Archive for giugno, 2012

giugno 15, 2012

Giornalista

Il suo primo articolo si intitola “1970, Odissea nello spazio” scritto per il giornalino della scuola media: un resoconto dell’odissea dell’Apollo 13.

La passione dello scrivere per raccontare deve nascere da quelle parti, si coltiva nel Liceo Classico, che , magari, un pochino ad affinare la lingua potrebbe servire.

L’occasione capita nel 1977, si fonda Oask! il giornale degli Indiani Metropolitani; da lì per contiguità con l’amico Pablo Echaurren fnisce alla Cronaca Romana di Lotta Continua dove conosce Clemente Manenti che dirige quella straordinaria esperienza di cronaca dentro la notizia. Ma le cose straordinarie durano poco.

Nel frattempo le Radio Libere si sono fatte sulla scena e paiono un mezzo fantastico di espressione e sperimentazione; a Radio Blu fanno la “rassegna arbitraria della stampa italiana” un radiogiornale ironico e provocatorio che mischianotizie vere e false in ordine sparso; il tutto alle 7 di mattina quando la coscienza va come va, un po’ distratta. Mette perfino piede nella vecchia sede della mitica Radio Alice.

L’esperienza cartacea e quella eterica continueranno in forme diverse; il tema comune sarà quello del “giornalista per diletto” modo garantito per mantenere l’autnomia intellettuale e critica: “nessuno mi paga quindi posso dire quel che mi pare”; ama dunque ricordare le collaborazioni con Frigidaire, Contrasti, L’Umanista, Futuro Verde, Azione Nonviolenta, Mamma!, Radio Montebeni. Inoltre la sua partecipazione diretta ed indiretta in numerosi giornali umanisti di quartiere, un nobile tentativo di riportare il giornalismo nella base della società.

Ma è nato internet che cambia le carte in tavola e rende possibili le cose impossibili: così dopo aver iniziato una collaborazione tuttora in piedi con PeaceLink fonda un’agenzia stampa elettronica Buone Nuove che arriverà, nl suo massimo splendore, ad avere edizioni in 5 lingue e diffusione di carattere mondiale. Buone Nuove diffonde solo notizie sui progressi dell’umanità e vanterà un numero di imitatori (o, meglio,  fratelli e sorelle) assolutamente impressionante.

Il passo logico successivo è l’attuale partecipazione a Pressenza, l’agenzia stampa internazionale fondata durante la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza che diffonde notizie sulla nonviolenza e l’umanesimo.

giugno 13, 2012

Mi ha intervistato Dario Lo Scalzo sulla Nonviolenza

Il mio amico Dario Lo Scalzo mi ha intervistato per “Il Cambiamento”; metto quindi, impropriamente, questa intervista nelle interviste, anche se questa volta sono io l’intervistato.

“La nonviolenza è il cammino della speranza per un mondo migliore; è la via d’uscita più coerente da questo ‘casino’ in cui alcuni esseri umani, per il proprio tornaconto personale, hanno messo il resto dell’Umanità”. Abbiamo intervistato Olivier Turquet, insegnante e studioso della nonviolenza.

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Punta de Vacas, el mirador

Viviamo un momento storico molto delicato in cui sembra regnare sovrana la sfiducia e la diffidenza tra le persone. Che sia reale o psicologica la paura dei nostri tempi e la paura della paura hanno preso il sopravvento nella nostra quotidianità. Ci sorvola un senso di sospensione e di incertezza, i sorrisi scompaiono dai visi della gente e nelle loro interazioni gli individui, senza nemmeno accorgersene, trasmettono quasi esclusivamente negatività e dipingono cupi e bui scenari.

Alla ricerca del cammino del cambiamento e del miglioramento incrociamo e ci intratteniamo con Olivier Turquet, coordinatore del Centro Studi Umanisti Ti con zero, insegnante e studioso della nonviolenza, redattore dell’agenzia di stampa internazionale Pressenza nonché direttore dell’Associazione editoriale umanista Multimage. Proviamo con Olivier a scoperchiare un contenitore dal quale speriamo possa arrivare una luce viva ed affrontiamo così il tema della nonviolenza.

Storicamente da dove nasce il concetto etico della nonviolenza?

Bella domanda. Il problema è complesso; la stessa parola nonviolenza deriva da una traduzione nelle lingue europee della parola sanscrita ahimsa che Gandhi divulga a partire da antiche tradizioni orientali. La traduzione in nonviolenza, per giunta ancora spesso scritta con il trattino, non rende il concetto gandhiano né quelli successivi ed induce a pensare alla nonviolenza come qualcosa ‘contro la violenza’ che non rende affatto l’idea.

Direi che facendo salve le origini in antiche tradizioni orientali (buddhismo, taoismo) possiamo anche sottolineare il contributo di Tolstoj con la sua teoria della “non resistenza al male con il male” che l’anarchico russo attribuisce a Gesù Cristo nel “Sermone della Montagna”. A questa visione si ispira lo stesso Gandhi. In seguito molti altri riprendono il tema in vari contesti culturali: Silo, dall’Argentina, dà fin dall’inizio una definizione molto etica della nonviolenza e dell’umanesimo: “puoi porre fine alla violenza in te, negli altri e nel mondo che ti circonda unicamente con la fede interiore e la meditazione interiore”.

Ugualmente nel panafricanesimo originario della decolonizzazione ci sono elementi nonviolenti ed etici molto forti, legati alle migliori tradizioni africane. Allo stesso tempo da Oriente arrivano segnali nonviolenti diversi ma complementari a quelli ‘indiani’: il buddhismo sociale del monaco zen Thich Nath Hanh, la lotta politica di Aung San Suu Kyi, gli studenti di Tienanmen. Questi fermenti si mondializzano e si influenzano reciprocamente alla fine del millennio e molti parlano di una nuova sensibilità. Provando a sintetizzare: la nonviolenza è un termine moderno per indicare atteggiamenti etici molto antichi. I grandi maestri della seconda metà del ventesimo secolo gli hanno dato una nuova veste, adatta ai tempi moderni.

Nel linguaggio corrente l’utilizzazione del termine ‘nonviolenza’ viene spesso ‘volgarizzata’ facendole perdere il suo forte valore e significato, possiamo fare chiarezza e cercare di darne una definizione più esaustiva e completa?

Credo che la confusione a cui fai riferimento sia coerente con la confusione spiegata prima: la nonviolenza come qualcosa contro qualcos’altro. La nonviolenza è invece un atteggiamento positivo, uno stile di vita e una metodologia d’azione: con sfumature tutti coloro che si rifanno alla nonviolenza sono d’accordo su queste tre cose.

