dicembre 7, 2018

Perugia Assisi: marcia per la Pace, il Disarmo, la Solidarietà, l’Accoglienza

Pubblicato su Pressenza il 07.10.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Perugia Assisi: marcia per la Pace, il Disarmo, la Solidarietà, l’Accoglienza
(Foto di Alessandra L’Abate)

Molti temi hanno animato l’edizione di quest’anno della Marcia Perugia Assisi.

Una lunga preparazione, dibattito, qualche polemica e qualche distinguo per una Marcia, quella inventata profeticamente da Capitini che ha passato da momenti di lotta nonviolenta a celebrazione retorica.

Quest’anno una folla incontabile, perché sparpagliata tra Perugia e Assisi e in alcuni momenti dispersa o scoraggiata dalla pioggia ha portato avanti le bandiere di circa 700 aderenti di ogni genere; influenzata dalla recente manifestazione per Mimmo Lucano, preoccupata per la situazione in cui grava l’accoglienza e coloro che la testimoniano, afflitta dalla permanente crisi del pacifismo “classico” ma rinforzata da tanti giovani ignari delle sottili polemiche, decisa nel rivendicare il disarmo nucleare, tenera nel ricordare la necessità di una Rivoluzione Silenziosa che parta dai gesti si tutti i giorni,  la Marcia è stata tutti questi temi e forse anche di più ed è stata, come doveva, patrimonio dell’Umanità e non di una qualche parte.

In questo, nella nonviolenza in cammino, sta la bellezza di tutte le marce per la pace. Questa era anche gemellata con la Marcia Sudamericana per la Pace e la Nonviolenza ed è stata la prima occasione per il neonato Comitato Promotore della Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza di mostrare lo striscione nuovo di pacca.

L’augurio è che sia anche il senso di un risveglio e di una sintonia più forte tra tutti coloro desiderano un mondo migliore e si rimboccano le mani per realizzarlo.

Qua sotto una bella galleria fotografica di Alessandra l’Abate

 

Annunci
novembre 23, 2018

Qualcosa di necessario: la nonviolenza

Pubblicato su Pressenza il 02.10.2018

Qualcosa di necessario: la nonviolenza

Oggi è la Giornata Internazionale della Nonviolenza.

Personalmente sono di quelli, da tempo, che dicono che le Giornate di… è bene farle ricordandosi che le cose buone si ricordano e si praticano tutti i giorni.

Sono anche di quelli che si definiscono nonviolenti e che con questa definizione non vogliono attribuirsi alcuna qualità particolare ma solo un’intenzione: quella di camminare verso la nonviolenza, verso quell’utopia che sta lì all’orizzonte, come ricordava Galeano, affinché il cammino verso di essa ci migliori e migliori la società, ogni giorno. La nonviolenza è in cammino, la nonviolenza è il cammino.

La nonviolenza non sta al centro del dibattito pubblico; al centro del dibattito, qua in Italia, sta l’illusione che con gente più armata ci sia più sicurezza; sta l’illusione che alzando barriere ci si possa liberare del grido dei poveri del mondo che reclamano giustizia; più in profondo, credo dappertutto, sta l’illusione che più controllo, più regole serviranno a ordinare la società. L’illusione profonda che la violenza, in tutte le sue forme, possa risolvere i problemi.

Io credo che il caos che questo mondo in caduta libera sta generando si possa fermare solo con la forza della nonviolenza, che è la forza della gentilezza, dell’amore, della compassione, della Regola d’Oro: tratta gli altri come vuoi essere trattato. E che è anche la forza dell’intelligenza collettiva umana, capace di trovare nuove soluzioni, di scegliere nuovi cammini.

Queste nuove soluzioni che propone la nonviolenza sono basate su precise qualità: sono di tutti e per tutti, sono reciproche, sono solidali, sono frutto di convergenza e dialogo, sono basate sul rifiuto categorico di ogni forma di violenza: fisica, razziale, economica, di genere o preferenza sessuale, psicologica.

Ma la nonviolenza ci chiama anche all’impegno personale e sociale, ci ricorda di praticare e condividere la nonviolenza con altri, di organizzarsi con altri per cambiare il corso sfortunato che questo mondo ha preso.

A questo proposito suonano di grande attualità  le parole di Silo a Punta de Vacas, nel maggio del 2004:

Siamo alla fine di un oscuro periodo storico e ormai nulla sarà come prima. Poco a poco comincerà a scorgersi il chiarore dell’alba di un nuovo giorno; le culture cominceranno a capirsi, i popoli sperimenteranno un’ansia crescente di progresso per tutti comprendendo che il progresso di pochi finisce per essere il progresso di nessuno. Sì, ci sarà pace e per necessità si comprenderà che comincia a profilarsi una nazione umana universale.

