gennaio 5, 2020

Vogliamo prendere sul serio i Fridays for Future e soprattutto l’emergenza ecologica?

Pubblicato su Pressenza  il 30.11.2019

Vogliamo prendere sul serio i Fridays for Future e soprattutto l’emergenza ecologica?

(Foto di Thomas Shmid)

Tempo fa discutevamo, in redazione, sul peso che i media stavano dando alla nuova ondata di mobilitazioni per il clima e l’emergenza ecologica.

Da alcune parti si sollevava (l’ha fatto anche Angelo Baracca da queste colonne) un certo personalismo che finiva per banalizzare le rivendicazioni dei FFF, da altre si diceva che lo spazio dato a Greta serviva a nascondere lotte considerate più radicali come quelle di GreenPeace o di Extinction Rebellion; non mancavano nemmeno quelli che dicevano che lo spazio sui media alla questione climatica e ambientale fosse un ennesimo sistema di “distrazione di massa”.

Ora sto passando alcune ore a vedere la copertura mediatica del quarto sciopero globale per il clima che ha visto tra le altre cose una maggiore convergenza di forze su uno stesso obiettivo e non solo forze ecologiste classiche o nuove (FFF, XR, GP), ma anche comitati, sindacati, associazioni di vario tipo.

Ovviamente non siamo in grado (nessuno lo è, nemmeno gli organizzatori) di dire se numericamente questo quarto sciopero globale sia stato più grande del precedente, ma possiamo sicuramente affermare che è stato un evento significativo e quindi degno di nota giornalistica con numerosi aspetti nuovi rispetto anche ai precedenti.

Bene, alla prima analisi assennata dei media italiani possiamo tranquillamente dire che la copertura mediatica è stata scarsa e particolarmente assente o francamente denigratoria da parte di quei media che esplicitamente avversano o negano il problema. La “notizia” non è più tale e, in ogni caso, in nessun caso è la prima notizia.

Mi pare che questa sia una concreta risposta ai detrattori della mediaticità di Greta e amici: il movimento è sulla strada giusta e sta affrontando il problema mettendone a nudo i temi di fondo: non a caso ha abbracciato la causa del block friday, individuando nel consumismo occidentale uno dei simboli della crescita dissennata, della logica del profitto che è uno dei temi di fondo della direzione profondamente sbagliata che ha da tempo preso la società.

Sappiamo benissimo che la prima arma mediatica contro i nuovi movimenti è quella del silenzio o del parlarne il meno possibile e preferibilmente in modo generico o distorto. Nonostante tentativi di metterci cappelli sopra appare evidente che il movimento non ha alcuna intenzione di legarsi ad alcun movimento o partito politico che lo rappresenti ma, al contrario, rappresenta bene una certa giustificata sfiducia verso la politica.

In altre sedi più istituzionali le parole dei politici e dei presidenti risuonano vuote e retoriche. La stessa dichiarazione di emergenza climatica votata di recente dal Parlamento Europeo pare una dichiarazione di intenti e il “Green New Deal” un modo elegante di fare del buon green washing.

Appare dunque chiaro che l’informazione corretta e dettagliata sia sulla questione scientifica che su quella politica (nel senso più ampio possibile della parola) è sempre più necessaria e, in questo senso, Pressenza cercherà sempre più di essere in prima linea.

Noi crediamo fermamente che il cambiamento sia possibile e che debba venire in primo luogo dalla base della società, che debba corrispondere a un grande cambiamento di mentalità e di sistemi di relazione. Sarà dunque necessario mettere in discussione e fare pressione sui media affinché diano lo spazio dovuto ai problemi centrali, invece di rifugiarsi ad arte nelle secondarietà.

gennaio 1, 2020

Alessandro Marescotti, PeaceLink: a Taranto serve una ecoriconversione e ci sono i soldi per farlo

Pubblicato su Pressenza il 30.11.2019 

Alessandro Marescotti, PeaceLink: a Taranto serve una ecoriconversione e ci sono i soldi per farlo
(Foto di PeaceLink)

Alessandro Marescotti segue col gruppo PeaceLink di Taranto la vicenda dell’ILVA da tanti anni ed è più volte intervenuto, soprattutto a difendere il catastrofico stato della salute al Quartiere Tamburi e in tutta Taranto.

Alessandro ci puoi dare gli ultimi dati aggiornati e il quadro della situazione?

Gli ultimi dati sono quelli della VIIAS, la valutazione integrata di impatto ambientale e sanitario. Tale valutazione è stata pubblicata sull’ultimo numero di Epidemiologia&Prevenzione. E’ uno studio importante perché è predittivo e prevede ciò che accadrà se continua la produzione ai livelli attuali di 4,7 milioni di tonnellate annue di acciaio. E’ una produzione dimezzata rispetto a quella dei tempi dei Riva e alcuni, anche fra gli ambientalisti, ritenevano che ciò avrebbe reso compatibile la ridotta produzione con la salute della popolazione. Ma questi “ambientalisti ottimisti”, che in questi anni non hanno chiesto il fermo degli impianti nell’illusione che una minore produzione potesse attutire l’impatto sanitario fino a renderlo accettabile, sono stati smentiti dai dati della VIAS che parla di “rischio sanitario inaccettabile” nel quartiere Tamburi di Taranto anche a 4,7 milioni di tonnellate/anno di acciaio.

Da quando c’è la nuova proprietà c’è stato qualche concreto segno di riconversione industriale e di bonifica? Se sì, quali?

Sono stati coperti in parte i parchi minerali, con i soldi sequestrati ai Riva. Ma per il resto la nuova proprietà non ha investito fondi propri e non era tenuta a fare per contratto alcuna bonifica. ArcelorMittal ha continuato a produrre come in passato senza riconvertire i vecchi impianti.

Uno dei temi che ha generato più conflitti è l’apparente dicotomia tra salute, ambiente e necessità occupazionali. Qual è la vostra visione del problema e proposta di soluzione?

La nostra visione è che vada applicata la legge nazionale e che vada dato corso a quallo che la magistratura ha ordinato: il fermo degli impianti fuori norma. La magistratura, sulla base di perizie tecniche, li ha dichiarati pericolosi per la salute e per la vita. Poi quando saranno (se saranno) messi a norma possono ripartire se la VDS (valutazione danno sanitario) li valutasse non pericolosi. A Taranto sono stati fermati panifici e pizzerie perché non a norma. L’ILVA è ben più pericolosa ma viene fatta un’eccezione alla legge con vari decreti che, convertiti in legge, dicono in sostanza che si può produrre a Taranto senza rispettare le leggi nazionali. Non è necessario fare commenti.

Molti chiedono la nazionalizzazione, secondo te è una soluzione? E in che prospettiva?

Non è una soluzione perché l’ILVA perde due milioni di euro al giorno e lo Stato interverrebbe per ripianare i debiti, cosa vietata dal Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea. Le prospettive del mercato dell’acciaio sono negative e l’ILVA è destinata ad accumulare altre perdite perché non sfrutta le potenzialità dei suoi impianti giganteschi, sopportanto costi fissi che la rendono non competitiva in un mercato stagnante perché in crisi di sovrapproduzione.

Lo Stato può invece intervenire per una ecoriconversione della città e ci sono ingenti fondi europei per fare ciò. Ma ci vorrebbe una classe politica tedesca o svedese per fare cose del genere, che sappia programmare a medio e lungo termine, mentre invece abbiamo i politici che conosciamo, preoccupati a galleggiare nel breve periodo.

dicembre 30, 2019

Fabio Leli: le famiglie arcobaleno sono famiglie come tutte le altre

Pubblicato su Pressenza il 18.11.2019 – Olivier Turquet

Fabio Leli: le famiglie arcobaleno sono famiglie come tutte le altre
Fabio Leli (a destra) con Luca Paladini de I Sentinelli

Lunione falla forse è l’ultimo docufilm di Fabio Leli dedicato al tema dell’omofobia. Un modo ironico di affrontare un tema di violenza che genera conflitti e sofferenza.

Fabio, come nasce l’idea del film?

L’idea nasce durante la discussione della legge sulle unioni civili; io ignoravo completamente questi movimenti Pro Life, Pro Family tradizionale, anti-lgbt eccetera; quando li ho conosciuti mi hanno spaventato molto;  io sono esterno all’attivismo lgbt, personalmente sono etero quindi il tema non mi coinvolge personalmente ma sono sempre stato favorevole ai diritti delle persone, di qualunque persona. Credo che sia importante parlarne anche se non ci riguardano personalmente.

