Silo e i suoi amici

Il 16 settembre dell’anno scorso Silo lasciava questo spazio e questo tempo; venti anni fa, nel corso del 1991 aveva scritto e mandato quattro delle sue dieci “Lettere ai Miei Amici”, una delle sue opere più sociali: un’analisi del mondo di allora e della sua crisi e le proposte per un mondo migliore. Queste lettere hanno una certa attualità.

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Immagine di: Pressenza Silo e i suoi amici

Io credo che il modo più efficace di rendere omaggio a una persona sia quello di diffonderne la sua opera.

Così mi sono permesso una breve antologia di quelle quattro lettere che non sostituisce la lettura integrale ma spero sia di stimolo e di omaggio al Maestro che le ha scritte. Le “Lettere ai Miei Amici” sono pubblicate in Italia da Multimage http://www.multimage.org

La situazione attuale

Fin dall’inizio della sua storia, l’umanità ha lottato per assicurarsi una vita migliore e in questo modo è evoluta. Eppure, nonostante i progressi, il potere e la forza economica e tecnologica sono oggi utilizzati in vaste regioni del mondo per assassinare, impoverire ed opprimere; e questo mette anche in pericolo il futuro delle nuove generazioni e l’equilibrio generale della vita sul pianeta. Mentre una piccola percentuale dell’umanità possiede grandi ricchezze, la maggioranza soffre gravi privazioni. In certi luoghi ci sono lavoro e retribuzioni adeguate, in altri la situazione è disastrosa. Ovunque i settori più umili della popolazione sopportano situazioni tremende pur di non morire di fame.

La trasformazione dell’Essere Umano

Il mondo sta cambiando a grande velocità e sono molte le cose in cui fino a poco tempo addietro si credeva ciecamente e che ormai non risultano più sostenibili. L’accelerazione sta generando instabilità e disorientamento in tutte le società, sia povere che opulente. In questo processo di trasformazione, i dirigenti tradizionali con i loro formatori di opinione, come pure i vecchi combattenti politici e sociali non costituiscono più dei punti di riferimento per la gente. Eppure, sta nascendo una sensibilità che corrisponde ai tempi nuovi. Si tratta di una sensibilità che coglie il mondo come una globalità e quindi permette di comprendere come le difficoltà delle persone, a qualunque luogo appartengano, finiscono per coinvolgere altre persone che possono trovarsi anche in luoghi molto distanti. Le comunicazioni, l’interscambio di beni e il veloce spostamento di grandi contingenti umani da un punto all’altro del pianeta mostrano che si è in presenza di un processo sempre più spinto di mondializzazione. Stanno anche sorgendo nuovi criteri d’azione perché molti problemi vengono compresi nella loro globalità e perché coloro che desiderano un mondo migliore cominciano ad avvertire che otterranno dei risultati solo se dirigeranno i propri sforzi all’ambiente sul quale esercitano una certa influenza. A differenza di altre epoche piene di frasi vuote con cui si cercava il riconoscimento degli altri, oggi si comincia a valorizzare il lavoro umile e sentito, attraverso il quale non si pretende di esaltare la propria figura ma di cambiare se stessi e di facilitare il cambiamento del proprio ambiente familiare, lavorativo o relazionale. Quanti amano realmente la gente non disprezzano questo compito senza fanfare, che risulta invece incomprensibile a tutti gli opportunisti formatisi nel vecchio paesaggio dei leader e delle masse, paesaggio in cui hanno imparato a utilizzare gli altri per essere catapultati verso i vertici sociali. Quando qualcuno si rende conto che l’individualismo schizofrenico non ha alcuna via d’uscita e comunica apertamente a quanti conosce ciò che pensa e ciò che fa senza il ridicolo timore di non essere capito; quando si avvicina agli altri; quando si interessa di ciascuno e non di una massa anonima; quando promuove lo scambio di idee e la realizzazione di lavori d’insieme; quando mostra chiaramente la necessità di moltiplicare gli sforzi per ridare connessione ad un tessuto sociale distrutto da altri; quando sente che anche la persona più “insignificante” è per qualità umana superiore a qualsiasi individuo senz’anima posto al vertice della congiuntura epocale… Quando succede tutto questo, è perché all’interno di quella persona inizia di nuovo a parlare il Destino che ha spinto i popoli a muoversi nel cammino dell’evoluzione; il Destino tante volte distorto e tante volte dimenticato, ma sempre ritrovato nelle svolte della storia! E non si intravede solo una nuova sensibilità e un nuovo modo di agire, ma anche un nuovo atteggiamento morale ed una nuova disposizione tattica nei confronti della vita.

