giugno 21, 2019

Il sospetto di un Nuovo Mito

<Pubblicato su Pressenza il 10.04.2019 

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Il sospetto di un Nuovo Mito

Viviamo nell’angoscia esistenziale che ci scaraventa tra la sensazione di incomprensione totale degli eventi allo spiraglio di un cielo azzurro, di un nuovo inizio.

Siamo nel tempo della destrutturazione, della caduta dei miti, dei tentati imperi; siamo in un tempo qualunquista, dominato dalla coscienza magica, dai rigurgiti di idee e pensieri che la Storia sembrava aver sotterrato; ma, di colpo, sentiamo in noi nascere un’intuizione, sentiamo il Futuro che ci chiama e ci parla di un altro mondo possibile.

Sentiamo, intuiamo la gestazione di un Nuovo Mito, con i personaggi poetici, sconcertanti, tragici ed eroici che ogni mito porta con sé.

Non so se sono riuscito a descrivere il dilemma in cui l’Essere Umano contemporaneo sembra gettato; suppongo di parlare a persone che hanno colto lo schema generale di questa situazione; della classica situazione di crisis, ricordandone l’etimologia: momento di scelta.

Anche gli ultimi echi della cronaca ci parlano di questa scelta, di due direzioni, un cammino del sì e un cammino del no, come ci ricordava Silo in un discorso di molti anni fa.

Non ci sentiamo manichei, sentiamo la responsabilità della scelta ed abbiamo un sospetto, che per uscire da questo stato di dualica contraddizione dobbiamo costruire un nuovo Mito; meglio, che il Mito è già in essere ma che debba rivelarsi.

Questa rivelazione, nel nostro universo di riferimento, ci porta a una stupenda narrazione, quella del Mito del Leone Alato descritta da Silo nel racconto finale della sua raccolta intitolata, per l’appunto, “Il giorno del Leone Alato”: lì il mito è rappresentato e svelato dall’arrivo del Leone Alato che è visto o sognato dall’85% della popolazione mondiale che si accorge di esistere.

Ma mi dica, in quale momento tutto è cominciato a cambiare?… Quando ci siamo resi conto che esistevamo e che, quindi, esistevano anche gli altri? Adesso so che esisto, che sciocchezza! Non è vero, signora Walker?

– Non è affatto una sciocchezza. Io esisto perché lei esiste e viceversa. Questa è la realtà, tutto il resto è una sciocchezza.1

Così mi viene un primo sospetto: ripartire dall’esistenza, dall’esperienza.

E’ un filo, quello esistenzialista, che si è dipanato nel XX secolo ma che, a un certo punto, ha sembrato perdere forza. Il suicidio stesso di Sartre è un’allegoria di quel tentativo, così forte e così doloroso ma anche così necessario. Complementare al rigore husserliano della fenomenologia, alla meticolosa ricerca della Gestalt, alle geniali scoperte del mondo interno negli studi psicanalitici. Connesso anche ad una ricerca sociopolitica che arriva a Laing, al femminismo, alle “ali creative” dei movimenti, alle avanguardie artistiche.

Nel frattempo mi metto ad osservare l’insinuarsi dell’Essere Umano nella vita di tutti i giorni: dov’è andato a finire? Negli orrori della sparatoria in diretta FB? Nella suadente pubblicità “le persone prima delle cose”? Il ripetersi quasi ipnotico della parola umanità, esseri umani? Ripetersi privo di significato o con un significato finalmente superficiale?

Ancora nelle scienze umane risuona la latenza, o l’assenza della definizione dell’Essere Umano; sì, quello con le maiuscole? Chi è quest’essere? Umano, che vuol dire?

Ed anche qui mi soccorre il Maestro, e suggerisce “l’essere storico che trasforma la propria natura attraverso l’attività sociale”2.

Ma quali sono le implicazioni di questa definizione; e quali sono i margini di miglioramento dell’Essere in questione?

Perché, parliamoci chiaro, l’Essere in questione sembra non approfittare molto della sua supposta natura. Va bene, direte voi, il poveretto crede di essere stimolo-risposta, se va bene potrebbe riuscire a credere di essere una macchina biologica; ma di essere un essere intenzionale che vola verso le stelle non gliene importa proprio nulla. Non ci tiene. Sta lì idolatrando un gratta e vinci, con la profonda convinzione che i soldi diano la felicità, che il lavoro nobilita e che i furbi vincono sempre con gli onesti. E che comunque la colpa è sempre degli altri. E’ più comodo.

Ma altri esseri, apparentemente della stessa specie, si fanno domande: chi sono? Dove vado? Da dove vengo? E’ un po’ che le fanno e danno risposte. Sembra che alcune risposte convergano, da molto tempo, in un punto.

La risposta tante volta ripetuta dai saggi di tutte le civiltà tratta gli altri come vuoi essere trattato risuona forte in questo momento; l’anelata Regola d’Oro.3 Risuona nella crisisperché è tanta la forza di chi NON tratta gli altri come vorrebbe essere trattato così quanto è forte la speranza di trattarsi come si vorrebbe essere trattati.

Però come può avvenire il cambiamento? Sembra che il cambiamento avvenga pernecessità.

Sarà arrivato questo momento di necessità vitale? La minaccia di estinzione della specie è concreta e documentata ma sappiamo che per produrre un effetto deve anche esserepercepita.

L’Essere Umano sbaglia ma sembra ritrovarsi nelle svolte della storia. Sceglie nella crisis.

Possiamo sospettare che la crisis sia arrivata e che l’angelos (nel suo etimo di annunciatore, essere che svela la nuova natura delle cose) sia rappresentato da una ragazzina con le trecce, quasi una bambina. Ovviamente l’angelos rappresenta e annuncia la grande accumulazione storica che ha accumulato e sedimentato azioni, conoscenze, comprensioni nel corso della storia. Quelle sedimentazioni che sono l’humus che consente a un Mito di nascere.

Noi siamo qua, col nostro sospetto di mito in cui finalmente l’Essere Umano si riconosca come intenzione, essere storico-sociale, Coscienza-Mondo, libertà di scelta e Regola d’Oro, custode della sua casa, la pachamama, rotondo albergo blu velato dalle nubi.

Un mito sufficiente ad invertire la rotta, a deviare la direzione quel tanto che basta ad evitare la catastrofe.

Siamo ottimisti e dunque ci contiamo, sapendo che questa è la prima azione da fare per poterlo concretizzare.

Questo testo è ispirato dal tema del VII Simposio del Centro Mondiale di Studi Umanisti che si è svolto lo scorso finesettimana.

1 Silo, Il Giorno del Leone Alato, Multimage Firenze 2010

2 Silo, Lettere ai miei amici. Sulla crisi personale e sociale. Multimage Firenze 2006

3 Sulla questione della regola aurea si veda la definizione del Dizionario del Nuovo Umanesimo ed anche il saggio di Emanuela Widmar in Ispirazioni della menteRaccolta degli interventi pubblici 2013-2017 del Centro Studi Umanisti,Multimage Firenze 2018

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giugno 16, 2019

Poggio alla Croce: accoglienza significa una rete di incontri

Pubblicato su Pressenza il 24.03.2019

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Poggio alla Croce: accoglienza significa una rete di incontri

(Foto di Marcie Beyatte : http://prontomarcella.com/2018/05/29/internet-for-immigrants-is-a-reality-today/)

 

Aprile 2017, a Poggio La Croce, piccola frazione  in provincia di Firenze tra il Chianti e il Valdarno, sta per aprire un Centro di Accoglienza e, apparentemente, sta montando un’onda razzista. Ma alcune persone si riuniscono alla ricerca di un’altra risposta. Andreas Formiconi è una di queste persone e gli abbiamo chiesto di raccontarci la storia.