I personaggi di questi movimenti  mi hanno spaventato ma anche incuriosito a livello drammaturgico e ho deciso di approfondirne la natura.

Quindi ho studiato il loro modo di fare loro modo di comunicare per un anno e poi ho deciso di che si poteva raccontare qualcosa ascoltando questa loro follia.  Secondo me poteva essere un’arma per combatterli perché stanno provocando molti danni. Credo di aver avuto ragione perché fino a qualche mese fa gli esponenti di questi movimenti erano al governo, il ministro Fontana, lo stesso senatore Pillon che è ancora lì. Diciamo che purtroppo ci avevo visto giusto.

Tu hai più volte presentato il film come “il primo film contro l’omofobia che fa parlare gli omofobi” spiegaci questa idea.

Sì, questa è l’idea principale del film, far parlar solo loro perché dall’altra parte ci sono queste famiglie con cui non interagisco: vediamo  loro vita, la loro quotidianità che scorre così, in modo molto tranquillo. Dall’altra parte ci sono questi omofobi che esprimono le loro teorie (che definirle idee mi sembra un po’ troppo) su vari temi (il film è diviso a tematiche, ogni capitolo ha la sua tematica) e da una parte ci sono le famiglie che affrontano questa tematica e dall’altra gli omofobi che parlano del tema. E’ il primo film contro l’omofobia che fa parlare solo gli omofobi; prima di intraprendere questo progetto mi sono visto già le cose che erano state fatte, i progetti cinematografici contro l’omofobia erano a senso unico nel senso che c’erano le vittime di omofobia o comunque si raccontava la storia d’amore omosessuale;  secondo me è inutile perché penso che come si innamorano, come si baciano e come si conoscono due omosessuali non è molto diverso da come lo fanno due eterosessuali quindi mi sembrava inutile raccontare questo aspetto. Cosìi ho fatto parlare solo loro perché dall’altra parte avevo delle immagini molto forti a cui non servivano parole, ecco.

Come stanno andando le proiezioni, qual è la reazione delle persone?

Molto bene! Le sale sono quasi sempre piene e quindi a livello numerico molto bene. Rispetto alle reazioni dipende:  ci sono reazioni a volte contrastanti; la maggior parte delle reazioni sono comunque di curiosità su quello che volevo dire, sul modo provocatorio di affrontare il tema.  Nel senso che comunque dare voce solo a questi qui in alcune persone provoca troppa rabbia, anche quella va gestita. Il lavoro ironico viene apprezzato dalla maggior parte del pubblico però ci sono casi in cui magari questo crea un po’ di disagio.

Ovviamente poi dall’altra parte a queste famiglie arriva la totale approvazione;  credo sia questa una cosa importante, tra le due parti quella vincente è assolutamente quella delle famiglie arcobaleno.

La tua narrazione lavora sull’ironia e sulla tenerezza. Qual è la forza di questi due aspetti?

L’ironia e la tenerezza sono in contrasto alle due parti. Nel senso che l’ironia, più che altro la satira e sarcasmo sono cose che si sono un po’ perse in Italia negli ultimi anni forse dai tempi di Guzzanti. Insomma è un arma molto importante da poter usare per riuscire a scardinare l’odio di queste persone, smontare questo con con l’ironia, la satira e sarcasmo secondo me è molto efficace; anche perché magari non se ne accorgono ma sono molto ridicoli, forse qualcuno se ne accorge. Nel film c’è quotidianità, naturalezza più che tenerezza: quello che accade in tutte le famiglie del mondo accade anche nelle famiglie del nostro film quindi anche dalle persone esterne possono immedesimarsi e questo avviene molto dopo le proiezioni:  confrontarsi su questo punto nel senso di comprendere che non c’è nessun problema, sono famiglie come tutte le altre. Credo sia un aspetto molto importante.

Il docufilm vuole dare un contributo forte contro l’omofobia, un grido d’allarme contro il fanatismo e la violenza: puoi approfondire?

Sì è un grido di allarme perché, come ti dicevo prima, quando è uscito il al governo c’era la Lega di cui fanno parte  esponenti di spicco di questi movimenti: Fontana, Pillon, Bussetti tutti personaggi che fanno capo a Gandolfini che ha stretto un rapporto molto forte rapporto con la Lega,  a parte quello di Adinolfi che va da solo però gli altri sono tutti con la Lega quindi dato il consenso elettorale che questo partito sta prendendo credo che l’allarme sia giustificato.

Il motivo principale per cui è stato fatto il film  è quello di arruolare nuove leve in questa lotta, informare chi come me non era a conoscenza di questi movimenti omofobi e del potere che stanno prendendo; molte persone non lo sanno. Un grido di allarme e bisogno di attivismo anche e soprattutto a livello politico;  basti pensare al manifesto firmato da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega alle ultime elezioni regionali proposto da Gandolfini; un manifesto a favore della famiglia tradizionale e contro la lotta all’omofobia in cui si promette l’abrogazione della legge contro l’omofobia approvato in Umbria allo scorso anno, l’abolizione di qualsiasi progetto educativo contro il bullismo omofobico e di eliminare l’educazione sessuale nelle scuole. Questo manifesto impegna attivamente la presidente della regione ormai in carica a cancellare tutti i progetti scolastici contro l’omofobia.

In conclusione il film vuol far prendere coscienza e arruolare chi vuol partecipare a questa battaglia di civiltà.

dicembre 27, 2019

Bolivia: una cronologia e dei dati per capire

Pubblicato su Pressenza il 14.11.2019 

Bolivia: una cronologia e dei dati per capire

In questi giorni sono circolate sulla Bolivia una quantità di informazioni che non hanno contribuito a chiarire cosa stia succedendo in quel paese. Sappiamo bene che raccontiamo i fatti da un punto di vista che condiziona quel racconto, sembra opportuno ricordarlo sia quando scriviamo che quando leggiamo le informazioni che ci arrivano. Riconosciamo il diritto di ognuno a esprimere la propria analisi e il proprio punto di vista e ne abbiamo fatto e ne faremo ampia rassegna.

Però crediamo che in questo momento così difficile per il popolo boliviano e così pericoloso per tutta la regione ed il mondo, sia necessario presentare il massimo di dati per poter giudicare questo processo storico senza dare giudizi basati semplicemente sull’appartenenza a qualche fazione a favore o contro qualcuno. 

Cosi abbiamo cercato di  buttar giù una cronologia degli ultimi avvenimenti in Bolivia con l’obiettivo di fornire al lettore elementi di giudizio. Non pretendiamo di essere “obiettivi” (sappiamo benissimo che è impossibile), ma pretendiamo di essere descrittivi e di dare il minimo necessario di commenti per aiutare il lettore a interpretare. Siamo perfettamente disponibili ad accettare suggerimenti e dati corrispondenti da spedire a redazioneitalia@pressenza.com

Vorremmo infine segnalare che abbiamo ricevuto da più parti, incluso da amici, numerose testimonianze contraddittorie su quello che sta succedendo in Bolivia in questi giorni; queste testimonianze indicano, a nostro parere, lo stato di generale contrapposizione in atto nel paese, fomentato da bande violente; stato che gli umanisti hanno denunciato fin dall’inizio e che deve cessare il prima possibile. Ancora oggi, dal suo esilio forzato, Evo Morales ha incitato alla pace e alla cessazione di ogni violenza.

Antecedenti lontani

Elezioni a presidente

Nel 2005 Evo Morales vince per la prima volta con 1.544.374 (53,74), nel 2009  con 2.943.209 (64,22%), nel 2014 con 3.173.304 (61,36%). Le contestate elezioni dell’Ottobre del 2019 registrano 2.889.359 (47,08%).

E’ possibile notare che in queste ultime elezioni Evo e il Mas subiscono un netto calo percentuale e di voti rispetto al momento in cui, dopo il primo mandato, il successo risulta strabiliante. Tuttavia il consenso è ancora vicino al 50% dei votanti.

Sarebbe anche da notare che nelle corrispondenti elezioni parlamentari (anch’esse annullate)  il MAS avrebbe la maggioranza assoluta sia alla Camera che al Senato.

Antecedenti recenti

L’antecedente più strettamente connesso alla situazione attuale è la questione della possibilità o meno di Evo Morales di candidarsi per un quarto mandato. La candidatura è espressamente vietata dalla nuova Costituzione (promulgata proprio durante il governo Morales) che vieta la candidatura consecutiva per più di due mandati.

A gennaio del 2016 si convoca un referendum per modificare il limite di due mandati presente nella Costituzione. Il No alla riforma vince con una maggioranza del 51%.

