gennaio 26, 2017

La memoria per il domani

Domani è il Giorno della Memoria. Mi son ricordato che tanti anni fa ho scritto la prefazione al libro di Edilberto Oré Cardenas “All’ombra di Sendero”, edito da Multimage in cui parlo per l’appunto del tema. Così eccola qua ripubblicata.

 

Non avete fra le mani un capolavoro della letteratura latinoamericana né un futuro best seller. Avete fra le mani la testimonianza di una persona semplice, di una persona che ha dovuto abbandonare i suoi studi travolto da un disastro che ha coinvolto la sua gente.

Questa persona, Edilberto Oré Cardenas, ci descrive con minuzia etnografica cosa è successo per anni al suo popolo; ci parla di nomi e cognomi, di parentele, di luoghi, di circostanze in cui sono successe cose orribili, difficili da leggere e perfino da accettare come possibili. Queste cose sono accadute tra quelle montagne e sono state negate dai politici e dai governi, dimenticate dai media, tentando di cancellarle dalla coscienza umana.

Edilberto scrive un libro necessario da scrivere, necessario da pubblicare, necessario da leggere per la memoria di tutta l’Umanità; uno dei tanti documenti possibili della memoria dei popoli intenzionalmente dimenticata da questo Sistema.

In un recente discorso il Comandante Marcos dice:

“I nostri anziani ci hanno insegnato che la celebrazione della memoria è anche la celebrazione dell’oggi. Ci hanno detto che memoria non è distogliere il volto e i cuore dal passato, non è uno sterile ricordo di risa o di lacrime. La memoria, ci hanno detto, è una delle sette guide con le quali il cuore umano condivide i suoi passi. Le altre sei sono la verità, la vergogna, la coerenza, l’onestà, il rispetto di se stessi e degli altri, l’amore.

Per questo, ci dicono, la memoria guarda sempre l’oggi ed è questo paradosso che permette che in questo oggi non si ripetano gli incubi e che giungano nuove gioie (parte essenziale della memoria collettiva).

La memoria, dicono i nostri anziani, è soprattutto un potente vaccino contro la morte ed un alimento indispensabile della vita. Per questo chi conserva e cura la memoria, conserva e cura la vita; e chi non ha memoria è morto.”

Leggendo queste parole ci è venuto in mente una volta di più questo libro, difficile e necessario ed il suo progetto vitale di riconciliazione e di ricostruzione sintetizzato ed in marcia grazie alla campagna di appoggio umano del Movimento Umanista. Nel correggerlo e nel migliorarlo e nel ringraziare tutti coloro che hanno dato una mano in questo (Edilberto stesso, Silvia, Laura, Daniela, Daria e tutti gli altri) vorremmo dare il nostro contributo a questa impresa di non dimenticare lo ieri, per  l’oggi e per il domani.

 

Olivier Turquet

Direttore Editoriale della Multimage.

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gennaio 25, 2017

Olivier Turquet “Non c’è miglior parola di antiumanesimo per definire la destra”

Questa intervista l’hanno fatta a me ed è uscita su Pressenza il 13.12.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Portoghese

Olivier Turquet “Non c’è miglior parola di antiumanesimo per definire la destra”
(Foto di Redazione Ecuador)

A Pressenza Internazionale En la Oreja abbiamo intervistato Olivier Turquet, qui l’audio e la trascrizione:

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L’Europa continua ad essere luogo di grande movimento politico, con la crescita della destra xenofoba sia in termini di appoggio popolare sia di spazio ceduto alle sue opinioni razziste e intolleranti sui mezzi di comunicazione.

Lo scorso fine settimana si sono svolti due atti elettorali che cercheremo di decifrare un po’. Uno in Austria, dove per la seconda volta si è ripetuta la seconda tornata delle elezioni presidenziali: il candidato del partito verde ha vinto con un vantaggio del 7,8% sul concorrente del partito di ultra-destra.

Dall’altra parte, l’Italia ha consultato la sua popolazione sulla possibilità di effettuare alcuni cambiamenti costituzionali che presumibilmente le avrebbero dato una maggiore stabilità politica, in un paese che ha avuto 64 governi diversi nei 72 anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Con noi, dalla città di Firenze, culla dell’umanesimo storico, per parlare di questi due temi è presente Olivier Turquet, coordinatore della redazione italiana di Pressenza.

Olivier è autore, professore e editore con una propria casa editrice, che pubblica libri sulla pace, la nonviolenza e l’umanesimo universalista.

Prima di parlare del fenomeno austriaco, racconta ai nostri ascoltatori equadoriani, che magari non hanno prestato molta attenzione agli avvenimenti italiani, quali sono state le proposte del governo che si sarebbero volute approvare, e gli antecedenti di queste proposte? E qual è stato il risultato?

Prima di tutto, credo sia necessario spiegare che la costituzione italiana è una costituzione relativamente nuova, ha circa 70 anni ed è figlia della fine della Seconda Guerra mondiale. E’ contemporanea della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, con un anno di differenza, e dello stesso clima politico e culturale dell’epoca. Un clima, cioè, di ricostruzione nazionale, europea, mondiale. Questo è un fattore molto importante. C’è una parte importante della società italiana che, nonostante il colore politico, tiene molto a questa costituzione, perché l’hanno costruita insieme comunisti e democristiani, repubblicani e liberali.

La questione del cambiamento della costituzione ha un lungo processo, questa è stata la terza volta che hanno cercato di cambiarla e la terza volta che hanno fallito. In questo caso, nel plebiscito che si è svolto per confermare il cambiamento, si è trattato di secco no. Da una parte c’è stata una partecipazione popolare molto importante, quasi il 70% dei votanti, cosa che non è accaduta in altri recenti plebisciti, e il no ha vinto con quasi il 60% dei voti. C’erano due fattori, uno era il tema del cambiamento, che era molto confuso e mescolava molte cose, ma ciò di cui parlava il governo, che diceva Matteo Renzi, era la questione della stabilità. La gente ha detto che la stabilità non vale la mancanza di diritti politici. Questo è il tema più importante.

