maggio 20, 2017

“Non saranno politiche di chiusura delle frontiere e di deterrenza a bloccare chi fugge”

Pubblicato su Pressenza il 25.03.2017

“Non saranno politiche di chiusura delle frontiere e di deterrenza a bloccare chi fugge”

(Foto di MSF)

Non solo le navi militari si occupano dei migranti; è dal 2015 che varie organizzazioni umanitarie, tra cui Medici Senza Frontiere, hanno messo in moto strutture di soccorso nel Mediterraneo. Ne parliamo con Giorgia Girometti di MSF, in questo momento a bordo della Prudence, che da pochi giorni affianca l’Acquarius, gestita da Sos Mediterranée e Medici Senza Frontiere.

Giorgia, potresti riassumere i termini del vostro progetto?

Questo è il terzo anno che portiamo avanti le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e lo facciamo con due navi, la Prudence e l’Aquarius, quest’ultima in collaborazione con SOS Mediterranée.

La Prudence è una nave commerciale di 75 metri di lunghezza, che può ospitare a bordo 600 persone e altre 400 in caso di estrema necessità.

Con 13 persone dello staff MSF a bordo, tra cui diversi italiani e 17 membri dell’equipaggio, la nave è equipaggiata per fornire primo soccorso ed è dotata di pronto soccorso, ambulatorio, farmacia e aree per trattare i casi più vulnerabili.

Come negli scorsi anni, conduciamo operazioni di ricerca e soccorso nelle acque internazionali tra Italia e Libia (la SAR zone- zona di ricerca e soccorso, che inizia dalle 25 miglia dalla costa libica), cercando proattivamente imbarcazioni che hanno bisogno di aiuto e dopo aver effettuato il soccorso, forniamo prima assistenza medica a bordo. Come per tutte le navi in questa zona geografica, le operazioni avvengono sotto il coordinamento dell’MRCC, il Centro di Coordinamento Marittimo della Guardia Costiera Italiana per i soccorsi in mare.

Come si presenta la situazione sul campo?

Purtroppo, ancora in assenza di canali legali e sicuri, la situazione non è cambiata rispetto allo scorso anno. Anzi, secondo i dati UNHCR gli arrivi in questi primi mesi del 2017 sono addirittura aumentati (18 741 nel 2016 e 22 303 nel 2017). Questo vuol dire che non saranno politiche di chiusura delle frontiere e di deterrenza a bloccare chi fugge.

Le persone che soccorriamo e prendiamo a bordo ci raccontano di non aver avuto altra scelta se non quella di intraprendere il viaggio in mare. Dopo essere fuggiti da violenza, guerra e persecuzione nel loro paese di origine, sono state poi costrette a scappare dalla Libia, che molti di loro descrivono come un vero e proprio inferno. Il contesto libico è ad oggi estremamente pericoloso e instabile; la maggior parte delle persone sono state vittime di violenze perché migranti, hanno subito percosse, abusi sessuali, fino ad uccisioni.

Si tratta di persone originarie dei paesi dell’Africa Sub-Sahariana, quali ad esempio l’Eritrea. Nel 2015, i rifugiati eritrei erano il gruppo più numeroso ad attraversare il Mediterraneo, mentre nel 2016  sono stati invece quelli provenienti dalla Nigeria, oltre che dal Sudan, dalla Costa d’Avorio e dal Gambia. La maggioranza sono uomini, anche se ci troviamo davanti a un numero crescente di donne, molte di loro incinta (una media di una donna su dieci) e minori non accompagnati.

Dato il contesto mutevole in cui ci troviamo ad operare, è  difficile dire quale sarà il trend per il 2017.

Qual è il vostro approccio con i migranti?

E’ difficile generalizzare: i migranti sono persone e ognuna di loro ha una storia e dei bisogni diversi, ma posso dire che in ogni fase delle nostre operazioni sono sempre centrali due aspetti: salvare la vita di queste persone e preservare la loro dignità in quanto esseri umani.

Per noi chi viene soccorso diventa un ospite a bordo della Prudence, al quale diamo primissima assistenza medica e umanitaria. Quando arrivano sono scossi e impauriti dal terribile viaggio che hanno appena affrontato; noi gli spieghiamo che si trovano finalmente al sicuro e che siamo lì per aiutarli e ascoltarli. Nei team di ricerca e soccorso sono sempre presenti dei mediatori culturali specializzati, il cui ruolo è fondamentale per garantire un canale di comunicazione e di prossimità (non solo linguistica, ma anche culturale) con chi viene soccorso.

Solidarietà e emozioni: ci puoi narrare qualche episodio positivo di questi giorni?

Abbiamo appena iniziato le operazioni e per il momento non abbiamo ancora effettuato nessun soccorso, a molti di noi del team di MSF  hanno già avuto negli scorsi anni un’esperienza di ricerca e soccorso. Vedere che siamo di nuovo a bordo per un’altra missione vuol dire che ciò che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo soccorso e le storie che abbiamo ascoltato hanno significato moltissimo ed è per questo che siamo di nuovo qui.

Per quanto prevedete di andare avanti?

Dal 2015 portiamo avanti le operazioni di ricerca e soccorso perché  c’ è un bisogno crescente di assistenza in mare. Quest’anno ci troviamo ancora davanti a questo stesso bisogno, ed è  per questo che abbiamo deciso di rinforzare le operazioni con un’imbarcazione più grande, per affiancare l’Aquarius, che è invece rimasta in mare durante tutto l’inverno. Continueremo durante tutta la stagione estiva e poi valuteremo la nostra presenza in base ai bisogni.

Cosa dovrebbero fare i governi secondo voi per risolvere quest’emergenza umanitaria?

MSF è  un’organizzazione umanitaria;  non spetta a noi trovare soluzioni politiche per gestire il fenomeno migratorio a livello mondiale. Ciò che vediamo oggi con le nostre operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale e in altri paesi europei ci mostra però chiaramente che le politiche  di deterrenza, finalizzate a ridurre il flusso migratorio ad ogni costo, non stanno riducendo il numero di morti in mare e  hanno un impatto limitato sul numero di arrivi. Sono politiche che creano solo ulteriore sofferenza a persone già vulnerabili, che non avendo nessun’altra alternativa continueranno ad intraprendere viaggi rischiosissimi. Per questa ragione chiediamo alle autorità europee di creare un meccanismo proattivo di ricerca e soccorso in mare, per ridurre il numero di morti nel Mediterraneo.

Crediamo inoltre che l’unica soluzione sul lungo periodo sia quella di offrire una reale alternativa alla traversata in mare, alternativa che oggi non esiste. I leaders europei devono agire immediatamente per creare dei canali legali e sicuri per chi chiede asilo, creare dei percorsi migratori legali e dare la possibilità di ottenere un visto. In questo modo, chi è alla ricerca di lavoro o chi invece richiede protezione potrà farlo in modo regolare senza rischiare la vita, invece di mettersi nelle mani di trafficanti senza scrupoli.

Per ora invece, per chi si trova in Libia e quindi costretto a fuggire, MSF continuerà le operazioni di ricerca e soccorso per limitare al massimo la perdita di vite umane in mare.

 

maggio 18, 2017

Le rivendicazioni dell’ISIS e i media che ci credono

Pubblicato su Pressenza il 23.03.2017

Le rivendicazioni dell’ISIS e i media che ci credono
(Foto di Marité Toledo su Flickr)

La notizia di oggi è che l’ISIS ha rivendicato l’attentato di ieri a Londra.

