Archive for gennaio, 2013

gennaio 19, 2013

Siria, un universo parallelo. Intervista ad Anastasia Popova

Pubblicato su: Pressenza Data: 11 gennaio 2013 popova

Pressenza ha rilanciato di recente un articolo scritto da Silvia Cattori, che riprendeva un documentario di Anastasia Popova trasmesso dal canale Russia 24. La pubblicazione ha suscitato elogi e critiche per il punto di vista sugli eventi in Siria molto diverso da quello che sta circolando nei mass-media europei.

Per questa ragione abbiamo deciso di approfondire la questione parlando direttamente con l’autrice del documentario, una giovane giornalista che ha seguito la primavera araba in vari paesi e ha passato vari mesi in Siria, in contatto con molte persone coinvolte nel conflitto.

Anastasia, prima di tutto grazie per la tua disponibilità. Quanto tempo in tutto hai passato in Siria con la tua troupe?

Sette mesi in tutto, dall’agosto 2011, quando la guerra non era ancora scoppiata, fino ad ora, quando ormai la guerra è in pieno svolgimento. Quindi si può dire che gli eventi si sono svolti sotto i nostri occhi. In media siamo stati sul campo per circa un mese alla volta, da Deraa a Idleb e Aleppo e da Latakia sul confine turco ad al-Qamishli e giù fino a Deir Ez Zour.

Qual è la tua impressione generale sullo stato del conflitto?

Da quando siamo arrivati nell’agosto 2011, fino a dicembre, quello che ci ha colpito di più è stata la differenza tra ciò che si diceva sulla Siria dall’esterno e quello che succedeva davvero nel paese. A volte si arrivava all’assurdo: ci telefonavano dal canale parlandoci della tale piazza dove i dimostranti contro il governo venivano massacrati con i carri armati e l’artiglieria, noi andavamo là e non trovavamo niente – giusto qualche pedone e un vigile che dirigeva il traffico.

Nonostante tutti i nostri tentativi non siamo riusciti a trovare le enormi manifestazioni contro il governo tanto citate dai mass-media occidentali. Abbiamo parlato con l’opposizione e anche loro ci hanno detto che era molto difficile organizzare una protesta. L’unico modo era attraverso le moschee e anche in quel caso quando riuscivano a radunare 50 persone per un quarto d’ora e a filmarle, lo consideravano una vittoria. La grande maggioranza della popolazione non era interessata.

Poi sono cominciate le provocazioni, delle persone sono state uccise perché appartenevano alla religione sbagliata e sono iniziati gli attacchi armati agli edifici e ai dipendenti governativi, alle stazioni di polizia e ai tribunali.

Ciononostante il governo ha riposto in modo pacifico, cambiando alcune leggi e creando una commissione per un dialogo nazionale a cui partecipavano quasi tutti i gruppi di opposizione. In base al lavoro di questa commissione è stata adottata una nuova Costituzione tramite un referendum nazionale. Poi si sono tenute le elezioni e gran parte dell’opposizione politica all’interno della Siria ha ottenuto dei seggi in Parlamento. Così tutta la questione delle proteste di massa è diventata alquanto discutibile.

Per gli interessi coinvolti però questa non era la fine della storia. Hanno messo insieme una cosiddetta “opposizione dall’estero”, composta soprattutto da gente che viveva in Europa da oltre 40 anni. Vista la mancanza di appoggio all’interno del paese, questa opposizione non aveva alcuna possibilità di prendere il potere attraverso le elezioni e così ha scelto l’unica opzione possibile: rovesciare il governo con le armi.

Hanno cominciato fomentando la discordia tra le confessioni religiose e allo stesso tempo inviando nel paese combattenti stranieri. La prova si può trovare nell’ultimo rapporto dell’ONU, che parla di combattenti armati di 29 paesi impegnati contro l’esercito siriano.

Usano armi straniere che non si possono trovare in Siria, cosa che è stata filmata e di cui l’esercito siriano  non è dotato, compresi carabine di precisione M16, mitragliatrici europee, missili anticarro e antiaerei ed avanzati dispositivi di comunicazione satellitare apertamente forniti da certi stati occidentali.

Queste armi vengono inviate in Turchia (prove in questo senso sono state fornite da un uomo d’affari egiziano) e poi passate ai ribelli da funzionari turchi alla frontiera.  Una giornalista libanese ha assistito a uno di questi scambi e ha tentato di riprenderlo, ma è stata arrestata in Turchia per tre giorni e la sua telecamera è stata distrutta.

Tra l’altro il confine tra Siria e Turchia è controllato dall’esercito turco in base a un accordo tra i due paesi firmato nel 1998, mentre non ci sono pattuglie siriane. Sono stata là e l’ho visto con i miei occhi.

Inoltre gli stati occidentali finanziano apertamente l’opposizione, composta quasi tutta di stranieri. Per questo è difficile definire una guerra civile ciò che sta succedendo in Siria, anche se ora sono riusciti a dividere la gente. Ci sono casi in cui metà di una famiglia è dalla parte del governo e l’altra metà contro.

