Archive for novembre, 2012

novembre 23, 2012

Elementi per una Pedagogia della Nuova Civiltà

 

Intervento di Olivier Turquet al Simposio “Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà” il 3 Novembre 2012.

il video:

Un po’ di storia

 

La scienza della Pedagogia si fonda a cavallo tra il XIX e il XX secolo, non del tutto casualmente con la nascita delle prime scuole nazionali, poi diventate pubbliche, poi diventate obbligatorie e di tutti. Non entreremo in questo aspetto ma dobbiamo notare che esso influenza significativamente lo sviluppo della pedagogia.

 

Nel XX secolo la pedagogia si sviluppa con vigore sia nelle sue applicazioni alla scuola pubblica sia in una serie di esperimenti “privati” di interesse variabile. La pedagogia che potremmo definire “progressista” produce, in ambedue gli ambiti, interessati proposte e risultati; al tempo stesso, verso la fine del millennio si nota, su tutti i fronti, una certa decadenza pratica e teorica, in concomitanza con lo sviluppo delle tecnologie educative cosiddette “moderne”.

 

Infine è proprio nei primi anni di questo secolo che è possibile rintracciare, da parte soprattutto dei giovani, un nuovo interesse per l’educazione e per l’elaborazione di tecniche coerenti con l’obiettivo di un nuovo sviluppo umano.

 

E’ necessaria l’educazione?

 

Sgombriamo il campo da un equivoco: alcune correnti naturaliste hanno finito per pensare che l’educazione e la scuola siano attività inutili se non dannose: “i bambini imparano da soli, basta lasciarli stare”; queste affermazioni sono facilmente contestabili e, soprattutto, non risolvono il problema; ovviamente non confondiamo queste ingenuità con la critica rigorosa di Illic all’indottrinamento scolastico in Descolarizzare la Società; nemmeno parliamo degli sforzi delle Scuole Democratiche di comprendere, discutere e rinnovare l’organizzazione del lavoro. Però sarà bene chiarire, come si capirà facilmente quando parleremo della visione dell’Essere Umano, che una “forma educativa” è necessaria e che il tema interessante è comprendere come questa forma educativa si debba strutturare.

 

Un nuovo paradigma

 

Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma per una Nuova Civiltà. Sarà opportuno, in primo luogo, rivisitare tutte le idee, le tecniche, le pratiche che abbondantemente ha sfornato la Pedagogia del XX secolo per trovarvi cosa ci sia di riscattabile per costruire nuovi paradigmi; in secondo luogo sarà interessante individuare gli elementi fondanti di una nuova pedagogia.

 

Alcune vecchie idee

 

Certamente l’idea di una psicologia dell’età evolutiva può ispirarci: Piaget, per primo, rompe con l’idea naturalista di un essere piccolo che diventa meccanicamente grande, fondando l’idea dell’età evolutiva di cui tentò di stabilire delle tappe, degli indicatori che permettessero di considerare raggiunti certi traguardi psicomotori.

 

Sono molte le scuole che criticano l’ottocentesca scuola del nozionismo e ritengono che l’apprendimento parta dall’esperienza, dal fare concreto con le cose e tra le cose; assolutamente complementare a questa è la concezione che imparare sia un modo attivo di relazione col sapere: si impara agendo sulle cose e sbagliando.

 

In un contesto più sociale dobbiamo ricordare la critica anche radicale alla scuola come elemento di trasmissione dello status quo, critica che va dal già citato Illic, ai movimenti studenteschi di tutte le generazioni e luoghi. Ma la necessità di questa critica non sembra aver perso attualità. Allo stesso tempo non vorremmo dimenticare la valenza sociale dell’educazione pubblica né la concezione di Freire dell’educazione come pratica della libertà e dell’alfabetizzazione come strumento di liberazione degli oppressi.