Hanno fornito il nome dell’attentatore che Scotland Yard teneva segreto? No. Hanno rivelato qualche aspetto dell’attentato che non era già stato rivelato alla stampa? No.

Che ha detto allora il sedicente Califfato? Che benediceva l’ipotetico jiadhista per aver ammazzato un po’ di persone in terra britannica.

Una dichiarazione mediatica, non una rivendicazione. Nel più perfetto stile ISIS.

Quando le nostre BR rivendicavano un attentato fornivano dettagli incontrovertibili, lasciavano comunicati in cestini dei rifiuti con prove, fotografavano ostaggi con giornali di quel giorno. In sintesi: fornivano prove inconfutabili. Gente di altri tempi, con  professionalità.

Che l’ISIS non sia molto più di un’invenzione mediatica si dice da diverso tempo. Militarmente quando qualcuno si è preso la briga di attaccarli con una certa costanza e un certo metodo si è visto che non sono molto consistenti. Si dice che sappiano usare internet, ma se andate a guardare i loro siti sono una cosa penosa da tutti i punti di vista. Lo può dire solo chi non sa usare internet…

Quello che è sicuro è che hanno una buona ragione di esistere: come tutti i terroristi servono a mettere paura alla gente, a far amare acriticamente le “forze dell’ordine”, a far fare dei buoni soldi a chi lavora nella sicurezza, nella vendita di strumenti di difesa personale, sistemi di allarme, armi. Servono a terrorizzare.

E i mainframe servono invece a diffondere questo clima di terrore, servono a scoraggiare, a far dire “tanto sono tutti uguali”, “la violenza è insita nell’uomo, meglio tutti a casa propria”, servono a far fare bella figura a governanti che pronunciano con orgoglio frasi in cui non credono ma che suonano bene nella circostanza.

Non ci prestiamo a questo gioco: le notizie vanno verificate e i pazzi che fanno pazzie sono quello che fanno, nulla di più, nulla di meno.

Casomai ci sarebbe da preoccuparsi un po’ di più dell’aumento di pazzi di ogni tipo che a volte si sentono in dovere di scomodare qualche ideologia violenta  (il nazismo, il fanatismo, il razzismo ecc. ecc.) per compiere le loro catartiche uccisioni, per affermare con la violenza la profonda mancanza di senso della vita che alberga nei loro poveri cuori. Fino a disturbare un Dio né clemente né misericordioso.

Rivendichiamo il conforto a chi ha perso una persona cara in circostanze così assurde. Rivendichiamo la pietà, la compassione nei confronti di quelle povere persone accecate dalla violenza; ma soprattutto puntiamo il dito su chi ha collaborato alla loro follia, permeando la società di antivalori, di denaro, prestigio, disprezzo per l’umano, meschinità e violenza. Di mancanza di senso nella vita.

Nel nostro specifico di media per la pace e la nonviolenza rivendichiamo l’urgenza di diffondere, con ogni mezzo, la cultura della nonviolenza, della solidarietà, della costruzione, dei diritti, dell’accoglienza, dell’amore per la diversità, della riconciliazione, dell’umanesimo profondo. La vita ha senso: la vita è costruire il mondo: un mondo colmo di speranza, di gioia, di pace per tutti.

E contiamo su di te e su molti amici per portare avanti e diffondere questa idea.

Affinché non trionfi l’abisso ma ciò che l’oltrepassa.

maggio 11, 2017

Una città più umana è una città sicura

Pubblicato su Pressenza il 08.03.2017

Una città più umana è una città sicura

(Foto di Comune di Parma)

Cristiano Casa è Assessore alla sicurezza del Comune di Parma, giunta Pizzarotti. La sicurezza fa pensare spesso, di questi tempi, a vigilantes, controlli polizieschi e cose del genere. A Parma hanno affrontato il tema anche da un altro punto di vista.

 

Assessore come nasce il vostro progetto sulla sicurezza “controllo di vicinato”?

Nasce dall’esigenza di coinvolgere tutti gli attori presenti sul territorio nell’azione di presidio e controllo: dalle Forze dell’Ordine alla Polizia Municipale, dagli istituti di vigilanza privata fino appunto alla cittadinanza. Pensiamo che solo integrando tutte le risorse disponibili è possibile far fronte alle gravi carenze di organico delle Forze dell’Ordine e della Polizia Municipale. Da qui è nato il Patto per una “Città più Sicura” sottoscritto dal Prefetto, dal Sindaco di Parma e dalle Forze dell’Ordine, in cui sono delineate tutte le funzioni attribuite ai vari attori della sicurezza cittadina. Tra queste è presente quindi anche il progetto di Controllo di Vicinato che prevede la partecipazione attiva della cittadinanza.

 

Come nasce l’idea?

Io mi ricordo com’era Parma, così come erano in generale le città italiane qualche decennio fa. Esisteva un tessuto sociale fatto di vicini, di negozi, di legami affettivi. E questo tessuto sociale garantiva sicurezza, forniva un rispetto reciproco e, di conseguenza, un presidio naturale. Ora tutto questo, in generale, non esiste più. Questa rete di relazioni sociali così tipica della tradizione italiana si è un po’ persa. È anche aumentata la litigiosità tra le persone: per un banale incidente senza feriti non si compila più la constatazione amichevole, ma si chiamano i vigili o le Forze dell’Ordine perché non ci si fida più del prossimo. Da questa situazione di distanza tra le persone nasce l’idea del controllo di vicinato che è stato importato dalla tradizione anglosassone proprio dove i rapporti sociali erano più freddi.

 

Qual è l’obiettivo e cosa state facendo in concreto?

L’obiettivo è avvicinare le persone affinché ricomincino ad aiutarsi. Rendere i cittadini protagonisti e consapevoli. Concretamente si formano gruppi di volontari che si occupano di un piccolo territorio: un condominio, una strada, una piazza, una frazione. Hanno minimi sistemi di collegamento tra di loro, un gruppo su whatsapp per esempio. Una volta costituito, un gruppo viene identificato un coordinatore che si metterà in diretto rapporto con la Polizia Municipale e le Forze dell’Ordine e, nella zona di riferimento, il Comune installa la cartellonistica che informa che è attivo il gruppo di controllo. Tramite il coordinatore del gruppo ogni persona segnala comportamenti o situazioni potenzialmente pericolose, mentre in casi di emergenza deve sempre chiamare le Forze dell’Ordine affinché intervengano nell’immediato.

A Parma è nato un gruppo pilota a Roncopascolo, una frazione della periferia della città. In quel quartiere le persone non si conoscevano tra loro e si erano verificati molti furti. Hanno avviato il progetto di controllo di vicinato e le persone hanno iniziato a conoscersi ed è nato quel presidio naturale che prima mancava. Da diversi mesi non si verificano più furti, tra le persone si è creata una bella atmosfera e la frazione è rinata.

Da questo modello e, in applicazione del Patto per una “Città più Sicura”, stiamo girando i quartieri della città insieme ai rappresentanti della Polizia Municipale e delle Forze dell’Ordine illustrando il progetto alla cittadinanza e raccogliendo le adesioni all’attivazione dei gruppi di controlli di vicinato. Da questi incontri stanno già nascendo diversi gruppi.

 

Una città più umana è una città sicura: una buona sintesi del progetto?

Assolutamente sì.  Dobbiamo superare la diffidenza verso il vicino, o verso l’immigrato che diventa automaticamente persona pericolosa. Dobbiamo ritrovare la fiducia reciproca; attenti con le persone pericolose, ma fiduciosi con i nostri vicini.