Cosa è successo?

Nell’aprile 2017 in paese si sparse la voce che sarebbe arrivato un insediamento di migranti. Il paese è Poggio alla Croce, ridente località a cavallo dei monti che separano il Chianti dal Valdarno, 190 abitanti, una storia pluridecennale di pacifica convivenza e svariate proficue collaborazioni di interesse pubblico. Dopo pochi giorni dalla notizia erano già state raccolte 230 firme “contro”. La reazione fu violenta, punteggiata da alcune infuocate assemblee popolari che vide la partecipazione delle due amministrazioni comunali interessate, i dirigenti dei potenziali soggetti gestori, funzionari della prefettura, forze dell’ordine, esponenti (non invitati) di partiti in cerca di facili strumentalizzazioni. Un manipolo di cittadini (10-15) intraprese invece un percorso di autoformazione, non in opposizione alla reazione di pancia ma per cercare di capirci qualcosa. Nell’agosto 2017 arrivarono 30 migranti di vari paesi, inizialmente da Senegal, Mali, Ghana, Bangladesh, Pakistan. Di tutte le fosche previsione paventate nei mesi precedenti non si avverò nulla. Invece partì quasi subito una scuolina dove i migranti che lo volessero, ma anche altri nostri cittadini, potevano ricevere supporto su questioni di italiano, informatica, pratiche burocratiche e altro. Da allora, agosto 2017 ad oggi, ogni martedì e ogni giovedì si fa scuola dalle 17 alle 19. Non è mai saltato un pomeriggio, senza nessun bisogno di pianificazione. I cittadini che partecipano non sono solo di Poggio alla Croce ma vengono anche da altre zone circostanti. La scuola non lavora su programmi e contenuti preconfezionati ma sui bisogni degli individui, un po’ come succedeva a Barbiana. Può accadere anche di recuperare e ricondizionare vecchi computer destinati alla rottamazione per distribuirli a chi ne ha bisogno; ne abbiamo recuperati 22 per ora (accettiamo computer da chiunque…).

Nel mese di luglio 2018, a partire da questa storia è stato finanziato un progetto della Regione Toscana. Il progetto ha tre filoni principali: la produzione di un documentario sulla storia di cittadini che reagiscono in modo pragmatico e positivo ad un evento che li concerne, la realizzazione di una rete che colleghi la grande quantità di esperienze positive simili alla nostra che il territorio esprime ma di cui la mainstream information si disinteressa, la realizzazione di un MOOC (Massive Open Online Course) per aiutare soggetti deboli a trovare la loro strada in questo complicato paese, migranti ma non solo. Il progetto è documentato presso lacanet.org (rete del Laboratorio Aperto di Cittadinanza Attiva).

Cosa significa per te, oggi, parlare di “cittadinanza attiva”?

Significa “I care”. Ovvero: ciò che ti circonda e quello che vi accade ti riguarda e, sia che tu agisca in modo qualsiasi o che ostenti indifferenza, ti assumi comunque una responsabilità. Si tratta quindi di rendersi consapevoli di tale responsabilità. Si deve tuttavia imparare a distinguere il prossimo dal remoto. Sul remoto puoi esprimere opinioni e votare. Sul prossimo invece puoi influire in prima persona: uscire di casa, ritrovarti con altri per studiare le questioni, immaginare soluzioni, concertare e attuare attività, studiare gli effetti, correggere, riprovare e via dicendo. Delle volte si fa la differenza ma soprattutto ci si cura. Perché costruire soluzioni ai problemi della comunità vuol dire curare quest’ultima. È questo il senso in cui gli etnopsichiatri si occupano dei problemi causati dall’innesto di insediamenti di migranti nelle comunità. Ma si può anche provare a curarsi da soli, è il nostro caso. E vale anche dal punto di vista individuale. Alla domanda di un giornalista su cosa ci inducesse a “fare i volontari” uno di noi disse: “Di fare il volontario non me frega nulla, vengo qui e faccio queste cose perché sto bene”.

Abbiamo bisogno di incontrarci con gli altri, vicini e lontani: racconta qualche incontro…

Questa storia è fatta di incontri, sostanzialmente. Se togliamo gli incontri non rimane niente. Oggi (22 marzo 2019) S. (Senegal) aveva chiesto un “appuntamento”. Ecco, già questo è un incontro, molto importante. S., quale persona fisica, in realtà l’avevamo già incontrato un anno e mezzo fa, perché era fra i primi arrivati a Poggio alla Croce. Ma l’S. di oggi è completamente un’altra persona rispetto a quello conosciuto allora. Quello era, benché alto e dotato di larghe spalle, emaciato e taciturno. Non si esprimeva, non ti guardava volentieri negli occhi. Un uomo depresso ma soprattutto un uomo che aveva paura – abbiamo capito dopo un certo tempo che quel tipo di espressione e chiusura che esprimono tanti di questi ragazzi è una manifestazione di paura. Ed è una paura che fa molta paura. Oggi S. l’abbiamo incontrato al bar, dove ha accettato di bere qualcosa insieme, sorridente, con una cartella in braccio e delle domande precise su certe sue questioni di lavoro. Un uomo fattivamente alle prese con il suo destino. E similmente due giorni fa è tornato alla scuolina F., raggiante per essere arrivato con la sua nuova bici, acquistata con il suo stipendio. O quando la sera, passando in auto,  vedo tornare dal suo lavoro presso una lavanderia industriale A., che cammina a testa alta con passo energico; un anno fa sembrava un masso, all’inizio pensavo che fosse muto.  Gli incontri di questo tipo sono tanti. E sono quelli che ci interessano, fra vari altri.

La rete Lacanet, che cos’è? a cosa serve?

La storia di Poggio alla Croce è bella ma non è unica. Forse uno dei risultati più interessanti è avere scoperto che il territorio esprime una grande quantità di positività. Purtroppo questa non rende a livello politico o nessuno è riuscito a metterla a frutto. Il degrado del dibattito pubblico allontana i costruttori di mondo e, fra questi, i costruttori di pace. Gente che tende a risolvere problemi in silenzio e che fatica a trovare il tempo per strombazzare risultati ai quattro venti. Però esistono e sono tanti. Non saranno certo la maggioranza ma non sono trascurabili e, soprattutto, sono importanti.

L’idea della rete è semplice: creare uno strumento per far emergere e contribuire a collegare questa realtà, con la speranza di facilitare una narrazione positiva che si contrapponga a quella della mainstream information, prevalentemente negativa. Non è un’idea originale. Un’altra scoperta interessante è stata proprio quella di avere trovato altri soggetti già attivi in questa direzione. L’idea ne esce moltiplicata: credevamo di dover creare una rete autogenerativa, capace cioè di includere spontaneamente nuovi nodi e invece è emerso che la rete ha capacità di svilupparsi ma per sottoreti anziché per singoli nodi. Ora stiamo lavorando per includere due insiemi di dati: da un lato oltre 100 offerte spontanee di aiuto per forme varie di accoglienza, raccolte dal movimento “Umani per Resistere“, e dall’altro circa 200 attività di accoglienza censite nella  rilevazione delle buone pratiche a cura del Progetto della Regione #AccoglienzaToscana“. La rete si concretizza in una crowdmap realizzata con il free software Ushahidi, sviluppato in Kenia nel 2007 per la gestione di catastrofi e emergenze sociali di vario tipo.