 

L’idea olistica e libertaria di processi di apprendimento basati sull’autoregolazione e sull’autorganizzazione, l’attenzione agli ambiti tangibili ed intangibili, la pratica delle scuole democratiche, l’idea di una educazione permanente, l’immensa mole di tecniche specifiche di pedagogia attiva sviluppatesi nelle varie discipline sono tutti elementi riscattabili ed aggiornabili per la pedagogia che vogliamo costituire. In questo campo l’immensa esperienza delle scuole Waldorf di ispirazione steineriana è preziosa.

 

Infine vorremmo segnalare il contributo specifico e la grande casistica che deriva, nel campo pedagogico, dal metodo dell’Equivalenza di Pat Patfoort: Patfoort affronta il problema dell’origine della violenza e propone un metodo alternativo e una chiave di lettura delle situazioni estremamente chiara: la violenza deriva dal fatto che, in una situazione di differenza, qualcuno prende una posizione predominante su qualcun altro; il metodo dell’equivalenza fornisce strumenti pratici per evitare questa situazione Maggiore/minore.

 

Una questione centrale: la definizione dell’Essere Umano

 

Entriamo qui in una questione abbastanza spinosa. La Pedagogia, nel pretendere di costituirsi come scienza, dovrebbe, come minimo, definire il suo oggetto di studio e i suoi obiettivi: ovverosia dovrebbe dire chi vuol educare e perché. Con dovute eccezioni, finora, la maggior parte degli studiosi hanno omesso di rispondere alla domanda o, meglio, non se la sono posta; e nemmeno si sono degnati di dire cose tipo “sono d’accordo con la concezione dell’essere umano del professor Tal de Tali”.

Qual è l’oggetto di studio, di quale essere stiamo parlando? Perché sembra evidente che se dobbiamo interagire con qualcuno, se lo dobbiamo educare, dovremmo avere in anticipo un’idea su questo essere, sulle sue caratteristiche, sulle sue potenzialità e i suoi eventuali limiti.

Questa definizione manca, così come manca nella società; o, più esattamente, questa definizione sta lì di contrabbando, sottintesa, quasi come scontata, ovvia.

Allora, per cominciare a smascherare qualche trucco, vediamo alcune concezioni che frullano nella testa, anche se nessun le dichiara mai esplicitamente.

 

La più antica visione dell’essere umano è quella che lo considera come un essere biologico, dotato di caratteristiche genetiche abbastanza immodificabili e di uno spazio vuoto nella testa da riempire per lo più con utili informazioni; il bambino non è altro che un piccolo adulto, una tabula rasa da riempire con contenuti prefissati; da qui deriva il nozionismo scolastico nel quale l’educazione si misura un tanto al chilo; molta informazione e nessuna formazione; per di più sulla base di una visione che tiene poco o nessun conto della situazione sociale in cui quell’essere vive. In sintesi: la visione più passiva e determinista dell’essere umano.

 

Una concezione, o meglio due facce della stessa, è il binomio animale razionale/macchina biologica. A rigore non si tratta della stessa cosa ma per quello che ci interessa a noi queste concezioni possono unirsi in una sola, nell’idea che la coscienza sia comunque passiva nei confronti del mondo, anche quando questa passività venga giustificata con argomenti e ricerche più o meno complesse.

La concezione biologica produce, ad esempio, tutta una quantità di studi sui fattori genetici che prestabilirebbero le cose più disparate: l’allegria, l’omosessualità, le più varie capacità d’apprendimento ecc. ecc.

Il razionalismo condiziona soprattutto la scuola come scuola degli apprendimenti e (più tardi) delle abilità: bisogna imparare molti dati e, casomai, imparare a metterli in relazione.

L’animale razionale è superiore agli altri animali essenzialmente per la sua capacita a costruire cose; l’animale razionale risolve problemi e relaziona dati ma non si emoziona e quindi la sua scuola non tiene molto conto del suo cuore e del suo corpo ma solo della parte più intelligente della sua mente. Su questa visione dell’intelligenza senza cuore ci sarebbe parecchio da discutere.