A seguito di questo risultato alcuni parlamentari del MAS chiedono alla Corte Suprema de Justicia (equivalente alla nostra Corte Costituzionale) di esprimersi sulla costituzionalità di 5 articoli della Costituzione stessa che vietano la rielezione per più di due mandati a qualunque cittadino, motivando questa richiesta col fatto che essa potrebbe configurarsi come una limitazione al diritto di essere eletto sancito dalla Carta Interamericana dei Diritti Umani a cui la Costituzione fa esplicito richiamo. La Corte dà ragione a questa tesi e emette una sentenza che di fatto annulla il risultato del referendum e permette a Evo Morales di ricandidarsi.

Questa sentenza viene duramente contestata dall’opposizione, anche se poi tutti i partiti decidono di concorrere alle elezioni presidenziali, di fatto legittimandole.

Accuse di brogli

Il sistema elettorale boliviano prevede che un candidato sia eletto al primo turno se prende il 50% più uno dei voti, o se arriva primo con un distacco di 10 punti percentuali con il secondo. Nelle ultime elezioni i risultati definitivi dicono che questa seconda condizione è stata raggiunta per un numero relativamente basso di voti. Durante lo spoglio c’è stato un momento in cui la pubblicazione dei voti è stata interrotta; su questa interruzione sono state fornite spiegazioni differenti  dalla Commissione Elettorale da una parte e dall’opposizione dall’altra. In ogni caso l’interrruzione ha riguardato il sistema di conteggio rapido, che non è il sistema “ufficiale” di conteggio dei voti.

Prima delle elezioni il governo boliviano ha firmato una convenzione affinché una commissione dell’OEA ( Organizzazione degli Stati Americani) faccia uno studio sulla validità delle elezioni. La commissione si insedia e svolge buona parte dei suoi compiti regolarmente, ma il rapporto preliminare attualmente disponibile segnala irregolarità tecniche nel sistema di trasmissione dati, irregolarità nella compilazione delle schede elettorali, casi con un numero errato di votanti e casi in cui non ha potuto operare a causa di azioni violente che hanno impedito l’accesso alle sedi elettorali e ai Comitati Elettorali e casi di distruzione di materiale elettorale.

In un comunicato stampa del 10 novembre , in conseguenza di questo rapporto preliminare il Segretario Generale della OEA suggerisce al governo di ripetere le elezioni, ma al tempo stesso ricorda che “i mandati costituzionali non debbono essere interrotti, compreso quello del Presidente Morales”. Il rapporto definitivo non è ancora disponibile.

In seguito a questa raccomandazione il presidente Morales indice nuove elezioni.

In seguito il CEPR di Washington,  organismo indipendente di studi nordamericano, compie un ulteriore studio in cui dichiara che non ci sono stati brogli elettorali; lo studio sottolinea il fatto che ci sono due sistemi di raccolta dei voti in Bolivia: uno che si chiama “conteggio rapido”, suggerito dall’OEA e gestito da una società privata e il sistema tradizionale di conteggio che è quello legale; i ricercatori dell’OEA hanno basato le loro osservazioni sul sistema rapido e sulle incongruenze con il risultato finale non considerando le difficoltà e il ritardo di arrivo dei dati dalle zone rurali, tradizionalmente legate al MAS. Il rapporto è descritto in quest’articolo de L’Antidiplomatico

 

Risultati sociali

Durante il governo Morales sono stati raggiunti i seguenti risultati (non mi risulta che questi dati siano contestati da nessuno).

Analfabetismo 2006 13%.  2018 2,4%

Disoccupazione 2006 9,2%.  2018 4,1%

Povertà relativa 2006 60,6%.  2018 34,6

Povertà estrema 2006 38,3%.  2018 15,2%

Lo stato boliviano è diventato uno stato plurinazionale con pari dignità per tutti i popoli abitanti e riconoscimento delle lingue corrispondenti. Su proposta della Bolivia e di Evo Morales l’ONU ha istituito la Giornata Internazionale della Terra. La Bolivia è stata tra i promotori del nuovo trattato di Proibizione delle Armi Nucleari ed è tra i paesi che già l’hanno ratificato; nella nuova Costituzione boliviana sono proibiti la produzione, il  commercio e persino il transito nel paese di ordigni nucleari.

Risorse naturali

Gas naturale:  la stima per il 2016 era di 21,1 milioni di metri cubi di gas prodotto. L’abbassamento del prezzo dei prodotti petroliferi ha causato una forte diminuzione delle entrate dal gas naturale, che si sono attestate comunque nel 2015 a 1,81 miliardi di dollari.

Negli ultimi anni le quantità di litio presente nel Salar de Uyuni sono state stimate come quasi la metà delle riserve di litio nel pianeta. Il suo sfruttamento è iniziato da poco e uno dei progetti recenti del governo consisteva nella creazione di uno stabilimento di produzione delle batterie in loco invece di esportarlo.

Critiche al governo Morales

Come tutti i governi del mondo Morales ha ricevuto numerose critiche; quelle “di sinistra” riguardavano l’eccessivo insistere nell’estrattivismo, l’aver perso di vista alcune tematiche a lui care come quella della protezione dell’ambiente e della difesa delle tradizioni originarie, il voler rimanere comunque presidente per l’incapacità di trovare un successore. Nello specifico durante il referendum costituzionale l’opposizione di sinistra invitò a votare no alla proposta di riforma costituzionale.

dicembre 27, 2019

Bolivia: perché è in atto un golpe contro Evo Morales?

Pubblicato su Pressenza il 11.11.2019

Bolivia: perché è in atto un golpe contro Evo Morales?

In Bolivia è in atto un colpo di stato. Lo è per la semplice ragione che alte cariche dell’esercito hanno chiesto a un presidente legittimamente eletto e in carica fino a gennaio del 2020 di dimettersi. Questo ci ricorda l’ampia tradizione in materia in quella regione.

Poco prima di essere eletto per il primo mandato Evo Morales, in un’intervista, rispose a un giornalista che gli chiedeva come vedeva la sua elezione dicendo che l’entrata non lo preoccupava molto, quel che lo preoccupava era l’uscita dato che negli ultimi trent’anni i presidenti della Bolivia avevano tutti subito un colpo di stato…

Evo Morales si è dimesso e ritirato a casa sua (non scappato come è venuto in mente di dire a qualche media frettoloso avvallando lo scenario tipico del dittatore che scappa che tante volte ci hanno propinato); si è dimesso con tutto il governo come segno concreto a favore della pacificazione del paese, temendo che il rimanere in carica potesse esacerbare gli animi; si è dimesso per cercare di fermare la spirale della violenza.

Evo e il suo governo non sono accusati di nulla. L’accusa previa, che è il tormentone degli ultimi mesi è che dopo il referendum (perso) che chiedeva la possibilità di ripresentarsi alle elezioni c’è stata una sentenza della Corte Costituzionale che gli ha permesso di ripresentarsi lo stesso. Ma presentandosi alle elezioni l’opposizione ha riconosciuto quella sentenza perché se no avrebbe dovuto boicottare delle elezioni illegali; le elezioni sono diventate illegali quando l’opposizione le ha perse con un margine ampio. E la discussione è stata se quel margine ampio fosse sufficiente a evitare un secondo turno (la legge prescrive che si vince col 50% di voti o con uno scarto del 10% sul secondo)

Ma perché fare un colpo di stato?

I colpi di stato si fanno per dei buoni motivi, per esempio per piegare governi che non rispettano i dettami internazionali, soprattutto quelli delle multinazionali finanziarie. Evo Morales cominciò il suo mandato convocando a un tavolo le multinazionali del gas con lo slogan “queremos socios, no enemigos” (vogliamo soci, non nemici); gli altri governi socialisti come il Venezuela avevano risolto il problema delle risorse con le nazionalizzazioni, Evo agì diversamente: mise le mutinazionali a un tavolo con, sullo sfondo, lo spettro delle nazionalizzazioni e disse: se ci mettiamo d’accordo su delle buone royalties noi vi lasciamo i giacimenti e con i soldi che ci date finanziamo il programma sociale del nostro governo. La trattativa funzionò e garantì un po’ di pace e la possibilità di una radicale riforma dello stato boliviano (fin nel nome Repubblica Plurinazionale di Bolivia), una nuova costituzione che riconosce tutte le culture, vieta il transito di ordigni nucleari, ripudia la guerra ecc. e soprattutto la realizzazione di riforme strutturali sociali che hanno dimezzato povertà, analfabetismo, raddoppiato ospedali e presidi sanitari, istituito un sistema di pensioni minime e dato dignità a quella maggioranza di popolazione originaria che dignità non aveva mai avuta.