Nel frattempo, noi che non siamo ascoltati lavoreremo a partire da oggi in ogni parte del mondo per fare pressione su coloro che decidono, per diffondere gli ideali di pace in base alla metodologia della nonviolenza, per preparare il cammino dei nuovi tempi.

Buona Giornata Internazionale della Nonviolenza !!

novembre 22, 2018

Alessandro Capuzzo: in marcia per un Mediterraneo libero da armi nucleari

Pubblicato su Pressenza il 27.09.2018

Alessandro Capuzzo: in marcia per un Mediterraneo libero da armi nucleari
(Foto di CarloSordoni.it)

Alessandro Capuzzo, del Comitato Danilo Dolci di Trieste parteciperà Sabato 29 Settembre al convegno “Mediterraneo Nonviolenza, Pace” a Palermo con una comunicazione sui Porti Denuclearizzati.

Puoi anticipaci qualcosa della tua comunicazione?

Certo. Il mio intervento si basa innanzitutto sulla posizione dell’ONU. Dopo l’approvazione e la conseguente, assai probabile entrata in vigore del “Nuclear Ban Treaty”, il nuovo trattato di proibizione delle armi nucleari siglato da 122 Paesi, il sogno di giungere a un Mediterraneo denuclearizzato inizia a toccarsi con mano. In questo senso, in vista del passaggio delle 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, si sta cercando di costruire una Campagna per una Conferenza di dnuclearizzazione, analoga a quanto realizzato in diversi continenti finora. Al Convegno porterà la sua testimonianza su video Carlos Umaña di ICAN (Coalizione Premio Nobel per la Pace 2017) che ci parlerà del Trattato di Tlatelolco, motore della Nuclear Free Zone di Sudamerica e Caraibi.

Cogliendo questa opportunità e ricordando la situazione della mia città d’origine, Trieste, giuridicamente vincolata al mandato ONU del suo Territorio libero (anni 1947-54) intervengo riproponendo Con una lettera al Segretario generale Guterres la questione della demilitarizzazione e neutralità, prevista per Trieste e territorio limitrofo dal Trattato di Pace con l’Italia (1947) recepito dalle Nazioni Unite (risoluzione n°16). Lo stesso Trattato che imponeva la demilitarizzazione italiana della Sicilia. La nuova Agenda per il Disarmo del Segretario Antonio Guterres fornisce uno strumento di dialogo su questi temi attraverso il quale potersi interfacciare con l’Istituzione.

Il Porto franco internazionale triestino è stato anche punto di partenza per materiale bellico verso gli Emirati Arabi Uniti, parte della coalizione a guida saudita che ha invaso lo Yemen, condannata dalle Nazioni Unite; l’uso di bombe italiane sulle aree civili in Yemen configura un crimine di guerra. La Legge italiana 185/‘90 proibisce le esportazioni di armamenti verso paesi in conflitto, in contrasto coi principi della Costituzione.

L’idea forza del convegno è quella di lavorare per la realizzazione del Mediterraneo come zona libera da armi nucleari: come si sviluppa questa idea, in che ambito e a che punto stiamo?

I Paesi della sponda mediterranea Europea più Turchia Siria e Israele – mar Nero a parte – non accettano il nuovo Trattato e aderiscono alla filosofia nucleare dominante nel Consiglio di Sicurezza ONU. Quelli di sponda Sud e Medioriente (anche quelli ora in guerra) hanno invece aderito, Iran compreso. Sta a noi costruire con tutti, il dialogo necessario, impostando un lavoro di ricerca e azione caro al professor Alberto L’Abate; per pervenire ad Ambasciate di pace su questi temi nei Paesi interessati.

A livello locale, abbiamo proposto fin dalla Conferenza di istituzione del “Nuclear Ban Treaty” l’inizio di studi per la denuclearizzazione dei porti e delle basi nucleari, portando ad esempio per la zona di Trieste la sussistenza di due porti nucleari militati di transito, a Trieste e Koper-Capodistria in Slovenia, e la presenza di una Scuola di Prevenzione nucleare dell’Agenzia atomica di Vienna, proprio nel Golfo triestino presso Miramare.

Questi studi potrebbero ovviamente essere utili a tutti se svolti nell’ottica della denuclearizzazione prevista dal Trattato per il Bando al Nucleare. Per questo abbiamo invitato al Convegno palermitano rappresentanti del porto nucleare militare di Augusta, dei Comitati NoMuos di Niscemi e della ex base dei missili nucleari Cruise di Comiso. Anche a testimonianza quest’ultima, di una vittoriosa battaglia nonviolenta svoltasi negli anni ottanta, che ottenne la completa riconversione ad uso civile della base, ora divenuta aeroporto e intitolata a Pio La Torre, cha anche per questo con ogni probabilità fu ucciso dalla mafia, dopo una iniziativa contro i missili atomici cui parteciparono un milione di persone.