Serve anche una rete di persone, mi pare…

Decisamente. Non ci interessano le reti virtuali. Uno dei criteri per la formazione delle rete Lacanet è che, se possibile, ogni nodo sia sostenuto dalla conoscenza diretta di qualcuno che vi opera. E comunque che fra i metadati riservati di ciascun nodo vengano inclusi riferimenti in grado di garantire la reperibilità per ottenere informazioni e aggiornamenti. Oppure, nel caso dell’aggiunta di sottoreti preesistenti, che esista un soggetto in grado di reperire informazioni relative ai singoli nodi.

Al di là dell’obiettivo di far emergere una narrazione positiva vi è il desiderio di usare la rete per far incrociare domanda e offerta di accoglienza, in varie forme. Fino ad ora, la cura per questa rete ha generato una quantità di nuove relazioni personali, per il momento in quantità superiore a quante se ne riesca a gestire. Ma bene così. Viva l’abbondanza!

maggio 25, 2019

Sardegna Pulita alla manifestazione a Roma: il lavoro deve dare vita non morte

Pubblicato su Pressenza il 23.03.2019 – Roma – Olivier Turquet

Sardegna Pulita alla manifestazione a Roma: il lavoro deve dare vita non morte
(Foto di Sardegna Pulita)

Angelo Cremone è protagonista, con Sardegna Pulita, di una strenua lotta affinché non si producano più in Sardegna le bombe che uccidono bambini in Yemen. Gli abbiamo ricolto alcune domande durante la manifestazione di oggi a Roma.

Perché questo è legato alla manifestazione di oggi?

Siamo qui a Roma un’ennesima volta con molto sacrificio in questi mesi per ribadire la nostra contrarietà alle bombe che la RWM costruisce da noi in Sardegna quando è vietato che le costruisca nel suo paese, la Germania. Abbiamo denunciato tutti i ministri competenti del governo italiano attuale che, come quello precedente, appare completamente asservito all’Arabia Saudita.

Oggi qui c’è una grande manifestazione contro le Opere Inutili e per il clima. Il raddoppio della fabbrica di bombe in Sardegna è lavoro malato; la Sardegna non ha bisogno di dare lavoro per costruire ordigni di morte; il lavoro deve dare Vita, non Morte.

Recentemente avete ricevuto minacce, un messaggio di intimidazione e una bomba. Come rispondi?

Il nostro impegno va avanti. Io non ho paura, se chiedete se qualcuno ha paura chiedete ai bambini bombardati in Yemen, loro sì che hanno ragione ad aver paura. Gli amici veri, come i sindacalisti della USB ci hanno manifestato solidarietà, la gente ci capisce e ci appoggia. Noi lottiamo perché si decida in altro modo il destino del popolo yemenita. I sauditi hanno provato a “scalare” con i petrodollari anche il Teatro alla Scala.

Cosa sta succedendo?

Noi di Sardegna pulita abbiamo denunciato i cinque ministri che fanno parte del Comitato Consultivo che dai permessi di esportazione delle armi violando, a nostro avviso, le norme vigenti in materia di esportazione delle armi. Le bombe dicono che fanno il giro per l’Inghilterra e gli Stati Uniti ma noi sappiamo che non è vero, le bombe sarde vanno direttamente in Arabia Saudita.

La Sardegna è terra militarizzata, mentre la cultura sarda è cultura di incontro e accoglienza.

Noi sardi siamo sempre stati un popolo pacifista. Ospitiamo gli amici che arrivano con le barche dalla Libia, dall’Africa.

Siamo un popolo civile e rifiutiamo la guerra. Non vogliamo la Sardegna delle bombe e delle servitù militari.

 

 

aprile 22, 2019

Beretta, OPAL: Con legge modifica della Legittima Difesa, pericolo stragi e aumento omicidi

Pubblicato su Pressenza il 16.03.2019 

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Beretta, OPAL: Con legge modifica della Legittima Difesa, pericolo stragi e aumento omicidi

Giorgio Beretta è uno degli analisti di OPAL Brescia, l’Osservatorio sulle armi leggere, centro di documentazione sul tema tra i più qualificati al mondo. Facciamo con lui il punto sugli ultimi avvenimenti.

PRESSENZA: La strage di Christchurch in Nuova Zelanda in cui il giovane suprematista australiano, Brenton Tarrant, dicendo di ispirarsi al terrorista nazionalfascista norvegese Anders Breivik e al simpatizzante nazifascista di Macerata Luca Trani, ha ammazzato 49 persone in due moschee, ripropone il problema del facile accesso alle armi. Cosa ne pensa?

BERETTA: Una strage simile potrebbe succedere da un giorno all’altro anche in Italia. Ci sono tre elementi che accumunano questi attentati ma anche altri simili stragi avvenuti negli Stati Uniti e in Canada evocati dallo stragista Brenton Tarrant. Il primo è costituito dall’odio razziale di stampo suprematista, il secondo è rappresentato dalla fascinazione di tipo nazifascista e il terzo elemento – e questo è troppo spesso dimenticato dai commentatori – è tutti costoro che hanno fatto stragi e attentati con armi che detenevano regolarmente in quanto legali detentori di armi. Anders Breivik a Utoya (Norvegia), Dylann Roof a Charleston (Sud Carolina), Alexandre Bissonnette a Quebec City (Canada), Nikolas Cruz a Parkland (Florida), Luca Traini a Macerata e adesso Brenton Tarrant a Christchurch (Nuova Zelanda) hanno potuto compiere le loro stragi con le armi che possedevano regolarmente. In altre parole, la miscela esplosiva di odio razziale e di pulsioni nazifasciste è stata legalmente armata dallo Stato che permette detenere armi col pretesto della passione sportiva o della legittima difesa.

Perché dice che potrebbe succedere anche in Italia? Da noi le leggi sulle armi non sono più restrittive e i controlli non sono più rigorosi?

Nient’affatto! La normativa italiana è quanto mai permissiva in materia di detenzione di armi: oggi, a qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane, è generalmente consentito di ottenere una licenza per armi dopo aver superato un breve esame di maneggio delle armi. Tranne nei casi in cui il medico curante o le A.S.L. non lo richiedano specificamente, non sono infatti previsti particolari esami clinici e tossicologici per verificare lo stato di salute mentale e psichica del richiedente e per accertare l’eventuale uso di stupefacenti: tutto si basa su una autocertificazione controfirmata dal medico curante. Ne consegue che con una semplice licenza per “uso sportivo” – grazie anche alle recenti modifiche legislative apportate dalla Lega e approvate dal Movimento 5 Stelle – si possono detenere 3 pistole o revolver con caricatori da 20 colpi, 12 fucili definiti da “uso sportivo” (che comprendono i semiautomatici AR-15, quelli più usati nelle stragi in America) con caricatori da 10 colpi ed un numero illimitato di fucili da caccia e relative munizioni. Tutte gli acquisti di armi vanno, ovviamente, segnalati alle autorità di pubblica sicurezza, ma se si ha una licenza per uso sportivo, che vale cinque anni, si possono regolarmente detenere tutte quelle armi anche se non di pratica alcuna disciplina sportiva.

A inizio febbraio si è tenuta a Vicenza l’Hit Show, cioè una delle fiere principali di promozione delle armi. Quest’anno, anche con la visita di Salvini, Hit Show ha preso una evidente connotazione politica: cosa ne pensa?

