luglio 23, 2022

Thich Nhat Hanh, il suo insegnamento un contributo essenziale alla nascita di una nuova umanità

Pubblicato su Pressenza il 22.01.22 

Thich Nhat Hanh, maestro buddhista zen, ha lasciato il suo corpo ieri, dopo averlo abitato per 95 anni su questo pianeta.

Ci ha così lasciato una delle figure più importanti del XX secolo, una di quelle che non aveva aderito alla contrapposizione dei blocchi e che ha dato un grande contributo alla nascita di una cultura universale, spirituale, nonviolenta.

Nelle due brevi occasioni in cui l’ho incontrato, una conferenza a Roma  e una meditazione camminata a Firenze, ho avuto l’immediata e indiscutibile sensazione di essere davanti a un Maestro, Thai, come lo chiamano i suoi discepoli.

Il clero buddista vietnamita lo mandò a Parigi ai colloqui di pace dopo la fine della guerra in Vietnam; ma quel difficile compito gli costò l’esilio e solo nel 2005 il governo comunista permise al maestro di tornare nel suo amato paese, per cui ha organizzato infinite campagne di aiuto umanitario.

“Non c’è via per la pace, la pace è la via” è un libriccino che trascrive una sua conferenza a San Miniato a Firenze ma che è diventata un aforisma di una delle idee cruciali della sua filosofia: la strada del cambiamento passa per la meditazione, la trasformazione e la riconciliazione; qua quest’azione spirituale, intima, si fa insieme ad altri creando una rete di comunità (sangha).

Thai è il primo maestro buddhista che si rifà esplicitamente alle idee della nonviolenza e questo non solo per il suo incontro con Martin Luther King e la sua convergenza nella lotta nonviolenta per la fine della guerra in Vietnam ma anche per il suo contributo alla spiritualità della nonviolenza, quella spiritualità che si ritrova negli insegnamenti originari di tutte le religioni, tutte le dottrine spirituali di ogni angolo del pianeta.

I suoi insegnamenti sono stati e saranno  un grande apporto alla cultura della nonviolenza, al salto evolutivo che l’Essere Umano è chiamato a compiere e meritano il nostro più sincero ringraziamento.

luglio 23, 2022

Gianni Girotto: no a nucleare e gas nella tassonomia, la soluzione sono le rinnovabili e l’efficienza energetica

Pubblicato su Pressenza il 16.01.22 

Quest’articolo è disponibile anche in: TedescoGreco

La energía nuclear no es segura
La energía nuclear no es segura, ni barata

Gianni Girotto, senatore del M5S, è primo firmatario di una mozione per non chiedere al Governo di battersi affinché gas e nucleare non siano introdotti nella tassonomia verde dell’Unione Europea.

Qual è lo stato della situazione e quanto tempo resta?

La questione della tassonomia verde Inizia a maggio 2018 con la prima proposta di regolamento; in questa prima proposta mancano gas e nucleare. Parte un’attività di approfondimento che si conclude il 31 dicembre 2021 quando la Commissione Europea emana un nuovo atto complementare inserendo anche gas e nucleare, identificando tre attività permesse: per il nucleare include la ricerca e lo sviluppo di tecnologie per minimizzare le scorie radioattive, la realizzazione di impianti nucleari di nuova generazione e l’estensione del funzionamento di attuali impianti; per il gas ammette le attività di produzione di elettricità, la coproduzione ad alta efficienza di calore e freddo e un sistema efficiente di teleriscaldamento.

A questo punto si invitano gli stati membri a dare il loro parere entro il 19 gennaio; in seguito la Commissione avrà tempo fino a fine gennaio per adottare l’atto e sottoporlo al Consiglio e al Parlamento Europeo che avranno tre mesi di tempo per eventualmente opporre un veto.

La questione è stata sollevata dai movimenti ed anche da altre forze politiche che appoggiano il governo: come si sta muovendo il governo in questo momento?

Il Partito Democratico si è espresso per il no, così come LEU mentre Lega e Forza Italia sono favorevoli. Il governo? A parte le dichiarazioni di Cingolani che dice che è necessario proseguire l’attività di studio (a cui io ho replicato l’altro giorno dicendo che c’è già nella tassonomia una clausola generale che dice che sono inclusi studi e ricerche per abbassare le emissioni CO2) siamo appunto in attesa che esprimano formalmente loro posizione. Intanto come M5S abbiamo depositato ieri ennesima mozione contraria ad inserimento gas e nucleare nella tassonomia. E ribadisco che non si tratta di vietarle, ma “solo” definirle non ecosostenibili.

Il tema si innesta nella più complessa questione della transizione energetica: tu da tempo ti batti per le comunità energetiche, come stanno andando?

Il “problema” delle comunità energetiche, che sono un’enorme nuovo strumento di autoproduzione e risparmi, è molto semplice: manca la conoscenza. La gente, gli imprenditori, gli Enti Pubblici non sanno che ORA esistono (prima erano vietate). Io è un anno che ne parlo… chiaramente la pandemia ha prosciugato le risorse economiche e mentali; quel po’ di risorse che c’erano sono state giustamente indirizzate verso il superbonus che ha una scadenza e quindi bisogna correre al massimo per usufruirne, ed è di immediata comprensione, mentre per le Comunità ci vuole un po’ più di organizzazione, ci vuole uno scatto mentale di impegno per riuscire a capire l’enorme vantaggio che il loro sviluppo comporterebbe. Per cui al di là di diverse decine di iniziative che sono già nate, manca la conoscenza diffusa, ripeto.

Condivido pertanto due realtà significative: 100 condomini/comunità energetiche a Pinerolo messe in moto da Acea in contemporanea al super bonus, cosa che si può fare; 50 comunità energetiche che stanno nascendo all’interno del Consorzio dei comuni dalle comunità collinare del Friuli Venezia Giulia, sono 18 comuni consorziati che hanno già deliberato e stanziato soldi per la costruzione dei necessari impianti.

Vorrei aggiungere che assisto a un assordante silenzio da parte del mainstream mediatico, che parla tanto di allarme bollette, prezzo bollette, emergenza bollette e da un anno e mezzo, con pochissime eccezioni, non parla di comunità energetiche; un assordante silenzio soprattutto da parte della Rai, alla faccia del “servizio pubblico” (ah non la dirigiamo noi la Rai, e nemmeno gli altri Partiti ci consentono di riformarla).

Da molte parti si agita lo spauracchio che occuparsi seriamente della crisi ecologica comporterà l’aumento delle bollette: come rispondi a questa obiezione e come, secondo te, si può fare affinché l’energia sia pulita ed economica?

La crisi delle bollette non è stata causata dalla transizione ecologica, è stata causata principalmente dal covid-19 e dalle sue conseguenze. Poi naturalmente vi è, è vero, anche il fatto che la Cina sta chiudendo con il carbone e quindi ha aumentato moltissimo l’acquisto di gas, ma senza la contemporaneità del Covid la cosa sarebbe stata decisamente meglio assorbita dal mercato.

L’aumento delle bollette si risolve con la transizione alle energie pulite e rinnovabili e con il risparmio energetico, e questo è detto proprio dall’Unione Europea nel documento sulla tassonomia.

Noi stiamo scrivendo una mozione elencando una decina di proposte e strumenti per abbassare il costo dell’energia ma bisogna dire che non ci sono bacchette magiche, non ci sono soluzioni indolori. In natura nessun pasto è gratis. Bisogna insistere e accelerare sulle energie rinnovabili; questo non vuol dire abbandonare il gas domani o di chiudere le centrali oggi, ma è un dato di fatto che più energia rinnovabile si produce e più si abbassa il prezzo all’ingrosso dell’energia; più si fanno centrali localizzate con le comunità energetiche e più si abbassano i costi strutturali della rete che sono sono costi miliardari che incidono sulle bollette dei cittadini.

