Archive for aprile, 2013

aprile 28, 2013

Governissimo? No, grazie!

Pubblicato su Pressenzal 25 aprile 2013

letta-quirinale

Appena il rieletto Presidente Napolitano ha dato l’incarico a Enrico Letta si sono scatenate su internet e presso i giornali le cose più disparate. Infinite liste di ministri con nomi talvolta raccapriccianti, corrispondenti raccolte firme su internet contro i medesimi ministri, illazioni di ogni tipo e analisi politiche corrispondenti.

In sintesi: il presidente rieletto rilancia quello che sembra andare di moda: il governo delle larghe intese, il governissimo.

Chi aveva dichiarato, prima delle elezioni, di volere un governo del genere? Esplicitamente: nessuno.

Non esplicitamente diciamo che non lo avevano ecluso a priori né il centro-destra né la coalizione di Monti.

Mi sono così dedicato a fare due conti: dati del Ministero degli Interni; votanti alla Camera 35 milioni e qualcosa; voti presi da chi non voleva assolutamente un governissimo (PD, SEL, 5Stelle, Rivoluzione Civile) 19 milioni e qualcosa pari a circa il 55% dei votanti. Questo dato non contempla le schede bianche nulle né Fare per Cambiare la cui posizione non era chiarissima in materia né i voti di liste minori di cui è difficile decifrare il programma e l’opinione in materia. Questo per dire che tale percentuale potrebbe facilmente arrivare al 60% contando più esattamente.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo… (Costituzione dell Repubblica italiana, Articolo 1).

Detto in altri termini: il popolo non pare che abbia votato per questo.

Allora in base a cosa il presidente ha insistito tanto su questa soluzione? Sull’incapacità dei partiti di mettersi d’accordo? O forse sula necessità che diede origine al precedente governo nominato dallo stesso Presidente, quella di garantire il rispetto dei dettami dei potentati finanziari?

Una traccia in tal senso sembrerebbe darcela il “giovane” Letta quando, nel suo modernissimo sito, afferma con un certo orgoglio di essere dal 2004 vicepresidente di Aspen Institute Italia; e quando si va a vedere che cos’è questo sconosciuto istituto si scopre che è una filiale del gruppo Bilderberg di cui Mario Monti è stato per anni dirigente. Per il lettore distratto ricordo che Bilderberg è un simpatico gruppo di “persone influenti” che si riunisce dal 1954: a far cosa? Non si sa perché i verbali delle riunioni sono segreti e di pubblico c’è solo l’elenco dei nomi.

Insomma un governissimo in continuità con i “tecnici” degli ultimi due anni. In continuità con l’idea che quando si taglia la spesa pubblica stiamo parlando della spesa sociale non delle Grandi Opere Inutili, quando stiamo parlando di investire soldi ci stiamo riferendo al salvataggio delle banche, non all’investimento nella salvaguardia dell’ambiente o nel rilancio dell’economia reale, quando parliamo di politica internazionale parliamo di come appoggiare direttamente o indirettamente le “missioni di pace” del colonialismo o del neocolonialismo e non ad operare per la risoluzione diplomatica e nonviolenta dei conflitti.

Ci stiamo sbagliando? Ce lo auguriamo di tutto cuore ma abbiamo paura di no. In ogni caso i prossimi giorni ce lo diranno con sicurezza.

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aprile 7, 2013

Intervista con l’indiano

Pubblico, dopo tanto tempo, questo inedito databile intorno al lontano 1997, quando infuriavano i ventennali del Movimento del ’77 e, dopo lungo silenzio, decisi di dare una mia versione di fatti diventati “storici”. Pregherei il lettore di notare che questo scritto giaceva da lungo tempo dentro un hard disk e che farlo uscire ha necessitato un particolare lavoro, non del tutto meccanico. Vorrei dedicare questa “uscita” a quelle persone di quell’epoca che non sono più con noi, in questo spazio e in questo tempo, ma restano con noi nel ricordo di momenti splendidi e gloriosi, pieni di gioia e di voglia di vivere.