Il salone fieristico HIT Show è stato fin dalla prima edizione nel 2015, un’operazione culturale ed ideologica per incentivare la vendita e la diffusione delle armi in Italia. Dietro la facciata di “manifestazione dedicata alla caccia, al tiro sportivo e all’outdoor”, il vero intento è sempre stato quello di ampliare il mercato delle armi da difesa personale e anche di armi cosiddette sportive che sono sostanzialmente quelle in dotazione a corpi speciali, di sicurezza pubblica e privata. Per compiere questa operazione gli organizzatori di HIT Show hanno sempre avuto bisogno di un appoggio politico. Lo hanno trovato, innanzitutto, nelle associazioni vicine alla Lega e alla destra, come quelle del settore venatorio veneto, e in alcuni esponenti politici locali e nazionali di centro-destra: la visita di Salvini, già l’anno scorso poco prima delle elezioni politiche come candidato premier e quest’anno alla vigilia delle elezioni europee, è servita soprattutto a manifestare e rafforzare i legami tra questi settori della politica, quelli del mondo venatorio e dei cosiddetti “appassionati” ed le aziende produttrici di armi.

Eppure HIT Show è stato organizzato inizialmente da Ente Fiere di Vicenza e da tre edizioni da Italian Exhibition Group (IEG), che è una società per azioni i cui maggiori azionisti sono le amministrazioni comunali e provinciali di Rimini del centro-sinistra, così come lo era, fino al giugno scorso, anche quella di Vicenza. Come valuta tutto questo?

E’ proprio questa la faccenda interessante. L’operazione ideologica HIT Show ha trovato sempre pieno sostegno anche da parte delle amministrazioni di centro-sinistra che sono – o sono state – le maggiori azioniste prima di Ente Fiere di Vicenza e da tre anni di Italian Exhibition Group (IEG), la società per azioni che organizza il salone fieristico insieme ad ANPAM. L’interesse da parte di queste amministrazioni è sempre stato uno solo: fare cassa. Non si spiega, altrimenti, il loro silenzio a fronte delle proposte – avanzate da OPAL e Rete Disarmo fin dalla prima edizione di HIT Show – di dotare il salone fieristico di un regolamento, semplice ma rigoroso, capace di impedire attività di propaganda e di chiara rilevanza politica (come le raccolte di firme per proposte di legge, per petizioni o campagne volte a contrastare normative nazionali ed europee, ecc.) e ad escludere tutto ciò che non ha niente a che fare con la caccia, il tiro sportivo e l’outdoor (come le armi da difesa personale, per corpi di sicurezza pubblica e privata e per formazioni di tipo paramilitare, ecc.) e vietando l’accesso agli spazi dove sono esposte le armi ai minorenni anche se accompagnati. Nonostante le mozioni approvate negli stessi Consigli comunali di Vicenza e di Rimini, i sindaci delle due città hanno preferito fare orecchie da mercante e la fiera è così diventata un palcoscenico per i politici della destra per promuovere la loro agenda: ai sindaci di Rimini e Vicenza evidentemente, va bene così, quello che conta per loro – ripeto – è fare cassa.

Il comparto della produzione di armi si presenta come una eccellenza del “made in Italy” con un giro di affari rilevante anche per l’economia del nostro paese: così, almeno, dicono i dati presentati a HIT Show…

E’ bene guardare con attenzione quei dati e quelle cifre. Il comunicato ufficiale diffuso da HIT Show (qui in PDF) riporta che “la produzione di armi e munizioni per uso civile, sportivo e venatorio in Italia vale 7 miliardi 293 milioni di euro, corrispondenti allo 0,44% del Pil nazionale”. E’ una fandonia colossale. Quei 7 miliardi, infatti, non si riferiscono alla “produzione di armi e munizioni”, bensì – come spiega la ricerca commissionata dalla stessa ANPAM (qui in PDF) – rappresenta “tutto il valore totale del settore” compreso “il valore indotto agli altri settori” tra cui figurano quelli della caccia e del tiro sportivo che non dipendono certo solo dalla produzione italiana di armi. L’effettiva produzione italiana di “armi e munizioni per uso civile, sportivo e venatorio” è poco più di 580 milioni di euro: poca cosa dal punto di vista economico se si pensa che l’Italia esporta quasi 5 miliardi di euro di prodottidi “coltelleria, utensili e oggetti di ferramenta” che tra l’altro sono prodotti di bassa tecnologia. Il settore armiero ha costruito ad arte una retorica per apparire rilevante anche dal punto di vista economico e occupazionale: ha certamente una sua importanza, ma il suo impatto maggiore non è quello economico, bensì nell’immaginario popolare e nella narrativa autopromozionale che ha saputo creare presentandosi, appunto, come una “eccellenza” italiana.

Sta per arrivare al Senato, per l’approvazione finale, la nuova legge sulla legittima difesa: potrebbe spiegare quali sono secondo voi gli elementi più critici?

Come ha evidenziato l’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale (AIPDP) questa modifica ci fa passare dal “diritto di legittima difesa” al “diritto di difesa” nelle abitazioni, negli esercizi commerciali e professionali. E soprattutto alla difesa con le armi. La nuova norma rendendo infatti sempre legittima la difesa “con armi legittimamente detenute” porterà molte persone ad armarsi. Vi saranno due prevedibili conseguenze entrambe molto pericolose. Innanzitutto avremo un aumento degli omicidi a seguito di furti e rapine, ma non è affatto detto che le vittime saranno solo o principalmente i rapinatori perché anche costoro si doteranno di armi e le useranno per aggredire e difendersi. Ma, soprattutto, vi sarà un consistente aumento di omicidi con armi da fuoco in ambito familiare e interpersonale che sono, già oggi, gli ambiti più pericolosi e in cui si verificano più di un terzo degli omicidi, cioè tanti quanti ne commettono le mafie o la criminalità comune. Come avverte una ricerca del Censis, “con il cambio delle regole e un allentamento delle prescrizioni, ci dovremmo abituare ad avere tassi di omicidi volontari con l’utilizzo di armi da fuoco più alti e simili a quelli che si verificano oltre Oceano. Le vittime da arma da fuoco potrebbero salire in Italia fino a 2.700 ogni anno, contro le 150 attuali, per un totale di 2.550 morti in più”. Nessuna maggior sicurezza, quindi, anzi l’esatto contrario. Temo che i senatori che stanno per approvare questa legge ne siano coscienti, ma preferiscano far finta di niente: gli interessi politici in gioco sono troppo forti e le elezioni europee sono alle porte…

aprile 18, 2019

Edgardo, grazie e buon viaggio !!

Pubblicato su Pressenza il 04.03.2019 

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Edgardo, grazie e buon viaggio !!
(Foto di Luis Beltran)

Edgardo Perez rappresenta un momento importante della mia vita nell’Umanesimo.

E’ stato dopo un suo seminario all’allora locale fiorentino del Partito Umanista, nel 1985,  che ho capito che ero arrivato nel posto giusto, che quello era l’ambito di persone che provavano sul serio a cambiare il mondo. Era un seminario sulla psicofisica, su come stare nel mondo. Un pezzo importante della proposta umanista di cambiare l’individuo e la società, contemporaneamente.

Edgardo rappresentava quell’ideale di persona, ironica ed irriverente, acuta e non seriosa, che io stavo cercando. Quelle persone “irregolari” che rendono l’umanità più bella, meno prevedibile. Quelle persone di cui ha irrimediabilmente bisogno l’Umanità per andare avanti.