Il Comune fa la sua parte installando nuovi e moderni sistemi di video sorveglianza, incentivando l’occupazione del suolo pubblico da parte di bar e ristoranti con tariffe agevolate e lavorando al decoro urbano. Abbiamo rivisto il Regolamento di Polizia Urbana, che era fermo al 1989, adeguandolo alle esigenze di oggi.

Dobbiamo recuperare, con intelligenza, quei presupposti di convivialità che abbiamo perso. Il Comune deve creare le condizioni, mentre i cittadini devono ricominciare a partecipare. Così possiamo tornare a vivere in città vivibili e umane.

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maggio 9, 2017

Lo slow food del viaggio aereo: abbiamo già la tecnologia necessaria

Pubblicato su Pressenza il 10.02.2017

Lo slow food del viaggio aereo: abbiamo già la tecnologia necessaria

E’ da vari anni che il Professor Antonio Dumas si occupa, insieme a colleghi di varie parti del mondo, di progetti connessi con le energie rinnovabili, i trasporti e le telecomunicazioni.

Il progetto MAAT (Multibody Advanced Airship for Transport) ha ricevuto il finanziamento della Comunità Europea per studiare le concrete possibilità di un utilizzo moderno, ecologico ed efficace dei “vecchi” dirigibili.

In questo momento storico di crisi energetica ci è sembrato molto interessante parlarne con lui e aiutare la divulgazione di alcune soluzioni sicuramente d’avanguardia.

Ci può raccontare un po’ la storia di questo progetto e i suoi antecedenti?

Dal 1973 mi sono occupato di energie alternative e di risparmio energetico in senso lato, cioè ottenere lo stesso servizio a consumi energetici minori ed anche con una diminuzione degli scarti del processo, i cosiddetti rifiuti. Occupandomi di correlazioni fra energia solare e parametri atmosferici, mi sono posto il problema di quantificare la quantità di energia solare che poteva essere ottenuta ad altitudini differenti.  Una valutazione grossolana ci dava un incoraggiamento ad una valutazione più accurata ed è nato il Progetto PSICHE ( Photovolaic Stratospheric Isle for Conversion Hydrogen as Energy vector). Un mio dottorando  ha studiato il comportamento energetico di tre piattaforme, da discoidali a quasi semisferiche, operanti a quote differenti, fra 1000 e 20000 metri di altitudine. Il progetto ha  dimostrato che la forma migliore della piattaforma era di tipo discoidale e che la quota ove si otteneva il miglior risultato era  di 16000 metri. Possiamo dire che, al netto di tutti i fabbisogni energetici necessari al funzionamento della piattaforma,  la produzione di energia elettrica è circa tre volte quella ottenibile a terra rispetto a qualsiasi sistema fotovoltaico fisso con gli stessi pannelli.

Il passo successivo è stato rispondere alla domanda: come far arrivare quest’energia a terra? Ci siamo inventati il sistema HAP-feeder. Sulla piattaforma stratosferica ( HAP-high Alitude Platform) l’energia elettrica viene utilizzata per ottenere, tramite idrolisi,  idrogeno ed ossigeno  che vengono liquefatti e trasportati a terra da una navetta (il feeder) che sale portando acqua per il processo. E’ stato così introdotto per la prima volta il concetto  che è possibile ottenere energia da una piattaforma stratosferica. Un brevetto americano al riguardo è stato depositato due anni dopo. Siccome le  HAP erano state pensate per  le TLC (telecomunicazioni) ed il monitoraggio, queste sarebbero altre utilizzazioni della piattaforma.

Questo l’antecedente. La UE ha emesso una call in cui si richiedeva lo studio di un sistema cruiser-feeder, cioè di un aeromobile in movimento che stava sempre in quota ed altri aeromobili che portavano  merci e persone da terra al cruiser e viceversa. Abbiamo risposto al bando introducendo per la prima volta il concetto che gli aeromobili potessero essere dirigibili, cioè sistemi LTA (acronimo di più leggeri dell’aria). AIRBUS aveva concepito un cruiser ad energia nucleare, di due chilometri di ala ed a una velocità di crociera di 800 km/h. Ha poi abbandonato il progetto in quanto non è riuscito a realizzare il trasbordo delle merci e persone dal feeder al cruiser e viceversa. Abbiamo risposto alla call europea con il Progetto MAAT (acronimo di Multybody Advanced Airship for Transport) e siamo stati finanziati con un budget di 5.200000 di Euro. Col progetto MAAT abbiamo dimostrato la fattibilità tecnologica di un sistema cruiser-feeder in grado di viaggiare a 150 km/h, la possibilità di un sistema di aggancio e di sgancio, la possibilità del trasbordo, la possibilità di utilizzare l’idrogeno sia alle alte quote che durante le fasi si salita e discesa, la possibilità di atterrare in uno spazio inferiore ad un campo di calcio,  a decollo ed atterraggio verticale (VTOL), senza inquinamento né acustico né ambientale. Il vantaggio rispetto agli altri aeromobili è la ampia disponibilità di spazio per i passeggeri, che potranno viaggiare come se fossero su una nave da crociera, una accresciuto livello di sicurezza impensabile nei tradizionali aerei, che consente ai passeggeri una situazione  rilassante.

Quali sono le idee e gli sviluppi tecnologici che stanno alla base di uno sfruttamento intelligente della stratosfera?

Le idee fondamentali sono i vincoli che la UE impone sull’ambiente ed in particolar modo a quello aereo.

Niente inquinamento atmosferico e riduzione del diossido di carbonio anche se è il vapor d’acqueo il principale responsabile del GWE,  (Riscaldamento globale della terra). Le piattaforme stratosferiche opereranno a quote stratosferiche, al disopra dell’attuale traffico aereo sia come cruiser che come  HAP. Per quanto riguarda PSICHE la capacità di fornire  energia a chiunque, cioè la disponibilità di una miniera di energia a chiunque e in qualunque luogo della terra dal polo all’equatore, la etichetterebbe come energia democratica. Per quanto riguarda MAAT, l’idea di viaggiare in modo nuovo, diverso, più sicuro e più rilassante   rispetto ai viaggi attuali. Per analogia potrebbe essere indicata come  lo Slow Food  del viaggio. Esiste già oggi a livello mondiale, ma anche solo a livello europeo e potrei dire anche al solo livello italiano, tutta la tecnologia necessaria, anche se a volte utilizzata in altri settori e per applicazioni del tutto differenti. L’esistenza di MAAT e PSICHE susciterebbe una corsa al miglioramento delle tecnologie esistenti dando occasione alla ricerca a nuovi sviluppi anche in settori che oggi non si è in grado di identificare.

I progetti del vostro gruppo di lavoro vanno in varie direzioni: trasporto, energie rinnovabili, telecomunicazioni: potrebbe illustrare questi aspetti?

E’ l’esistenza di un sistema LTA  (HAP/cruiser-feeder)  il progetto a cui sto dietro. Le applicazioni sono connesse alle finalità. Potremmo dire ancora con analogia noi stiamo pensando ad un Loft che può essere, previo modifiche,  una abitazione, uffici, o anche apparato produttivo, industria o quant’altro.