Conseguentemente a questo io direi che la nonviolenza è un atteggiamento che non tollera e che lotta per l’eliminazione di ogni forma di violenza (economica, politica, discriminatoria, religiosa, psicologica ed infine fisica); è uno stile di vita coerente con questo atteggiamento; è una metodologia d’azione con pratiche precise: la resistenza passiva, la denuncia, lo sciopero, l’organizzazione sociale di base, il metodo del consenso, tanto per citarne alcune. In questo senso il recente contributo sia teorico che pratico degli Indignati nell’ultimo anno è stato fruttuoso e molto interessante.

Esistono quindi tante visioni, forse anche tante interpretazioni della nonviolenza e, a mio avviso, uno tra questi è quello che la lega al riconoscimento di umanità di tutti gli esseri, che ne pensi?

Il riconoscimento dell’umanità dell’altro è senz’altro un elemento comune delle correnti che si rifanno alla nonviolenza. Ma vorrei anche sottolineare che, quando parliamo di reali movimenti nonviolenti e non di posizioni di facciata, i nonviolenti sono sostanzialmente d’accordo tra loro e sanno lavorare molto bene insieme; vorrei citare a questo proposito la recente manifestazione Ascoltateli! a Torino sul tema TAV che ha riunito nonviolenti di varie ‘scuole di pensiero’ (gli umanisti, il movimento nonviolento, il “Sereno Regis” e vari altri) che hanno lavorato magnificamente insieme.

Si fa spesso confusione tra i concetti di pacifismo e quelli di nonviolenza

È semplice: il pacifismo è contro la guerra e ci sono pacifisti che pensano che l’assenza di guerra sia la pace; per i nonviolenti la pace è molto di più che l’assenza di guerra perché sottolineano che la violenza fisica è solo la forma più superficiale ed evidente di violenza e non è la più pericolosa; molto peggio, in questo momento storico, è la violenza economica che, tra l’altro, è il vero motore delle guerre, ottimo business sia prima che durante che dopo la guerra.

Storicamente il pacifismo è stato un tatticismo contro il nemico politico di turno e non un atteggiamento a favore del miglioramento radicale della condizione umana, com’è nella natura dei nonviolenti. La distanza tra pacifismo e nonviolenza è grande: è ovvio che i nonviolenti sono contro la guerra (e quindi pacifisti) ma è ovvio che il solo pacifismo non va molto lontano. Inoltre il ‘banditismo semantico’ – come dice Chomsky – ha ormai trasformato la definizione di pacifisti in qualunque cosa.

Come si concilia l’attitudine di coloro che si dichiarano con convinzione non violenti con certe abitudini di vita quotidiana che quasi sembrano scisse e disgiunte dal quel credo di vita. Un esempio su tutti, ci si dichiara non violenti, ma si mangia carne, pesce, ci si veste in pelle, in lana, ecc.?

La nonviolenza, abbiamo detto, è uno stile di vita: entriamo in una sfera personale, la sfera della coerenza, dell’etica. Gandhi e Capitini erano per il vegetarianesimo e per uno stile di vita ‘frugale’, ‘francescano’; altri sottolineano di più la coerenza nel rispetto della Regola d’Oro, tratta gli altri come vuoi essere trattato. Tutti condividono il rispetto e la valorizzazione della diversità culturale e personale.

Negli stessi ambiti vegetariani e vegani si sottolinea la priorità di rifuggire ogni complicità con la crudeltà verso gli animali, per esempio. “Segui regole semplici, come sono semplici queste pietre, questa neve e questo sole che ci benedice” conclude Silo nel suo discorso sotto l’Aconcagua del 1969 che è considerato la pietra miliare della definizione della nonviolenza umanista. C’è varietà e diversità sulla coerenza, tra i nonviolenti; e c’è dibattito e ricerca oltre le verità assolute.

Può la nonviolenza rappresentare un concreto cammino della speranza per un mondo diverso, per un cambiamento che porti all’affermazione dei diritti umani, più in generale al riconoscimento dei diritti degli esseri umani?

Questo è evidente. Però direi di più: c’è una forte denuncia di chi, in nome dei Diritti Umani organizza guerre e colpi di stato con la scusa dell’intervento umanitario: abbiamo una discreta casistica che ha fatto inserire, tra gli obiettivi qualificanti della prima Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, il ritiro immediato dai territori occupati. Però sì, la nonviolenza sta in prima fila nell’affermazione dei diritti umani: l’educazione, la sanità, la democrazia reale, i diritti di tutti i discriminati per ragioni razziali, economiche, di genere, di preferenza sessuale, di credenza religiosa, l’abolizione definitiva della pena di morte ecc. ecc.

Diciamolo più chiaramente, con forza: la nonviolenza è il cammino della speranza per un mondo migliore; è la via d’uscita più coerente da questo casino in cui alcuni esseri umani, per il proprio tornaconto personale, hanno messo il resto dell’Umanità; è ora che questo cammino venga abbracciato dal più alto numero di persone possibile, è ora che tutti i nonviolenti si uniscano ed abbattano il muro sempre più pericoloso della violenza che sembra essersi installato in tutto il nostro caro pianeta.

Dario Lo Scalzo

giugno 13, 2012

Forse tutti non sanno che

Nel lontano 1999 (beh, lo scorso millennio o, se volete, il secolo scorso) una settantamilina di persone raccolsero le firme per una legge di responsabilità politica. Le raccolsero sotto la amorevole spinta degli umanisti.
Una legge di iniziativa popolare che non fu mai discussa, contro il dettato della Costituzione della Repubblica Italiana che preescrive la non decadenza di dette leggi e l’obbligo della loro discussione.
Mi sono preso la briga di andare a cercare quel testo, dopo 13 anni.
E’ un testo breve, chiaro e conciso. All’epoca si accusarono gli ingenui umanisti di aver sbagliato procedura, avremmo dovuto presentare una legge di riforma costituzionale. Il Paese di Azzeccagarbugli ci disse che non eravamo preparati.
Ma un pochino di visione a futuro non ci era mancata….
Cacciare chi non mantiene le promesse fatte agli elettori…. suona moderno?
Beh, puoi leggerla qui, se ti pare….
http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/stampati/pdf/14PDL0000090.pdf#nav

giugno 3, 2012

In Cile con un terremoto di grado 6 non ci sono danni

In Italia, scosse di terremoto di magnitudo inferiore a 6 gradi della scala Richter hanno prodotto una trentina di morti, crolli di edifici antichi e moderni, gravissimi danni all’economia.E’ una storia che si ripete, come se mai si prendessero le misure adeguate. Ne parliamo con Pia Figueroa, nostra direttrice che, come tutti i cileni, convive con i terremoti fin da bambina.