 

Così appare indispensabile una nuova definizione dell’essere umano che ne ampli le capacità evolutive; personalmente una definizione convincente l’ho trovata nell’opera di Silo, quando dice:

 

Quando mi osservo, non da un punto di vista fisiologico ma da un punto di vista esistenziale, riconosco di trovarmi in un mondo già dato, da me né costruito né scelto, di trovarmi in-situazione nei confronti di fenomeni che, a partire dal mio proprio corpo, mi risultano ineludibili…..

 

Il mondo, d’altra parte, mi si presenta non tanto come un agglomerato di oggetti naturali bensì come un’articolazione di esseri umani e di oggetti e segni da essi prodotti o modificati. L’intenzione che avverto in me mi appare come un elemento interpretativo fondamentale del comportamento degli altri; e proprio come costituisco il mondo sociale comprendendone le intenzioni, così da esso sono costituito.

 

Pertanto non sono affatto chiuso al mondo naturale ed umano: anzi, la mia caratteristica fondamentale è precisamente l’“apertura”. La mia coscienza si è configurata su una base intersoggettiva: usa codici di ragionamento, modelli emotivi, schemi di azione che sento come “miei” ma che riconosco anche in altri. E, ovviamente, il mio corpo è aperto al mondo in quanto il mondo io lo percepisco e su di esso agisco.

 

Definire l’uomo sulla base della socialità mi risulta insoddisfacente in quanto questo aspetto è comune a numerose specie animali; né la sua caratteristica fondamentale può essere trovata nella capacità lavorativa perché esistono animali che possiedono questa capacità ad un livello molto superiore; né a definire l’essenza umana basta il linguaggio, perché sappiamo che in varie specie animali esistono codici e forme di comunicazione. In cambio, nel fatto che ogni nuovo essere umano trova un mondo modificato da altri e viene costituito da un mondo sempre dotato di intenzioni, scopro la capacità più propriamente umana di accumulare ed incorporare la dimensione temporale; scopro cioè la dimensione storico-sociale e non semplicemente sociale dell’essere umano. Date queste premesse, tenterò una definizione. Questa:L’uomo è un essere storico che trasforma la propria natura attraverso l’attività sociale.1.

 

Detto in un altro modo: fin dalla nascita esiste una struttura che possiamo chiamare coscienza-mondo nella quale la coscienza (intesa come il coordinatore dello psichismo umano) struttura il mondo ed è strutturata dal mondo stesso (intendendo per mondo l’insieme degli stimoli che giungono alla coscienza). E, se prendiamo in considerazione questa visione, le attività dedicate allo sviluppo umano prenderanno un’altra qualità ed un altro spessore.

Se accetto e pratico l’idea di un essere che, istante dopo istante, trasforma la propria natura devo mettere una speciale attenzione a questo cambiamento invece di chiudere l’essere nella trappola del carattere di cui parlavamo prima. Dovrò mettere particolare attenzione agli ambiti e alla forme, invece di mandarlo in scuole grigie, quadrate, senza stimoli.

Con questo passo, la definizione di che essere umano intendo educare, ho fissato un punto di vista, a partire dal quale cercherò di avanzare nell’analisi di alcuni fattori e nella ricerca di alcune risposte. Questo di fissare un punto di vista è un elemento importante dello studio e della conseguente pratica. L’animale razionale corrisponderà a un certo tipo di insegnamento, di risultati e di aspettative, la tabula rasa ad un altro e così via. Proviamo a guardare un bambino ed a spostare il punto di vista e vedremo di essere in presenza di bambini molto differenti, così come differenti saranno le nostre relazioni con loro.

E se stiamo guardando un essere che costruisce il mondo, quella meraviglia vivente dovrebbe ispirare le nostre migliori intenzioni.

 

Alcuni nuovi elementi

 

Da questa visone del’essere umano derivano elementi applicabili alla costruzione di una Nuova Pedagogia.