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Ho fatto queste domande a Gandalf il Viola in un luogo particolare, la Memoria. Non è segnato sulle carte geografiche, risiede dentro di me, in quella parte misteriosa e in gran parte inesplorata della coscienza umana; il luogo preciso lo si potrebbe chiamare Anni Settanta, è un’isola dove Gandalf continua a vivere a modo suo, fedele alle mode dei giovani di quell’epoca, piuttosto conosciute; se volete avere qualche idea del suo aspetto fisico dovete consultare alcuni giornali di destra del 1977 che ne pubblicarono l’immagine in prima pagina: il Tempo nel febbraio e La Nazione dell’aprile di quell’anno (quest’ultima foto lo ritraeva accanto a un suo casuale conoscente dell’epoca, Massimo D’Alema, di cui avrete sicuramente sentito parlare).

gandalf

Ho fatto quest’intervista per dare una mano a un’amica che ama studiare quell’epoca; è da quell’epoca che ho deciso di scrivere quando mi pare, per chi mi pare e senza fini di lucro: mi sembra un modo decente per scrivere quello ciò che penso e sento, senza un signore, magari di sinistra, che arriva e ti dice che devi parlare bene di quello perché è politicamente corretto.

Una precisazione: credo non scandalizzi più nessuno dire che la storia è un punto di vista sulle cose (sapete com’è, all’epoca qualcuno finì in galera per aver detto questo): così vorrei sottolineare che questa intervista non è nulla più che una testimonianza su fatti accaduti e vissuti da un particolare e parziale punto di vista, senza alcuna pretesa di verità. Vogliate scusare quel piccolo tono di nostalgia che avvolge il tutto: è che uno ha il suo cuoricino e che alcune isole della coscienza richiedono un particolare tono emotivo per poter essere collegate con le altre isole e la terraferma.

Olivier: come è nata questa storia degli Indiani Metropolitani ?

Gandalf: non è mai nata; mai esistiti.

Olivier: spiega meglio, così è un po’ categorico, non ti pare ?

Gandalf: senti, all’inizio degli anni ’70 c’è il discorso della riscoperta degli Indiani d’America: films come “Soldato Blu”, “Il piccolo grande uomo” fanno sospettare che le cose non fossero andate come raccontavano i westerns; c’era una simpatia sul tema.

Più concretamente c’era, sulla Cassia a Roma, un gruppo di amici che si riuniva in una casa, pomposamente chiamata “la comune”, e discuteva dei temi alla moda: il personale e il politico, l’autocoscienza, la rivoluzione, la libertà; era una coabitazione tra amici, in realtà, ma era un fenomeno raro per l’epoca e quella casa finì per essere una specie di punto di riferimento per il quartiere, all’epoca a metà tra il residenziale e la borgata, studenti universitari che andavano a dare ripetizioni gratis ai bambini poveri delle medie, casa-ritrovo dei giovani del quartiere. Avevamo anche un solerte poliziotto in borghese che ci pedinava in fondo alla strada e noi che, passando di lì, gli chiedevamo da accendere…

Tutto questo dura dal ’74 al ’76, più o meno. Nel ’76 in quartiere vogliono chiudere l’unico giardino esistente, Villa Paladini, per farci una bella speculazione edilizia….

Olivier: che c’entra con gli indiani tutto questo ?

Gandalf: ci arrivo, take it easy. Con la speculazione il gruppo esce fuori dall’eterna diatriba sul cambiare prima sè stessi e poi il mondo o viceversa: c’è da fare e lo facciamo; abbiamo voglia di farlo in un modo nuovo, non serioso come si usava all’epoca. Così appaiono le scritte delle “risate rosse” nel quartiere, striscioni in mezzo alla Cassia, una specie di blocco stradale, una festa molto colorata e, udite udite, vinciamo la nostra battaglia ed otteniamo che la cementificazione si fermi. Un bel giorno di primavera a qualcuno viene in mente di andare a una manifestazione in centro e di fare uno dei nostri striscioni colorati.