Parallelamente si deve proseguire lo sviluppo dell’efficienza energetica. E qui condivido che ho appena depositato una interrogazione sui certificati bianchi che sono un’altra soluzione di efficienza energetica, per sollecitarne la riforma.

luglio 23, 2022

Le origini della decadenza del mondo occidentale

Pubblicato su Pressenza il 08.01.22 

(Foto di Toscana Ambiente)

Con la solita cura, precisione e chiarezza Gloria Germani ha dato alle stampe l’anno scorso per Castelvecchi il volume “Verità della Decrescita. Via dalla scienza totalitaria per salvare il mondo”.

Il volume è uscito nel marzo del 2021 ma è evidentemente nato nella mente dell’autrice prima della pandemia. L’unica critica che mi sento di fare è al titolo che non dà conto della vastità dei temi toccati che vanno, a mio avviso, al di là della proposta di Serge Latouche ed epigoni e che immette il tema della “verità” in un momento in cui in nome della “verità” succedono cose terribili. Chi conosce Gloria sa che nel titolo rieccheggia la verità gandhiana del satyagraha, non certo quella dei fanatici di turno.

Il libro costituisce una critica e una smontatura profonda del dogma centrale della società moderna: quello che la società occidentale abbia sviluppato una superiorità non solo economica ma anche intellettuale e che sia un modello per il resto del mondo. Questo concetto, autoreferenziale per i membri di detta società finisce quasi per essere introiettato nelle culture rese subalterne dalla smania di conquista e potere che ha caratterizzato gli occidentali nel corso della storia.

Lo svilimento delle altre culture, e in particolare di quella antichissima e raffinatissima orientale, ha vette impensate in filosofi come Hegel, di cui l’autrice cita frasi francamente orripilanti. Ma sono le basi fondanti del newtonismo cartesiano a fornire il supporto ideologico per da una parte denigrare i “selvaggi” da conquistare e dall’altra esaltare l’Homo Faber che sboccia nella rivoluzione industriale gettando le basi fondanti di una società dominatrice basata sul concetto di crescita economica smisurata, di “progresso” tecnologico, di esaltazione dell’Ego con le sue inevitabili conseguenze di violenza verso gli altri esseri umani e la natura.

Gloria poi passa, nella seconda parte del libro, a comparare il modo di pensare ed agire del mondo occidentale con quello dell’oriente; non solo, coglie e studia con attenzione quanto la parte migliore del mondo occidentale sia arrivata a conclusioni analoghe a quelle millenarie delle grandi scuole di pensiero e di pratica orientali. In questa comparazione coglie e spiega i principi fondamentali del mondo orientale che possono essere di ispirazione in questo momento di crisi: culturale, umana, ecologica, spirituale. Una crisi che, come al solito, possa essere laboratoriao di costruzione del nuovo mondo.

Infine la proposta rivoluzionaria di ripensare il mondo in base a principi, a una visione del noi che prevale sull’io, a una concezione della vita di tutti i giorni basata sulla spiritualità, sulla frugalità, la decrescita.

Un bel libro, pieno di spunti, di citazioni, di spiegazioni estremamente chiare e che mette il lettore in una condizione di calma interiore, di desiderio di studio e riflessione: tutti stati estremamente necessari nel caos che stiamo vivendo.

luglio 23, 2022

Agnoletto: in Lombardia la salute è stata trasformata in merce

Pubblicato su Pressenza il 04.01.22 

(Foto di Medicina Democratica)

Vittorio Agnoletto è stato inserito dalla rivistaSanità Informazione fra i 10 professionisti della scienza che nel 2021 hanno avuto un impatto nellalotta alla pandemia; è il portavoce italiano della campagna europea No profit on Pandemic; facciamo con lui il punto della situazione.

Come sta andando la campagna e quali sono le prospettive?

La campagna nessun profitto sulla pandemia diritto alla cura si sta ampliando continuamente ed è sostenuta dalla società civile di tutta Europa. E’ evidente che oggi ha acquisito ancora maggiore importanza che nel passato; la vicenda della variante Omicron dimostra che lì dove non arrivano i vaccini è più facile che si sviluppi una variante maggiormente aggressiva che poi circola in tutto il mondo e noi non sappiamo quanto i vaccini che stiamo utilizzando saranno in grado di bloccare quella variante. Per esempio, oggi stiamo sperimentando che i vaccini disponibili sono efficaci in misura ridotta contro Omicron; sono migliaia e migliaia le persone vaccinate che comunque si sono infettate, anche se sembra fortunatamente che Omicron sia meno aggressivo della variante Delta. Ma questa situazione ci manda un segnale per il futuro: se arriveranno altre varianti maggiormente aggressive non è detto che i vaccini riusciranno a fermarle.

L’obiettivo che noi abbiamo adesso come campagna europea è lo stesso che hanno i movimenti di tutto il mondo: chiedere che l’Organizzazione Mondiale del Commercio si riunisca; la riunione prevista per il 30 novembre è stata rinviata a causa dell’impossibilità delle delegazioni di raggiungere Ginevra per via delle limitazioni sui voli a causa di Omicron; noi siamo sicuri che la decisione di sospensione momentanea dei brevetti possa essere assunta anche in una riunione online nella quale venga accolta la proposta di India e Sudafrica per una moratoria di tre anni. Nel frattempo, bisogna fare il possibile per modificare la posizione della Commissione Europea che è tale perché è sostenuta da diversi governi europei tra i quali Germania, Francia e Italia. Quindi il nostro governo ha un’enorme responsabilità e questo è il motivo anche dell’appello che, l’ultimo dell’anno, ho rivolto al Presidente del Consiglio Draghi chiedendogli un atto formale del Governo Italiano di appoggio alla proposta di moratoria, votato in Parlamento, approvato in Consiglio dei Ministri e formalizzato all’interno delle istituzioni europee.

A proposito del governo: un tuo commento sugli ultimi provvedimenti e sulla sua strategia generale.

Spesso sembra che le decisioni assunte dal governo rispondano a meccanismi di compatibilità politica dei partiti che formano il governo e alle pressioni di Confindustria ed altri settori economici.

Per esempio, la decisione di cancellare la quarantena per chi è venuto in contatto stretto con un positivo e ha fatto tre dosi di vaccino o greenpass rafforzato da meno di 4 mesi risponde a valutazioni politiche del governo ed è comprensibile che incontri il plauso di molte persone attualmente rinchiuse in casa. Ma dal punto di vista scientifico non ha alcuna giustificazione: gli oltre 126 mila positivi identificati qualche giorno fa, in sole 24h, non sono certamente stati tutti contagiati da non vaccinati e inoltre, a differenza di quanto avviene per i ricoverati in terapia intensiva e per i deceduti, per i positivi non vengano fornite le percentuali tra vaccinati e non vaccinati.

Ad infettarsi con la variante Omicron sono anche moltissime persone vaccinate tre volte, le quali, se è vero che raramente evolvono verso le fasi avanzate della malattia è altrettanto vero che diventano potenziali involontari propagatori dell’infezione. Con Omicron il massimo dell’infettività si ha nei 2-3 giorni precedenti alla comparsa dei sintomi e nei 2-3 giorni successivi; dal punto di vista scientifico avrebbe avuto quindi più senso ridurre il tempo di isolamento per chi è risultato positivo ma asintomatico e ridurre, senza azzerarla, la quarantena per i contatti. Ma a prevalere non sono state le considerazioni sanitarie ma le ragioni dell’economia o meglio dei padroni dell’economia e il rischio di veder crescere ulteriormente i positivi e di conseguenza i ricoverati e i deceduti è concreto.

Il comitato tecnico-scientifico conosce queste evidenze e avrebbe dovuto considerarle; chi governa deve compiere delle scelte e assumersene le responsabilità senza però piegare la scienza ai suoi obiettivi.