Pensi che si possa arrivare a una soluzione pacifica?

Penso che sia l’unico modo di uscire da questa crisi. La maggior parte delle guerre tra paesi a un certo punto si è conclusa firmando un trattato di pace. La situazione sul campo è la seguente: le principali città sono ancora controllate dal governo. Dopo più di un anno di accesi combattimenti i gruppi armati non sono riusciti a creare delle roccaforti o a conquistare la maggior parte del territorio. Continuano a dividersi perché alcuni perdono il sostegno finanziario, altri finiscono per dedicarsi ai saccheggi, altri cominciano a scontrarsi con i combattenti stranieri e altri ancora si uniscono ad al-Quaida, che è presente in Siria ed è ufficialmente definito un gruppo terrorista. Quindi con chi dovrebbero negoziare? Neanche gli ispettori dell’ONU sono riusciti a trovare un leader di questi gruppi armati e un altro tentativo di arrivare a un cessate il fuoco è fallito. Eppure in un suo recente discorso il presidente ha sottolineato la sua disponibilità a negoziare; questa volta però ha fatto un esplicito riferimento ai finanziatori stranieri dei ribelli. Purtroppo loro non sembrano interessati a una soluzione pacifica e hanno già respinto l’offerta.

Perché hai realizzato questo documentario? Te l’hanno chiesto i tuoi capi, o è stata una tua iniziativa?

La decisione di mandarmi in Siria è stata presa dai miei capi, ma naturalmente nel corso del mio lavoro là mi sono fatta degli amici, molti dei quali in seguito sono stati uccisi. Sono andata in Siria per riferire dei fatti, ma con il tempo mi sono resa conto che le persone non sono fatti – sono persone e io ho sentito le loro sofferenze nel mio cuore.

Questo documentario è stato una mia iniziativa personale, una risposta emotiva agli eventi che descrivevo. L’ho realizzato in onore dei miei amici caduti e della popolazione siriana, che non si interessa di politica e vuole solo vivere in pace.

Per fortuna il mio lavoro mi permette di  comunicare questo punto di vista a molta gente e io ho approfittato di questa opportunità, anche se convincere i miei capi ad approvare questo documentario non è stato facile.

Abbiamo ricevuto delle critiche secondo cui Russia 24 è un canale che riflette la posizione del governo russo: cosa rispondi?

E’ facile attaccare il messaggero quando il messaggio non ti piace. Quando la gente vede dei servizi realizzati da una comoda stanza d’albergo in Libano, che citano “fonti non verificate” di attivisti riguardo a supposte atrocità commesse dal governo, comincia a gridare: “Sì, sì, sì! Uccidete il malvagio dittatore!”, ma quando qualcuno passa un sacco di tempo in Siria nel tentativo di capire cosa sta succedendo, poi torna a casa e dice: “Ehi, ragazzi, le cose NON stanno così”, la gente la bolla come propaganda governativa. Cosa posso rispondere? Un biglietto per la Siria non è molto costoso e le frontiere sono aperte. Oltre 300 mass-media stranieri hanno lavorato là e mandato i loro servizi via Internet, liberamente e senza censure da parte del governo. La tecnologia 3G è disponibile in tutto il paese. Se non vi fidate di me, “una giovane giornalista di un canale di proprietà dello stato russo”, andate a vedere con i vostri occhi, ma poi non lamentatevi se vi ritrovate in un universo parallelo.

Ecco un buon esempio tratto dall’Indipendent: “Sono stato a Damasco per 10 giorni e ogni giorno mi sono stupito del fatto che la situazione nelle zone visitate è del tutto diversa dal quadro offerto al mondo dai leader e dai mass-media stranieri.”

Link all’articolo originale: (http://www.independent.co.uk/voices/comment/syria-the-descent-into-holy-war-8420309.html)

Un articolo del Guardian riporta la dichiarazione di un membro delle forze ribelli: “Non abbiamo fatto veri progressi sui vari fronti e questo ha influenzato i nostri sponsor, che ora non ci mandano più munizioni… Anche la gente non ne può più di noi. Eravamo liberatori, ma ora ci denunciano e manifestano contro di noi.”

Link all’articolo originale: (http://m.guardian.co.uk/world/2012/dec/27/syrian-rebels-scramble-spoils-war)

Cosa pensi dell’atteggiamento del governo russo rispetto alla situazione in Siria?

Penso che sia consapevole della situazione sul campo e che continui a insistere per la pace – un cessate il fuoco immediato e un dialogo che coinvolga tutte le parti. Che altro gli si potrebbe chiedere?

Stai partendo per una meritata vacanza. Tornerai in Siria? Che speranze nutri al riguardo?

Andare là non è stata una mia decisione: mi hanno mandata in Siria come inviata speciale e io ho fatto il mio mestiere. Tocca ai miei capi decidere la mia prossima destinazione e se sarà la Siria penso che ci tornerò.

