Microcredito: a che punto stiamo?

Abbiamo avuto l’opportunità di conversare con Dario Lo Scalzo, reporter, scrittore, attivista dei diritti umani, impegnato in prima persona nel sociale e nell’umanitario, viaggiatore, in breve un tuttofare che per alcuni anni si è direttamente occupato di microcredito in America Latina.

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Immagine di: Dario Lo Scalzo
La Paz, Bolivia

Abbiamo approfittato delle sue esperienze per porgergli delle domande in merito alle attività di microcredito e microfinanza e per contestualizzarle all’epoca che stiamo vivendo.

Sono 35 anni che Yunus fonda la Grameen Bank in India: da allora il microcredito ha preso campo in tutto il mondo: quali le evoluzioni da allora ad oggi?

Sebbene ci fossero state delle esperienze simili e delle forme di microcredito precedenti a Yunus, è indubbio che è a partire dalla sua idea e dal successo del suo modello che si assiste alla mediatizzazione e all’internazionalizzazione delle attività di microcredito che iniziano a prendere piede come strumento di lotta contro la povertà e di sviluppo sociale ed economico. Il culmine sette anni fa quando le Nazioni Unite proclamarono il 2005 come “anno internazionale del microcredito” e quando, l’anno successivo, lo stesso Yunus vinse il Premio Nobel per la pace. A partire da quegli anni il “modello di Yunus” si è evoluto parecchio e per certi versi si è trasformato al passo con i tempi e con le esigenze locali; così come si è fortemente ampliata l’attività di microfinanza. Per i meno familiari a questo linguaggio, è bene chiarire che il microcredito è uno dei prodotti della microfinanza che, in maniera più generale, consiste nella fornitura di prodotti e servizi finanziari a beneficiari/clienti che non hanno accesso al settore finanziario tradizionale o hanno difficoltà ad accedervi considerata la loro condizione economico-sociale che spesso è prossima alla povertà. Di conseguenza, anche lo spirito iniziale ha inevitabilmente ceduto il passo ad una sorta di industrializzazione di questo settore. Oggi, a mio avviso, eccezion fatta per determinare esperienze locali, probabilmente si può affermare che microcredito e microfinanza siano al bivio tra l’essere delle attività di solidarietà (cioè aventi uno scopo sociale) e delle attività di profitto.

Microcredito e microfinanza rappresentano dunque delle attività in grado di aiutare gli esclusi dal settore finanziario tradizionale?

L’obiettivo del microcredito e della microfinanza è quello di giungere ai cosiddetti “soggetti non bancabili”. La mission di queste attività è dunque quella di diventare uno strumento d’inclusione sociale e finanziaria. Offrire delle opportunità di accesso al credito attraverso le quali cercare di migliorare le condizioni di vita dei beneficiari, ma anche garantire e gettare le basi per la loro inclusione sociale e gradualmente potere impattare sulla micro-economia del territorio. La microfinanza non è beneficenza e anzi fuoriesce dalla logiche dell’assistenza, ma, per il fatto di basarsi quasi esclusivamente sulla fiducia, e non sulla disponibilità di garanzie, il cosiddetto “collaterale morale”, è un’opportunità per uscire dallo stato di povertà o per lottare contro le forme di precariato moderno. E’ importante capire che le attività di microcredito differiscono a seconda del contesto socio-politico-economico dell’area d’intervento. Ci sono soluzioni diverse e specifiche in relazione al territorio in cui si implementano. Detto questo, al di là del microcredito che, come detto, si è trasformato ed evoluto molto nel tempo (per metodologie, operatività, tassi d’interesse, ecc), oggi la microfinanza offre molti altri servizi e prodotti che sono stati ideati, creati e che sono cresciuti rapidamente in relazione al crescente interesse di finanziatori ed investitori del settore ma anche tenuto conto delle esigenze locali. Si sono sviluppati servizi di risparmio per permettere ai beneficiari/clienti (in genere quelli più fidelizzati) di depositare i propri risparmi, sono state create delle micro-assicurazioni sulla vita, sulle malattie, sugli incidenti ed ancora si è investito molto per creare dei sistemi di pagamento con bancomat, con carte, il money transfer per facilitare l’invio di denaro degli immigrati verso i loro paesi e poi il credito per la casa, per la scuola ed altri prodotti ancora. Per permettere al lettore di avere consapevolezza dell’entità del fenomeno occorre sapere che, secondi alcuni dati disponibili: il 50% della popolazione mondiale è esclusa dal sistema finanziario tradizionale, il 35% degli abitanti del pianeta vive con meno di $2 al giorno. Al 2010 i beneficiari attivi di servizi di microfinanza si stimano a 200 milioni (in buona parte sono donne), serviti da circa 10.000 istituzioni di microfinanza. Inoltre si stimano tra 600 e 800 milioni le persone che grazie al microcredito potrebbero sviluppare un’attività generatrice di reddito e per conseguenza fuoriuscire dallo stato di povertà. Il portafoglio globale della microfinanza si stima in 40 miliardi di euro. Il settore della micro finanza sta vivendo una crescita annuale di circa 30% negli ultimi anni. In breve ci sono ampi margini e ampie coperture a livello planetario per espandere le attività di microcredito, in primis, e quelle di microfinanza.