Il fronte del no era molto vario, c’era la destra, qualcuno di centro, l’estrema sinistra, gli umanisti, la Lista Civica, il movimento di Beppe Grillo. Praticamente, Renzi ha finito per mettersi contro tutti e ha cominciato a personalizzare molto questa riforma. Così questo no è stato anche un no a Renzi. Comunque, noi come Pressenza abbiamo dato molta informazione sui temi specifici, perché ci è sembrato importante informare la gente e ci è sembrato importante che potesse decidere per il sì o per il no. Nei nostri commenti abbiamo sottolineato che bisognava differenziare la politicizzazione del plebiscito dalla decisione del si o no al cambiamento della costituzione. Una costituzione assai progressista, una delle poche al mondo che rifiuta la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Questo articolo non era in discussione, era piuttosto nel contesto; il contesto era quello di semplificare, di eliminare una delle due camere, c’erano vari temi. Tutto in senso autoritario, di restrizione della libertà e, inoltre, molti analisti dicono che si trattava di quello che la Goldman Sachs aveva richiesto ai governi europei per continuare con i suoi investimenti. Cosicché c’era un’influenza molto forte da parte delle imprese internazionali di speculazione finanziaria per evitare che i popoli potessero decidere.

Possiamo dire che questo risultato è stato sorprendente, come quello della Brexit, di Trump o il no alla pace in Colombia? O è stato ciò che ci si aspettava?

Questo risultato è stato inaspettato. Effettivamente è stata fatta molta pressione per il sì. In realtà, fino all’ultimo Beppe Grillo, che era per il no, nel suo discorso diceva di essere preoccupato per la tremenda divisione del paese. Alla fine la tremenda divisione del paese non c’è stata, perché quasi il 60% ha votato no. In queste situazioni, normalmente, non c’è una maggioranza così grande. Alcuni ricordavano il referendum per confermare il divorzio, che pure è stato vinto in modo molto chiaro, 60 a 40. Ha sorpreso alcuni che in malafede volevano dire in tutti i modi che avrebbe vinto il sì.

Ormai più nessuno si sorprende per nessun risultato. Allargando un poco lo sguardo a tutta l’Europa e al paese a nord, l’Austria, sembra che ci sia stata una crescita popolare molto grande per la destra, cosa che fa parte di un fenomeno in aumento nel vecchio continente. Come lo si vede dall’Italia? Il fenomeno è reale o è un effetto dei mezzi di comunicazione?

Sicuramente i media hanno un punto di vista che non è molto interessante, perché se si guardano i diversi fenomeni, ci si rende conto che c’è un denominatore comune che non è la destra tradizionale. Non è che vincano quelli di destra, vincono gli antisistema. In Italia ora gli antisistema sono rappresentati dal Movimento 5 Stelle, in cui c’è di tutto, all’interno ci sono anche fascisti, che in più dichiarano che la divisione tra destra e sinistra è ormai superata. Noi non siamo d’accordo con questo, pensiamo che la sinistra, con tutti gli errori, sia migliore della destra. Non ci sono parole migliori dell’antiumanesimo per definire la destra, non servono altre parole. Ma loro, con questa cosa di mischiare un po’ tutto, di avere una posizione anti-immigrazione, e allo stesso tempo posizioni molto ecologiste, sono una mistura strana. Ma sicuramente loro stessi non dicono di essere un movimento di destra. E ora prendono circa un terzo dei voti in Italia. Più di Marine Le Pen, meno che in questa polarizzazione, il candidato di estrema destra austriaco. Bisogna considerare che in Austria aveva dietro tutta la destra. I due partiti storici che in Austria hanno sempre vinto, hanno perso entrambi, e hanno lasciato spazio a uno strano ecologista a sinistra, per così dire, e a quest’uomo, Hofer, di estrema destra, a destra. Ma il realtà, prima di tutto ciò, e non se ne parla già più, i due partiti che vincevano sempre, i liberali e i socialdemocratici, hanno perso le elezioni. Questo è antisistema. Cioè i due elementi, molto diversi tra loro, l’ecologista e il nazi, erano i due antisistema. Io direi che in questo momento sta vincendo la confusione, quello che grida più forte e l’antisistema. Tornando al plebiscito, direi anche che una compositiva, che a me non piace ma che riconosco nel no, è stata antisistema. In quel momento Renzi rappresentava il sistema.

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

 

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gennaio 25, 2017

Akop Nazaretian: un momento cruciale della storia dell’evoluzione umana

Pubblicato su Pressenza il 31.12.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Akop Nazaretian: un momento cruciale della storia dell’evoluzione umana

Attigliano, 29 Ottobre 2016. In occsione del Simposio Internazionale del Centro Mondiale di Studi Umanisti “La rivoluzione umana necessaria” abbiamo intervistato lo scienziato russo Akop Nazaretian che ci ha parlato del suo libro “Futuro non-lineare”, recentemente pubblicato in spagnolo e di prossima traduzione in italiano.

Video di Dario Lo Scalzo

Trascrizione del testo spagnolo di Mayte Quintanilla

 

Di cosa parla il tuo libro Futuro no lineal, pubblicato di recente?

Cerchiamo di capire quali scenari dello sviluppo della sensibilizzazione terracquea ci aspettano e come questo dipenda quello che facciamo ora, dalle generazioni di adesso. Una delle citazioni è di un fisico nordamericano che dice: «Possiamo sicuramente considerare gli uomini di oggi la generazione più significativa di tutta la storia dell’umanità, perché la storia di milioni di anni di evoluzione sulla Terra si concluderà così nei prossimi decenni». E non si tratta di filosofia né di ideologia, e neanche di poesia, ma di calcoli indipendenti fatti da scienziati di diversi Paesi – Australia, Russia, America del Nord e Spagna – che mostrano come a metà del XXI secolo l’evoluzione arriverà al punto più importante della sua storia e quello che succederà dopo: l’evoluzione – dell’umanità e della Terra –  arriverà a un livello cosmico o inizierà il ramo discendente della storia.

