Archive for novembre, 2013

novembre 30, 2013

Killer robots: non è un racconto di fantascienza

Pubblicato su Pressenza il 29 novembre 2013

jody-williams-letta

Jody Williams con Letta (foto Rete Disarmo)

Jody Williams, Premio Nobel per la Pace grazie alla sua campagna contro le mine, è stata in Italia la scorsa settimana per promuovere la nuova campagna “Stop Killer Robots”; grazie all’efficacia e alla gentilezza di Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo, le abbiamo potuto fare alcune domande.

Jody, puoi fare il punto della campagna internazionale sulle mine? A che punto siamo a livello globale? Quali sono le situazioni ancora critiche? Cosa vuoi sottolineare all’opinione pubblica?

La situazione è sicuramente bene avviata, perché ormai la stragrande maggioranza dei paesi del mondo ha scelto la strada della messa al bando di questi ordigni. Io non seguo più direttamente la campagna e non sono quindi aggiornata sugli ultimi sviluppi, ma ciò significa soprattutto una cosa: che siamo riusciti a costruire in questi ultimi venti anni un movimento ed una campagna forti, diffusi e radicati. Siamo riusciti a costruire un modello e questo è un risultato quasi altrettanto importante dell’ottenimento di un Trattato Internazionale. Perché è un modo di lavorare che possiamo mettere in pratica su altri temi ed altre battaglie di disarmo.

Ciò permette inoltre di avere un’alta attenzione a livello di opinione pubblica mondiale e questo è fondamentale a livello di pressione sugli stati che non hanno ancora deciso di inserirsi nel percorso della Convenzione per la messa al bando delle mine.
Tu fai parte dell’associazione Nobel for Peace: quali sono le vostre principali preoccupazioni?

Sono molto orgogliosa di aver fondato insieme a Shirin Ebadi, ed esserne attualmente presidente, la Nobel Women’s Initiative, che riesce a far lavorare insieme tutte le donne recentemente insignite del Premio Nobel per la Pace. E’ una bella avventura ed un bel modo di mettere in gioco positivamente e valorizzare la visibilità e possibilità di pressione che il premio ha dato a tutte noi.

Ovviamente le nostre iniziative partono da una prospettiva di genere e traggono da questo modo di lavorare forza e capacità di trovare nuove sinergie per costruire un mondo migliore.

Non a caso pensiamo che le donne possano davvero plasmare la pace, se rese protagoniste di azioni che possano portare alla giustizia con un avanzamento dei diritti umani e dell’uguaglianza (anche di genere). Tra le nostre attività recenti vorrei  sottolineare soprattutto la campagna per eliminare la violenza sessuale durante i conflitti, un’azione che stiamo portando avanti soprattutto con le donne africane.

Tu sei in Italia per promuovere la nuova campagna “Stop Killer Robots”: puoi spiegare questa iniziativa e la sua importanza?

Parte tutto da un’idea che può davvero ribaltare la concezione stessa della guerra: è sconvolgente che un essere umano possa creare armi che decidono di attaccare e uccidere senza che altri esseri umani siano coinvolti nella decisione. Non è un racconto di fantascienza: fra pochi decenni la guerra e i conflitti potrebbero essere condotti in questa maniera. Ed è da qui che nasce la campagna promossa da decine di organizzazioni di tutto il mondo (in Italia rilanciata da Rete Disarmo). L’obiettivo è quello di proibire fin da ora, fin dalle fasi di ricerca e sviluppo, le armi completamente autonome, che individuano gli obiettivi da uccidere (ed è importante sottolineare che stiamo parlando di una cosa diversa dai droni, che sono comunque comandati a distanza da un uomo). Il governo Usa sperava di produrle senza interferenze, ma in otto mesi siamo riusciti a promuovere un confronto pubblico e le Nazioni Unite hanno prodotto un rapporto sui killer robot e le esecuzioni arbitrarie fuori da ogni contesto di legge. Tutti i passi della nostra campagna (che in meno di otto mesi ha già raggiunto un primo risultato a livello di Conferenza sul Disarmo a Ginevra) si possono trovare su www.stopkillerrobots.com

Qual è la situazione attuale del movimento pacifista e nonviolento negli Stati Uniti?

Complessa, perché anche da noi la crisi economica ha in parte fiaccato i movimenti di opinione e la capacità di organizzarsi e mobilitarsi, ma cerchiamo di sopperire con la collaborazione a livello internazionale. D’altronde il mio paese è quello che  spende di più al mondo per mantenere eserciti e armamenti e ciò non rende certo facile il lavoro per chi prefigura strade di disarmo.