Traduzione dall’inglese di Anna Polo

gennaio 13, 2013

L’interesse della collettività. Ornella, volontaria della politica

Pubblicato su Pressenza il 4 gennaio 2013ornella-de-zordo-perunaltracittà

Per Un Altra Citta | Pressenza

Ornella De Zordo è alla sua seconda esperienza come consigliere comunale dell’altra città, non solo come nome di un’aggregazione politica ma nel senso più letterale del termine: tramite Ornella arrivano in Consiglio Comunale le istanze di un’altra Firenze, radicata nei quartieri, perennemente attiva nei beni comuni, nel far emergere quella Firenze che non è bottegai e turismo di vetrina ma persone in carne ed ossa, con problemi e speranze.

Ornella, ho fatto una buona descrizione della tua politica?

Sì, mi riconosco nel tuo ritratto, aggiungerei che, oltre a lavorare dentro il palazzo portando le istanze che non avrebbero ascolto in altro modo, il gruppo perUnaltracittà collabora sul territorio con le realtà in lotta per la difesa dei diritti della persona e dell’ambiente. Siamo direttamente coinvolti con il movimento NoTav fiorentino che si batte per un’alternativa di superficie al dannoso e costosissimo tunnel sotto Firenze, con il Movimento di lotta per la casa e la sua difesa dei più deboli, e sosteniamo molte vertenze nel mondo del lavoro: da quella dell’Ataf, al Maggio musicale, ai dipendenti comunali e della sanità e molte altre. Partecipiamo attivamente al Movimento per l’acqua pubblica e a quello contro l’incenerimento dei rifiuti e abbiamo un occhio particolare per presenti e futuri scempi urbanistici tentando di arginarli…
“Di faccia alla gente e con le spalle al palazzo” diceva Laura Rodriguez, deputata umanista: ti riconosci in questa visione della politica?
E’ un’imagine molto bella, che rende bene la posizione di chi fa politica non per interesse personale ma nell’interesse della collettività. Noi siamo tutti volontari della politica e cerchiamo di dare un contributo, poco o tanto che sia, per migliorare la situazione complessiva in cui ci troviamo. Il palazzo in questo senso non è solo la sede comunale fiorentina ma il palazzo del potere, a cui abbiamo deciso di dare le spalle perché crediamo in un modo alternativo di fare politica.
E come sta andando questa politica, quali sono i risultati?

E’ difficile misurarli sul piano concreto, anche se qualche battaglia l’abbiamo vinta; più che altro mi sembra di poter dire che la nostra azione serve a diffondere informazioni che tendono a restare tra pochi addetti ai lavori e che invece la comunità intera deve conoscere, a sostenere lotte diffuse sul territorio che necessitano di sostegno e a diffondere il seme di una cultura politica che si richiama alla partecipazione attiva delle persone e a valori antiliberisti. Questi due aspetti, di metodo e di merito, devono andare insieme perché le cose possano davvero cambiare in meglio.

Recentemente, insieme a Democrazia Km Zero avete pubblicato un libro, fatto quantomeno insolito per una formazione politica, ce ne parli?

L’ultima- ma non la prima-  pubblicazione di perUnaltracittà, in collaborazione con Democrazia KmZero, si chiama Europa tossica. Crisi del capitalismo, crisi del debito, crisi della politica. Nasce da un ciclo di incontri dallo stesso nome che abbiamo organizzato nel 2012 invitando economisti,intellettuali, giornalisti attivisti, persone indipendenti a cui abbiamo chiesto se è mai possibile che la terapia per una crisi nata dalle basi stesse del sistema liberista possa nascere dall’interno di quel sistema stesso. Insomma se la malattia può anche essere la cura. Un nostro giovane attivista, Gianni del Panta, ha ripreso e sintetizzato le tante risposte emerse nel corso di questi incontri, frequentati da molte persone che hanno avuto voglia di confontare opinioni, acquisire strumenti, sciogliere dubbi. E così è nato il libro, del tutto autofinanziato con un paio di ottime cene di perUnaltracittà e dalla vendita delle copie.
Grande è la confusione sotto al cielo: come vedi le tendenze della politica nazionale?
Come lista di cittadinanza cittadina la nostra azione, fuori e dentro il palazzo, è puntuale e concreta, finalizzata a sostenere vertenze già esistenti e a stimolare quelle emergenti nel nostro territorio sul fronte dei diritti, dei servizi, dell’uso e abuso del territorio. Ma l’orizzonte entro cui ci muoviamo nell’articolare le nostre proposte alternative alle scelte di un governo locale è ben più ampio e si riferisce al vasto e vitale fronte che oggi non solo in Italia si contrappone alle politiche liberiste.
E’ un fronte sociale esteso ma non organizzato, ricco di analisi politica ma a cui manca un riferimento di rappresentanza politica. Per questo abbiamo guardato con attenzione alla nascita del cosiddetto “quarto polo” che nelle ultime settimane ha indicato Ingroia come candidato alle politiche. E dispiace constatare come questo processo stia producendo un risultato – la “lista Ingroia”- che non sembra confermare i presupposti di partenza: essere nettamente antiliberista e praticare una nuova modalità di fare politica.
Non troviamo infatti nell’agenda di Ingroia – che non a caso ha fatto incaute quanto inutili aperture al Pd – né una netta critica strutturale ai vincoli europei di matrice liberista, con conseguente lotta alla disoccupazione e allo sfuttamento del lavoro e dell’ambiente, né quel rinnovamento autentico delle pratiche politiche che, solo, può riavvicinare i tanti delusi a una partecipazione attiva al voto. Non basta che ci siano persone oneste e non basta la lotta alla corruzione (punti comunque imprescindibili): ci vuole un’alternativa all’economia di mercato che ci ha condotto alla crisi in cui siamo, ci vuole un’altra idea di Europa e il rifiuto di norme che ci hanno imposto il fiscal compact e il pareggio costituzionale di bilancio.
Infine, non ci piacciono partiti personali né liste in cui si ricicla un ceto politico responsabile di molti danni alla sinistra italiana. Peccato. Ma le cose vanno viste per quello che sono, e la lucida consapevolezza, anche se spiacevole, è sempre meglio di illusioni a cui aggrapparsi per non accettare una realtà che non vorremmo. Solo da lì pensiamo che possa partire un’azione efficace alternativa al liberismo, al governo Monti e a chi lo ha sorretto. Noi, insieme a tante altre realtà di movimento, ci siamo.
Ornella De Zordo è anche uno stile umano molto particolare: battagliero, femminile, intelligente, disponibile: pensi di poter essere un buon modello per una nuova politica?