Ma soprattutto è sbagliato pensare una strategia centrata solo sui vaccini: i vaccini svolgono un ruolo fondamentale, ma per bloccare o limitare la diffusione del virus da soli non sono sufficienti. E’ necessario insistere sul distanziamento, sull’uso delle mascherine che avevano raggiunto prezzi esorbitanti (prima che il governo finalmente stabilisse un prezzo fisso), rendere gratuiti i tamponi (il cui costo reale è di pochi euro) in modo tale che le persone possano sapere subito se sono infette. Sono misure di sanità pubblica fondamentali. Se invece i tamponi non si trovano e bisogna andare dai privati e pagarli 100-170€ e fare sei ore di coda in piedi al freddo, è evidente che meno persone andranno a fare il tampone e quindi rischieranno di infettare altri.

Ci sono anche altre misure di sanità pubblica che avrebbero dovuto essere praticate; hanno avuto un tempo lunghissimo per aumentare il numero dei mezzi di trasporto urbani e interurbani, ma nulla è stato fatto; avrebbero dovuto: potenziare il servizio di medicina del lavoro per andare almeno a verificare l’uso dei dispositivi di protezione individuale e il rispetto del distanziamento; incentivare lo smart working anziché criminalizzarlo; sdoppiare le classi pollaio, cercare altre aule, modificare gli orari. Nulla di tutto questo.

Per non parlare del fatto che ormai da oltre un mese si è totalmente rinunciato al contact tracing, cioè si è rinunciato a inseguire il virus. Tutta l’attività di medicina territoriale è stata ridotta ai minimi termini, i medici di famiglia sono stati totalmente abbandonati a se stessi.

Si punta solo e unicamente sul vaccino, ma il vaccino moltiplicherebbe la sua utilità se fosse inserito in una complessiva strategia di sanità pubblica.

La pandemia ha messo in evidenza tutte le decadenze di un sistema sanitario privatizzato: dove chiediamo di intervenire con forza per evitare futuri disastri?

Il disastro che una regione come la Lombardia ha sperimentato nella prima fase della pandemia, ma che sta sperimentando anche adesso, non è un fatto isolato: la Lombardia è semplicemente una delle regioni in Europa dove maggiormente il liberismo è penetrato all’interno della sanità e dove la salute è stata trasformata in merce. Fino a prima della pandemia era il modello a cui guardavano alcune forze politiche non solo di destra, ma anche che si collocano nel centro-sinistra.

Perché c’è stato il fallimento del modello lombardo e si sono evidenziati enormi limiti anche a livello nazionale nelle strategie di contrasto alla pandemia? I motivi sono tanti.

Primo: la forte penetrazione delle strutture private all’interno del servizio sanitario pubblico attraverso i meccanismi di accreditamento; il privato quando interviene in sanità, come in qualunque altro settore, ha l’obiettivo di costruire i profitti e questi in sanità si costruiscono sui malati e sulle malattie non sulle persone sane e sulla salute. Ha quindi un obiettivo diverso da quello del servizio sanitario pubblico in cui più si riesce a prevenire, più si riduce il numero dei malati e delle malattie, più lo Stato, cioè noi, risparmiamo. La conseguenza di questa forte presenza del privato nel servizio sanitario pubblico è che quest’ultimo si è andato modellando sempre più a somiglianza del modello privato, scegliendo di abbandonare a se stessi i servizi di prevenzione e la medicina territoriale, ignorando l’epidemiologia, non aggiornando il piano pandemico e lasciando unicamente sulla carta, ma non nella realtà, un piano di allertche fosse in grado di attivare immediatamente le necessarie indagini sanitarie ogni volta che giungesse dai medici del territorio la segnalazione della comparsa di una nuova patologia o il moltiplicarsi, senza un’apparente ragione, di alcuni quadri clinici.

Secondo: noi abbiamo un servizio sanitario concentrato quasi unicamente sulla cura e con un approccio totalmente individualizzato; la prevenzione quasi non esiste. La medicina negli ultimi 30-40anni ha avuto come obiettivi fondamentali aumentare l’attesa di vita e il numero di giorni trascorsi senza malattia degli ultrasessantacinquenni. Si è cercato di realizzare questi obiettivi unicamente attraverso interventi personalizzati puntando sullo sviluppo della chirurgia e di nuovi farmaci. Oggi, di fronte a una pandemia si riduce il numero dei morti se si interviene il prima possibile per evitare che l’agente infettivo si diffonda, limitandone la diffusione; per fare questo è necessario un rapporto stretto tra il servizio sanitario e la popolazione, tra i professionisti della salute e le strutture sociali intermedie, perché se si devono modificare dei comportamenti dei cittadini è fondamentale un rapporto stretto con le strutture organizzate nella società. Questo riguarda la pandemia, ma anche l’impatto delle tematiche ambientali sulla salute, dei tumori ecc. E’ necessario cambiare il paradigma della medicina.

Oggi bisogna potenziare la medicina di comunità che è fondata sull’individuazione dei bisogni sanitari di ogni popolazione, l’elaborazione di un progetto sanitario, l’individuazione degli obiettivi prioritari con la conseguente capacità di andare a verificare se questi obiettivi sono raggiunti o meno. Riprendere per capirci alcune delle intuizioni di “Nemesi Medica” di Ivan Illich.

Se tutto questo non ci sarà, e così sembra da come vengono individuate le priorità sanitarie con i fondi del PNRR, rischieremo, nel caso di una nuova pandemia, di trovarci una situazione molto simile a quella attuale.

E’ risultato molto controverso il tema della vaccinazione a adolescenti e bambini. Quale la tua opinione a riguardo?

Nell’ultimo mese è stata fatta una campagna a tamburo battente perché venissero vaccinati i bambini dai 5 agli 11 anni; a fronte di una posizione assolutamente decisa in questa direzione della Società Italiana di Pediatria altre società pediatriche come quelle francese, tedesca, norvegese e varie realtà scientifiche europee hanno assunto posizioni molto diverse. Qual è il punto? Di fronte ad ogni provvedimento si devono valutare i rischi e i benefici per ogni specifica popolazione: i bambini ad oggi certamente si infettano, ma è rarissimo che sviluppino dei sintomi ed è ancora più raro che possono evolvere verso malattia grave; dall’inizio della pandemia i bambini tra i 5 e gli 11 anni deceduti per Covid sono 9 e nella quasi totalità erano bambini con altre gravi precedenti patologie. L’infezione da Coronavirus-19 nei bambini si presenta in genere in modo completamente asintomatico e sono rarissime e comunque clinicamente trattabili, altre patologie infiammatorie che si potrebbero sviluppare nei bambini a causa del Covid.

D’altra parte, la sperimentazione presentata dalla Pfizer ha coinvolto un numero estremamente limitato di bambini, poco più di 2,000, ed è durato pochi mesi; infatti la stessa Pfizer in un suo documento afferma “Il numero di partecipanti all’attuale programma di sviluppo clinico è troppo piccolo per rilevare eventuali rischi potenziali di miocardite associati alla vaccinazione. La sicurezza a lungo termine del vaccino COVID-19 nei partecipanti da 5-12 anni di età sarà studiato in 5 studi sulla sicurezza dopo l’autorizzazione, compreso uno studio di follow-up di 5 anni per valutare a lungo termine sequele di miocardite/pericardite post-vaccinazione” ; queste frasi sono presenti nel documento che l’azienda farmaceutica ha consegnato a EMA e a FDA (gli enti che in Europa e negli USA approvano l’immissione sul mercato di farmaci e vaccini). Stiamo parlando di una popolazione, i bambini, il cui organismo è in una fase di grande crescita e sviluppo, con caratteristiche differenti dal corpo di un adulto; il principio di precauzione non può essere ignorato.

Non mi pare quindi che per la popolazione tra i 5 e gli 11 anni vi siano forti evidenze che i benefici superino i rischi.

Vari colleghi, pur condividendo queste mie perplessità, obiettano che si debbano vaccinare i bambini per evitare che costoro poi infettino gli adulti; ma in questo caso l’obiettivo prioritario dovrebbe essere quello di raggiungere i milioni di adulti che non si sono vaccinati e di convincerli.

