Il nucleare, una tecnologia obsoleta

Un anno fa l’incidente nucleare di Fukushima. Molto rumore e poi molte dichiarazioni tranquillizzanti. Ne parliamo con Angelo Baracca, da sempre impegnato contro il nucleare, autore di numerosi libri sull’argomento e di un dossier su questo incidente ed organizzatore di tantissime iniziative in proposito, nonché editorialista di Pressenza su questi temi.

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Immagine di: Agustisol .

Intanto qual’è la situazione attuale dell’incidente?

L’industria nucleare (la Tepco) si è sbracciata a dichiarare che tutto è sotto controllo, ma non vi è nulla di più falso. I tre reattori danneggiati (per non dire distrutti) e le piscine del combustibile irraggiato non possono essere sotto controllo, basti pensare che dopo la fusione dei noccioli nell’Unità 1 il combustibile fuso in un magma tremendamente radioattivo ha perforato (per la prima volta nella storia del nucleare) il vessel d’acciaio di contenimento penetrando nel pavimento sottostante. Si tratta di un magma di combustibile fuso assolutamente incontrollabile, la reazione a catena in generale è spenta, ma avendo il magma perduto la simmetria è possibile che localmente si riformino condizioni di criticità e la reazione riprenda temporaneamente. Persiste il grave problema dell’acqua radioattiva con cui si continua a raffreddare i reattori e fuoriesce per la rottura del vessel. Non è mai stato fatto il punto in modo serio e generale sulla contaminazione del territorio nord orientale del Giappone, la sua diffusione e la sua gravità, la contaminazione del suolo e dei prodotti agricoli e alimentari. Per cui è difficile sia prendere misure adeguate (che non sono state prese fin dall’inizio), sia fare previsioni sulle conseguenze sanitarie dell’incidente, le quali sicuramente si manifesteranno nei decenni a venire. Ricordiamo che l’incidente di Chernobyl avvenne in una regione sostanzialmente agricola, mentre l’incidente di Fukushima ha colpito una delle regioni più densamente popolate del mondo.

Quali sono le prospettive a futuro per il Giappone?

In Giappone si gioca oggi una partita decisiva non solo per il futuro del paese, ma per il futuro del nucleare nel mondo. Si pensi che oggi dei 54 reattori nucleari del Giappone solo 2 sono in funzione, tutti gli altri sono chiusi per i test in corso dopo l’incidente, ed entro maggio saranno spenti anche questi 2. In questa situazione non si segnalano particolari difficoltà gravi nelle forniture di energia elettrica, il che significa che il Giappone può benissimo fare a meno del nucleare. Su questo il paese è spaccato. Da un lato vi sono fortissimi pressioni dell’industria nucleare e del potere politico per riaprire i reattori, dall’altro è cresciuta nell’opinione pubblica l’opposizione alla riapertura e sono nati forti movimenti, in un paese in cui questi non esistevano. Si pensi che il Giappone è all’avanguardia nella tecnologia fotovoltaica, che però ha applicato pochissimo nel paese, per cui avrebbe enormi prospettive. Se si vincerà la battaglia perché il Giappone non riprenda, e chiuda il nucleare, sarà un duro colpo per le prospettive mondiali del nucleare, perché il Giappone è il terzo paese dopo USA e Francia. Anche noi in Italia dobbiamo impegnarci su questo fronte, e non cullarci sull’onda del successo del referendum, sia perché il prossimo incidente grave potrebbe avvenire nella vicina Francia, sia perché dobbiamo ancora risolvere la pesante eredità dei nostri pur modesti programmi nucleari, chiusi ormai da un quarto di secolo!

La tecnologia nucleare è una tecnologia in stagnazione?

Dopo gli incidenti di Harrisburg del 1979 e di Chernobyl del 1986 la produzione di energia da fonte nucleare nel mondo è andata progressivamente rallentando (da allora e imprese elettriche private degli USA non hanno più ordinato nuovi reattori, e se ora un paio di reattori sembrano essere in costruzione non si tratta certo del rilancio in grande stile che si preconizzava negli scorsi anni), e dal 2009 mostra segnali di diminuzione, che dovrebbero accentuarsi per il 2011 (non mi sembra che il consuntivo dell’anno sia ancora stato reso noto) vista la chiusura di decine di reattori in Giappone.

