di cui abbiamo già parlato su Pressenza   e con cui collaboriamo nella diffusione di una corretta ed attenta informazione sulla pandemia. Nel video Rango mette l’accento sul fatto che le conoscenze sviluppate in questi mesi  ci permettono di mettere in campo strategie di cura del virus anche prima dell’arrivo dei vaccini e suggerisce l’opportunità di adottare misure di protezione che si concentrino sui soggetti a rischio.

Rango commenta anche l’ultimo recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità intitolato “Caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-CoV-2 in Italia” con dati aggiornati ai primi di Settembre, sottolineando il fatto che la stragrande maggioranza di decessi è di persone “con covid” (i morti senza altra patologia sono 158 pari al 3,8% del totale) e, soprattutto,  come sia la concomitanza con  alcune patologie che aumenta sensibilmente le possibilità di un decorso grave e di decesso (malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete), delineando in modo evidente le categorie a rischio.

La proposta dunque, da più parti, sembra quella di concentrarsi prioritariamente sulla protezione e la cura dei soggetti a rischio: malati e anziani. In tal senso viene anche dagli Stati Uniti la proposta di alcuni prestigiosi immunologi sintetizzata nella Dichiarazione di Great Barrington, anch’essa pubblicata da poco su Pressenza, sottoscritta da numerosi medici, scienziati, intellettuali e persone comuni.

Priorità ambientali

E’ finita domenica la settimana di ribellione in Italia di Extinction Rebellion; settimana svoltasi, è bene sottolinearlo, nel più rigoroso rispetto delle norme anti-covid; lunedì i militanti hanno ulteriormente protestato denunciando che nel decreto sviluppo ci sono ben pochi punti significativi verso la decarbonizzazione e verso norme efficaci nel combattere la crisi ecologica.

L’emergenza covid ha dimostrato, se ce n’era bisogno, che si possono prendere provvedimenti anche radicali (come il prolungato lockdown che abbiamo vissuto in Italia) che hanno avuto la concreta conseguenza di migliorare alcuni dati di inquinamento portando gli scienziati che calcolano l’overshoot day a spostarlo, per la prima volta da quando è calcolato, indietro rispetto all’anno precedente.

Cosa voglio dire: che il movimento ecologista (venerdì scorso i Fridays for Future hanno fatto il loro sciopero globale) sta sottolineando come la vera emergenza non è quella sanitaria ma ecologica e che il contrasto alla pandemia e le risorse corrispondenti dovrebbero essere dedicate e coordinate con riforme strutturali tese alla soluzione dei gravi problemi ecologici ed energetici che stanno arrivando.

La gratuità dei farmaci

Ieri abbiamo pubblicato l’interessante comunicato di Medici senza Frontiere  che sottolinea l’istanza portata avanti dai governi dell’India e del Sudafrica affinché in sede ONU si vieti di brevettare qualunque cura, farmaco o vaccino utile al contrasto del Covid-19 almeno finché non termini la pandemia. Un’istanza minima ma significativa che ricorda come sia inconcepibile e moralmente indecente pensare di fare soldi sulla salute delle persone.

Il Movimento Umanista porta avanti da almeno 40 anni la rivendicazione che la sanità debba essere pubblica, gratuita di eccellente qualità e di accesso a tutti; qualcosa che ai tempi è stata accolta con sorrisetti dedicati agli utopisti centomila volte ma ora vediamo che, nel corso del tempo, altre persone, movimenti, istituzioni e associazioni si sono unite a questa richiesta e che questa è giunta all’opinione pubblica anche se, non sempre all’opinione che si pubblica” (come direbbe Chomsky).

Il tema della gratuità e dell’accesibilità dei farmaci è stato più volte sollevato da numerose istanza, dagli stessi Medici Senza Frontiere , dalla campagna internazionale umanista #salutedirittouniversale , dalla lettera al Segretario Generale promossa dall’Agorà degli abitanti della Terra, in Italia da Medicina Democratica  e ora da questa iniziativa presso l’ONU.

Quali sono le notizie rilevanti?

Ho citato alcune recenti notizie che non mi pare abbiano avuto molto rilievo nella narrazione mediatica di questi ultimi giorni. Si suppone che i media dovrebbero pubblicare notizie rilevanti. Banale ma è così. 

Non sono rilevanti? Non affrontano il serio problema globale in cui ci stiamo trovando? Meglio parlare dei calciatori infetti, delle gaffes del il Ministro della Salute a una nota trasmissione televisiva,  ripetere  dati senza darne il contesto, la portata, senza paragonarli con altri dati, a volte senza nemmeno controllarne la veridicità?

Mi pare che sia in corso una divergenza globale tra due tendenze: quella di chi si preoccupa della salute delle persone e quella di chi si preoccupa del profitto a qualunque costo: queste due tendenze coinvolgono in egual misura persone, associazioni, movimenti istituzioni, governi e organi di informazione. Forse qualcuno cade nella trappola senza neanche rendersene conto, qualcuno lo fa coscientemente, qualcuno sa a chi deve rendere conto. Non siamo riusciti a proibire in televisione la pubblicità agli alcoolici pensate di riuscire a proibire quella sui prodotti farmaceutici?

Come coordinatore della redazione di un organo di informazione invito fortemente e con urgenza ogni attore dell’informazione a riflettere sul lavoro che sta facendo e sulla direzione che sta appoggiando. Se l’informazione abdica al suo ruolo di controllo degli altri poteri restandone invece succube perde la sua funzione sociale ed anche il senso profondo della sua azione.

Gli attori economici e politici che stanno giocando questa partita sono potenti e spesso in conflitto tra di loro.

Corrono in giro voci da controllare e che è serio pubblicare solo dopo verifica: governi da silurare, farmaci da vendere, bond da incassare. All’orizzonte un Essere Umano sempre più schiacciato, considerato un numero statistico, che vive in un pianeta sempre più in pericolo di diventare inabitabile; un Essere Umano un po’ sballottato e sconcertato da quel che sta accadendo, che ha bisogno di un salto evolutivo grande, ogni giorno più necessario.

Ed è bene, nel relazionarsi con gli altri, nell’occuparsi di persone e non di numeri, ricordare una vecchia frase di Silo: “In ogni poveraccio che incontrate per strada c’è qualcosa di molto grande. E quando quel poveraccio soffre c’è qualcosa di molto grande che invoca il cielo”.

dicembre 6, 2020

La vera crisi è quella ecologica: non c’è più tempo!!

Pubblicato su Pressenza il 07.10.2020 

La vera crisi è quella ecologica: non c’è più tempo!!
(Foto di Extinction Rebellion)

Ci arrabattiamo nei meandri della crisi epidemica, tra dati, litigi, interpretazioni, accuse, mobilitazioni pro e contro, loschi interessi economici di ogni grandezza e,alla fine, la salute delle persone.

Ci arrabattiamo ma sappiamo anche che, presto o tardi, questa crisi finirà. Sono già uno sbiadito ricordo le città deserte del lockdown totale, la didattica a distanza, le lunghe telefonate. Il virus è un virus e come tutti i virus se ne andrà, o resterà in forma attenuata e sostanzialmente innocua, è solo questione di tempo.

La crisi che è parsa insormontabile è passeggera ma in questi giorni sono i nuovi movimenti in campo che ci ricordano la crisi vera, quella che bisogna affrontare con urgenza: la crisi climatica.

In questi giorni a Roma si svolge la Ribellione di Extinction Rebellion che da soli o in collaborazione con altri stanno facendo varie azioni per sensibilizzare sul tema; venerdì in tutto il mondo Fridays for Future faranno il loro tradizionale sciopero globale.

XR e FFF rappresentano la nuova generazione dell’ecologismo contemporaneo; collaborano spesso insieme, tra di loro e con altri e questo è uno degli elementi positivi che li contraddistingue dall’ecologismo storico, notoriamente viziato dalla tendenza settaria a tirare l’acqua al proprio mulino, dividendosi in chiesette. La critica fatta da XR ai “vecchi” del settore è stata anche questa: possibile che in tutti questi anni le lotte ecologiste non abbiano scalfito che di poco la tendenza verso la catastrofe?

“Non c’è più tempo!” dichiara uno degli slogans della ribellione: il pianeta abitabile sta per non esserlo più o a condizioni molto peggiori e, probabilmente, solo per una parte (ovviamente ricca) dell’umanità.

