agosto 19, 2017

Un evento storico : l’adozione del Trattato Internazionale di Interdizione delle Armi Nucleari

Pubblicato su Pressenza il 14.07.2017

Un evento storico : l’adozione del Trattato Internazionale di Interdizione delle Armi Nucleari

La delegazione dei dirarmisti a New York: Navarra, Mosca, Pagani (Foto di Disarmisti Esigenti)

Abbiamo incontrato Giovanna Pagani e Luigi Mosca alla conferenza stampa che i Disarmisti Esigenti e la WILPF-Italia- Womens International League for Peace and Freedom, impegnata alacremente nella battaglia contro gli ordigni nucleari, hanno tenuto al Senato sulla recente approvazione del Trattato di Interdizione delle armi nucleari a New York. 

Voi eravate parte della numerosa delegazione internazionale che ha appoggiato e collaborato concretamente alla stesura del testo del Trattato: potete raccontare come è andata?

GP– Si è trattato di un’ esperienza particolarmente intensa sul piano emotivo e relazionale. Avevamo la consapevolezza dell’importante ruolo di pressione che potevamo e dovevamo svolgere nei confronti delle delegazioni degli stati, per far passare le mozioni migliorative del testo. Noi abbiamo lavorato dall’Italia  sulla prima bozza Gomez (cognome della Ambasciatrice del Costa Rica, Presidente della Conferenza Onu che doveva negoziate il Trattato per il Bando delle armi Nucleari) inviando  Working papers e a NY sulla seconda e terza bozza interloquendo direttamente con gli Ambasciatori degli stati partecipanti, con i militanti di ICAN e inviando fino all’ultimo mail di supporto ai delegati più in sintonia con noi). Io personalmente mi sentivo costantemente investita dal mandato degli Hibakusha ( sopravvissuti) di Hiroshima e Nagasaki e delle vittime dei test nucleari che per la prima volta avevo incontrato nel dicembre 2014 alla Conferenza di Vienna sull’Impatto umanitario delle armi nucleari (l’ultima dopo quelle di Oslo e Nayarit): “Ora anche voi sapete e se non agite siete corresponsabili  di un crimine nei confronti dell’umanità”. Lo stress è stato notevole e la soddisfazione intensa nel vivere un sogno realizzato:  avere un Trattato  giuridicamente vincolante che dichiara ILLEGALI le armi nucleari e mira alla loro eliminazione. Questo è avvenuto grazie all’intenso lavoro di informazione, sensibilizzazione e mobilitazione che la società civile ha saputo realizzare,  coordinandosi  in ICAN ( Campagna Internazionale per il Bando delle Armi Nucleari) e lavorando in costante sinergia con la “parte buona” della politica nazionale e internazionale.

LM- In pratica noi avevamo tre “canali” possibili di intervento : a) tramite la coordinazione di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons); b) tramite dei ‘Working  papers’, pubblicati sul sito Web della Conferenza: c) tramite un contatto diretto (anche se alquanto aleatorio, durante le pause dei negoziati) con i membri delle delegazioni degli Stati partecipanti ai negoziati.

Attraverso questi canali abbiamo proposto progressivamente diversi emendamenti, prima di tutto per ben stabilire la priorità e superiorità di questo Trattato rispetto al NPT, e qui le cose sono andate piuttosto bene: dell’NPT sono stati riconosciuti gli obblighi in esso contenuti, ma non il diritto da parte di una oligarchia di Stati a mantenere degli arsenali a durata indeterminata. E, più generalmente, gli obblighi contenuti in altri Trattati sono riconosciuti soltanto se compatibili con quelli del Trattato di interdizione.

Poi ci siamo maggiormente focalizzati sui punti 2 e 3 dell’Articolo 17, riguardanti una possibilità di ‘ritiro’ dal Trattato da parte di uno Stato che vi aveva in precedenza aderito, e qui la battaglia è stata alquanto drammatica: la nostra proposta, sostenuta soprattutto dalla Palestina, dal Cile e da altri Stati dell’America Latina, come pure dall’Africa del Sud, sembrava prevalere, ma l’intervento successivo di altri Stati, manifestamente sotto l’influenza degli Stati nucleari, ha costretto ad adottare un compromesso che figura come una ‘anomalia’ nel testo di questo Trattato, che, nel suo insieme è risultato invece di grande forza e qualità.

Quali sono i punti che hanno soddisfatto le aspettative dei Movimenti? 

GP – Sicuramente l’inserimento nell’art. 1 del divieto della minaccia dell’uso del nucleare accanto al possesso, alla sperimentazione (test nucleari) e all’uso: questo significa stigmatizzare la deterrenza nucleare che sta detenendo l’umanità nella morsa della minaccia permanente di una conflagrazione nucleare, che può avvenire per comando, errore o follia. Molto importante anche il concetto del transito  che consente di affrontare la questione dei porti nucleari (noi in Italia ne abbiamo 11) e dello stoccaggio delle stesse in territori di paesi non nucleari ( e questo ci riguarda direttamente per essere paese Nato con bombe Nucleari Usa sul nostro territorio esattamente come l’Olanda, la Germania, il Belgio e la Turchia).

Grande soddisfazione anche per l’art. 18  che regola i rapporti con gli altri trattati in materia di disarmo e di fatto stabilisce   che il TNP deve sottostare al Trattato. Il fronte dei paesi nucleari chiedeva naturalmente il contrario e in sede di dibattito alcuni paesi hanno chiesto l’eliminazione di quelle “otto parole finali” dell’articolo che appunto sanciscono la priorità del Trattato all’interno della Architettura Intenazionale del Diritto in materia di sicurezza. Tra questi stati l’Olanda che poi ha votato No e Singapore che si è astenuto. In questo nuovo quadro giuridico il Trattato consente di rafforzare e sviluppare l’articolo VI del TNP secondo il quale gli stati membri si impegnano a proseguire in buona fede i negoziati per addivenire al disarmo nucleare (evento che stiamo ancora attendendo visto che gli stati nucleari sono passati da 5  a 9).

Altri punti sono l’inclusività del trattato aperto anche agli stati nucleari purché  in primis  disattivino le proprie testate nucleari e poi presentino un piano di eliminazione  vincolante sotto controllo della AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). Disarmare è possibile: esiste l’esempio concreto del Sudafrica cha a partire dal 1990 ha proceduto al disarmo nucleare delle sue sei testate. Per gli stati che ospitano armi nucleari (è il caso anche dell’Italia) questi si devono impegnare a farle rimuovere.

C’é poi il riconoscimento molto importante delle norme internazionali che tutelano l’ambientecome cardine del trattato assieme al Diritto Internazionale Umanitario e alla Carta delle Nazioni Unite

Altri punti: la necessità di intensificare l’educazione per la pace e il disarmo e il riconoscimento dell’importanza della partecipazione delle donne nel processo che dovrà condurci al disarmo nucleare (e questo anche in considerazione del grave impatto di genere), riconoscimento del ruolo degli Hibakusha e delle vittime dei Test soprattutto tra le popolazioni indigene

LM – I punti soddisfacenti sono molti : la proibizione della “minaccia dell’uso” e non solo dell’”uso” delle armi nucleari, la proibizione anche del solo possesso di queste armi e quindi di ogni  dottrina di ‘deterrenza’ basta su di esse, sono le principali ‘conquiste’ in questo trattato; ma diverse altre non sono meno significative, come il riconoscimento delle vittime non solo di Hiroshima e Nagasaki, ma anche dei più di 2000 tests nucleari, particolarmente le donne, i bambini, le popolazioni indigene, e di conseguenza l’obbligo di provvedere alla loro assistenza, ai risarcimenti anche dell’ambiente, etc.

Quali sono i punti deboli del trattato? 

GP – Aver mantenuto  il diritto degli stati all’uso del nucleare civile (preambolo par. 21) la definizione del TNP come pietra angolare del disarmo nucleare (preambolo par.18)

E soprattutto il diritto al recesso (art. 17 com.2 e com.3) eccetto nel caso in cui lo stato sia coinvolto in un conflitto.  Per un pelo sembrava che ce l’avremmo fatta a eliminarlo. Ma vale la pena  raccontare la dinamica del dibattito, perché abbiamo vissuto momenti di alta tensione emotiva. I numerosi interventi che si susseguivano testimoniavano che la maggioranza degli stati era orientata per l’eliminazione del recesso. Sorprendendoci e contemporaneamente lusingandoci la Presidente Gomez con grande partecipazione e forza emotiva, scandendo le proprie parole mentre guardava con intensità l’assemblea, quasi a testimoniare che ne stava tastando empaticamente il polso, esordisce dicendo di “sentire/percepire” che l’orientamento dell’assemblea era per togliere i due commi. A quel punto uno spontaneo, prolungato e scrosciante  applauso riempie la sala nella commozione e felicità generale. Si susseguono altri interventi anti-recesso e  tra questi quello dell’Ambasciatore del Cile che in modo molto appassionato sostiene la Presidente, orientata a raggiungere il consenso sulla eliminazione del recesso,  e a riprova richiama l’attenzione  sull’ “applausometro” appena ascoltato in favore dell’eliminazione dei commi 2 e 3. Ma immediatamente il clima in sala si raffredda con gli interventi dell’Egitto,  dell’Algeria e di altri che in nome della sovranità nazionale chiedono che i due commi sul recesso rimangano. Seguono altri tentativi di mediazione, soprattutto dello Stato della Palestina  e  un altro tentativo della Gomez di aver un ulteriore segno assembleare di consenso. Ma questo non arriva e l’articolo 17 passa con il diritto del  recesso,  da noi considerato un punto  che contraddice lo spirito stesso del trattato.