Nel libro si parla del paradosso di Fermi. In cosa consiste?

Il grande fisico italiano Enrico Fermi, all’inizio degli anni Cinquanta, formulò un paradosso chiamato “Dove sono?”. La domanda intende che secondo tutte le teorie dell’epoca dovevano esserci delle civiltà molto più avanzate nel cosmo. Ma tutte le ricerche, che continuano nel corso degli anni, non hanno registrato nessuna attività intellettuale nel cosmo, il che mi sembra sorprendente e paradossale. Ma posso dirvi che in questi anni il paradosso si è sviluppato, perché con le tecniche astronomiche di oggi sono stati registrati, in media, due nuovi pianeti ogni settimana fuori dal sistema solare. E alcuni sono molto simili al nostro pianeta. E, nonostante questo, non ci sono ancora segni né prove di attività intellettuale. Nei circa quattro milioni di anni in cui la vita si è sviluppata, tutte le volte, ogni crisi, ogni catastrofe globale è stata seguita da una fase di progresso transitoria, ed è così che si è arrivati a noi. Ma, secondo le leggi della teoria dei sistemi, ognuna di queste fasi sarebbe potuta andare diversamente, avrebbe potuto fermare o dare inizio alla fase di degradazione. Fino a oggi, lo sviluppo è stato progressivo, positivo, e si è arrivati a noi.

Sviluppo umano e progresso tecnologico. Come stanno le cose?

Con l’utilizzo di nuovi strumenti hanno iniziato a comparire degli squilibri tra il potere tecnologico degli strumenti e la qualità di autocontrollo della cultura, della psicologia eccetera. Questo squilibrio ha causato crisi e catastrofi che hanno continuato a esistere, creando la storia di popoli e civiltà e, diciamo, gli ambienti della società, che potevano regolare allo stesso tempo i propri valori, la propria psicologia, le regole dell’attività, la capacità di anticipare gli eventi al nuovo potere, al nuovo potenziale tecnologico. Quelli che non ci sono riusciti, hanno distrutto il loro stesso ambiente, sia quello naturale che quello geopolitico, e sono caduti vittime del proprio squilibrio, del proprio potere sproporzionato. Questo non dimostra qualcosa di nuovo, né si tratta di qualcosa del ventesimo secolo o della metà del XIX secolo, ma possiamo osservare simili crisi globali antropogeniche già millenni prima, alla fine del Paleolitico. Prima, quando l’essere umano era sul punto di autoeliminarsi. Nel libro questo viene dimostrato in dettaglio. Era sul punto di autoeliminarsi – ci furono tragedie, catastrofi, l’umanità perse molti gruppi di molte popolazioni – ma alla fine, fino a ora l’umanità ha avuto possibilità di avanzare psicologicamente e mentalmente, culturalmente, spiritualmente eccetera.

Notiamo un paradosso storico, per cui più le tecnologie erano sviluppate – tecnologie militari, di produzione, che avevano sempre avuto uno scopo distruttivo –  e più è aumentata la densità di popolazione, meno persone venivano uccise. Quello che chiamiamo “Bloodshed ratio”, il quoziente di omicidi, dimostra che, storicamente o progressivamente, la percentuale di morti della popolazione diminuiva progressivamente, anche se tale processo non è mai stato lineare.

Che momento storico stiamo vivendo?

Siamo arrivati a una situazione molto pericolosa, e c’è un termine che ha proposto un politologo tedesco: “Catastrofefilia”. Un’epidemia mentale di massa di “catastrofefilia”. È questo quello che il mondo di oggi sta vivendo, e le epidemie mentali sono più pericolose di quelle fisiche, perché si avverano. Nel libro si esamina come degli attrattori siano possibili dietro il punto di singolarità, chiamato appunto “singolarità”, quando l’iperbole dello sviluppo arriva al punto… lo sviluppo che ha seguito l’iperbole del rallentamento per 4000 milioni di anni. E oggi si arriva al momento della singolarità in cui l’iperbole si curva verso l’alto. I grandi risultati che abbiamo ottenuto perché sapevamo… l’umanità non ha saputo evitare una guerra nucleare ed è stata in grado di raggiungere, per la prima volta nella storia politica, accordi che proibivano test nucleari nelle tre sfere. Se non fosse stato per questi accordi in ambito ecologico, negli anni Novanta la vita su questo pianeta sarebbe stata insopportabile se fossero continuate le attività degli anni Cinquanta e dei primi anni del Sessanta, come dimostrano i nostri calcoli. Ma l’umanità è stata in grado di raggiungere un accordo. Questo ci dà qualche speranza che i politici e le masse possano raggiungere compromessi fondamentali, non orientati contro terzi; ma in politica le alleanze sono sempre state contro qualcuno: noi siamo contro di loro, ci uniamo per sconfiggerli, per difenderci da loro. È un nuovo tipo di coalizione. È quello che abbiamo analizzato nella crisi degli anni Sessanta, che avrebbe potuto distruggere la civilizzazione globale. Ma l’abbiamo superata. Questo vuol dire che potremo farlo anche in futuro, se fino a ora ci siamo riusciti. Fino a che livello può arrivare l’autocontrollo, il potenziale di autocontrollo.

E che cosa ci può succedere in futuro?

Che lo sviluppo dell’intelletto e della cultura strumentale, tecnologica, abbia un tono maggiore rispetto all’evasione di autocontrollo, di cultura umanitaria, spirituale, e questo, forse, giocherà un ruolo decisivo nella direzione che si prenderà. Adesso dipende da noi, dagli uomini di queste generazioni.

Traduzione dallo spagnolo di Valentina tramite piattaforma Trommons

gennaio 19, 2017

L’attualità delle domande di Danilo Dolci

Pubblicato su Pressenza il 30.12.2016

L’attualità delle domande di Danilo Dolci

Mi chiamo Danilo e faccio domande è un libro di Mara Mundi pubblicato quest’anno da Aracne in EOS, Collana di Storia dell’Educazione.