Partendo dall’energia: una piattaforma di 2 km di raggio ha la potenzialità circa di 1 GW  per almeno 8000 ore/anno. Una ventina di queste piattaforme fornirebbero tutto il fabbisogno elettrico italiano attuale. Una piattaforma di tale dimensioni potrà anche essere utilizzata come traliccio per le TLC.  Questo utilizzo ridurrebbe il costo del kwattora elettrico a meno di 1 millesimo di euro.  Nel caso di una piattaforma per TLC le dimensioni sono non solo notevolmente inferiori  (una piattaforma discoidale di poche decine di m di raggio) ma potrebbe anche non essere necessario il sistema duale HAP-feeder. Per quanto riguarda le TLC si presenta immediatamente uno scenario di sviluppo tecnologico impensabile. Data la quota le piattaforme si riuscirebbero a “vedere” anche a distanze di  migliaia di km consentendo per le telecomunicazioni un utilizzo della banda ottica, riducendo l’impatto della trasmissione di big data al livello terrestre.

Si ritorna al punto precedente lo sviluppo delle TLC in queste bande darà sviluppo alla ricerca in un settore fino ad oggi solo pensato, trasmissione su segnale ottico.  Per i trasporti invece il sistema cruiser/feeder è ovviamente più opportuno anche se il cruiser non fosse stratosferico.  Le finalità sarà per il trasporto persone lo sviluppo di alberghi viaggianti per esempio e per le merci il trasporto di sistemi ingombranti, ma principalmente quello point to point  senza punti di rottura del percorso.

Quali sono le prospettive del vostro lavoro e i progetti a futuro?

Siamo in un Limbo con l’ambascia della tenaglia fra la concretezza del bene e la prefigurazione del meglio. Nel primo caso stiamo cercando uno o più finanziatori per la realizzazione del primo dimostratore che è anche un prototipo per la piattaforma  per TLC (progetto MASTER- Multipurpose Airship in Stratosphere for Telecommunications, Environmental-monitoring and territorial Reconaissance) e stiamo cercando finanziamenti (EU fondamentalmente) per il progetto sull’energia GRES,  (Green Renewable Energy in the Sky) ovviamente al di là dell’analogia del Loft i due progetti hanno un livello tecnologico diverso e tempistiche differenti il primo può diventare operativo  in tre anni,  per il secondo almeno altri tre ovviamente a finanziamenti adeguati.

La ricerca, sia teorica che applicata, sembra essere sempre più orientata dal profitto più che dalla volontà di risolvere problemi utili all’Umanità; tuttavia molti scienziati continuano a lavorare per il bene comune, anche a rischio di trovarsi senza finanziamenti. Lei è d’accordo con questa analisi? Ci sono controtendenze all’orizzonte?

Non so quanto sia vera la premessa, certamente si respira non solo nel modo accademico un’ aria strana. Una tendenza alla evaporazione dei tre paradigmi su cui è nata la rivoluzione francese e la democrazia che oggi conosciamo ed anche il metodo moderno di indagine scientifica. Il discorso è molto più lungo di quanto possa essere detto in un’intervista. Ho pubblicato qualche riflessione al riguardo su Inchiestaonline e non vorrei ripetermi. L’unica possibilità di contrasto allo scenario indicato è il potenziamento della struttura di ricerca dell’Università. Sintetizzando si potrebbe dire “più Stato e meno mercato”,  banalizzando,  basterebbe che in Italia i governi finanziassero le strutture di ricerca universitarie con la stessa cifra per abitante o con la stessa percentuale di PIL come fanno la Germania  e la Francia, cioè rispettivamente tre volte e due volte di quanto oggi viene fatto in Italia. Non voglio pensare alla Corea, che arriva al 4% del PIL.

maggio 2, 2017

Le lingue africane dovrebbero diventare lingue ufficiali

Pubblicato su Pressenza il 04.02.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese

Le lingue africane dovrebbero diventare lingue ufficiali

Multilinguismo è l’uso di due o più lingue, sia da un individuo parlante o da una comunità di parlanti. Si ritiene che i parlanti multilingue superano parlanti monolingui nella popolazione africana. Più della metà di tutti gli africani sostengono di parlare almeno un’altra lingua oltre alla propria lingua madre per via della colonizzazione. Il multilinguismo sta diventando un fenomeno sociale governata dalle esigenze della globalizzazione e apertura culturale. Varie volte in Africa ho conosciuto persone sagge che mi parlavano delle “due teste” che gli africani hanno. Teste che spesso corrispondono alla lingua che si parla. Il colonialismo ha lasciato queste due teste, almeno due lingue. Ne parliamo con Anderline Amamgbo, militante per i diritti umani, collaboratrice di Pressenza e studiosa di storia africana.

 

È vera questa cosa delle due teste? Ci sono africani che si sentono così, con due teste?

Tutti gli africani, me compresa, si sentono due teste se così lo vogliamo chiamare. I parlanti multilingue hanno acquisito e mantenuto almeno una lingua durante l’infanzia, la cosiddetta prima lingua. La prima lingua (a volte indicato anche come la lingua madre) è acquisita, senza istruzione formale, grazie a meccanismi pesantemente contestati. I bambini che acquisiscono due lingue in questo modo sono chiamati bilingui simultanei. Anche nel caso dei bilingui simultanei, una lingua di solito domina l’altra. Io parlo perfettamente 3 lingue, però nella mia vita  l’italiano domina purtroppo la mia lingua madre, questo è dovuto al fatto che sono cresciuta in Italia e a casa mia i miei genitori mi parlavano sempre ed unicamente solo italiano, mentre i parenti mi parlavano in Inglese (lingua coloniale). Durante la mia adolescenza ho capito l’importanza di conoscere le mie origini e  la mia lingua madre, così iniziai ad imparare anche l’Igbo.

È evidente che qualunque lingua genera una mentalità; secondo te qual è l’influenza delle lingue africane nella mentalità della vostra gente?

