Marcel Claude: il candidato del cambiamento

Pubbicato su Pressenza il 10 settembre 2013

todosalamoneda030julio 12, 2013

Todos a la Moneda

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese, Spagnolo

Marcel Claude non è il candidato presidenziale governativo alle prossime elezioni di novembre in Cile. E’ il candidato dei giovani, delle organizzazioni di base, di chi difende l’ambiente e lotta per la giustizia sociale. E’ il candidato dei venti di cambiamento e futuro aperto che soffiano in America Latina. Lo intervistiamo via mail per parlare di queste elezioni e della sua candidatura, sostenuta da tutti gli umanisti del mondo.

 Abbiamo realizzato questa intervista (concepita per il pubblico internazionale) e la pubblichiamo in occasione di un anniversario molto speciale, i 40 anni del golpe.

Marcel, potresti descriverci la situazione attuale del Cile?

Ci sono tre elementi di cui tener conto.

Il Cile è un paese che cresce a livello macroeconomico; prima la crescita annuale era del 7% e ora circa del 4%, eppure più cresce, più si mantiene uguale. E’ il paradosso della macroeconomia, che incanta tutti i politici cileni. I benefici della crescita favoriscono pochissime persone (tra l’1% e il 10% della popolazione), il cui favoloso arricchimento avviene a spese del resto degli abitanti e del paese. Loro sostengono che l’arricchimento di questa minoranza finisce per andare a beneficio di tutti gli altri, ma la realtà è molto diversa. Il sistema sociale ed economico cileno è strutturato secondo una forma di clientelismo a circoli concentrici. Il nucleo centrale è costituito dallo 0.1% che accumula fortune. Per loro lavora un primo circolo, per il quale lavora un secondo e così via e questo schema si ripete nel mondo politico. Si tratta di un mondo clientelare, paternalista e arcaico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il Cile è un paese di poveri, o di gente molto sacrificata.

In secondo luogo, ciò che è successo nel 1990 è stato un passaggio di poteri dai militari ai civili, a condizione di non cambiare niente. La Concertación, che è una destra democratica, ha accettato questo accordo ed è rimasta al potere fino al 2009, senza introdurre cambiamenti sostanziali. Il fatto che nel 2009 la destra pinochetista sia tornata al governo dimostra come siano tutti conformi a questo modello.

Terzo e ultimo dato. La Concertación, o Nueva Mayoría, come si fa chiamare ora che include il Partito Comunista, non ha la minima intenzione di cambiare il modello vigente. Le riforme proposte non mettono in discussione il sistema istituzionale creato dai militari sotto l’influenza di Jaime Guzmán (ideologo del governo di Pinochet, assassinato da un gruppo armato di estrema sinistra e riferimento culturale e ideologico della destra, N.d.T.).

Davanti a questa situazione, i movimenti studenteschi e sociali hanno alzato la testa e cercano di far sentire la loro voce in un mondo che non gli concede spazio e li tratta con i lacrimogeni e gli idranti. La mia candidatura nasce da questo ambito, non da un’ambizione personale.

TodosaLaMoneda è il nome del movimento che ti appoggia e del tuo sito: è uno slogan, un’idea forza?

E’ uno slogan inventato dai primi gruppi che hanno deciso di presentare la mia candidatura e anche un programma: Todos a La Moneda esprime innanzitutto l’idea che bisogna restituire la sovranità al popolo, alla nazione, a quelli a cui è stata sottratta con la violenza nel 1973 senza mai più rendergliela. Il nervosismo delle due destre, quella pinochetista e quella democratica, rispetto al tema dell’Assemblea Costituente è una dimostrazione del loro timore della sovranità popolare, del potere costituente originario.

Un economista amico dei giovani. Qui in Italia non c’è niente del genere. Ci racconti questa storia?

E’ una lunga storia. In sintesi, è dal 2006 che giro per tutto il paese, nelle aule universitarie e nelle scuole, tenendo discorsi e conferenze e parlando con gli studenti. Questa campagna presidenziale si basa su di loro. Credo di essere uno dei pochi candidati, se non l’unico, che non viene fischiato nelle università. Anzi, tutto il contrario. A Valparaíso, per esempio, è arrivata così tanta gente ad ascoltarmi che abbiamo dovuto trasferirci in una piazza.