Come persona non mi vedo affatto come un ‘modello’…credo che ciascuna persona debba rispondere nel comportamento esterno a quel che ha dentro e che ciascuno debba perciò seguire la propria individualità. Se però parliamo di un modo di  intendere e praticare la politica, allora mi viene da dire che quello che io incarno è niente altro che la modalità che il gruppo di attiviste e attivisti di perUnaltracittà persegue. Sono loro che mi hanno scelto, e io tento di essere all’altezza delle loro aspettative. Spero di riuscirci!

gennaio 2, 2013

Come va il mercato delle armi negli sbandierati tempi di crisi?

Pubblicato su Pressenza il 2 gennaio 2013

antonio-mazzeo

Olivier Turquet | Pressenza

Pare non tanto male. Ne parliamo con Antonio Mazzeo, giornalista da anni impegnato nella denuncia dei traffici di armi, del militarismo e dell’affarismo conseguente. Militante nella campagna No MUOS, Mazzeo è autore di numerose pubblicazioni sui saccheggi ambientali, i conflitti internazionali e i crimini delle mafie transnazionali.

Come va il commercio d’armi a livello globale?

Le importazioni e le esportazioni dei sistemi di morte non sembrano assolutamente risentire della crisi globale e strutturale che ha investito il pianeta. Anzi, il capitale finanziario internazionale ha la folle convinzione che i conflitti e le successive ricostruzioni dei paesi bombardati possano essere il motore per uscire dalla stagnazione e rilanciare la domanda, l’economia, lo sviluppo. Peccato che la crisi, le bolle speculative finanziarie e l’insostenibile espansione del debito pubblico siano stati originati in buona parte dal modello di guerra globale e permanente lanciato con la prima avventura internazionale nel Golfo contro Saddam Hussein nei primi anni ’90 e poi affermatosi con la cosiddetta “guerra al terrorismo” ovunque e comunque, dopo l’11 settembre 2001. Le armi, cioè, hanno cogenerato le crisi che adesso si vogliono “superare” con le armi. Scenari che rischiano di portare l’umanità all’olocausto, alla distruzione dell’ambiente, alla fame dei popoli.

Come può essere quantificato il giro di affari dell’odierno mercato della armi?

Fermo restando che il business dei sistemi di morte si caratterizza per la scarsissima trasparenza delle informazioni ufficiali e l’ampia area grigia dove si muovono troppo spesso illegalmente produttori, intermediari, faccendieri, militari, servizi segreti e organizzazioni criminali transnazionali, siamo in possesso di dati abbastanza attendibili. Secondo l’ultimo annuario sulla spesa militare mondiale pubblicato dal Sipri, l’autorevole centro di ricerca per la pace di Stoccolma, nel 2011 sono stati spesi a livello mondiale 1.740 miliardi di dollari in sistemi d’arma. Per l’istituto svedese si tratta della cifra più alta mai spesa dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino. Tanto per rendersi ancora più conto della scandalosa portata del giro di affari dei mercanti di morte, per le guerre si spendono ogni minuto 3,3 milioni di dollari, ossia 198 milioni l’ora o 4,7 miliardi al giorno. Ogni abitante del pianeta viene privato in questo modo di circa 250 dollari all’anno, denaro che invece potrebbe essere utilizzato per la produzione di alimenti o per l’istruzione e la salute. Così le armi uccidono anche senza dover sparare.

Quali sono i Paesi più coinvolti?