La logica di vaccinare i bambini per evitare che trasmettano l’infezione ad un adulto, al di là delle possibili valutazioni etiche, perde gran parte delle sue ragioni, di fronte ai i dati di questi giorni, con migliaia di persone vaccinate che si sono infettate. Il vaccino è invece estremamente utile nel bloccare la progressione della malattia nelle persone positive; per questo l’obiettivo prioritario deve restare quello di vaccinare tutti coloro che potenzialmente potrebbero evolvere verso le fasi avanzate della malattia e come abbiamo detto, i bambini sono quelli che rischiano molto meno di tutti gli altri.

Questo non significa rifiutare a priori la vaccinazione dei bambini, ma aspettare che siano pubblicati i risultati di ricerche più vaste e più approfondite.

Ad oggi si potrebbe proporre la vaccinazione a tutti i bambini che hanno delle fragilità o delle altre gravi patologie, per i quali il Covid potrebbe rappresentare un rischio significativo.

Resto perplesso quando vedo gran parte del mondo scientifico italiano invocare, senza porsi nessun interrogativo scientifico e senza valutare i pro e i contro, la vaccinazione dei bambini come una delle soluzioni alla situazione attuale, mentre mi pare evidente che le priorità per contrastare il virus, oggi dovrebbero essere altre.

Ultima questione. Sono fermamente convinto che tutte le società scientifiche che sono chiamate a pronunciarsi, a fornire indicazioni, ad elaborare linee guida sulle terapie non dovrebbero ricevere fondi da aziende farmaceutiche che producono farmaci relativi alle patologie delle quali loro si occupano. Sarebbe un importante contributo per un dibattito più trasparente al riparo da qualunque conflitto d’interesse.

giugno 25, 2022

Una nuova cultura basata sulla cura della mente

Pubblicato su Pressenza il 31.12.21 

(Foto di Napolinmente)

A Napoli l’Associazione NapolinMente ha lanciato una campagna di finanziamento per un progetto innovativo di aiuto al disagio psichico. Ne abbiamo parlato con Virginia Capuano, Presidente dell’Associazione. Ha recentemente pubblicato, con Antonio Procentese Alla faccia del pazzoun romanzo biografico per la Crescita Personale.

In cosa consiste job lab e come funziona?

JobLab è un progetto nato nel 2017: dopo due anni di attività, l’Associazione NapolinMente, nata con lo scopo di attivare processi di inclusione sociale e lavorativa per Persone con disagio psichico, ha costruito una solida collaborazione con Generazione Vincente Academy, ente di formazione e agenzia per il lavoro. Grazie a questa collaborazione abbiamo avuto modo di offrire gratuitamente percorsi di formazione professionale di alto livello a giovani disoccupati appartenenti alle categorie protette. Particolare attenzione è rivolta, naturalmente, ai giovani con disagio mentale, ai quali è più difficile che si offrano opportunità concrete di lavoro. Ciò a causa dello stigma che esiste e che resiste nella nostra società e che tende ad associare a queste Persone caratteristiche quali inaffidabilità, imprevedibilità, incontrollabilità: molto banalmente, la maggior parte di noi nutre ancora intimamente un’ancestrale paura di tutto ciò che è diverso. La cosa più grave è che questo stigma viene interiorizzato dalle Persone con disagio mentale che, progressivamente, tendono a perdere la fiducia nelle proprie capacità e possibilità di riscatto.

Anche per questo JobLab è un progetto che non si limita a offrire formazione, noi preferiamo parlare di tras-formazione, in quanto proviamo a lavorare con le Persone e sulle Persone guardandole attraverso una lente umana e non viziata dalle sterili diciture di una cartella clinica, sforzandoci di evitare che esse si traducano in etichette inamovibili.

Lo facciamo innanzitutto attraverso un’accurata selezione e formazione dei docenti: un docente JobLab è una Persona che ha fatto un profondo lavoro su di sé, che l’ha portata a conoscere e a riconoscere la propria “parte folle”, ad acquisire la capacità di ascoltare empaticamente e ad osservare sospendendo il giudizio, a maturare una certa sensibilità alle difficoltà e necessità dell’Altro.

Inoltre JobLab si avvale della collaborazione di professionisti dell’aiuto – counselor, sociologi, psicologi, educatori professionali – che tengono attivo, per tutta la durata dei percorsi di formazione, lo sportello “Street Counseling”, uno spazio informale e itinerante nel quale i discenti trovano accoglienza, stimolo e motivazione a portare a termine il percorso. Pongo l’accento su quest’ultimo aspetto: il “portare a termine” qualcosa, abbiamo visto, rappresenta una vera e propria iniezione di fiducia, proprio quello di cui le Persone di cui ci occupiamo sono spesso più carenti!

Realizziamo, infine, percorsi individuali di orientamento – laboratorio OrientaMenti – e di preparazione alla ricerca attiva del lavoro; noi stessi, attraverso la nostra rete di “imprese responsabili”, ci attiviamo per realizzare work experience, tirocini formativi e, laddove possibile, il placement vero e proprio che resta la nostra “terra promessa”.

Come va la campagna di crowfunding, quanto dura?

Abbiamo chiesto al mondo di darci una mano a continuare e a fare sempre di più. Abbiamo scelto di farlo attraverso una campagna di Crowdfunding su https://buonacausa.org/cause/joblab-coltiviamo-competenze/donate.

La campagna è partita a dicembre e andrà avanti fino a marzo. Fino ad ora abbiamo raccolto circa il 10% di quanto ci servirebbe. Invitiamo, quindi, tutti coloro che hanno un’idea di ciò che può significare avere un’opportunità laddove nessuno, neanche tu stesso, scommetterebbe troppo su di te, a donare qualunque cifra per aiutarci ad creare queste opportunità. Per chi donerà abbiamo messo a disposizione alcuni piccoli “simboli” di reciprocità, degli e-book per la crescita personale scritti da noi e il romanzo biografico per la crescita personale, Alla faccia del pazzo, edito da Multimage, che racconta la storia della nascita della nostra associazione proprio a partire da un’esperienza di disagio psichico.

Il tema del disagio psichico è sicuramente aumentato con il covid: cosa si sta facendo e cosa si può e si deve fare?

Con l’esperienza collettiva del Covid, non è semplicemente aumentato il disagio psichico, direi in maniera provocatoria – ma neanche troppo – che si è “pandemizzato”, proprio come il virus. Abbiamo tutti vissuto l’esperienza dell’isolamento, della deprivazione delle relazioni, delle occasioni per l’intrattenimento, del divertimento, del contatto fisico; abbiamo sperimentato la paura dell’Altro, la paranoia, il controllo maniacale del nostro comportamento e tante altre scomode sensazioni che sono il pane quotidiano di chi convive con la malattia mentale.

La buona notizia, forse, è che adesso tutti siamo in grado di comprendere che la qualità della vita delle Persone con disagio mentale merita attenzione e che tutti abbiamo una mente che dobbiamo salvaguardare. Ciò di cui oggi abbiamo veramente bisogno è una nuova cultura diffusa basata sulla “cura della mente”, in un’ottica curativa e soprattutto preventiva, ma anche sulla solidarietà intesa come “presa in cura collettiva” di tutte le Persone che vivono una condizione di disagio, perché una società che ha finalmente capito che cosa significhi stare male, vivere male, sentirsi inutile e solo, non può più girarsi dall’altra parte!

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giugno 25, 2022

Emergenza climatica: dove è finita la notizia?

Pubblicato su Pressenza il 17.12.21 

(Foto di Ultima Generazione)

Sono già 8 i blocchi stradali che gli attivisti di Extinction Rebellion hanno realizzato negli ultimi giorni; domani sarà il nono blocco stradale. Sono stati sgombrati, denunciati, si son presi un foglio di via, hanno procurato disagio e reazioni anche violente da parte di automobilisti infuriati ma non hanno “bucato lo schermo”, come si suole dire.