Annunci
novembre 30, 2013

Difesa del territorio: basterebbe applicare le norme

Pubblicato su Pressenza il 26 novembre 2013

Lizza

ANPAS

Di fronte ai “soliti” disastri autunnali, al catastrofismo, al fatalismo, allo scaricabarile delle competenze, abbiamo chiesto a uno scienziato e allo stesso tempo a un volontario di una delle associazioni che in Sardegna è stata concretamente presente ed efficiente dal primo momento una opinione sulla situazione e su quello che ci sarebbe da fare “a bocce ferme” perché certe situazioi non si ripetano.

Carmine Lizza, geologo, responsabile Protezione Civile Anpas nazionale: qualcosa di più di lei?

Sono nato a Bergamo nel 1972 ed attualmente risiedo in Basilicata. Laureato in Scienze Geologiche indirizzo Geofisico Strutturale presso l’Università degli Studi della Basilicata nel 2001, svolgo la professione di Geologo come libero professionista e come titolare di una società di progettazione integrata specializzata sui temi del rischio sismico. Ho avuto diverse collaborazioni scientifiche con il Dipartimento di Strutture, Geotecnica, Geologia Applicata all’ingegneria dell’Università di Basilicata ed ho all’attivo diverse pubblicazioni scientifiche sui temi della sismologia. Sono Responsabile nazionale della Protezione Cvile dell’Anpas (Associazione nazionale Pubbliche Assistenze) dal 2010.

 Lizza, lei è un geologo che si occupa, come volontario di alcune  attività  dell’ANPAS (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze): ce le potrebbe dettagliare?

Mi occupo del coordinamento a livello nazionale di tutte quelle attività legate alla previsione, prevenzione ed emergenza sui temi della Protezione Civile.

Lei ha rilasciato in questi giorni, a proposito della recente alluvione in Sardegna, alcune dichiarazioni che suonano come accuse da una parte ad alcuni media e dall’altra a chi ha amministrato il territorio; ce le potrebbe precisare e spiegare?

Qualche giorno prima che il ciclone si abbattesse sull’isola la popolazione è stata bersagliata, come sempre del resto, da una sorta di terrorismo mediatico da parte dei tanti siti di previsione meteorologica fai da te, (forte è l’interesse ad avere un elevato numero di click per via degli sponsor), che hanno annunciato l’evento assimilandolo a quelli che hanno colpito recentemente e in modo devastante le Filippine o peggio ancora ai tornado che hanno devastato gli Stati Uniti. Se ciò non bastasse, queste notizie sono state riprese da alcuni mass media, che non conoscendo la terminologia meteorologica o peggio ancora per fare sensazionalismo, hanno diffuso queste informazioni infondate generando confusione tanto da indurre la popolazione ad assumere comportamenti scorretti in rapporto all’evento che stava per abbattersi.

Per completare l’opera, la maggior parte delle istituzioni periferiche, hanno ignorato completamente l’evento non informando la popolazione neanche durante le fasi di emergenza.

È da sottolineare che la catena di comunicazione pur essendo partita correttamente ed in tempo (circa 30 ore prima!!!) dal Dipartimento Nazionale e Regionale della Protezione Civile, si è bloccata e non è arrivata fino ai cittadini. Molti sindaci intervistati, dopo la catastrofe, hanno ammesso candidamente di non sapere cosa fare in caso di avviso per un evento segnalato come a “criticità elevata” evidenziando una totale assenza di formazione che di fatto ha peggiorato il bilancio di un fenomeno che, per quanto estremo, non è stato purtroppo unico in Italia. Senza scomodare gli eventi degli ultimi anni, la stessa Sardegna, nell’autunno del 1951, è stata oggetto di precipitazioni molto più intense: caddero fino ad oltre 500mm di pioggia in 24 ore, 1000 in 48 e 1400 in 72 ore.

Il risultato? Le Istituzioni, a distanza ormai di qualche giorno, invece d’interrogarsi sull’accaduto montano il solito teatrino del rimpallo delle responsabilità fra le varie amministrazioni competenti. Ho seguito con molta attenzione l’accusa fatta dal Prefetto Gabrielli sulla mancanza dei Centri Funzionali, obbligatori dal 2004, in cinque regioni d’Italia tra cui la Sardegna, è impensabile credere di poter gestire al meglio questa tipologia di eventi senza tali strutture, che ricordiamo,  fanno da raccordo tra quello che viene previsto dai modelli matematici a scala nazionale con quello che avviene sul territorio regionale, in altre parole attraverso l’attenta analisi della fenomenologia in atto è possibile modellare quelli che sono gli scenari di rischio più probabili e la loro possibile evoluzione spazio temporale.