Si sta aprendo strada l’idea di riappropiarsi del “mare nostrum” come luogo di incontri invece che di scontri. Un’idea cara a Danilo Dolci…

Mare Nostrum, un nome di cui si prova una certa nostalgia oggi, quando la missione omonima a soccorso dei migranti nel Canale di Sicilia è stata sostituita da Frontex e si sta impedendo il soccorso internazionale ai naufraghi nel Mediterraneo. Noi del Comitato pace e convivenza Danilo Dolci e di Mondosenzaguerre Trieste, stiamo assistendo in parallelo alla ripresa della rotta balcanica dei migranti, in presenza di politiche purtroppo analoghe prese dalla Regione, cui corrisponde una sensibilità molto scarsa da parte Slovena, per non parlare dell’approccio apertamente violento della polizia croata.

Sicuramente Danilo Dolci, nato presso Trieste a Sežana da padre italiano e madre slovena (con quel che di razzistico poteva significare in era fascista) si sarebbe occupato di migrazioni al giorno d’oggi. Ma tornando all’argomento dell’intervista, la sua figura rappresenta uno snodo nonviolento fondamentale per la 2ª Marcia Mondiale Pace che entrerà in Italia a febbraio 2020 da Trieste e ne uscirà da Palermo, dove Danilo ha lottato. Anch’egli si occupò di nucleare, rispetto la base di sottomarini americana a La Maddalena in Sardegna, dove accadde un incidente militare importante.

È storia lo scontro nello Ionio fra la portaerei Kennedy e un incrociatore, ambedue a propulsione nucleare e probabilmente con armi di distruzione di massa a bordo. Come pure la perdita di un paio di bombe nucleari da un aereo in volo presso Palomares in Spagna, con gravi contaminazioni a terra e un ordigno mai ritrovato in mare.

ottobre 21, 2018

VàZapp: vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura

Pubblicato su Pressenza il 05.09.2018 –

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

VàZapp: vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura

Giuseppe Savino è il presidente dell’Associazione Terra Promessa che ha fondato l’hub rurale VàZapp; VàZapp ha recentemente lanciato la petizione per far dichiarare dall’UNESCO le mani dei braccianti e dei contadini patrimonio immateriale dell’Umanità.

Come è nata VàZapp’?

Vàzapp nasce nel lontano novembre 2013 dall’idea di Don Michele de Paolis (un sacerdote salesiano ultra ottantenne costruttore di futuro che ha edificato molte opere in provincia di Foggia e in America Latina per le persone disagiate; amava leggere libri sul tablet, comunicare con le email, commentare i post di Facebook e incontrare i giovani si notte nei pub. È venuto a mancare all’età di 93 anni, nell’ottobre 2014, dopo una breve malattia) e da me, Giuseppe Savino (contadino dalle scarpe grosse e dal cervello senza confini, che decide di lasciare il posto fisso per seguire il suo sogno di vita). Don Michele vuole dare qualcosa in più ai giovani, fornirgli strumenti per potersi valorizzare nel territorio. Nasce, quindi, il desiderio di iniziare a creare una comunità rurale, che si occupasse dei reali problemi degli agricoltori, che gli ascoltasse e che gli riconsegnasse dignità. Questa è, quindi, la motivazione primaria alla base dello sviluppo di Vazapp, il primo hub rurale del territorio daunio. Il 21 gennaio 2014, nasce l’Associazione di Promozione Sociale “Terra Promessa”, il cui statuto è scritto dai due founder, e vede la partecipazione di Valeria Carannante (oggi co-founder di Vazapp), Michele Savino e Sanny Torretta, per poter costituire Vazapp come ente giuridico al fine di poter registrare marchi o partecipare a progetti di finanziamento. Nell’aprile 2014, viene registrato il nome di Vazapp, presso la Camera di Commercio di Foggia, grazie al sostegno finanziario di Don Michele alla collaborazione gratuita per la realizzazione grafica del logo.

Cosa vi ha ispirato nella scelta del nome?

Il nome Vazapp, che nel dialetto foggiano significa “Vai a Zappare”, è stato coniato da me e Valeria Carannante. Molto spesso, questa è l’esortazione che il padre fa al figlio quando il primo dissente dai propositi lavorativi “diversi e innovativi” del secondo: un’accezione dunque negativa. Nel caso di specie, esso assume un significato del tutto contrario e, quindi, positivo: zappare la terra quale atto di riscoperta del lavoro agricolo.

In cosa consiste la vostra attività?