Una nostra proposta era quello di affidarlo alla Convenzione di Vienna del 1969 entrata in vigore nel 1992 in base al quale,  per ottenere il recesso,  occorre l’approvazione di tutti i membri firmatari del trattato da cui si vuole recedere, e dunque viene reso molto più difficile.

LM – Il vero punto debole è, come già visto, quello dei punti 2 e 3 dell’Articolo 17, punti che, insieme, riguardano la possibilità di ‘ritiro’ dal Trattato da parte di uno Stato che vi aveva in precedenza aderito. Noi, società civile, in cooperazione con diverse delegazioni di Stati motivati, speriamo di poter ottenere un emendamento pertinente in occasione della prossima revisione de Trattato, probabilmente tra circa un anno.

Girano voci, anche in ambienti progressisti e pacifisti che il trattato sia inutile: cosa rispondiamo a questa critica? 

GP – Ai detrattori del Trattato  rispondo con due argomentazioni.  L’importanza storica dell’evento è testimoniata dalla forte azione di opposizione messa in atto dagli stati nucleari che fino all’ultimo hanno cercato di ostacolarlo e boicottarlo. E questo è stato denunciato anche  dall’Ambasciatrice del Sudafrica che ha parlato di una “pressione incredibile” sul  continente africano perché non partecipasse.

La seconda argomentazione è la grande soddisfazione degli Hibakusha (i superstiti di Hiroshima e Nagasaki) e delle vittime degli oltre 2000 test nucleari che hanno definito il Trattato il riscatto dell’umanità di fronte alle vittime della violenza nucleare, “l’inizio della fine delle armi nucleari”.

 LM – Questo Trattato non potrà in alcun modo risultare ‘inutile’ : Il suo impatto si era già fatto sentire ancora prima che fosse adottato, come ampiamente dimostrato dalla fortissima opposizione da parte dei principali Stati Nucleari, che hanno cercato in tutti i modi e sino all’ultimo di sabotare il processo che ha condotto alla sua adozione.

Inoltre, almeno nella mia comprensione, l’ILLEGALITA’ di un’arma, una volta dichiarata come tale da un Trattato Internazionale entrato in vigore, diventa una proprietà intrinseca dell’arma stessa, per cui non avrebbe nessun senso pretendere che tale arma possa essere illegale per certi Stati e legale per altri !

Comunque una cosa è certa : questo Trattato di interdizione ha stigmatizzato per sempre le armi nucleari, fatto questo riconosciuto anche, e con grandissima irritazione, dagli stessi Stati Nucleari.

Su ciò appunto si basa l’utilità di questo Trattato Internazionale di Interdizione delle Armi Nucleari, la cui finalità non è, in un primo tempo, quella di ottenere l’adesione degli Stati dotati di armi nucleari (o dei loro alleati), ma quella di stabilire un nuovo quadro giuridico nel quale si porrà necessariamente ogni ulteriore negoziato in vista dell’eliminazione effettiva di queste armi.

In effetti, non si tratterà più di negoziare su delle armi “semplicemente” molto più potenti delle altre, ma di negoziare su delle armi rese ILLEGALI, come già detto, da un Trattato Internazionale d’interdizione di tali armi mostruose.

Inoltre un tale Trattato, che stigmatizza anche il solo possesso delle armi nucleari, non mancherebbe di cambiare, anche radicalmente, il modo in cui le armi nucleari sono ancora sovente percepite dall’opinione pubblica, da responsabili politici, da ricercatori, da operatori industriali, economici e finanziari e … da militari !

A chi dice che questo Trattato di Interdizione non elimina neanche una sola bomba nucleare, rispondo che una casa si comincia a costruire dalle fondamenta, prima di costruirci sopra la parte visibile dell’edificio : questo se si vuole che la casa sia solida e possa resistere nella durata ad ogni sorta di intemperie : qui le fondamenta sono costituite dal Trattato di Interdizione e la casa ‘visibile’ da una futura Convenzione di Eliminazione.

Considero inoltre importante sottolineare una realtà che è emersa in modo crescente e possente lungo tutto il percorso che ha condotto a questo risultato : si è trattato, e si tratta, di una vera e propria “rivolta” degli Stati non dotati di armi nucleari, di fronte all’inaccettabile inerzia pluridecennale degli Stati dotati nel processo di disarmo e, peggio ancora, alla continua modernizzazione dei loro armamenti.

In altre parole gli Stati non dotati d’armi nucleari (sono soprattutto Stati del Sud, dell’America Latina e dell’Africa, ma anche del Nord, come l’Austria e l’Irlanda), hanno voluto dire : “dopo quasi mezzo secolo di inganni e d’ipocrisia da parte degli « Stati dotati », nel quadro del Trattato di Non Proliferazione : ora basta ! Quando è troppo è troppo ! ” 

Ora si vede male come questo movimento inedito e possente possa ora essere fermato !

 

Qual è il lavoro che la società civile deve fare per arrivare al bando delle armi nucleari? Cosa può fare ognuno di noi? 

 

GP – Innanzi tutto serve una forte azione di contrasto alla disinformazione mediatica,  naturalmente  funzionale agli interessi del grande complesso industriale-militare-mediatico che cinicamente strumentalizza gli esseri umani e l’ambiente per puri scopi di cieco dominio.  Occorrerà pensare anche a strumenti comunicativi variegati, efficaci e che si avvalgano anche del prezioso  linguaggio artistico,  capace di infrangere il muro dell’indifferenza  e attivare l’empatia.

Occorre un intenso e capillare intervento di educazione per la pace e il disarmo (come auspicato dal trattato stesso nel preambolo) a livello formale e informale che promuova  la solidarietà, la giustizia sociale,  la democrazia, il dialogo interculturale,  la cooperazione tra i popoli e il rispetto dell’ecosistema.

E’ urgente riorientare la politica nazionale e internazionale verso la vita e la pace e dunque verso il raggiungimento della “sicurezza umana” che si nutre di dialogo, solidarietà internazionale e consapevole alleanza con la natura.

E’ in gioco la vita dell’intera umanità sotto la duplice minaccia del nucleare e del cambiamento climatico che è foriero di nuove guerre,  e dunque rappresenta un acceleratore pericoloso di tensioni geopolitiche,  col rischio della ricorsa al nucleare. Questo Trattato ci dà la forza giuridica oltre che morale di esigere il disarmo nucleare. Non perdiamo tempo. Agiamo con determinazione, coscienti di essere “cittadini e cittadine  del mondo”  nonché “figlie e figli della madre terra”.

LM – La grande psicanalista Hanna Segal disse, a proposito delle armi nucleari : “Silence is the real crime!” e penso proprio che avesse ed abbia tutt’ora profondamente ragione !

Il nostro primo compito, in quanto esponenti della Società Civile è quello di informare e ‘formare’ l’opinione pubblica, facendola emergere dallo stato di ‘letargia’ nel quale per lo più si trova a proposito di questa realtà di un rischio crescente nel mondo di una guerra nucleare e, d’altra parte, dei mezzi che abbiamo a disposizione per cercare di evitarla. Vi è cioè la necessità urgente e impellente di una vera e propria ‘pedagogia’ per creare una presa di coscienza che è pressoché assente attualmente in tutti gli ambiti della popolazione.

Ciò è essenziale perché l’opinione pubblica possa esercitare una pressione adeguata sui governi degli Stati nucleari e dei loro alleati, in modo da indurli ad eliminare fisicamente le loro armi nucleari, insieme a tutto il loro contesto, e ad aderire al Trattato di Interdizione.

 

Inoltre, a livello diplomatico, la Società civile, in collaborazione con i rappresentanti degli Stati più motivati, deve ora ‘inventare’ una nuova strategia, adeguata alla situazione geopolitica creata da questo trattato, in modo da poter giungere ad una Convenzione di Eliminazione delle armi nucleari, e cio’ prima che sia troppo tardi !

 

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agosto 19, 2017

Ucraina: come proteggersi dalle fake news

Pubblicato su Pressenza il 13.07.2017

Ucraina: come proteggersi dalle fake news

La redazione del sito

Mauro Voerzio è il responsabile della pagina italiana (http://www.stopfake.org/it/) di un progetto internazionale per smascherare le notizie false che circolano sull’Ucraina.

 

Mauro ci vuoi raccontare un po’ questo progetto?

Il progetto StopFake nasce nel 2014 all’indomani del Maidan e dell’inizio della guerra con la Russia. L’Ucraina è stata il test delle nuove guerre ibride ed è stato il test anche della nuova stagione di war information. In pratica è stata il campo per verificare il funzionamento della grande macchina di propaganda messa a punto dalla Russia con lo scopo di destabilizzare Stati stranieri.
Di pochi giorni fa anche un’altro tipo di test effettuato dalla Russia nel campo della CyberWar.

StopFake nasce da questa esigenza, mettere in campo uno strumento per contrastare la guerra informativa. La scelta è stata quella del debunking, ovvero di contrastare i fake con dei dati oggettivi
facilmente verificabili da chiunque.
Siamo coscienti che non è la risoluzione finale del problema FakeNews, esistono infatti molti fenomeni che sfuggono alla logica, il più famoso di tutti è il backfire effect, cioè la radicalizzazione di chi, esposto alla FakeNews, di fronte ai motivi per cui quella notizia è falsa, il soggetto crede ancora di più al falso. Nonostante tutto crediamo che con il tempo le persone diventeranno più consapevoli e tramite servizi come il nostro acquisiranno quegli strumenti culturali per riconoscere da se un fake da una notizia vera.