Nel 2011 gli Stati Uniti d’America sono stati il maggiore acquirente di sistemi d’armi al mondo, con una spesa stimata in 711 miliardi di dollari. Al secondo posto si è ormai affermata la Cina, potenza mondiale emergente, con una spesa di circa 143 miliardi di dollari ma con un ritmo di crescita negli anni direi impetuoso, il 170% in termini reali nel solo periodo compreso tra il 2002 e il 2011. Molto più indietro, al terzo posto, la Russia con 72 miliardi di dollari.

Sempre gli Stati Uniti controllano il 40% del mercato mondiale delle esportazioni. Lo scorso anno i colossi del complesso militare industriale USA hanno esportato armi per il valore di 46,1 miliardi di dollari, un dato quattro volte superiore all’ammontare delle esportazioni nei primi anni del 2000. Un’ulteriore conferma che dietro la cosiddetta “guerra al terrorismo” e la ridicola propaganda sulla “difesa dei diritti umani” e l’intervento “umanitario” ci sono innanzitutto gli affari dei costruttori e dei mercanti di morte. La classifica degli esportatori vede una leggera differenza con quella riservata agli acquirenti: è la Russia stavolta a ricoprire il secondo posto, seguita dalla Cina. Considerando congiuntamente i paesi membri dell’Unione europea, si scopre però un dato poco noto. Il giro d’affari delle esportazioni dei paesi Ue è sempre più vicino a quello degli Stati Uniti, quasi 32 miliardi di euro all’anno con punte record di 41 miliardi come accaduto nel 2009. Come denunciato dalla rivista Missione Oggi in una ricerca curata da Giorgio Beretta della Rete Italiana per il Disarmo, la parte più consistente dei trasferimenti (oltre il 45%) è diretta a paesi dell’emisfero Sud. Nel quinquennio 2006-10, tra i principali destinatari di armamenti europei spiccano in particolare i regimi autoritari della penisola arabica (l’Arabia Saudita ha acquistato armi europee per 12 miliardi di euro; gli Emirati Arabi per 9 miliardi, l’Oman per 4,3 e il Kuwait per 1,6); alcuni paesi mediorientali al centro di sanguinosi conflitti interni (Pakistan per 4 miliardi, Turchia per 3,5); diverse nazioni del continente africano (Marocco per 2,5 miliardi, Algeria per 1,8 miliardi, Egitto e Sudafrica ognuno per 1,1 miliardi, Libia per 1 miliardo).

Nella speciale classifica mondiale dei “consumatori” di sistemi di guerra stanno assumendo un ruolo leader quei paesi che negli ultimi anni hanno registrato elevati tassi di crescita economica e del prodotto interno lordo: oltre alla Cina, impressiona in particolare l’India che secondo il Sipri è già oggi il principale cliente mondiale dei mercanti di morte. Ma ci sono pure Corea del Sud, Pakistan e Singapore, mentre cresce progressivamente il ruolo dei paesi dell’Africa sub-sahariana, alcuni dei quali con livelli di povertà e sottosviluppo inimmaginabili. Essi sono arrivati a spendere annualmente 18 miliardi di dollari in sistemi bellici.

E l’Italia che ruolo ricopre in questo mercato?

Dicevamo del ruolo sempre più importante nell’export mondiale di armi dell’Unione europea. L’Italia è già adesso al terzo posto tra i paesi membri UE come giro di affari, poco dietro Francia e Germania ma davanti alla Gran Bretagna. Negli ultimi cinque anni abbiamo venduto sistemi d’arma per 23,2 miliardi di euro e in buona parte il business è appannaggio delle due holding controllate in parte dal capitale statale, Finmeccanica (all’8° posto al mondo tra le società produttrici ed esportatrici di armi) e Fincantieri.

Secondo il lacunoso ed omissivo rapporto sull’esportazione di armi presentato in parlamento dal governo, nel 2011 sono state rilasciate 2.497 autorizzazioni all’export per un valore complessivo poco superiore ai 3 miliardi di euro, a fronte dei 2 miliardi e 906 milioni del 2010, con un incremento in anno del 5,28%. E questo in periodo di crisi e si sono verificati drammatici tagli occupazionali tra i dipendenti delle fabbriche di armi italiane. Determinante nell’espansione dei fatturati, l’attività di promozione del made in Italy da parte dei ministri-piazzisti d’armi dei governi Berlusconi e Monti. Essi sono stati efficientissimi nel girare in lungo e in largo il pianeta per favorire l’export di armi e stringere alleanze con i regimi più corrotti e/o responsabili di inaudite violazione dei diritti umani. Non è causale, infatti, come nel 2011 si sia riscontrato un aumento assai significativo del numero delle autorizzazioni, rispetto l’anno precedente, per i cosiddetti “programmi intergovernativi di cooperazione” e c’è da scommettere che i dati del 2012 saranno ancora maggiori, dato l’attivismo record del ministro della difesa, ammiraglio Di Paola, instancabile nelle missioni e nelle visite all’estero e nella partecipazione alle principali fiere internazionali delle industrie d’armi.