Il microcredito è arrivato nel primo mondo. Come va?

Spesso si associano le attività di microcredito ai paesi poveri, ai paesi in via di sviluppo, quelli del “sud” del mondo ed invece anche il primo mondo, più in generale l’Europa, ma anche gli Stati Uniti si sono “rifugiati” nel microcredito da alcuni anni. Dalla caduta del muro di Berlino il microcredito ha preso piede nell’Europa dell’est per esempio per poi diffondersi nella parte occidentale. Se si pensa che il paese europeo che vanta il maggior numero di microprestiti è la Francia si capisce quanto e come il microcredito possa rappresentare uno strumento di sviluppo sociale ed economico appropriato anche nel primo mondo. Essendo infatti anche un mezzo e una strategia di lotta alla precarietà oltre che di inclusione sociale e, considerati gli ultimi lustri di crisi globale, si è lentamente diffuso anche nel vecchio continente (per es. in Spagna, Olanda, Austria, Germania, Romania) in forme e strutturazioni ovviamente diverse da quelle che si mettono in piedi nei paesi del sud del mondo.

Il microcredito mette in discussione l’attuale sistema economico o piuttosto tende a complimentarlo?

A mio avviso dipende molto dal territorio e quindi dall’intervento che si mette in piedi. In molti paesi dell’Asia, dell’Africa o del Sudamerica, il microcredito diventa sempre più un’attività di sviluppo sociale e economico, quindi, addirittura può arrivare a creare un sistema economico. Ma in altre realtà, come quelle del Vecchio Continente può complementarlo. Oggi sono numerose le esperienze di microcredito in Europa, a volte anche totalmente diverse tra loro, ma che dimostrano come ci sia un reale interesse alla sua implementazione; nonostante un iniziale scetticismo sui discorsi e le teorie di Yunus, l’epoca moderna ha sancito la necessità e l’utilità del microcredito sul territorio. Da un paio di lustri l’Unione Europea è molto attiva nel settore della microfinanza; con il Fondo Sociale Europeo e poi con altre iniziative come il JASMINE (Joint Action to Support Microcredit in Europe) o con l’EPMF (European Progress Microfinance Facility), con l’inserimento del microcredito nella strategia di crescita e sviluppo del Trattato di Lisbona. Sono solamente alcuni esempi, ma ci sono numerosissimi casi che meriterebbero menzione, come la Grameen Bank nel Bronx a New York, come varie esperienze di microcredito francesi come sostegno giovanile e degli immigrati (rappresentano circa il 50% dei clienti del microcredito in Francia) portate avanti da amministrazioni locali e regionali. In breve oggi l’Europa, con i tassi di disoccupazione giovanile a due cifre, con il precariato sempre più diffuso, con la crisi economica innescata da quella finanziaria, con varie minoranze che la popolano, con differenti forme di marginalizzazioni sociali, guarda al microcredito come una strategia che può essere alternativa o complementare ad altre linee guida più tradizionali. In questi nuovi scenari, l’Italia, a livello istituzionale, si trova indietro rispetto ad altre nazioni europee, non fosse altro che per un’inadeguatezza del quadro legislativo in materia, ciò che non favorisce affatto la ramificazione del microcredito sul territorio e, di conseguenza, una sua eventuale efficacia.