Qual è la vostra metodologia di lavoro?

La redazione conta di 29 persone, tutti volontari. Riceviamo donazioni da elementi esterni dall’Ucraina proprio per evitare di essere assoggettati all’una o all’altra parte ed utilizziamo quei fondi per le spese correnti e per missioni all’estero in partecipazioni a conferenze sul tema fakenews

Il sito è tradotto in 11 lingue e l’Italia è il quarto paese per numero di accessi dopo Ucraina, Russia e Stati Uniti,

Nonostante siamo chiaramente un progetto Ucraino che ha il compito di svelare le FakeNews provenineti dalla Russia non ci consideriamo parte integrante di una parte e non parteciapiamo mai alla propaganda. Il
nostro lavoro è analitico, investigativo e qualche volta forensico.
Dimostriamo con fatti oggettivi perchè una notizia è falsa o perchè una foto è stata scattata altrove.

Abbiamo in tre anni scoperto più di mille fake, quasi uno al giorno. L’Italia non è immune al fenomeno, infatti risente di una forte influenza russa e pertanto spesso e volentieri alcuni siti (organici alla propaganda russa) rilanciano i fake provenienti da Mosca o ne creano di nuovi. Un recentissimo esempio di qualche giorno fa è stato l’articolo di Maurizio Blondet che si basava su foto scattate non in Ucraina per una critica omofobica al Gay Pride che si è tenuto a Kyiv.(http://www.stopfake.org/it/blondet-un-fake-omofobico-contro-l-ucraina-di-cattivissimo-gusto/)

Un vecchio adagio giornalistico dice che in guerra la maggior parte delle notizie sono propaganda: come fate voi per evitare di cadere nella trappola?

Le critiche che riceviamo non sono mai su quanto pubblicato, ma a seconda dei casi di essere agenti della CIA, sponsorizzati da Soros, neonazisti ecc. ecc. Se fossimo dei propagandisti su mille articoli forse avrebbero trovato dei motivi per attaccarci nel merito, ma non è mai successo. Il nostro direttore Eughen Fedchenko è molto fermo su questo punto, lui ci ripete tutti i giorni “noi siamo giornalisti, noi facciamo indagini e pubblichiamo solo se la notizia è certa al 100%, se abbiamo dei dubbi su un debunking non lo pubblichiamo”. Solo così ci siamo creati una solida credibilità e di questi tempi non è poco.

Noi cerchiamo di essere il più analitici possibile tanto che il nostro metodo di lavoro è diventato di esempio anche in America, ne hanno parlato CNN, NYT WAPO, mentre in Europa il The Guardian e la BBC dopo
la Brexit. Non si tratta di prendere le difese di una parte, si tratta di far emergere il buon giornalismo contro le sue manipolazioni, una persona informata correttamente è una persona libera, una persona
sottoposta a barinwashing è facilmente manipolabile.

Qual è il vostro auspicio sulla situazione di conflitto in Ucraina, Crimea e territori contesi?

Ovviamente per tutti coloro che vivono e lavorano in Ucraina l’auspicio è che la guerra termini presto ma i segnali che arrivano da Mosca vanno in senso opposto, anzi si ha la sensazione che siamo solo agli inizi di un conflitto che potrebbe divenatare più generale. In Ucraina si ha la consapevolezza che il paese non è il vero obiettivo della Russia, è solo un grande campo di addestramento dove verificare nuove metodologie di guerra, dalla guerra ibrida a quella informativa sino alla cyberwar. Il vero obiettivo della Russia è il dissolvimento dell’Unione Europea sostituita da una alleanza EuroAsiatica a guida russa. E’ tutto scritto, come ai tempi del Mein Kampf, basta leggere i libri di Aleksandr Dugin (filosofo e mentore di Putin) per capire a cosa puntano.La Crimea imploderà in breve tempo da sola, la situazione sulla penisola è al collasso, mancano medicine, acqua, i prezzi del cibo sono alle stelle e i turisti l’hanno abbandonata. Per il Donbass è differente, si tratta di una piccolissima porzione di terreno (paragonabile alla provincia di Torino in Italia), terreno che ad oggi
nessuno vuole più in quanto devastato da tre anni di guerra. La Russia lo usa come motivo di frizione continua con l’Europa ma non pensa neanche lontanamente ad annetterselo, l’Ucraina se potesse glielo
lascierebbe ma pagherebbe la scelta con fortissime tensioni interne in quanto sarebbe come abbandonare tutti quei cittadini che ancora oggi sono prigionieri di quella situazione. A mio parere come ci si muove
in Donbass si sbaglia, ed è forse per questo che da oltre un anno la situazione è cristallizzata nonostante i combattimenti provochino morti tutti i giorni.
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luglio 23, 2017

Ucraina: lavoriamo per avvicinare i popoli

Publicato su Pressenza il 10.07.2017

Ucraina: lavoriamo per avvicinare i popoli

I bambini ucraini disegnano contro la guerra (Foto di Associazione Italia-Ucraina Maidan)

Mauro Colombo è segretario esecutivo dell’Associazione Italia-Ucraina Maidan, associazione culturale che opera da vari anni nel campo dell’aiuto umanitario alle popolazioni colpite dalla guerra, dell’informazione sulla realtà dell’Ucraina e sulla fratellanza tra i popoli.

In questi giorni l’Associazione ha spedito in Donbass due containers di aiuti umanitari.

Mauro, puoi intanto darci i dettagli di questa ultima operazione e spiegarne il perché?

Dai primi giorni del conflitto, l’Ucraina ha dovuto gestire un’enorme quantità di problemi, tra i quali il 1.400.000 profughi interni provenienti dalle zone del Donbass occupate dai separatisti filorussi e dalla Crimea, illegalmente annessa alla Russia.
La risposta della società civile è  stata esemplare e si sono attivate molte associazioni sul territorio. Purtroppo la disponibilità economica in Ucraina è molto scarsa a causa di oltre 26 anni di crisi. Noi abbiamo lavorato con la diaspora in Italia organizzando raccolte fondi per poter inviare vestiti,  cibo e materiale sanitario. Oltre a contribuire alle necessità pratiche ci interessa molto che ai profughi fuggiti dalla guerra arrivi un messaggio importante: non siete soli, non credete alla propaganda, i vostri fratelli sono qui e si occupano di voi.

Perché  hai nominato la Crimea? Li non c’è la guerra…

Prima  dell’annessione illegale alla Russia, le lingue ufficiali erano l’ucraino, il russo e il tataro. Ora è solo il russo e le minoranze etniche ucraina e tatara sono state vittime di gravi  discriminazioni e abusi fino  dai primi giorni. Molti hanno perso la casa o l’attività commerciale, in favore dei nuovi occupanti. Molte migliaia di persone hanno abbandonato la penisola temendo per la propria incolumità e quella dei propri cari.
Al leader tataro e parlamentare ucraino Mustafà Djemilev è  stato vietato l’ ingresso sulla sua terra, la Crimea.
Ma di questo ci sarebbe molto da parlare.

La situazione sul terreno qual è?

Ora la situazione profughi è stabile, la guerra si percepisce solo sulla linea del fronte, ma tutto il paese si aspetta cambiamenti radicali e profondi. Si respira una certa insofferenza perché da una parte non è semplice mettere mano a gravi problemi che affliggono il paese, dall’altra ci sono molte forze che si oppongono ai cambiamenti. In molti casi il ”nemico” non è  oltre il fronte, bensì  all’interno del paese.

C’è un certo silenzio sul conflitto da quando sono stati raggiunti degli accordi di cessate il fuoco: quali sono le prospettive verso una pace definitiva?

Al momento il conflitto è  classificato ” a bassa intensità ‘: ciò  significa che due morti e cinque feriti in media al giorno e 3  milioni di persone in ostaggio di pazzi mercenari non sono urgenti per nessuno.
Gli accordi di Minsk sono stati disattesi dai primi minuti successivi le firme.
Putin non abbandonerà mai la Crimea perché strategica a livello militare.
Il conflitto in Donbass serve alla Russia per tenere sotto scacco l’Ucraina e impedirle di sfuggire alla propria orbita. Sarà un conflitto congelato come è  stato, ed è  ancora, per Trasnistria, Ossezia del Nord, Inguscezia, Abkhazia e Nogorno Karabak.

Forse a molti i nomi di queste regioni risulteranno sconosciuti; spesso siamo distratti quando le bombe cadono provenendo da est… comunque fanno  parte dello stesso disegno.

La pace non sarà  possibile finché saremo indulgenti sulla violazione degli accordi internazionali e finché l’ ONU sarà immobilizzata dalla possibilità  di porre il veto da parte dei paesi più  potenti.

Nel frattempo lavoriamo con la gente nell’intento di frenare l’escalation di odio e favorire l’avvicinamento tra i popoli a dispetto degli interessi delle élite dei potenti.

luglio 22, 2017

Sono ancora gli stranieri a voler mettere le mani sull’Afghanistan

Pubblicato su Pressenza il 03.06.2017

Sono ancora gli stranieri a voler mettere le mani sull’Afghanistan

Atai Walimohammad è un profugo afgano che vive in Italia dal 2013 e lavora come mediatore linguistico e culturale. Ha cominciato a collaborare con Pressenza per parlare del suo paese e, in generale, della situazione dei rifugiati.