Ci sono tanti tesori trasportati da lingue africane come la dignità della letteratura, la cultura e la filosofia e il rispetto degli altri.
Ci sono stati vari tentativi, in alcuni paesi africani, di riconoscere le lingue originarie come lingue nazionali: qual è la tua valutazione di questo processo?
Partiamo dal presupposto che le nostre lingue originarie sono la nostra identità. Per esempio in Africa quando nasce un bambino il primo nome da dargli deve essere nella lingua originaria perché facendo così i genitori danno già al bambino la sua origine ed identità. Nelle società multilingue l’uso di una lingua coloniale dominante minaccia la cultura e l’origine di un popolo. l’inglese ed il francese rimangono le lingua coloniali dominanti di affari e politica, ed è sempre più l’orientamento della lingua nelle scuole africane. Secondo me è molto importante che tutti i paesi in Africa riconoscano le loro lingue originarie come lingue nazionale anziché la lingua coloniale, però la vedo dura visto e considerato che i colonizzatori, durante il colonialismo, hanno “amalgamato” più di una nazione/tribù con diverse lingue originarie, diverse culture, diverse sistema di valori comuni e diverse religioni. La storia ci insegna che l’unione di diversi stati post-colonialismo non funzionerà mai, vedi il caso della Nigeria e il Biafra per esempio. C’è un detto africano che dice “non si può mischiare l’olio con l’acqua”. La fusione dei protettorati del Nord e Sud della Nigeria nel 1914, è stato un unione di convenienza avviato dagli interessi inglesi, cioè esplorare, dominare, soggiogare. Nel 1914 gli Inglesi hanno amalgamato tre nazioni ovvero il Biafra, Oduduwa e Arewa facendoli diventare la Nigeria che noi vediamo oggi. Hanno usato questo sistema in tutta l’Africa non solo in Nigeria. Ora come ti dicevo prima non si può unire e forzare tre nazioni completamente diverse e forzarli a vivere insieme come un unico Stato. Ci saranno sempre conflitti per via di marginalizzazione, diversità, discriminazione e sofferenze. Dopo 50 anni la popolazione del Biafra sta ancora chiedendo l’indipendenza dalla Nigeria perché non si trovano bene con questa unione forzata. Stessa cosa sta accadendo nel Camerun. Se una nazione ha un unica lingua madre questo crea l’indipendenza, l’uguaglianza, il rispetto, la democrazia e la pace.
Le lingue africane sono lingue orali, in generale; ha senso la loro trasformazione in lingue scritte? Ha senso scrivere documenti ufficiali nelle lingue africane?
È molto importante secondo me che le lingue africane vengano trasformati in lingue scritte perché popoli che permettono al colonialismo di annullare del tutto le loro origine imponendoli lingue diverse dal loro è una forma di oppressione. Questa pratica di imporre le lingue coloniali sui popoli colonizzati, anche vietando l’uso della lingua nativa, danneggia lo stato psicologico, fisico, culturale e il benessere dei popoli colonizzati. Ogni popolo africano ha il diritto di usare la propria lingua di origine sia orale che scritta. I governi africani dovrebbero promuovere le loro lingue madri e usarle come lingue ufficiali. Per esempio sarebbe una buona idea se i segnali stradali fossero bilingue. Sarebbe anche utile tradurre pubblicazioni governative dall’inglese e francese in varie lingue madri.
Recentemente hai scritto su questo conflitto in Camerun tra la minoranza anglofona e il governo francofono: non è assurdo che gli africani si disputino su due lingue dei loro antichi colonizzatori?
Nella regione meridionale del Camerun dove la maggioranza parla inglese, sono iniziate le proteste per chiedere la fine dell’uso della lingua francese nei tribunali e nel sistema scolastico. Le proteste sono iniziate nel mese di ottobre 2016, quando un gruppo di avvocati anglofoni sono scesi in piazza nella città di Bamenda, capitale della regione nord-occidentale, per protestare contro l’uso del francese nei tribunali e la mancanza di versioni in inglese di alcuni atti giuridici. Ora queste persone per carità fanno benissimo a protestare per chiedere la fine dell’uso della lingua francese nei tribunali e nel sistema scolastico se vengono marginalizzati o discriminati per via della lingua francese, però quello che sta succedendo nel Camerun non è solo un conflitto tra due popoli per via della lingua coloniale. Questo non è un problema che ha avuto inizio con la protesta degli avvocati nel mese di ottobre scorso, ma è iniziato nel 1961, quando i territori del Camerun del Sud furono annessi al moderno Camerun. Ambazonia è un termine usato per identificare il movimento che cerca il restauro del Camerun meridionale. La gente in Ambazonia  sono scesi in piazza chiedendo l’indipendenza senza pre-condizioni. Alcuni gruppi hanno chiesto un ritorno a un sistema di stato federale. Altri chiedono la separazione tra le province di nord-ovest e di sud-ovest e il ripristino dei cosiddetti “Camerun meridionali” o Ambazonia, che è stato un mandato britannico durante la colonizzazione.
La cartina dell’Africa presenta ancora troppe linee rette, tracciate da chi non sapeva nulla di popoli, lingue, etnie e tradizioni: cosa pensi che dovrebbero fare gli africani? È ancora possibile fare qualcosa per rispettare l’identità e i diritti di tutti?   
 
Sono dell’idea che la cartina dell’Africa dovrebbe ritornare come era prima della colonizzazione. È stato provato che amalgamare popoli africane con diverse culture, tradizioni, religioni, etnie e sistema di valori comuni non funziona, crea solo guerre, discriminazione, marginalizzazione e violazione dei diritti umani.
maggio 1, 2017

Per Milagro Sala: non possiamo fare a meno della Giustizia

Pubblicato su Pressenza il 16.01.2017

Per Milagro Sala: non possiamo fare a meno della Giustizia

A un anno esatto dall’incarcerazione di Milagro Sala e dopo un anno di sistematica persecuzione di una persona, della sua organizzazione, della sua gente; dopo un anno di pronunciamenti di Commissioni, Organizzazioni, personalità e persone comuni per l’immediata scarcerazione della dirigente della Tupac Amaru; dopo un anno di spiegazioni sull’azione scorretta del potere politico a Jujuy rispetto al potere giudiziario, alla società civile e alla popolazione intera; dopo tutto questo non sapremmo più cosa dire.

Ma sappiamo che non possiamo tacere.

Sappiamo che l’uso improprio della Magistratura come strumento di azione politica è un uso antico e che dalle parti più svariate si levano critiche, più o meno giustificate, contro questa pratica. Abbiamo osservato come questa pratica sia diventata sempre più frequente contro i governi progressisti del Latinoamerica, contro Dilma, contro Cristina, contro Milagro, contro Maduro e si sta iniziando anche contro la revolución ciudadana dell’Ecuador di Correa.

Ma forse, al di là di questi fenomeni congiunturali, dobbiamo chiederci se il pragmatismo neoliberale attualmente vigente non stia portando avanti, con la consueta viralità, una campagna globale contro la Giustizia, pericoloso baluardo in difesa di certi diritti fondamentali come la libertà, la presunzione di innocenza, il bene comune.

Un amico professore di diritto ricordava, anni fa in una conferenza contro la pena di morte, che se includiamo nel sistema di giustizia la vendetta, dichiariamo implicitamente inutile quel sistema umano che chiamiamo “magistratura” a cui deleghiamo, ragionevolmente, il compito di dirimere le dispute tra gli esseri umani. La vendetta è semplice: tu hai ucciso mio fratello, io ti uccido. La Giustizia, e la Magistratura che la amministra, prevedono un livello più elevato di soluzione del problema: che il reprobo riceva una punizione giusta, che si possa pentire, che possa essere reinserito nella società, che possa essere perdonato.

La giustizia è umana, è reversibile e tenta di essere giusta; ha come fine ultimo recuperare un cittadino alla società a cui appartiene; e, sembra banale dirlo, “la giustizia è uguale per tutti”.

Che distanza da questa giustizia vendicativa che si amministra a Jujuy; che distanza dall’idea di ripristinare i CIE in ogni regione italiana; che distanza dai muri di contenimento dei migranti che si contano di ergere (o si sono già costruiti) in tante parti del mondo; che distanza dalla concezione zoologico-razzista per la quale ci sono esseri umani più importanti di altri, per nascita, per censo, per colore della pelle ecc. !!

Abbiamo urgente bisogno di Giustizia, nel senso profondo della parola; abbiamo urgente bisogno di una Magistratura formata da uomini di alto profilo morale, assolutamente indipendenti dal potere politico. Possiamo riconoscere tutte le difficoltà in cui versa quest’apparato della società nel mondo, possono esserci mille soluzioni pratiche per migliorarlo ma dobbiamo rimetterci al centro del problema e rimettere la Giustizia al centro della società, sempre più dominata dall’arbitrio.

Perché l’arbitrio ha conseguenze funeste su tutta la società, dato che nessuno è in grado di dire a che livello si possa fermare, in una specie di “si salvi chi può” dove non sarò più in grado di riconoscere mio fratello e dove solo la convenienza guiderà la mia azione.

In questo senso vogliamo rendere omaggio a Milagro Sala che dell’anelito per la giustizia, per il riscatto dei diseredati ha fatto il senso della sua vita e che per questo è odiata e perseguitata dagli ipocriti e provvisori trionfatori della politica argentina.