Perché?

Qualunque giornalista direbbe che sono una notizia e, infatti, oggi sono sulla prima pagina del Guardian a Londra; ma in Italia hanno spazio nella stampa chiaramente schierata con l’ecologismo militante e qualche trafiletto sulla stampa locale, quando chiedono un incontro col Governo, una seria discussione su un problema ben più grave della pandemia che satura la nostra informazione.

Questo trattamento lo stiamo vedendo nello stesso modo nei confronti di altre forma dei dissenso ecologista (Fridays for Future, altre azioni di Extinction Rebellion ecc).; lo stiamo vedendo in generale nell’ignorare numerose proteste di nature molto diverse: no green pass, no ogm, no tav, tassonomia energetica europea.

Infine lo abbiamo visto nella scarsa copertura, perfino, dello sciopero nazionale della CGIL e della UIL, fuggite dall’unanimismo dominante.

Non è cosa nuova, è una tendenza a una narrativa precostituita, autoelogiativa che caratterizza il nostro governo ma anche i principali governi europei e a cui si adeguano quasi automaticamente tutti i principali media, senza molta discussione.

In questa situazione preoccupante e di fronte a numerosi allarmi (tra cui quello, molto moderato, di Reporters Sans Frontieres) non ci sono segni di cambiamento.

Semplicemente dopo Glasgow il tema dell’emergenza climatica ed ecologica è uscito dalla narrazione dominante, Greta ha smesso di essere trattata come un simpatico peluche enfant prodige e forme più radicali come Extinction Rebellion saranno presso classificate nella categoria degli ecoterroristi che si ribellano alla sana transizione ecologica gestita dai tecnocrati di turno (Cingolani docet) secondo il principio “businnes as usual”.

Chi aveva coltivalo l’illusione di un cambiamento radicale di prospettiva non ha fatto i conti con i poteri in campo che sono disponibili solo a una transizione che non metta in discussione i dogmi del mercato neoliberista.

Ma cosa chiede la campagna di “Ultima Generazione”: semplicemente di affrontare la crisi climatica con lo strumento partecipativo (e decisionale) delle assemblee dei cittadini: una proposta che potrebbe essere discussa (e anche confutata) se il livello della discussione fosse normale, se avessimo una stampa impegnata nel compito di inchiesta e controllo del potere; ma il livello della narrazione politica e mediatica prende sempre più i toni dell’assolutismo.

“Prima ti ignorano, poi ti insultano, poi vinci”, diceva Gandhi. Per ora dobbiamo superare la fase uno, e non pare facile. Ma quando non si supera la fase uno è perché la situazione sociale e politica vira verso l’autoritarismo e la dittatura.

E’ questo che ci deve preoccupare.

giugno 21, 2022

Libano: la prima università per la nonviolenza e i diritti umani

Pubblicato su Pressenza il 27.11.21 

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese

AUNOHR

Ogarit Younan, sociologa,  figura riconosciuta come donna araba nonviolenta che ha influenzato generazioni di giovani, attivisti, educatori e intellettuali, in Libano e nei paesi della regione mediorientale dal 1983, è cofondatrice dell’Università  AUNOHR, prima università per la nonviolenza e i diritti umani.

Da quando esiste AUNOHR e come è nata l’idea di una università di questo tipo?

Questa è l’idea di Walid Slaybi e Ogarit Younan, pensatori e attivisti non violenti. Un’iniziativa completamente locale e indipendente, basata sui nostri trentotto anni di esperienza intellettuale e pratica, da quando abbiamo iniziato il nostro cammino comune nel cuore della guerra civile libanese nel 1983.

L’Accademia Universitaria per la Nonviolenza e i Diritti Umani – AUNOHR (Academic University for Non-Violence and Human Rights www.aunohr.edu.lb), unica a livello locale e pioniera a livello globale, è stata ufficialmente fondata nel 2014 e i corsi sono iniziati nel 2015-2016.

Abbiamo cominciato con un primo progetto pilota, realizzato in tre anni (2009-2011), con 78 studenti di livello Master provenienti da sei paesi arabi e 25 insegnanti provenienti da varie parti del mondo. Il documento di valutazione del primo progetto ha concluso all’unanimità: “Era un sogno ed è diventato realtà“.

Per noi, la scelta di formare alla nonviolenza e di istituire un’università che porti decisamente il nome di NONVIOLENZA, è diventata una necessità esistenziale, non solo per il Libano e questa zona del Mediterraneo ma per il mondo intero.

È sempre stato un sogno e nel 2009 siamo riusciti a coronare il nostro percorso di lotta ricco di esperienza e competenza, annunciando la creazione di AUNOHR con tre obiettivi generali e complementari: professionalità nella nonviolenza e nei diritti umani, cambiamento sociale, priorità nello sviluppo individuale di ogni studente.

Secondo noi la nonviolenza rischia sempre di essere considerata in modo superficiale; la sua filosofia piegata al servizio di interessi e azioni politiche “ipocrite”; di finire nella marginalizzazione, di divenire una semplice formazione o sensibilizzazione senza profondità e di diventare “di moda” come constatiamo ogni giorno intorno a noi…

Tutto questo ha portato alla fondazione di un’istituzione riconosciuta con diplomi, che consacra la nonviolenza teorica, filosofica, pratica e innovativa come pietra angolare esistenziale di ogni società. Questa è la nostra sintesi, dopo aver incontrato, formato e lavorato con migliaia di persone in Libano e nei paesi arabi, e dopo aver discusso a lungo con i nostri amici nonviolenti in vari angoli del mondo. Di fronte all’ingiustizia e alla violenza non si può fare i dilettanti della nonviolenza; abbiamo bisogno di competenze e di formazione professionale.

Quali sono le vostre attività?

Naturalmente, siamo un’università ufficialmente riconosciuta, e lei sa come funzionano le università. Tuttavia, bisogna dire che AUNOHR è un’accademia speciale, concepita secondo una filosofia che si occupa di EDUCAZIONE più che di INSEGNAMENTO, basata su un sistema proprio che ha sviluppato per questa ‘vita accademica’, dove la formazione all’interno dell’università è una vita a sé, e per citare le parole di Comenius ‘laboratori umanistici professionali’.

Gli studenti provengono da tutti i paesi arabi. Donne e uomini, di tutte le età, dai 21 ai 67 anni. E poiché si tratta di nuove specializzazioni nell’istruzione superiore, gli studenti provengono da diversi contesti accademici e professionali: insegnanti, direttori scolastici, giornalisti, avvocati, professori universitari, attivisti, fondatori di associazioni, medici, consiglieri comunali, dirigenti del settore pubblico, impiegati di banca, ecclesiastici, coordinatori di campagne civili e attori politici, artisti, ecc.

Gli insegnanti vengono invece da: Francia, Belgio, Olanda, Italia, Spagna, Inghilterra, Norvegia, Danimarca, USA, Brasile, Svizzera, Iraq, Siria e Libano.

AUNOHR offre attualmente tre livelli di formazione: Master, Diploma Universitario (DU) e Certificati di Formazione Specialistica per materie a breve termine. Ci sono nove specializzazioni: educazione, comunicazione nonviolenta e media, formazione, conflitto e mediazione, teatro nonviolento, sociologia e pianificazione della cittadinanza, diritti umani, filosofia politica della nonviolenza e strategie civili, cultura della nonviolenza e diritti umani, compresa la religione e la nonviolenza.

I corsi di Master e DU, online e presenziali, con orari flessibili, sono distribuiti su due anni e sono offerti in arabo, inglese e francese. L’università è un’organizzazione senza fini di lucro e offre borse di studio a tutti gli studenti a vari livelli.