Mentre l’occidente ricco sperimentava per la prima volta una pandemia seria, gli africani, abituati, si beccavano le ondate di cavallette spinte dall’inaridimento a cercare nuovi pascoli: avete visto in TV il bollettino giornaliero di quella strage?

Quest’anno l’Overshoot Day, il giorno in cui abbiamo esaurito le risorse annuali del pianeta, è venuto dopo, ovviamente grazie al covid che ha rallentato una serie di attività inquinanti. In ogni caso una buona fetta del pianeta ce la siamo mangiata anche quest’anno. Ci siamo detti, in vari, sarà un buon monito e un buon esempio per dire che si può fare, che dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica e agire di conseguenza è una cosa fattibile, oltre che urgente.

In effetti abbiamo sentito i politici impastarsi la bocca con parole come “sviluppo sostenibile”, “green new deal” “economia circolare” e ce ne siamo rallegrati: meglio cominciare a parlare che stare zitti; ma aspettiamo che questi discorsi si traducano in interventi emergenziali e radicali: giusto per fare un esempio non doveva l’emergenza covid farci ripensare i trasporti, aumentare i treni, sviluppare i trasporti collettivi, migliorare l’impatto ambientale di tutti i mezzi di trasporto? In Cina ci sono numerose città che con incentivi statali hanno convertito tutto il trasporto pubblico a elettrico, potremmo copiare con i soldi del recovery fund o dedicarlo a incentivi per comprare una macchina elettrica di lusso? Forse chiedersi a che servono tutte le confezioni di plastica, tutti gli inutili imballaggi colorati che si potrebbero eliminare e sostituire? E, infine, tutti quei simpatici armamenti che inquinano aria e terra e che, nella forma suprema e terribile dell’arma nucleare, sono un’autentica minaccia ecologica “in un colpo solo”?

Non ci possiamo permettere una svolta ecologica “come se”; non possiamo nemmeno permetterci nessuna forma di gradualismo riformista “ok ragazzi ora produciamo meno rifiuti, poi nel 2035…”. 

Non c’è più tempo.

Meglio, il tempo è già scaduto da un pezzo e ora, se ci va bene, possiamo riparare un po’ di danni, l’ultima decina di morti per dissesto idrogeologico non possiamo comunque resuscitarla.

I giovani (nel senso di nuovi, siamo di tutte le età) movimenti stanno lanciando il loro grido: lo fanno con il marchio della nonviolenza, della partecipazione, del lavoro d’insieme; lo fanno spesso in forme spettacolari, ironiche, provocatorie: con sentimento e con urgenza.

Sarebbe buono che questo clamore fosse ascoltato e le richieste messe in pratica. Ora, subito !!!

dicembre 6, 2020

Italia: un voto per essere sicuri, sperando di tornare “normali”

Pubblicato su Pressenza il 22.09.2020 

Quest’articolo è disponibile anche in: InglesePortogheseGreco

Italia: un voto per essere sicuri, sperando di tornare “normali”
(Foto di Pressenza)

La elezioni italiane (un referendum, elezioni regionali e amministrative) hanno, come al solito, sconvolto le previsioni dei sondaggisti che davano vittorie schiaccianti al centro destra in un senso antigovernativo.

E’ successo esattamente il contrario: nonostante l’evidente irragionevolezza e incompletezza di una riforma costituzionale che semplicemente tagli i parlamentari senza ulteriori correzioni di alcun tipo i Sì alla riforma sono passati a grande maggioranza ma sono parsi più un sì al governo PD-5stelle che alla riforma stessa; passando alle regioni si potrà notare come in tutti i casi in cui il governatore uscente si ripresentava egli è risultato eletto; in più si tratta di persone diversissime tra di loro ma unite in una gestione molto precisa e ferma della pandemia: Zaia, leghista, batte il record del candidato più votato (oltre il 70%) con la sua immagine di uomo in maniche di camicia, permanentemente in conferenza stampa che ha fermato il covid con mosse intelligenti; Emiliano, PD, è quello che ha bloccato alla stazione di Bari tutti i milanesi che scappavano dalla lombardia e li ha messi in quarantena; De Luca, estroverso bastonatore di Matteo Salvini, pugno di ferro nel tener lontano il virus dalla Campania che tutti ritenevano vulnerabilissima; Toti, Forza Italia, personaggio centrale della ricostruzione a Genova dopo il crollo del Ponte Morandi. Tutti personaggi mediatici capaci di tranquillizzare l’italiano medio definitivamente stressato dalla pandemia. Ed anche Giani, PD, nuovo candidato che ha mantenuto lo storico predominio della sinistra in Toscana si è perfettamente presentato come esponente della continuità con in più il classico tema del “voto utile per battere la destra”.

Doveva vincere la protesta? Salvini, capo della Lega Nord (furbescamente levato il nord dai giornali ma non dalla dizione ufficiale) si è prodigato per far la parte dell’uomo contro ma gli è andata malino, rimontato dalla destra della Meloni, donna, appassionata e competente e, dopo queste elezioni, possibile nuova leader della destra. I 5stelle che avevano vinto le elezioni politiche sul tema della protesta penalizzati e fortemente ridimensionati dall’essere riusciti a stare al governo sia con la Lega che con il PD.

La campagna si è caratterizzata sempre più su aspetti mediatici: le ideologie e i programmi sono in secondo piano, parecchio in lontananza.

Anche l’affluenza abbastanza alta nonostante le precauzioni sanitarie e una certa paura strisciante sembrano dirci che la gente vuole normalità.

E l’ecologia, il pacifismo, i nonviolenti, la sinistra radicale, i difensori dei diritti umani? C’è un altro mondo, sicuramente per ora minoritario, che non esprime posizione politica, non riconoscendosi con le espressioni radicali della politica; tali posizioni si esprimono in istanze elettorali improvvisate, che siano formazioni ecologiste o di ispirazione socialista e comunista, o movimenti decisamente più nuovi e meno identificabili; queste forze, che probabilmente si potrebbero unire in un “Alleanza dei Beni Comuni”, si presentano elettoralmente in ordine sparso, hanno poco o zero spazio mediatico e in genere non raccolgono altro che qualche consigliere qua e là.

Ma finché non imparano a dialogare e a darsi nuove forme organizzative restano nell’aneddotica testimonianza delle tribune elettorali, sempre meno viste e sempre più messe in orari televisivi improbabili.

Sicuramente esiste quella che una volta si chiamava “società civile” che si interroga sul cambiamento necessario, che vede la crisi climatica e le sue immediate conseguenze, che coglie la sofferenza profonda dei popoli e l’anelito per nuove soluzioni, che si preoccupa per l’autoritarismo che avanza. E’ probabile che presto da lì possa arrivare una risposta e una proposta a questa complessiva decadenza e destrutturazione della politica.

novembre 20, 2020

La sinistra che non c’è: “Dalla parte del torto” di Tomaso Montanari

Pubblicato su Pressenza il 28.08.2020 

La sinistra che non c’è: “Dalla parte del torto” di Tomaso Montanari
(Foto di Chiarelettere)