 

Un elemento è quello degli ambiti di apprendimento. La classica suddivisione tra scuola e famiglia deve essere superata. E se il sistema attuale propone la parcellizzazione delle agenzie educative credo che si debba invece pensare a una comunità educativa dove, nel rispetto delle differenze si converga in un ambito affettivo e pratico condiviso, dove ogni soggetto, bambino incluso, abbia lo stesso peso. Questa comunità deve assomigliare ad un popolo psichico che si fa carico della educazione dei piccoli così come della propria autoeducazione.

 

Corollario di questa comunità educativa è la necessità, per chiunque lavori in ambito educativo con qualsiasi ruolo, di lavorare in modo costante e rigoroso con un metodo di autoconoscimento con l’obiettivo di migliorare se stessi e risolvere il maggior numero di conflitti accumulati; per far questo tutte le tecniche di sviluppo personale elaborate dall’Umanesimo e dalla Nonviolenza sono della massima importanza.

 

Un’altra implicazione importante della definizione dell’essere umano è quella che esso è un progetto incompleto, un essere che impara senza limiti, anche al di là dei suoi limiti apparenti. Un’idea simile a quella dell’educazione permanente ma con più volo e maggiori prospettive.

 

Altri elementi di questa pedagogia sono il fatto di basarsi sempre sul positivo: su cosa ha fatto bene chi sta imparando, proprio per l’attenzione cruciale al clima emotivo che colora il trasfondo educativo: si impara in un ambiente piacevole dove la propria intenzione viene rafforzata e gratificata nello sforzo di raggiungere nuovi obiettivi.

 

Assolutamente correlato a questo è l’attenzione alle forme educative: il cerchio di condivisione, il lavoro di gruppo, l’idea dell’autocorrezione, il gioco, l’esperimento, il problema aperto, la personalizzazione dell’insegnamento e così via.

 

Siamo in condizione di elaborare un paradigma educativo. Uno schema pratico interessante lo danno Rebeca Bize e Mario Aguilar nel loro libro Pedagogia de la diversidad2 giocando con il tema dei contrasti:

 

QUELLO CHE C’E’ QUELLO CHE VOGLIAMO
Educatore ed educando passivi Educatore e studente attivi
Istruzione Costruzione di conoscenza
Visione ingenua della realtà Visione attiva e trasformatrice della realtà
Verità assoluta Visione pluralista della realtà
Ripetizione e “adattamento” sociale Costruzione sociale e “adattamento crescente”
Insegnare, memorizzare, imporre Abilitare (capacità, nuova visione)
Sottomissione, obbedienza Rispetto per la soggettività, personalizzazione
Abbagliamento” senza critica nè giudizio Attenta pratica sul proprio sguardo
Pensiero disgregato Pensiero coerente
Educazione della separazione, razionalismo puro Contatto emotivo con se stessi e con altri. Governo del proprio corpo
Competenza Solidarietà, collaborazione, contatto emotivo con altri, responsabilità sociale
Svalutazione di se stessi e degli altri. Bassa autostima Rispetto e valorizzazione di se stesso e degli altri
Uniformità Diversità
Conservazione Trasformazione

 

In questa direzione abbiamo tracciato gli elementi di una Pedagogia della intenzionalità la cui finalità è la creazione di ambiti di reciprocità e di autocostruzione dell’Essere Umano. E’ una pedagogia della nonviolenza, del riconoscimento della diversità personale, dell’integralità, della condivisione.

 

Vorrei concludere con una riflessione: nel mio lavoro di ricerca e di sperimentazione che porto avanti da anni mi sono imbattuto in una quantità di spunti interessanti forniti dalle correnti di pensiero più disparate; eppure, al di là delle tecniche, delle critiche, delle scoperte, più in là o più in qua di tutto il logos, il discorso che costruiamo sull’educare, a me, nella pratica di tutti i giorni, risuona la semplicissima ed essenziale regola d’oro che i saggi hanno enunciato da tantissimi anni: tratta gli altri come vorresti essere trattato.