Si registra inoltre un’escalation delle esportazioni di armi italiane verso le zone di maggior tensione del mondo, dal Nord Africa al Medio Oriente fino al sub-est asiatico. Nel 2011 oltre il 64% delle armi, per un valore di poco meno di 2 miliardi di euro, è finito a paesi extra-NATO. L’elenco dei maggiori clienti vede nell’ordine l’Algeria (477,5 milioni di euro in sistemi militari di produzione italiana), Singapore (395,28), India (259,41), Turchia (170,8). Anche il poverissimo e martoriato continente africano si sta progressivamente trasformando in un Eldorado dei mercanti d’armi italiani. Nell’ultimo quinquennio abbiamo venduto fucili e armi leggere a Camerun e Somalia e mezzi pesanti, caccia ed elicotteri a Libia, Marocco e Nigeria. Va detto però che la legge italiana che dovrebbe regolamentare l’esportazione di armamenti non impone di documentare anche i trasferimenti di armi leggere, “comuni” o “ad uso civile”, di cui l’Italia è uno dei maggiori produttori al mondo. Così ai valori sopracitati bisogna aggiungere i fatturati dell’export delle industrie produttrici di fucili, pistole e munizioni, stimati dall’Archivio Disarmo in non meno di un miliardo di euro nel solo biennio 2009-2010.

Anche in questo caso i maggiori clienti sono extra-europei ed extra-NATO. Spiccano in particolare gli stati asiatici, i quali hanno importato nell’ultimo biennio armi “leggere” per 142 milioni di euro, e persino diversi paesi sottoposti a embargo internazionale (Cina, Libano, Repubblica Democratica del Congo, Iran, Armenia e Azerbaijan), belligeranti o all’indice per gravi violazioni dei diritti umani (Federazione Russa, Thailandia, Filippine, Pakistan, India, Afghanistan, Colombia, Israele, Kenya). Poco tempo prima che scoppiasse il conflitto in Libia, il regime di Muammar Gheddafi ha acquistato in Italia armi per 8,4 milioni di euro, in buona parte pistole e carabine “Beretta” e fucili “Benelli”, mentre lo Yemen, altro paese dilaniato dalla guerra civile, ha importato armi italiane per 487.119 euro. Secondo quanto denunciato dall’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia (OPAL), nel 2011, l’anno delle rivolte della cosiddetta Primavera araba, solo dalla provincia di Brescia sono state esportate in Nord Africa armi e munizioni per un valore complessivo di 6,8 milioni di euro, mentre ai paesi del Medio Oriente sono finite armi per 11 milioni di euro. OPAL ha pure evidenziato che nello stesso anno sono state esportate armi “bresciane” per più di un milione di euro alla Bielorussia, appena prima che l’Unione Europea la ponesse sotto embargo per le innumerevoli violazioni e le repressioni messe in atto dal regime del presidente Lukashenko. In troppe parti del pianeta si spara sulle folle utilizzando armi e proiettili italiani, ma questo non sembra proprio indignare i politici, i sindacati, i media, gli intellettuali.

Cosa “va” di più in questo momento?

Di tutto. Le guerre e le repressioni popolari, sempre più numerose, hanno bisogno di armi “leggere”, gas lacrimogeni, carri armati, cingolati, elicotteri d’assalto, cacciabombardieri, armi chimiche, batteriologiche a nucleari (per queste ultime è stato lanciato un costosissimo programma di ammodernamento e miniaturizzazione per renderle più flessibili e utilizzabili in scenari geograficamente “limitati”). Per i loro costi stratosferici sono però soprattutto i sistemi di guerra aerea e spaziale quelli che stanno divorando immense risorse finanziarie e umane. Inoltre, per rispondere alle nuove strategie d’intervento militare e d’intelligence, gli aerei senza pilota, i famigerati droni, sono oggi un pozzo di san Patrizio per armieri e faccendieri. Si spiega così come mai nella speciale classifica delle industrie produttrici, per fatturato, compaiono ai primi posti i colossi statunitensi ed europei attivi nel settore aerospaziale, missilistico e nucleare. Nel 2010 l’ammontare delle commesse di Lockheed Martin (il principale esportare di armi al mondo, impegnato tra l’altro nella realizzazione del cacciabombardiere F-35 e del sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS) ha toccato i 26,6 miliardi di euro. Al secondo posto c’è BAE Systems (24,8 miliardi) e poi, a seguire, Boeing (23,4), Northrop Grumman (21,3) e General Dynamics (18,1). All’ottavo posto, come dicevamo, c’è l’italiana Finmeccanica con esportazioni per 10,9 miliardi di euro.

Quali sono le relazioni tra banche, speculazione finanziaria e commercio d’armi?