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Immagine di: Creative Commons  La mappa del rischio sismico nel mondo

Pia, tu hai vissuto anche un periodo della tua vita in Italia e quindi sei in grado di fare paragoni: qual’è la piu’ sensibile differenza tra l’Italia e il Cile su questo tema?

Forse il Cile è più traumatizzato, più addolorato dai terremoti che l`hanno colpito. Negli anni ’60 abbiamo avuto il più grande terremoto che abbia mai colpito un posto sul nostro pianeta, di grado 9,5 e di durata di 3 e passa minuti. Ovviamente tutto è crollato. Ma da allora in poi si sono incominciato a prendere misure. Sono state fatte leggi e regolamenti che obbligano a costruire in maniere anti-sismiche, con materiali flessibili e norme ben precise. Il terremoto del 2010 ha visto crollare solo le costruzioni mal fatte oppure quelle troppo vecchie e pur essendo un terremoto di grado 8,8, i danni sono stati piccoli.

Cosa succede mediamente in Cile quando avviene un terremoto grado 6 della scala Richter; che tipo di danni a cose e persone?

Come dicevo, in Cile oggi non ci sono danni danni con un terremoto di grado 6. Ma bisogna considerare che non ci sono case antiche, non ci sono chiese, palazzi, monumenti che abbiano più di 200 anni. Tutto il paese è di fattura recente, mentre l`Italia è appunto uno dei luoghi dove si trovanno più palazzi antichi in buone condizione, forse di più che in nessun altro posto al mondo. Quello che stupisce qua da noi è che siano cascate costruzioni nuove e che i principali morti siano stati nei capannoni industriali che, ovviamente, debbono essere costruiti con criteri moderni.

Cosa succede a livello di costruzione e controlli sulle strutture antisisma?

In Cile non è possibile costruire senza rispettare tutte le norme anti-sisma, e si costrusce propio tanto. Le norme sono state ben fatte, i regolamenti anche e vengono rispettati. Si costruisce bene. In una zona sismica come il Cile o il Giappone o l’Italia si deve fare così; non è un discorso politico è un discorso elementare. In Italia si capisce che possano cascare le costruzioni antiche, che comunque pare abbiano resistito a parecchi terremoti ma non quelle moderne.

Esiste una mentalità differente, diffusa, sul tema terremoto da voi?

Il terremoto per noi è quasi come l’acqua per il pesce… Abbiamo sempre qualche movimento di terra. D’altronde, la Terra si muove ovvunque, gira su se stessa, gira in torno al Sole, non è mai quieta… se c`è qualcosa di cui forse noi cileni abbiamo coscienza è dei movimenti della Terra che, come una nave in transito, non si ferma mai.

Cosa rappresenta il terremoto nell’immaginario collettivo di un cileno?

Noi esseri umani siamo determinati da tante cose: dal tempo, dallo spazio, dalla nascita, dalla morte… ci troviamo tra condizionamenti e la nostra libertà è solo una provvisoria libertà tra condizioni. Il terremoto è un`altro determinismo. Forma parte della realtà non controllata dall’essere umano e che condiziona il nostro modo di vivere. Il terremoto è sempre lì, nel campo del possibile. Può sucedere oggi, adesso, domani, stasera, stanotte… Il terremoto, come la morte, non avverte. Solo arriva. Bisogna dunque essere sempre pronti.

Cosa suggeriresti alle autorità italiane in termini di prevenzione?

Credo il più difficile per l`Italia sia la prevenzione per le costruzioni antiche, e quando dico antiche mi riferisco a tutte quelle fatte prima delle norme antisismiche.

D’atra parte, lo spirito italiano che da lontano noi percepiamo, uno spirito solidale, affetuoso, emotivo, che scatta di fronte ai terremoti, ci sembra parte di un modo di essere molto latino, molto rispettabile. A me particolarmente piace di più una condotta sociale che si mette nei panni di chi ha perso la casa, di chi è stato colpito dalla tragedia, più di quei paesi dove questo non succede, dove non si dà magari importanza ai disastri umani che ci sono sempre dietro ai terremoti.

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intervista pubblicata su Pressenza il 29/05/12

giugno 3, 2012

Le conseguenze della violenza

In questi giorni l’Italia è stata scossa da alcuni avvenimenti che hanno fatto gridare a un ritorno della “strategia della tensione”; con questo termine si sono definite, negli anni ’70, le “strategie” che il potere ha svolto, in modo violento, per contrastare i movimenti progressisti e rivoluzionari dell’epoca.

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Immagine di: Rafael Edwards Azione e reazione

La domanda è: siamo nella stessa situazione? Questa chiave di lettura è ancora valida?

Proviamo ad osservare la chiave di lettura da due punti di vista: il punto di vista del potere dice che in situazioni difficili, di crisi, ci sono persone che predicano il “tanto peggio, tanto meglio” e producono tutta la violenza possibile per innescare un possibile “processo rivoluzionario”; dall’altra parte le forze progressiste dicono che il potere, in forte crisi, paga persone che mettono bombe e sparano all’impazzata per spaventare le persone, fargli perdere la fiducia ed imboccare strade antidemocratiche.

Che queste due possibilità, che ho schematizzato per esigenze di comprensione, siano state reali nel corso della storia è assolutamente innegabile; ci sono persone che hanno pensato quello, nelle due bande, e che hanno sperato di realizzarlo. Per fortuna l’innesco rivoluzionario sperato dalle Brigate Rosse non ha mai funzionato e le voglie autoritarie di certi personaggi al potere non si sono mai realizzate.

Però non credo che siamo in un “revival” di queste tematiche; credo che il problema sia un altro e che vada letto da un altro punto di vista.

Intanto credo che i fatti da analizzare non siano solo quelli eclatanti della violenza nella sua forma più cruda: la violenza fisica. Quando si separa la violenza fisica da altri tipi di violenze si commette un errore grave: si separa la violenza visibile da quella invisibile (per usare la terminologia di Pat Patfoort); si nasconde la violenza economica e le sue conseguenze psicologiche sulla mente di ognuno di noi; si occulta la discriminazione di genere, di razza, di religione, di condizione sociale.