Come l’eroe di questi tempi viaggiava verso regioni inesplorate e tanto dell’Umanesimo africano porta la sua impronta, lì dove lo avevano chiamato lo stregone bianco. Partito, per quella folle impresa, da un locale sgangherato a Milano, il primo Centro delle Culture dove l’idea di un mondo multicolore, accogliente, solidale, tuttora così necessaria, ha preso piede e si è coltivata negli anni ‘90 del secolo scorso. In tempi non sospetti.

Lo stregone è partito per il nuovo viaggio, sapendo di aver lasciato buoni semi sulla Terra. Sarà nostra cura farli germogliare e crescere come meritano.

aprile 18, 2019

Più armi meno sicurezza. Stefano Iannaccone scrive un libro-campagna

Articolo pubblicato su Pressenza il 21.02.2019 – Olivier Turquet

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Più armi meno sicurezza. Stefano Iannaccone scrive un libro-campagna
(Foto di Eppela, elab. Pressenza)

Stefano Iannaccone, che abbiamo già intervistato per la campagna Addio alle Armi sta scrivendo un libro, sempre sul tema delle armi “Sotto tiro: l’Italia al tempo della corsa alle armi”.

 

Perché un libro?

La scelta del libro è dettata dall’esigenza di mettere insieme dati, storie e studi sulle armi in un unico strumento di divulgazione, nel momento in cui il governo spinge per sdoganarle. La riforma della legittima difesa è una sorta di incentivo a comprare armi, facendo credere di poterle usare senza problemi. Ma è in realtà solo un grande affare per la lobby delle armi. Il libro è in sostanza l’evoluzione della campagna Addio alle armi, lanciata da Possibile, e mette insieme quello che abbiamo raccolto aggiungendo altri elementi per arricchire il quadro di informazioni.

Come lo stai realizzando?

Ho prima di tutto raccolto i dati e le storie, partendo appunto dal sito addioallearmi.it, documentandomi poi con varie ricerche e ampliando il raggio. Mi sto approcciando con rigore scientifico, cercando di comprendere l’esatta dimensione del fenomeno e citando vari autori e giornalisti per avere una panoramica completa, con escursioni anche all’estero come la Svizzera, modello di Salvini. Soprattutto parto da un dato incontrovertibile: il numero di vittime di armi legalmente detenute, tra suicidi, omicidi e incidenti (già 14 da inizio 2019) è nettamente superiore ai casi di processi per eccesso di legittima difesa. Dov’è la presunta necessità di cambiare questa legge? Semmai bisogna intervenire sulla legislazione per possedere le armi.

 

Cosa si può fare per aiutarti?

Ho avviato una campagna di crowdfunding, di raccolta fondi, per favorire la pubblicazione e la successiva promozione. Ho fatto questa scelta per avviare una campagna di opinione per sollevare il dibattito e comprendere la risposta di pubblico. Quindi chiunque voglia sostenere la pubblicazione può prenotare in anticipo una o più copie a questo indirizzo (in cui si trovano tutte le informazioni necessarie) https://www.eppela.com/it/projects/22114, fino al 15 marzo. Avrei potuto provare la strada tradizionale del lavoro al libro e della pubblicazione. Ma ho preferito avviare prima la mobilitazione, assumendo i rischi del caso.

 

Cosa intendi fare con questo libro?

Il libro è un modo per diffondere un messaggio di fondo: il maggior numero di armi è una minaccia per la sicurezza. Vogliamo contrastare la propaganda piena di banalità e falsità, secondo cui pistole e fucili aumenterebbero la sicurezza. Non è così: più ci sono armi in giro e più aumentano i rischi di omicidi, anche in casa, penso ai femminicidi. Ecco, per fare un esempio: le donne uccise da armi da fuoco legalmente detenute rappresentano un problema di sicurezza. Un vero problema. Insomma, con questo libro voglio proseguire la campagna di sensibilizzazione, presentandolo nelle librerie, nei circoli, nelle associazioni, insomma portarlo tra la gente, per far capire che in Italia c’è un pericolo: la diffusione delle armi.

aprile 14, 2019

Venezuela, petrolio, democrazia: pesi e misure

Pubblicato su Pressenza il 01.02.2019

Venezuela, petrolio, democrazia: pesi e misure
(Foto di PDVSA)

Lo scenario internazionale mette in scena un copione già visto: improvvisamente appare un “dittatore” che sta opprimendo il suo popolo e il cui “regime” bisogna abbattere in nome della democrazia.

Di per sé già la cosa puzza, soprattutto se andiamo a vedere come è finita nei casi precedenti (Iraq e Libia per citare gli ultimi).

Ma il caso Venezuela è un buon esempio per osservare alcune altre cose che sfuggono all’analisi mediatica e, spesso, anche a quella politica: ambedue le analisi sono infatti dedite alla “distazione di massa” più che a una corretta e ponderata informazione.

Democrazia?

La contestazione al Presidente Maduro è in primo luogo basata sulla presunta mancanza di democrazia.

Ci mettiamo alla ricerca e scopriamo, con un certo stupore, che non esiste un ente internazionale che “certifichi”, in qualche modo e in base a qualche criterio, se un’elezione è democratica o meno, o quanto lo è. Se ce lo potessimo permettere proporremmo di fondare un “osservatorio internazionale sulla democrazia nel mondo”  che cerchi criteri abbastanza oggettivi e faccia dei rapporti; in questo caotico mondo potrebbe essere utile.

Sul Venezuela, e limitandosi alle ultime due elezioni, dati alla mano potremmo dire due semplici cose: Maduro è stato eletto in una competizione elettorale a cui hanno partecipato altri tre candidati di opposizione e ha votato il 46% della popolazione. Ha vinto con oltre il 67% dei voti espressi, quindi con più 30% dei voti teorici; Trump è stato eletto con meno consensi (il 45% di un’affluenza del 55%). Alle elezioni parlamentari del 2015 ha invece vinto l’opposizione conquistando la famosa maggioranza parlamentare. Domanda: qualcuno ricorda un “regime dittatoriale” in cui ha mai vinto l’opposizione alle elezioni? Inoltre, la commissione elettorale è sempre la stessa: è partigiana quando vince il governo e “onesta” quando vince l’opposizione?

Mi sono preso la briga di prendere l’elenco dei 15 principali paesi possessori di riserve petrolifere e dare un occhio ai loro sistemi istituzionali: tre sono monarchie assolute, una è una monarchia parlamentare, ci sono un paio di paesi africani dove in uno il presidente è da vent’anni membro della stessa famiglia, in un altro alle ultime “elezioni” il partito del presidente-dittatore ha preso il 97% dei voti (sic). A qualcuno dei monarchi, dittatori o presidenti dinastici è stata mossa accuse di poca democrazia? Qualcuno ha proposto di eleggere al posto del monarca qualche oppositore?

    Petrolio ?

 

Non ho scelto a caso i paesi con le massime riserve di petrolio. Il Venezuela è in testa, con il 25% circa delle riserve. Ma si può consultare un’altra tabella, quella dei produttori di petrolio, dove invece sono in testa gli USA. Curiosamente quelli che per primi hanno riconosciuto Guaidó.