Ma disgraziatamente il mondo va avanti e il gas naturale non è più la materia prima più appetibile; la nuova frontiera si chiama  litio e, guarda caso, negli ultimi anni si scopre che la Bolivia possiede il più grande giacimento di litio del pianeta. Potrebbe darsi che accedere a questa ricchezza senza dover pagare troppe tasse a un cencioso indio interessi a qualcuno?

In secondo luogo è abbastanza evidente che è da tempo in corso in latinoamerica una campagna contro quello che si autodefinisce il socialismo del terzo millennio che nella Bolivia ha il suo modello ideale con un governo democraticamente eletto che è in carica da molti anni; ora è chiaro che questi governi non sono graditi perché ricordano che un modello dichiarato finito può continuare a funzionare e ad evolversi. Questo agli amanti del pensiero unico non può far piacere. E questo anche se quel modello non ci piacesse del tutto.

Per ultimo la peculiarità della Bolivia, unico paese della regione dove sono gli originari ad avere un presidente e dove, grazie a quel presidente, hanno ripreso dignità e coraggio. E, ancora peggio, un posto dove il vicepresidente è bianco e biondo, dimostrazione vivente e simbolica che è possibile collaborare tra esseri umani.

Disinteresse mediatico e disinformazione

Stiamo seguendo da settimane questa situazione perché ci interessa e ci pare di grande importanza; di contrappasso abbiamo visto, da parte anche della stampa progressista e di sinistra, un gran disinteresse e, con eccezioni, una sostanziale disinformazione. Se questa disinformazione non è fatta ad arte credo che sarebbe bene che la stampa prendesse posizioni coraggiose, soprattutto nel dichiarare che, al di là di errori e incidenti, non è accettabile che si consumi un colpo di stato e che nemmeno si abbia il coraggio di chiamarlo tale. Perché se accettiamo che qualunque banda armata possa prendere il controllo di un paese, dobbiamo chiederci allora che senso hanno le istituzioni democratiche nazionali ed internazionali sempre più ridotte a burattini di poteri che nulla hanno a che fare con la democrazia, con la convivenza civile, con il senso di appartenenza a una comunità. Dobbiamo anche chiederci sul senso del cosiddetto contropotere della stampa che dovrebbe, grazie all’informazione, vigilare e contrastare tutti i soprusi, non avallarli.

E quest’ultima cosa che stiamo dicendo non riguarda un paese che ci sembra lontano e sconosciuto ma riguarda la nostra vita di tutti i giorni, sempre più espropriata di libertà, di ragionevolezza, di senso.

dicembre 24, 2019

Nicola Perrone (Dire): I giornalisti devono stare dalla parte dei più deboli e indifesi

Pubblicato su Pressenza il 08.11.2019

Nicola Perrone (Dire): I giornalisti devono stare dalla parte dei più deboli e indifesi

(Foto di Agenzia Dire)

Nicola Perrone è dalla fine del 2011 direttore dell’agenzia Dire, media partner di Pressenza. L’agenzia ha da poco compiuto 30 anni di vita. Gli abbiamo fatto qualche domanda sul mondo dell’informazione oggi.

Direttore, come procede la vita di un’agenzia stampa in questo mondo così pervaso da notizie “false e tendenziose” come si diceva una volta?

E’ una fase molto difficile per tutti i media, dai quotidiani alle pubblicazioni periodiche fino alle agenzie di stampa. La rivoluzione dei social, con il flusso continuo di ‘informazioni’ veicolate direttamente da ciascuno, e con moltissimi che per questo si sentono immediatamente giornalisti, oltre alla confusione in molti casi sta creando dei seri problemi. La crisi economica che attanaglia il sistema dei media comporta redazioni sempre più vuote di giornalisti. In certi casi i pochi rimasti devono seguire più cose e questo crea altri problemi. Perché resta poco tempo per controllare l’attendibilità, verificare le fonti. Ecco perché, nonostante tutto, per le agenzie di informazione, che vivono e stanno vicino ai fatti, è un momento di rilancio. Mi accorgo ogni giorno di più che c’è maggior richiesta di avere informazioni verificate al cento per cento, di non perder tempo dietro a news che poi si rivelano bufale, non veritiere o, peggio, costruite ad arte. I 90 giovani giornalisti della Dire (età media 36 anni, ndr) sono una formidabile squadra di videocronisti, ragionano già per immagini e riescono così a stare al passo con i tempi: anche l’informazione più importante ha bisogno, per catturare l’attenzione, di una immagine, di un video. Questa è l’ulteriore fase di innovazione che stiamo sperimentando per stare sul mercato.

Un’agenzia stampa è fonte primaria di notizie e il suo ruolo dovrebbe risiedere nell’autorevolezza dei suoi lanci; in generale questo ci pare sempre più in crisi in molte agenzie stampa nazionali ed internazionali; sei d’accordo con questa analisi?

Sono d’accordo in parte. Bisogna sempre vedere di quali realtà stiamo parlando… Vero che anche nelle agenzie si possono fare degli errori. Soprattutto perché ormai tutto viene valutato nell’arco dei secondi, e la velocità, come detto, può a volte danneggiare l’attendibilità. Ai miei giornalisti dico sempre di essere i primi, però se hanno bisogno di verificare le fonti, se non sono sicuri al cento per cento, di aspettare di esserlo. Non mettiamo news in rete basandoci sul calcolo delle probabilità. Detto questo, c’è una responsabilità professionale che va di nuovo messa in risalto. I giornalisti sono al servizio dei cittadini, non del potente di turno. Bisogna, onestamente, riportare la verità e non la propaganda di questo o quello. Sapendo che la verità non è mai neutra, fa male sempre a qualcuno. A volte anche a chi ci sta simpatico. Ecco, nei nostri corsi di formazione anche interna insistiamo molto su questi temi. I giornalisti, a livello mondiale, sono sempre nella parte bassa del gradimento da parte del pubblico. Quindi bisogna lavorare su questo e per farlo occorre coraggio.

I fondamentali del giornalismo come la verifica delle fonti, la descrittività della notizia, la copertura a 360 gradi dei fatti sembrano diventati un opcional per il giornalismo alla perenne ricerca della sensazione. E’ possibile porre freno a questo fenomeno?

“Il giornalismo perfetto non esiste… anche le giornaliste o i giornalisti sbagliano. Vero che molte volte si rincorre più quello che ‘scandalizza’ qualcuno rispetto alla notizia che interessa migliaia di soggetti. Ma questo è sempre esistito, non credo che si riuscirà mai a toglierlo del tutto. I giornalisti devono raccordarsi col mondo che vivono, stare dalla parte dei più deboli e indifesi, perché il giornalismo è sempre, lo si voglia o no, un contropotere. Serve responsabilità, oggi di più, perché anche i ‘potenti’ oggi vogliono parlare direttamente con i loro referenti, con gli elettori. E per loro, nella loro battaglia politica, è facile scadere nel sensazionalismo di parte. Qui i giornalisti devono fare attenzione e mettere argine. Perché quando si colpisce l’onore, la storia di una persona, non basta una rettifica a ritornare al punto di prima. Il danno è stato fatto.

La Dire nasce storicamente come agenzia del mondo progressista, figlia di un grande giornalista dell’Unità. Come si coniuga l’essere osservatore del mondo da un punto di vista con un servizio informativo di agenzia, tradizionalmente descrittivo? Dov’è il punto di sintesi?

Mondo progressista… a volte mi interrogo su cosa significa oggi. Possiamo dire che parlare di progresso oggi è sempre qualcosa di buono, positivo? Vero che milioni e milioni di persone oggi hanno qualche speranza in più, ma ormai i segnali che nostra madre Terra ci sta mandando parlano anche di un limite che abbiamo raggiunto e che non possiamo superare. Per quanto riguarda la nostra professione, il giornalista deve fare domande, deve dubitare e riportare sempre risposte precise e vere. All’agenzia Dire si lavora così.

I media attuali, in parte preponderante, sembrano dare scarso peso ai problemi centrali dell’Umanità come la ricerca di una pace duratura, l’eliminazione della fame, la risoluzione della povertà, la valorizzazione delle diversità culturali. L’agenzia Dire si sforza di “coprire” questi spazi: è una scelta che le viene riconosciuta?