#LiberenAMilagro e tutti i prigionieri politici a Jujuy e in qualunque parte del mondo !!

maggio 1, 2017

Cosa ci aspettiamo per il 2017

Pubblicato su Pressenza il primo gennaio 2017

Cosa ci aspettiamo per il 2017

Il cambio dell’anno è stato caratterizzato da alcuni eventi contraddittori, come spesso accade negli ultimi tempi.

L’inedita coalizione russo-turco-iraniana è riuscita (in apparenti 5 minuti) a fare quello che da 4 anni le “migliori” diplomazie internazionali non riuscivano a ottenere: mettere d’accordo il governo siriano e i “ribelli” a smetterla di sparare e fissare un giorno e un luogo per parlarsi. A stretto giro il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che, di fatto, avalla questa strategia diplomatica e l’appoggia; all’unanimità. Incredibile?

Subito dopo, di fronte a un’incomprensibile serie di espulsioni di diplomatici russi dagli USA, decretata da un’amministrazione Obama in stato di dismissione, il Presidente russo Putin smentisce il suo Ministro degli Esteri e dichiara che non farà nessuna ritorsione, ma invita alla tradizionale festa di auguri al Cremlino i diplomatici americani e le loro famiglie, riempiendo i bimbi di dolciumi.

Sicuramente i classici complottisti forniranno spiegazioni di questa improvvisa conversione alle tematiche della nonviolenza (ricerca della soluzione, riconciliazione, lavoro d’insieme) da parte di Putin, ma noi plaudiamo agli sforzi per ristabilire la pace in Siria e per non aumentare la tensione internazionale.

Ovviamente questo non toglie nulla alle opportune proteste per le scarse libertà democratiche e civili e le violazioni del diritto di espressione che spesso caratterizzano la politica in Russia, Iran e Turchia, con particolare rilievo per quest’ultima, dove Erdogan continua a mettere in galera, licenziare e accusare un numero sempre più ingente di persone, giornalisti, associazioni con la solita scusa del fallito golpe.

In un’altra prospettiva c’è da registrare la recrudescenza di attentati che vengono attribuiti all’ISIS e che tendono a colpire territori come la Turchia e l’Iraq, dove il Califfato ha subito pesanti sconfitte militari. Oltre a questa recrudescenza, notiamo anche una tendenza mediatica a soffermarsi su queste vicende, per non far passare la paura alla gente. Si sa, la gente spaventata ragiona e vota male e finisce per credere a quelli che urlano più forte. Non sto a dire cosa succede dopo; basta consultare i libri di storia.

Qui da noi, per allinearsi con la politica del terrore, il “nuovo” Ministro degli Interni di un governo fotocopia (già, aveva perso solo Renzi, mica tutti gli altri della banda) ha dettato al capo della polizia (quello solito) una bella circolare per espellere i clandestini dall’Italia, prevedendo anche di rimettere su un po’ di CIE: idea originale per risolvere il problema dell’immigrazione in Italia. Non ha detto di andare a controllare quanti stranieri, regolari e non, lavorano in nero in numerosi settori produttivi; non ha detto di andare a verificare quante simpatiche industrie del nord sono piene di lavoratori africani  con stipendi sotto il minimo sindacale. In compenso il governo si è prodigato per salvare il Monte dei Paschi di Siena, sborsando bei soldoni pubblici che, inesorabilmente, non finiranno in opere sociali.

Non prendetemi per un esterofilo: i temi di fondo sono mondiali, il folklore locale è sempre meno importante. Il populismo, la tendenza a votare, contro, il “vaffa” caratterizzano ormai le elezioni di tutto il mondo; poi abbiamo le varianti locali e ci viene da pensare che comunque Grillo sia meglio di Trump e della Le Pen, anche se aspettiamo il momento in cui si voti chi lavora per la costruzione e lo fa con priorità nuove: bene comune invece di finanza internazionale, salute e istruzione invece di risanamento delle banche, solidarietà sociale invece di sostegno ai privilegi, piccole opere utili invece di grandi opere inutili.

No, il tema, a mio avviso, è un altro: dobbiamo abituarci a questi improvvisi cambi di piano generati dalla destrutturazione delle vecchie istituzioni e la difficoltà del Nuovo Mondo a sorgere: il Papa apre l’anno parlando di nonviolenza e di giovani, mentre la violenza cieca ne massacra a decine; Putin rifiuta la logica della ritorsione, comportandosi come uno statista di livello quando i nostri politici locali sembrano nani; la gente accoglie con un calore infinito coloro che fuggono dalla guerra e qualcuno pensa di ristabilire dei campi di concentramento; alcuni si siedono in assemblea e discutono con calma e rispetto dell’altro, mentre altri invocano spettri autoritari del passato….

In questa confusione è difficile mantenere dritta la barra dei principi profondi, ma è assolutamente necessario farlo,  a partire da ognuno di noi, ma puntando a tutta l’Umanità: perché il bagliore di un nuovo mondo dipende da ognuno di noi, ma deve giungere a tutti gli altri, senza distinzioni di sorta.

Buon 2017 e anche, con un po’ di anticipo, buon anno del Gallo e buon anno di tutti i calendari possibili.

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gennaio 26, 2017

La memoria per il domani

Domani è il Giorno della Memoria. Mi son ricordato che tanti anni fa ho scritto la prefazione al libro di Edilberto Oré Cardenas “All’ombra di Sendero”, edito da Multimage in cui parlo per l’appunto del tema. Così eccola qua ripubblicata.

 

Non avete fra le mani un capolavoro della letteratura latinoamericana né un futuro best seller. Avete fra le mani la testimonianza di una persona semplice, di una persona che ha dovuto abbandonare i suoi studi travolto da un disastro che ha coinvolto la sua gente.

Questa persona, Edilberto Oré Cardenas, ci descrive con minuzia etnografica cosa è successo per anni al suo popolo; ci parla di nomi e cognomi, di parentele, di luoghi, di circostanze in cui sono successe cose orribili, difficili da leggere e perfino da accettare come possibili. Queste cose sono accadute tra quelle montagne e sono state negate dai politici e dai governi, dimenticate dai media, tentando di cancellarle dalla coscienza umana.

Edilberto scrive un libro necessario da scrivere, necessario da pubblicare, necessario da leggere per la memoria di tutta l’Umanità; uno dei tanti documenti possibili della memoria dei popoli intenzionalmente dimenticata da questo Sistema.

In un recente discorso il Comandante Marcos dice:

“I nostri anziani ci hanno insegnato che la celebrazione della memoria è anche la celebrazione dell’oggi. Ci hanno detto che memoria non è distogliere il volto e i cuore dal passato, non è uno sterile ricordo di risa o di lacrime. La memoria, ci hanno detto, è una delle sette guide con le quali il cuore umano condivide i suoi passi. Le altre sei sono la verità, la vergogna, la coerenza, l’onestà, il rispetto di se stessi e degli altri, l’amore.

Per questo, ci dicono, la memoria guarda sempre l’oggi ed è questo paradosso che permette che in questo oggi non si ripetano gli incubi e che giungano nuove gioie (parte essenziale della memoria collettiva).

La memoria, dicono i nostri anziani, è soprattutto un potente vaccino contro la morte ed un alimento indispensabile della vita. Per questo chi conserva e cura la memoria, conserva e cura la vita; e chi non ha memoria è morto.”

Leggendo queste parole ci è venuto in mente una volta di più questo libro, difficile e necessario ed il suo progetto vitale di riconciliazione e di ricostruzione sintetizzato ed in marcia grazie alla campagna di appoggio umano del Movimento Umanista. Nel correggerlo e nel migliorarlo e nel ringraziare tutti coloro che hanno dato una mano in questo (Edilberto stesso, Silvia, Laura, Daniela, Daria e tutti gli altri) vorremmo dare il nostro contributo a questa impresa di non dimenticare lo ieri, per  l’oggi e per il domani.