Se mi chiedessero di precisare meglio tutto ciò, direi che la gente, anche se questo viene ripetuto da tremila anni, sperimenta oggi in modo nuovo la necessità e la verità morale di trattare gli altri come vorrebbe essere trattata.

I fattori positivi del cambiamento

Lo sviluppo scientifico e tecnologico non può essere messo in discussione per il fatto che alcune scoperte siano state o siano tuttora utilizzate contro la vita ed il benessere. Quando si mette in discussione la tecnologia, sarebbe opportuno fare una riflessione previa sul carattere del sistema che utilizza l’avanzamento del sapere a fini spuri. Il progresso della medicina, delle comunicazioni, della robotica, dell’ingegneria genetica e di molti altri campi, può ovviamente essere sfruttato per fini distruttivi. Lo stesso vale quando l’utilizzo della tecnologia porta allo sfruttamento irrazionale delle risorse, all’inquinamento industriale, alla contaminazione e distruzione dell’ambiente. Ma tutto ciò mostra la direzione negativa che caratterizza l’economia ed i sistemi sociali. Basti questo: tutti sanno che oggi saremmo in grado di risolvere i problemi alimentari dell’intera l’umanità; eppure tutti i giorni dobbiamo prendere atto dell’esistenza di fame, denutrizione e sofferenze subumane perché il sistema non è disposto ad affrontare tali problemi né a rinunciare ai suoi favolosi guadagni per un miglioramento globale del livello umano. Constatiamo anche che la tendenza verso la regionalizzazione e quindi verso la mondializzazione risulta manipolata da interessi particolari a scapito dell’interesse dei grandi insiemi umani. Ma è anche chiaro che, pur fra tante distorsioni, si è messo in moto un processo che porta alla creazione della nazione umana universale. Il cambiamento accelerato che si sta manifestando nel mondo conduce ad una crisi globale del sistema e ad un conseguente riordinamento di fattori. Ma questa è la condizione necessaria perché si giunga ad una stabilità accettabile e ad uno sviluppo armonico del pianeta. Quindi, nonostante le tragedie che si annunciano per la decomposizione dell’attuale sistema globale, la specie umana prevarrà su qualsiasi interesse particolare. La nostra fede nel futuro si basa sulla comprensione della direzione della storia che ha avuto inizio con i nostri antenati ominidi. La nostra specie, che ha lavorato e lottato per milioni di anni per vincere il dolore e la sofferenza, non subirà una fine assurda. Ma per comprende questo, è necessario comprendere processi più ampi delle semplici congiunture e dare il nostro appoggio a tutto ciò che va in una direzione evolutiva anche quando risultati immediati non appaiano alla vista. Lo scoramento degli esseri umani valenti e solidali ritarda il cammino della storia. Ma è difficile comprendere il senso del processo umano se la vita personale non viene riorganizzata e orientata in direzione positiva. Qui non sono in gioco fattori meccanici o determinismi storici, qui è in gioco l’intenzione umana che tende sempre ad aprirsi il passo anche di fronte alle più gravi difficoltà.