Se guardiamo la nostra società notiamo che la violenza, nelle sue varie forme, sta aumentando in modo esponenziale. Prima di leggere i giornali possiamo verificarlo nella nostra vita quotidiana, sul lavoro, andando in giro in autobus. La violenza sta aumentando. La destrutturazione sta aumentando. Le morali esterne, che comunque fermavano un po’ di violenza, stanno crollando: con loro stanno dissolvendosi i freni inibitori che evitavano alcune esplosioni.

E se guardiamo la cronaca non possiamo non guardare i suicidi per problemi economici, le famiglie che si autodistruggono per (apparenti) futili motivi, le manifestazioni di protesta sempre più catartiche ed estreme, l’indifferenza nei confronti della violenza che ti capita sotto gli occhi.

Sarà banale ma occorre sottolineare con forza: la violenza genera violenza. Se si mette sotto torchio economico un popolo già impoverito quella violenza che gli facciamo sfocerà da qualche parte; come una caldaia a cui stiamo mettendo troppo fuoco, da qualche parte il vapore uscirà fuori con forza. Se si chiude il futuro a milioni di giovani negandogli un lavoro si sta negando il futuro anche a tutti quei genitori che hanno sacrificato la loro vita sperando in una situazione migliore per i loro figli. Se si negano i diritti di critica e protesta ad intere popolazioni si alimentano tutte le soluzioni individuali terroristiche. Se si chiudono tutti gli spazi di giustizia e di partecipazione, qualcuno penserà che l’unico modo sia che ci pensi lui.

Così gli ultimi attentati sono esplosioni della violenza che diventa irrazionalità, mancanza di percezione dell’umanità nell’altro; e l’umano nell’altro va percepito in TUTTI gli esseri umani, anche nel nostro peggior nemico.

Le cose stanno andando male e possono andare anche peggio. Continuano a dirci (da anni) che l’economia si riprenderà l’anno prossimo ma loro (gli speculatori finanziari) fanno buoni affari proprio oggi; continuano a dirci che bisogna far sacrifici, tranne vendere più armi e costruire faraoniche opere inutili.

Abbiamo bisogno di nonviolenza, senza nessuna possibile discussione in materia; la direzione di questo mondo è compromessa, questo sistema, basato sulla violenza, sta portando il mondo verso una catastrofe: umana, economica, ecologica, culturale. Abbiamo bisogno dell’indignazione che in questi giorni ha riempito le piazze per protestare contro il nonsenso, portare la propria commossa solidarietà a una famiglia colpita dal peggiore dei lutti: la morte di una figlia.

Ma abbiamo bisogno di qualcosa di più: abbiamo bisogno di costruire i pezzi di quel nuovo mondo che potrà veramente funzionare quando il vecchio sarà definitivamente crollato. Le persone buone hanno già messo in moto il Nuovo Mondo e stanno piantando cartelli in tutti gli angoli del nostro piccolo pianeta; questi cartelli dicono “NONVIOLENZA”, “TRATTA GLI ALTRI COME VUOI ESSERE TRATTATO”, “DEMOCRAZIA DIRETTA”, “ECONOMIA SOLIDALE”, “IL PIANETA E’ LA NOSTRA CASA”.

A queste persone diciamo: continuate!! a queste persone diciamo: conosciamoci e lavoriamo insieme! A queste persone diciamo: non scoraggiamoci, un nuovo mondo è possibile.

Scriviamo il nostro cartello e piantiamolo nel nostro cuore e nelle piazze di tutta la Terra!!!

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articolo pubblicato su Pressenza il 21/05/12

giugno 3, 2012

Il nucleare, una tecnologia obsoleta

Un anno fa l’incidente nucleare di Fukushima. Molto rumore e poi molte dichiarazioni tranquillizzanti. Ne parliamo con Angelo Baracca, da sempre impegnato contro il nucleare, autore di numerosi libri sull’argomento e di un dossier su questo incidente ed organizzatore di tantissime iniziative in proposito, nonché editorialista di Pressenza su questi temi.

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Immagine di: Agustisol .

Intanto qual’è la situazione attuale dell’incidente?

L’industria nucleare (la Tepco) si è sbracciata a dichiarare che tutto è sotto controllo, ma non vi è nulla di più falso. I tre reattori danneggiati (per non dire distrutti) e le piscine del combustibile irraggiato non possono essere sotto controllo, basti pensare che dopo la fusione dei noccioli nell’Unità 1 il combustibile fuso in un magma tremendamente radioattivo ha perforato (per la prima volta nella storia del nucleare) il vessel d’acciaio di contenimento penetrando nel pavimento sottostante. Si tratta di un magma di combustibile fuso assolutamente incontrollabile, la reazione a catena in generale è spenta, ma avendo il magma perduto la simmetria è possibile che localmente si riformino condizioni di criticità e la reazione riprenda temporaneamente. Persiste il grave problema dell’acqua radioattiva con cui si continua a raffreddare i reattori e fuoriesce per la rottura del vessel. Non è mai stato fatto il punto in modo serio e generale sulla contaminazione del territorio nord orientale del Giappone, la sua diffusione e la sua gravità, la contaminazione del suolo e dei prodotti agricoli e alimentari. Per cui è difficile sia prendere misure adeguate (che non sono state prese fin dall’inizio), sia fare previsioni sulle conseguenze sanitarie dell’incidente, le quali sicuramente si manifesteranno nei decenni a venire. Ricordiamo che l’incidente di Chernobyl avvenne in una regione sostanzialmente agricola, mentre l’incidente di Fukushima ha colpito una delle regioni più densamente popolate del mondo.

Quali sono le prospettive a futuro per il Giappone?

In Giappone si gioca oggi una partita decisiva non solo per il futuro del paese, ma per il futuro del nucleare nel mondo. Si pensi che oggi dei 54 reattori nucleari del Giappone solo 2 sono in funzione, tutti gli altri sono chiusi per i test in corso dopo l’incidente, ed entro maggio saranno spenti anche questi 2. In questa situazione non si segnalano particolari difficoltà gravi nelle forniture di energia elettrica, il che significa che il Giappone può benissimo fare a meno del nucleare. Su questo il paese è spaccato. Da un lato vi sono fortissimi pressioni dell’industria nucleare e del potere politico per riaprire i reattori, dall’altro è cresciuta nell’opinione pubblica l’opposizione alla riapertura e sono nati forti movimenti, in un paese in cui questi non esistevano. Si pensi che il Giappone è all’avanguardia nella tecnologia fotovoltaica, che però ha applicato pochissimo nel paese, per cui avrebbe enormi prospettive. Se si vincerà la battaglia perché il Giappone non riprenda, e chiuda il nucleare, sarà un duro colpo per le prospettive mondiali del nucleare, perché il Giappone è il terzo paese dopo USA e Francia. Anche noi in Italia dobbiamo impegnarci su questo fronte, e non cullarci sull’onda del successo del referendum, sia perché il prossimo incidente grave potrebbe avvenire nella vicina Francia, sia perché dobbiamo ancora risolvere la pesante eredità dei nostri pur modesti programmi nucleari, chiusi ormai da un quarto di secolo!