 

Olivier Turquet

Direttore Editoriale della Multimage.

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gennaio 25, 2017

Olivier Turquet “Non c’è miglior parola di antiumanesimo per definire la destra”

Questa intervista l’hanno fatta a me ed è uscita su Pressenza il 13.12.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Portoghese

Olivier Turquet “Non c’è miglior parola di antiumanesimo per definire la destra”
(Foto di Redazione Ecuador)

A Pressenza Internazionale En la Oreja abbiamo intervistato Olivier Turquet, qui l’audio e la trascrizione:

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L’Europa continua ad essere luogo di grande movimento politico, con la crescita della destra xenofoba sia in termini di appoggio popolare sia di spazio ceduto alle sue opinioni razziste e intolleranti sui mezzi di comunicazione.

Lo scorso fine settimana si sono svolti due atti elettorali che cercheremo di decifrare un po’. Uno in Austria, dove per la seconda volta si è ripetuta la seconda tornata delle elezioni presidenziali: il candidato del partito verde ha vinto con un vantaggio del 7,8% sul concorrente del partito di ultra-destra.

Dall’altra parte, l’Italia ha consultato la sua popolazione sulla possibilità di effettuare alcuni cambiamenti costituzionali che presumibilmente le avrebbero dato una maggiore stabilità politica, in un paese che ha avuto 64 governi diversi nei 72 anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Con noi, dalla città di Firenze, culla dell’umanesimo storico, per parlare di questi due temi è presente Olivier Turquet, coordinatore della redazione italiana di Pressenza.

Olivier è autore, professore e editore con una propria casa editrice, che pubblica libri sulla pace, la nonviolenza e l’umanesimo universalista.

Prima di parlare del fenomeno austriaco, racconta ai nostri ascoltatori equadoriani, che magari non hanno prestato molta attenzione agli avvenimenti italiani, quali sono state le proposte del governo che si sarebbero volute approvare, e gli antecedenti di queste proposte? E qual è stato il risultato?

Prima di tutto, credo sia necessario spiegare che la costituzione italiana è una costituzione relativamente nuova, ha circa 70 anni ed è figlia della fine della Seconda Guerra mondiale. E’ contemporanea della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, con un anno di differenza, e dello stesso clima politico e culturale dell’epoca. Un clima, cioè, di ricostruzione nazionale, europea, mondiale. Questo è un fattore molto importante. C’è una parte importante della società italiana che, nonostante il colore politico, tiene molto a questa costituzione, perché l’hanno costruita insieme comunisti e democristiani, repubblicani e liberali.

La questione del cambiamento della costituzione ha un lungo processo, questa è stata la terza volta che hanno cercato di cambiarla e la terza volta che hanno fallito. In questo caso, nel plebiscito che si è svolto per confermare il cambiamento, si è trattato di secco no. Da una parte c’è stata una partecipazione popolare molto importante, quasi il 70% dei votanti, cosa che non è accaduta in altri recenti plebisciti, e il no ha vinto con quasi il 60% dei voti. C’erano due fattori, uno era il tema del cambiamento, che era molto confuso e mescolava molte cose, ma ciò di cui parlava il governo, che diceva Matteo Renzi, era la questione della stabilità. La gente ha detto che la stabilità non vale la mancanza di diritti politici. Questo è il tema più importante.

Il fronte del no era molto vario, c’era la destra, qualcuno di centro, l’estrema sinistra, gli umanisti, la Lista Civica, il movimento di Beppe Grillo. Praticamente, Renzi ha finito per mettersi contro tutti e ha cominciato a personalizzare molto questa riforma. Così questo no è stato anche un no a Renzi. Comunque, noi come Pressenza abbiamo dato molta informazione sui temi specifici, perché ci è sembrato importante informare la gente e ci è sembrato importante che potesse decidere per il sì o per il no. Nei nostri commenti abbiamo sottolineato che bisognava differenziare la politicizzazione del plebiscito dalla decisione del si o no al cambiamento della costituzione. Una costituzione assai progressista, una delle poche al mondo che rifiuta la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Questo articolo non era in discussione, era piuttosto nel contesto; il contesto era quello di semplificare, di eliminare una delle due camere, c’erano vari temi. Tutto in senso autoritario, di restrizione della libertà e, inoltre, molti analisti dicono che si trattava di quello che la Goldman Sachs aveva richiesto ai governi europei per continuare con i suoi investimenti. Cosicché c’era un’influenza molto forte da parte delle imprese internazionali di speculazione finanziaria per evitare che i popoli potessero decidere.

Possiamo dire che questo risultato è stato sorprendente, come quello della Brexit, di Trump o il no alla pace in Colombia? O è stato ciò che ci si aspettava?

Questo risultato è stato inaspettato. Effettivamente è stata fatta molta pressione per il sì. In realtà, fino all’ultimo Beppe Grillo, che era per il no, nel suo discorso diceva di essere preoccupato per la tremenda divisione del paese. Alla fine la tremenda divisione del paese non c’è stata, perché quasi il 60% ha votato no. In queste situazioni, normalmente, non c’è una maggioranza così grande. Alcuni ricordavano il referendum per confermare il divorzio, che pure è stato vinto in modo molto chiaro, 60 a 40. Ha sorpreso alcuni che in malafede volevano dire in tutti i modi che avrebbe vinto il sì.

Ormai più nessuno si sorprende per nessun risultato. Allargando un poco lo sguardo a tutta l’Europa e al paese a nord, l’Austria, sembra che ci sia stata una crescita popolare molto grande per la destra, cosa che fa parte di un fenomeno in aumento nel vecchio continente. Come lo si vede dall’Italia? Il fenomeno è reale o è un effetto dei mezzi di comunicazione?

Sicuramente i media hanno un punto di vista che non è molto interessante, perché se si guardano i diversi fenomeni, ci si rende conto che c’è un denominatore comune che non è la destra tradizionale. Non è che vincano quelli di destra, vincono gli antisistema. In Italia ora gli antisistema sono rappresentati dal Movimento 5 Stelle, in cui c’è di tutto, all’interno ci sono anche fascisti, che in più dichiarano che la divisione tra destra e sinistra è ormai superata. Noi non siamo d’accordo con questo, pensiamo che la sinistra, con tutti gli errori, sia migliore della destra. Non ci sono parole migliori dell’antiumanesimo per definire la destra, non servono altre parole. Ma loro, con questa cosa di mischiare un po’ tutto, di avere una posizione anti-immigrazione, e allo stesso tempo posizioni molto ecologiste, sono una mistura strana. Ma sicuramente loro stessi non dicono di essere un movimento di destra. E ora prendono circa un terzo dei voti in Italia. Più di Marine Le Pen, meno che in questa polarizzazione, il candidato di estrema destra austriaco. Bisogna considerare che in Austria aveva dietro tutta la destra. I due partiti storici che in Austria hanno sempre vinto, hanno perso entrambi, e hanno lasciato spazio a uno strano ecologista a sinistra, per così dire, e a quest’uomo, Hofer, di estrema destra, a destra. Ma il realtà, prima di tutto ciò, e non se ne parla già più, i due partiti che vincevano sempre, i liberali e i socialdemocratici, hanno perso le elezioni. Questo è antisistema. Cioè i due elementi, molto diversi tra loro, l’ecologista e il nazi, erano i due antisistema. Io direi che in questo momento sta vincendo la confusione, quello che grida più forte e l’antisistema. Tornando al plebiscito, direi anche che una compositiva, che a me non piace ma che riconosco nel no, è stata antisistema. In quel momento Renzi rappresentava il sistema.