Il comportamento coerente

Se potessimo dare la stessa direzione al pensare, al sentire e all’agire; se quanto facciamo non ci creasse contraddizioni con quanto sentiamo, diremmo che la nostra vita è coerente. Allora ci considereremmo affidabili, anche se non necessariamente lo saremmo per l’ambiente in cui viviamo. Questa stessa coerenza dovremmo conquistarla nei rapporti con gli altri, che tratteremo come vorremmo essere trattati. Certo, sappiamo che può esistere una specie di coerenza distruttiva, come quella dei razzisti, degli sfruttatori, dei fanatici e dei violenti; ma l’incoerenza che caratterizza i rapporti delle persone di questo tipo risulta immediatamente palese, visto che trattano gli altri in un modo molto diverso da quello che desiderano per sé stessi. L’unità tra pensiero, sentimento e azione, l’unità tra il comportamento che si chiede e quello che si offre, sono ideali che non si concretizzano nella vita quotidiana. Questo è il punto. Si tratta di adeguare il nostro comportamento a questi propositi; si tratta di prendere in seria considerazione questi valori che danno direzione alla vita indipendentemente dalle difficoltà che si possono incontrare nel metterli in pratica. Se ci poniamo in una prospettiva dinamica e non statica, comprenderemo che si tratta di una strategia che deve guadagnare terreno con il passare del tempo. Qui ciò che conta sono le intenzioni, anche se inizialmente le azioni non corrispondono ad esse; soprattutto se le intenzioni vengono mantenute, affinate e consolidate.

Dare una stessa direzione al pensare, al sentire e all’agire, e trattare gli altri come desidereremmo essere trattati sono due proposte tanto semplici che quanti sono abituati alle complicazioni le giudicheranno delle banali ingenuità. Eppure, dietro l’apparente candore c’è una nuova scala di valori in cui la coerenza si colloca al primo posto; una nuova morale per la quale non è indifferente il genere di azioni che si compiono; un aspirazione del tutto nuova ad essere conseguenti quando ci si sforza di dare direzione agli eventi umani. Dietro l’apparente candore, sono in gioco il senso della vita personale e quello della vita sociale, che potranno assumere una direzione veramente evolutiva o prendere la via della disintegrazione.

Che cos’è l’Essere Umano?

La nostra concezione non prende l’avvio da affermazioni generali, ma dall’esame della specificità della vita umana, della specificità dell’esistenza, della specificità del vissuto personale del pensare, del sentire e dell’agire. Questa impostazione rende la nostra concezione incompatibile con qualunque sistema di pensiero che parta invece da entità quali l’Idea, la materia, l’inconscio, la volontà, ecc. E colui che ammette o rifiuta una qualsiasi concezione, per logica o stravagante che sia, porrà sempre se stesso in gioco, precisamente per il fatto di ammettere o di rifiutare. Porrà se stesso in gioco, non la società, l’inconscio o la materia.

Parliamo, dunque, della vita umana. Quando mi osservo, non da un punto di vista fisiologico ma da un punto di vista esistenziale, riconosco di trovarmi in un mondo già dato, da me né costruito né scelto, di trovarmi in-situazione nei confronti di fenomeni che, a partire dal mio proprio corpo, mi risultano ineludibili. Il corpo, poi, come elemento costitutivo della mia esistenza è un fenomeno omogeneo al mondo naturale sul quale agisce e dal quale è “agito”. Ma la naturalità del corpo mi si presenta molto diversa da quella di tutti gli altri fenomeni naturali; infatti: 1. del corpo ho un vissuto diretto, immediato; 2. attraverso il corpo ho un vissuto dei fenomeni esterni; 3. grazie alla mia intenzione, ho una disponibilità immediata di alcune delle operazioni che il corpo è in grado di compiere.

Il mondo, d’altra parte, mi si presenta non tanto come un agglomerato di oggetti naturali bensì come un’articolazione di esseri umani e di oggetti e segni da essi prodotti o modificati. L’intenzione che avverto in me mi appare come un elemento interpretativo fondamentale del comportamento degli altri; e proprio come costituisco il mondo sociale comprendendone le intenzioni, così da esso sono costituito. Ovviamente stiamo parlando di intenzioni che si manifestano attraverso azioni corporee. È’ grazie alle espressioni corporee o alla percezione della situazione in cui l’altro si trova che posso comprenderne i significati, le intenzioni. Inoltre, gli oggetti naturali e quelli umani mi producono o piacere o dolore; per questo cerco sempre di modificare la mia collocazione rispetto ad essi, nel senso che cerco di allontanarmi da ciò che mi risulta doloroso e di avvicinarmi a ciò che mi risulta piacevole.