La tecnologia nucleare è una tecnologia in stagnazione?

Dopo gli incidenti di Harrisburg del 1979 e di Chernobyl del 1986 la produzione di energia da fonte nucleare nel mondo è andata progressivamente rallentando (da allora e imprese elettriche private degli USA non hanno più ordinato nuovi reattori, e se ora un paio di reattori sembrano essere in costruzione non si tratta certo del rilancio in grande stile che si preconizzava negli scorsi anni), e dal 2009 mostra segnali di diminuzione, che dovrebbero accentuarsi per il 2011 (non mi sembra che il consuntivo dell’anno sia ancora stato reso noto) vista la chiusura di decine di reattori in Giappone.

La tecnologia nucleare è una tecnologia obsoleta, che non si è realmente rinnovata (le tipologie dei reattori rimangono nella sostanza quelle degli anni ’60, a parte miglioramenti evolutivi, mentre i cosiddetti reattori innovativi di 4a generazione non sono stati realizzati nemmeno a livello di prototipi e, se mai si riuscirà a realizzarli, se ne parlerà tra vari decenni, quando anche l’uranio sarà prossimo all’esaurimento). E i costi del nucleare sono assolutamente fuori mercato (e rincareranno per le misure che si impongono dopo gli incidenti di Fukushima): il nucleare si regge economicamente solo per le sovvenzioni e le facilitazioni degli Stati, e le limitazione delle responsabilità e dei costi in caso di incidenti gravi. In Italia paghiamo circa 400 milioni all’anno nella bolletta elettrica per la gestione dell’eredità dei modesti programmi nucleari chiusi dopo il referendum del 1987: un bell’affare, non c’è che dire!

Puoi spiegare meglio la relazione tra nucleare civile e militare?

Questa relazione strettissima e ineliminabile è un fattore ulteriore di sgravi occultati di costi dei programmi nucleari civili, scaricati surrettiziamente sul settore militare (i cui bilanci sono sempre molto opachi). Questo è particolarmente vero per la Francia, dove la scelta massiccia del nucleare civile è un sottoprodotto ed una copertura della Force de Frappe. Il dual-use è intrinseco, e ineliminabile, nella tecnologia nucleare, perché militare e civile si basano sui medesimi processi di base (arricchimento dell’uranio e produzione di plutonio nei reattori nucleari). Oggi i rischi di proliferazione nucleare sono aumentati, perché la tecnologia è molto più semplice e a portata di mano rispetto a 60 anni fa, si sono prodotte nel mondo migliaia di tonnellate di materiali fissili militari. Basti l’esempio della Corea del Nord che, a fronte dell’inadempimento degli impegni di aiuti che aveva preso carter, nel 2003 decise di farsi la bomba, riattivò un piccolo reattore, ne estrasse l’uranio, e appena tre anni solo esplose il primo test nucleare. Non è diminuito il rischio di un olocausto nucleare, esistono ancora nel mondo circa 20.000 testate intatte (anche se solo qualche migliaio schierate operative), il processo di disarmo è praticamente in stallo, il trattato che firmarono due anni fa Obama e Medvedev fu al ribasso, la minaccia delle megalomani difese antimissile incombe, e gli Stati e i militari mostrano di non volere privarsi dell’arma nucleare. Un allarme preoccupante è venuto dal prestigioso Bulletin of the Atomic Scientists che il 10 gennaio scorso a spostato di un minuto in avanti l’Atomic Clock verso la fatidica mezzanotte dell’olocausto nucleare (due anni fa lo aveva invece portato indietro di un minuto, ma ora riconosce che non vi è l’intenzione di eliminare le armi nucleari, e vi sono invece segnali che fanno pensare che vi sia l’intenzione di usarle: si pensi al tragico pericolo di un folle attacco di israele agli impianti dell’Iran).

Come si possono risolvere le esigenze energetiche del pianeta nei prossimi anni secondo te?

In primo luogo abbassando le nostre esigenze energetiche, nei paesi ricchi, e indirizzandole diversamente nei paesi poveri, sottraendole comunque alla logica del profitto e indirizzandole verso strutture sociali e stili di vita sostenibili: non si tratta di “tornare alla candela”, di peggiorare la nostra vita, tutto il contrario. Oggi viviamo al di sopra delle possibilità del Pianeta, con stili di vita artificiali, che non solo distruggono la natura e le risorse, ma ci hanno allontanato dalla natura, dai suoi ritmi, da stili di vita sani. Ogni volta che esco in strada mi stupisco come la gente non si senta ridicola spostandosi e passando gran parte del tempo rinchiusa in una scatola di metallo, spesso intrappolata nel traffico. Cambiare le nostre scale di valori – essere invece di avere – è fondamentale per non soccombere alla nostra stessa “civilizzazione”, che a ben vedere è solo la retorica che copre e legittima il profitto. Del retso, lasciami dire che ci hanno prospettato per decenni un avvenire luminoso grazie alle meraviglie della scienza e della tecnica, il mito del progresso, e il mondo sta affrontando una crisi epocale, da tutti i punti di vista, lasciando ai giovani prospettive a dir poco fosche! Il risparmio di energia fa parte di queste considerazioni (ci sono colossali sprechi, basti pensare ai

negozi che d’inverno tengono le porte spalancate, ma è solo un esempio), ma la prospettiva è molto più generale. Ovviamente nuovi stili di vita sostenibili devono basarsi sullo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, realizzate però anch’esse in modo sostenibile, perché oggi la logica del profitto porta a distorsioni pericolosissime (come i campi fotovoltaici su terreni agricoli). Vi sono esempi di città energeticamente autosufficienti, in cui si circola solo in bici o con mezzi pubblici. È una strada non solo percorribile, ma necessaria se l’umanità vuole avere una prospettiva per la propria sopravvivenza.

Il Rapporto sullo stato dell’incidente

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Intervista pubblicata su Pressenza il 10/03/12

giugno 3, 2012

La Giustizia non è una merce

Abbiamo chiesto a Roberto Lamacchia, presidente dei Giuristi Democratici un commento su alcuni temi “caldi” del momento. Risposte precise e molto chiare sulla deriva della Giustizia in Italia.