Atai puoi brevemente raccontare la situazione da cui sei fuggito e quello che ti è successo che ti ha costretto a fuggire?

Ho studiato due anni in una madrasa, la scuola coranica dove a dispetto del nome “scuola” si insegna ormai solo la jihad, la guerra doverosa (non “santa”, questo è un termine che ha più a che fare con il cristianesimo e che ha portato a parecchi equivoci). In pratica, dove si insegna solo ed unicamente a diventare kamikaze.

Abbinare a questo la parola “scuola” fa rabbrividire. Eppure, questa era – e forse è ancora – la realtà. Tanti ragazzi come me sono stati indottrinati così. Un lavaggio del cervello che spingeva i miei amici a diventare shahid, ossia martiri. Rinunciare alla vita per assassinare: l’annullamento di 10.000 anni di faticoso progresso. L’indottrinamento era tale che le famiglie di questi miei amici erano contentissime quando i Talebani diedero loro il certificato del paradiso per questi “martiri”. Lo sono stati martiri, questi ragazzi, ma i carnefici non erano di certo le loro vittime, bensì chi aveva fatto loro quell’indegno lavaggio del cervello. Dopo che alcuni dei miei amici si sono fatti esplodere, le loro mamme piangevano e si frustavano, io ogni giorno sentivo le brutte notizie e la mia mamma mi disse che dovevo fare anche io il kamikaze contro i non musulmani.  I talebani, nel frattempo, riuscirono ad impossessarsi del villaggio. Era il febbraio 2012. Dal centro di addestramento dei kamikaze partì un blitz che prese il controllo della zona. In un solo mese riuscirono a compiere svariate atrocità: la lapidazione in pubblico di un ragazzo ed una ragazza per adulterio, l’impiccagione di 14 ragazzi che lavoravano per l’esercito afgano e lo sgozzamento di un uomo, e mio amico, che tramite una dinamo era riuscito a portare l’elettricità a tutto il villaggio. La “sentenza” fu giustificata con il fatto che l’elettricità poterebbe la gente ad avere televisione e radio, due cose effimere, e quindi peccato mortale. Il rifiuto dell’amore fisico, il rifiuto della diversità di idee, il rifiuto del progresso tecnologico. In un solo mese (perché un mese è durato il terrore talebano nel villaggio) tutta la barbarie possibile.

I fanatici religiosi mi ostacolavano. Parlavano male di me. Dicevano che ero “infedele”. Ma io continuavo ad andare a scuola ed a studiare la scienza e non la religione. Così sono cresciuto e il mio sogno era quello di diventare uno psicologo come papà e di continuare la sua opera. La mattina frequentavo la scuola ed il pomeriggio seguivo corsi di matematica, biologia, fisica e chimica. Perché, anche se nessuno se lo ricorda più, un tempo l’Afghanistan era una terra di grandi scienziati e matematici.

Io ero ancora un ragazzino, ma con l’aiuto del Governo sono riuscito ad aprire nel mio villaggio un centro per l’apprendimento dell’inglese e dell’informatica aperto tanto ai bambini quando agli adulti. All’inizio erano proprio in pochi a venirci! Ma, piano piano, il loro numero è aumentato anche se la mia scuola aveva davvero pochi mezzi. Una volta a settimana venivano gli americani di pattuglia al villaggio ed io, che sapevo l’inglese, andavo sempre a parlare con loro. Un giorno gli americani mi portarono libri, quaderni, tappeti, sedie, matite, lavagne e tavoli. Ero felice. Potevo avere una scuola vera! Lo ricordo come uno dei momenti più belli della mia vita, il giorno in cui distribuii tutto il materiale ai ragazzi e alle ragazze del villaggio. Anche la gente cominciava a cambiare idea, a capire che un libro è un’arma migliore del fucile. Io continuavo a studiare scienza, ma mi dilettavo anche di arte. Un giorno di febbraio io e il mio fratellino Atai Dostmohammad abbiamo fatto una scultura e l’abbiamo portata a scuola per farla vedere agli studenti. All’inizio erano contenti di vederla ma poi qualcuno ha cominciato a dire che rassomigliava a Buddha e alcuni si sono arrabbiati. E’ arrivato un insegnante di teologia che ha rotto la mia statua e ha incitato i ragazzi a picchiarci. Siamo tornati a casa insanguinati. Da quel giorno si è sparsa la voce che mi fossi convertito al buddhismo e la gente ha cominciato a trattarmi da infedele. Nessuno è più venuto nella mia scuola. Allora mi hanno accusato di essere una spia e di essermi convertito al cristianesimo. I talebani hanno dato alle fiamme la mia povera scuola e mi hanno cercato a casa, devastando e bruciando tutto quello che era mio. Per fortuna, ero lontano, altrimenti mi avrebbero ucciso. Ma non sono più tornato a casa. Sono scappato verso la provincia di Herat e ho deciso che avrei lasciato per sempre la mia patria.

A tuo fratello come è andata e in che problemi si trova attualmente?          

Al mio fratello maggiore, Dott. Atai Liaqat Ali, le cose non sono andate così bene. Lui era un medico e lavorava in un ospedale statale. Stava facendo la specializzazione e fu avvicinato dai talebani che gli chiesero di lavorare per loro e che non doveva più curare i governativi. Lui rifiutò. Così lo rapirono mentre lavorava in corsia. A lungo, lo torturarono con l’elettroshock. Alla fine lo abbandonarono mezzo morto sul ciglio di una strada. Da quel momento, non è più stato quello di prima. Il suo cervello ha subito gravi danni e la sua menomazione è presumibilmente irreversibile. Solo le cure antipsicotiche riescono a dargli un po’ di sollievo. Quello che rimane della mia famiglia, riuscì a farlo ricoverare in un ospedale pakistano, mentre i talebani davano alle fiamme il suo ospedale e la sua casa. Così anche mio fratello fu costretto a raggiungere l’Italia. Il suo viaggio fu ancora più difficile a causa delle sue condizioni di salute. Ma ancora urla per la paura di essere catturato dai talebani anche se sa che è in Italia. Si era sposato circa 2 mesi prima dell’episodio. È stato ascoltato dalla commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ed ha avuto lo status di rifugiato come me.

Qual è il tuo giudizio sulle istituzioni che lavorano con i rifugiati? E quello sulle associazioni di volontariato del settore?


Oggi molti italiani hanno paura delle migrazioni non perché siano ostili alle persone dei migranti, ma perché vedono che l’emergenza è gestita male, e soprattutto non ne vedono la fine. L’impressione è che il governo e gli enti locali stentino a organizzare sia l’accoglienza, sia i rimpatri; e soprattutto non riescano a disegnare un orizzonte che dia ai cittadini quella sicurezza anche psicologica senza cui l’integrazione resta utopia. Il tentativo di coinvolgere l’Europa sta dando i primi risultati. Ma gli italiani sanno che le guerre civili nel Nordafrica e in Medio Oriente non sono affatto finite, che per stabilizzare l’area serviranno anni se non decenni; e non intravedono ancora né le regole né le azioni che consentano di salvare i profughi, sottraendoli ai trafficanti di uomini. Dopo due anni di lezioni di italiano, corsi di formazione e lavori per la comunità, i problemi di integrazione sono superati, ma burocrazia e incapacità del legislatore finiscono per vanificare ogni sforzo. I pochi che ottengono lo status di rifugiato dopo un’attesa che può superare i due anni, devono lasciare il centro entro tre giorni senza un euro in tasca, senza un lavoro e un’altra struttura che metta a frutto l’investimento pubblico fatto su di loro per trasformarli in cittadini. Così la proposta del ministro degli Interni Marco Minniti di legare lo status allo svolgimento dei lavori socialmente utili, qui a Zavattarello in centro in cui io lavoro suona come una beffa. “Chi ha ricevuto risposta negativa può rimanere qui fino all’ultimo grado di giudizio. Continua a studiare, a lavorare. Ha cibo e un tetto. Ma se gli riconoscono lo status di rifugiato dobbiamo metterlo alla porta e tanti saluti”.

C’è da essere orgogliosi del modo in cui molti italiani stanno reagendo. Le associazioni di volontariato fanno un grande lavoro, spesso sopperendo alle lacune della pubblica amministrazione. E gli uomini in uniforme continuano a salvare vite, dovere giuridico e morale che in nessun caso può mai venire meno. Ma lo Stato, insieme con gli altri Paesi europei, deve fare molto altro: alleggerire il peso che grava sulle frontiere, organizzando il viaggio dei profughi e il respingimento dei clandestini; e far funzionare la macchina dell’integrazione, legando i diritti ai doveri, che comprendono la conoscenza e il rispetto dei nostri valori, a cominciare dall’uguaglianza tra uomo e donna. A patto di rispettare la paura ed eliminarne le ragioni.

La guerra in Afghanistan sembra una guerra senza fine: esiste secondo te una volontà di terminarla?