Le complesse e straordinarie vicende di Danilo Dolci, pilastro della nonviolenza italiana, sono ancora oggetto di studio e di discussione.

Danilo Dolci appartiene indubbiamente a quella “parte” dell’Umanità rimasta schiacciata dalla contrapposizione tra i muri che hanno dominato il secolo ventesimo della nostra era; conseguentemente il pensiero nonviolento, umanista, maieutico, circolare è stato svilito, ignorato o banalizzato, in tutte le sue forme.

Inoltre, nel caso specifico di Danilo, si tratta di una personalità che, coerentemente con la sua teoria, ha privilegiato il fare. Così lo studioso che volesse approfondire il pensiero di Danilo Dolci a volte non trova immediatamente il testo maestro che possa svelare la totalità del pensiero e della coerente azione.

Il libro di Mara Mundi costituisce, in questo senso, uno strumento prezioso di lavoro già che ri-costruisce il pensiero e l’azione dell’educatore triestino diventato siciliano partendo appunto dal fare che ne costituisce la biografia, la biografia di un fantastico attivista.

E’ in quella biografia e nei numerosi incontri, con Capitini, con Rodari, con Freire, con Galtung, che nasce la maieutica dolciana e l’idea dell’educazione nonviolenta, partecipativa ed orizzontale.

Giustamente Mara Mundi sottotitola il suo libro “L’attualità del progetto educativo di Dolci” e con questo sottolinea il fatto che molti dei concetti educativi espressi da Danilo negli anni ’70 si sono prima diffusi nelle numerose esperienze di pedagogia attiva e nonviolenta, hanno avuto riscontro in molte sperimentazioni sia in istituzioni pubbliche che private per poi finire spesso emarginate e dimenticate dagli stessi bravi insegnanti che le avevano adottate, in tutto o in parte.

Il fantastico lavoro di formazione e informazione che fecero persone come Dolci, Rodari, Lodi produsse in Italia un avanzamento grande nel modo di insegnare e questo libro, anche raccontando la tormentata storia del Centro Educativo di Mirto, lo testimonia adeguatamente.

L’autrice riscostruisce prima una dettagliata e documentata biografia di Dolci per poi esporre le idee centrali del fare educativo fino ad arrivare, nell’ultima parte a una descrizione di tutta l’esperienza del Centro Educativo di Mirto. In particolare il concetto e la corrispondente pratica di Mirto come di una “scuola di tutti” con il coinvolgimento sistematico di tutti gli attori dell’esperienza, bambini inclusi è e resta una preziosa testimonianza della necessità di pensare la scuola in una maniera integrale e di considerarne da rivoluzionare tutti gli elementi, dalla struttura fisica fino ai concetti educativi.

In questo senso siamo perfettamente d’accordo con Mara Mundi nel dire che “Molto si potrebbe ancora fare per recuperare alla memoria comune quest’uomo che tanto si è prodigato non soltanto per la Sicilia ma per la pensabilità di una realtà partecipata e veramente democratica. Il pensiero e l’azione di Dolci muovono dal desiderio di trasformazione, dall’attivazione individuale e collettiva verso questa direzione. C’è dunque una coincidenza esatta, una sovrapponibilità tra il suo approccio nonviolento e la pedagogia tout court,che ha ragione di essere soltanto se è capace di sognare, di traguardare il presente, di immaginare ciò che ancora non è ma potrebbe essere, disegnando progetti e percorsi per realizzare scenari futuri più sostenibili per ciascuno e per tutti”.

Completa il libro un’ottima bibliografia ragionata. Un’unica piccola critica costruttiva all’editore, autore di una confezione un po’ leggera di un libro che merita di restare a lungo nelle nostre librerie.

gennaio 13, 2017

Alcuni sani principi che dicono NO al razzismo e alla discriminazione

Pubblicato su Pressenza il 29.12.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco, Greco

Alcuni sani principi che dicono NO al razzismo e alla discriminazione

(Foto di ggBO via Flickr.com)

In molti luoghi di questo pianeta si levano voci contro le “ondate migratorie” che colpiscono i “paesi civili”.

Persone da cui non te lo aspettavi sposano tesi sulla necessità di “fermare l’invasione”, espellere i clandestini ed altre cose del genere.

Per prima cosa vorrei manifestare il mio orrore e tristezza per questo genere di affermazioni, da qualunque parte vengano; direi che mi feriscono un po’ di più da persone amiche o a cui riconosco meriti in altri campi.

Ma mi pare più utile dare qualche sano principio per contrastare questa specie di crisi isterica dell’umanità, per lo meno della parte opulenta.

Già al parlare di principi sento il borbottio pragmatico di coloro che si “attengono alla realtà dei fatti”, gente “pratica” che si affretta a dichiarare che le ideologie sono morte, che la solidarietà era una stupidaggine buonista e cose di questo genere.

A costoro posso dire solo che sono già andati troppo lontano nella lettura di questo articolo e che possono tornare alla loro preferita rivista glamour, molto più riconfortante che la lettura dei miei editoriali.

Parliamo dunque di principi e, per esempio, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, splendido testo scritto da donne e uomini che, usciti dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale, vollero stabilire dei principi universali che riparassero e ci preservassero dalla tremenda violenza che aveva caratterizzato quegli anni.

Articolo 12.- Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13.– 1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

  1. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14.- 1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

Vorrei sottolineare che nel dibattito attuale ci si “dimentica” dell’Art. 12: uno dei motivi originari delle migrazioni moderne è lo scarso sforzo internazionale a impedire questa interferenza. Al contrario notiamo in molti paesi “migratori” la sistematica interferenza nella vita economica e politica di quei paesi. Le inesauribili “guerre umanitarie” sono un buon esempio di questo, come il vizio di armare ribelli di ogni tipo per rovesciare governi che non godono dell’amicizia di qualcuno.

Sul 13 e sul 14 mi pare non ci sia molto da dire, se non sottolineare il fatto che sono sistematicamente disattesi.