Avete fatto oggi un comunicato piuttosto duro a sostegno della FIOM e contro le dichiarazioni di Marchionne, puoi spiegarci quali sono le vostre preoccupazioni?

Le nostre preoccupazioni, che dovrebbero essere quelle di tutti i sinceri democratici, risiedono nel timore che si sia intrapresa una strada, senza ritorno, verso la deregolamentazione del diritto del lavoro, delegando alla contrattazione aziendale, laddove i lavoratori sono più deboli, la regolamentazione del rapporto di lavoro, lasciando alla contrattazione nazionale solo gli aspetti generali, comunque derogabili a livello aziendale. L’esclusione, poi, dalle fabbriche FIAT del maggiore sindacato metalmeccanico italiano apre una pericolosissima strada che già altre aziende hanno iniziato a percorrere.

Nel settore pubblico il non rinnovo dei contratti sta diventando una prassi: qual’è la vostra posizione a proposito?

Su questo tema vi é poco da dire: i contratti scaduti vanno rinnovati tempestivamente, senza lasciare quegli spazi di vacanza tipici nei rapporti di pubblico impiego.

L’italia è una “Repubblica fondata sul Lavoro”; è ancora attuale e reale il dettato costituzionale su questo punto?

questo é il punto principale su cui fondiamo la nostra azione: troppo spesso si dimentica che il diritto al lavoro, inserito in Costituzione nella definizione stessa della nostra Repubblica, viene prima, ed é alla base, di tutti i diritti sanciti dalla Costituzione.

Ed analogamente, il processo del lavoro deve continuare (o tornare) ad essere un processo caratterizzato da un forte “favor lavoratoris” determinato dallo squilibrio delle parti in causa. Il processo del lavoro non può diventare, come auspicato da Giuliano Cazzola e da altri esponenti del PDL, una branca del diritto commerciale.

Alcuni hanno colto nel recente allargamento del cantiere della TAV una esplicita violazione delle leggi che regolamentano la Proprietà Privata, una concessione di extraterritorialità ai “poteri economici forti”: voi condividete questa preoccupazione?

La questione TAV, delicatissima per i problemi di democrazia che comporta, é stata sempre gestita, in questi anni, con iniziative discutibili sul piano giuridico; questo, dell’allargamento imprevisto dell’area del cantiere, ne é un ulteriore esempio.

Circa l’influenza dei “poteri forti” sulla vicenda, ricordo solo che, in una causa relativa alla legittimità del Cunicolo di Venaus (riferentesi al precedente progetto di TAV) un Presidente del TAR ebbe a ricordare che ciò che era in discussione era solo una questione economica!

In sintesi: la Legge sta perdendo terreno sul Profitto e, soprattutto, sulla Speculazione: siete preoccupati?

Siamo seriamente preoccupati che la tutela dei diritti e la democrazia possano venire sacrificati sull’altare del Mercato e del Profitto (di pochi): lo stesso utilizzo del concetto di Giustizia, intesa come merce e la riduzione dell’Avvocato a figura di mero imprenditore, la dice lunga su ciò che ci aspetta; per questo, abbiamo coniato, per questa fase, lo slogan “LA GIUSTIZIA NON E’ UNA MERCE- IL CITTADINO NON NE E’ L’ACQUIRENTE”.

Il sito dei Giuristi Democratici

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Intervista pubblicata su Pressenza il 08/03/12

giugno 3, 2012

Stiamo lavorando per un programma di tutti i nonviolenti

Abbiamo intervistato Tony Manigrasso, attuale Segretario Nazionale del Partito Umanista, a proposito del fatto che un “umanista” sia il prossimo candidato del centrosinistra a Palermo. Ma, partendo dalla cronaca di questi giorni su Ferrandelli, abbiamo parlato della strategia del Partito Umanista in questo momento.

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Immagine di: Partito Umanista

Tony, qual’è stata la prima tua reazione alla notizia?

Che Fabrizio abbia la possibilità di portare avanti, comunque vadano le elezioni, quei temi, per cui nel corso degli anni si era avvicinato ed aveva militato nel Partito Umanista, come gli ideali di democrazia partecipata, della non discriminazione e della nonviolenza.

Rispetto al fatto che Fabrizio sia un “umanista”, sono giunto alla conclusione che la profondità delle persone non è materia di giudizio altrui.

Tu hai lavorato con Fabrizio Ferrandelli quando era nel Partito Umanista. Cosa pensi di lui?

Ho conosciuto diversi anni fa Fabrizio. E’ sicuramente una persona con una grande energia nel lavorare con la gente, spiegare a tutte le persone che incontra il suo progetto di una Palermo per e con la gente. Direi infaticabile. Abbiamo fatto molte campagne in comune, ad esempio la battaglia No Ponte, ma ad un certo punto, alla fine del 2008, le nostre strade si sono separate, per sua scelta. Ci tengo a sottolineare che non è stato espulso (come qualcuno nei giorni scorsi ha affermato) poichè nella nostra struttura non abbiamo un organismo di controllo (nè tantomeno ci interessa averlo), ma ha liberamente scelto di andarsene. Ha ritenuto che, entrando nell’Idv, aveva più opportunità di essere visibile per portare avanti il suo progetto politico. Alcuni di noi hanno condiviso questa scelta, molti altri no.

Il PU ha appoggiato Pisapia a Milano: ci sono analogie?

R. Rispetto alle primarie, dal nostro punto di vista, come Partito Umanista, c’è da sottolineare una differenza. A Milano il Partito Umanista ha partecipato direttamente nei comitati pro-Pisapia già diversi mesi prima delle primarie ed ha partecipato direttamente alla stesura del programma. Tutto ciò si è tradotto anche con una candidatura a Consigliere Comunale.

Fabrizio, come ho già detto, non fa più parte dell’organico del Partito Umanista, tuttavia gli anni di militanza hanno fatto si che, alcune istanze del suo programma, siano molto convergenti a quelle del Partito Umanista. E’ evidente che c’è una sensibilità comune, ma non c’è stata nessuna collaborazione diretta.

Qualcuno pensa piuttosto che tutti i nonviolenti dovrebbero unirsi e proporre una nuova alternativa politica ed anche elettorale, qual’è l’opinione tua e del partito a proposito?