Senza il sistema finanziario e bancario internazionale non sarebbe possibile l’esistenza del complesso militare industriale né sarebbe possibile assicurarne le produzioni, le transazioni e le esportazioni. Le banche investono direttamente nelle industrie belliche, rilevano sempre più imponenti pacchetti azionari, offrono le necessarie anticipazioni e le coperture all’export. I fondi sovrani, gli innumerevoli fondi d’investimento, perfino i cosiddetti “fondi pensione” gestiti dagli istituti statali di previdenza e dalle maggiori centrali sindacali sono andati all’assalto delle azioni delle principali holding del settore. Un flusso di denaro sottratto all’economia reale, alla produzione di beni e al welfare che alimenta immense bolle speculative e accelera e deteriora i processi di crisi sistemica. Un paradigma della complessità e della perversità della globalizzazione dei mercati e della finanza, dove tra i grandi azionisti dei produttori di arma ci sono i regimi che potrebbero domani essere bombardati e abbattuti con le armi prodotte dalle aziende “controllate”. Dove non esistono né limiti, né frontiere, e dove vengono pesantemente condizionate le scelte di politica economia ed estera dei singoli stati, subordinandole ai profitti dei manager e dei titolari delle fabbriche di morte. Mi convinco sempre più che per comprendere a fondo le ragioni della totale sudditanza di tutti i nostri recenti governi (Prodi, Berlusconi, Monti, ecc.) alle avventure e ai progetti militari di Washington si debba guardare al peso specifico assunto da Finmeccanica & C. nel sistema Italia. Sempre al seguito delle forze armate statunitensi nelle guerre nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan, abbiamo accettato di trasformare Vicenza, patrimonio Unesco, nella più grande base-alloggio dell’esercito Usa in Europa. Abbiamo trasformato lo scalo siciliano di Sigonella nella capitale mondiale dei droni  e stuprato un’intera riserva naturale, a Niscemi (Caltanissetta), per installare uno dei quattro terminai terrestri del pericolosissimo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS della US Navy. E c’indebitiamo pesantemente e indebitiamo il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti acquistando un centinaio di bombardieri a capacità nucleare F-35 che altri paesi partner NATO ritengono inutili e obsoleti oltre che supercostosi. E tutto questo per assicurare privilegi e vantaggi alle aziende di Finmeccanica, a cui finalmente il Pentagono apre le porte assicurando lucrose commesse e licenze di fabbricazione. A riprova dell’intreccio ormai inestricabile tra banche, finanza e mercanti di morte, il fatto che i fondi d’investimento e i risparmi italiani vengono utilizzati per acquistare i pacchetti azionari delle holding armiere d’oltreoceano, come ben documentato dalla ricerca di IRES Toscana su Finanza e Armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale (Firenze, 2010).

Apparati militari, guerre, commercio d’armi: relazione perversa?

Sì una relazione perversa, immorale, criminale e criminogena, come del resto è provato dalle numerose inchieste aperte dai magistrati italiani sul sistema di corruzione pubblica generatosi attorno a Finmeccanica e aziende controllate. Una holding che sembra sempre più un bancomat da cui prelevare le tangenti per alimentare la voracità di partiti e politici o la generosa dispensatrice di lauti stipendi e prebende ai familiari, alle amanti e ai clienti dei soliti noti.

Si è creato un sistema dove ormai sono saltati tutti i meccanismi per differenziare il pubblico e il privato e controllori e controllati, esautorando ogni qualsivoglia controllo dal basso che invece in una democrazia reale sarebbe doveroso poiché sono in gioco i beni comuni e immense risorse pubbliche e pure perché tra gli attori ci sono le borghesie mafiose transnazionali che riciclano denaro, moltiplicano profitti ed entrano prepotentemente nel controllo delle relazioni politiche, militari ed economiche planetarie. Uno degli esempi più emblematici del livello di degrado raggiunto nel complesso finanziario-industriale-militare è rappresentato dall’inarrestabile trasmigrazione verso i consigli di amministrazione delle fabbriche d’armi di (ex) generali, ammiragli e capi militari. Un recente rapporto delle ONG statunitensi Citizens for Responsibility and Ethics e Brave New Foundation ha rilevato che dal 2009 al 2011 il 70% dei generali Usa a tre e quattro stelle andati in pensione, ha trovato lavoro nelle holding armiere come funzionari o consulenti (si tratta di 76 alti ufficiali su 108). Nei Cda dei cinque maggiori contractor delle forze armate Usa (ancora una volta Lockheed Martin, Boeing, General Dynamics, Raytheon e Northrop Grumman),compiono oggi ben 9 ex rappresentanti delle massime gerarchie militari. Con l’aggravante che due di essi continuano ad operare direttamente nel Dipartimento della difesa (il generale James Cartwright, membro del board di Raytheon e l’ammiraglio Gary Roughead di Northorp Grumman, contestualmente funzionari della direzione per la politica di difesa del governo statunitense). In Italia avviene purtroppo lo stesso: non c’è Cda delle industrie belliche che non veda la presenza di ex capi di stato o alti ufficiali. Così è possibile promuove nel migliore dei modi i “gioielli” di morte ai militari sino a qualche giorno prima subordinati. Ovvio che piovano i Signorsì! anche per le spese più folli e ingiustificate.

A volte assale un senso di impotenza. Cosa possono fare le persone, cosa possiamo fare io e te conto questa situazione?