Se infatti io, cittadino europeo, posso andare senza formalità o con formalità minime praticamente dovunque voglio, esistono cittadini di numerosi paesi per i quali questi principi non sono validi o sono molto complicati da burocrazie, attese, cavilli, ingenti richieste di denaro ed altre cose indegne della dignità umana.

Non mi pare molto complicato capire che questa violenza generi voglia, nelle persone che la subiscono, di produrre altrettanta violenza. In effetti un paio di anni fa mi è stato chiesto il visto per il Senegal..

Questo piano dei principi è importante, perché è un tema che oggi si vuol mettere in discussione; e in discussione lo mettono coloro che pensano che con meno “leggi” potrebbero fare i loro affari con miglior profitto e senza dover dare conto a nessuno.

Di fatto ci sono zone del pianeta dove la “normale” giurisdizione degli stati viene sospesa da bande multinazionali, con eserciti privati, barriere, controlli; tali bande hanno da disboscare una foresta, sfruttare una miniera, far passare un oleodotto e lo vogliono fare in barba a qualunque diritto internazionale o nazionale; e il numero dei territori dove la sovranità popolare è espropriata è in aumento nel mondo.

Questo disprezzo per le dichiarazioni di principi, per le leggi internazionali, per le convenzioni diplomatiche, per i trattati, nonché per il buon senso, è un chiaro indicatore della violenza che domina i rapporti umani in questo momento storico: violenza che è, intrinsecamente, negazione della libertà dell’altro, limitazione della sua intenzione, fino al fatto più banale e evidente della violenza fisica.

Per cui rimettere al centro i principi significa ridare valore a ogni essere umano e affermare l’utopia del futuro: un mondo senza violenza.

Ma c’è un secondo argomento che mi coinvolge, che ti coinvolge e che coinvolge tutti  ad un livello più intimo e personale: il Principio più importante di tutti, quello che tutti i saggi hanno evocato fin dagli albori dell’umanità: “Tratta gli altri come vorresti essere trattato”.

In questo caso io chiedo: ti piace essere lasciato fuori dalla porta? No. Non lasciare nessuno fuori dalla porta. Ti piace che dicano della tua religione che è fanatica? No. Allora non dichiarare fanatica la religione di nessuno. Sei felice quando qualcuno è in guerra con te? No. Allora non essere in guerra con nessuno e nemmeno con te stesso.

Potrei continuare ancora a lungo, ma confido tu abbia capito profondamente e che, se quelle idee ti avessero sfiorato la mente, tu possa riconvertirti sulla via della soluzione dei problemi, non della loro complicazione. Allora potremo anche affrontare il problema, che esiste, con la dovuta prospettiva e trovare soluzioni basate non sul continuare a costruire fortezze, ma sul ristabilire relazioni di giustizia, riparare gravi torti che i paesi opulenti hanno fatto a quelli poveri, restituire le case a quelli a cui sono state sottratte, riconoscere l’autodeterminazione dei popoli e anche combattere i trafficanti che speculano in modo criminale sulla necessità di fuggire dall’ultimo orrore di turno, o anche solo di tentare la fortuna in mondi nuovi.

E’ un problema di direzione che ogni giorno si fa più manifesto: pace crescente o distruzione crescente. E’ un problema che non si può eludere e che richiede le migliori qualità di ogni essere umano: la compassione, la riconciliazione, la vera solidarietà, la semplice fratellanza.

gennaio 5, 2017

Sandra Russo: “Milagro prosegue salda e forte”

Pubblicato su Pressenza il 21.11.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Sandra Russo: “Milagro prosegue salda e forte”
(Foto di Majo Malaravezk)

Sandra russo, giornalista argentina, si è occupata di radio e televisione e scrive per il quotidiano Página 12 fin dall’inzio della sua attività. Nel 2010 ha scritto “Jallalla: la Tupac Amaru, utopia in costruzione”, il primo libro su Milagro Sala. Insieme a lei cerchiamo di approfondire la questione della detenzione di Milagro Sala e l’attuale situazione argentina.

Sandra, prima di tutto, hai notizie della situazione di Milagro e degli altri prigionieri politici?

Da un lato, le notizie che arrivano da Jujuy sono preoccupanti, sia per Milagro che per gli altri militanti detenuti. La scorsa settimana, in quello che è sembrato essere il primo dato oggettivo di riconoscimento di quanto sta chiedendo l’ONU, sono state liberate due degli undici tupaqueros che erano detenuti insieme a Milagro. Dall’altro, benché abbia dei comprensibili crolli, Milagro è perfettamente cosciente della responsabilità della sua leadership. Si mantiene in contatto costante, manda periodicamente  messaggi per comunicare che è ancora integra, questa settimana abbiamo potuto ascoltare la sua voce in una radio nazionale, ed era salda e forte. In galera dallo scorso gennaio, continua la sua lotta e continua a essere la leader della Tupac Amaru.

I recenti interventi internazionali e la visita di Trudeau con le sue dichiarazioni stanno modificando la situazione a Jujuy?

Senza dubbio sì, benché il governo di Macri si muova come se fosse coperto di burro e tutto gli scivoli addosso. Quando è arrivata la richiesta dell’ONU, il governatore Gerardo Morales ha rilasciato una dichiarazione che ha soffiato sul fuoco di questa situazione di sospensione dello Stato di diritto a Jujuy. Ha detto: “Non ho intenzione di liberare questa donna”. Un governatore non deve imprigionare né liberare nessuno. Non sono funzioni che gli appartengono. La brutalità di Morales gli ha fatto dire la verità: è lui, per conto dell’esecutivo, che la tiene prigioniera. Per questo non c’è alcun dubbio sul fatto che stiamo parlando di prigionieri politici. Questo, prima o poi, finirà con un processo politico contro Morales, e il Potere Giuridico tornerà a funzionare normalmente. Bisogna intervenire urgentemente su quello di Jujuy, perché nessun cittadino jujeño gode delle benché minime garanzie costituzionali. Sembra che il governo, dopo l’intervento di Trudeau, si stia rendendo conto che non è un paese bolivariano a protestare, bensì un paese di prim’ordine, e quelle gerarchie, per questo governo, non sono indifferenti. Il Canada è parte di quel mondo cui presumibilmente Macri vuole avvicinare l’Argentina.