Così qualcuno dice “e come ci chiamiamo ?”; già, perché nessuno si era mai posto il tema dell’identità e non avevamo un nome. “Gruppo Geronimo” dice qualcuno e il nostro bravissimo grafico, nipote di un famoso illustratore, disegna il capo comanche che brandisce un fucile sulla sinistra dello striscione, dominato dalla scritta un po’ quadrata, ravvivata da schizzi multicolori.

Così, belli e ingenui, con un’identità appena inventata, andiamo a una di quelle manifestazioni tozze dell’epoca e ci sbattono in coda, dietro agli autonomi brutti e cattivi; succede il patatrac e i suddetti autonomi, appena cominciamo a gridare slogans non propriamente in tema come “orgasmo libero” e “il potere è allergico all’acido lisergico” pensano bene di cominciare a picchiarci e a spaccarci in due il bello striscione, reo di non essere rigorisamente rosso; il delirio è alle stelle quando lancio, come risposta, l’ironico “lo striscione rattoppato è il simbolo del proletariato”. Ci salviamo a causa di un amico che va di corsa in testa al troncone autonomo a spiegare che siamo anche noi “compagni”, magari un po’ strani.

Non ti sto a dire che, tra gli slogans strani, ce n’era uno che diceva “apaches, cheyennes, sioux, moicani, siamo gli indiani metropolitani”. Il tutto lo dovresti trovare in un trafiletto dell’aprile ’76 del Corriere della Sera che annuncia la nascita di un gruppo più cattivo degli autonomi: “Geronimo”, appunto.

Olivier: appunto; ma tutto questo succede circa un anno prima dell’occupazione dell’università…

Gandalf: esattamente, Geronimo, come gruppo, sparisce al sole dell’estate, a settembre il Comune si rimangia tutto e cominciano i lavori a Villa Paladini, io cambio casa e gli amici si perdono di vista, le risate rosse e gli slogans ironici e indianisti tornano nel cassetto del poeta.

Biosgna così aviotrasportarsi nel febbraio del ’77, università fresca di occupazione e botte con i fascisti e il sottoscritto che passa a dare un’occhiata un po’ scettica. C’è il sole e non c’è traccia di violenza, la scalinata di Lettere è molto accogliente, la gente ha voglia di parlare e di fare amicizia; nelle assemblee i politici continuano i loro refrains, nei corridoi la gente si chiede come usare questo spazio immenso e terribilmente quadrato, bianco e grigio sporco. Tra le tante iniziative mi trovo con qualche amico a fare un laboratorio teatrale che scherzosamente chiamiamo “collettivo il palco/oscenico”. Siamo lì a fare le nostre cose, ignari delle cose del mondo, quando ci annunciano che si farà una manifestazione, la prima che uscirà dall’università occupata: discussione, che si fa? “uffa che palle le manifestazioni tutte inquadrate”. In sintesi, con molti timori, decidiamo di dare il nostro contributo con un servizio d’ordine giocato e mascherato.

Ci troviamo con i colori la mattina stessa e ci trucchiamo: da indiani? direi proprio di no, magari da clowns o da festa di carnevale ma da indiani proprio no. Ci infiliamo nel corteo restando ai lati, senza stare nelle file serrate delle manifestazioni dell’epoca, andando su e giù per il corteo, cantando e facendo girotondi, e lanciando slogans demenziali, indovina quali?

Quelli di un anno prima ed anche altri ma quello che fa più presa (o che colpisce di più la povera fantasia dei giornalisti) è proprio quello degli indiani. Evidentemente se tanti, oltre a quelli del “palco/oscenico”) si mettono a gridare, rispondevamo un poco a qualche esigenza ma certo non stavamo fondando un nuovo gruppo.

Ma i solerti giornalisti scrivono del nuovo gruppo e piombano all’università vogliosi di trovare gli indiani e, complice qualche cappuccino offerto al bar, trovano anche gente disponibile a farsi intervistare.

Olivier: ma dopo ci sono riunioni, poi pubblicate Oask! ….

Gandalf: effettivamente.