Passiamo dunque a guardare un’altra tabella a dir poco curiosa, quella del prezzo del petrolio negli ultimi anni. Un grafico di crescita che sembra copiato dalle montagne russe e che necessita di alcune spiegazioni: la prima caduta verticale del prezzo del petrolio corrisponde alla famosa crisi della bolla finaziaria. La seconda, quella che sta rovinando da quattro anni l’economia del Venezuela, dipende dalle decisioni dell’OPEC di far scendere artificialmente il prezzo del petrolio. Perché? Secondo analisti di differenti tendenze per contrastare i progressi nel mercato della vendita dello shale oil, un tipo di petrolio estratto grazie alle tecniche di fracking. Il fracking permette di estrarre del petrolio che non sarebbe estraibile con i sistemi tradizionali ma è molto più caro del sistema classico: se mantieni il prezzo del barile sotto i 60$ il fracking non è più conveniente. Chi è il primo produttore mondiale di shale oil? Gli Stati Uniti, naturalmente. Chi ci ha rimesso di più economicamente nel tenere bassi i prezzi del petrolio? Venezuela e Iran (un altro “stato canaglia”). Così sembra che all’OPEC (dove comanda l’Arabia Saudita, secondo paese per riserve) abbiano fatto una mossa che faceva fuori il primo e il terzo paese per riserve e il primo produttore nel mondo. Quest’ultimo (USA)  poteva forse pensare (il paese o forse, meglio, le potenze finanziarie e speculative che lo manovrano) che il modo migliore di risolvere il problema fosse mettere le mani su un quarto delle riserve di greggio disponibili (Venezuela).

Cosa comporta questo brusco calo del prezzo del 2015? Comporta che il governo bolivariano ha la metà di soldi in mano. Come aggravante già subisce embarghi più o meno ufficiali sui macchinari che servono per estrarre il petrolio (il petrolio venezuelano è di un tipo particolarmente difficile da estrarre) e quindi diminuisce anche la produzione.

Di conseguenza il sistema di sussidi sociali, il sistema sanitario e  educativo che sono alla base della società bolivariana entrano in crisi perché hanno la metà dei soldi e questa crisi, oltre ad altre manovre speculative sul cibo e i generi di prima necessità produce malcontento sociale su cui la destra soffia, alimentandolo e generando situazioni di insicurezza sociale, attacchi violenti e disordini che aumentano il clima di violenza presente nel paese.

Col senno di poi possiamo criticare il governo Maduro per non aver saputo prevedere questo disastro e non aver trovato in tempo le contromisure. Nel frattempo qualcuno dice qualcosina all’Arabia Saudita che, oltre ad essere una retrograda monarchia assoluta e un paese guerrafondaio che ha generato ad arte una guerra civile in Yemen,  viola sistematicamente i diritti umani e il cui illuminato sovrano ha permesso alle donne di andare allo stadio a vedere la finale di supercoppa italiana, purché accompagnate da un uomo?

Il parlamento europeo ha appoggiato il capo dell’opposizione saudita? No, perché il capo dell’opposizione saudita non c’è. L’ultimo di cui si è sentito parlare è stato decapitato parecchi anni fa.

Se un paese viola le leggi internazionali stabilite dalla Carta delle Nazioni Unite, sottoscritta da tutti, esiste la Corte Internazionale di Giustizia che è un ente preposto a giudicare questi casi. In quella carta sono ben scritti i principi di non-ingerenza negli affari interni e quello di divieto di violazione della sovranità nazionale. Lo sa bene l’esercito israeliano che passano il tempo a fare incursioni in Siria per attaccare postazioni iraniane installate in quel paese col permesso del governo locale; da quest’anno lo dichiarano apertamente, mentre prima smentivano che fosse successo. C’è stata una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dopo l’ultima violazione?

Potremmo in base a questi dati e queste semplici osservazioni dichiarare che ci sono due pesi e due misure che la comunità internazionale usa quando si tratta di giudicare i paesi.

Esistono evidentemente altri poteri che regolano la comunità internazionale; personalmente sono incline a pensare che siano sempre meno geopolitici e sempre più legati a aspetti della speculazione finanziaria che sfuggono all’analisi e che a volte sono aleatori scontri tra bande che non vediamo, e che non vedremo mai.

Ma quello che può fare ognuno è disipnotizzarsi dalle armi di distrazione di massa;  quest’articolo l’ho scritto mettendomi a un computer, studiando su internet, mandando qualche mail a qualche amico che ne sa più di me; ma soprattutto ponendomi domande e cercando risposte plausibili. Forse è più facile sedersi in poltrona e bersi tutto quello che dicono… ma pensare, studiare e fare relazioni lo trovo più divertente, e più utile a me stesso e agli altri.

aprile 3, 2019

Ma perché vogliono fare la Torino-Lione ?

Pubblicato su Pressenza il 19.01.2019

Ma perché vogliono fare la Torino-Lione ?
(Foto di Flickr)

Seguo da numerosi anni la faccenda della Torino-Lione; non sono un esperto, anche se Pressenza ha pubblicato numerosi comunicati del Movimento No-Tav ed io personalmente intervistato persone molto più esperte di me sull’argomento. Una cosa che mi ha sempre colpito del Movimento No-Tav è la pacatezza degli argomenti, la popolarità dei componenti (dai bambini ai nonni), il radicamento nella valle, l’assoluta nonviolenza e, soprattutto, la grande documentazione e capacità di studio.

Siamo alla fine della famosa fase del governo di studio dei costi e dei benefici e mi auguro che questa tremenda mole di studi fornita dal Movimento sia stata presa in considerazione. Personalmente, da sempre, la mia convinzione è che la Torino-Lione non vada fatta per una quantità di motivi ecologici, economici, di territorio; non mi serve un’analisi costi-benefici, mi basta sapere che esiste la concreta possibilità che bucando quella montagna possano uscire sostanze tossiche che potrebbero far ammalare la gente dell’intera Val Padana, per me basta così, quali costi-benefici, prima viene la salute delle persone, punto.

In ogni caso è stato già spiegato fino alla noia che ci sono numerosi motivi per non fare la Torino-Lione, motivi anche molto diversi tra loro e da numerosi punti di vista. Ma perché, di fronte a tanta argomentazione e documentazione, si vuol fare lo stesso? Perché si mobilitano forze politiche e sociali di diverso segno stranamente riunite sotto al bandiera “sì TAV”?

Non sono un economista, non sono un politico, sono semplicemente una persona che cerca di essere ragionevole e coerente con alcune idee di base che mi paiono valide; di conseguenza non mostrerò cifre e non farò proclami elettorali ma cercherò di seguire il filo di un semplice ragionamento che possa essere comprensibile a qualunque persona; un ragionamento che non ha l’obiettivo di convincere nessuno ma piuttosto quello di segnalare un fenomeno: ognuno trarrà le conclusioni che gli parranno opportune.

Parlare del TAV, di questa e di tutte le altre, comporta allargare il discorso alle cosiddette Grandi Opere. L’idea delle Grandi Opere, in senso moderno, è un argomento della cultura industriale; in Italia le Grandi Opere iniziano con il fascismo e continuano con il boom economico del dopoguerra: ponti, dighe, bonifiche, autostrade, centrali nucleari, viadotti, navi da crociera sono sottoprodotti della grandiosa idea del “progresso”, dello “sviluppo senza limiti” della civiltà industriale; l’ultima frontiera di questo mito è la conquista dello spazio, il massimo della grande opera tecnologica. Il fatto che queste Grandi Opere siano state spesso funestate da Grandi Incidenti (Vajont, Chernobyl, Titanic, Apollo 13, Ponte Morandi ecc…) non ha levato nulla alla caratteristica del Mito dentro le quali sono inserite; nel Mito un po’ di Tragedia non guasta.