Numerosi osservatori hanno sottolineato l’influenza dei media nei processi di destabilizzazione dei governi progressisti. Come mai in anni di governo non si è riusciti a ottenere una legge di controllo e democratizzazione dei mezzi di diffusione? Che è successo nello specifico in Argentina e in Brasile?

In Argentina, perlomeno, abbiamo trascorso cinque anni con una legge sui Media approvata da una chiara maggioranza, dopo ampi dibattiti in ambiti di discussione di tutto il paese. Per tutto questo lungo tempo, più lungo di un mandato presidenziale, un settore della Magistratura, lo stesso che ora accusa Cristina Kirchner e cerca di impedirle la partecipazione alle prossime elezioni, ha imposto un’infinità di misure cautelari che hanno reso impossibile la piena applicazione della legge. Sono stati anni dove si discuteva se quella legge avrebbe diminuito o meno la libertà di espressione. Non lo avrebbe mai fatto. Restringeva solamente a 24 il numero delle licenze che un gruppo mediatico poteva avere. Oggi ci sono delle liste nere, io stessa non ho potuto fare la giornalista da quando Macri è salito al potere, e certamente la libertà di espressione non è argomento di nessuna agenda. Non gli è mai importato nulla della libertà di espressione, ciò che difendono sempre è la propria libertà di espansione a spese dei media comunitari e indipendenti, che ora stanno affogando, come già accadde negli anni ’90. Il potere politico, quello giudiziario e quello mediatico sono le tre gambe di un’associazione illecita (perché viola l’indipendenza dei poteri) che è la struttura quasi mafiosa che sta devastando la democrazia argentina. Si indagano gli avversari, si spiano profili di Facebook, si ferma gente per strada perché indossa magliette di qualche organizzazione politica, si mantiene un buon numero di giornalisti senza media in cui lavorare. La legge è fallita perché il kirchnerismo non ha mai avuto il potere sufficiente per ridisegnare questa democrazia, regolata dalla Costituzione del 1994, fatta in piena epoca neoliberale. Abbiamo imparato con dolore, e collettivamente, che il potere politico è uno tra vari, per nulla la cuspide del potere, e nei dodici anni di kirchnerismo i poteri di fatto, che ora governano direttamente con un amministratore delegato in ogni ministero, hanno protetto il gruppo Clarín, che è il portavoce dell’attuale governo corporativo: il portavoce e spesso quello che decide politiche di comunicazione. I suoi quasi trecento media e i suoi satelliti sono quelli che proteggono Macri: non coprono nessuna protesta sociale, né la bestiale repressione di quelle proteste, né la corruzione su grande scala che ora occupa la Casa Rosada. Non stiamo parlando di un caso di corruzione, che esiste in qualunque governo e che anche il kirchnerismo ha avuto, stiamo parlando di corruzione assolutamente trasversale in tutte le aree di governo e di una concezione politica che naturalizza e include la corruzione come un normale modo di fare affari. I Macri sono questo: gente che ha corrotto funzionari di tutti i governi a partire dalla dittatura militare e che ha accumulato una fortuna grazie alle opere pubbliche.

Credi che il caso Tupac sia isolato o che faccia parte di un processo più ampio di criminalizzazione delle organizzazioni sociali? Fino a dove può arrivare questo processo?

Il governo di Macri, attraverso il governatore Morales, ha dato quel segnale a gennaio, appena insediatosi: un cittadino può essere privato della sua libertà a causa della sua posizione politica, così come può essere licenziato dal suo lavoro. Le migliaia di licenziamenti di dipendenti pubblici che hanno avuto luogo dopo la revisione che i burocrati hanno fatto dei loro profili di Facebook o dei loro account di Twitter lo dimostrano. Questo è un governo persecutorio e repressivo. Milagro Sala è la dirigente della Tupac Amaru dal 1991, quando cominciava l’orgia neoliberale degli anni ’90. E’ una delle organizzazioni sociali più grandi della regione, e in Argentina è l’espressione di un settore finora totalmente occultato, perché la Tupac Amaru, di origine quechua, è un ponte con il paese che crede che tutti i suoi abitanti discendano dagli europei che arrivarono tra la fine del XIX e il principio del XX secolo. L’establishment che ha governato questo paese, salvo in rare pieghe della storia come per i governi kirchneriani, hanno raccontato una storia in cui noi argentini siamo arrivati tutti con le navi. La Tupac Amaru rivendica altre origini, ci unisce alla regione andina, e ne fa parte uno dei nuclei di povertà strutturale più profondi del paese. Milagro ha dato a quella gente molto più di ciò che avessero mai ricevuto, cominciando dall’autostima. La sua opera è grande, meravigliosa. Morales ha distrutto il parco acquatico, per esempio. Avrebbe potuto renderlo agibile per i poveri di Jujuy, ma lo ha distrutto. Questo è il messaggio del neoliberismo in tutto il mondo, ma specialmente in Argentina: vengono a dirci che siamo un povero popolo condannato alla sofferenza. E questa è una menzogna. La sofferenza non è una condizione naturale, bensì il risultato delle politiche estrattive che loro applicano. E’ ciò che condanna il Papa, è la feticizzazione del denaro, è il rifiuto dell’altro. Milagro è l’esempio e la sintesi del proposito del PRO, che è ridurre il popolo a servitù del mercato.

Cosa potrebbero imparare i progressisti di tutto il mondo dalla sconfitta elettorale argentina?