Appare un cartello: “riunione degli Indiani Metropolitani” e, dopo qualche dubbio, ci vado e conosco vari amici, ne ritrovo altri e facciamo uno dei giornali più demenziali della storia, Oask! appunto, e perfino lo vendiamo a caro prezzo ai bempensanti e a chi capita.

La cosa più incredibile è che si formano anche gruppi in altre città… Il resto della storia è noto, la scritta gigante sulla facciata di Lettere “la fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”, l’arrivo di Lama, gli scontri con la polizia provocati da quattro imbecilli emmeelle e quelli che poi chameranno gli anni di piombo. Come risposta alla voglia di vivere non fu un granché; comunque se qualcuno crede di aver sbagliato fagli sapere che non è vero, siamo stati grandi !!

Ti lascio, devo andare a ritoccare una scritta che era di fronte a casa mia: “affinché la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti”.

 

aprile 7, 2013

Una legge per le comunità intenzionali

Scritto su Pressenza  il 3 aprile 2013

Coboldo

Coboldo Melo

Abbiamo intervistato Coboldo Melo,  Presidente del Conacreis, sulla proposta di legge sulle comunità intenzionali.

Chi sei e di che cosa ti occupi?

Sono diventato presidente di Conacreis nel dicembre 2011. Vivo a Damanhur da 29 anni e per diverso tempo mi sono occupato di politica e dell’ufficio stampa damanhuriano. Oltre a Conacreis mi occupo del nostro Movimento politico, un’Associazione che si chiama “Con Te, per il Paese”, della quale fanno parte anche un Sindaco e 20 consiglieri comunali di cinque piccoli paesi del Canavese.
La socialità dal punto di vista della vita comunitaria è uno degli argomenti che ho approfondito maggiormente negli ultimi vent’anni e così mi occupo anche di conferenze, corsi e seminari sul tema della creazione di Comunità intenzionali.

Il Conacreis ha lanciato nel 1998 una legge sulle comunità intenzionali. Ci puoi spiegare meglio che cos’è il Conacreis, di cosa si occupa e perchè ha lanciato questa proposta di legge?
Conacreis è una rete d’associazioni, ecovillaggi e comunità che si occupano di ricerca etica, interiore e spirituale. L’idea nasce nel 1998 dalla lunga esperienza di convegni e incontri tra gruppi italiani e d’altri Paesi, gruppi spesso costretti a cercare soluzioni di ripiego nella relazione con le istituzioni pubbliche. In quel periodo esistevano due sole possibilità: scegliere la generica identità d’associazione culturale oppure far parte di un’associazione sportiva. Noi volevamo che tutti potessero vivere le loro esperienze alla luce del sole, dando un nome alle situazioni vissute, dalle tecniche di meditazione alla medicina olistica, fino alla vita comunitaria. Oggi Conacreis rappresenta un mondo ampio d’esperienze e soluzioni che tutti possono conoscere e condividere e i soci possono contare su servizi utili e vantaggiosi, dall’assicurazione alle consulenze fornite da legali e commercialisti specializzati.
Nel 1999 abbiamo proposto una bozza di proposta di legge alle altre comunità e ai primi ecovillaggi, proprio con l’obiettivo di stabilire un corretto rapporto con lo Stato; anche in questo caso si tratta di dare dignità alle scelte di vita, evidenziando l’utilità delle esperienze comunitarie rispetto a territori spesso poco abitati o in abbandono, senza contare il recupero di antichi mestieri, l’utilizzo di energie rinnovabili, il minore costo sanitario grazie a scelte di vita sane e all’impiego delle medicine naturali. Il vecchio testo, rivisto più volte, è diventato la proposta di legge n. 3891/2010 per il Riconoscimento e disciplina delle comunità intenzionali.