L’Hub rurale è un luogo d’incontro, di scambio e di confronto ha l’obiettivo di sviluppare e facilitare le relazioni tra i contadini per favorire forme di collaborazione/cooperazione necessarie a sviluppare modelli imprenditoriali innovativi e sostenibili, attività dal basso.

È, pertanto, un luogo d’incontro, di scambio e di confronto, dove favorire le relazioni e la fiducia tra gli agricoltori al fine far nascere forme di collaborazione e cooperazione, ovvero attività imprenditoriale dal basso. In sintesi: Vazapp fa innovazione sociale in agricoltura. Una definizione di partenza, univoca e riconosciuta a livello internazionale, è quella riportata nel Libro Bianco sull’Innovazione Sociale di Murray et al. (2010). Essa afferma che per innovazione sociale si intendono: «… le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa». Vazapp si interfaccia a vari livelli con le istituzioni, per un confronto costruttivo volto ad apportare un bene profondo al settore.

Tra i progetti e gli eventi da voi organizzati, ce ne sono alcuni che vi stanno particolarmente a cuore, di cui vorreste parlarci più nello specifico?

La Contadinner (la Cena dei Contadini) rappresenta lo strumento (format) innovativo, ideato dalla comunità rurale, per creare relazioni sociali necessarie al cambiamento del volto dell’agricoltura e alla costituzione di una vera e propria comunità rurale. Il percorso pianificato per la provincia di Foggia ha previsto venti cene, ciascuna con venti giovani agricoltori, in venti sedi diverse, per un totale di 400 giovani agricoltori coinvolti (20 20 20 – Contadinner). L’idea vincente, apprezzata a livello regionale e nazionale, prevede che giovani agricoltori e non, appartenenti allo stesso territorio, siano invitati a cena a casa di un contadino, denominato “host”. L’evento è organizzato dall’host stesso, il quale seleziona e invita i confinanti alla serata. I facilitatori (animatori) sociali, e le altre professionalità di Vazapp, si occupano, invece, dell’intera organizzazione: dalla comunicazione alla logistica, dall’allestimento degli spazi all’animazione (di seguito denominata dinamica). La cena è aperta ad altre 30 persone (interessate all’evento come stakeholder o per venire a contatto con i produttori agricoli locali) con le quali gli agricoltori, dopo essersi raccontati, sono liberi di confrontarsi e stringere relazioni e partnership. Durante la Contadinner, gli agricoltori sono invitati a compilare anche un questionario, preparato ad hoc da alcuni docenti dell’Università di Foggia, componenti di Vazapp. L’indagine ha come obiettivo la mappatura “in tempo reale” delle aziende del territorio e il monitoraggio dei partecipanti, delle loro attività, delle caratteristiche delle loro aziende e prodotti, delle loro esigenze di innovazione, punti di forza e di debolezza, percezione delle opportunità e delle minacce. I dati rilevati, inoltre, non solo sono funzionali alla comprensione dell’evoluzione del network di relazioni e alla misura dei suoi impatti, ma costituiscono gli elementi per procedere alla realizzazione di Big Data in agricoltura.

Quali sono i principali obiettivi che VàZapp’ si propone? Soprattutto nei confronti (e grazie ai) giovani?

Vogliamo coltivare su un terreno ancora poco utilizzato in agricoltura, vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura. Siamo i primi a parlare di “Filiere Colte” in Italia, pensiamo che su questo terreno si decida il futuro dell’agricoltura dei prossimi anni.

Quali sono i valori che guidano la vostra attività e che vi motivano?

Seminare e coltivare speranza nel nostro territorio, affinché ogni giovane possa decidere liberamente di restare e realizzarsi nella sua terra conferendole nuova bellezza, come voluto dal fondatore Don Michele de Paolis; credere nella rivoluzione dal basso, alla quale bisogna guardare con orgoglio, domandandosi cosa si possa fare, per esserne parte; l’amore per l’agricoltura e per la terra e la voglia di restare per non essere spettatore ma protagonista del cambiamento innescato da VaZapp.

Da quante persone è composto il vostro team? Avete sempre lavorato a contatto con l’agricoltura o, in caso contrario, cosa vi ha avvicinato ad essa?

Esso è formato da giovani che presentano grandi doti comunicative, progettuali, di networking e aggregative, con il desiderio e la passione di reinterpretare l’agricoltura e il territorio assieme ai contadini, divenendo attivatore sociale e innovation broker (mediatore di innovazione). Il gruppo di Vazapp è composto attualmente da 23 persone: alcuni di queste sono strettamente legate al mondo agricolo (2 imprenditori agricoli e 2 agronomi), altri hanno mostrato da sempre un forte legame con tale settore anche se appartenenti a professioni lontane da esso (architetti, videomaker, fotografi, giornalisti, social media manager, docenti universitari, restauratori, sviluppatori di siti web). Il comune denominatore è il desiderio di essere dalla parte di chi fa concretamente qualcosa per il territorio locale; la voglia di relazionarsi con nuove persone; la possibilità di generare nuove opportunità e utilizzare le proprie professionalità per migliorare e dare linfa al territorio.