Il miglior messaggio su AUNOHR che spiega cosa sia lo studio, l’impatto, i ruoli professionali e il cambiamento personale, può essere solo quello degli studenti. Vorrei invitarvi ad ascoltare le loro testimonianze in cui hanno espresso all’unanimità come frequentare l’università sia stato un “punto di svolta” nella loro vita personale e professionale:

E siccome lei chiede delle “nostre attività”, bisogna dire che parallelamente all’accademico, siamo riconosciuti come alcuni tra i pionieri del rinnovamento della società civile in Libano, dagli anni della guerra civile (1975-1990) e soprattutto nei primi anni del dopoguerra. Così, come fondatori del primo movimento civile nonviolento e di diverse associazioni, potete immaginare la portata delle attività e dei programmi che completano, traducono e amplificano il lavoro dell’università: formazione, educazione nelle scuole, iniziative nelle università e nelle associazioni studentesche universitarie, ricerche, pubblicazioni, manuali di formazione e traduzioni, cineclub per giovani, bollettini di sensibilizzazione per lavoratori, insegnanti, giovani e comunità dei villaggi, azioni di protesta diretta, alternative alle leggi ingiuste, ecc.

Inoltre, le nostre campagne civili hanno riunito decine di associazioni, partiti politici, sindacati e migliaia di membri e sostenitori; le più significative sono state la campagna per il matrimonio civile e quella per l’abolizione della pena di morte.

Quale è stata la risposta della società civile libanese?

Quando scoprono che esiste un’università per la nonviolenza e che è stata creata in Libano, vediamo subito stupore e un certo orgoglio sui volti!

Le richieste si stanno moltiplicando e se potessimo davvero avere un sostegno finanziario per gli studenti, potremmo realizzare una “rivoluzione culturale” formando migliaia e migliaia di persone ogni anno con un impatto massiccio. Sì, pensiamo che sia facile da fare. Le necessità sono enormi, soprattutto in questi contesti di violenza multipla che ci circondano in questa parte del mondo, cioè guerre, conflitti sanguinosi, militarizzazione e commercio di armi, rifugiati, fondamentalisti come Daech (ISIS), povertà, ecc.

Immaginate che abbiamo studenti che vivono in zone dominate da gruppi fanatici, gruppi armati di ogni tipo, che sono sotto occupazione e chiusi dietro barrire, ma che aspirano a studiare la nonviolenza e fanno di tutto per unirsi ad AUNOHR! Impressionante e fonte di speranza!

È diventato come una macchia d’olio che prepara permanentemente le nuove generazioni nonviolente alla pace e alla giustizia.

Ogni giorno, ogni settimana, uno/una dei nostri studenti trasmette questi valori, cultura e competenze, in una scuola, un’associazione, un circolo giovanile, un sindacato, un’organizzazione di donne, un’organizzazione di disabili, un’organizzazione di bambini, un carcere, un ambiente religioso, un’università, un progetto ministeriale, un centro di formazione per formatori,  gruppi di fanatici, un campo di rifugiati, una campagna civile, una manifestazione, una lotta politica, una stazione televisiva, un festival del cinema, ecc. Gli esempi sono enormi.

Anche nella “rivolta” del 2019 in Libano (definita “rivoluzione”), sebbene alcuni degli attivisti fossero ancora radicati in scelte violente, la maggioranza dei gruppi ha optato per una rivoluzione nonviolenta, e molti degli attori di questa rivoluzione sono stati nostri studenti o si sono formati con noi per anni. Siamo chiari, la nonviolenza è l’unica via d’uscita. Attraverso i miei incontri e discussioni nelle piazze di Beirut, Tripoli, nel sud, ecc., anche le persone che dicevano che c’è “solo la rivoluzione attraverso il sangue” hanno cambiato idea, quando hanno scoperto che la nonviolenza è coraggio, forza e soluzioni efficaci, contrariamente a quanto gli era stato insegnato. Questo ci porta a porre fine alla glorificazione della violenza, a coltivare in noi stessi lo spirito della nonviolenza e a diffondere i suoi esempi concreti nella realtà politica.

D’altra parte, possiamo vedere i risultati e l’influenza attraverso gli accordi di cooperazione che AUNOHR ha firmato con istituzioni molto interessate, come il Ministero dell’Educazione e il CRDP in Libano per introdurre ufficialmente la cultura della nonviolenza nel curriculum scolastico nazionale dall’asilo alla scuola superiore; o con l’Università libanese, l’università pubblica nazionale con il maggior numero di studenti, decine di migliaia, di tutte le regioni e provenienze; o con l’Università BIRZEIT in Palestina; o con il primo quotidiano del Libano, uno dei più antichi e famosi del mondo arabo, ANNAHAR (Il Giorno)…

Avete anche una intensa attività di traduzione di testi nonviolenti in arabo: qual è l’attuale diffusione della cultura della nonviolenza nel mondo arabo?

Questo è un punto essenziale, poiché si tratta di un’iniziativa che va avanti dall’inizio, con un programma regolare e durevole. Finora sono stati tradotti 25 libri, tra i testi fondamentali sulla nonviolenza, e decine di testi e articoli, esercizi di formazione, materiale didattico e film. Il nostro obiettivo è quello di creare una libreria della nonviolenza in arabo e fortunatamente sono state lanciate altre iniziative di traduzione, in modo che la gente dei paesi arabi possa leggere ed esprimere la nonviolenza nella propria lingua. D’altra parte è un arricchimento per gli autori non arabi e per le altre società al fine di stabilire legami culturali e costruire ponti di incontri costruttivi, basati su queste traduzioni.

Faccio un esempio: il nostro amico Jean-Marie Muller,  filosofo francese della nonviolenza, che è stato introdotto da noi nel mondo arabo per 25 anni a partire dal 1990, dove è stato invitato molte volte in Libano e anche in Palestina, Siria, Iraq e Giordania, e di cui abbiamo tradotto in arabo cinque  libri e una decina di testi fondamentali,  è diventato noto e un riferimento senza pari per centinaia di migliaia di persone in tutto il Medio Oriente.

Per quanto riguarda la diffusione, di solito partecipiamo a fiere del libro, in Libano in varie regioni così come in altri paesi arabi. A volte le nostre pubblicazioni ricevono premi per essere le più vendute in quelle fiere! Il nostro punto di forza rimane l’incontro diretto con il pubblico, le attività di formazione e, attraverso l’università, la diffusione delle traduzioni e delle conseguenti  pubblicazioni.

 La nonviolenza ha dei precursori in tutte le culture: quali sono i precursori nella cultura araba?

Ogni società ha i suoi “nonviolenti”,  anche se sono generalmente emarginati rispetto alle figure e agli “eroi” della violenza. In effetti, un lavoro completo  di ricerca e di visibilità sui precursori della nonviolenza nella cultura araba deve ancora essere fatto, ma abbiamo iniziato.

Nel mondo arabo, c’è chi dice che abbiamo avuto Gesù, in Palestina, come primo esempio di nonviolenza. È vero che non c’è un nome come Gandhi o King, ma ci sono nomi di persone che hanno scritto nella linea del pensiero nonviolento e il più delle volte senza nemmeno usare la parola nonviolenza, e altri che hanno organizzato varie esperienze e azioni nonviolente.

In ogni caso, possiamo citare Zenone di Kition, il filosofo fenicio; Gibran Khalil Gibran; il vescovo Gregory Haddad del Libano, il cui nome viene associato alla nonviolenza; lo scrittore, psicologo ed educatore Costi Bandali, e altri. In Siria, si cita ovviamente lo sceicco Jawdat Saiid che fu influenzato dal pensatore algerino Malek Bennabi. Walid Slaybi, il pensatore nonviolento, è attualmente considerato un riferimento per la nonviolenza nel mondo arabo.