La ‘rinascita della sinistra’ preoccupa un certo numero di persone in Italia.Il libro di Tomaso Montanari, “Dalla parte del torto. Per la sinistra che non c’è”, pubblicato con coraggio da Chiarelettere poco prima del lockdown affronta il tema e cerca di delineare alcune possibili soluzioni.In primo luogo Montanari fa  una critica severa all’azione della sinistra storica: il punto centrale dell’analisi è quello di governi di centro sinistra che hanno fatto politiche di destra: sul lavoro, sugli immigrati, sul pacifismo, sulla democrazia, sulla stessa costituzione.Questa critica, puntuale, documentata, spietata e assolutamente condivisibile cerca anche di spiegare il disamore elettorale per i partiti di sinistra da parte di una fetta importante di persone che finiscono o per affascinarsi per i temi della destra (sicurezza, immigrazione, nazionalismo) o accrescere il numero degli astensionisti,  per disillusione o disgusto. Se la sinistra fa una politica di destra perché votarla?Per Montanari costruire la sinistra vuol dire riprendere e sviluppare i valori fondanti, e lui ne identifica e chiarisce alcuni.In primo luogo rimettere al centro la persona umana, la dignità della persona umana, l’importanza di ogni singola persona e dei diritti di quella persona: i diritti delle donne, degli immigrati, dei carcerati; un argomento particolarmente caro a Montanari è quello dei diritti degli immigrati, da tempo calpestati in modo bipartizan da tutti i governi di ogni colore succedutisi negli ultimi decenni.La seconda: “la prima cosa per cui vale la pena combattere è la terra”; significativamente il capitolo dedicato all’emergenza climatica è intitolato “fraternità”, quasi a ricollegare il vecchio tema della Rivoluzione Francese a quello della crisi attuale. Questa priorità sarà scontata ma nello scorrere i programmi che i candidati governatori del centro-sinistra stanno presentando non si nota un particolare fervore ecologista né proposte concrete, più in là delle dichiarazioni a effetto. Montanari cita molto Francesco, sottolineando come le parole del Papa non abbiano prodotto un salto qualitativo nei programmi di sinistra, dove ancora la contrapposizione tra produzione e salvaguardia della salute e dell’ambiente non sembra minimamente risolta.Democrazia e potenti: altra priorità decisiva, scalzare i potenti dal trono e ridare potere alla gente (ed anche risorse con il reddito universale di base). L’idea di sinistra è quella di una società non di un mercato: Montanari rivendica le conquiste sociali ottenute dalla sinistra (anche riformista) nel XX secolo; conquiste sociali che vanno difese e aggiornate, non rinnegate come strumenti di un mondo che se n’è andato.Eguaglianza: ultima priorità che denuncia lo spaventoso dislivello mondiale tra ricchi e poveri, una forbice in costante aumento, alimentata dalla speculazione finanziaria; disuguaglianza che spinge le giovani generazioni verso i fanatismi, le false soluzioni, il terrorismo.Ma Montanari sottolinea anche che per “insorgere” (“Insorgere! Risorgere!” si chiama l’ultimo capitolo) bisogna cambiare per primi se stessi, cambiare mentalità, smettere di credere nei capi, pensare con la propria testa.E lì, con questo forte invito alla ribellione il libro ci lascia, quando ci stavamo aspettando una proposta. Forse l’Autore lo fa apposta, la risposta soffia ancora nel vento, la risposta ce la dobbiamo trovare da soli, senza che anche il buon Tomaso diventi un capo. Da un altro punto di vista il sospetto è che una proposta precisa tardi a manifestarsi, visti i vari bastoni tra le ruote e veti incrociati che hanno caratterizzato, negli ultimi tempi, tutti i tentativi di creare una forza politica “di sinistra” rinnovata e in grado di raccogliere i consensi di quella parte di elettorato “progressista” che ormai non sa più per chi votare.Montanari ci prova a dare il suo contributo al dibattito e questo è buono; buono è anche il fatto di aver insistito con lui perché scrivesse un libro che lui esplicitamente dice non aver avuto tanta voglia di scrivere; buono infine, secondo me, prendere questi spunti per mettere il piedi una cosa che io chiamerei “alleanza per i beni comuni” che generi, dalla base della società, una nuova sinistra in grado di battere la destra non solo sul piano elettorale ma anche su quello del profondo cambiamento del paradigma culturale e degli obiettivi della società.Tomaso MontanariDalla parte del torto.Per la sinistra che non c’èChiarelettere, Milano 2020€15

novembre 5, 2020

Agnoletto: affidano la soluzione a chi è responsabile del problema

 

Pubblicato su Pressenza il 13.08.2020 – Olivier Turquet

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Agnoletto: affidano la soluzione a chi è responsabile del problema
(Foto di https://www.facebook.com/vittorio.agnoletto)

E’ di oggi la notizia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha formato una nuova “Commissione paneuropea per la salute e lo sviluppo sostenibile”  con l’obiettivo di “ripensare le priorità politiche alla luce delle pandemie”; con lo stupore di molti settori alla sua guida è stato nominato “ il professor Mario Monti, presidente dell’Università Bocconi ed ex presidente del Consiglio dei ministri italiano ed ex commissario europeo. La Commissione sarà composta da ex capi di stato e di governo, illustri scienziati della vita ed economisti, capi di istituzioni sanitarie e di assistenza sociale e leader della comunità imprenditoriale e delle istituzioni finanziarie”. Abbiamo chiesto a Vittorio Agnoletto, membro di Medicina Democratica, militante per il diritto alla salute, saggista e articolista di Pressenza qualche commento su questa vicenda.

La tua prima impressione a caldo…

La nomina di questa commissione che dovrebbe analizzare quello che è avvenuto durante l’emergenza covid nella regione europea e proporre delle soluzioni e dei cambiamenti è un controsenso in sé perché i membri di quella commissione, a cominciare dal suo presidente, il professor Monti, sono persone che nella stragrande maggioranza dei casi hanno avuto responsabilità di governo o come Ministri della Salute o come Primi  Ministri proprio in questi ultimi vent’anni in Europa e soprattutto gli anni dal 2008 in poi sono stati gli anni del liberismo sfrenato nella sanità, della trasformazione della salute in una merce e del trionfo della penetrazione delle strutture private all’interno dei Servizi Sanitari Nazionali.

Uno dei problemi più grossi nella risposta alle emergenze covid  è stato proprio il taglio dei posti letto, il taglio degli ospedali, la distruzione della medicina territoriale, il grande spazio dato al privato che è stato coinvolto poco e  in seconda battuta nell’emergenza covid; chi ha realizzato questo sono nella maggioranza dei casi i componenti di quella commissione; non ha dunque senso affidare la soluzione a chi ha contribuito fortemente a creare quel problema.

Vogliamo ricordare cosa fece il Governo Monti con la salute in Italia?

I dati che ci sono sono dati aggregati, quindi non suddivisi per anno. Però basta dire  che i posti letto nel Servizio Sanitario Nazionale erano 530 mila all’inizio degli anni ‘80, diventano 230 mila nel 2012 fino a 210 mila nel 2018;  e questo è dovuto soprattutto alla chiusura dei piccoli ospedali e comunque di strutture pubbliche rimpiazzate parzialmente dallo sviluppo delle strutture private;  per la precisione nei 530 mila dobbiamo considerare che c’erano comunque 65000 posti letto di psichiatria che  sono stati chiusi in seguito alla legge Basaglia.

Quali sono secondo te e Medicina Democratica le priorità per la Sanità anche ma non solo in funzione anti-covid?

Innanzi tutto vanno cambiate radicalmente le priorità della spesa sanitaria. Intanto è necessario aumentare il finanziamento complessivo alla Sanità. Noi stiamo andando sotto la soglia del 6,3% del PIL che è la soglia minima secondo l’OMS perché possano essere fornite  risposte ai bisogni sanitari primari della popolazione e noi siamo al limite inferiore rispetto al PIL. Secondo: dopo aver aumentato la spesa sanitaria complessiva è necessario andare a un riallocamento delle risorse nei vari settori della medicina privilegiando soprattutto la medicina preventiva, la medicina territoriale e la sorveglianza sanitaria. Terzo: è necessario aumentare e stabilizzare il personale  sanitario e garantire che che i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) possano sempre essere usufruiti da tutti i cittadini, in qualunque parte d’Italia e che sia la struttura pubblica a farsi garante della possibilità per tutti di usufruire dei LEA.

Se è vero, come io sono convinto, che nel futuro prossimo, indipendentemente con quello che accadrà in autunno con il covid, noi ci troveremo comunque di fronte a nuove epidemie, a nuovi patologie infettive che possono essere trasmesse da un essere umano a un altro secondo precisi comportamenti è evidente che bisognerà puntare su:

  • Un sistema di sorveglianza sanitaria che sia in grado di suonare l’allarme il prima possibile di fronte all’arrivo di un nuovo agente infettivo in modo da mettere in grado le strutture sanitarie di intervenire in termini preventivi
  • Attivare una rete sanitaria territoriale rafforzando i medici di medicina generale, quelli che vengono chiamati medici di  famiglia,  gli ambulatori territoriali, i servizi di prevenzione e quelli sulla medicina del lavoro sono tutte le strutture tutti i servizi che sono stati ridotti,  tagliati lasciati solo nominalmente sul territorio,  molti privi o  quasi completamente di personale. Allora quello che va rafforzato è questo primo livello di medicina. Anche con un cambiamento culturale per cui si deve cominciare a considerare la medicina non solo come qualcosa che cura ma anche come qualcosa che evita che le persone si ammalino e questo è fondamentale di fronte ai rischi di malattie infettive.