Questo il trasfondo mentale delle Grandi Opere, trasfondo di cui è pieno il paesaggio mentale in cui si sono formati i decisori sociali ancora in auge.

Ma c’è un altro aspetto, più terra terra, che corrisponde alla piega che le questioni economiche hanno preso negli ultimi 50 anni, più o meno: l’avanzata della speculazione finanziaria e il suo dirigere la politica e l’economia dalla seconda metà del XX° secolo ad ora. L’economia si è andata sempre più finanziarizzando e concentrando: sono anni che i guadagni sono sempre meno reinvestiti in produzione e se ne vanno sempre di più verso la speculazione finanziaria; allo stesso tempo sono sempre di più le fusioni e concentrazioni di aziende: sempre più potere, sempre in meno mani. E queste mani hanno un solo semplice interesse: il profitto.

Le Grandi Opere si inseriscono a meraviglia in questo processo: quando si mettono in moto ci sono banche (che sono il braccio armato della speculazione finanziaria) che prestano soldi (a privati o a governi, che importa) per la realizzazione della Grande Opera; questa messa a disposizione è un guadagno in sé dato che non c’è alcun rischio perché quei soldi in qualche modo torneranno indietro sia che l’Opera si faccia sia che non si faccia. Nel caso peggiore c’è sempre un governo (di qualunque colore) che “salva” la banca “nell’interesse dei risprmiatori”.

E qual’è l’altro innegabile vantaggio della Grande Opera? Che muove un sacco di soldi: un sacco di soldi un sacco di vantaggi. Perché, per esempio, non si investe e si incentiva il settore del fotovoltaico che potrebbe ancora risolvere ecologicamente i problemi energetici? Perché il fotovoltaico comporta diffusione sul territorio, pochi soldi distribuiti tra la gente; tentarono di fare “centrali solari” parecchi anni fa in California e si resero conto che una “Grande Opera Solare” era un’assurdità e perfino poco conveniente ed efficiente.

Meglio Grandi Opere, tanti soldi, molto tempo per realizzarle (tanti buoni interessi) e sicurezza di vincere comunque. Distruggono l’ambiente, sono pericolose per la salute, non risolvono i problemi che dicono di risolvere? Che importa, l’importante è il profitto che producono per quei due gatti che ci devono guadagnare e che distribuiranno, magnanimi, qualche spicciolo e un pochino di potere ai lacché che appoggeranno la causa. Ai quali l’incarico di trovare gli argomenti economici ed ideologici per giustificare la faccenda.

Così forse qualcuno capirà come la Torino-Lione raccolga strani consensi trasversali e perché le Grandi Opere facciano rimangiare promesse elettorali a più di un partito.

Dobbiamo smettere di credere in chi non mette in discussione il dogma centrale del profitto, legato strettamente a quelli del potere e del lavoro; dobbiamo rimettere al centro l’Essere Umano e quando diciamo questo stiamo parlando dell’importanza di ogni singola persona e del suo diritto, per il solo fatto di nascere, di vivere una vita degna, piacevole, confortevole e in cui possa trovare un senso.

Questa è la priorità umana del momento, un nuovo paradigma, un nuovo senso e un nuovo destino, senza scorciatoie. E questa priorità comporta scelte personali e sociali di un altro tipo, in base a valori e non a interessi.

marzo 18, 2019

Le donne lottano anche in Afghanistan per liberarsi dal maschilismo

Pubblicato su Pressenza il 17.01.2019

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Le donne lottano anche in Afghanistan per liberarsi dal maschilismo
(Foto di FWAN)

Salma Atai e Atai Walimohammad sono fratelli molto uniti anche se vivono l’una ancora in Afghanistan e l’altro in Puglia, fuggito dal concreto rischio di essere ucciso dai Talebani come racconta nel suo libro “Ho rifiutato il paradiso per non uccidere”. Salma ha fondato l’associazione FWAN (Free Afghan Women Now) un paio di mesi fa e il fratello le da una mano destinando i guadagni del suo libro a finanziare l’associazione. Questa intervista è con lei, ma tramite lui.

Salma, parlaci di te.

Non sono una brava ragazza musulmana, so leggere il Corano, faccio 5 volte le preghiere al giorno ma sono contro la dottrina dei talebani e di coloro che mandano i bambini a farsi saltare in aria per andare in paradiso; contro chi fa uccidere altri esseri umani, contro gli uomini che picchiano le donne e pensano che le donne siano le schiave e devono essere chiuse nelle case come prigioniere, contro chi semina odio e chi crede che la guerra abbia qualcosa di santo, la guerra non può essere santa. E in Afghanistan le guerre si fanno per il petrolio, per gli interessi economici degli stranieri con cui non c’entra niente la cultura afgana e la religione Islamica.

Qual’è lo scopo della tua vita?

Lo scopo della mia vita è quello di liberare le donne afgane dallo schiavitù e prigioni dei mariti, suoceri e i genitori, nonostante le minacce che ricevo quotidianamente non solo dai talebani, ma anche dalla stessa gente del suo villaggio. Mi minacciano perché non rispetto i costumi e le tradizioni del villaggio e dei talebani. Le donne qui da noi sono schiave dei mariti, costrette ad obbedire e soddisfare qualsiasi desiderio e di qualsiasi natura. Le donne piangono tutti giorni per colpa dei loro mariti, suoceri e genitori, perché le picchiano fino alla morte se non mettono il Burqa o escono di casa senza il permesso o se non cucinano e non curano i bambini.

Tu avevi un’amica, vuoi raccontare la sua storia?

La mia amica si chiamava Shaiema e aveva 15 anni, era stata venduta ad un signore che aveva 50 anni, già altre due moglie e 8 figli. La situazione a casa di Shiema era difficile, suo padre era un uomo crudele. Non poteva contare più nemmeno sulla madre a cui un giorno il marito, “per sbaglio”, gli aveva sparato in testa con il kalashnikov. Dopo tre operazioni alla testa era rimasta paralizzata, cieca e muta.

Quando Shiema ha compiuto i sedici anni, il padre in cambio di una cospicua somma di denaro la vendette è iniziò ad organizzare il matrimonio della figlia. I parenti dello sposo sono arrivati a casa per prendere le misure per fare il vestito a Shiema. Quel giorno tentò di ribellarsi, ma il padre la massacrò di botte davanti ai parenti dello sposo che, compiaciuti, presero le misure. Passarono altri giorni, era più di un mese che Shiema non mangiava più. Una sera, entrò in camera di sua madre, appese una fune ad una trave, infilò la testa nel cappio e si impiccò come tutte le altre donne che non voglio sottomettersi e preferiscono la morte.

Cosa hai pensato di fare?

Quando ho saputo della morte di Shiema, ho pianto tanto ed ho deciso di combattere per aiutare le donne di liberarsi da quell’inferno, ho preso la penna ed il quaderno e ho cominciato a studiare prima di nascosto e poi, quando mio fratello mi ha difesa, ho studiato alla luce del sole ed ero molto contenta. Ovviamente, l’unica a non essere contenta era nostra madre che voleva darmi in moglie ad un imam del nostro villaggio. Ma mio fratello, come unico maschio in famiglia poteva opportsi e l’ha fatto. Per una volta le regole maschiliste sono servire a qualcosa.

Cosa vuoi fare con l’associazione?