Copriamo queste emergenze non per avere il plauso di questo o quello ma perché penso sia nostro dovere, che sia importante se vuoi fare il giornalista. E’ difficile, molte volte mi accorgo che soprattutto su questi temi domina una informazione piena di stereotipi, di frasi fatte… Bisogna riscoprire il valore delle storie legate sempre alle persone. Noi dell’agenzia Dire stiamo lavorando molto con i rappresentanti delle diaspore dell’Africa proprio per costruire un nuovo modello di informazione, che non si faccia ingabbiare dalle convenienze politiche ma che vada al cuore: vero che in Africa c’è miseria ma c’è anche una parte sempre più grande di persone che stanno creando il futuro, che si danno da fare anche nel quotidiano con piccole innovazioni che risolvono. Noi vogliamo stare anche qui, dare sempre più spazio, lasciatemi dire, alla speranza che sempre deve animare la nostra azione.

I giovani hanno messo in risalto il problema della crisi ambientale ma il tema esce spesso dagli schermi allorché non ci sono milioni di persone in piazza. Quale deve essere il ruolo dei media nel necessario cambio di paradigma sul problema della salvaguardia del pianeta?

Beh, sul tema della difesa ambientale non è più vero. Guardiamo a quello che è riuscito a combinare Greta, una ragazzina… milioni e milioni di giovani coetanei, che fino a quel momento se ne infischiavano di tutto, si sono ritrovati a riempire le piazze di tutte le più grande città del mondo. Anche se dietro Greta, come dice qualcuno, c’è l’abile mano di questo o quel marketing, per me è fondamentale e importante che si sia creata questa sensibilità di massa. Ripeto, soprattutto dei giovani, un mondo lontano dal sistema dei media tradizionali. Un fenomeno importante che va seguito e aiutato ad emergere. Da parte nostra col nostro portale Diregiovani che interagisce con um migliaio di scuole italiane teniamo su questo dibattito, invitiamo gli studenti a misurarsi con le sfide che la loro generazione si troverà ad affrontare. Non si cambia paradigma se non si parte dai ragazzi, direi dalle scuole elementari. Dobbiamo aiutare, e qui l’informazione intelligente può servire, i nostri ragazzi a ragionare su quello che li aspetta, a chiedergli di mobilitarsi perché se non ci sarà questa mobilitazione di massa a livello mondiale difficilmente si riuscirà a imporre un modello di economia sostenibile. Sono sfide gigantesche, ma anche qui io ho fiducia. Questi giovani, checchè se ne dica, hanno grandi capacità, possono fare molto meglio di noi.

dicembre 24, 2019

C’è bisogno di nonviolenza

Pubblicato su Pressenza il 03.11.2019

Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

C’è bisogno di nonviolenza

(Foto di Tatiana Boretti)

Le false soluzioni non possono porre termine alla violenza. Questo mondo sta per esplodere e non c’è modo di porre termine alla violenza!”(1)

Una frase adeguata ai tempi di oggi? Veramente l’ha detta 50 anni fa un giovane (a 31 anni si è giovani, in questa società gerontocratica, no?) in cima a una montagna, parlando a 200 suoi amici e fondando un movimento.

Però a me, a leggere questa frase e quel discorso mi viene in mente il mondo di oggi e questa sua ottusa incapacità ad occuparsi dei problemi di fondo. E uno dei problemi di fondo, forse il problema di fondo è appunto quello della violenza.

La violenza non si manifesta solo nel fatto fisico dell’aggressione, dell’uccisione, del suicidio, del rapimento, del picchiare ecc. Forse quello è l’aspetto più esteriore della violenza. La violenza pervade l’economia, l’educazione, le relazioni umane, il lavoro. Una violenza particolarmente evidente in questo momento riguarda la discriminazione che sfocia nel razzismo, nel sessismo, nell’emarginazione per cause etniche, di comportamento sessuale, di struttura morfologica (quanti disabili abbiamo ancora chiusi nelle case?).

Ovunque mi giro vedo nella violenza la chiave di ogni sofferenza, di ogni ingiustizia, di ogni torto fatto a ciascuno e a tutti gli Esseri Umani.

I giovani reclamano giustizia e non vengono ascoltati, i popoli reclamano una casa e non vengono ascoltati, ognuno di noi reclama una vita migliore e si arrabatta per tirare avanti la baracca, qualcuno non reclama perché da quando ho cominciato a scrivere è morto di fame, quando c’è cibo per tutti quanti.

Ma, in qualche modo, sembra che non riusciamo ad alzare un pochino la testa per guardare avanti, perché la violenza più “moderna” è stata quella di rubarci il futuro.

Negli eventi che narriamo in questi giorni c’è evidente lo spartiacque tra violenza e nonviolenza: le pentole battute dai manifestanti contro gli idranti e i lacrimogeni dei carabineros cileni, le determinate ed ironiche proteste degli originari ecuadoriani contro l’indifferenza e il tradimento del governo, l’informazione capillare che circola via social sulle proteste di mezzo mondo contro l’informazione manipolata e propagandistica che circola su molti media main frame che fa vedere solo la violenza di alcuni manifestanti, l’azione capillare dei giovani (e non) di sensibilizzazione sul clima di fronte alla sostanziale immobilità dei governi a vedere l’emergenza e a prendere provvedimenti di radicale cambiamento di sistema.

Credo che ognuno possa aggiungere anche piccoli esempi personali, perfino della vita quotidiana dove la risposta agli eventi, nonviolenta o violenta, diventa sempre più cruciale per la propria stessa sopravvivenza.

Ma risulta chiaro che se la nonviolenza deve cominciare dentro ognuno di noi ed esprimersi nel mondo, è ugualmente indispensabile che nel mondo si moltiplichino gli spazi, gli ambiti in cui l’azione nonviolenta si possa manifestare, dove la gente possa lavorare insieme, scambiare esperienze e rafforzarsi reciprocamente nell’azione  e nella comprensione. Pressenza vuole essere uno di questi spazi, a livello informativo, ove ogni azione nonviolenta, piccola o grande che sia, ha spazio per raccontarsi.

La risposta nonviolenta è una risposta alta, non immediata, necessita di costruzione, di pensiero, emozione ed azione, necessita di una intenzione trasformativa molto forte.

Al tempo stesso la necessità della nonviolenza dovrà derivare da un’urgente constatazione che questo sistema, basato sulla violenza, non funziona più per nessuno e porta a una prossima catastrofe che se non sarà ecologica sarà sicuramente umana perché tocca in profondità il senso della vita dell’Essere Umano in questo pianeta, in questo segmento dell’Esistente.

Così il compito dei nonviolenti è quello di rimboccarsi le maniche e lavorare incessantemente per costruire ambiti, confortare, incoraggiare, approfondire: perché la nonviolenza è necessari, urgente ed è di tutti, per tutti.

(1) Silo, La Guarigione delle Sofferenza, discorso pronunciato il 4 Maggio del 1969 a Punta de Vacas, ai piedi dell’Aconcagua. Si trova in Discorsi, Multimage, Firenze 2016

dicembre 13, 2019

Un albero per Alberto

Pubblicato su Pressenza il 19.10.2019

Un albero per Alberto

Su invito della famiglia L’Abate oggi, secondo anniversario della scomparsa di Alberto L’Abate, si piantano alberi come modo di ricordare la persona e la sua opera.

Aderendo a quest’invito ho piantato un piccolo arbusto di alloro. Piantare un albero è un’azione semplice e facile per tutti ed ha il significato simbolico di costruirsi un piccolo momento di meditazione sul fatto di essere tutti, come umanità, compresenti in questo spazio e in questo tempo, come sottolineava Capitini. Questa compresenza non riguarda la presenza o meno di ognuno di noi in questo spazio dell’esistenza; noi siamo qui e ci sono anche tutti quelli che ci hanno preceduto.

Silo diceva qualcosa di simile in un altro modo:

Creatore di mille nomi, costruttore di significati, trasformatore del mondo… i tuoi padri ed i padri dei tuoi padri continuano in te. Non sei una meteora che cade ma una freccia luminosa che vola verso i cieli. Sei il senso del mondo; quando chiarifichi il tuo senso, illumini la Terra. Quando perdi il tuo senso, la Terra si oscura e l’abisso si apre. (Umanizzare la Terra).

Il senso di piantare un albero è dunque occasione per ricordare Alberto, ma non per ricordarlo con nostalgia ma piuttosto per restituirgli l’affetto che ci ha dato, sotto forma di attenzione e di insegnamento. Quando muore una persona cara mi succede qualcosa di particolare. Successe la prima volta quando partì mio padre: mi ritrovai a compiere gesti che gli appartenevano ma che non facevo di solito, prima. E’ una forma, credo, di trascendenza pratica e mi è successa anche con Alberto, per esempio nella sua permanente pratica di ringraziare.