Per questo insisto sul fatto che l’emergenza covid dà un messaggio molto forte a tutto il sistema sanitario e alla necessità di modificare la sua organizzazione le sue priorità e i suoi paradigmi.

Tutto questo è esattamente il contrario di quello che hanno fatto i governi in Europa negli ultimi decenni:  sono andati sempre più verso la penetrazione del privato nei servizi sanitari pubblici attraverso meccanismi di accreditamento o di  convenzione, hanno costruito sempre più servizi sanitari ospedalocentri, facendo ruotare tutto attorno agli ospedali,  hanno svuotato sempre più la medicina territoriale. 

novembre 5, 2020

Borges, il buddismo, la ricerca della cultura universale

 

Pubblicato su Pressenza il 29.07.2020 – Olivier Turquet

Borges, il buddismo, la ricerca della cultura universale
(Foto di Edizioni Piano B)

Nel suo infinito provincialismo l’editoria italiana ritiene inopportuno mantenere in catalogo numerosi classici e libri di vario interesse che, tra l’altro, ormai con la stampa digitale non costerebbe molto almeno mantenere in catalogo.

Per fortuna ci sono editori piccoli, come Piano B Edizioni che hanno la cura di andare a scovare questi libri e farne una nuova edizione.

E’ questo il caso della nuova edizione e traduzione del libro di Jorge Luis Borges, Cos’è il Buddismo, pubblicato in pieno lockdown appunto da Piano B.

Non è il caso di leggere il libro di Borges credendo che risponda alla domanda del titolo. Anzi, in questo senso, il libro garantisce che lo scrittore argentino non fosse un granché come conferenziere dato che il piano del libro, che supponiamo ricalcasse le conferenze date a Buenos Aires negli anni ’70, è un po’ confusionario e finisce per parlare di un sacco di cose interessanti ma relativamente poco degli insegnamenti del Buddha.

In realtà il libro ha molte interessanti letture. Una prima lettura è storica e ci permette di osservare come si stesse sviluppando in occidente la conoscenza del buddismo negli anni ’70; infatti Buenos Aires e il background che sta dietro a Borges è totalmente occidentale: curiosamente non c’è alcuna citazione ai testi sacri originari del continente ma molte comparazioni con il cristianesimo e i giudaismo, oltre che con la filosofia romantica, storica iniziatrice dell’orientalismo in Europa.

Una seconda lettura riguarda la magistrale capacità di relazione dell’autore tra aspetti diversi, sia a livello filosofico che a livello storico: capacità che lo porta anche a paragoni arditi tra Francesco e Gotama ma sicuramente interessanti.

Infine penso si possa leggere il libro come un punto importante del tentativo di costruzione di una cultura universale di cui Borges è stato più volte uno degli alfieri; con errori e semplificazioni ma con una volontà di comprensione, di studio e di approfondimento che risulta ancora oggi estremamente necessaria e attuale.

novembre 1, 2020

Libertà, uguaglianza, fraternità

Pubblicato su Pressenza il 14.07.2020 

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Libertà, uguaglianza, fraternità

Scorrono in TV le immagini degli Champs-Élysées dove Macron cerca di dare una parvenza di normalità a un 14 luglio decisamente anomalo.

Sembra quasi la solita parata militare. Certo non possiamo rivendicare la Rivoluzione Francese come una rivoluzione nonviolenta. Ma all’epoca molti pensarono che da Parigi, dalla presa della Bastiglia una luce brillasse in tutta Europa.

La Luce della Ragione aveva illuminato il mondo, rapidamente offuscata da un lago di sangue e da un processo di restaurazione quasi inimmaginabile. Alla fine, a rappresentare la Rivoluzione, un generale che si sarebbe proclamato imperatore ma che persino quell’idealista di Beethoven vide come un eroe e gli dedicò una sinfonia.

Liberté, egalité, fraternité: decisamente uno slogan vincente e, per l’epoca, rivoluzionario. Proviamo a vederne i pregi e i difetti.

Libertà: dei tre quello che meglio è finito in mano dei potenti; la libertà di sfruttare, il liberismo, il libero commercio; ovviamente la libertà di pensiero e di parola, la critica, la libertà di stampa sono ancora diritti umani da raggiungere e spesso da proteggere contro le avanzate liberticide ma quell’ideale libertario  mi pare quello che meno è riuscito a liberarsi, a librarsi.

Uguaglianza: viviamo in un mondo estremamente diseguale; la differenza tra i ricchi e i poveri è da anni in aumento; più che l’uguaglianza va l’omogeneizzazione: liberi di bere ovunque la famosa bevanda gassata. Uguaglianza di diritti e di opportunità è lo slogan umanista da tanto tempo e mi pare renda bene l’obiettivo globale che qualunque movimento che si dica rivoluzionario dovrebbe sostenere.

Fraternità: l’Umanità non riesce ad esprimere questo che dovrebbe essere un sentimento prima che un obiettivo; sentirsi sorelle e fratelli, parte di un solo popolo che ci piacerebbe chiamare Nazione Umana Universale in cui la parola nazione ricorda il concetto di nazione-popolo tipico di tanti originari, umana ci ricorda la centralità non banale di ogni essere umano, universale sottolinea il contributo di ogni popolo ed ogni cultura, anche e soprattutto quelle che questo Sistema violento e discriminatorio ha messo ai margini e che spesso sono a rischio di estinzione fisica e/o culturale. Quante lingue stanno morendo ogni giorno, uccise dalla lingua del sedicente impero? E dove è finita la solidarietà che dalla fraternità deriva; quella solidarietà che le situazioni di emergenza fanno riemergere ma che esiste in tutto il mondo del volontariato autentico, nelle reti di aiuto reciproco, nelle comunità.

Curioso il movimento pendolare della storia, sempre in crescita ma con paurosi avanzamenti e retrocessioni.

La parata sugli Champs-Élysées ricorda il segno violento. La Francia è un paese la cui apparente indipendenza dagli Stati Uniti si manifesta nella force de frappe nucleare, nella costruzione della seconda portaerei nucleare. Non nel pensiero di Voltaire, non nella genialità di Diderot, non nella scienza di Curie o Pascal, non nella pedagogia di Freinet, non nell’estro di Matisse, non nella filosofia di Sartre…

Pochi giorni fa ricorreva, quasi dimenticato, l’anniversario dell’elezione di Sandro Pertini a Presidente della Repubblica con il suoi indimenticabile e poetico “svuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai”: sarebbe ora di seguire quell’esempio, invece di dedicargli ponti, strade e piazze e retorici ricordi; sarebbe ora di smettere di comprare F35, di vendere armi a dittatori e non, di imparare dall’emergenza a curare le cose essenziali e veramente utili.

ottobre 28, 2020

Una Repubblica fondata su quale lavoro?

Pubblicato su Pressenza il 06.07.2020 

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Una Repubblica fondata su quale lavoro?
(Foto di Publicity photo of Charlie Chaplin for Modern Times)

L’italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Articolo 1 della Costituzione. Sugli aspetti squisitamente costituzionali del tema e sul fatto rivoluzionario, per i tempi e tutt’oggi, di questa definizione all’interno di una Costituzione rimando ai numerosi studi dei costituzionalisti (1).

La mia riflessione vuol toccare un tema che è diventato una ferita aperta nelle conseguenze della crisi del coronavirus: che cos’è il lavoro?

Perché nella vulgata corrente è chiaro che quando si parla di lavoro si parla in realtà di lavoro salariato; si lavora per un salario e questo lavoro più è pagato e più è prestigioso. La mente va immediatamente al tema del taglio dello stipendio dei parlamentari, o all’ingaggio di Cristiano Ronaldo, o agli inspendibili stipendi e dividendi dei presidenti dei consigli di amministrazione.

Cioè stiamo spostando l’attenzione dal lavoro al denaro; e lo facciamo quasi inconsapevolmente come se fosse una cosa ovvia, come se fosse una cosa normale.

Quando parliamo del Reddito di Base Incondizionato ci incontriamo con questa obiezione: “ma se diamo i soldi a tutti, chi lavorerà?”; obiezione che si basa, per l’appunto sul pre-giudizio appena enunciato: lavoro = soldi.