Con questa associazione cerchiamo di far capire alle donne che esistono anche per loro i diritti, e non devono dire sempre “Si” ai mariti, suoceri e genitori. Presto attiveremo un numero verde con cui le donne possono contattarci in caso vengono maltrattate, abbiamo intenzione di andare nelle zone rurali ma purtroppo l’attuale situazione del paese non ci permette di spostarci ed i talebani stanno prendendo di nuovo il potere. Ma sono sicura che farò qualcosa per le donne afgane, anche se non sarà facile e ci vorrà tanto tempo, perché sono le donne afgane che non conoscono i loro diritti e quando le parli, a volte rimangono a bocca aperta, perché sentono per la prima volta nella loro vita che non sono nate per essere schiave.

Cosa avete già fatto?

Abbiamo trovate altre 5 ragazze volontarie, due di queste ragazze erano costrette al matrimonio forzato, e quindi sono le persone che hanno già un passato pesante come me, conoscono bene le problematiche delle donne afgane. Abbiamo parlato con circa 160 persone da quando ci siamo attivate.

Abbiamo già fatto capire a tante donne che possono ribellarsi ai maltrattamenti che affrontano quotidianamente, ai matrimoni forzati ecc.

Abbiamo aperto una sede che per motivi di sicurezza non ha la nostra insegna fuori; siamo attive sia fisicamente che tramite i social network per portare avanti il nostro progetto.

marzo 3, 2019

Attivisti e giornalisti: costruire una rete

Publicato su Pressenza il 13.01.2019

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Attivisti e giornalisti: costruire una rete

Vogliamo celebrare, come tutte le redazioni di Pressenza sparse nel mondo, i 10 anni di esistenza della nostra agenzia stampa per la Pace e la Nonviolenza con una serie di iniziative che siano utili all’obiettivo di fondo per cui facciamo le cose: cambiare il mondo in una direzione pacifista, nonviolenta, umanista, nondiscriminatoria.

E’ buono ricordare sempre perché facciamo le cose: non per il prestigio, non per il potere ma per un mondo migliore; non per il proprio personale tornaconto ma per il bene di tutti. E questo non è retorico perché corrisponde a una pratica che si può vedere, valutare tutti i giorni.

In questo contesto stiamo organizzando incontri in varie città italiane e un convegno al Monastero del Bene Comune ad Aprile che cercherà di sintetizzare quanto uscito dagli incontri locali (alla fine di questo articolo trovate anche i dettagli pratici degli incontri già definiti) ed anche di cominciare a costruire questa rete. Il convegno è ancora in fase di organizzazione pratica ed ogni suggerimento o proposta è assolutamente bene accetto, scrivere al sottoscritto che coordina l’organizzazione.

Inoltre stiamo cercando di aumentare la nostra diffusione sui social con interventi mirati su Facebook e Twitter. Il primo intervento lo trovate, pronto per condividerlo, qui. Mettere almeno un like, condividerlo e commentarlo è un modo semplice di appoggiare Pressenza e di aiutare la sua diffusione.

Qui di seguito il materiale di inquadramento le cui idee guidano i nostri incontri in varie città. Se qualcuno ne volesse organizzare altri la redazione è pronta a partecipare e ad aiutare alla realizzazione. Scrivere a redazioneitalia@pressenza.com

Attivisti e giornalisti indipendenti, l’urgenza di costruire una rete

In questo momento di crisi il vecchio mondo delle violenza (economica, sociale, mediatica, interpersonale) sta, speriamo, dando i suoi ultimi colpi di coda attraverso una preoccupante deriva razzista e fascista che investe molti paesi; il nuovo mondo si esprime e cresce, ma non trova ancora il suo spazio. I media tradizionali credono ancora di essere il famoso quarto potere, ma sono sempre più al servizio della speculazione finanziaria e di quel modello socio-culturale costruito da una minoranza accentratrice ed affarista.

Ma  esiste anche una diversa tendenza informativa e mediatica: un’altra voce, un nuovo modello che è iniziato dalle prime radio libere, dai fogli di quartiere e da altre forme di divulgazione di prossimità e oggi è cresciuto consolidando un nuovo concetto di informare e fare informazione, grazie all’avvento di Internet e delle reti sociali. Questa tendenza si manifesta anche nei tanti giornalisti che non accettano le regole del mercato, ma rivendicano la loro professionalità e indipendenza, denunciano la violenza in tutte le sue forme e promuovono forme di aggregazione e lavoro basate sul consenso, la reciprocità e la collaborazione.

Se per un verso queste nuove tendenze sono capaci di rilevare e raccogliere le espressioni, le aspirazioni e le esigenze di umanità, solidarietà e rispetto dei diritti umani di tanta gente, per un altro talvolta mostrano difficoltà nel fare rete, nel parlare e comunicare tra loro, nuocendo così fortemente al rafforzamento e alla crescita di un’informazione indipendente.

Occorre dotare questa informazione indipendente di strumenti sinergici adeguati per dargli potere e presenza e per renderla la voce di chi non ha voce, in una stretta relazione con gli attivisti, che a loro volta hanno spesso problemi a  coordinarsi tra loro e rischiano di scoraggiarsi davanti all’avanzare della violenza, alla criminalizzazione della solidarietà e alla difficoltà a far conoscere iniziative e posizioni.

Incontri locali già definiti:

MILANO

Giornalisti indipendenti e attivisti, l’urgenza di fare rete. Esperienze e dialoghi per raccontare il presente e proiettarsi verso un altro futuro

DoveArci Bellezza

Quando20 gennaio ore 10 – 17,30

Modera: Lorella Beretta, giornalista free lance

Interventi:
Anna Polo, agenzia stampa Pressenza
Christian Elia, QCode
Angelo Ferrari, agenzia Agi
Raffaele Masto, Radio Popolare
Redazione Radio Onda d’urto
Riccardo Gatti, capo missione di Open Arms
Roberta Ferruti, operatrice della Rete dei Comuni Solidali
Laura Silvia Battaglia, giornalista free lance, Radio3Mondo

Ecco i dettagli nell’evento FB

ROMA

Giornalisti indipendenti e attivisti, l’urgenza di fare rete – Esperienze e dialoghi per raccontare il presente e proiettarsi verso un altro futuro
Dove: Città dell’Altra Economia, Largo Frisullo – 00153 Roma – Ingresso libero

Quando: domenica 10 febbraio dalle 10 alle 18 circa, con un intervallo per il pranzo

ModeraLorella Beretta, giornalista freelance

Interventi:

Domenico Musella, redattore agenzia stampa Pressenza,
Andrea Stocchiero, Coalizione italiana contro la povertà
Marta Bellingreri, ricercatrice e giornalista freelance
Stefano Corradino, direttore Art. 21
Riccardo Gatti, capo missione Proactiva Open Arms
Alessandra Profilio, direttrice Italia che Cambia
Annalisa Camilli, giornalista Internazionale
Stefano Galieni, giornalista Left
Sabika Shah Povia, giornalista associazione Carta di Roma
Soumalia Diawara, poeta del Mali
Giorgia Linardi, portavoce Sea Watch Italia

Alla fine degli incontri locali verranno raccolte le varie proposte che, si spera, convoglieranno in un progetto concreto da esporre all‘incontro nazionale del 6 e 7 aprile al Monastero del Bene Comune, a Sezano dove confluiranno le esperienze fatte negli eventi delle città. Anche quello sarà un momento di lavoro, con conferenze ma anche gruppi di lavoro, da cui speriamo di uscire con immagini chiare per un lavoro comune.

Altri eventi sono in corso di realizzazione a Firenze e a Napoli