Da molti anni quasi tutte le nazioni del mondo sono impegnate nella missione di pace in Afghanistan, e dopo 17 anni e 5 mesi della loro presenza non è stata portata la pace nemmeno in un distretto del paese, e addirittura i problemi sono aumentati. Prima erano solo i talebani ma adesso ci sono anche gli altri gruppi terroristici come Isis, Haqani e etc. in incubazione le uova degli altri gruppi terroristici e sappiamo benissimo dove nascono e come crescono, e chissà quando nascono come li chiameranno? Ma sono figli tutti dello setsso padre, tutto comincia dal Pakistan alleato degli Stati Uniti; così nessuno dice nulla. Non è ammazzando i terroristi che si risolve il problema del terrorismo, bisogna eliminare le ragioni che li rendono tali. Questo vuol dire che finché ci sono i campi petroliferi e gli interessi dei paesi stranieri la guerra non finirà mai in Afghanistan e in mezzo la povera gente come da sempre va ammazzata sia da parte dai talebani (figli dei paesi stranieri) che dai governativi.

luglio 22, 2017

Lorenzo Russo: servono più persone che lottano per i diritti delle persone

Pubblicato su Pressenza il 15.05.2017

Lorenzo Russo: servono più persone che lottano per i diritti delle persone
Gli attivisti di All Out nel cellulare della polizia russa (Foto di All Out)

Lorenzo Russo ha 16 anni, è gay ed è una persona impegnata in azioni per la difesa dei diritti umani delle persone LGBT.  L’ultima di queste azioni è consistita in una petizione su Change che in un mese ha raggiunto quasi mezzo milione di firme.

Da solo, con un gruppo? Con gli amici? Lorenzo, puoi far un riassunto di come è nata la tua iniziativa?

La mia iniziativa di raccolta firme è nata da una mia idea. Dopo che sono venuto a sapere cosa stava e sta anche adesso succedendo in Cecenia, sentivo il bisogno di fare qualcosa anch’io nel mio piccolo. Allora ho creato la petizione su Change.org; non mi sarei mai aspettato un adesione così massiccia, sintomo che non sono solo a voler fermare queste atrocità, ma siamo ben mezzo milione.

Tu citi anche una campagna internazionale su questi temi. Ce ne parli?

Pochi giorni dopo aver lanciato la petizione, visto il grande successo che stava avendo, il sito di Change ha deciso di unire le mie firme a quelle di una campagna internazionale analoga, perciò è molto importante che si firmi la mia petizione per far sì che le nostre voci italiane si uniscano a quelle di tutto il mondo.

Cosa è successo in questi giorni?

li attivisti di All Out stavano per consegnare le firme di un’altra petizione, quando sono stati fermati dalla polizia, compreso anche il nostro connazionale Yuri Guaiana. Tutto ciò a Mosca. Vergognoso è dir poco; una politica, quella di Vladimir Putin, che sta ostacolando la giustizia per tutti gli omosessuali torturati e detenuti in Cecenia.

Quali sono le prossime azioni che intendete mettere in marcia?

Purtroppo al momento non sono a conoscenza di questo, ma posso dire di diffondere il più possibile le notizie dalla Cecenia, visto che i media non lo fanno. Per adesso è l’unica cosa che possiamo fare.

Su Change si vedono messaggi sulla tua petizione che invitano a farsi gli affari propri, ad occuparsi di altro e simili: cosa rispondi tu?

Cosa posso rispondere? Il giorno in cui ognuno penserà solo agli affari propri il mondo andrà in rovina. Fortunatamente oggi c’è ancora chi lotta per i diritti delle persone; servirebbero più persone così , invece di animali da tastiera che non vedono l’ora di sputare odio.

In giro insistono sui giovani che non si interessano più a nulla. Come combattere questo stereotipo?

Questo stereotipo esiste ed è sbagliato. Io sono giovane, ho 16 anni, vivo con i miei coetanei e assicuro che in molti abbiamo tanta voglia di fare e di interessarci al mondo che ci circonda, ma molto spesso ci viene insegnato male o non veniamo compresi. E molto più spesso non ci vengono date le possibilità. Questi errori vengono commessi in primis dalla scuola; manca a mio parere un insegnamento dell’attualità del mondo e di come ormai sia cambiato.

giugno 8, 2017

Turtle House: le formiche stanno spostando l’elefante?

Pubblicato su Pressenza il 11.05.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Turtle House: le formiche stanno spostando l’elefante?
Teresa Pisanò a Turtle House

Sono circa due mesi che Teresa Pisanò, blogger e viaggiatrice in questo momento a Taipei,  ha lanciato su Change una petizione perché non sia venduta e demolita Turtle House, la casa descritta da Tiziano Terzani in “Un indovino mi disse”. E’ di questi giorni un interessamento all’acquisto e trasformazione in museo da parte della Dante Alighieri di Bangkok che, intanto, ha bloccato la vendita.

Teresa, ci è voluta una salentina emigrata a Taipei per ricordare agli italiani che la casa di Tiziano Terzani era in pericolo di distruzione. Com’è andata la campagna finora? Puoi farci un riassunto?

Dopo essere stata a Bangkok, aver visitato Turtle House e dopo una lunga chiacchierata con Kamsing, custode e giardiniere che visse con la famiglia Terzani, ho sentito che avrei dovuto fare qualcosa per impedire che quella bella casa tradizionale e tutto ciò ad essa legato venisse abbattuto per far posto all’ennesimo palazzone di cemento. “Chi tace è complice”, mi sono detta e, tornata a Taipei ho scritto una petizione indirizzata a tutte le istituzioni italiane presenti a Bangkok, al Ministero dei Beni Culturali e al Ministero degli Affari Esteri. Mai avrei immaginato che avrebbe avuto una simile risposta. Hanno cominciato a contattarmi in molti, tra giornalisti e appassionati di Terzani. Non è stato facile e tuttora non possiamo avere certezze, ma attualmente la Società Dante Alighieri di Bangkok ha preso a cuore la causa e ha in mente un bellissimo progetto: farne la sua sede ufficiale dedicando anche un piccolo museo a Tiziano Terzani. Idea che è piaciuta anche ai vecchi proprietari di Turtle House, pertanto la vendita è stata bloccata.

Nel tuo bellissimo blog Asia Mon amour parli di Tiziano con l’amore di una nipotina per un nonno. Cosa rappresenta Terzani per te e per la gente della tua generazione?

Terzani è stato una bella scoperta, soprattutto perché abbiamo percorso strade simili, seppur in periodi diversi: abbiamo entrambi studiato il cinese, abbiamo vissuto in Cina, il paese che più abbiamo amato. Ci accomunano molte idee sulla vita, il fascino del diverso, l’amore per l’ Asia, i viaggi, l’India. Credo che Terzani sia un esempio da seguire, uno che ha avuto il coraggio di scegliersi la propria vita senza scendere a compromessi, un uomo che ha avuto grandi passioni, che ha studiato tantissimo e che con umiltà ha cercato di capire l’Altro, il Diverso. Importantissimo il suo messaggio, soprattutto in questo periodo storico, dove l’empatia è l’unica cosa che potrebbe cambiare le sorti del mondo.

Ci sono ragionevoli speranze che Turtle House divenga un museo. Cosa possiamo fare per rendere questa speranza più concreta?

Sicuramente continuare a diffondere la petizione il più possibile, sia sui social network, sia sulla stampa. Qualora si raggiunga un accordo con la proprietà, serviranno degli sponsor per sostenere il progetto, essendo la Società Dante Alighieri un ente senza scopo di lucro.

L’Asia di cui parli, l’Asia in cui viaggi cosa può portare in questo momento di positivo alla nascita di un mondo più pacifico, più nonviolento, più rispettoso della conoscenza reciproca e della diversità?

Dovremmo imparare tante cose dagli orientali, per esempio l’accettare gli avvenimenti della vita in modo più fatalista, la collettività, la gratitudine per un sole che sorge, come gli indiani che la mattina sulle rive del Gange lo ringraziano e si inchinano alla sua meraviglia, la spiritualità, che non significa credere necessariamente in un Dio, ma riconoscere la grandezza e l’importanza di ogni cosa; forse in questo modo impareremmo a rispettare di più la vita.

Il primo importantissimo passo è studiare e viaggiare. Viaggiare ti cambia in meglio. Sono convinta che venire a contatto con la Diversità, che sia linguistica, religiosa, culturale o di qualsiasi altra natura, apra la mente e ci renda persone migliori.

giugno 4, 2017

Venezuela: la violenza golpista delle destre si scontra con la maturità del popolo

Pubblicato su Pressenza il 03.05.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Venezuela: la violenza golpista delle destre si scontra con la maturità del popolo
Geraldina Colotti in Venezuela

Registriamo molta confusione e manipolazione su ciò che sta succedendo in Venezuela negli ultimi tempi. Comprendere una situazione significa, per noi, far parlare gli attori sul campo, gli osservatori informati, depurare la notizia dalla propaganda e, soprattutto, chiarire da che punto di vista si parla.  In questo momento storico l’unico punto di vista interessante ci pare quello dello sviluppo umano, dello sviluppo dei popoli. Per questo abbiamo sentito Geraldina Colotti, giornalista del  Manifesto e direttrice dell’edizione italiana di Le Monde Diplomatique, che da molti anni racconta il Venezuela attraverso interviste e reportage. Un punto di vista “schierato”, ma non acritico, e ben documentato, espresso da una giornalista di grande livello professionale.

Geraldina, quando sei stata a Caracas l’ultima volta?