Come ci sono società che hanno avuto esperienze nonviolente pionieristiche, senza avere pensatori e filosofi nonviolenti, lo stesso è successo nei paesi arabi, c’è tutta una lista di azioni ‘precursore’ della nonviolenza nella storia e nella cultura di questa regione. Ed è un panorama davvero ricco.

giugno 21, 2022

L’attualità di Alex Langer in un nuovo libro

Pubblicato su Pressenza il 21.11.21 

(Foto di Olivier Turquet)

All’interno del ricco programma di Bookcity il Centro di Nonviolenza Attiva ha presentato il libro di Alexander Langer, Quei ponti sulla DrinaIdee per un’Europa di pace, a cura di Sabina Langer e Edi Radini, Infinito edizioni 2020.

A far da padrona di casa Annabella Coiro, del Centro di Via Mazzali, che ha introdotto il tema ricordando l’importanza di Alex Langer e il fatto che, leggendo questo libro di ricompilazione di suoi scritti sul conflitto jugoslavo, se ne comprende appieno l’attualità e la capacità di previsione.

Sabina Langer, della Fondazione Alexander Langer Stiftung, curatrice del libro, ha sottolineato l’importanza della nonviolenza nell’instancabile lavoro di Langer. L’antologia raccoglie gli scritti dell’eco-pacifista tra gli anni dal ’91 al ’95 e documenta l’instancabile lavoro di ascolto e relazione; la sua posizione e la sua proposta variano in relazione all’arricchimento dato dal contatto con l’altro. L’idea è, di fronte alle leggi razziali che impongono di definire la propria etnia perfino a Bolzano, quella dei gruppi misti come condizione per la creazione di una società solidale e multietnica.

Alla fine il progetto sfocia nel gruppo misto Verona Forum per la riconciliazione e la pace nell’ex-Jugoslavia, che cerca vie di pace per la Bosnia Erzegovina, come spiega l’altra relatrice, Marianella Sclavi, esperta di Arte di Ascoltare e Gestione dei Conflitti nei Processi Partecipativi. I gruppi e le commissioni del Verona Forum elaborano progetti che vengono presentati al Parlamento Europeo, dove Alex è stato eletto e inventa il ruolo, assolutamente inedito per l’epoca, di portavoce dei movimenti sociali e delle istanze della società civile.

Seppur fallita, questa esperienza è ricca di insegnamenti per chi desidera riflettere sul valore della comunità e dei processi partecipativi nella gestione creativa dei conflitti e su come ripensare e agire la politica a livello locale e internazionale.

La presentazione, purtroppo compressa in uno spazio decisamente troppo breve, si è conclusa con alcune interessanti domande dal pubblico.

giugno 21, 2022

G20: universi paralleli

Pubblicato su Pressenza il 31.10.21 

In questi due giorni mi sono dedicato a due cose: guardare telegiornali sul G20 e seguire le attività dei movimenti a Roma, in particolare le attività di Extinction Rebellion,  essendo io un volontario dell’ufficio stampa di quella organizzazione.

Quest’attività ha generato in me sentimenti contraddittori: vedere l’imponente sistema di difesa dei potenti della terra descritto da elicotteri, le passerelle mediatiche dei leaders che si incontravano senza dire nulla, le dirette sulle first ladies in visita turistica da una parte; dall’altra essere in contatto diretto con tutta l’organizzazione, l’umanità, lo sforzo di comprendersi e di agire dei militanti per il cambiamento climatico ed ecologico, le difficoltà, i cambi di programma, i momenti di scoramento e di rabbia.

Due mondi paralleli. Quando abbiamo visto, in altre occasioni,  Greta parlare con i potenti, dubbiosi sul perché l’avessero invitata, ma speranzosi che qualcuno l’ascoltasse, abbiamo creduto che ci fosse una possibilità di ascolto.

Questa volta è stato chiaro che l’ascolto non ci sarebbe stato, che l’agenda era piena di mediaticità e di poca sostanza, come hanno confermato le dichiarazioni finali; “la casa brucia” ma il G20 si preoccupa di far pagare la “minimum tax” (qual nome più significativo) nel 2022 ai colossi del web; il trend della fame è in rialzo ma il G20  vuole vaccinare il 70% del “terzo mondo”, sperando che serva a salvare la pelle del primo e senza nemmeno chiedere alle multinazionali di rinunciare ai brevetti e senza chiedersi come è possibile che non sappiamo nemmeno quando finirà la pandemia; e sul clima? “La presidenza italiana del G20  vuole spingere la crescita economica e renderla più sostenibile: lo dobbiamo ai cittadini, al pianeta e ai giovani” sottolineando poi che “molto dovranno fare i privati”, dice Draghi, come se non fosse la stesso concetto di crescita uno dei fattori decisivi del disastro. People, Planet, Prosperity recitava il lemma: quali persone, quale pianeta e per chi la prosperità?

Nell’altro mondo, quello delle persone e dei militanti, viveva l’allegria, la creatività, le mille iniziative del climate camp ma anche la decisione dei cortei e delle azioni di disobbedienza civile di Extinction Rebellion e degli altri movimenti; c’era, c’è preoccupazione basata sui dati della scienza, della scienza libera non condizionata dal profitto che ancora esiste; c’è urgenza perché il tempo è esaurito e la risposta inadeguata; ma soprattutto c’è speranza e voglia di costruire un futuro veramente differente, degno di un Essere Umano nonviolento, solidale, amico della sua casa, in armonia con tutti gli altri abitanti.

Cosa vogliamo? Giustizia climatica. Quando la vogliamo? Ora !!

I due universi abitano questo pianeta; sono persone, interessi umani, economici, sociali: anche qui non abbiamo un pianeta B tranne quello su Marte sognato da alcuni pericolosi transumanisti.

Abbiamo visto dallo spazio il nostro rotondo rifugio blu, velato dalle nubi: chi lo ha visto non solo in foto ci ha inequivocabilmente trasmesso amore per la piccola casa e desiderio che essa appartenga a tutti e che possa ospitare degnamente tutti: i 20 signori che erano nella loro splendida torre d’avorio, rigorosamente circondata di polizia e controlli non sembra che abbiano visto quel pianeta; o, se l’hanno visto, gli è apparso di colore verde, come i dollari e si sono subito chiesti se era quotato in Borsa.

Francamente non credo che i due mondi possano dialogare ed unirsi: ieri e oggi li ho visti molto distanti. Terribilmente distanti. Ho visto la torre d’avorio con un po’ di rabbia; e ho rinforzato il mio amore per l’altro mondo e la voglia di aiutarlo a dirigere le sorti di questa umanità e della sua unica e preziosa casa.

giugno 21, 2022

Valeria Emmi (Cesvi): i conflitti violenti sono la causa principale della fame nel mondo

Pubblicato su Pressenza il 22.10.21 

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseTedescoGreco

(Foto di Cesvi)

Di fronte alla preoccupante tendenza alla ripresa del problema della fame nel mondo abbiamo fatto qualche domande a Valeria Emmi del CESVI (vedi bio in fondo all’intervista), nel tentativo di comprendere meglio e di dare peso a questo grave problema sottostimato.

Il Global Hunger Index (GHI), o indice della fame, reso noto in questi giorni dal CESVI documenta un arretramento della lotta alla fame a livello mondiale e in particolare in alcune regioni del pianeta; potresti darci la vostra opinione sul fenomeno e sottolineare i problemi più gravi?

L’Indice Globale della Fame (Global Hunger Index GHI) 2021 – il sedicesimo di una serie annuale – presenta una misurazione multidimensionale della fame a livello globale, regionale e nazionale, che si basa su quattro indicatori: denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita infantile e mortalità dei bambini sotto i cinque anni.

Il rapporto di quest’anno evidenzia che la lotta contro la fame sta vivendo attualmente una battuta d’arresto e in alcuni casi un arretramento. In base alle attuali proiezioni dell’Indice Globale della Fameil mondo nel suo complesso e 47 Paesi in particolare non riusciranno a raggiungere un livello di fame basso entro il 2030, 28 di questi Paesi si trovano in Africa a sud del Sahara, mentre i rimanenti sono sparsi tra le regioni Asia meridionale, Asia occidentale e Africa settentrionale, Asia orientale e Sud-est asiatico, America Latina e Caraibi. La lotta contro la fame è pericolosamente fuori strada 2030.