Io credo che se tutti i nonviolenti si unissero sulla base di un programma condiviso si potrebbero creare situazioni veramente interessanti. Noi stiamo lavorando per questo. Sono diversi anni che tentiamo questa strada, con forme diverse da città a città, con esperimenti più o meno riusciti. Ma sottolineo che per il Partito Umanista, la nonviolenza non è l’unico nostro punto irrinunciabile. Alcuni dei punti per noi irrinuncciabili, tra gli altri, sono la necessità di cambiare radicalmente questo sistema fondato su una democrazia rappresentativa che ha esaurito la sua spinta e la messa in discussione dell’attuale sistema economico, dove la mancanza di sovranità monetaria (parlo per l’Italia) impedisce di attuare serie politiche economiche di redistribuzione della ricchezza.

L’elenco, lungo e non esaustivo, ovviamente comprende anche una politica dell’accoglienza e il diritto di cittadinanza ai bambini nati in Italia, registri per le coppie di fatto, miglioramento dell’istruzione e la sanità pubblica (gratuita per tutti e del miglior livello possibile), la difesa dei beni comuni ed il no alle grandi opere inutili e la salvaguardia del territorio, reddito di cittadinanza, leggi di responsabilità politica e riconversione dell’industria bellica. Tutti temi che messi in relazione tra di loro indicano un percorso di messa in discussione dell’attuale sistema, in particolare dei valori e dei principi su cui è fondato.

Sito del Partito Umanista

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Intervista pubblicata su Pressenza il 07/03/12

giugno 3, 2012

“Io guardo negli occhi le persone che incontro”

Intervista di Pressenza a Fabrizio Ferrandelli che ha appena vinto le primarie del centrosinistra per essere candidato a sindaco di Palermo. Ma anche un’intervista a un vecchio amico con cui abbiamo condiviso tante battaglie, discusso numerose volte delle sorti della politica da una prospettiva umanista.

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Immagine di: Creative Commons
Fabrizio Ferrandelli mentre vota per le primarie
Fabrizio che cos’è Palermo più?

Palermo più è un movimento di iniziativa politica che sostiene la mia candidatura a sindaco di Palermo. È una componente del Polo civico che stiamo costituendo con altre 39 associazioni, movimenti, comitati, ed è una testimonianza tangibile del contributo e dell’impegno della società civile e della cittadinanza attiva che ha trovato in me il punto d’incontro. Queste associazioni sono composte da lavoratori e disoccupati, giovani e anziani, imprenditori, operai, immigrati. Un fronte eterogeneo: la vera società civile, insomma.

Quali sono i punti qualificanti del tuo programma?

Credo fermamente nella valorizzazione della Palermo città, città viva, che fino ad ora è stata mortificata dalle amministrazioni che l’hanno mal governata. La cosa più difficile, ma al tempo stesso alla quale credo di più, è portare al vertice della macchina comunale questa cittadinanza attiva, per questo parlo di città partecipativa. I palermitani devono riprendersi Palermo. Dobbiamo dare seguito alle istanze dei tanti cittadini che si impegnano per una città a dimensione umana, attenta alle politiche sociali, alla sostenibilità ambientale ed economica: la Palermo città del sole e città del mare, avanguardia di tecnologie ambientali funzionali alle condizioni climatiche che rendono Palermo una città unica. La mia idea è quella di una Palermo capitale dell’Europa mediterranea, capitale incontrastata per l’attenzione ai valori umani, e per l’attenzione alla cultura. Che, di conseguenza, è attenzione alle culture. Palermo per storia e tradizione merita di essere tutto ciò, una città in cui nessuno debba sentirsi diverso o straniero, quindi la città di tutti che non esclude, ma raccoglie a sé. Una città a dimensione di giovane, attenta ai problemi occupazionali. Al vaglio dei miei collaboratori ho una serie di proposte che dimostrano come ponendo un freno a certi sprechi si possono recuperare risorse utili a questi fini.

Cosa hai portato e vuoi continuare a portare nel mondo della politica?

L’idea di umanità. L’attenzione verso i bisogni della gente, il prendersi cura dei problemi di tante persone, occuparsi dei quartieri popolari, delle borgate come del centro. Conferire importanza alla dimensione concreta della vita, al valore di ciascun essere umano, farsi carico delle ragioni e degli stati d’animo di individui e quindi di collettività che troppo spesso vengono calpestati dalla mala politica, che si ricorda di loro solo quando c’è da prendere qualche voto.

Nello “sporcarsi le mani”, nel mettersi in gioco Fabrizio Ferrandelli è cambiato? E se si, in meglio o in peggio?

“Sporcarmi le mani” mi ha migliorato. Sul piano umano prima che politico. Stando in strada, conoscendo le persone, interagendo con loro, facendomi carico dei loro problemi, portatore delle loro istanze. Salendo sui tetti a protestare, stando a fianco dei senza casa, di chi ha perso il lavoro, di quelli che Fabrizio De Andrè chiamava gli ultimi. Intendo tutto questo quando dico che c’è bisogno di “sporcarsi le mani”. E, lasciatemelo dire, “sporcarsi le mani” per risolvere i problemi è una cosa bellissima.

La gente è sempre più antipolitica e vota i politici più antipolitici: tu ti senti in quest’onda o in un’altra?

Spesso il concetto di antipolitica è utilizzato impropriamente. L’idea di politica è, in sé, sana: il concetto di polis viene dall’antica Grecia, culla della democrazia. La politica è fondamentale per la vita e l’organizzazione della società. Il cattivo utilizzo della politica è la vera antipolitica. Chi ci ha governato (male) è l’antipolitica. Chi ha deliberatamente amministrato male è antipolitica. I movimenti, la società civile, le proteste e le proposte, sono la parte sana della politica. Quindi, per rispondere a questa domanda, io sto nell’onda della politica che da risposte, risposte coerenti alle domande e ai bisogni della persone, per “tutte” le persone. Della politica vera, che contrasta l’antipolitica dei Berlusconi e Cammarata, che è una politica del vuoto, dell’assenza di risposte, dell’anarchia istituzionale, nella quale trovano risposte solo gli “amici degli amici”.

Il Presidente Napolitano si è rifiutato di ricevere i sindaci della Val di Susa: vuoi commentare questo fatto?

Il Presidente della Repubblica ha sbagliato. Non si può sempre pensare che debba esistere un bene comune superiore alla volontà dei cittadini, che sono i veri proprietari della loro terra, delle loro città, delle loro campagne, della loro Patria. A questa gente, ciclicamente, viene chiesto il voto, che è l’elemento base di ogni democrazia rappresentativa. Ma vogliamo ancora giudicare le ragioni del Movimento No Tav, di fronte all’arroganza di una classe dirigente che se ne infischia di rappresentare le vere istanze degli elettori, facendo gli interessi di altri?.