E’ evidente che il coronavirus ha danneggiato alcune categorie economiche mentre non ha influenzato quasi per nulla altre categorie, fino ad arrivare a quelle che ci hanno perfino guadagnato. Un virus che genera disuguaglianze economiche. Ma al tempo stesso la crisi ha messo in risalto un’altra concezione del lavoro, proprio quella a cui pensavano i costituzionalisti quando scrissero l’articolo 1.

Il lavoro è qualunque attività di trasformazione del mondo: questo concetto radicalmente diverso del senso del lavoro umano getta una luce diversa sulle attività umane degli ultimi tempi e offre una nuova prospettiva per il futuro. I medici e gli infermieri che hanno salvato tante vite lo facevano perché erano impagabili, così come la vita umana. I volontari che aiutano, le persone che accolgono, noi che scriviamo gratuitamente questa agenzia stampa lavoriamo per la trasformazione. Trasformazione di oggetti, trasformazione di strutture, trasformazione di idee, trasformazione di affetti.

Il fatto di avere legato la trasformazione al salario è un errore storico tipico dell’epoca industriale, proseguito nella post-industriale epoca della finanziarizzazione in cui i soldi finiscono per produrre altri soldi, senza alcuna trasformazione sociale diversa dall’arricchimento. Tale arricchimento diventa fine a se stesso perché spesso produce ricchezze inspendibili così come la creazione di salari dove il senso delle proporzioni scivola nell’insensatezza totale.

Dobbiamo pensare a una società dove ci sia un senso nelle azioni: il falegname trasforma il legno perché ci sia una sedia per sedersi, il medico cura un paziente perché guarisca, l’insegnante insegna per formare migliori cittadini, le fabbriche producono oggetti utili al benessere comune, i contadini producono cibo per chi ha fame, il politico governa per il bene comune…

Un concetto complicato? Non stiamo dicendo che il denaro, come mezzo di scambio, non possa giocare qualche ruolo in tutto questo, stiamo dicendo che non può e non deve avere l’importanza che ha attualmente, importanza che si trasforma nella dittatura del denaro e dell’economia nei confronti di tutto il resto.

La crisi ha dimostrato che altri parametri funzionano e sono utili: la solidarietà, il senso dell’azione, la generosità, il dare disinteressato, la cura degli altri,  l’empatia. Su questi valori è opportuno e urgente costruire un altro mondo, un mondo che si preoccupi del Bene Comune, a partire dalla nostra casa, la Terra, affrontando le vere emergenze che attanagliano l’Umanità: la crisi ambientale ed ecologica, la crisi del senso della vita, l’ineguaglianza di diritti e opportunità, il perdurare e incancrenirsi dei conflitti e delle guerre, l’odiosa minaccia del disastro nucleare.

Su queste cose c’è molto lavoro da fare!! E lo potranno fare bene solo le persone senza interessi di prestigio e denaro.

(1) Mi permetto di consigliare, per approfondire questo tema e molti altri, I sentieri costituzionali della democrazia di Filippo Pizzolato, pubblicato da Carocci nel 2019.

ottobre 25, 2020

Vincere la paura: la via del Movimento Ippocrate

Pubblicato su Pressenza il 02.07.2020

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 Vincere la paura: la via del Movimento Ippocrate

Molte volte nel corso della pandemia da Covid 19 il tema delle possibili cure al virus è uscito e ha suscitato polemiche. Su iniziativa di Mauro Rango, un italiano appassionato di medicina che vive a Rodrigues (Repubblica di Mauritius), si è formato un gruppo di studio che da qualche giorno si è formalizzato nell’associazione IppograteOrg. Ne parliamo con alcuni di loro. Mauro, Maria, Adriana, Nicola, Massimo.

Mauro puoi riassumere che cosa è successo?

MAURO Vivo nella Repubblica di Mauritius. L’isola in cui abito è Rodrigues a 600 km a est di Mauritius, l’ultimo punto dell’Africa nell’Oceano Indiano. Amo da sempre la medicina, pur non essendo medico. Allo scoppiare dell’epidemia di Covid-19 iniziai a fare ricerche sulle possibili terapie con amici medici, che mi conducevano sempre alla combinazione tra azitromicina e idrossiclorochina.

Quando il Coronavirus arrivò in Italia e iniziarono a morire le prime persone, chiamai il mio amico pneumologo, il Dott. Alberto Palamidese, ora in pensione, che mi confermò (inizio marzo) che l’organo bersaglio del virus era il polmone e gli esiti erano di polmonite interstiziale simile a quelle del Micoplasma Pneumoniae chese non affrontata immediatamenteavrebbe condotto al decesso del paziente. Mi raccontò che, ai suoi tempi, il trattamento consisteva in azitromicina, dosaggi elevati di cortisone, eparina a basso peso molecolare, fino all’utilizzo del plasma iperimmune.

Nella prima decade di marzo telefonai ad un carissimo amico medico del Dipartimento Prevenzione della USL-2 Umbria che mi disse che stavano trattando a tappeto, sul territorio, a livello domiciliare, tutti i pazienti ai primi sintomi, con idrossiclorochina 400 mg/die x 7 giorni e azitromicina 500 mg/die x 6 giorni. Salvo qualche rarissima ospedalizzazione, tutti i casi si erano risolti in una settimana. Zero decessi (compresi quelli ospedalizzati). Zero effetti collaterali.

Nel contempo apprendevo che le autorità sanitarie locali a Mauritius stavano facendo scorta di idrossiclorochina e azitromicina. Mi informai presso le autorità e, all’arrivo dell’epidemia, il piano (che poi sarebbe stato annunciato dal Primo Ministro) era il seguente: idrossiclorochina, azitromicina, stessi dosaggi umbri e, per i casi più gravi, plasma iperimmune.

La stessa terapia fu utilizzata precedentemente in Corea del Sud e debellò abbastanza rapidamente l’epidemia.

Riscontravo quindi che tutte le mie ricerche conducevano sempre allo stesso punto.

Iniziai a scrivere lunghe email a vari giornali spiegando che la terapia esisteva mentre nella mia regione di origine, il Veneto, iniziavano ad ammalarsi ex compaesani e amici di amici lasciati in ospedale a morire, senza alcuna terapia, con solo ossigeno. Poi inizia l’ecatombe in Lombardia. Continuavo a scrivere senza che nessuno mi ascoltasse.

Il 17 di marzo la circolare AIFA autorizza l’utilizzo off label di idrossiclorochina ma mette anche in guardia dal contemporaneo utilizzo con azitromicina per via dell’allungamento della curva QT e possibile arresto cardiaco per gravi aritmie. La circolare della federazione dei medici di famiglia consiglia l’utilizzo dell’idrossiclorochina a livello domiciliare ma sono pochi, soprattutto nel Nord Italia che l’utilizzano abbinata all’azitromicina. Mentre la situazione al centro e sud Italia era diversa. Anche in molti grandi ospedali, penso ad esempio al Tor Vergata di Roma o al Cutugno di Napoli, l’azitromicina e l’idrossiclorochina venivano utilizzate in associazione già da metà del mese di marzo.

Poi, finalmente, verso la metà di aprile la terapia con azitromicina e idrossiclorochina viene presa in considerazione dalle strutture ospedaliere anche lombarde e venete ma ancora a macchia di leopardo perché molte tentavano, su consiglio di virologi, immunologi ed epidemiologi, il trattamento con gli antivirali che avevano scarso effetto.

Mentre a Piacenza il Prof. Cavanna Primario Ospedaliero curava a domicilio con idrossiclorochina e azitromicina senza decessi e senza effetti collaterali.

E in Germania riuscivano a contenere il tasso di mortalità entro il 3% grazie proprio ad un largo utilizzo di idrossiclorochina, azitromicina e diffusamente di plasma iperimmune. Ma in gran silenzio come sanno ben fare i tedeschi.

Ho sofferto molto nel vedere i miei connazionali morire e la rabbia aumentava nel constatare che  l’informazione era occupata da medici di laboratorio, esperti di vario genere e statistici e non da medici clinici, soprattutto pneumologi, che avrebbero saputo trattare la patologia. Regnava la confusione più totale e nessuno si occupava, a livello di vertice, di stabilire delle regole terapeutiche da seguire sia a livello di territorio sia a livello ospedaliero. Ogni Regione, ogni ospedale, ma anche ogni reparto ed ogni medico di base seguiva una propria linea di condotta riguardo la terapia.