C’è qualcosa che vorresti aggiungere in merito a VàZapp’ o semplicemente qualche messaggio che vorreste lasciare ai nostri lettori?

Il nostro è un piccolo percorso nato in una piccola casa di campagna che però sta avendo un grande impatto, è di oggi la notizia che la nostra petizione per far diventare le mani dei braccianti e degli agricoltori “patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco” ha raggiunto 25.000 firme. Crediamo nei sogni, li corteggiamo, non ci lamentiamo ma cerchiamo di fermentare nei momenti difficili che reputiamo sempre un’occasione per crescere e migliorare. Ai lettori vogliamo dire che il miglior modo di realizzare i propri sogni è svegliarsi e fare qualcosa, anche una goccia alimenta il mare e per citare don Michele e il suo testamento: “Se vi manca qualcosa nella vita è perché non avete guardato abbastanza in alto”.

ottobre 21, 2018

Le email dei deputati della XVIII legislatura

Tempo fa, a seguito di una campagna, ho pubblicato su questo blog l’elenco delle mail dei senatori della XVIII legislatura, difficile da trovare per chi volesse mandare una mail a tutti i senatori senza essere costretto a cercarle una ad una.

Dopo un po’ un amico che preferisce rimanere anonimo è riuscito a compilare anche le email dei deputati che quindi mi pare giusto mettere qua a disposizione di chi voglia scrivere ai nostri deputati.

Deputati XVIII Legislatura

Per la cronaca la campagna citata ha prodotto che qualche senatora abbia educatamente risposto e che uno si sia dichiarato disponibile a presentare la proposta di legge per chiedere al governo di firmare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari.

ottobre 4, 2018

Una poesia sulla riconciliazione

Ho da tempo aderito alla campagna Poesia Contro le Armi  e invito tutti a farlo. Fate una performance poetica di fronte a un luogo simbolico del militarismo antico o moderno per manifestare la vostra voglia di pace, nonviolenza, comprensione tra i popoli, il vostro rifiuto alla violenza e alle armi.

Questa poesia che ho scelto io, oltre ad essere un caro ricordo della mia mamma che me la insegnò quando ero bambino, è un bellissimo esempio di come si può comprendere, grazie alla musica e alle emozioni che suscita, quanto è apparente il nostro momentaneo nemico.

Scusate le inesattezze l’emozione e il taglio al finale, dovuto a un aereo che passava di lì in quel momento.

Un infinito grazie a Dario Lo Scalzo che ha curato la “regia” del tutto.

Pisa, Agosto 2018, Bastione San Gallo.

settembre 30, 2018

Il Go in TV

Una trasmissione televisiva su RSI di Dario Lo Scalzo realizzata al Congresso di Go a Pisa dove ho anche un piccola parte

 

https://www.rsi.ch/news/oltre-la-news/Il-pi%C3%B9-antico-gioco-del-mondo-10919072.html

 

Tag: ,
settembre 5, 2018

Addio alle armi: una prospettiva necessaria

Pubblicato su Pressenza il 25.07.2018

Addio alle armi: una prospettiva necessaria

(Foto di Possibile)

Stefano Iannaccone è un giornalista impegnato: ha collaborato su politica e cronaca estera con numerose testate e dall’anno scorso è addetto stampa di Possibile. Ha lanciato il sito e la campagna “Addio alle Armi”.

Ci puoi spiegare l’iniziativa e raccontare come sta andando?

Addio alle armi è nata come una campagna di Possibile, insieme a una serie di altre mobilitazioni messe in cantiere da Giuseppe Civati e proseguite dall’attuale segretaria Beatrice Brignone. L’iniziativa, tuttavia, vuole raccogliere tutte le energie e le sensibilità sul tema: è stata pensata come un impegno culturale e politico, insieme. Il sito addioallearmi.it è aperto a ogni contributo, non c’è bisogno di tessere per aderire alla mobilitazione. Nel dettaglio la campagna si muove su due binari. Il primo è quello più ‘tradizionale’, cioè il disarmo globale, partendo da una riduzione delle spesa militare internazionale e ovviamente Italia compresa. Non dimentichiamo che le bombe italiane vengono vendute all’Arabia Saudita e sganciate in Yemen. Il secondo binario, invece, è quello più prettamente italiano con l’attualità della riforma della legittima difesa. Formula dietro cui si cela il desiderio di mettere più armi nelle mani degli italiani. Seguendo quel modello svizzero, molto caro alla Lega di Salvini.