A settembre dell’anno scorso, per oltre un mese, in occasione del 17° Vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati (MNOAL), che si è tenuto sull’isola di Margarita dal 13 al 18 settembre e durante il quale l’Iran ha trasferito la presidenza pro-tempore dell’organismo internazionale – il secondo più grande dopo l’Onu – al Venezuela. Il Mnoal venne formalmente costituito a Belgrado nel settembre del 1961. Gli antecedenti vanno però rintracciati nella Conferenza afroasiatica di Bandung, in Indonesia, dell’aprile del 1955. Allora promossero l’iniziativa cinque paesi decolonizzati dell’Asia: il Pakistan, l’India, l’Indonesia, l’attuale Sri Lanka e la Birmania. A quella conferenza assistettero 29 paesi, che condannarono il colonialismo ancora esistente in Africa e il sistema dell’apartheid e invitarono le grandi potenze a cooperare nella lotta contro il sottosviluppo e la povertà. Nel mondo allora diviso in due blocchi, nasceva il cosiddetto Terzo Mondo. I paesi dell’America Latina e dei Caraibi non furono presenti a Bandung. Il loro ruolo è però risultato determinante in questo secolo, grazie al dinamismo dei governi del “socialismo bolivariano”, che hanno ripreso l’esempio di Cuba e cercato di trasformare la “ritualità” dei vertici internazionali all’insegna dei rapporti non asimmetrici, dell’integrazione regionale, della solidarietà, della cooperazione sud-sud e del non-allineamento alle politiche di guerra.

Com’era la situazione?

All’isola Margarita erano presenti le più alte rappresentanze dei 120 paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina e dei Caraibi e dell’Europa orientale, dei 17 paesi osservatori e 10 organizzazioni osservatrici. Il vertice è stato però completamente silenziato da tutti i media europei, impegnati invece a trasmettere ogni starnuto delle destre venezuelane. In quella sede, si è messo nero su bianco che il dialogo e non la guerra deve guidare le politiche del mondo globalizzato, ogni paese partecipante ha sottoscritto il principio che garantisce la libera circolazione delle persone e non solo delle merci, la libertà di genere, quella del lavoro e della dignità umana e il diritto dei popoli alla propria autodeterminazione. E’ stata lanciata la campagna contro i paradisi fiscali, ripresa anche all’Onu e sostenuta da Papa Bergoglio. Un “patto etico” che ha poi portato, in Ecuador, al referendum che si è svolto in contemporanea alle ultime elezioni presidenziali, vinte da Alianza Pais. Oltre il 50% degli ecuadoriani ha detto no ai paradisi fiscali, nonostante la poderosa campagna delle destre, che a tutt’oggi disconoscono il risultato.

Nei giorni del vertice Mnoal, a Piacenza veniva ucciso durante un picchetto notturno l’operaio egiziano Abdesselem El Danaf, professore nel suo paese, lavoratore della logistica in Italia, e il sindacato Usb organizzava un riuscito sciopero “di classe”… Da quelle parti si parlava di diritti del lavoro che il Venezuela continua a difendere, nonostante il primo obiettivo delle destre, dopo la vittoria alle elezioni parlamentari del 2015, sia stato quello di abolire l’avanzatissima legislazione del lavoro. In quella occasione, si è visto un ulteriore giro di censura sul Venezuela e un ulteriore capovolgimento di senso nel raccontare le notizie. Per dirne una, sull’isola Margarita, nel supermercato vicino all’hotel che ospitava i partecipanti al vertice, in quei giorni si trovava di tutto e a prezzi accettabili. Il giorno dopo la chiusura del vertice, i prezzi erano nuovamente schizzati alle stelle.

E’ incredibile la quantità di attacchi che ha subito Maduro dopo aver vinto le elezioni contro Henrique Capriles, alla morte di Chavez, nel 2013. Come nel Cile di Allende, gli Usa e le destre che pilotano hanno deciso di “far urlare l’economia” venezuelana, complicando le debolezze di un paese petrolifero ancora troppo dipendente dagli introiti dell’oro nero. Un paese ricco di risorse – soprattutto oro e coltan, ma anche risorse idriche e biodiversità – che ha messo in campo un forte processo di redistribuzione e ha intaccato i rapporti di proprietà capitalisti, pur senza aver fatto una rivoluzione di stampo novecentesco, come quella di Cuba. Imponendo un’altissima qualificazione del rischio, le agenzie di rating obbligano il Venezuela a pagare in anticipo e con tassi di interessi stratosferici, come accade per Cuba che soffre il blocco economico degli Stati Uniti.

Il traffico di dollari al mercato nero intossica l’economia e fa aumentare l’inflazione accumulata negli anni della IV Repubblica. Le grandi imprese hanno ottenuto miliardi di dollari a prezzo preferenziale dal governo (in Venezuela la moneta è il bolivar) per investimenti o importazioni che non hanno mai fatto, preferendo speculare sul mercato del dollaro parallelo. Le grandi imprese private hanno intrapreso una gigantesca azione di sabotaggio e accaparramento dei prodotti, per provocare il malcontento nei settori popolari. Com’è possibile che, dopo aver aumentato in modo stellare i prezzi, dopo aver ricevuto così tanti dollari e materia prima, a fronte di code così evidenti l’impresa che produce il mais pre-cotto (il prodotto più usato nell’alimentazione) decida di ridurre la produzione dell’80% anziché aumentarla per far fronte alla richiesta? Se la domanda c’è, perché ridurre l’offerta? Il governo ha reagito con i Comitati di rifornimento e produzione, i Clap. Organismi autogestiti, dall’alto contenuto politico, proiettati verso l’aumento della piccola produzione agricola. Le destre hanno tentato di promuovere saccheggi e violenze, ma senza esito. Purtroppo ci hanno riprovato dopo l’elezione di Trump negli Usa, che ha deciso di lasciare carta bianca e di farla finita con il socialismo del XXI secolo in America Latina. Ma come vediamo in questi giorni, la partita è tutt’altro che chiusa.

Uno dei temi del contendere è come si amministra il potere in Venezuela; Chavez ha disegnato un sistema istituzionale originale. Ce lo puoi spiegare?

La Costituzione bolivariana, nata nel 1999, è un modello originale che attinge alle Costituzioni di vari paesi, dagli Usa alla Francia, all’Italia. Disegna una repubblica presidenziale basata sull’equilibrio di cinque poteri, regolati dal Tribunal Supremo de Justicia. Il TSJ vigila affinché nessuno prevalga sull’altro, pena la destabilizzazione del paese. Un sistema basato sulla democrazia partecipata e “protagonista” e non su quella rappresentativa. Per questo, quando il Parlamento governato dalle destre vuole imporsi a scapito del quadro istituzionale e non riconosce gli altri poteri costituiti, agisce per destabilizzare. Ma, anche in questo caso, i media ce la raccontano diversamente… La Costituzione bolivariana mette anche al centro la sovranità e l’indipendenza nazionale e l’integrazione regionale. Per questo, gli appelli all’intervento esterno, anche militare, votati dall’opposizione in Parlamento sono da considerarsi un vero e proprio tradimento. Ora, per evitare che lo scontro in corso possa degenerare in guerra civile, Maduro ha fatto appello agli articoli della Costituzione che gli consentono di convocare una nuova Assemblea Costituente: per ridiscutere con tutto il paese i termini della rivoluzione bolivariana, consolidarne le conquiste e rinnovare il consenso fuori dalle logiche da apparato. Maduro fa appello al potere “originario”, che conta più di tutti nella Costituzione, il potere popolare, che è costituente. Una svolta storica e anche un azzardo nella congiuntura particolare che vive il paese, provato da quattro anni di attacchi e dalla drastica caduta del prezzo del petrolio.

Da noi nei media mainstream arriva poca informazione e quella che arriva parla di una situazione di guerra civile. E’ un’immagine reale del paese?

La società venezuelana è sempre stata polarizzata. L’opposizione ha una inveterata tradizione golpista: in un primo tempo non ha riconosciuto la Costituzione, poi ha organizzato insieme alla Cia il golpe contro Chavez nel 2002, la serrata petrolifera padronale e non ha mai smesso di provare a sovvertire in ogni modo l’ordine costituito. Ora tenta il tutto per tutto, ma si scontra con la grande maturità del popolo chavista. In qualunque altro paese ci sarebbe stato un bagno di sangue, che le destre cercano a tutti i costi, costruendo ogni tipo di provocazione, organizzando omicidi mirati, femminicidi politici e pagando le bande paramilitari. Intanto, la stampa internazionale attribuisce la conta dei morti al governo e Maduro viene dipinto come “un dittatore”. Sono stata in Venezuela per tutto il periodo delle violenze di piazza del 2014, le guarimbas. Ho constatato la realtà dei fatti: la rivolta dei ricchi contro un modello di inclusione che, pur con tutti i limiti di una sperimentazione prevalentemente basata sul consenso e non su una rivoluzione di stampo novecentesco, consente di mettere in primo piano i bisogni degli esseri umani (e degli animali e della natura) e non gli interessi del capitalismo predatore.

La destra neoliberista promuove in tutto il continente, sia all’opposizione che al governo, una politica basata sullo scontro fisico e la violenza mediatica: quali sono le armi che i progressisti hanno messo in campo per contrastare questa strategia?

I paesi progressisti, come il Brasile e l’Argentina, durante i governi di Lula e Rousseff e dei Kirchner hanno cercato di colmare lo spaventoso debito sociale nei confronti dei settori tradizionalmente esclusi, fornendo loro la possibilità di accedere ai bisogni elementari. Il fatto di non essersi spinti oltre nelle riforme strutturali, come chiedevano i movimenti popolari e la sinistra più definita, ha contribuito al ritorno delle forze conservatrici, che in Brasile hanno impantanato un grande partito come quello dei Lavoratori (il Pt) nella contesa istituzionale assolutamente sfavorevole e nelle alleanze capestro con le forze che lo hanno poi disarcionato, portando a termine il golpe istituzionale contro Dilma Rousseff.