In questi due anni abbiamo assistito e partecipato a molte commemorazioni ma credo che la commemorazione più grande sia stata quella di coloro che hanno continuato il suo cammino, per esempio nella Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza e nella Jay Jagat, nell’incessante ricerca del dialogo e l’unione tra tutte le forze che si rifanno alla nonviolenza, nell’appoggio costante alle giovani generazioni, nella promozione della nonviolenza sia come metodo di lavoro che come atteggiamento rispetto alla vita.

Credo che questo albero collettivo che abbiamo piantato e che continua a crescere sia il miglior omaggio a una grande persona.

Grazie  a tutte e a tutti per questo.

dicembre 10, 2019

Guido Dalla Casa: è necessario uscire dal modo di vivere della civiltà industriale

Pubblicato su Pressenza il 14.10.2019 

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Guido Dalla Casa: è necessario uscire dal modo di vivere della civiltà industriale
(Foto di Italia che Cambia)

Guido Dalla Casa è uno studioso e saggista impegnato da tempo nel movimento ecologista, fautore di una critica radicale del sistema attuale.

Quali sono i punti significativi della tua critica e le tue proposte di cambiamento?

I punti più significativi:

  • Dobbiamo renderci consapevoli fino in fondo che siamo una specie animale anche facilmente classificabile (Classe Mammiferi, Ordine Primati). Siamo come un tipo di cellule in un Organismo, cioè l’Ecosfera, o la Terra. Pertanto il primo valore deve essere la buona salute di tutto l’Organismo;
  • Questo Pianeta può supportare al massimo 2-3 miliardi di umani, diventati quasi-vegetariani come gli altri Primati, e con livelli di consumo inferiori a quelli attuali;
  • Tutti gli esseri senzienti (altri animali, piante, ecosistemi, esseri collettivi) hanno diritto ad una vita degna. Le entità naturali hanno un valore “in sé” e non in funzione umana;
  • Tutti i ragionamenti sui processi possibili vanno condotti nel quadro di un paradigma sistemico-olistico e non lineare;
  • La Natura va considerata nel suo aspetto profondamente spirituale.

E’ evidente che questi punti sono ben lontani dalla filosofia di fondo della cultura occidentale, completamente antropocentrica, e soprattutto della sua fase attuale, la civiltà industriale.

Le proposte di cambiamento:

  • Prima di tutto: consapevolezza. A partire dalla scuola, estendendo a tutte le età le notizie che ci sono note dalla Scienza, ma solo da quella scienza che confina con la filosofia, e non da quella, oggi più diffusa, che confina con la tecnologia e diviene subito schiava dell’economia e dell’industria;
  • Diffondere il più possibile in tutto il mondo gli anticoncezionali per un efficace controllo delle nascite: l’obiettivo deve essere una diminuzione della popolazione umana. La civetta delle nevi, quando vede (o “sente”) che ci sono pochi topolini in giro, non fa le uova. Gli altri animali che non hanno predatori fanno pochissimi figli;
  • Buttare alle ortiche la crescita economica, che è un fenomeno impossibile sulla Terra, se non per tempi molto limitati. Infatti sostituisce materia inerte (impianti, macchine, strade, fabbriche) al posto di sostanza vivente (foreste, paludi, savane, ecosistemi marini), quindi distrugge la Vita. Abolire in ogni discorso gli indicatori economici, che sono fonte di guai. La crescita economica è una grave patologia del Pianeta;
  • Dimenticare la competizione, che è sì presente in Natura, ma non come fattore principale;
  • Introdurre il principio che un processo è sostenibile solo se non altera in modo significativo il funzionamento (o la Vita) del sistema più grande di cui fa parte.

Come vedi l’attuale crisi ecologica e il sorgere dei nuovi movimenti come Fridays for Future ed Extiction Rebellion, ambedue abbastanza diversi dall’ecologismo classico?

Considero molto importanti i due Movimenti Fridays For Future ed Extinction Rebellion, per il séguito che hanno, per l’età degli aderenti e per l’inatteso successo di entrambi. Un’altra caratteristica essenziale è proprio la loro profonda diversità dall’ecologismo classico, che si accontenta di chiedere qualche depuratore e la preservazione di piccole superfici di mondo naturale (i Parchi) per lasciarle “alle generazioni future”. L’ecologismo classico, antropocentrico e completamente integrato nel sistema, segue l’ecologia superficiale, ben diversa dall’Ecologia Profonda, di cui c’è invece qualche accenno nelle istanze dei due movimenti che hai citato. Naturalmente anche l’azione dell’ecologismo classico è molto utile, soprattutto per salvare il maggior numero di specie viventi, che potranno così riprendersi quando sarà cambiato il modo di vivere e di pensare dell’Occidente, ormai in palese decadenza. Ma l’ecologismo classico non porterà mai un vero cambiamento: è sintomatico il suo rifiuto, o la sua totale indifferenza, alle idee dell’Ecologia Profonda. I due Movimenti che hai citato potrebbero costituire l’inizio di quel meraviglioso imprevisto che costituisce l’unica speranza di gestire in modo non troppo traumatico il transitorio verso nuovi modelli, sperabilmente non-materialisti e non-antropocentrici, ma ecocentrici. L’attuale crisi ecologica è così grave che non può certamente essere superata limitandosi ai provvedimenti richiesti dall’ecologismo classico.

Sembra che non sia chiara la necessità di un cambiamento radicale di paradigma, sei d’accordo? E cosa fare?

Sono d’accordo: la necessità di un vero e profondo cambiamento di paradigma non è ancora chiara ad alcun movimento. Si resta all’interno dell’attuale paradigma cartesiano-newtoniano e antropocentrico e non si dice chiaramente che è necessario uscire completamente dal modo di vivere della civiltà industriale. Tuttavia, nei “manifesti” dei due movimenti citati ci sono alcune richieste proprie di un nuovo paradigma, anche se forse non ne sono consapevoli; ma il cambiamento di visione del mondo è assolutamente essenziale.

Cosa fare? Bisogna rendere i due Movimenti consapevoli di cosa significano le loro richieste: un mutamento ben più profondo di quello che pensano ora. Si tratta della fine della civiltà industriale e della crescita economica che l’accompagna. Pensare che la civiltà industriale e lo sviluppo economico stiano per finire è puro ottimismo: se va avanti tutto come ora e c’è “la ripresa”, arriviamo ad un mondo terribilmente degradato e a fenomeni di una gravità impensabile. Poi, una cosa da fare è rendere sempre più influenti i due Movimenti fino ad arrivare ad un cambiamento radicale del modo di vivere.

Dovrà cambiare anche il concetto di lavoro. Sono esistite 5000 culture umane, e ben poche si basavano sul “lavoro” o si preoccupavano dell’economia e pensavano alla crescita: vuol dire che si può vivere anche senza queste ossessioni. Moltissime di queste culture vivevano senza il denaro e non avevano i concetti di ricchezza e povertà. L’esistenza per periodi molto lunghi delle culture citate prova che l’incremento indefinito dei beni materiali non è un desiderio naturale dell’umanità: ha portato anche malessere e gravi infelicità, come dimostrano l’aumento dei suicidi e delle psicopatie. Ma nessun modello culturale umano è capace di concepire la propria fine.

Anche il noto giornalista-filosofo Tiziano Terzani aveva scritto, già una ventina di anni fa: “La battaglia del futuro sarà la battaglia contro l’economia”.

Tutto questo per dire quanto dovrà essere profondo il cambiamento.

Abbiamo ancora tempo per deviare da una direzione sbagliata e pericolosa per il pianeta e tutti i suoi abitanti?

A mio avviso, non abbiamo più tempo per deviare senza eventi traumatici dalla direzione attuale, che del resto ha alle spalle una spinta di due secoli. Tuttavia abbiamo tempo per divenire consapevoli di quanto sta accadendo e ridurre al minimo la gravità di quegli eventi che ci porteranno al transitorio verso modelli ben diversi, conseguenti a una visione ecocentrica e compatibili con la Vita della Terra.

Dopo le ultime grandi proteste e un certo successo mediatico della figura di Greta si sono moltiplicate, da parte di molti politici e del nostro Presidente del Consiglio, dichiarazioni “ecologiste” di vario tipo: come giudichi questo fenomeno?