E mi sono convinto, esplorandone le infinite implicazioni, che forse tutto sta in questo semplice principio e il resto è di contorno.

 

Contatti: olivier.turquet@gmail.com

1 Silo, Lettere ai miei amici in Opere Complete Vol.I, Multimage, Torino 2000; la nerettatura finale è mia

2 R. Bize – M. Aguilar, Pedagogia de la diversidad, Virtual, Santiago del Cile, 2004.

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novembre 8, 2012

Una società senza vendetta

VenanzioRaspa

Venanzio Raspa

“Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà”: Venanzio Raspa, Professore di Filosofia Teoretica presso l’Università di Urbino partecipa alla tavola rotonda “Una società senza vendetta”.

Professore le pare opportuno il titolo di questo Simposio e perché?

Trovo molto interessante che ci si ponga l’obbiettivo di sviluppare un nuovo umanesimo. È un compito arduo, perché è difficile avere molta stima per gli uomini, se si considera cosa sono capaci di fare ai loro simili, agli altri animali e alla natura nel suo complesso. Quanto all’idea di una società senza vendetta, bisogna capire dove si cela la vendetta e, inoltre, il ruolo che essa ha svolto e svolge nella costruzione della realtà sociale. Nella tradizione occidentale si trova una condanna pressoché unanime della vendetta quale reazione passionale privata, da parte di un individuo o un gruppo di individui, a un torto subito nei confronti di chi tale torto ha perpetrato, al fine di fargli del male. Tuttavia, spesso la vendetta è intesa, da chi la esercita, come giustizia. E ciò è sintomatico del fatto che, se si ha come obiettivo una società senza vendetta, bisogna scovare le tante vendette che si celano sotto la coltre della giustizia.

Il tema della riconciliazione è tornato “di moda”, nel corso del secolo scorso, grazie a tutto il movimento che ha portato a conoscenza del grande pubblico le filosofie orientali; però il tema ha una solida tradizione in occidente: cosa ha offuscato, a suo avviso, tale tradizione almeno a livello di massa?

Non saprei dire se il tema della riconciliazione sia stato offuscato nella tradizione occidentale, penso che sia stata sempre presente, insieme a vari tentativi opposti di autoaffermazione. A livello di massa se ne parla spesso con leggerezza; penso in particolare al perdono, che è una forma di riconciliazione. Se ci riferiamo al secolo scorso, credo che l’elemento maggiormente disgregante sia stato il nazionalismo nelle sue varie declinazioni; le conseguenze che esso ha avuto sono state terribili. E queste hanno interessato, e continuano a interessare, anche le regioni in cui sono nate le filosofie orientali.

Quali sono i filosofi occidentali che risultano ancora validi su questo tema?

Nella tradizione occidentale il motivo della riconciliazione ha una radice teologica. A partire dal XVIII secolo, con Kant e la filosofia classica tedesca, esso è presente in molti filosofi occidentali. La riconciliazione implica un conflitto, che c’è stato o che è in corso. Essa non può significare il superamento definitivo dei conflitti, perché questo vorrebbe dire non tener conto del nostro mondo storico e sociale, di come esso si è effettivamente sviluppato e costruito. Il conflitto non è semplicemente un aspetto patologico della vita sociale, ma può essere, e spesso è stato, l’elemento dinamico che le ha dato impulso. La riconciliazione va allora inquadrata in una sapiente gestione dei conflitti attraverso un riconoscimento reciproco che ci ponga al riparo dal cadere in quella degenerazione che è la guerra. Un autore che si è posto la questione della riconciliazione fin dagli inizi della sua riflessione è Hegel; penso che ancora oggi si possano leggere con profitto i suoi scritti giovanili e poi aprire quelli della maturità.
Esiste una distanza tra la filosofia come riflessione alta ed accademica e la vita sempre più pragmatica di tutti i giorni: è una distanza che si sta allargando o, al contrario, ci sono sintomi, secondo Lei, che questa distanza si possa colmare?