Nel 2020, 155 milioni di persone erano in situazione di grave insicurezza alimentare – quasi 20 milioni in più rispetto all’anno precedente. Nonostante la devastante pandemia di COVID-19, i conflitti violenti sono rimasti la causa principale della fame nel mondo. I conflitti attivi sono in aumento e stanno diventando sempre più gravi e persistenti. Più della metà delle persone denutrite vivono in Paesi colpiti da conflitti, violenza o fragilità.

I conflitti violenti pregiudicano praticamente ogni aspetto di un sistema alimentare  e allo stesso tempo, l’aumento dell’insicurezza alimentare può contribuire ai conflitti violenti. Se non si risolve il problema dell’insicurezza alimentare, sarà difficile costruire una pace duratura, e senza pace ci sono scarsissime probabilità di mettere fine alla fame nel mondo. A questi si aggiungono le conseguenze dei cambiamenti climatici che stanno diventando sempre più evidenti  e nocive e la pandemia di COVID-19, che per tutto il 2020 e 2021 ha imperversato in diverse parti del mondo, ha dimostrato quanto siamo esposti a livello mondiale ai contagi e alle loro conseguenze sanitarie ed economiche. Tre grandi crisi dunque, tre C, conflitti, cambiamenti climatici e COVID-19 che si stanno intensificando e che minacciano di spazzare via tutti i progressi degli ultimi anni nella lotta alla fame.

Il problema della fame sembra avere, a livello mediatico uno scarso interesse, legato più che altro alle classiche “giornate”, a congressi internazionali e simili; come fare per dare continuità e maggiore attenzione alla maggiore causa di morte del pianeta?

Fondazione Cesvi tiene continuamente alta l’attenzione su questi temi, condividendo il proprio lavoro quotidiano a fianco delle popolazioni nei contesti più fragili. La pandemia ha sicuramente acceso i riflettori sulla interconnessioni delle problematiche in ogni luogo del pianeta e sullo stretto legame tra salute, ambiente, economia e politiche sociali. La connessione tra queste grandi crisi, il Covid-19, i Conflitti e il Cambiamento Climatico sulla fame nel mondo, le più gravi del nostro secolo, dovrebbe essere quotidianamente affrontata anche a livello mediatico, ragionando opportunamente sulle ancora troppo timide soluzioni messe in atto e stimolando quelle che dovrebbero essere attuate, dando principalmente voce alla società civile i cui spazi di interlocuzione si stanno via via restringendo, cedendo il passo agli interessi dei pochi su problematiche che coinvolgono tutte e tutti.

La crisi pandemica ha dimostrato che si può intervenire su un problema con uno sforzo eccezionale; pare scontato che l’allucinante numero di bambini che muore di fame dovrebbe essere affrontato nello stesso modo; a vostro avviso cosa lo impedisce?

La crisi pandemica sta ancora richiedendo uno sforzo eccezionale perché sta toccando tutti molto da vicino seppure nelle sue diverse declinazioni, sanitarie di salute pubblica, economiche e sociali. L’alto numero di mortalità infantile sempre crescente appare nel Nord del mondo qualcosa di lontano da sé, meno tangibile. Eppure la pandemia ha generato ovunque un aumento delle povertà e di conseguenza anche della fame. Questo esperienza dovrebbe farci pensare maggiormente ai legami intrinseci tra le diverse crisi che stiamo vivendo e aprire maggiormente lo spazio a una riflessione di comunità che superi quella individualistica personale.

Sappiamo che nel sud del mondo organismi internazionali, ONG, associazioni e governi lottano contro i modelli dell’agricoltura industriale che ha distrutto le economie di sussistenza locali; quanto si sta facendo a favore di una reintegrazione delle colture locali, quanto peso si dà a un nuovo modello di agricoltura di prossimità?

La rilevanza dell’agricoltura di piccola scala, delle popolazioni e delle organizzazioni della società civile nel preservare le tradizioni locali, la tutela delle popolazioni indigene, sono temi ben presenti nell’Agenda internazionale e alla discussione, ancora senza una strategia chiara ed efficace. Il dibattito si sta molto incentrando sui nostri sistemi alimentari: produzione, raccolta, lavorazione, trasporto, fornitura dei fattori di produzione, finanziamento, commercializzazione e consumo.  Rafforzare i sistemi alimentari per contrastare gli effetti dei conflitti e dei cambiamenti climatici e simultaneamente garantire la sicurezza alimentare e nutrizionale è una delle raccomandazioni che Fondazione Cesvi e le organizzazioni internazionali stanno indirizzando ai Governi e ai donatori.  Per aprire la strada per un cambiamento radicale dei nostri sistemi alimentari, i governi devono attivamente dare seguito al Vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari tenutosi a settembre 2021 e sfruttare le prossime opportunità – tra cui la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021 (COP 26) e il Vertice di Tokyo sulla Nutrizione per la Crescita dello stesso anno – per rafforzare il proprio impegno a raggiungere l’obiettivo Fame Zero, investendo nella nutrizione e nella resilienza in contesti fragili e colpiti da conflitti, così come dagli effetti dei cambiamenti climatici per i quali il mondo non ha sviluppato alcun meccanismo pienamente efficace per rallentarli, né tanto meno per eliminarli.

Quali sono le prospettive legate anche all’uscita dall’emergenza pandemica? E di quali risorse ci sarebbe bisogno non solo a livello economico ma anche di ricerca, di risorse umane, di iniziativa volontaria?

L’uscita dall’emergenza pandemica richiede che venga prima di tutto riconosciuta la salute come bene comune e che i diritti e i bisogni delle persone più colpite siano rispettati, protetti e sostenuti. L’eliminazione delle barriere legali, finanziarie, sociali e di genere che impediscono l’accesso all’assistenza sanitaria è essenziale per qualsiasi risposta sanitaria di successo e per garantire un accesso equo per tutti. Per raggiungere questo obiettivo, gli standard internazionali sui diritti umani devono essere tradotti in azioni e i leader sono responsabili dell’attuazione dei  loro impegni e di garantire la salute a tutti. Tra questi appare oggi di fondamentale importanza eliminare le barriere diritti di proprietà intellettuale.  È necessario riconoscere che l’attuale ricerca e la produzione di prodotti medici, vaccini inclusi, si basa sulla protezione  dei segreti commerciali, brevetti e monopoli che impediscono la parità di accesso e limitano le capacità e i risultati di produzione e distribuzione globale per i  prezzi elevati dei farmaci essenziali, aumentando la diseguaglianza estrema e lasciando indietro i più poveri e vulnerabili. Questo non è solo un fallimento morale, ma anche un fallimento della volontà politica e della protezione e promozione della salute pubblica. Accordi globali per le risposte alle pandemia devono essere equi per tutti, basata sull’evidenza informata e non in base alla singole capacità di solvenza.

Valeria Emmi, economista con specializzazione in economia dello sviluppo ha dato avvio e coordina per Cesvi le attività di advocacy su temi strategici per l’organizzazione, sia in ambito umanitario che dello sviluppo, oltre ai rapporti con le istituzioni e i decisori politici a livello nazionale, europeo e internazionale.

Si occupa da oltre dieci anni di politiche sociali e cooperazione internazionale allo sviluppo sotto il profilo dell’advocacy e in particolare di sicurezza alimentare e nutrizione, protezione dell’infanzia e contrasto al maltrattamento con un expertise su politiche di genere ed empowerment delle donne.

Curatrice di numerose pubblicazioni coordina gruppi di ricerca e collaborazioni con Think Tank. Rappresenta Cesvi nei diversi coordinamenti, coalizioni della società civile e reti nazionali e internazionali tematiche.

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