I politici cominciano a mostrarsi sensibili a un problema solo quando si accorgono che il numero di coloro che se ne interessano diventa consistente. Quindi hanno cominciato a parlarne. Penso che la loro strategia consista nel dire: “Brava Greta! Seguitela tutti! Siamo con te e i tuoi seguaci”. Poi non faranno niente, perché non accetteranno mai la fine dello sviluppo economico: non hanno neanche il potere di farlo, perché il sistema è andato troppo oltre, è al fuori di ogni loro capacità di controllo. Perderebbero la sedia dopo pochi giorni. Non c’è niente da sperare dalla politica.

Tutti gli industrialisti-sviluppisti (multinazionali, politicanti, filo-economisti, industriali, sindacati) hanno più o meno adottato questa strategia. Le espressioni sviluppo sostenibile, economia circolare, crescita verde, green economy sono state inventate allo scopo di continuare tutto come prima. Il nostro Presidente del Consiglio vuole far credere che “ambiente e sviluppo non sono in contraddizione” o che perseguirà il “matrimonio fra economia ed ecologia”, affermazioni assurde, perché la crescita economica è un fenomeno incompatibile con il funzionamento del sistema più grande di cui siamo parte, cioè il sistema biologico terrestre, o meglio la Terra stessa.

Come ecologista umanista mi colpisce e mi fa riflettere la tua critica all’antropocentrismo. Mi pare però di capire che non sia una critica alla centralità della persona nella società umana ma a quell’ideologia che non mette certo al centro l’Essere Umano ma alcuni esseri umani che in nome di una pretesa superiorità umana giustificano tutte le loro malefatte contro la stragrande maggioranza degli esseri umani e contro gli altri viventi.  Possiamo dire che è comunque l’Essere Umano, come specie vivente strettamente connessa e profondamente empatica con gli altri (viventi e non viventi) che ha la responsabilità e l’obbligo di risolvere questa situazione provocata da una minoranza violenta ed accaparratrice?

La critica all’antropocentrismo è una critica a quella parte di umanità che si considera “al centro” e che purtroppo ha invaso tutto il mondo. In sostanza è il pensiero che deriva dall’Antico Testamento, cioè il pensiero giudaico-cristiano-islamico (e qualche altro), che non ha alcuna considerazione per gli altri esseri senzienti e per tutte le relazioni con il mondo cosiddetto “inanimato” (ma non lo è). Molte culture umane (di solito quelle denominate “native”, ma anche molte di derivazione orientale) avevano una visione del mondo ben diversa. Purtroppo l’antropocentrismo non è più soltanto “di una minoranza violenta e accaparratrice” ma un sottofondo di pensiero molto diffuso. Penso che questa situazione verrà risolta soprattutto dalla Terra, sia che si interpreti come Gaia, o “Grande Inconscio” o Inconscio Ecologico, sia che venga considerata soltanto come Sistema Complesso molto più grande di noi tutti.

Una volta Silo, fondatore del Movimento Umanista,   propose di meditare sulla Vita. Diceva “medita su un fiore, anzi no, meglio, medita su questo sasso”. Quella frase mi colpì molto…

La proposta di meditare sulla Vita, meditando su un fiore, anzi, “su questo sasso”, mi è piaciuta moltissimo, perché anche queste entità sono “animate” e fanno pienamente parte del “Complesso degli esseri senzienti” che è Unico, è una Totalità non frazionabile. Possiamo meditare su qualunque di queste entità naturali.

Posted in Articoli di Pressenza, Interviste | Leave a Comment »

Tag:
dicembre 9, 2019

Marco Bertaglia: Extinction Rebellion vuole una rivoluzione colorata, collettiva, di amore per la nostra terra

Pubblicato su Pressenza il 02.10.2019 

Marco Bertaglia: Extinction Rebellion vuole una rivoluzione colorata, collettiva, di amore per la nostra terra

Marco Bertaglia è stato il primo a portare Extinction Rebellion in Italia. Non ne è né il capo né il coordinatore perché a XR non hanno l’abitudine dei capi, ma sicuramente, con la sua incessante attività di divulgazione e formazione ne è senza dubbio uno degli animatori. L’abbiamo incontrato a Firenze alla prima riunione toscana del movimento e abbiamo approfittato per fare il punto della situazione.

Il movimento si sta espandendo a velocità sorprendente in Italia e in molte parti del mondo: potresti farci il quadro della situazione attuale?

Extinction Rebellion è ormai presente in maniera ben consolidata in almeno 55 paesi; contando alcune presenze più “embrionali” addirittura in più di 70 paesi, su tutti i continenti abitati.

I gruppi locali in tutti questi paesi, certo di dimensioni molto variabili, alcuni molto piccoli, sono stimati attorno ai quattrocento. In Italia, sebbene in realtà gli attivisti “davvero attivi” siano forse un paio di centinaia, abbiamo raggiunto direttamente circa 3.000 persone (censite e registrate con i loro dati personali e con l’espresso desiderio di restare informati). Abbiamo anche incuriosito alcune migliaia in più, se pensiamo ai social. Ci sono gruppi consolidati o ai primi passi ormai in praticamente tutte o quasi le principali città italiane, da Napoli a Trento e da Torino a Bari, passando per Milano, Bologna, Firenze e ovviamente Roma.

Di fronte a questa ondata di nuovi arrivi il Movimento ha una struttura piuttosto ben studiata e organizzata. Ce ne puoi dare gli elementi essenziali?

Extinction Rebellion si struttura in maniera decentrata, ispirandosi a modelli di “olacrazia” e di sociocrazia di origine anglosassone. Aspiriamo a un sistema che si organizza da sé, come un organismo. La metafora che ci piace è quella di una pianta, ove ogni parte ha un suo compito ben preciso, ma tutte interagiscono. Fuor di metafora, ci sono gruppi di lavoro che sono organizzati dal locale al nazionale in un replicarsi frattale della stessa struttura, con mandati specifici come gruppo e con ruoli ben definiti all’interno di ciascun gruppo. Ci sono gruppi che si occupano di media, o della strategia, o ancora di come svolgere le azioni dirette o per studiare le questioni legali.

Tutti i gruppi hanno coordinatori o coordinatrici interni/e e esterne/i. Gli “esterni” si coordinano tra loro per scambiare informazioni e comunicare. Sono un po’ la linfa che fa circolare le informazioni, le richieste, i bisogni che emergono.

Il gruppo strategia di cui sono coordinatore è un po’ sui generis, riunendo sia chi è interessato a lavorare sulla strategia, come avviene per ogni altro gruppo sulla base della propensione di ciascuno, sia le coordinatrici e i coordinatori esterni di alcuni gruppi principali.

L’idea nuova e a prima vista un po’ complessa di questo sistema è di non avere una struttura gerarchica e di funzionare sulla semi-autonomia e la fiducia, al fine di funzionare in maniera molto più efficace. I gruppi di lavoro sono costituiti al massimo da otto persone e come le cellule, che se crescono oltremodo si dividono per mitosi, così i gruppi che crescono si suddividono in sottogruppi, ciascuno diventando responsabile di una parte del mandato.

Questa struttura tenta di ovviare alla lentezza dei meccanismi decisionali che coinvolgono tutte e tutti in interminabili dibattiti. L’intelligenza collettiva di tutte e tutti è sfruttata quando è davvero importante, mentre la rapidità del ghepardo di decisioni in piccoli gruppi è permessa quasi sempre, in seguito alla definizione consensuale di mandati chiari e ben differenziati. Questo permette in realtà una base decisionale molto più ampia di quella tipica delle associazioni o movimenti, con un’assemblea generale una volta all’anno e un solo piccolo gruppetto di consiglio direttivo che prende tutte le decisioni operative.

In Extinction Rebellion, un gruppo di 8 persone può decidere autonomamente la strategia dei media e dei social, mentre un altro gruppo di 8 persone decide autonomamente della dimensione artistica delle nostre azioni, e un altro gruppo ancora si occupa del tutto autonomamente delle finanze, nei limiti di una chiara politica finanziaria e di un doppio controllo sulle spese, e via dicendo. Ovviamente è anche possibile all’occorrenza, al sorgere di bisogni o esigenze puntuali, collegare in maniera temporanea uno o più gruppi o sottogruppi tra di loro.

A breve ci sarà una nuova azione mondiale di Extinction Rebellion a partire dal 7 ottobre: dove e per chiedere cosa?

Dal 7 ottobre in poi inizierà la seconda ondata di Ribellione internazionale nonviolenta. A partire dal sorgere del sole a Wellington, poi Sydney, e poi via via in tutte le capitali correndo verso ovest, milioni di Ribelli scenderanno in strada, in vari modi. In Europa, la Ribellione occuperà le principali capitali: Varsavia, Vienna, Amsterdam, Berlino, Parigi, Londra, Madrid… e … Roma!

