Intervista con l’indiano

Pubblico, dopo tanto tempo, questo inedito databile intorno al lontano 1997, quando infuriavano i ventennali del Movimento del ’77 e, dopo lungo silenzio, decisi di dare una mia versione di fatti diventati “storici”. Pregherei il lettore di notare che questo scritto giaceva da lungo tempo dentro un hard disk e che farlo uscire ha necessitato un particolare lavoro, non del tutto meccanico. Vorrei dedicare questa “uscita” a quelle persone di quell’epoca che non sono più con noi, in questo spazio e in questo tempo, ma restano con noi nel ricordo di momenti splendidi e gloriosi, pieni di gioia e di voglia di vivere.

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Ho fatto queste domande a Gandalf il Viola in un luogo particolare, la Memoria. Non è segnato sulle carte geografiche, risiede dentro di me, in quella parte misteriosa e in gran parte inesplorata della coscienza umana; il luogo preciso lo si potrebbe chiamare Anni Settanta, è un’isola dove Gandalf continua a vivere a modo suo, fedele alle mode dei giovani di quell’epoca, piuttosto conosciute; se volete avere qualche idea del suo aspetto fisico dovete consultare alcuni giornali di destra del 1977 che ne pubblicarono l’immagine in prima pagina: il Tempo nel febbraio e La Nazione dell’aprile di quell’anno (quest’ultima foto lo ritraeva accanto a un suo casuale conoscente dell’epoca, Massimo D’Alema, di cui avrete sicuramente sentito parlare).

gandalf

Ho fatto quest’intervista per dare una mano a un’amica che ama studiare quell’epoca; è da quell’epoca che ho deciso di scrivere quando mi pare, per chi mi pare e senza fini di lucro: mi sembra un modo decente per scrivere quello ciò che penso e sento, senza un signore, magari di sinistra, che arriva e ti dice che devi parlare bene di quello perché è politicamente corretto.

Una precisazione: credo non scandalizzi più nessuno dire che la storia è un punto di vista sulle cose (sapete com’è, all’epoca qualcuno finì in galera per aver detto questo): così vorrei sottolineare che questa intervista non è nulla più che una testimonianza su fatti accaduti e vissuti da un particolare e parziale punto di vista, senza alcuna pretesa di verità. Vogliate scusare quel piccolo tono di nostalgia che avvolge il tutto: è che uno ha il suo cuoricino e che alcune isole della coscienza richiedono un particolare tono emotivo per poter essere collegate con le altre isole e la terraferma.

Olivier: come è nata questa storia degli Indiani Metropolitani ?

Gandalf: non è mai nata; mai esistiti.

Olivier: spiega meglio, così è un po’ categorico, non ti pare ?

Gandalf: senti, all’inizio degli anni ’70 c’è il discorso della riscoperta degli Indiani d’America: films come “Soldato Blu”, “Il piccolo grande uomo” fanno sospettare che le cose non fossero andate come raccontavano i westerns; c’era una simpatia sul tema.

Più concretamente c’era, sulla Cassia a Roma, un gruppo di amici che si riuniva in una casa, pomposamente chiamata “la comune”, e discuteva dei temi alla moda: il personale e il politico, l’autocoscienza, la rivoluzione, la libertà; era una coabitazione tra amici, in realtà, ma era un fenomeno raro per l’epoca e quella casa finì per essere una specie di punto di riferimento per il quartiere, all’epoca a metà tra il residenziale e la borgata, studenti universitari che andavano a dare ripetizioni gratis ai bambini poveri delle medie, casa-ritrovo dei giovani del quartiere. Avevamo anche un solerte poliziotto in borghese che ci pedinava in fondo alla strada e noi che, passando di lì, gli chiedevamo da accendere…

Tutto questo dura dal ’74 al ’76, più o meno. Nel ’76 in quartiere vogliono chiudere l’unico giardino esistente, Villa Paladini, per farci una bella speculazione edilizia….

Olivier: che c’entra con gli indiani tutto questo ?

Gandalf: ci arrivo, take it easy. Con la speculazione il gruppo esce fuori dall’eterna diatriba sul cambiare prima sè stessi e poi il mondo o viceversa: c’è da fare e lo facciamo; abbiamo voglia di farlo in un modo nuovo, non serioso come si usava all’epoca. Così appaiono le scritte delle “risate rosse” nel quartiere, striscioni in mezzo alla Cassia, una specie di blocco stradale, una festa molto colorata e, udite udite, vinciamo la nostra battaglia ed otteniamo che la cementificazione si fermi. Un bel giorno di primavera a qualcuno viene in mente di andare a una manifestazione in centro e di fare uno dei nostri striscioni colorati.