In Argentina, dove i movimenti popolari hanno una forza notevole, manca ancora una direttiva di marcia organizzata e credibile che faccia chiarezza all’interno e fuori dal “peronismo”. Aver candidato l’imprenditore Scioli come alternativa a Macri (il Berlusconi argentino) e aver puntato su personaggi poco credibili nella gestione della cosa pubblica a livello territoriale non ha favorito le cose. Tuttavia, ora chi ha votato Macri senza condividerne gli interessi di classe sta facendo l’amara esperienza di vedere oltre la propaganda elettorale: repressione, licenziamenti, azzeramento delle conquiste sociali, indebitamento con i fondi avvoltoio, incarceramento della parlamentare indigena Milagro Sala…

Per quel che riguarda invece i paesi che, a vario titolo, si richiamano al socialismo del XXI secolo, le cose stanno un po’ diversamente. Il Venezuela, che più di tutti ha rimesso in causa i rapporti di proprietà, ha dalla sua l’enorme progresso sociale della popolazione tradizionalmente emarginata, compiuto attraverso la garanzia dei diritti elementari e puntando molto sull’educazione e la cultura, a cui viene dedicata una parte molto rilevante del bilancio dello Stato. Il Venezuela, che partiva da un livello altissimo di analfabetismo, ora è il quinto paese al mondo per matricole universitarie. Certo, questo non basta per mettere al sicuro il socialismo bolivariano dagli attacchi delle destre e dalla loro propaganda, rivolta a quei settori popolari che, dopo aver raggiunto il benessere, ora si sentono “classe media” e pensano di essere maggiormente garantiti dalle destre: dimenticando che, durante gli anni del neoliberismo, anche le “classi medie” sono state pesantemente impoverite. Presentare una figura imprenditoriale come potenzialmente meno corruttibile perché non avrebbe bisogno di denaro è un inganno che occulta la natura rapace del capitalismo e le sue logiche. Tanto per fare un esempio, Macri ha un discreto numero di imprese nei paradisi fiscali.

Ci giungono voci che ci siano varie anime nel movimento di protesta contro il governo: ti risulta? Esiste una critica “di sinistra” all’operato di Maduro?

L’arco dell’opposizione modula diversi tipi di destre e del centro-sinistra della IV Repubblica che ha pienamente aderito alle ricette neoliberiste e repressive. Una critica più radicale, che vorrebbe approfondire il socialismo accelerando sul pedale dello scontro di classe e senza mediazione, esiste, ma si situa all’interno del chiavismo, o comunque nell’arco dei suoi alleati. Il Gran Polo Patriotico racchiude infatti tutti quei partiti e gruppi che non hanno accettato di sciogliersi nel Partito socialista unito del Venezuela (PSUV), fondato da Chavez nel 2007: dal Partito comunista, a Redes, ai Tupamaros, ecc. Ci sono poi anche gruppuscoli che non si peritano di schierarsi con le destre più impresentabili in base a una logica di apparente estremismo, come i residui di Bandera Roja. Facendosi un giro nelle reti sociali, si nota un altissimo livello di intossicazione, utile a bombardare i cervelli confondendo i piani e i contenuti.

Come pensi che si possa risolvere la situazione?

In una “transizione al socialismo” come quella a cui accennavo prima occorre assumersi un livello di scontro permanente. Per questo, da quelle parti, la democrazia, le norme, le elezioni non vengono considerate un feticcio, ma un campo di autodifesa, di battaglia e di trincea. Le milizie popolari – un servizio civile che ogni cittadino impegnato presta in vari settori – sono preparate all’autodifesa e presidiano tutti gli obiettivi sensibili (scuole, ospedali, fabbriche…) Fondamentale anche l’unione civico-militare che ha messo chiaramente le Forze armate dalla parte del popolo e con funzioni sociali definite. In questi giorni, Maduro ha lanciato la proposta di una nuova Assemblea Costituente: non per cancellare la Costituzione bolivariana, ma per riformare lo Stato includendo e blindando le conquiste sociali realizzate finora. Per questo ha fatto appello ad alcuni articoli della Costituzione che gli consentono di appellarsi al potere “originario” che ha più forza di tutte: il potere popolare, il potere costituente.

Cosa pensi dell’azione diplomatica di Papa Francesco e del rifiuto di Capriles di aderirvi? E’ possibile costruire un tavolo di riconciliazione nazionale? A che condizioni?

La posizione del papa argentino – che si definisce “bolivariano” e che ha organizzato gli incontri mondiali con i movimenti popolari in difesa delle “3T” (casa, terra, lavoro) e dell’ambiente – appare diversa da quella delle gerarchie ecclesiastiche venezuelane e anche vaticane. Lo si evince da alcune interviste rilasciate, anche di recente. Capriles, che cerca di accreditarsi come leader di tutta l’opposizione, ma non ci riesce, attacca sia il papa che l’ex presidente spagnolo Zapatero (non certo un estremista), che guida il dialogo insieme ad altri ex presidenti latinoamericani. Le destre hanno sempre giocato su più tavoli: il primo è ad uso e consumo dei media occidentali, il secondo è quello della destabilizzazione. Durante alcuni incontri di dialogo, erano stati stabiliti cinque punti, ma le destre vogliono tutto il piatto e li hanno disattesi. Ora si è messa in campo una nuova proposta, quella dell’Assemblea Costituente, che chiama a discutere tutti i settori del paese. Destre comprese. Ma Trump ha già aperto le danze: al Venezuela – ha fatto sapere – verranno applicate sanzioni ancora più pesanti di quelle imposte a Cuba. L’Italia e l’Europa si sono già schierate. La partita, più che mai, ci riguarda.

maggio 31, 2017

Leggi, etica o pragmatismo?

Pubblicato su Pressenza il 01.05.2017

Leggi, etica o pragmatismo?
(Foto di HRC)

Ogni giorno assistiamo a uno strano fenomeno, in intensificazione: ciò che erano incontrovertibili certezze, capisaldi della morale, della legislazione internazionale, perfino del semplice buon senso perdono improvvisamente di valore.

Ci aspettavamo, per esempio, reazioni indignate degli stati all’insensato bombardamento della base militare siriana, credevamo ovvia una presa di distanza della Comunità Europea sulla pretesa di risolvere problemi lanciando la “madre di tutte le bombe”, attendevamo una ferma protesta e un ritiro di ambasciatori nel protrarsi dell’illegale detenzione di Gabriele del Grande in Turchia…

Aspettavamo invano.

Siamo cresciuti in un mondo dove Leggi e Convenzioni avevano il massimo rispetto; non sempre ci siamo trovati d’accordo con quelle leggi e quelle convenzioni, ma lo stesso atto di contestarle era un atto di riconoscimento delle medesime. Le leggi, le convenzioni e il buon senso sono state il cemento di un certo mondo di cui stiamo sempre più perdendo le tracce.

In questo senso anche il potere innegabile dei media era un potere comunque regolato da quelle leggi. Per quanto di parte, i giornali dovevano mantenere un minimo di deontologia e, direi, un minimo di decenza e proporzione, cose anch’esse in via di estinzione.

Ora quello che succede è che tali leggi e convenzioni sembrano essere superate in nome di alcuni “valori” sui quali non siamo affatto d’accordo.

Il valore centrale pare una pragmatica necessità immediata di risolvere i problemi e l’uso della violenza come metodo efficace per farlo.
Quest’arbitrarietà è altamente pericolosa e va denunciata in tutti i modi. Quest’arbitrarietà si è già installata nel racconto mediatico generale, in cui sembrano scontate cose che non lo sono: la guerra, la violenza, la legge del più forte, la discriminazione, il profitto…

Bene, sarà il caso di chiarire alcune cose: per quanto perfettibili siano, non ci pare che le numerose convenzioni internazionali, incluse quelle stipulate tra militari, abbiano perso di significato; ci paiono, al contrario, importanti baluardi contro l’abuso, l’ingiustizia, il dominio del più forte.

Di conseguenza, dal nostro punto di vista, valuteremo e giudicheremo ogni ente, governo, organizzazione e movimento in funzione del suo rispetto e della difesa delle convenzioni internazionali.

Giudicheremo i governi dal punto di vista del rispetto delle Risoluzioni dell’ONU, delle convenzioni internazionali a cominciare dai Trattati di Non Proliferazione, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, le varie convenzioni di Ginevra ecc. ecc.; giudicheremo gli eserciti in base ai loro stessi condici militari internazionali, su come trattano i non belligeranti, come trattano i prigionieri di guerra, se bombardano ospedali e così via; li giudicheremo  in base al rispetto delle loro Carte Fondamentali (vedasi la disattesa Costituzione della Repubblica Italiana).

Ma ancor prima delle convenzioni e delle leggi esiste l’Etica: in questo momento di pragmatismo fanatico, di relativismo opportunista rivendichiamo il primato dell’etica a partire dalla semplice Regola d’Oro che ha ispirato i saggi di tutte le culture di questo pianeta: “Tratta gli altri come vuoi essere trattato”. Questo semplice principio sarebbe sufficiente a regolare qualunque attività umana nel senso della nonviolenza, del rispetto, del raggiungimento della pace; sarebbe sufficiente a garantire un mondo migliore di tutti, per tutti.

Nel piano specifico di cui ci occupiamo, quello dell’informazione, crediamo sia prioritario unirsi tra tutti coloro che sono sensibili al tema e lavorare per informare, con profondità e professionalità, per denunciare, con precisione e competenza, per dare speranza, con l’esempio positivo.