A Roma, il movimento metterà in piedi azioni di disobbedienza civile vera e propria, di portata medio-bassa, ossia nei limiti concessi dai numeri degli attivisti presenti attualmente, e di chi sarà disposto ad assumersi maggiori rischi personali. Di queste azioni non ci è ancora noto il dettaglio.

Inoltre, ci saranno azioni di sensibilizzazione, autorizzate e legali, per far conoscere il movimento e per attirare persone. Abbiamo l’ambizione di crescere rapidamente e di poter giungere all’ondata di Ribellione successiva, quella che dovrà essere decisiva, molto più solidi e numerosi.

Tra le azioni di sensibilizzazione o di espansione del movimento, organizzeremo un presidio al Parlamento, in Piazza Montecitorio, con un microfono aperto per interventi scientifici e politici. Ci sarà anche uno sciopero della fame di alcuni giovani, collegati a una rete internazionale. E poi, in alcune piazze di Roma, delle assemblee popolari, i lavori delle quali saranno lanciati dagli interventi di scienziati illustri, quali Paolo Verdini a piazza Testaccio il 10 ottobre, Giovanni Amendola al Quarticciolo l’11 ottobre, Jacopo Simonetta in piazza dell’Immacolata, San Lorenzo il 12. Gli interventi saranno brevi e faranno partire un dibattito con facilitatori, in gruppi di 8-10 persone, dove tutte e tutti potranno esprimersi. Le assemblee popolari, nelle intenzioni e modalità di funzionamento, ricalcano quelle assemblee cittadine, certamente più complesse, che sono un elemento chiave delle rivendicazioni del movimento. Si terranno, nelle tre date indicate, dalle 18 alle 20, lasciando ampio spazio ai dibattiti.

E poi il 13 finiremo con una grande festa, una celebrazione di strada fatta di colori, suoni, musica, esplosioni, improvvisazioni verbali o di altra natura, a sottolineare la speranza di rinascita che ormai solo la disobbedienza civile ci può permettere di sognare.

Le richieste sono quelle di Extinction Rebellion. In estrema sintesi: (1) che sia detta tutta la verità sulla crisi climatica e ecologica, dichiarandone l’emergenza e comunicandola con dovizia di particolari e senza lesinare sforzi, con l’intensità delle campagne martellanti che i governi sanno mettere in atto, quando vogliono andare in guerra convincendoci di dover sterminare un nemico terribile, oppure di dover comprare tutto il burro di tutti gli allevatori, con le cosiddette “pubblicità progresso”, o anche diffondendo i tetrapak di latte nelle scuole per ovviare agli eccedenti della politica agricola comune negli anni Settanta del ‘900; (2) che si agisca immediatamente, per bloccare la distruzione degli ecosistemi e per portare allo zero netto le emissioni a effetto serra entro il 2025; (3) infine, ma è forse la cosa più importante, che il governo costituisca e sia guidato dalle decisioni di un assemblea di cittadini/e sulle misure da attuare per la giustizia climatica e ecologica.

Ognuna di queste rivendicazioni chiederebbe di essere approfondita, ma non è questa la sede idonea per farne un’enciclopedia. Basti sottolineare una cosa: si tratta di rivendicazioni basate sulla migliore scienza climatologica, ecologica, sociale e politica. Per esempio, la necessità di arrivare allo zero netto entro il 2025 è basata sul principio di precauzione,e sui risultati meno ottimistici dei modelli IPCC, considerando che i cicli di retroazione del carbonio intrappolato nel permafrost non sono calcolati nei modelli dell’IPCC.

Le assemblee cittadine deliberative da un lato non convincono alcuni, dall’altro appaiono come difficilmente realizzabili in tempi brevi in Italia. Rispetto a entrambe le obiezioni, ci sono prove concrete dalle scienze sociali e dalle scienze politiche di come questo sia realizzabile ed efficace. Certo, per le assemblee deliberative sono necessarie delle leggi costituzionali, ma l’accelerazione è possibile se accettiamo che la casa è davvero in fiamme e si deve correre più in fretta possibile con tutti i mezzi a disposizione.

Che giudizio dai delle numerose aperture “ecologiche” che si stanno manifestando da varie parti (governi, istituzioni internazionali, perfino multinazionali)?

Le interpreto come un segno confermativo di quanto le cose stiano andando davvero male e che finalmente anche chi non voleva vederlo o sembrava non volesse agire si stia rendendo conto di non poter più rimanere del tutto fermo. Ma si sta ancora facendo troppo poco e troppo lentamente. In molti casi si tratta di una “facciata verde” di cosmesi pseudo-ecologista, quello che in inglese (e anche da noi ormai) viene chiamato “greenwashing”.

La futura Presidentessa della Commissione Europea per esempio vuole lanciare un “Green New Deal for Europe”, ma si pone l’obiettivo del tutto insufficiente dello zero netto di emissioni entro il 2050. Si propongono misure che tentano di modificare il meno possibile la struttura socio-economica del nostro continente, quali incentivi per le energie rinnovabili e il desiderio di prosperità economica intesa come per esempio un parco di autoveicoli quantitativamente immutato ma solo trasformato in autovetture elettriche, ovvero misure di contenimento e riduzione di certi inquinanti, che invece si potrebbero del tutto eliminare con conoscenze già esistenti da decenni. Manca drammaticamente l’ambizione di trasformare profondamente tutto quello che facciamo. Eppure sia l’IPCC sia l’IPBES ci hanno chiaramente detto che occorre cambiare drasticamente tutto quello che facciamo, da come e quanto ci muoviamo, a come mangiamo, a come ci vestiamo.

Le ambizioni necessarie sarebbero molto più profondamente trasformative della società di quanto io veda attualmente venirci dai “corridoi del potere”. Non vedo ancora abbastanza coraggio. Occorre parlare di decrescita, di spostamento della ricchezza, riducendola e ridistribuendola. Non si tratta di riformare il sistema. Occorre attuare politiche della scala di quelle che furono decise quando si passò all’industrializzazione più spinta e all’esodo dalle campagne, alla trasformazione profonda della nostra agricoltura, operata con ostinata determinazione a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Con grande, devastante successo. Occorre ora un analogo, sebbene inverso, percorso di cambiamento, drastico e rapido. Urgente. Possibile, a partire dal momento in cui la necessità sarà riconosciuta da tutti e l’emergenza di una transizione rivoluzionaria verrà adottata come linea guida ineluttabile di tutte le politiche.

Le proposte e i principi di XR sono di una chiarezza e una semplicità che possono sembrare disarmanti e forse sta lì una delle chiavi dell’eco che il movimento sta avendo: possiamo sperare che vengano ascoltate?

Non vedo alternative. Credo che se non lo saranno, non ci sarà salvezza per l’umanità. Andremo verso carestie, fame e guerre inaudite nel giro forse di dieci o vent’anni, non di più. Saremo spacciati. E non abbiamo più di un anno per avere il successo che contiamo di raggiungere con la nostra disobbedienza civile.

Il movimento invita a costruire una massa critica di gente che possa fare la differenza: come è nata questa idea e come può funzionare?

Il modello di cambiamento sociale di Extinction Rebellion è stato studiato a tavolino da accademici di alto rilievo. Parliamo di King’s College London, di prestigiosi accademici statunitensi, di approfondite analisi. Basta mobilitare il 3,5% della popolazione. E farlo abbastanza a lungo.

Deve essere un movimento di massa. Dobbiamo essere in 50.000 o 100.000 contemporaneamente in tutte le capitali, nonviolenti fino in fondo, come i Satyagraha del Mahatma Gandhi. Bisogna infrangere le leggi nel cuore nevralgico del sistema economico e politico, creare un vero disturbo protratto abbastanza a lungo, per essere davvero incisivi. Deve anche essere qualcosa di gioioso, una festa di strada colorata e avvincente, con una narrazione di rispetto per tutti, anche chi non la pensa come noi, anche chi viene per arrestarci, anche per chi dovesse insultarci o colpirci con violenza fisica. Restare profondamente ancorati a un’idea chiave: agiamo in nome di un Amore profondo, agiamo per la Vita, ci ribelliamo per la Forza dell’Amore, non contro un “nemico”. Con tutte e con tutti, e per tutti e tutte su questa Terra che amiamo visceralmente.

Posted in Articoli di Pressenza, Interviste | Leave a Comment »

Tag: , ,