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

 

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gennaio 25, 2017

Akop Nazaretian: un momento cruciale della storia dell’evoluzione umana

Pubblicato su Pressenza il 31.12.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Akop Nazaretian: un momento cruciale della storia dell’evoluzione umana

Attigliano, 29 Ottobre 2016. In occsione del Simposio Internazionale del Centro Mondiale di Studi Umanisti “La rivoluzione umana necessaria” abbiamo intervistato lo scienziato russo Akop Nazaretian che ci ha parlato del suo libro “Futuro non-lineare”, recentemente pubblicato in spagnolo e di prossima traduzione in italiano.

Video di Dario Lo Scalzo

Trascrizione del testo spagnolo di Mayte Quintanilla

 

Di cosa parla il tuo libro Futuro no lineal, pubblicato di recente?

Cerchiamo di capire quali scenari dello sviluppo della sensibilizzazione terracquea ci aspettano e come questo dipenda quello che facciamo ora, dalle generazioni di adesso. Una delle citazioni è di un fisico nordamericano che dice: «Possiamo sicuramente considerare gli uomini di oggi la generazione più significativa di tutta la storia dell’umanità, perché la storia di milioni di anni di evoluzione sulla Terra si concluderà così nei prossimi decenni». E non si tratta di filosofia né di ideologia, e neanche di poesia, ma di calcoli indipendenti fatti da scienziati di diversi Paesi – Australia, Russia, America del Nord e Spagna – che mostrano come a metà del XXI secolo l’evoluzione arriverà al punto più importante della sua storia e quello che succederà dopo: l’evoluzione – dell’umanità e della Terra –  arriverà a un livello cosmico o inizierà il ramo discendente della storia.

Nel libro si parla del paradosso di Fermi. In cosa consiste?

Il grande fisico italiano Enrico Fermi, all’inizio degli anni Cinquanta, formulò un paradosso chiamato “Dove sono?”. La domanda intende che secondo tutte le teorie dell’epoca dovevano esserci delle civiltà molto più avanzate nel cosmo. Ma tutte le ricerche, che continuano nel corso degli anni, non hanno registrato nessuna attività intellettuale nel cosmo, il che mi sembra sorprendente e paradossale. Ma posso dirvi che in questi anni il paradosso si è sviluppato, perché con le tecniche astronomiche di oggi sono stati registrati, in media, due nuovi pianeti ogni settimana fuori dal sistema solare. E alcuni sono molto simili al nostro pianeta. E, nonostante questo, non ci sono ancora segni né prove di attività intellettuale. Nei circa quattro milioni di anni in cui la vita si è sviluppata, tutte le volte, ogni crisi, ogni catastrofe globale è stata seguita da una fase di progresso transitoria, ed è così che si è arrivati a noi. Ma, secondo le leggi della teoria dei sistemi, ognuna di queste fasi sarebbe potuta andare diversamente, avrebbe potuto fermare o dare inizio alla fase di degradazione. Fino a oggi, lo sviluppo è stato progressivo, positivo, e si è arrivati a noi.

Sviluppo umano e progresso tecnologico. Come stanno le cose?

Con l’utilizzo di nuovi strumenti hanno iniziato a comparire degli squilibri tra il potere tecnologico degli strumenti e la qualità di autocontrollo della cultura, della psicologia eccetera. Questo squilibrio ha causato crisi e catastrofi che hanno continuato a esistere, creando la storia di popoli e civiltà e, diciamo, gli ambienti della società, che potevano regolare allo stesso tempo i propri valori, la propria psicologia, le regole dell’attività, la capacità di anticipare gli eventi al nuovo potere, al nuovo potenziale tecnologico. Quelli che non ci sono riusciti, hanno distrutto il loro stesso ambiente, sia quello naturale che quello geopolitico, e sono caduti vittime del proprio squilibrio, del proprio potere sproporzionato. Questo non dimostra qualcosa di nuovo, né si tratta di qualcosa del ventesimo secolo o della metà del XIX secolo, ma possiamo osservare simili crisi globali antropogeniche già millenni prima, alla fine del Paleolitico. Prima, quando l’essere umano era sul punto di autoeliminarsi. Nel libro questo viene dimostrato in dettaglio. Era sul punto di autoeliminarsi – ci furono tragedie, catastrofi, l’umanità perse molti gruppi di molte popolazioni – ma alla fine, fino a ora l’umanità ha avuto possibilità di avanzare psicologicamente e mentalmente, culturalmente, spiritualmente eccetera.

Notiamo un paradosso storico, per cui più le tecnologie erano sviluppate – tecnologie militari, di produzione, che avevano sempre avuto uno scopo distruttivo –  e più è aumentata la densità di popolazione, meno persone venivano uccise. Quello che chiamiamo “Bloodshed ratio”, il quoziente di omicidi, dimostra che, storicamente o progressivamente, la percentuale di morti della popolazione diminuiva progressivamente, anche se tale processo non è mai stato lineare.

Che momento storico stiamo vivendo?

Siamo arrivati a una situazione molto pericolosa, e c’è un termine che ha proposto un politologo tedesco: “Catastrofefilia”. Un’epidemia mentale di massa di “catastrofefilia”. È questo quello che il mondo di oggi sta vivendo, e le epidemie mentali sono più pericolose di quelle fisiche, perché si avverano. Nel libro si esamina come degli attrattori siano possibili dietro il punto di singolarità, chiamato appunto “singolarità”, quando l’iperbole dello sviluppo arriva al punto… lo sviluppo che ha seguito l’iperbole del rallentamento per 4000 milioni di anni. E oggi si arriva al momento della singolarità in cui l’iperbole si curva verso l’alto. I grandi risultati che abbiamo ottenuto perché sapevamo… l’umanità non ha saputo evitare una guerra nucleare ed è stata in grado di raggiungere, per la prima volta nella storia politica, accordi che proibivano test nucleari nelle tre sfere. Se non fosse stato per questi accordi in ambito ecologico, negli anni Novanta la vita su questo pianeta sarebbe stata insopportabile se fossero continuate le attività degli anni Cinquanta e dei primi anni del Sessanta, come dimostrano i nostri calcoli. Ma l’umanità è stata in grado di raggiungere un accordo. Questo ci dà qualche speranza che i politici e le masse possano raggiungere compromessi fondamentali, non orientati contro terzi; ma in politica le alleanze sono sempre state contro qualcuno: noi siamo contro di loro, ci uniamo per sconfiggerli, per difenderci da loro. È un nuovo tipo di coalizione. È quello che abbiamo analizzato nella crisi degli anni Sessanta, che avrebbe potuto distruggere la civilizzazione globale. Ma l’abbiamo superata. Questo vuol dire che potremo farlo anche in futuro, se fino a ora ci siamo riusciti. Fino a che livello può arrivare l’autocontrollo, il potenziale di autocontrollo.

E che cosa ci può succedere in futuro?

Che lo sviluppo dell’intelletto e della cultura strumentale, tecnologica, abbia un tono maggiore rispetto all’evasione di autocontrollo, di cultura umanitaria, spirituale, e questo, forse, giocherà un ruolo decisivo nella direzione che si prenderà. Adesso dipende da noi, dagli uomini di queste generazioni.

Traduzione dallo spagnolo di Valentina tramite piattaforma Trommons