L’informazione può fare di più per combattere questa idea di destra più armi uguale più sicurezza?

I professionisti dell’informazione possono fare di più con un gesto semplice: facendo con rigore il proprio lavoro. E quindi raccontando i dati e le storie che ci sono dietro a quei numeri. Parlo di tragedie quotidiane di armi da fuoco ‘legalmente detenute’, che sono strumento di morte. Qualche giorno fa sul sito abbiamo pubblicato un intervento di Gabriella Neri, che ha perso il marito, 8 anni fa, per mano di un uomo armato. Sono stragi di famiglie, donne uccise, uomini assassinati, perché hanno iniziato una relazione con una ex, o bambini vittime di raptus. Questi episodi di cronaca vanno messi insieme, non sono accadimenti ‘alieni’, perché formano il contesto complessivo del fenomeno ‘armi’. Avere pistole e fucili in casa non porta più sicurezza: favorisce delitti e, d’altra parte, spinge i ladri ad armarsi prima di entrare in un appartamento. Un autentico far west, appetitoso per chi produce e vende armi.

L’industria italiana delle armi di vario tipo è una lobby potente che ha condizionato i governi di ogni segno da tanti anni: cosa fare per invertire questa tendenza?

Il primo passo è una legge che restringa la concessione delle licenze. Dal 2016 al 2017 c’è stato un aumento di oltre 80mila licenze sportive. Davvero crediamo che sia stato un boom di passione per il tiro sportivo? Siamo seri. Ecco che bisogna partire da una norma che faccia conservare munizioni e armi ai poligoni, come prevedeva un disegno di legge presentato nella scorsa legislatura. Poi è necessario provvedere a fare verifiche più stringenti sui requisiti per ottenere una licenza. È mai pensabile persone con problemi psichici accertati abbia armi a disposizione?

Le città umane sono città sicure: cosa ha fatto e cosa deve fare la politica per promuovere e realizzare questa idea?

Nessuno ha la soluzione in tasca. Ma sono certo che una serie di misure consentirebbero un miglioramento della situazione. Cerco di fornire un elenco molto rapido: la promozione politiche sociali efficaci, garantire lavoro e sostegno alle persone più deboli, il contrasto al degrado nelle periferie, l’attuazione di politiche concrete di integrazione. Bisogna creare contatto tra le persone: la reciproca conoscenza aiuta a eliminare la diffidenza

La storia dimostra (il caso Osella con le mine) che è possibile riconvertire senza perdere posti di lavoro: sarà ora di dire, anche a sinistra, che i posti di lavoro nei comparti industriali si difendono riconvertendo le industrie inquinanti e belliche?

È un impegno fondamentale per differenziare la sinistra, offrendo soluzioni concrete. Purtroppo la sinistra, per anni, ha imitato la destra: dall’immigrazione alla legittima difesa, è diventato difficile trovare le differenze. La riduzione delle spese militari non è infatti solo un’ossessione ideologica, come dicono i sostenitori dell’industria bellica, ma è una concreta opportunità. Nessuno vuole togliere posti di lavoro, l’idea è quella di renderli migliori. Pensiamo un attimo: tutte le competenze impiegate oggi per costruire armi possono essere riconvertite per progetti decisamente meno impattanti. Sull’ambiente e di conseguenza sulla qualità della vita di ognuno di noi.

agosto 18, 2018

Saint Exupéry, la guerra, l’essere umano e l’impasto di stelle

Pubblicato su Pressenza il 21.07.2018 

Saint Exupéry, la guerra, l’essere umano e l’impasto di stelle

La grandezza del Piccolo Principe ha finito per offuscare il resto dell’opera di Antoine de Saint Exupéry; per giunta il suo non essere schierato nei campi che la polarizzazione successiva alla sua morte imponeva ha aggravato questa situazione.

Per cui benissimo hanno fatto alle Edizioni Piano B a pubblicare una raccolta di scritti dei tempi della guerra (prima la guerra civile spagnola, poi la seconda guerra mondiale) in cui traspare, al tempo stesso, la sua figura di giornalista, di pilota di guerra e di filosofo. Lettera al Generale X e il senso della guerra 
spazia dagli articoli su Paris Soir, ai discorsi pubblici, ai carteggi a volte mai spediti, a estratti da altri testi legati appunto dal sottotitolo: il senso della guerra.

E il senso della guerra è strettamente legato al grande dibattito che si svolge in quegli anni di crisi e di orrore di cui la guerra è l’evidente allegoria e dimostrazione: il significato della vita dell’uomo, il senso della vita e la definizione dell’Essere Umano. La differenza tra la cattedrale e i mattoni che la compongono sembra essere la preoccupazione che assilla Saint Exupéry, il tutto che non è la somma delle parti ma anche la totalità che schiaccia l’individuo.