Un’altra ragione di queste contraddizioni e della confusione regnante che ha portato a conseguenze catastrofiche credo sia risieduta nel fatto che una parte di comunità medica continuasse a percorrere il sentiero conosciuto della validazione di ricerche scientifiche che non potevano arrivare in tempi così brevi, mantenendo un atteggiamento attendistanella speranza dell’individuazione di un farmaco validato a tutti i livelli mentre un’altra parte di comunità  medica, più abituata a filtrare i risultati di ricerche tramite la lente dell’esperienza clinica personale o di altri medici, si proiettavano a riprodurre esperienze che avevano avuto la validazione del “risultato sul campo” in altre realtà, cioè terapie che avevano avuto il riconoscimento esperienziale di aver guarito i pazienti.

L’intuizione clinica di medici validata da risultati eclatanti sembra ancora non trovare cittadinanza nella comunità medico scientifica attuale. L’esperienza clinica comprovata da cartelle cliniche di guarigione di molti casi trattati senza alcun effetto collaterale appare essere meno significativa di uno studio randomizzato. Voglio qui ricordare il recente lavoro retrospettivo del gruppo di Marsiglia che ha comprovato la validità del protocollo con Idrossiclorochina e Azitromicina su più di 3700 pazienti Covid 19 (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1477893920302817).

Il 5 maggio mi arriva un messaggio whatsapp di un amico di Milano. Mi racconta di un intervento presso la trasmissione condotta da Fazio di un virologo chiamato Burioni che cercava di rallentare l’iniziativa di alcuni medici di utilizzare il plasma iperimmune. Un moto enorme di rabbia mi fece scrivere di getto il mio primo messaggio Whatsapp sull’argomento. Lo inviai a una quarantina di amici con preghiera di inoltrarlo ai loro conoscenti.

Da quel giorno la mia vita cambiò.

Ricevetti migliaia di messaggi whatsapp e migliaia di email. Tra le persone che mi contattarono ci furono anche da tantissimi medici. Molti di loro avevano fatto i miei stessi tentativi segnalando che la cura già esisteva. Da subito è nato un gruppo composto da medici ospedalieri in servizio e in pensione, da medici territoriali e anche personale infermieristico con l’obiettivo di informare sulle possibilità terapeutiche. Ma anche da migliaia di cittadini con professioni diverse.

Chi fa parte del gruppo in questo momento e cosa state facendo?

Il gruppo è nato come convergenza di persone con competenze professionali ed idee diverse che si sono trovate a chiedersi cosa si può fare per trovare una cura a questo coronavirus. La prima cosa che abbiamo voluto fare è stata quella di ricostruire come sono andate nel concreto le cose.

In sostanza già dai primi di marzo in grossi ospedali romani, napoletani, sardi e siciliani ma certamente anche in altre realtà non di nostra conoscenza si usava la terapia con idrossiclorochina, azitromicina come farmaci di base sempre presenti. Poi i protocolli differivano tra ospedali e tra gli stessi reparti di un ospedale (a testimonianza della completa assenza di una regia). Chi vi aggiungeva vitamina C, cortisone, eparina, chi vi aggiungeva antivirali vari ed eparina e vit. A,  ma il nucleo centrale di base rimaneva l’azitromicina e l’idrossiclorochina. In questi ospedali, dove i protocolli contenevano i farmaci suddetti, la mortalità si riduceva sostanzialmente agli ultraottantenni con più patologie. Nel contempo, invece, negli ospedali lombardi e veneti, il numero dei decessi fu enormemente più elevato, arrivando alla cifra record del 17% di mortalità della Regione Lombardia.

Il mio video in Youtube in cui si parlava delle 30.000 vite umane che si sarebbero potute salvare, dopo 9.000 visualizzazioni è stato rimosso. Alla nostra obiezione Youtube ci ha risposto all’istante con un messaggio evidentemente automatico, preconfezionato, dicendoci che il contenuto era inappropriato.

Con questo gruppo di medici e dialogando col coordinatore di un altro gruppo di medici territoriali che hanno utilizzato diffusamente con i propri pazienti l’idrossiclorochina abbiamo realizzato diverse iniziative, senza dare loro troppa pubblicità, tra le quali:

  1. E’ stata firmata da una ottantina di medici italiani una lettera che ho inviato personalmente a The Lancet e per conoscenza all’OMS smontando, con l’aiuto di una cardiologa (Dott.ssa Adriana Privitera), lo studio pubblicato da The Lancet in seguito al quale l’OMS ritirò l’idrossiclorochina dai trial e AIFA sospese l’utilizzo off label per Covid. A differenza di The Guardian e dei 120 scienziati (https://zenodo.org/record/3862789#.XvikvV9xfIX) che attaccarono lo studio dal punto di vista del metodo, noi abbiamo dimostrato che i decessi a cui lo studio si riferiva sono avvenuti per due ragioni: 1. Inclusione di pazienti con malattia in fase troppo avanzata, 2. Utilizzo di idrossiclorochina in pazienti cardiopatici, (ischemici, scompensati e aritmici) che non avrebbero dovuta assumerla. Lo studio conteggiava tali decessi come causa diretta degli effetti del farmaco in questione e concludeva per l’inefficacia dell’idrossiclorochina e sua pericolosità per incremento di mortalità e aritmie. Conclusioni di cui abbiamo dimostrato l’inattendibilità dal punto di vista medico e scientifico.

2. Abbiamo scritto una lettera al Presidente Mattarella spiegando l’assurda posizione del’’AIFA e pregandolo di intervenire.

Ora siamo impegnati a dare assistenza per i protocolli di alcuni Paesi del Sud America e siamo impegnati nella ricerca di macchinari per il plasma per la Somalia.

Oltre ai medici abbiamo coinvolto migliaia di persone della società civile attorno ad un progetto che si chiama IppocrateOrg. La pagina Facebook (https://www.facebook.com/IppocrateOrg/) è già attiva, mentre il sito internet www.ippocrateorg.org lo sarà a brevissimo.

Questo progetto NON ha alcuna ambizione politica. Abbiamo respinto intromissioni di esponenti di varie formazioni politiche, di aiuti, di richiesta di collaborazione con associazioni affiliate o legate a partiti che abbiamo gentilmente rifiutato perché nasciamo come aggregazione di cittadini e professionisti della salute che ha come solo obiettivo la difesa della Salute della Persona Umana. Ci proponiamo di sviluppare un movimento che sappia dare voce a quella parte di comunità medico scientifica che, in questa vicenda del Coronavirus, non si è sentita rappresentata dalle Istituzioni Sanitarie. Nel contempo saremo impegnati a contrapporci a tutte quelle ricerche o informazioni che avessero quale scopo l’indebolimento dell’accesso a terapie mediche idonee alla cura e ledessero il Diritto Umano alla Salute e al Benessere.

La terapia con l’idrossiclorichina è finita sotto i riflettori del main stream e ha suscitato posizioni contrastanti dell’OMS, di istituti di ricerca e dell’Agenzia del Farmaco Italiana: potete riassumere in breve la storia di questa diatriba?