La lettura dell’emergenza nel momento di massima crisi permette di avere sotto controllo la gestione della macchina della protezione civile, che ricordiamo essere costituita non solo da volontari, allo svolgersi dell’evento segnalato e di conseguenza consente di concentrare l’intervento, dunque le risorse a disposizione, laddove risulta maggiormente necessario. Tale maggiore accuratezza permette, se esiste una pianificazione concreta e non solo sulla carta, di evitare sia assunzioni troppo conservative, dunque inutilmente dispendiose, che assunzioni non conservative con conseguenze potenzialmente gravi sulla sicurezza.

Adesso basta! È arrivato il momento di cambiare strategia ed innescare a tutti i livelli, cittadini ed amministratori, quel cambio culturale sui temi dell’autoprotezione e della protezione civile perché l’entità dei costi e delle vittime prodotte dalle catastrofi naturali ha superato abbondantemente la soglia di accettabilità.

Quanto l’ordinaria amministrazione che il mondo contadino faceva della sua terra, e di cui si è quasi ovunque perso la pratica, aiutava e potrebbe ancora aiutare a evitare le catastrofi?

È innegabile che l’abbandono delle aree montane e collinari da parte della popolazione attiva abbia portato ad una mancanza di manutenzione del territorio con un duplice effetto: l’incremento del carico sui versanti dovuto allo sviluppo della vegetazione boschiva e del sottobosco in aree precedentemente coltivate e la insufficiente regimentazione delle acque meteoriche di ruscellamento. Ma, occorre sottolineare però, che per quanto importante sia l’opera puntuale dell’uomo nella mitigazione degli effetti, da sola non può garantire la sicurezza dell’intero sistema territorio: è necessario che le Istituzioni competenti, impieghino una parte significativa dei fondi ordinari per effettuare innanzitutto una ricognizione puntuale dello stato di manutenzione delle opere idrauliche presenti e successivamente approntare, in tempi rapidi, un grande piano nazionale straordinario di pulizia e manutenzione del realizzato.

 Lei è un geologo: quanto influisce la corretta pianificazione del territorio nell’evitare queste catastrofi? E cosa andrebbe fatto immediatamente per non parlare di mancanza di prevenzione la prossima volta?

In termini generali, l’elevata pericolosità geomorfologica ed idraulica, cui è soggetto il nostro paese è dovuta essenzialmente alla natura geologicamente giovane del territorio italiano, caratterizzato, da versanti acclivi, da rocce particolarmente friabili e corsi d’acqua con un regime per lo più torrentizio. È innegabile però che la propensione allo sviluppo di frane ed alluvioni nel nostro paese, oltre ad avere un connotato intrinseco naturale è incrementato da una non adeguata gestione umana, infatti a questo quadro di pericolosità generale va aggiunta la recente cementificazione diffusa, spesso fuori controllo e non conforme alle caratteristiche intrinseche dei territori, che ha incrementato l’entità del deflusso superficiale a discapito dei processi di infiltrazione. In prossimità ed all’interno dei centri abitati abbiamo il fenomeno della canalizzazione selvaggia dei corsi d’acqua al fine di conquistare spazi per nuove edificazioni in territori di pertinenza fluviale che hanno determinato un drammatico incremento delle condizioni complessive di rischio. Se ciò non bastasse, le amministrazioni, quasi sempre affidano la progettazione e l’esecuzione dei lavori ad imprese e progettisti con il criterio del massimo ribasso che oltre a non prevedere un necessario piano specifico di manutenzione dell’opera realizzata mettono gli stessi nelle condizioni di eseguire lavori non adeguati sia rispetto al contesto che alle leggi di riferimento.

In Italia, quello che manca veramente, non è la pianificazione ordinaria del territorio, ma semplicemente la mancanza di applicazione di quelle norme che ahimè sono state rese obbligatorie ad ogni esperienza luttuosa subita nel corso degli anni e che fondano la loro forza sulla lettura attenta delle dinamiche morfoevolutive specifiche dei territori.