Che quando la classe politica è composta da gente senza scrupoli o corrotta, gli imprenditori, le corporazioni e la concentrazione dei capitali la usano come esempio per mettere in guardia gli elettori sul fatto che la politica è sporca, che non serve, che sono tutti uguali, così che la gente finisca per votare imprenditori come Macri, Temer o Piñera, o strumenti delle corporazioni come Peña Nieto. Bisogna fare politica in un altro modo, dalla base, con una soggettività diversa, direi quasi ascetica, trasparente, che abbia vasi comunicanti con altri settori, specificando bene a cosa ci si riferisce quando si parla di democrazia, libertà o repubblica, perché al potere sono arrivati governi di destra facendo appello a quelle parole, mentendo, ma protetti da mezzi di comunicazione concentrati che oggi, invece di portare informazione al proprio pubblico, operano come una barriera tra i cittadini e la verità. Le agende giornalistiche sono vergognose in tutto il mondo. Ci sono interi continenti cancellati da quelle agende, ed è dove paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti bombardano e forzano le loro strategie geopolitiche. Vogliono fare dell’America Latina quello che hanno già fatto in Africa. Vogliono spostare gente per poter deforestare. Vogliono installare basi militari nordamericane per trasferire e ampliare gli eterni conflitti del Medio Oriente. In questa fase del capitalismo, i territori sono sacrificabili perché servono per le risorse naturali. Solo la politica, la vera politica, quella profondamente militante e storica, in tutto il mondo, li può fermare. E infine direi che così come la destra si è globalizzata, anche la sinistra deve farlo. E’ necessario rafforzare i legami intellettuali e fisici tra tutta la dirigenza e la base della resistenza nel mondo, perché dobbiamo rispondere il più globalmente e in modo più organizzato possibile a questa aggressione.

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

gennaio 5, 2017

L’etica in azione: Madre Teresa e Gandhi

Pubblicato su Pressenza il 13.11.2016

L’etica in azione: Madre Teresa e Gandhi

E’ da poco uscita a cura della Mimesis una nuova edizione aggiornata e rivista del libro di Gloria Germani Madre Teresa e Gandhi, l’etica in azione.

Sono passati poco più di due mesi da quando Madre Teresa è stata fatta santa e il polverone mediatico che, inevitabilmente, si solleva in queste occasioni, è cessato, consntendo di nuovo riflessioni approfondite, posate e non inquinate dalle solite polemiche legate al feniomeno stesso della santificazione.

Come laici e persone inclini a guardare la spiritualità fuori dalle religioni il paragone che Gloria Germani ci propone nel titolo ci interessa e ci intriga molto. Gandhi è un indiano molto contaminato dalla cultura occidentale e Teresa è una occidentale molto contaminata dalla cultura indiana. Sembrano, dunque, due esempi premonitori della futura mondializzazione. Una mondializzazione che ha nella contaminazione uclturale e spirituale un tassello positivo estremamente importante.

Come Gloria fa ben notare sono due persone con un forte riferimento spirituale: quel senso del profondo intreccio tra la cura per gli altri e il riferimento al Senso, al di là delle forme religiose che questo intreccio possa prendere. Viene da pensare al Dalai Lama, a Silo, a Milagro Sala, a Lanza del Vasto, a Gattegno a un certo “misticismo laico” del Comandante Marcos, di Evo Morales o di Fidel Castro. Anche in questo vari fenomeni concomitanti di una tendenza della storia e delle sue personalità.

Già perché ambedue sono protagonisti del XX secolo, figure emblematiche e carismatiche, modelli di comportamento che le persone imitano. Quel secolo che è finito e di cui forse non dobbiamo osannare troppo i personaggi (alcuni assoluptamente orribili), ma molto di più le testimonianze che alcune persone ci hanno lasciato.

In questo vale la bella testimonianza di Tiziano Terzani, opportunamente “regalata” al libro; Terzani va da Madre Teresa con quel tipico suo atteggiamento da giornalista attento ma scettico e rimane folgorato dalla disarmente semplicità di Teresa: deve “adattarsi” a quello stile di vita e ne fa una descrizione/testimonianza bellissima.

Infine una bellezza letteraria che vorremmo segnalare nel libro: ogni capitolo di spiegazioni filosofiche dell’autrice è preceduto da una scelta di scritti di Teresa: un modo che permette al lettore di calarsi nella dinamica del pensiero della persona prima di accedere alla sua interpretazione e organizzazione secondo il filo del discorso, il punto di vista che, ovviamente, l’autrice intende mettere.

In sintesi un interessante contruibuto alla scrittura della storia e della storia della filosofia da un punto di vista molto necessario quanto urgente: quello della nonviolenza.

dicembre 10, 2016

Perché facciamo quest’agenzia stampa

Pubblicato su Pressenza il 12.11.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese, Tedesco

Perché facciamo quest’agenzia stampa

 

Ci sono dei momenti, molto differenti tra loro (incontri pubblici, momentri di sconforto, lettori impertinenti, ecc.) in cui ci chiedono e ci chiediamo perché facciamo quest’agenzia stampa internazionale.

Perché facciamo Pressenza. Beh, facile, c’è scritto in un link sul sito, basta digitare http://www.pressenza.com/informazioni è perfino in sette lingue.

Pressenza è un’agenzia internazionale, tematica, su pace, nonviolenza, diritti umani, non discriminazione, umanesimo e simili. E’ un’agenzia fatta interamente da volontari, si autofinanzia, cerca di arrivare alle notizie in modo diretto o con una rete di media, grandi o piccoli che sono partners di quest’impresa titanica: raccontare il mondo da un altro punto di vista.

Va bene questa risposta, ma stiamo cercando qualcosa di più profondo.

Perché un’agenzia sulla pace, la nonviolenza, i diritti umani, la non discriminazione, la spiritualità in questo mondo così incomprensibile, violento, materialista, in-sensato?

Cos’è questa roba da ingenui idealisti quando tutti sono corruttibili, tutti hanno un prezzo, tutti si macchiano dei peggiori crimini, magari nascondendosi sotto una foglia di fico di buone intenzioni?

Perché mai impegnarsi e per chi, se nessuno vale la pena, se tutti sono uguali a tutti?