ADRIANA E’ opportuno fare un po’ di chiarezza. L’uso della clorochina risale nel tempo.[1] E durante l’epidemia Covid-19, la Cina e la Corea del Sud hanno utilizzato la idrossiclorochina con e senza associazione con macrolide, (WangMet al.Remsedivir and chroloquine effectively inhibit the recently emergednovel coronavirus.CellRes 2020 Feb 4[2]). Circa 20 studi in Cina in vitro con ottimi risultati hanno fatto si che venisse raccomandata la sua utilizzazione per la prevenzione e il trattamento della polmonite in corso di Covid-19 ( https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32075365/ ). Nel marzo 2020 uno studio in Francia condotto in 20 pazienti evidenziava minore persistenza del virus soprattutto nell’associazione con azitromicina ( https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32205204/ ). Dopo questi studi l‘associazione idrossiclorochina azitromicina è stata prescritta in tutto il mondo anche al di fuori di studi clinici autorizzati. In Italia in Aprile, la Federazione Italiana dei medici di famiglia (FIMMG) ne consigliava l’utilizzo sia nei casi accertati di Covid-19 che nei sospetti, così molti medici di famiglia hanno utilizzato precocemente il trattamento evitando ricoveri in ospedale. Il 26 Febbraio 2020 il governo del Regno Unito aggiungeva la clorochina nell’elenco dei medicinali che non potevano essere esportati, dato il crescente numero di prove dell‘efficacia del farmaco. Nel mese di Marzo, con una circolare, l’AIFA autorizzava l’uso della idrossiclorochina off-label, mettendo in guardia dall‘utilizzo contemporaneo di azitromicina per diversi studi che dimostravano il pericolo di aritmie severe [3]. Ma dopo tanta positività cominciano i problemi [4]. Nel mese di Maggio, Mandeep Mehra e collaboratori pubblicano su The Lancet uno studio osservazionale su 96032 pazienti ricoverati in 6 continenti che assumevano idrossiclorochina e clorochina da sole o con macrolidi concludendo per evidenza di gravi aritmie nei trattati rispetto al gruppo di controllo, elevata mortalità e assenza di vantaggio terapeutico della idrossiclorochina e della clorochina sia da sole che in associazione con macrolide. ( https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)31180-6).  L’ OMS, su queste basi, interrompe le indagini e gli studi sull’idrossiclochina, l ‘AIFA il 29 maggio, non concede più la prescrizione off-label e consente di proseguire solo i trial ufficiali. Si crea così una gravissima situazione perché tale terapia era stata molto utile nell‘affrontare la prima fase della malattia.

Fortunatamente lo studio Lancet viene messo in discussione da 120 ricercatori da tutto il mondo che ne contestano sia la raccolta dei dati che la metodologia. The Lancet ritira così lo studio e l’OMS il 3 Giugno riprende la sperimentazione su idrossiclorochina.

E noi con la firma di 80 medici scriviamo alla rivista entrando nel merito del suo valore scientifico. Purtoppo l’AIFA non fa un passo indietro, mantenendo l’indicazione all’utilizzo della idrossiclorochina per covid-19 soltanto per studi clinici sia in ambito ospedaliero che a domicilio, la prescrizione viene pertanto esclusa dalla rimborsabiltà e cosa ancor più grave chi prescrive risponde personalmente di eventuali effetti collaterali per il trattamento. Un gruppo di medici fa una istanza legale all’AIFA chiedendo di poterlo utilizzare di nuovo per il trattamento precoce della malattia. Infine, a Giugno il trial britannico RECOVERY (www.recoverytrial.net/files/recovery-protocol-v6-0-202005-14.pdf) che ha utilizzato dosi elevatissime del farmaco, non trova differenze di mortalità tra i gruppi trattati e i controlli dopo un mese di trattamento. Anche questo studio è da criticare infatti sono stati reclutati oltre 10000 pazienti da ospedali in tutto il Regno Unito, la dose di idrossiclorochina è ELEVATISSIMA, e vengono trattati pazienti in monoterapia, quando l’effetto della idrossiclorochina è in associazione con il macrolide, inserendo anche pazienti gravi, alcuni sotto ventilatore. Come ormai tutti sanno, l’idrossiclorochina è il trattamento ideale nella fase precoce o intermedia media della malattia di cui evita l’aggravamento con le note complicanze mortali. Molto utile la spiegazione del Prof. Viale di Bologna sulla storia naturale della malattia e interventi terapeutici nelle varie fasi (https://youtu.be/mVBfCzDWxPQ).

Dopo RECOVERY, l’OMS ha nuovamente bloccato tutto.  Da ricordare che Recovery riceve finanziamenti da Oxford ma anche dalla fondazione Bill e Melinda Gates.

Dall’analisi di tutti gli studi, a tutt’oggi NON c’è un SOLO STUDIO che dimostri la pericolosità del farmaco, quando dato con le CORRETTE indicazioni. Allora è lecito domandarsi dove sta andando la ricerca scientifica?

Cosa chiedete al Governo e alle istituzioni mediche italiane?

NICOLA L’Italia è entrata  nella fase 2 dell’epidemia con riduzione dei contagi in quasi tutte le regioni e lo svuotamento dei reparti di terapia intensiva e il costante calo dei decessi.  Questo è avvenuto, secondo noi, per tre fattori concomitanti:

1) il lock down è stato osservato dai cittadini in maniera encomiabile,  assieme alle misure igienico-sanitarie (mascherine, distanza sociale. igiene di mani, superfici etc).

2) La buona terapia utilizzata anche se  empiricamente e a macchia  di leopardo, con largo uso in particolare della idrossiclorochina in fase iniziale di infezione e della eparina appena si è scoperto il meccanismo fatale di trombosi multiorgano, che causava il precipitare della condizione clinica dei pazienti.

3) le condizioni climatiche della stagione calda  che sembrano favorevoli alla limitazione dei contagi da parte di questa classe di virus respiratori.

Alla luce di quanto premesso, per non correre il rischio di vanificare quanto sinora ottenuto chiediamo al Governo Italianoma anche alle regioni, che venga portata a conoscenza la popolazione quale sia la terapia da mettere in atto dopo il divieto di poter utilizzare l’idrossiclorochina, sino a ieri arma vincente della terapia iniziale. La perdita del suo utilizzo, infatti, ad oggi, fa intuire  che si sia deciso di lasciare i pazienti completamente scoperti dal punto di vista dell’infiammazione, lasciando alla sola  azione dell’antivirale il compito, arduo, di prevenire la successiva tempesta citochinica. Chiediamo altresì quale tipo  di molecola antivirale verrà utilizzata,  ed il costo  di un intero trattamento del paziente Covid,  per valutare se esiste un corretto ed accettabile rapporto costi/benefici. Nel caso di una ripresa dell’epidemia in Italia, quale sarà l’intervento sul territorio?

In assenza dell’ uso dell’idrossiclorochina come farmaco di primo immediato utilizzo sul territorio si avrà un inevitabilmente maggiore afflusso di pazienti in condizioni di gravità presso le strutture sanitarie: un copione già visto e terrificante, specie nelle RSA!

MARIA: vorrei che si riprendesse una sperimentazione seria e indipendente dell’Idrossiclorochina, che chiaramente, come tutti i farmaci, va usato con saggezza e con le accortezze che Adriana ha già esposto per esteso, dando a tutti una sana e vera informazione su dati statistici e sulle terapie possibili.

Inoltre, mi pare importante che ci fermiamo tutti a riflettere sulle responsabilità di chi ha gestito l’epidemia a livello governativo, dell’ISS, dell’AIFA e delle Regioni, in particolare la Lombardia, rileggendo tutto il processo dei flussi informativi, rivedendo il susseguirsi degli eventi partendo da un ampio profilo che includa ambiente, prevenzione, consapevolezza e libertà dei cittadini. Insomma, una visione ampia che rilegga tutto il processo nel suo insieme.

Vorrei far emergere, dati e tempistiche alla mano, che se si fossero messe in atto le corrette terapie fin dalla prima fase e su tutto il territorio, le misure di profilassi, con particolare attenzione alla protezione degli operatori sanitari, si sarebbe evitata l’ecatombe e la crisi economica da lock-down nazionale. Per non parlare del massacro dei nostri anziani nelle case di riposo!

Ora, a epidemia quasi spenta, viene dichiarata la necessità di una vaccinazione di massa contro l’influenza, a buon vantaggio delle case farmaceutiche, quando è sempre più evidente la correlazione fra vaccinazione antinfluenzale e gravità del Covid 19. (https://www.facebook.com/Articolo71/photos/a.109803843911684/175394604019274/?type=3&theater). Inoltre vorremmo sapere su quali evidenze scientifiche si giustifica la vaccinazione antinfluenzale dei bambini dai sei mesi ai sei anni. Ce lo spieghino!

Siamo stati proiettati in una dimensione surreale in cui, a fianco dell’effettiva pericolosità del virus, nessuno sapeva nulla, famosi virologi e politici, ma tutti fingevano di sapere facendo precipitare il paese nell’angoscia e nel panico, con grave danno per i bambini, gli anziani, i disabili e le persone affette da sofferenze psichiche.

La sanità dovrebbe essere, in tutto il mondo, di buona qualità e gratuita: il Covid 19 ha mostrato quanto siamo lontani da quest’obiettivo. Qual è secondo voi il ruolo di Big Pharma in questa questione e cosa dovremmo fare noi cittadini?

MASSIMO L’influenza di BigPharma distorce la realtà sull’effettiva rilevanza delle patologie e delle rispettive cure modificando a volte in maniera sostanziale l’informazione pubblica.