A che punto è la campagna? Cosa può fare ogni singola persona per appoggiarla?
Insieme abbiamo discusso e concordato un testo che oggi è proposta di legge depositata in Parlamento. Ora dobbiamo affrontare il passaggio più impegnativo della discussione nelle Commissioni di lavoro competenti, fino al voto in aula per l’approvazione della legge. Servono parlamentari attenti e sensibili, disponibili a seguire passo a passo l’iter della discussione. Una legge che riconosce personalità giuridica alle comunità intenzionali colma un vuoto legislativo che spaventa molte persone interessate a vivere queste esperienze e fornisce agli Enti pubblici gli strumenti per stabilire un rapporto corretto con cittadini che hanno diritti e doveri come tutti. Il pensiero di chi vuole collaborare a questa fase è davvero gradito, così come sono importanti contatti con parlamentari interessati a dare una mano e va benissimo anche una buona spinta per sensibilizzare l’opinione pubblica. In un momento così difficile per economia e relazioni sociali è importante poter praticare altre soluzioni che garantiscono maggiori risparmi, minori sprechi, migliore rispetto per l‘ambiente e le relazioni umane.

Di cosa parliamo quando parliamo di una comunità intenzionale?
Una comunità intenzionale è fatta di persone che scelgono liberamente la qualità della loro vita rispetto ad un territorio. Significa scegliere quale relazione vogliamo avere con altri individui, con lavoro, economia, cibo, educazione scolastica, arte e tutto senza lasciare esclusivamente ad altri le soluzioni tecniche, culturali e pratiche. In sostanza, con tutti i pregi e i difetti delle nostre scelte, significa vivere da protagonisti le possibilità che la vita riserva, anziché subire passivamente usi e costumi imposti da una cultura sempre decisa altrove.

 Un vecchio mondo è andato in crisi da tempo; tra le istituzioni andate in crisi c’è la famiglia come classico esempio di comunità “naturale”; il problema, mi pare, è che dopo la destrutturazione della famiglia non abbiamo un mdello di comunità che l’abbia sostituita a livello di massa. Siamo ancora nel guado?
In fondo potremmo paragonare certi modelli sociali all’acqua, come elemento che non può essere contenuto eternamente in spazi rigidi e, per questo trova sempre una sua strada.
L’aumento di scolarizzazione e cultura e la maggiore indipendenza economica hanno messo in crisi i modelli familiari nell’arco di poche decine di anni. Molti giovani hanno cercato la loro autonomia mimetizzandosi nell’anonimato delle grandi città, ma i nodi delle relazioni formali tra individuo e autorità centrale sono rimasti inalterati. Da questo punto di vista noi “spiriti liberi” siamo ancora tutti in mezzo al guado, mentre le istituzioni sono ferme sulla riva e guardano costantemente altrove. Serve uno sforzo importante e collettivo per affermare diritti civili riconosciuti solo in pochi paesi del mondo.

Le tendenze degli ultimi tempi, anche a livello politico ed istituzionale, parlano di un’accelerazione nel senso del riconoscimento di legam, come quelli omosessuali, che prima erano semplicemente tabù; e del riconoscimento dei diritti corrispondenti. La vostra iniziativa vuole dare un passo più in là?

Con la nostra iniziativa vorremmo aprire una strada non solo ideale verso il superamento dell’idea stessa del riconoscimento di alcuni diritti specifici.
Il laboratorio sociale costituito, ad esempio, dalla vita comunitaria è fatto di rispetto, amore vissuto come apertura e comprensione e non come scambio, parità reale tra individui: è una vita molto concreta, che si basa sulla possibilità di elevazione spirituale per tutti gli esseri umani, al di là dei generi.

Damanhur ha da tempo sperimentato modelli di comunità diversi da quelli tradizionali; sicuramente ha esperienza in materia. Cosa puoi dire di questa esperienza e come si può condividerla?
La libertà oltre gli schemi tradizionali a volte costa fatica e delusioni, mentre altre volte fa vivere passioni e incredibili avventure: la vita comunitaria accelera e concentra tutte queste esperienze, come forse non riusciremmo a vivere in più incarnazioni. Noi damanhuriani pensiamo sia giusto condividere tutto questo con chi è interessato e così siamo disponibili a parlarne in conferenze, incontri, corsi o convegni, per lasciare entrare anche altri nel nostro mondo e, più ancora, per fare un pezzo di strada insieme a partire dal prossimo istante.