Arriviamo a un punto, molto conosciuto dall’Umanità, in cui tutto è privo di senso. “Mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita…”.

E’ a partire da qui che possiamo cercare la risposta profonda alla domanda.

E la risposta, oggi, è: “perché sì!!”.

Perché è possibile, in un atto libero, affermare la massima ribellione all’apparente destino e dichiarare: “c’è ancora un futuro, e come esso sarà dipende da ciò che ne faremo!!”.

Esiste una forza interiore che risiede in ogni essere umano e che lo chiama verso il futuro: verso il futuro desiderato, verso il futuro immaginato, verso un futuro degno dell’Essere Umano.

Non crediamo nella nefasta profezia dell’autodistruzione, non crediamo nella catastrofe: al di là di tanti errori che l’Essere Umano ha compiuto siamo certo che l’Umanità riuscirà a superare questo grande momento di crisi, che è una crisi di crescita, come tutte le crisi.

Ed è il futuro che guida le azioni, è la forza del progetto, la forza dellUtopia.

Pressenza duchiara che non è indifferente l’azione nel mondo e vuole evidenziare quei pezzi del Nuovo Mondo che già agiscono nel momento attuale, essere uno spazio dove le persone possano riflettere e scambiare opinioni, una palestra di diversità di punti di vista in grado di dialogare, una cronaca delle critiche e degli smascheramenti di questo sistema violento, un ambito di sperimentazione di un vero lavoro in équipe, circolare, partecipativo, affettuoso.

In questi pochi anni di esistenza Pressenza è stata ed è una realtà in crescita, una piccola luce che annuncia i tempi che arriveranno. Una luce necessaria, impertinente, gioiosa, un Davide di fronte all’insolente Golia. Grazie a tutti coloro che l’hanno costruita, dimostrando una volta di più che nessuno può ipotecare o comprare il Futuro.

NdA: questo articolo sarà la prefazione del primo libro di Pressenza in italiano.

dicembre 10, 2016

Le persone contro la guerra

Publicato su Pressenza il 06.11.2016

Le persone contro la guerra

Sicuramente coloro che lottano per un mondo migliore sono naturalmente preoccupati per il futuro e, talvolta, non danno la dovuta importanza al passato, al loro passato.

Così risulta estremamente prezioso il lavoro di coloro che invece si dedicano ad archiviare e documentare quello che è successo, in modo che la memoria non si perda.

Lavoro particolarmente utile in questo momento dove si vedono grandi falsificazioni di eventi del passato, denigrazioni di pezzi importanti della storia, interpretazioni perlomeno fantasiose di quel che è accaduto.

In questo senso il libro “Abbasso la Guerra” di Francesco Pugliese, pubblicato nel 2013 presso le Grafiche Futura – Helios costituisce un contributo essenziale.

Infatti nel libro si parte dalla fine del XIX secolo per arrivare fino ai giorni nostri e documentare, con foto, resoconti, ritagli di giornale quasi un secolo e mezzo di lotte pacifiste. Il tutto in un lavoro collettivo di ricerca e documentazione della massima importanza, ben sapendo come tutte queste storie siano racchiuse spesso nei cassetti dei militanti, negli armadi polverosi delle vecchie sedi, negli scaffali di una biblioteca…

Il libro si chiude con un’ancora più preziosa bibliografia che permette, sia al militante che allo studioso, di approfondire e chiarire le sue ricerche., nonché una raccolta di links che ricorda le principali campagne in corso.

Un libro che rende protagoniste le persone che a vario titolo e secondo diversi ideali si sono opposte alla guerra; persone a volte famose (anche per altri motivi), a volte rimaste anonime, obiettori, marcianti, militanti, di ogni sesso ed età ed estrazione sociale a testimoniare che la pace è, alla fine, un patrimonio di tutti.

novembre 12, 2016

Perché l’Italia ha votato contro il bando delle armi nucleari?

Pubblicato su Pressenza il 28.10.2016

Perché l’Italia ha votato contro il bando delle armi nucleari?

Nella notte di ieri un’importante risoluzione della Prima Commissione dell’Assemblea Generale dell’ONU ha istituito a larghissima maggioranza una Conferenza Internazionale che discuta un Trattato di Proibizione delle armi nucleari. I dettagli di tale notizia sono documentati in vari articoli che la nostra Agenzia sta ripubblicando o traducendo dalle sue edizioni internazionali.

Curiosamente il tema non sembra entusiasmare la stampa italiana (nemmeno un’accenno sull’ANSA, nessuna notizia sui principali quotidiani, almeno nelle loro edizioni on-line); nessuna nuova dal Ministero degli Esteri nella cui sala stampa non è possibile trovare la notizia né la motivazione per la quale l’Italia è stata tra i paesi (38) che hanno votato contro la risoluzione (che per essere valida doveva raggiungere i 2/3 dei votanti). Sottolineamo che, nonostante alcune dichiarazioni dei rappresentanti delle principali nazioni “nucleari”, perfino la Cina, l’India e il Pakistan, membri del club nucleare, si sono astenuti (ricordiamo anche che l’astensione, nel meccanismo elettorale della commissione, non viene considerata un voto contrario e facilita dunque il raggiugimento del quorum).

Abbiamo chiesto un commento all’Ufficio Stampa del Ministro e lo pubblicheremo volentieri, appena arriverà.

Le domande che ameremmo fare al Ministro ed al Governo sono:

  • siamo diventati un paese filonucleare?
  • quale motivazione contraria si può dare alla creazione di un ambito di discussione di un trattato per la messa al bando delle armi nucleari?
  • dobbiamo dedurre che il Governo Italiano ritiene fattibile in qualche situazione l’uso delle armi nucleari?

Credo che siano domande preoccupanti, forse inquietanti. Personalmente, finito di pubblicare quresto articolo, ne manderò un link alla mail del nostro Presidente del Consiglio chiedendogli spiegazioni, come cittadino di questa Repubblica che ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. Già ma le atomiche le teniamo per gli alieni…