Per ovviare a tale importante problema sarebbe necessario che chi viene invitato a parlare in pubblico sia tenuto a dichiarare eventuali legami con le aziende del settore.

La pandemia del COVID2019 ha evidenziato che i medici sul campo sanno trovare delle risposte efficaci (e sostenibili!) molto prima che i ricercatori possano verificarne la validità. La vera forza sta nella capacità di scambiare liberamente e velocemente esperienze e risultati. Riteniamo che alla clinica dovrebbe essere restituito il valore e la dignità che la costosissima ricerca le ha sottratto.

La ricerca di BigPharma sta sfruttando il caso COVID investendo miliardi di dollari per proporre farmaci costosissimi o, addirittura, ancora inesistenti, quando abbiamo già a disposizione un insieme di farmaci che hanno dimostrato grande efficacia sia nelle fasi iniziali della malattia (idrossiclorochina, azitromicina, eparina), sia nelle fasi più avanzate (plasma iperimmune).

Gli ingentissimi fondi filantropici in campo medico  dovrebbero poter essere indirizzati esclusivamente e in maniera trasparente da enti governativi indipendenti onde evitare una deleteria commistione tra interessi economici, gestione dell’informazione pubblicitaria e necessità sanitarie.

MARIA Grazie Olivier per la domanda “cosa dovremmo fare noi cittadini?” in quanto sposta l’attenzione su tutti noi, sulle nostre capacità di comprendere e agire, senza delegare totalmente la lettura della realtà agli esperti, o presunti tali. Credo che questa sia una responsabilità che dobbiamo assumerci per ricominciare a riflettere su quanto è successo, in modo critico e creativo. Possiamo come cittadini e medici, riscoprire insieme la saggezza che è profondamente connaturata nell’umano sentire e coordinare i saperi in modo funzionale al sorgere della verità, non intesa in modo dogmatico e statico, ma come un continuo divenire che si svela a chi osserva il reale senza pregiudizi, censure o interessi da preservare.

Senza il recupero di un pensiero critico e della libertà di espressione dei medici, temo che ci ritroveremo nuovamente in una situazione drammatica per un altro virus o per l’emergenza climatica ed ambientale che ci sta già ora mettendo in scacco a tutti i livelli.

MAURO Dopo la pubblicazione dello studio di Marsiglia, citato più sopra, ci chiediamo quanti medici hanno sperimentato il protocollo idrossiclorochina-azitromicina nella loro pratica clinica in Italia e li invitiamo a unirsi alla nostra ricerca per condurre insieme uno studio epidemiologico retrospettivo sui casi trattati.

SCRIVETECI A QUESTA MAIL PROVVISORIA: ippocrateor@gmail.com (appena il sito Ippocrateorg.org sarà attivo ne apriremo un’altra)

Maggiori informazioni:

www.ippocrateorg.org (di prossima apertura) ;

Istanza di medici all’AIFA per la reintroduzione dell’Idrossiclorochina nel Covid 19: https://www.nursetimes.org/coronavirus-caos-idrossiclorochina-140-medici-contro-laifa/90879

Lettera a Lancet

Tutti i video di Mauro Rango:

[1]             Oggi otre che nel trattamento della malaria, l’idrossiclorochina trova indicazione sia negli adulti che nei bambini in caso di artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico artrite idiopatica giovanile ,con precauzioni raccomandate per: problemi alla retina,patologie cardiovascolari,cardiomiopatie,insufficienza cardiaca,prolungamento intervallo QT, insufficienza renale ,epatica,carenza di glucosio 6 fosfato deidrogenasi

[2]             L ‘effetto antivirale della idrossiclorochina sarebbe dovuto all’aumento del PH all’interno della cellula proprio perché si lega ai radicali acidi determinando un aumento del PH che diventa più basico con conseguente incapacità del virus a svilupparsi nella cellula .Altro meccanismo d’azione della idrossiclorochina è che impedisce al virus di legarsi alla Porfirina inibendo l’EME che è la parte non proteica della emoglobina( costituita da complesso Ferro+Porfirina+ossigeno) Il coronavirus impedisce il legame tra ferro e porfirina e quindi non si riesce più a trasportare ossigeno, l’idrossiclorochina forma un legame stabile con l’EME sottraendolo al coronavirus. L’azitromicina, invece, oltre all’azione antiinfiammatoria, ha attività antivirale ed immunomodulante.

[3]             Nel 2015 33 studi cinesi rilevavano tale pericolosità (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26564594/

[4]             Uno studio retrospettivo della New York University evidenziava allungamento del tratto QT fino a 500msec (val nor QTc negli uomini 0,44sec ,nelle donne 0.45 sec) con rischio di severe aritmie, è quindi incredibile che nello studio venissero inclusi pazienti con insufficienza renale e contemporanea assunzione di Amiodarone controindicati nel trattamento con idrossiclorochina e azitromicina!!!,e’ spontaneo domandarsi se un tale studio sia ETICO Infatti un allungamento del tratto QT può determinare una aritmia severa che si chiama Torsione di Punta che degenera facilmente in una fibrillazione ventricolare, aritmia mortale che si risolve solo con la defibrillazione elettrica.https://www.facebook.com/v3.0/plugins/like.php?action=like&app_id=&channel=https%3A%2F%2Fstaticxx.facebook.com%2Fx%2Fconnect%2Fxd_arbiter%2F%3Fversion%3D46%23cb%3Df38e56a41933588%26domain%3Dwww.pressenza.com%26origin%3Dhttps%253A%252F%252Fwww.pressenza.com%252Ff1f7e4a337a2ec%26relation%3Dparent.parent&container_width=0&href=https%3A%2F%2Fwww.pressenza.com%2Fit%2F2020%2F07%2Fvincere-la-paura-la-via-del-movimento-ippocrate%2F&layout=button_count&locale=it_IT&sdk=joey&share=false&show_faces=truehttps://www.facebook.com/v3.0/plugins/share_button.php?app_id=&channel=https%3A%2F%2Fstaticxx.facebook.com%2Fx%2Fconnect%2Fxd_arbiter%2F%3Fversion%3D46%23cb%3Df3bbae01fe49b24%26domain%3Dwww.pressenza.com%26origin%3Dhttps%253A%252F%252Fwww.pressenza.com%252Ff1f7e4a337a2ec%26relation%3Dparent.parent&container_width=0&href=https%3A%2F%2Fwww.pressenza.com%2Fit%2F2020%2F07%2Fvincere-la-paura-la-via-del-movimento-ippocrate%2F&layout=button_count&locale=it_IT&sdk=joeyhttps://platform.twitter.com/widgets/tweet_button.96fd96193cc66c3e11d4c5e4c7c7ec97.it.html#dnt=false&id=twitter-widget-0&lang=it&original_referer=https%3A%2F%2Fwww.pressenza.com%2Fit%2F2020%2F07%2Fvincere-la-paura-la-via-del-movimento-ippocrate%2F&size=m&text=%C2%A0Vincere%20la%20paura%3A%20la%20via%20del%20Movimento%20Ippocrate&time=1603627027798&type=share&url=https%3A%2F%2Fwww.pressenza.com%2Fit%2F2020%2F07%2Fvincere-la-paura-la-via-del-movimento-ippocrate%2Fhttps://apis.google.com/u/0/se/0/_/+1/fastbutton?usegapi=1&size=medium&origin=https%3A%2F%2Fwww.pressenza.com&url=https%3A%2F%2Fwww.pressenza.com%2Fit%2F2020%2F07%2Fvincere-la-paura-la-via-del-movimento-ippocrate%2F&gsrc=3p&ic=1&jsh=m%3B%2F_%2Fscs%2Fapps-static%2F_%2Fjs%2Fk%3Doz.gapi.it.zC_UBxQkL9o.O%2Fam%3DwQE%2Fd%3D1%2Fct%3Dzgms%2Frs%3DAGLTcCPdkkXFM2pKO72VEqoUv68EjDzlVA%2Fm%3D__features__#_methods=onPlusOne%2C_ready%2C_close%2C_open%2C_resizeMe%2C_renderstart%2Concircled%2Cdrefresh%2Cerefresh%2Conload&id=I0_1603627027450&_gfid=I0_1603627027450&parent=https%3A%2F%2Fwww.pressenza.com&pfname=&rpctoken=37002725