Una società senza vendetta

VenanzioRaspa

Venanzio Raspa

“Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà”: Venanzio Raspa, Professore di Filosofia Teoretica presso l’Università di Urbino partecipa alla tavola rotonda “Una società senza vendetta”.

Professore le pare opportuno il titolo di questo Simposio e perché?

Trovo molto interessante che ci si ponga l’obbiettivo di sviluppare un nuovo umanesimo. È un compito arduo, perché è difficile avere molta stima per gli uomini, se si considera cosa sono capaci di fare ai loro simili, agli altri animali e alla natura nel suo complesso. Quanto all’idea di una società senza vendetta, bisogna capire dove si cela la vendetta e, inoltre, il ruolo che essa ha svolto e svolge nella costruzione della realtà sociale. Nella tradizione occidentale si trova una condanna pressoché unanime della vendetta quale reazione passionale privata, da parte di un individuo o un gruppo di individui, a un torto subito nei confronti di chi tale torto ha perpetrato, al fine di fargli del male. Tuttavia, spesso la vendetta è intesa, da chi la esercita, come giustizia. E ciò è sintomatico del fatto che, se si ha come obiettivo una società senza vendetta, bisogna scovare le tante vendette che si celano sotto la coltre della giustizia.

Il tema della riconciliazione è tornato “di moda”, nel corso del secolo scorso, grazie a tutto il movimento che ha portato a conoscenza del grande pubblico le filosofie orientali; però il tema ha una solida tradizione in occidente: cosa ha offuscato, a suo avviso, tale tradizione almeno a livello di massa?

Non saprei dire se il tema della riconciliazione sia stato offuscato nella tradizione occidentale, penso che sia stata sempre presente, insieme a vari tentativi opposti di autoaffermazione. A livello di massa se ne parla spesso con leggerezza; penso in particolare al perdono, che è una forma di riconciliazione. Se ci riferiamo al secolo scorso, credo che l’elemento maggiormente disgregante sia stato il nazionalismo nelle sue varie declinazioni; le conseguenze che esso ha avuto sono state terribili. E queste hanno interessato, e continuano a interessare, anche le regioni in cui sono nate le filosofie orientali.

Quali sono i filosofi occidentali che risultano ancora validi su questo tema?

Nella tradizione occidentale il motivo della riconciliazione ha una radice teologica. A partire dal XVIII secolo, con Kant e la filosofia classica tedesca, esso è presente in molti filosofi occidentali. La riconciliazione implica un conflitto, che c’è stato o che è in corso. Essa non può significare il superamento definitivo dei conflitti, perché questo vorrebbe dire non tener conto del nostro mondo storico e sociale, di come esso si è effettivamente sviluppato e costruito. Il conflitto non è semplicemente un aspetto patologico della vita sociale, ma può essere, e spesso è stato, l’elemento dinamico che le ha dato impulso. La riconciliazione va allora inquadrata in una sapiente gestione dei conflitti attraverso un riconoscimento reciproco che ci ponga al riparo dal cadere in quella degenerazione che è la guerra. Un autore che si è posto la questione della riconciliazione fin dagli inizi della sua riflessione è Hegel; penso che ancora oggi si possano leggere con profitto i suoi scritti giovanili e poi aprire quelli della maturità.
Esiste una distanza tra la filosofia come riflessione alta ed accademica e la vita sempre più pragmatica di tutti i giorni: è una distanza che si sta allargando o, al contrario, ci sono sintomi, secondo Lei, che questa distanza si possa colmare?

Penso che la distanza sia inevitabile, ma che siano in atto, ormai da tempo, processi di varia natura che fanno i conti con quello che potrebbe essere letto come uno splendido isolamento della filosofia. In ambito accademico il termine “filosofia” è sempre qualificato. Accanto alla classica filosofia teoretica o filosofia morale troviamo varie filosofie al genitivo come la filosofia della religione o del diritto, ma anche della matematica, della fisica, dell’economia, della medicina o dello sport; esse mostrano che i filosofi vanno verso le altre scienze e discipline, ma che attirano anche queste verso la filosofia. Sorge spontanea l’obiezione che un simile ampliamento di tematiche filosofiche e di interesse per esse resta comunque confinato in ambito accademico. Negli ultimi tempi assistiamo però a vari tentativi dei filosofi di uscire dall’Accademia e incontrare un pubblico più ampio, come testimoniano i festival di filosofia, i caffè filosofici, la pop filosofia, la consulenza filosofica. D’altra parte, se intendiamo la filosofia come una disciplina scientifica, essa non può porsi come obiettivo principale di essere popolare. Nella misura in cui la filosofia è conoscenza, si giustifica da sé, perché la conoscenza, come la virtù, è premio a se stessa. Tuttavia, la conoscenza non è necessariamente virtù, perché la cultura in genere ha da tempo smesso di essere etica, o virtuosa. Scrivere un buon libro, condurre delle buone ricerche o fare una buona scoperta, non implica in alcun modo che il soggetto di tali attività sia buono (in senso etico). Allora è forse più appropriato un paragone con il piacere: come il piacere, la conoscenza non ha bisogno di un’ulteriore giustificazione, ma, come il piacere, non basta. Occorre essere presenti nella storia, mettere a nudo i problemi e i pericoli che caratterizzano una determinata epoca, la nostra epoca. L’ultima delle Tesi su Feuerbach pone un compito ai filosofi, un compito che divide, innanzi tutto su cosa si intende per mondo – e poi su cosa bisogna fare per cambiarlo. È un compito al quale i filosofi possono cercare di adempiere non da soli, ma ascoltando chi filosofo non è.

Pubblicato su Pressenza il31 ottobre 2012 In: Cultura e Media, Europa, Interviste

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