Non sappiamo se ci sia un sottile legame tra quello che scrive Saint Exupéry e ciò che dirà nel 1945 Jean Paul Sarte nella conferenza L’Esistenzialismo è un Umanismo, però abbiamo la sensazione che le riflessioni di Saint Exupéry stiano nell’ampio dibattito che ferveva tra gli intellettuali non schierati con i totalitarismi di turno, sia quelli “ufficiali” del delirio nazifascista, sia quelli celebrati “democratici” del totalitarismo statunitense e sovietico.

Perché dalla guerra e dai combattenti (Antoine si chiede della pace ma non è un pacifista nel senso classico e letterale del termine) esce l’inquietudine reale di superare ogni orrore prodotto dalla divisione e dalla guerra. Tremendamente attuali queste parole:

“Non contrapponetemi l’evidenza delle vostre verità: avete tutti ragione. Ha ragione perfino chi scarica le disgrazie del mondo sui gobbi. Se noi dichiareremo guerra ai gobbi, se lanceremo l’immagine di una razza di gobbi, impareremo in fretta ad esaltarci. Tutte le villanie, tutti i delitti, tutte le prevaricazioni dei gobbi le attribuiremo a loro. E faremo giustizia. E quando annegheremo nel suo sangue un povero gobbo innocente, alzeremo tristemente le spalle: ‘questi sono gli orrori della guerra… Egli paga per gli altri… paga per i delitti dei gobbi’ Perché senza dubbio anche i gobbi commettono delitti”.

Ma il tema centrale che traspare dai vari scritti è quello dell’Essere Umano e della sua dimensione universale:

“Se noi tendiamo a questa coscienza dell’universo, penetriamo nel destino stesso dell’uomo. Solo i bottegai tranquillamente piazzati sulle rive del fiume senza vedere scorrer l’acqua, lo ignorano. Ma il mondo evolve. La vita è nata da una lava in fusione, da un impasto di stelle. A poco a poco ci siamo elevati sino a comporre delle cantate e a soppesare delle nebulose. E il commissario, sotto le bombe, sa che la genesi non è compiuta e che egli deve proseguire nella sua elevazione. La vita marcia verso la coscienza. L’impasto di stelle nutre e dà lentamente forma al suo fiore più bello”.

Ed infine un ringraziamento all’anonimo curatore del libro (poteva palesarsi e non sarebbe stato male se scriveva una introduzione per i neofiti, piccola critica costruttiva del recensore) per aver incluso l’ultima lettera, prima del maledetto (ma forse inesorabile) ultimo viaggio:

“Se vengo abbattuto non voglio rimpiangere nulla. Il termitaio futuro mi atterrisce. Io odio le loro virtù da robot. Preferisco essere un giardiniere”.

————

Antoine de Saint Exupéry

Lettera al generale X e il senso della guerra

Piano B Edizioni 2014

agosto 18, 2018

Italia: cosa succede con il governo?

Pubblicato su Pressenza il 29.05.2018 

Quest’articolo è disponibile anche in: SpagnoloTedesco

Italia: cosa succede con il governo?
Carlo Cottarelli durante la conferenza stampa al Quirinale (Foto di http://www.quirinale.it/)

Da domenica sera mi sto chiedendo cosa capiranno fuori dall’Italia dell’ultimo atto di quella che a volte sembra diventata una telenovela più che un dibattito politico.

Come coordinatore della sezione italiana di Pressenza credo di avere il compito di spiegare questa faccenda in modo comprensibile al resto del mondo e di farlo dal punto di vista della pace, della nonviolenza, dell’umanesimo e di tutti i temi che quest’agenzia tratta.

Cominciamo col dire che i temi che ci sono cari sono stati ben poco presenti fin dalla campagna elettorale nella maggior parte delle formazioni politiche: la tendenza, con rare eccezioni, è stata quella di parlare dei temi alla moda (sicurezza, immigrati, tasse), di lanciare promesse mirabolanti, di insultare gli avversari; in sintesi: un degrado notevole della politica, con toni da stadio (sugli insulti un interessante osservatorio di Amnesty).