Pertanto non sono affatto chiuso al mondo naturale ed umano: anzi, la mia caratteristica fondamentale è precisamente l'”apertura”. La mia coscienza si è configurata su una base intersoggettiva: usa codici di ragionamento, modelli emotivi, schemi di azione che sento come “miei” ma che riconosco anche in altri. E, ovviamente, il mio corpo è aperto al mondo in quanto il mondo io lo percepisco e su di esso agisco. Il mondo naturale, a differenza dell’umano, mi appare privo di intenzioni. Posso – è ovvio – immaginare che le pietre, le piante o le stelle possiedano un’intenzione, ma in ogni caso, un effettivo dialogo con esse mi risulta impossibile. Anche gli animali, nei quali a volte scorgo la scintilla dell’intelligenza, mi appaiono impenetrabili, soggetti a trasformazioni lente e sempre all’interno di quella che è la loro natura. Vedo società di insetti totalmente strutturate e mammiferi superiori che usano rudimenti tecnici, ma tutti ripetono i loro codici come se fossero sempre i primi rappresentanti delle loro rispettive specie. E nelle virtù dei vegetali e degli animali modificati ed addomesticati dall’uomo, riconosco l’intenzione umana ed il suo avanzare nell’opera di umanizzazione del mondo.

Definire l’uomo sulla base della socialità mi risulta insoddisfacente in quanto questo aspetto è comune a numerose specie animali; né la sua caratteristica fondamentale può essere trovata nella capacità lavorativa perché esistono animali che possiedono questa capacità ad un livello molto superiore; né a definire l’essenza umana basta il linguaggio, perché sappiamo che in varie specie animali esistono codici e forme di comunicazione. In cambio, nel fatto che ogni nuovo essere umano trova un mondo modificato da altri e viene costituito da un mondo sempre intenzionato, scopro la capacità più propriamente umana di accumulare ed incorporare la dimensione temporale; scopro cioè la dimensione storico-sociale e non semplicemente sociale dell’essere umano. Date queste premesse, tenterò una definizione. Questa: “L’uomo è un essere storico che trasforma la propria natura attraverso l’attività sociale.” Ma se ammetto come valida questa definizione, dovrò ammettere che l’essere umano può trasformare intenzionalmente anche la propria struttura fisica. Ma questo sta già accadendo. L’uomo ha iniziato tale processo utilizzando “protesi” esterne, cioè degli strumenti posti davanti al suo corpo, che gli hanno permesso di ampliare le funzioni delle mani, di affinare i sensi, di aumentare la potenza e la qualità del suo lavoro. Dal punto di vista naturale, l’uomo non era adatto alla vita nell’acqua o nell’aria, ciò nonostante è stato capace di creare le condizioni per muoversi in esse ed oggi sta addirittura iniziando a dar forma concreta ad una possibilità estrema, quella di emigrare dal proprio ambiente naturale, il pianeta Terra. Oggi, inoltre, l’uomo sta intervenendo sul suo stesso corpo sostituendone gli organi, modificando la chimica cerebrale, sviluppando la fecondazione in vitro, manipolando i geni. Se con l’idea di “natura” umana si è voluto indicare ciò che c’è di stabile nell’essere umano, tale idea oggi risulta inadeguata, anche se la si applica alla parte più oggettuale dell’essere umano stesso, vale a dire il corpo. Per quando riguarda poi la validità di espressioni quali “morale naturale”, “diritto naturale”, o “istituzioni naturali”, riteniamo che in questi campi tutto sia storico-sociale e nulla vi esista “naturalmente”.

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Articolo pubblicato su Pressenza il 16/09/11

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