Se avessimo la forza ciascuno per le proprie competenze, cittadini compresi, di fare applicare quanto normato e di segnalare preventivamente eventuali abusi, sicuramente avremmo innescato nel tempo un percorso virtuoso sui processi di gestione rispettosi del territorio e capaci di arginare quei fenomeni, evidenziati in precedenza, che portano allo sfruttamento incondizionato delle risorse naturali e che rendono sempre più labile l’equilibrio di coesistenza tra dinamiche antropiche ed il sistema ambientale. È necessario sottolineare che il sistema funziona se le scelte progettuali disegnate sulla base di  esigenze tecnico /scientifiche sono fondate su strategie partecipative che diventano patrimonio della politica una volta che sono state inglobate dal DNA dei cittadini. Per fare questo, è necessario, dunque intervenire con una grande campagna di prevenzione dai rischi.

La prevenzione è un tema molto complesso che deve coinvolgere tutti i protagonisti della società civile, ed in particolar modo dovrà avere un forte sostegno, oltre che dallo Stato, anche da parte della società civile attraverso l’impegno concreto da parte delle grandi Organizzazioni di Volontariato affinché diventi una cultura consolidata tra le persone.

Il radicamento e la conoscenza storica del territorio e delle comunità mette, queste ultime, nelle condizioni di poter informare e sensibilizzare i cittadini al tema della prevenzione dai rischi. Questa nuova attività sperimentata con notevole successo negli ultimi anni con il progetto “Io non rischio” induce nelle persone la consapevolezza dell’auto protezione promuovendo allo stesso tempo un cambiamento culturale rispetto alle tematiche affrontate. A partire da subito, bisogna strutturare, sull’intero territorio nazionale, una campagna di comunicazione ed informazione capillare sui rischi naturali che abbia tra i suoi principi basilari metodologie di prevenzione e regole elementari di autodifesa che devono entrare a fare parte del corredo genetico di ogni cittadino.

A questa azione vanno aggiunte esercitazioni sul campo, basate sulla pianificazione di emergenza, rivolte ai cittadini ed agli amministratori che migliorino il grado di preparazione della comunità a rispondere alle emergenze attraverso dei modelli predefiniti per aumentare la coscienza razionale del pericolo e la conoscenza diffusa di alcuni modi e comportamenti che, tra l’altro, notoriamente riducono il panico e gli effetti caotici propri delle fasi dell’emergenza.

 Queste azioni possono essere ascritte alle “piccole opere” che molti chiedono al posto delle “grandi opere” a cui sembra non si voglia assolutamente rinunciare?

Lo scenario disegnato, dagli ultimi eventi alluvionali, ha evidenziato da un lato l’estrema fragilità del nostro Paese e dall’altro l’immenso lavoro che si prospetta per mettere in sicurezza territori, persone ed economia, come già detto in precedenza, l’Italia non ha bisogno di “grandi opere” ma di tante piccole opere che di fatto nel loro insieme costituiscono un grande piano di investimento diffuso capillarmente sull’intero territorio nazionale che non dimentichi tra l’altro anche la messa in sicurezza delle scuole, degli ospedali, degli edifici pubblici anche dal rischio sismico. Tale sistema d’investimento, tra le altre cose, rimetterebbe in moto ed in maniera diffusa, (e non per pochi!!!), l’economia vera quella della piccola e media impresa.

È il momento di incrementare la resilienza della nostra società attraverso azioni concrete di mitigazione ed adattamento avviando finalmente quella politica di cui il paese ha realmente bisogno.

Un ringraziamento ad Andrea Cardoni dell’ufficio stampa ANPAS per la realizzazione dell’intervista

novembre 5, 2013

In gioco c’è la vita e la morte di migliaia di persone

Pubblicato su Pressenza il 5 novembre 2013

Di-Meo-immigrati

“Terra di lavoro” di Giulio Di Meo

 Fortress Europe si presenta con questo sottotitolo:

 

Sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell’Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.

 

E’ il blog dove Gabriele Del Grande riunisce i suoi testi e l’osservatorio sulle vittime della frontiera da lui fondato.

Gabriele ci puoi spiegare meglio il lavoro che fai?

 

Viaggio, incontro, ascolto, leggo, penso, studio. E poi scrivo. All’estero mi definisco un giornalista. Nel paese delle caste e delle tessere che è l’Italia, non sono nemmeno un pubblicista, ma una semplice partita Iva. Ad ogni modo, il risultato è lo stesso. Cercare storie, metterle in fila, e provare a raccontare la Storia. Con cura, preparazione e passione. Fortress Europe è una ricerca che dura da sette anni. Da un lato i numeri delle statistiche sui morti lungo le frontiere europee. E dall’altro il lavoro di reportage e narrazione. Con un’attenzione maturata negli anni alla ricerca di linguaggi nuovi, di parole nuove, di sensibilità nuove. Perché non c’è bisogno solo di vertenze sui diritti, ma soprattutto di una nuova estetica che ci aiuti a riumanizzare ciò certo giornalismo e tanta politica ci hanno abituato a considerare come la spazzatura dell’umanità.