Penso che la distanza sia inevitabile, ma che siano in atto, ormai da tempo, processi di varia natura che fanno i conti con quello che potrebbe essere letto come uno splendido isolamento della filosofia. In ambito accademico il termine “filosofia” è sempre qualificato. Accanto alla classica filosofia teoretica o filosofia morale troviamo varie filosofie al genitivo come la filosofia della religione o del diritto, ma anche della matematica, della fisica, dell’economia, della medicina o dello sport; esse mostrano che i filosofi vanno verso le altre scienze e discipline, ma che attirano anche queste verso la filosofia. Sorge spontanea l’obiezione che un simile ampliamento di tematiche filosofiche e di interesse per esse resta comunque confinato in ambito accademico. Negli ultimi tempi assistiamo però a vari tentativi dei filosofi di uscire dall’Accademia e incontrare un pubblico più ampio, come testimoniano i festival di filosofia, i caffè filosofici, la pop filosofia, la consulenza filosofica. D’altra parte, se intendiamo la filosofia come una disciplina scientifica, essa non può porsi come obiettivo principale di essere popolare. Nella misura in cui la filosofia è conoscenza, si giustifica da sé, perché la conoscenza, come la virtù, è premio a se stessa. Tuttavia, la conoscenza non è necessariamente virtù, perché la cultura in genere ha da tempo smesso di essere etica, o virtuosa. Scrivere un buon libro, condurre delle buone ricerche o fare una buona scoperta, non implica in alcun modo che il soggetto di tali attività sia buono (in senso etico). Allora è forse più appropriato un paragone con il piacere: come il piacere, la conoscenza non ha bisogno di un’ulteriore giustificazione, ma, come il piacere, non basta. Occorre essere presenti nella storia, mettere a nudo i problemi e i pericoli che caratterizzano una determinata epoca, la nostra epoca. L’ultima delle Tesi su Feuerbach pone un compito ai filosofi, un compito che divide, innanzi tutto su cosa si intende per mondo – e poi su cosa bisogna fare per cambiarlo. È un compito al quale i filosofi possono cercare di adempiere non da soli, ma ascoltando chi filosofo non è.

Pubblicato su Pressenza il31 ottobre 2012 In: Cultura e Media, Europa, Interviste

novembre 8, 2012

Il Nuovo Umanesimo Planetario

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Christina Zum Felde

Christina Maria zum Felde,germanista, si dedica in special modo a approfondire le sue conoscenze di filosofia, sociologia e storia del Diritto; “Origine e sviluppo del nuovo umanesimo planetario” è il titolo della sua relazione al Simposio “Fondamenti della Nuova Civiltà”.

A cosa si riferisce quando parla di “umanesimo planetario” ?

Con la definizione di “umanesimo planetario” intendo la rieducazione dell’umanità globale alla sua essenza propriamente umana. Come dice Edgar Morin, il mondo è dominato dalla scienza economica, la quale, ormai tanto sofisticata da essere diventata regina e guida delle nostre politiche, non riesce a concepire e a comprendere tutto ciò che non è calcolabile, qualificabile: passioni, emozioni, gioia, infelicità, credenza e speranza, che sono poi la carne dell’esperienza umana. Così la nostra formazione scolastica, universitaria, professionale, ha fatto di noi degli uomini incapaci di farsi carico della condizione di cittadini dalla Terra, oggi divenuta necessaria. Da questa “incapacità” Morin fa scaturire l’urgenza vitale di “educare all’era planetaria” tramite quelle che egli considera “tre riforme interdipendenti” del nostro modo di conoscere, del nostro modo di pensare e dell’insegnamento. In questi termini l’umanesimo del terzo millennio persegue l’intento d‘importanza capitale di ri-umanizzare l’individuo nella sua autopercezione , nel suo relazionarsi agli altri e al mondo che, lungi dal voler costituire pretesto per mere disquisizioni teoretiche, vuole promuovere rinnovamenti culturali ed etici autentici.