La tecnologia nucleare è una tecnologia obsoleta, che non si è realmente rinnovata (le tipologie dei reattori rimangono nella sostanza quelle degli anni ’60, a parte miglioramenti evolutivi, mentre i cosiddetti reattori innovativi di 4a generazione non sono stati realizzati nemmeno a livello di prototipi e, se mai si riuscirà a realizzarli, se ne parlerà tra vari decenni, quando anche l’uranio sarà prossimo all’esaurimento). E i costi del nucleare sono assolutamente fuori mercato (e rincareranno per le misure che si impongono dopo gli incidenti di Fukushima): il nucleare si regge economicamente solo per le sovvenzioni e le facilitazioni degli Stati, e le limitazione delle responsabilità e dei costi in caso di incidenti gravi. In Italia paghiamo circa 400 milioni all’anno nella bolletta elettrica per la gestione dell’eredità dei modesti programmi nucleari chiusi dopo il referendum del 1987: un bell’affare, non c’è che dire!

Puoi spiegare meglio la relazione tra nucleare civile e militare?

Questa relazione strettissima e ineliminabile è un fattore ulteriore di sgravi occultati di costi dei programmi nucleari civili, scaricati surrettiziamente sul settore militare (i cui bilanci sono sempre molto opachi). Questo è particolarmente vero per la Francia, dove la scelta massiccia del nucleare civile è un sottoprodotto ed una copertura della Force de Frappe. Il dual-use è intrinseco, e ineliminabile, nella tecnologia nucleare, perché militare e civile si basano sui medesimi processi di base (arricchimento dell’uranio e produzione di plutonio nei reattori nucleari). Oggi i rischi di proliferazione nucleare sono aumentati, perché la tecnologia è molto più semplice e a portata di mano rispetto a 60 anni fa, si sono prodotte nel mondo migliaia di tonnellate di materiali fissili militari. Basti l’esempio della Corea del Nord che, a fronte dell’inadempimento degli impegni di aiuti che aveva preso carter, nel 2003 decise di farsi la bomba, riattivò un piccolo reattore, ne estrasse l’uranio, e appena tre anni solo esplose il primo test nucleare. Non è diminuito il rischio di un olocausto nucleare, esistono ancora nel mondo circa 20.000 testate intatte (anche se solo qualche migliaio schierate operative), il processo di disarmo è praticamente in stallo, il trattato che firmarono due anni fa Obama e Medvedev fu al ribasso, la minaccia delle megalomani difese antimissile incombe, e gli Stati e i militari mostrano di non volere privarsi dell’arma nucleare. Un allarme preoccupante è venuto dal prestigioso Bulletin of the Atomic Scientists che il 10 gennaio scorso a spostato di un minuto in avanti l’Atomic Clock verso la fatidica mezzanotte dell’olocausto nucleare (due anni fa lo aveva invece portato indietro di un minuto, ma ora riconosce che non vi è l’intenzione di eliminare le armi nucleari, e vi sono invece segnali che fanno pensare che vi sia l’intenzione di usarle: si pensi al tragico pericolo di un folle attacco di israele agli impianti dell’Iran).

Come si possono risolvere le esigenze energetiche del pianeta nei prossimi anni secondo te?

In primo luogo abbassando le nostre esigenze energetiche, nei paesi ricchi, e indirizzandole diversamente nei paesi poveri, sottraendole comunque alla logica del profitto e indirizzandole verso strutture sociali e stili di vita sostenibili: non si tratta di “tornare alla candela”, di peggiorare la nostra vita, tutto il contrario. Oggi viviamo al di sopra delle possibilità del Pianeta, con stili di vita artificiali, che non solo distruggono la natura e le risorse, ma ci hanno allontanato dalla natura, dai suoi ritmi, da stili di vita sani. Ogni volta che esco in strada mi stupisco come la gente non si senta ridicola spostandosi e passando gran parte del tempo rinchiusa in una scatola di metallo, spesso intrappolata nel traffico. Cambiare le nostre scale di valori – essere invece di avere – è fondamentale per non soccombere alla nostra stessa “civilizzazione”, che a ben vedere è solo la retorica che copre e legittima il profitto. Del retso, lasciami dire che ci hanno prospettato per decenni un avvenire luminoso grazie alle meraviglie della scienza e della tecnica, il mito del progresso, e il mondo sta affrontando una crisi epocale, da tutti i punti di vista, lasciando ai giovani prospettive a dir poco fosche! Il risparmio di energia fa parte di queste considerazioni (ci sono colossali sprechi, basti pensare ai

negozi che d’inverno tengono le porte spalancate, ma è solo un esempio), ma la prospettiva è molto più generale. Ovviamente nuovi stili di vita sostenibili devono basarsi sullo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, realizzate però anch’esse in modo sostenibile, perché oggi la logica del profitto porta a distorsioni pericolosissime (come i campi fotovoltaici su terreni agricoli). Vi sono esempi di città energeticamente autosufficienti, in cui si circola solo in bici o con mezzi pubblici. È una strada non solo percorribile, ma necessaria se l’umanità vuole avere una prospettiva per la propria sopravvivenza.

Il Rapporto sullo stato dell’incidente

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Intervista pubblicata su Pressenza il 10/03/12

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