Così qualcuno dice “e come ci chiamiamo ?”; già, perché nessuno si era mai posto il tema dell’identità e non avevamo un nome. “Gruppo Geronimo” dice qualcuno e il nostro bravissimo grafico, nipote di un famoso illustratore, disegna il capo comanche che brandisce un fucile sulla sinistra dello striscione, dominato dalla scritta un po’ quadrata, ravvivata da schizzi multicolori.

Così, belli e ingenui, con un’identità appena inventata, andiamo a una di quelle manifestazioni tozze dell’epoca e ci sbattono in coda, dietro agli autonomi brutti e cattivi; succede il patatrac e i suddetti autonomi, appena cominciamo a gridare slogans non propriamente in tema come “orgasmo libero” e “il potere è allergico all’acido lisergico” pensano bene di cominciare a picchiarci e a spaccarci in due il bello striscione, reo di non essere rigorisamente rosso; il delirio è alle stelle quando lancio, come risposta, l’ironico “lo striscione rattoppato è il simbolo del proletariato”. Ci salviamo a causa di un amico che va di corsa in testa al troncone autonomo a spiegare che siamo anche noi “compagni”, magari un po’ strani.

Non ti sto a dire che, tra gli slogans strani, ce n’era uno che diceva “apaches, cheyennes, sioux, moicani, siamo gli indiani metropolitani”. Il tutto lo dovresti trovare in un trafiletto dell’aprile ’76 del Corriere della Sera che annuncia la nascita di un gruppo più cattivo degli autonomi: “Geronimo”, appunto.

Olivier: appunto; ma tutto questo succede circa un anno prima dell’occupazione dell’università…

Gandalf: esattamente, Geronimo, come gruppo, sparisce al sole dell’estate, a settembre il Comune si rimangia tutto e cominciano i lavori a Villa Paladini, io cambio casa e gli amici si perdono di vista, le risate rosse e gli slogans ironici e indianisti tornano nel cassetto del poeta.

Biosgna così aviotrasportarsi nel febbraio del ’77, università fresca di occupazione e botte con i fascisti e il sottoscritto che passa a dare un’occhiata un po’ scettica. C’è il sole e non c’è traccia di violenza, la scalinata di Lettere è molto accogliente, la gente ha voglia di parlare e di fare amicizia; nelle assemblee i politici continuano i loro refrains, nei corridoi la gente si chiede come usare questo spazio immenso e terribilmente quadrato, bianco e grigio sporco. Tra le tante iniziative mi trovo con qualche amico a fare un laboratorio teatrale che scherzosamente chiamiamo “collettivo il palco/oscenico”. Siamo lì a fare le nostre cose, ignari delle cose del mondo, quando ci annunciano che si farà una manifestazione, la prima che uscirà dall’università occupata: discussione, che si fa? “uffa che palle le manifestazioni tutte inquadrate”. In sintesi, con molti timori, decidiamo di dare il nostro contributo con un servizio d’ordine giocato e mascherato.

Ci troviamo con i colori la mattina stessa e ci trucchiamo: da indiani? direi proprio di no, magari da clowns o da festa di carnevale ma da indiani proprio no. Ci infiliamo nel corteo restando ai lati, senza stare nelle file serrate delle manifestazioni dell’epoca, andando su e giù per il corteo, cantando e facendo girotondi, e lanciando slogans demenziali, indovina quali?

Quelli di un anno prima ed anche altri ma quello che fa più presa (o che colpisce di più la povera fantasia dei giornalisti) è proprio quello degli indiani. Evidentemente se tanti, oltre a quelli del “palco/oscenico”) si mettono a gridare, rispondevamo un poco a qualche esigenza ma certo non stavamo fondando un nuovo gruppo.

Ma i solerti giornalisti scrivono del nuovo gruppo e piombano all’università vogliosi di trovare gli indiani e, complice qualche cappuccino offerto al bar, trovano anche gente disponibile a farsi intervistare.

Olivier: ma dopo ci sono riunioni, poi pubblicate Oask! ….

Gandalf: effettivamente.

Appare un cartello: “riunione degli Indiani Metropolitani” e, dopo qualche dubbio, ci vado e conosco vari amici, ne ritrovo altri e facciamo uno dei giornali più demenziali della storia, Oask! appunto, e perfino lo vendiamo a caro prezzo ai bempensanti e a chi capita.

La cosa più incredibile è che si formano anche gruppi in altre città… Il resto della storia è noto, la scritta gigante sulla facciata di Lettere “la fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”, l’arrivo di Lama, gli scontri con la polizia provocati da quattro imbecilli emmeelle e quelli che poi chameranno gli anni di piombo. Come risposta alla voglia di vivere non fu un granché; comunque se qualcuno crede di aver sbagliato fagli sapere che non è vero, siamo stati grandi !!

Ti lascio, devo andare a ritoccare una scritta che era di fronte a casa mia: “affinché la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti”.

 

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