La sua relazione verte sugli studi e le proposte di Johann Gottfried Herder, potrebbe spiegare al grande pubblico l’opera di questo autore?

Johann Gottfried Herder (1744-1804) è noto come filosofo, teologo e letterato tedesco. La sua opera viene associata con l’Illuminismo, lo Sturm und Drang, il Classicismo di Weimar. Il suo poliedrico pensiero filosofico, etico, estetico e antropologico tuttavia difficilmente si può ridurre ad un’unica e generica classificazione. Certo l’interesse primario di Herder fu sondare l’essenza e lo scopo dell’umano divenire. Nelle Lettere per il promuovimento dell’Umanità scrive: “Umanità é il carattere della nostra specie; ma esso ci é innato solamente come predisposizione, e propriamente richiede di venir educato. Eppure é necessario ch’esso sia, nel mondo, la meta delle nostre aspirazioni, la somma delle nostre azioni, il nostro valore: non conosciamo infatti nessuna angelicità insita nell’uomo, e se il demone che ci governa non é un demone umano, allora noi diventiamo tormentatori degli uomini. L’elemento divino che c’é nel nostro genere é dunque l’educazione all’umanità. […]
Umanità é il patrimonio e il risultato di tutti gli sforzi umani, é per così dire l’arte della nostra specie. L’educazione all’umanità é un’opera che deve essere continuata incessantemente; altrimenti tutti noi, che si appartenga ai ceti superiori o a quelli inferiori, ripiombiamo nella rozza animalità, nella brutalità.” L’attualità del pensiero herderiano risiede proprio in questa individuazione della funzione umanizzante dell’educazione. Un pensiero presente fin dagli scritti giovanili, volti ad incidere sulla mentalità della società coeva con l’intento di sottrarre l’essere umano alla dominante visione meccanicista e determinista, valorizzandone la libertà all’autorealizzazione, alla creatività, alle scelte. Nella concezione storicista, inaugurata da Herder, si attua in altre parole il passaggio dalla visione dell’uomo universale, dell’essere umano in senso generale, a quello storicamente dato, particolare e differenziato. Da questo momento in poi l’individuo sarà considerato dall’autore come un essere riconoscibile non più da ciò che è o rappresenta all’interno della società , ma unicamente in virtù delle azioni che compie. E se l’autore afferma con ciò la nascita dell’operosità propria dell’emergente classe borghese, esalta anche l’impeto produttivo tipico dell’uomo moderno. Tuttavia Herder si guarda bene dall’assolutizzare lo sforzo creativo dell’individuo, che su questa via giungerebbe a perdere l’essenza stessa della vita, preso dalla vana autoesaltazione, che vede solo se stessa, o dall’accanita accumulazione di ricchezze. Consapevole della duplice dimensione psico-fisica dell’individuo, l’autore ribadisce quanto sia fondamentale per il benessere di corpo e spirito alternare in maniera regolare la fatica e il riposo, concepiti come strettamente interdipendenti, funzionali l’uno all’altro. Il distacco dalle fatiche quotidiane non è però per lui mai abbandono ozioso, quanto godimento consapevole delle gioie autentiche della vita, fonte di rigenerazione mentale e fisica, ripristino di tutte le energie al fine di misurarsi in nuove imprese. Solo l’avvicendamento organico tra il desiderio del “fare” e l’esigenza del “godere” ha la facoltà di conferire senso e compiutezza all’esistenza dell’uomo. Interrompere questo ritmo vitale – modulato sul ritmo sistolico e diastolico della respirazione – è sacrilegio, un delitto che l’individuo commette contro se stesso perché “in questo contrarsi e dilatarsi, agire e riposare, risiede salute e felicità della vita”. Una massima che ci rende il pensiero herderiano più attuale che mai, fonte di riflessione preziosa per chi crede nella possibilità e nel dovere di umanizzare la nostra società planetaria.