La politica può tornare in mano alla gente? Come si fa?

Io guardo negli occhi le persone che incontro, che mi parlano col cuore, che mi chiedono di farmi carico dei loro problemi. La gente ha bisogno di risposte da parte della politica. Io queste risposte provo a dargliele. Chi mi sostiene, la mia gente, sa che io lotto insieme a loro, che se vinciamo si vince insieme, se perdiamo io perdo con loro. Non sempre ho potuto garantire il successo sulle battaglie che ho condotto. Quello che ho garantito è la lotta, l’impegno strada per strada, quartiere per quartiere. Quell’impegno che oggi mi ha portato a vincere le primarie della coalizione di centrosinistra. E che mi fa dire che si, la politica può tornare in mano alla gente.

Il sito web di Fabrizio Ferrandelli è http://www.ferrandelli.it/

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Intervista pubblicata su Pressenza il 06/03/12

giugno 3, 2012

Perché la TAV ci inquieta

Al di là della cronaca di questi giorni in Val di Susa, cronaca su cui il fracasso del sistema mediatico ha raggiunto il massimo del ridicolo e della falsificazione, ci sono elementi che ci inquietano perché rappresentano tendenze pericolose della situazione attuale e che ci portano molto lontano dai fatti commentati; elementi che forse sfuggono agli stessi No-TAV.

Extraterritorialità

Con l’allargamento del cantiere della TAV si realizza un fatto grave: si esporta nel primo mondo il concetto già consolidato in Africa, Asia e varie parti del mondo secondo cui la sovranità dello Stato è una sovranità limitata e che i limiti di questa sovranità non sono più dettati dal Diritto Internazionale ma dai poteri economici forti del momento e del luogo. Spiego meglio: il cantiere viene allargato in spregio a tutte le locali leggi inerenti la proprietà privata e viene militarizzato e controllato da enti che non rispondono alle autorità locali; ciò accade sovente nelle foreste avoriane quando c’è da tagliare il legno, in Kenya hanno spostato villaggi per estrarre materiali preziosi, ci sono sorgenti d’acqua inaccessibili alle popolazioni locali dell’India la cui acqua finisce in famose bottigliette di bibite e così via.

Che questo arrivi nel primo mondo non deve stupire più di tanto ma è un precedente definitivo: si dichiara che di fronte al potere economico le Leggi, lo Stato, la Sovranità e tutto ciò che possa essere emanazione più o meno imperfetta della volontà popolare non conta nulla.

Il Denaro è extraterritoriale e domina il territorio, impossessandosi dei beni, delle persone, del territorio, della Vita stessa; e senza alcuna discussione.

Perché tanto accanimento?

La letteratura scientifica prodotta dal movimento NO-TAV è, a dir poco, abbondante. Quella dei TAV a dir poco, scarsa (direi inesistente). Ma la TAV non si tocca, la TAV è bipartisan e raccoglie un pericoloso consenso politico e mediatico quasi totale.

La TAV è, in realtà, la punta di diamante delle Grandi Opere. Grandi Opere uguale Grandi Guadagni. E grandi guadagni per chi? Per chi non rischia nulla: le Banche. Che si faccia o non si faccia la speculazione finanziaria presta tanti bei soldi a stati e imprese e guadagna grazie agli interessi. Se facciamo Piccole Opere, mettiamo dei pannelli solari su una scuola, rendiamo le Poste Comunali casa passiva (cioè un edificio autonomo energeticamente) come ha fatto il Comune di Bolzano recentemente, se investiamo nel riciclaggio, nell’educazione, in una migliore sanità, nella ricerca medica ecc. ecc. stiamo producendo ricchezza, lavoro, migliore qualità della vita ma non produciamo indebitamento. Ora le Banche campano su questo: l’indebitamento. E più l’indebitamento è grande e più è grande il guadagno. Così non possono mollare un boccone così grosso come la TAV.

Democrazia

Ci inquieta, anche se non ci stupisce, l’assoluta mancanza di rispetto per la democrazia. E nemmeno parliamo (e bisognerebbe) di una cosa ovvia: perché non fare un referendum in valle per sapere chi è d’accordo sul progetto? No, parliamo di semplice democrazia formale: la volontà delle amministrazioni democraticamente elette, tutte rigorosamente contrarie; tutte rigorosamente elette da gente che la pensa molto diversamente, di destra, di centro e di sinistra; gente iscritta a quegli stessi partiti che, a livello nazionale, non hanno alcun dubbio sulla TAV. Come umanista mi sento di dire che anche qui vedo la disumanizzazione, la riduzione dell’Essere Umano e dei suoi strumenti di convivenza e di giustizia ridotti a un nulla formale. Lo vedo e ne pondero le conseguenze.

Violenza e Nonviolenza

Il Movimento NO-TAV è un movimento nonviolento; la disobbedienza civile fa parte della lotta nonviolenta, ce lo ricordano Capitini nelle sue opere, Gandhi e Luther King nelle loro azioni, solo per attenersi ad esempi famosi e riconosciuti da tutti.

Questo di insistere sull’”isolamento dei violenti” è dunque una truffa mediatica per parlare di secondarietà e nascondere la tremenda violenza che si sta attuando sulla popolazione della Val di Susa ma, sostanzialmente, su quella italiana ed europea e che abbiamo cercato di spiegare in queste righe: violenza economica, disinformazione, calunnia, distruzione del territorio, esproprio e così via.

La violenza, come la nonviolenza, ha delle conseguenze: conseguenza personali e sociali. La violenza, in tutte le sue forme, risolve problemi immediati: tu mi dai fastidio e io ti picchio, così smetti di darmi fastidio. Ma nel far questo non si valutano le conseguenze a lungo termine, non vediamo la catena di violenza che mettiamo in marcia. Ci auguriamo (o crediamo) che la Storia si dimenticherà di noi. Agiamo secondo l’ideologia del Pragmatismo moderno: si salvi chi può!

La violenza che si esercita oggi sulla questione TAV ha conseguenze gravi sull’economia (nel bel senso etimologico di occuparsi delle propria casa), sulla libertà, sulla democrazia, sul vivere civile: chi non se ne accorge, o non vuole farlo, si prende le sue responsabilità e ne vedrà le conseguenze. Chi invece combatte per svelare questa violenza e indicare un nuovo cammino ha nelle sue mani un pezzo del filo dell’eternità.

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Articolo pubblicato su Pressenza il 03/03/12