Il panorama internazionale è purtroppo sconfortante. I diversi tentativi di costringere le Nazioni Unite ad adottare politiche e trattati di limitazione e controllo nella produzione e nell’export di sistemi d’arma sono falliti nella maggior parte dei casi o sono stati più che edulcorati dall’azione delle potentissime lobby dei fabbricanti e delle banche armate. I governi e l’intera comunità internazionale è sempre più ostaggio dei signori delle guerre. Per questo, credo, che la parola e l’azione debba passare direttamente ai singoli cittadini, alle organizzazioni non governative, alle associazioni e ai gruppi di base dell’altromondismo, cioè di quella straordinaria comunità transnazionale che spera e crede che un altro mondo è ancora possibile. Vanno moltiplicati gli sforzi e le campagne contro tutte le guerre e i processi di militarizzazione dei territori e dello spazio, contro le spese militari e la produzione di armi, da quelle leggere a quelle superpesanti. Bisogna liberare l’economia, la politica, le università, i centri del sapere dal sempre più asfissiante controllo dei poteri militari. Bisogna intervenire per colpire nelle sue fondamenta il complesso finanziario-militare-industriale, impedendo che i propri risparmi o i fondi d’investimento e pensione vadano a foraggiare i mercanti di morte, imponendo alle banche di “disarmarsi” ed eticizzarsi. Le grandi questioni internazionali devono tornare ad essere al centro del dibattito politico generale, nei parlamenti, nelle fabbriche, nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università. Bisogna riconquistare spazi di cultura e di pensiero di pace, ponendo il diritto-dovere di risolvere le controversie e i conflitti attraverso il dialogo e non con la forza. I movimenti del Sud del mondo e, qui in Italia, quelli che in val di Susa si oppongono alla TAV o che a Niscemi contrastano l’eco MUOStro, con le loro pratiche di lotta, di azione  diretta e disobbedienza civile, ci indicano quotidianamente i metodi più efficaci per un percorso di liberazione e disintossicazione dai miti dei facili profitti, del saccheggio dei territori e della guerra. L’obiezione di coscienza diffusa, al militare, alla militarizzazione, alla produzione di armi; l’obiezione fiscale non più mera testimonianza dei singoli ma fenomeno di denuncia di massa; il disinvestimento finanziario dagli istituti bancari che promuovono i sistemi di guerra, possono essere strumenti importanti e risolutori per ribaltare i rapporti di forza donne-uomini/capitale e impedire la sempre più rapida e folle corsa dell’umanità verso il genocidio. Dobbiamo provarci. Subito.

gennaio 2, 2013

La fine di un mondo

pubblicato su Pressenza  il 1 gennaio 2013

In mancanza di meglio abbiamo sprecato abbastanza tempo, negli ultimi giorni, a parlare della fine del mondo. Lo abbiamo fatto basandosi sulla banalizzazione di un rispettabile sistema di conteggio del tempo e di una infinità di altre cose che ci ha lasciato un popolo antico che non abbiamo fatto in tempo, noi occidentali, a massacrare dato che erano già decaduti da soli.

Da quelle stesse parti un amico e maestro, Silo, diceva, non tanto tempo fa: “il sistema attuale è già finito, l’unico problema serio è che gli esseri umani non se ne sono ancora accorti”.

Questa frase risuona in me da un po’ di tempo e mi fa riflettere, dato che faccio parte di quegli esseri umani. Effettivamente ci sono momenti della mia esistenza quotidiana dove riesco a comprendere quell’affermazione, a condividerla: vedo, in me e negli altri, il crollo dell’autoritarismo; oppure scorgo il ridicolo attaccamento alle quattro carabattole che posseggo, la curiosa assuefazione al denaro…

Mi sento un po’ più distante dalle cose e mi pare di capire quello che voleva dire il maestro.

Provo a mettere in relazione questo con il nostro punto di vista sulle cose, quello che portiamo avanti tutti i giorni in Pressenza: l’attenzione al cambiamento. Certo, nelle assemblee degli indignati, nelle nuove reti sociali in moto vedo la concretezza della caduta dell’autoritarismo, del paternalismo del dire “stai zitto tu che le cose si fanno così”.

Nella relazione quotidiana con nuove realtà (una delle attività più importanti e meno visibili che facciamo) trovo la fine dell’uniformità e lo spazio per la realizzazione concreta della convergenza nella diversità, altro caposaldo del mondo che sta arrivando.

Nel lavoro circolare, in equipe senza gerarchie innecessarie sento il primo germe di quella che ci piace chiamare una Nazione Umana Universale, nel senso di un popolo psichico di pari.

Sento la necessità, comunque, di trasmettere una preoccupazione. Ho paura che la fine di questo mondo del mondo della speculazione finanziaria, delle guerre, della violenza, dell’indifferenza, dell’incomprensione continuerà a trascinare dietro di sé molta inutile sofferenza, distruzione, nonsenso.

In questo senso credo che lo sforzo per dare conto di tutti i tentativi dell’Essere Umano di costruire e rafforzare quel nuovo mondo che già esiste nei migliori pensieri, sentimenti ed azioni sia uno sforzo valido e necessario. Conto su tutti voi per accompagnare, come meglio credete, quest’azione valida.