Grazie a un’applicazione disinvolta della par condicio le forze che “dovevano vincere” hanno vinto e, come vecchio costume di politici, hanno preteso di governare. Tutti si sono dimenticati che l’Italia è una Repubblica Parlamentare e che il potere appartiene al popolo (articolo 1 della Costituzione) e che quindi un governo deve ottenere la maggioranza in Parlamento. Ora nessuna forza politica coalizzatasi prima delle elezioni ha ottenuto la maggioranza assoluta e quindi qualcuno si doveva coalizzare con qualcun altro, avversario alle elezioni. Dalla fine delle elezioni (primi di marzo) fino a domenica scorsa (fine maggio) si sono alternati incarichi a personalità politiche con lo scopo di verificare alleanze. L’ultima di esse è stata tra la Lega (ex Lega Nord che ha preso più voti di tutti nella coalizione di centro destra) e il Movimento 5 Stelle (che non si coalizzava con nessuno e da solo è risultato il partito più votato). Queste due formazioni, in genere definite dai commentatori “populiste”, hanno dato vita a un “contratto di governo” di un “governo del cambiamento” come l’hanno definito loro.

Questo governo, in linea con la campagna elettorale, continuava a occuparsi di immigrati, di tasse, di sicurezza e ad occuparsi abbastanza poco dei temi che ci interessano; quando lo ha fatto era per ribadire fedeltà alla NATO, adottare misure poliziesche contro immigrati, rom e islamici, tagliare i fondi per l’accoglienza dei profughi, manifestare apprezzamento per l’industria bellica, aumentare le forze di polizia e proporre una legge sulla legittima difesa; su altri temi di interesse per noi(ecologia, scuola, beni comuni, grandi opere), cari al 5 stelle, il “contratto di governo” diceva cose abbastanza generiche o dichiarava vaghe promesse che, al limite, sarebbe stato bene giudicare alla luce dei fatti.

Nel convulso pomeriggio di domenica scorsa la diatriba finale tra il governo di Giuseppe Conte (sconosciuto avvocato messo a fare il Presidente del Consiglio) e il Presidente della Repubblica Mattarella è stata sul nome del Ministro dell’Economia Savona che, a detta di Mattarella non avrebbe garantito la nostra fedeltà all’Unione Europea: “L’Incertezza della nostra posizione nell’Euro ha posto in allarme investitori italiani e stranieri che hanno investito in titoli e aziende. L’aumento dello spread aumenta debito e riduce la possibilità di spese in campo sociale. Questo brucia risorse e risparmi delle aziende e prefigura rischi per le famiglie e cittadini italiani”.

Questo rifiuto del Presidente e il non accettare di cambiare il nome del Ministro dell’Economia da parte dei sostenitori del governo ha prodotto le dimissioni di Conte e un incarico “tecnico” a Carlo Cottarelli, una lunga carriera nel Fondo Monetario Internazionale,  famoso per un incarico precedente come Commissario alla Spending Review, con la prospettiva di guidare il paese a prossime elezioni.

Ovviamente questi fatti hanno portato a numerose interpretazioni: la più diffusa quella di un paese a sovranità condizionata da parte dei mercati (si veda su questo l’articolo di Francesco Gesualdi e i comunicati del Partito Umanista e di Potere al Popolo); dall’altra parte si sono messe in moto campagne di solidarietà col Presidente, attaccato in vari modi dai due ex partiti di maggioranza, che avrebbe fatto bene a opporsi (e sui temi della costituzionalità vedere l’articolo di Rocco Artifoni). In tutto ciò si sono anche sviluppati numerosi ragionamenti  del tipo “la Lega lo ha fatto apposta per andare alle elezioni” che, francamente, appartengono più alle discussioni da bar che a quelle politiche. Di fatto da quel momento in poi è iniziata la campagna elettorale.

Possiamo capire meglio da questa vicenda alcune cose:

  • come si toccano alcuni dogmi del neoliberismo si manifestano pressioni extrapolitiche: economiche e mediatiche;
  • la Costituzione conta sempre di meno: la misura francamente incostituzionale era la proposta della “flat tax” (una o due sole aliquote)  decisamente contraria al  al criterio di progressività della tassazione sancito dall’articolo 53; ma su quella nessuno, nemmeno il Presidente, ha fatto obiezione;
  • l’attenersi alle cose concrete, famoso mantra del neoliberismo, continua a dominare la scena politica;
  • L’opinione degli italiani conta sempre meno: una buona maggioranza degli elettori di Lega e 5Stelle mai avrebbero immaginato né desiderato una successiva alleanza tra questi due partiti;
  • sarebbe urgente che la sinistra antirazzista, umanista, nonviolenta, solidale, pacifista, ecologista e di base si coalizzasse in un Fronte Ampio per fornire un’alternativa reale al pragmatismo che avanza.

Quest’ultima affermazione è un vecchio sogno del sottoscritto che si rende contro che la destrutturazione continua ad avanzare nel mondo e che le forze che generosamente stanno operando per un cambiamento di paradigma sono ancora pochine. Certamente il recente Forum Umanista di Madrid ha riunito qualcuna di quelle persone e dato un concreto segnale di speranza.