Le conseguenze della violenza

In questi giorni l’Italia è stata scossa da alcuni avvenimenti che hanno fatto gridare a un ritorno della “strategia della tensione”; con questo termine si sono definite, negli anni ’70, le “strategie” che il potere ha svolto, in modo violento, per contrastare i movimenti progressisti e rivoluzionari dell’epoca.

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Immagine di: Rafael Edwards Azione e reazione

La domanda è: siamo nella stessa situazione? Questa chiave di lettura è ancora valida?

Proviamo ad osservare la chiave di lettura da due punti di vista: il punto di vista del potere dice che in situazioni difficili, di crisi, ci sono persone che predicano il “tanto peggio, tanto meglio” e producono tutta la violenza possibile per innescare un possibile “processo rivoluzionario”; dall’altra parte le forze progressiste dicono che il potere, in forte crisi, paga persone che mettono bombe e sparano all’impazzata per spaventare le persone, fargli perdere la fiducia ed imboccare strade antidemocratiche.

Che queste due possibilità, che ho schematizzato per esigenze di comprensione, siano state reali nel corso della storia è assolutamente innegabile; ci sono persone che hanno pensato quello, nelle due bande, e che hanno sperato di realizzarlo. Per fortuna l’innesco rivoluzionario sperato dalle Brigate Rosse non ha mai funzionato e le voglie autoritarie di certi personaggi al potere non si sono mai realizzate.

Però non credo che siamo in un “revival” di queste tematiche; credo che il problema sia un altro e che vada letto da un altro punto di vista.

Intanto credo che i fatti da analizzare non siano solo quelli eclatanti della violenza nella sua forma più cruda: la violenza fisica. Quando si separa la violenza fisica da altri tipi di violenze si commette un errore grave: si separa la violenza visibile da quella invisibile (per usare la terminologia di Pat Patfoort); si nasconde la violenza economica e le sue conseguenze psicologiche sulla mente di ognuno di noi; si occulta la discriminazione di genere, di razza, di religione, di condizione sociale.

Se guardiamo la nostra società notiamo che la violenza, nelle sue varie forme, sta aumentando in modo esponenziale. Prima di leggere i giornali possiamo verificarlo nella nostra vita quotidiana, sul lavoro, andando in giro in autobus. La violenza sta aumentando. La destrutturazione sta aumentando. Le morali esterne, che comunque fermavano un po’ di violenza, stanno crollando: con loro stanno dissolvendosi i freni inibitori che evitavano alcune esplosioni.

E se guardiamo la cronaca non possiamo non guardare i suicidi per problemi economici, le famiglie che si autodistruggono per (apparenti) futili motivi, le manifestazioni di protesta sempre più catartiche ed estreme, l’indifferenza nei confronti della violenza che ti capita sotto gli occhi.

Sarà banale ma occorre sottolineare con forza: la violenza genera violenza. Se si mette sotto torchio economico un popolo già impoverito quella violenza che gli facciamo sfocerà da qualche parte; come una caldaia a cui stiamo mettendo troppo fuoco, da qualche parte il vapore uscirà fuori con forza. Se si chiude il futuro a milioni di giovani negandogli un lavoro si sta negando il futuro anche a tutti quei genitori che hanno sacrificato la loro vita sperando in una situazione migliore per i loro figli. Se si negano i diritti di critica e protesta ad intere popolazioni si alimentano tutte le soluzioni individuali terroristiche. Se si chiudono tutti gli spazi di giustizia e di partecipazione, qualcuno penserà che l’unico modo sia che ci pensi lui.

Così gli ultimi attentati sono esplosioni della violenza che diventa irrazionalità, mancanza di percezione dell’umanità nell’altro; e l’umano nell’altro va percepito in TUTTI gli esseri umani, anche nel nostro peggior nemico.

Le cose stanno andando male e possono andare anche peggio. Continuano a dirci (da anni) che l’economia si riprenderà l’anno prossimo ma loro (gli speculatori finanziari) fanno buoni affari proprio oggi; continuano a dirci che bisogna far sacrifici, tranne vendere più armi e costruire faraoniche opere inutili.

Abbiamo bisogno di nonviolenza, senza nessuna possibile discussione in materia; la direzione di questo mondo è compromessa, questo sistema, basato sulla violenza, sta portando il mondo verso una catastrofe: umana, economica, ecologica, culturale. Abbiamo bisogno dell’indignazione che in questi giorni ha riempito le piazze per protestare contro il nonsenso, portare la propria commossa solidarietà a una famiglia colpita dal peggiore dei lutti: la morte di una figlia.

Ma abbiamo bisogno di qualcosa di più: abbiamo bisogno di costruire i pezzi di quel nuovo mondo che potrà veramente funzionare quando il vecchio sarà definitivamente crollato. Le persone buone hanno già messo in moto il Nuovo Mondo e stanno piantando cartelli in tutti gli angoli del nostro piccolo pianeta; questi cartelli dicono “NONVIOLENZA”, “TRATTA GLI ALTRI COME VUOI ESSERE TRATTATO”, “DEMOCRAZIA DIRETTA”, “ECONOMIA SOLIDALE”, “IL PIANETA E’ LA NOSTRA CASA”.

A queste persone diciamo: continuate!! a queste persone diciamo: conosciamoci e lavoriamo insieme! A queste persone diciamo: non scoraggiamoci, un nuovo mondo è possibile.

Scriviamo il nostro cartello e piantiamolo nel nostro cuore e nelle piazze di tutta la Terra!!!

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articolo pubblicato su Pressenza il 21/05/12

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