A cosa si riferisce Herder nel parlare di “visualità tattile” ?

E’ una modalità percettiva che l’autore elabora in età giovanile tra il 1768 e il ’69 nella prima versione della sua Plastica (1778). Si tratta di una estetica della tridimensionalità che Herder contrappone alle riduzioni bidimensionali filtrate dalla vista, senso egemone della cultura illuminista. L’esigenza herderiana di contrastare tale “cultura dell’occhio” nasce dalla consapevolezza che il passaggio dal mondo antico a quello moderno, creando una cesura irreversibile tra l’oralità e la scrittura, ha prodotto una vera e propria sclerotizzazione della vista. Come scrive Walter Ong, con lo sviluppo della tecnicizzazione della parola a seguito dell’invenzione della stampa, tale senso si è scisso dalla sua componente propriamente sensoriale, divenendo sempre più “mentale”. E Herder è tra i primi a intuire le problematiche dell’uomo “detribalizzato per il quale i valori visivi sono prioritari nella organizzazione del pensiero e dell’azione”.1Archeologia del genere umano (1769) descrive le conseguenze di tale processo nell’esempio dello scienziato che, divenuto appunto tutto occhio, si mostra ormai incapace di leggere il grande libro della natura se non come una superficie di cui ogni elemento va sottoposto a scrupolosa analisi e scomposizione. L’astrazione visiva, prosegue, assumendo il punto di vista fisso ed unilaterale della pittura, ha così svuotato il mondo della sua reale profondità, proiettandolo sul piano bidimensionale del tableau, e ridotto l’individuo a mera personificazione di principi morali , a esangue figura allegorica priva di ogni individuazione psicologica. Per l’autore occorre contrastare tali fuorvianti e sfalsate percezioni visivo-pittoriche con il recupero di quella che anche Nietzsche definirà l’originaria “predisposizione plastica degli occhi”: essa viene fondata da Herder sul principio creativo della scultura, arte tattile per eccellenza, ed è caratterizzata dal punto di vista della molteplicità. Mentre il quadro con la sua prospettiva fissa induce alla contemplazione statica, la statua, fruibile da angolazioni diverse, spinge l’osservatore a muoversi lungo l’intero suo perimetro e a girarvi intorno: solo così egli potrà vederla e comprenderla nella sua interezza. Con ciò Herder fa saltare l’immagine piana del reale – che egli definisce “falsa e onirica” – ripristinandone la “verità corporea”. L’essenza tridimensionale della statua diviene così al contempo metafora della complessità emotiva dell’individuo – irriducibile ad un unico sentimento prefissato – e invito a percorrere il mondo dal di dentro, al fine di impossessarsene e di goderne. Per l’autore si trattava con ciò di liberare l’individuo settecentesco da costrizioni morali e sociali innaturali, attuate da uno stato assolutista e sostenute dall’etica neoclassica dello stoicismo. Ma la sua estetica della tridimensionalità va oltre la polemica epocale: egli era consapevole che l’umanità, inesorabilmente destinata a progredire nell’astrazione visiva, avrebbe continuato a ridurre sempre di nuovo la statua a mero concetto, teoria o pregiudizio, svuotandola ogni volta di quella complessa solidità corporea di cui è segno tangibile. In questo senso l’approccio della visualità tattile assume un ruolo determinante anche all’interno del nuovo umanesimo e rimane funzionale alla creazione di una società senza vendetta: la statua, in altre parole, diviene metafora di ogni popolo della nostra comunità planetaria, dell’ >>altro<< che è diverso da noi, e che possiamo comprendere e accettare davvero solo se diveniamo capaci di compiere quella circonferenza ideale attorno ad essa, alla quale esorta Johann Gottfried Herder!

1 M.McLuhan, La Galassia Gutenberg, nascita dell’uomo tipografico, a cura di S.Rizzo, Roma, 1988, p.53)

 

pubblicato su Pressenza il 28 ottobre 2012 In: Cultura e Media, Europa, Interviste