VUOTO MENTALE

Comincia a renderti conto di questo:

anche se ti sposti in altri luoghi,

porti sempre con te il tuo paesaggio interno.

Silo, Umanizzare la Terra.

Jerry Mulligan stava guardando dritto davanti a sé.

Stava guardando, letteralmente, nel vuoto. Vuoto assoluto.

Il più vicino sistema stellare si trovava a 0.7 parsec, come l’indicatore accanto allo schermo panoramico gli ricordava discretamente.

Mulligan sapeva che quello era, per lui, il modo migliore per risvegliarsi definitivamente dal sapore della lunga ibernazione e sconfiggere la paura sottile di quell’attesa.

La sua meditazione sul vuoto senza stelle venne interrotta dal suono dolce di un carillon. Su un quadrante incorniciato d’ebano apparve la scritta nella policromia di uno spettro astronomico.

“Dieci minuti a gamma”.

“Dieci minuti a gamma”, ripeté ad alta voce, come se qualcuno potesse sentirlo.

Dieci minuti !! Nulla, nell’arco della sua esistenza inmisurabile, resa ormai praticamente eterna, dalla tecnica medica, dai viaggi interstellari, dall’ibernazione, dalle infinite risorse immaginative dell’Homo Sapiens e dei suoi fratelli dello spazio.

Era stato un musicista, un astronomo, un condottiero, un impiegato, un marinaio, un …

Non ricordava più. L’Ufficio Passatempi gli aveva gentilmente levato un po’ di memoria superflua, troppo stagionata. Aveva chiesto che gli lasciassero qualche ricordo infantile, poiché tutte le sue personalità erano un po’ feticiste. Non era stato un problema, un chip che si sposta di qua, un riversamento di memoria, un chip nuovo e il gioco era fatto.

Un altro carillon interruppe le sue divagazioni; stavolta fu seguito da una voce umana.

“Hello, Jerry, qui è la vecchia madre terra, tutto O.K. lassù ?”

“Tutto O.K., ragazzi.” disse inutilmente Mulligan.

“Bene, bene, Jerry – disse calorosa la voce – siamo contenti che tu ti sia svegliato e goda di buona salute. Vorremmo dirti per l’ultima volta che siamo entusiasti della tua scelta e che te ne saremo grati per sempre, comunque vada a finire. Grazie di tutto e buona fortuna. Arrivederci, Jerry.”

“Addio” rispose Mulligan.

Perfettamente in tono, pensò. Sì, il programma era realizzato bene, fin nei minimi particolari: quello che succedeva era esattamente quello che aveva immaginato che succedesse.

Aveva scelto di fare l’eroe, questa volta; una cosa che aveva sempre evitato. L’eroe puro, anacronistico, arcaico, inutile.

Cinque minuti. Cinque brevissimi, stupidi minuti, una sciocchezza, un’inezia nella sua infinita esistenza.

L’astronave era perfetta, l’ultimo modello, motori ad antimateria, velocità di crociera 600.000 Km al secondo.

L’aveva chiesto lui, esattamente il doppio della velocità della luce.

Un eroe preciso, spavaldo, incosciente, proprio come ai bei vecchi tempi. Erano mai serviti veramente gli eroi ? Non credeva proprio. Sapeva che una volta la storia veniva presentata come le gesta di eroi; per comprendere meglio quella strana faccenda si era fatto installare un chip che conteneva l’arcaico punto di vista sulla storia. Era quasi morto dalle risate, leggendo mentalmente le avventure di Epaminonda, Cesare, Napoleone e tutti gli altri.

Tre minuti. Tre inesistenti minuti e tutto sarebbe accaduto.

“Tu sei essenzialmente tempo e libertà”. La frase apparve dalla memoria, così, senza possibilità di ricordarne il contesto.

L’Ufficio di Ricondizionamento non aveva fatto alcun problema, no, lui non aveva fatto nulla di simile, quindi lo poteva fare. Scientificamente era una cosa inutile, superare la barriera della luce. Sì, ci avevano pensato, era stato un grosso tema alcuni secoli prima, avevano mandato cavie, robot, intelligenze artificiali altamente evolute: nessuno era tornato o aveva inviato rapporti.

Avevano deciso che Einstein aveva ragione in quella parte della sua rudimentale e superata teoria; forse si finiva da qualche parte nel tempo, forse in altre dimensioni, forse nell’immaginario iperspazio; comunque nemmeno le macchine più complesse erano tornate indietro. Non era più da molto tempo un problema di cui interessarsi.

Si era aggirato il problema, i viaggi nella galassia erano ugualmente possibili, non si era vinta la Luce ma la Morte. Le cellule cerebrali potevano essere rigenerate all’infinito, icorpi cambiati a piacimento.

Trenta secondi. Un nulla separava l’Eroe dall’Ignoto.

I viaggi duravano secoli ma quello non era un problema, l’arrivo era certo. Nuovi mondi, nuovi esseri, nuovi rapporti, nuove esperienze.

Anche Mulligan ci aveva creduto, si era prestato al gioco, ma ora aveva deciso.

E arrivò gamma, l’ora dell’incontro col nulla.

Non sentì accendersi nulla, nessuna accellerazione, nessuna sensazione.

Non perse la coscienza di sé.

Andò lontano, molto più lontano di quanto permettessero i motori spinti al massimo. Molto più lontano dell’immaginazione.

E nessuno lo rivide più.

 ——————-

N.d.A: racconto scritto alla fine degli anni ’80 del secolo scorso

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