Un lavoro difficile in questi tempi dominati dalla propaganda; un lavoro necessario e utile alla società.

maggio 31, 2017

Gabriele del Grande deve continuare a lavorare

Pubblicato su Pressenza il 14.04.2017

Gabriele del Grande deve continuare a lavorare
(Foto di ragusanews.com)

Gabriele Del Grande è da lunedì gentile ospite delle autorità turche, fermato nella provincia di Hatay e in stato di fermo e, dicono fonti diplomatiche, in procinto di essere espulso perché non avrebbe avuto le carte necessarie per fare interviste al confine con la Siria. Gabriele era nella zona per scrivere parte del suo nuovo libro “Un partigiano mi disse“, in cui vuole raccontare la guerra in Siria e la nascita dell’ISIS.

Gabriele Del Grande è un giornalista e ricercatore diventato giustamente famoso per Fortress Europe, un sito e progetto di documentazione sui disastri dell’immigrazione clandestina, dei morti in mare e così via che ha prodotto e continua a produrre la “Fortezza Europa”. Nel 2014 è uscito col film “Io sto con la sposa” che racconta le vicende di profughi siriani che fanno finta di andare a sposarsi in Svezia. Un film di forte denuncia dei disastri dell’immigrazione clandestina e delle assurde leggi di limitazione delle possibilità di movimento degli Esseri Umani. Per approfondimenti leggere l’intervista di Anna Polo sul film.

Nonostante le notizie rassicuranti che sembrano arrivare in queste ore, non abbiamo notizia di iniziative diplomatiche di alto livello per chiedere alle autorità turche spiegazioni su questo fermo e sull’eventuale espulsione di un giornalista di alto valore, in prima linea nella difesa dei diritti umani.

Giunge voce in queste ore di un’ipotesi di interrogazione parlamentare sul caso al Ministro Alfano; va bene ma chiediamo piuttosto che Alfano informi l’opinione pubblica sullo stato della situazione e se intende ufficialmente protestare per come viene trattato il nostro connazionale; e questo nel contesto generale della libertà di stampa in Turchia, tema che abbiamo già abbondantemente trattato e ci preoccupa in modo particolare.

E che Gabriele non venga espulso ma possa invece continuare a svolgere il suo prezioso lavoro sul campo.

Chiediamo ai colleghi giornalisti di aderire a qusta richiesta e rilanciarla.

Sui social l’hashtag da rilanciare è #iostocongabriele

maggio 20, 2017

“Non saranno politiche di chiusura delle frontiere e di deterrenza a bloccare chi fugge”

Pubblicato su Pressenza il 25.03.2017

“Non saranno politiche di chiusura delle frontiere e di deterrenza a bloccare chi fugge”

(Foto di MSF)

Non solo le navi militari si occupano dei migranti; è dal 2015 che varie organizzazioni umanitarie, tra cui Medici Senza Frontiere, hanno messo in moto strutture di soccorso nel Mediterraneo. Ne parliamo con Giorgia Girometti di MSF, in questo momento a bordo della Prudence, che da pochi giorni affianca l’Acquarius, gestita da Sos Mediterranée e Medici Senza Frontiere.

Giorgia, potresti riassumere i termini del vostro progetto?

Questo è il terzo anno che portiamo avanti le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e lo facciamo con due navi, la Prudence e l’Aquarius, quest’ultima in collaborazione con SOS Mediterranée.

La Prudence è una nave commerciale di 75 metri di lunghezza, che può ospitare a bordo 600 persone e altre 400 in caso di estrema necessità.

Con 13 persone dello staff MSF a bordo, tra cui diversi italiani e 17 membri dell’equipaggio, la nave è equipaggiata per fornire primo soccorso ed è dotata di pronto soccorso, ambulatorio, farmacia e aree per trattare i casi più vulnerabili.

Come negli scorsi anni, conduciamo operazioni di ricerca e soccorso nelle acque internazionali tra Italia e Libia (la SAR zone- zona di ricerca e soccorso, che inizia dalle 25 miglia dalla costa libica), cercando proattivamente imbarcazioni che hanno bisogno di aiuto e dopo aver effettuato il soccorso, forniamo prima assistenza medica a bordo. Come per tutte le navi in questa zona geografica, le operazioni avvengono sotto il coordinamento dell’MRCC, il Centro di Coordinamento Marittimo della Guardia Costiera Italiana per i soccorsi in mare.

Come si presenta la situazione sul campo?

Purtroppo, ancora in assenza di canali legali e sicuri, la situazione non è cambiata rispetto allo scorso anno. Anzi, secondo i dati UNHCR gli arrivi in questi primi mesi del 2017 sono addirittura aumentati (18 741 nel 2016 e 22 303 nel 2017). Questo vuol dire che non saranno politiche di chiusura delle frontiere e di deterrenza a bloccare chi fugge.

Le persone che soccorriamo e prendiamo a bordo ci raccontano di non aver avuto altra scelta se non quella di intraprendere il viaggio in mare. Dopo essere fuggiti da violenza, guerra e persecuzione nel loro paese di origine, sono state poi costrette a scappare dalla Libia, che molti di loro descrivono come un vero e proprio inferno. Il contesto libico è ad oggi estremamente pericoloso e instabile; la maggior parte delle persone sono state vittime di violenze perché migranti, hanno subito percosse, abusi sessuali, fino ad uccisioni.

Si tratta di persone originarie dei paesi dell’Africa Sub-Sahariana, quali ad esempio l’Eritrea. Nel 2015, i rifugiati eritrei erano il gruppo più numeroso ad attraversare il Mediterraneo, mentre nel 2016  sono stati invece quelli provenienti dalla Nigeria, oltre che dal Sudan, dalla Costa d’Avorio e dal Gambia. La maggioranza sono uomini, anche se ci troviamo davanti a un numero crescente di donne, molte di loro incinta (una media di una donna su dieci) e minori non accompagnati.

Dato il contesto mutevole in cui ci troviamo ad operare, è  difficile dire quale sarà il trend per il 2017.

Qual è il vostro approccio con i migranti?

E’ difficile generalizzare: i migranti sono persone e ognuna di loro ha una storia e dei bisogni diversi, ma posso dire che in ogni fase delle nostre operazioni sono sempre centrali due aspetti: salvare la vita di queste persone e preservare la loro dignità in quanto esseri umani.

Per noi chi viene soccorso diventa un ospite a bordo della Prudence, al quale diamo primissima assistenza medica e umanitaria. Quando arrivano sono scossi e impauriti dal terribile viaggio che hanno appena affrontato; noi gli spieghiamo che si trovano finalmente al sicuro e che siamo lì per aiutarli e ascoltarli. Nei team di ricerca e soccorso sono sempre presenti dei mediatori culturali specializzati, il cui ruolo è fondamentale per garantire un canale di comunicazione e di prossimità (non solo linguistica, ma anche culturale) con chi viene soccorso.

Solidarietà e emozioni: ci puoi narrare qualche episodio positivo di questi giorni?

Abbiamo appena iniziato le operazioni e per il momento non abbiamo ancora effettuato nessun soccorso, a molti di noi del team di MSF  hanno già avuto negli scorsi anni un’esperienza di ricerca e soccorso. Vedere che siamo di nuovo a bordo per un’altra missione vuol dire che ciò che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo soccorso e le storie che abbiamo ascoltato hanno significato moltissimo ed è per questo che siamo di nuovo qui.

Per quanto prevedete di andare avanti?

Dal 2015 portiamo avanti le operazioni di ricerca e soccorso perché  c’ è un bisogno crescente di assistenza in mare. Quest’anno ci troviamo ancora davanti a questo stesso bisogno, ed è  per questo che abbiamo deciso di rinforzare le operazioni con un’imbarcazione più grande, per affiancare l’Aquarius, che è invece rimasta in mare durante tutto l’inverno. Continueremo durante tutta la stagione estiva e poi valuteremo la nostra presenza in base ai bisogni.

Cosa dovrebbero fare i governi secondo voi per risolvere quest’emergenza umanitaria?

MSF è  un’organizzazione umanitaria;  non spetta a noi trovare soluzioni politiche per gestire il fenomeno migratorio a livello mondiale. Ciò che vediamo oggi con le nostre operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale e in altri paesi europei ci mostra però chiaramente che le politiche  di deterrenza, finalizzate a ridurre il flusso migratorio ad ogni costo, non stanno riducendo il numero di morti in mare e  hanno un impatto limitato sul numero di arrivi. Sono politiche che creano solo ulteriore sofferenza a persone già vulnerabili, che non avendo nessun’altra alternativa continueranno ad intraprendere viaggi rischiosissimi. Per questa ragione chiediamo alle autorità europee di creare un meccanismo proattivo di ricerca e soccorso in mare, per ridurre il numero di morti nel Mediterraneo.

Crediamo inoltre che l’unica soluzione sul lungo periodo sia quella di offrire una reale alternativa alla traversata in mare, alternativa che oggi non esiste. I leaders europei devono agire immediatamente per creare dei canali legali e sicuri per chi chiede asilo, creare dei percorsi migratori legali e dare la possibilità di ottenere un visto. In questo modo, chi è alla ricerca di lavoro o chi invece richiede protezione potrà farlo in modo regolare senza rischiare la vita, invece di mettersi nelle mani di trafficanti senza scrupoli.

Per ora invece, per chi si trova in Libia e quindi costretto a fuggire, MSF continuerà le operazioni di ricerca e soccorso per limitare al massimo la perdita di vite umane in mare.