Beneficienza, umanitarismo o un altro modo per “insegnare a pescare”?

Il microcredito non è beneficienza, come detto, anzi mira a radicarsi sulle aree d’intervento come strategia alternativa all’assistenzialismo che, a mio avviso, ha fatto il suo tempo e, con tutto rispetto, ha fatto “sfaceli” negli anni 70-80 in varie parti del mondo proprio per il fatto di avere lasciato sul territorio e alle popolazioni il pesce anziché insegnare a pescare. Continuare con la beneficienza e, ahimè, anche con la carità forse ha un effetto benefico di corto termine, ma, spesso, finisce con generare passività e dipendenza mentre il fondamento del microcredito è dare opportunità, autonomia e dignità ai beneficiari (il credito come diritto umano), la possibilità di auto-determinazione. Il microcredito, quello di prossimità, nasce dalla fiducia, se ben gestito innesca dei processi educativi e formativi per il beneficiario, ovviamente, in particolar modo, faccio riferimento al microcredito nei paesi del sud del mondo. In breve, nella sua accezione più generale, non è neppure umanitarismo, ma, probabilmente, per alcuni versi, può contribuire a determinarlo e svilupparlo.

La banche tradizionali si sono messe a fare microcredito nel sud del mondo, che ne pensi tu?

Inizialmente le banche hanno snobbato il microcredito, non solo per disinteresse verso il suo segmento di clientela, ma soprattutto perché è un settore con altissimi costi operativi e con dinamiche e tempi lunghi di profitto che ovviamente non rispondono alle necessità e agli obiettivi di istituti di credito e di istituzioni finanziarie. Successivamente, anche a causa della crisi e della saturazione della fetta di mercato classico, hanno cominciato ad osservare questo settore e mi riferisco a quello che agisce nel sud del mondo. Sono iniziate le partnership, le partecipazioni e poi anche le acquisizioni di piccole realtà presenti sul territorio. Probabilmente quel gap da colmare come potenziale clientela da servire e gli indici di performance elevati (ROE intorno al 20%) attirano ad investire e a credere nel settore del microcredito come settore a potenziale e a profitto. La mia impressione, anche se non dispongo di dati in merito, è che si sia giunta ad una sorta di industrializzazione del microcredito (sui grandi numeri, restano tuttora delle realtà e delle aree che mantengono lo spirito iniziale del microcredito, soprattutto in campo associazionistico, cooperativo, altro) che per un verso permette di servire una più ampia fetta di beneficiari, in tempi più rapidi e in maniera più “tecnologizzata”, ma per un altro sembra avere “dopato” il sistema, snaturando alcuni principi cardine del modello di Yunus. In sintesi la vedo in questa maniera: nel decennio che va dal 1975 al 1985 si assiste alla nascita del microcredito e della micro finanza, poi nel decennio successivo si assiste alla sua crescita con la creazione delle Istituzioni di Microfinanza (IMF), in quello dal 1995 al 2005 si vive la fase euforica con l’avvicinamento verso il settore di nuovi attori, tra cui le banche e i fondi privati ed infine questi ultimi anni, il periodo messa in discussione. C’è ancora un vero e diretto legame tra microfinanza e lotta alla povertà? Forse è ancora troppo presto per esprimere una valutazione e per posizionarsi. Dovremo parlare ancora di beneficiari o di clienti? Ed ancora di clienti di microcredito o di clienti di credito a consumo?

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Pubblicato su Pressenza, 06/04/12

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