Un economista molto distante del neoliberismo e vicino a cosa?

Il neoliberismo è innanzitutto un’ideologia, che si è imposta per prima in Cile, paese cavia, poi è stata adottata negli Stati Uniti e nel Regno Unito da Ronald Reagan e Margaret Thatcher e oggi è universale. E’ un’ideologia perché dai lavori di Karl Polanyi (La grande trasformazione, 1944) emerge che il libero mercato è un’invenzione recente. Fin dalla preistoria in nessuna società il mercato aveva costituito il centro delle relazioni economiche. Le decisioni giuridiche ed economiche, per esempio sul diritto del lavoro, definite nella Dichiarazione di Filadelfia, che creò lOrganizzazione Mondiale del Lavoro in quello stesso anno 1944, verso la fine della seconda guerra mondiale, dovevano rispettare la persona umana e non disumanizzarla come avevano fatto i nazisti. Nel mondo occidentale il neoliberismo ha smantellato a poco a poco questa concezione umanista. Io credo nella giustizia sociale, nell’uguaglianza di opportunità e in uno Stato neutrale, che faccia da garante degli interessi comuni, del bene comune.
Qual è la tua proposta economica?

Non è una sola, ma una serie di misure. La ri-nazionalizzazione dell’industria mineraria cilena, il recupero dell’acqua, anch’essa privatizzata, la cancellazione delle quote di pesca, che consegnano tutto il mare cileno a meno di sette famiglie. Mi sembra che il Cile continui a essere un paese arcaico anche rispetto alle sue produzioni, tutte volte solo all’esportazione. Come in passato, è principalmente un produttore di materie prime esportate senza quasi trasformarle. Se il Cile vuole essere un paese moderno, del primo mondo, deve trasformarsi in un paese in grado di produrre beni con valore aggiunto, eventualmente di alta tecnologia. Questo significa un cambiamento sostanziale del modello economico.

L’educazione gratuita è possibile; tu stai lottando per ottenerla in Cile, uno dei paesi più privatizzati del mondo. Lo si può fare anche da altre parti? In tutto il mondo?

Le condizioni di ogni paese sono diverse. Il Cile ha avuto un’istruzione gratuita e di buon livello. Non vedo perché non si potrebbe tornare a questo, se non per salvaguardare gli interessi economici dei pochi proprietari di scuole e università private. Bisogna rendersi conto che uno dei maggiori affari in Cile è stato quello di accaparrarsi le ricchezze dello Stato. Nell’istruzione l’affare è rappresentato dai sussidi pagati dallo Stato per ogni studente. Sono favorevole a farla finita con questo sistema. Non si tratta di impedire l’esistenza di università o scuole private, ma i fondi pubblici devono essere riservati al settore pubblico.

Quali sono i temi principali del tuo programma?

Quelli di cui ho già parlato.

Tu rappresenti la speranza che anche in Cile soffino i venti del cambiamento: cosa fai ogni giorno perché questo sogno si realizzi?

Come ho già lo detto, giro per il Cile, mi muovo dovunque, parlo, cerco di convincere la gente che la decisione di cambiare il modello sta nelle sue mani.

In Cile se nessun candidato ottiene la maggioranza nelle elezioni, c’è un secondo turno. Che possibilità hai di essere uno dei due candidati finali?

In Sudamerica, per esempio in Ecuador, è successo che un candidato a cui i sondaggi attribuivano non più del 2% sia stato eletto. Io spero che i cittadini cileni si sveglino dal letargo dell’astensionismo.

Pochi giorni fa c’è stata una polemica sulla commemorazione dell’11 settembre organizzata dal Presidente Piñera: potresti darci la tua opinione ed esprimerci i tuoi sentimenti su quell’evento?

Quello che si è cercato di fare negli ultimi giorni è far passare l’idea che in Cile 40 anni fa ci fosse stata una “rottura delle democrazia” e che questo giustificasse l’intervento dei militari; questa idea vorrebbe giustificare le richieste di perdono molto ipocrite da parte dei protagonisti dell’epoca. Quel che non si vuol dire è che il golpe fu il mezzo per imporre il modello neoliberale nel nostro paese, mettendolo a ferro e fuoco, e che, per questo, chi difende quel modello, difende quel massacro provocato dal golpe.

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