Come stanno cambiando i flussi negli ultimi tempi? E’ possibile fare una stima delle vittime, chi sta pagando un prezzo più alto?

 

I flussi migratori, nel mondo, seguono i flussi del denaro, degli investimenti, del mercato del lavoro. E in questi anni di crisi sono flussi in uscita. La principale rotta migratoria in Italia, ma anche in Spagna e in Grecia, da un paio d’anni è la via del ritorno. Se sono andati in centinaia di migliaia dal Sud Europa, compresi molti nostri concittadini andati a cercare lavoro all’estero. Il loro spostamento non fa rumore perché hanno le carte in regola. Così come non fa rumore lo spostamento della maggioranza dei lavoratori emigrati in Italia, che sono europei, e sono albanesi, rumeni, bulgari, polacchi… non fanno rumore perché da diversi anni si muovono in regime di semi o totale libera circolazione. Arrivano in autobus, in aereo, in macchina, senza più bisogno del visto di ingresso… Eppure i riflettori della stampa sono accesi solo su Lampedusa. Come se quegli sbarchi fossero la causa della migrazione. Mai equazione non fu più errata. L’immigrazione in Italia arriva dall’est e ormai viaggia con il passaporto. Lampedusa è piuttosto la conseguenza delle politiche frontaliere dell’Europa. Sì perché la stessa UE che ha avuto il coraggio di aprire alla libera circolazione con l’Est, ancora oggi non si azzarda a semplificare le inaccessibili procedure per il rilascio di visti turistici, familiari o per lavoro. E la conseguenza è che una parte degli esclusi da quei visti decidono di affidarsi alle reti del contrabbando. Che siano lavoratori in cerca di un salario o famiglie in fuga dalla guerra siriana, poco cambia. Il problema è lo stesso: l’inaccessibilità ai visti europei.

Chi fa i soldi con questa faccenda dell’immigrazione clandestina?

 

Sicuramente il contrabbando libico ed egiziano fanno molti soldi. Come pure fanno molti soldi i funzionari delle ambasciate italiane. Perché è vero che è difficile avere i visti, ma la corruzione aiuta molto. Tra il contrabbando e la corruzione, credo che il giro d’affari, soltanto per l’Italia, si aggiri su svariate decine di milioni di euro l’anno, che poi ricadono a cascata su vari gruppi criminali locali e su vari funzionari corrotti, non c’è un’unica grande organizzazione. Non si tratta di cifre astronomiche, ma magari aiuterebbero a risanare Alitalia o qualche compagnia di navigazione italiana. Se soltanto l’Italia e l’Europa ragionassero in termini di mobilità e non di criminalizzazione del viaggio. A Lampedusa sbarcano 30mila persone ogni dodici mesi. Farle viaggiare in aereo, su voli diretti in mezza Europa, sarebbe logisticamente molto più semplice di quanto non sia trasportare i 18 milioni di turisti che ogni anno visitano Roma. E sarebbe più redditizio che non finanziare le missioni militari di pattugliamento nel Mediterraneo. Poi se vogliamo continuare la lista di chi ci guadagna, dovremmo metterci l’italiano medio. Non il grande capitale, perché quello deve fare le cose in regola. Ma l’italiano medio… Che sia l’azienda agricola del sud, la famiglia di classe media che ha bisogno di un’assistenza domiciliare, il proprietario di una seconda casa che affitta in nero, le aziende edili del nord e tanta imprenditoria straniera che esattamente come quella italiana conosce bene le regole dello sfruttamento… Tutta questa gente guadagna dalla ricattabilità di chi è tenuto nella clandestinità dalle nostre leggi sulla migrazione, sebbene lavori (in nero) e abbia una casa (in nero)…

Ci sono cittadini nel mondo che diventano di serie A ed altri che non giocano nemmeno il campionato: le categorie stanno cambiando? E, se sì, in funzione di quali fattori?

 

I cittadini dei paesi più potenti, economicamente e militarmente, godono del diritto alla mobilità. Sia esso in qualità di turisti (e dunque consumatori), o di lavoro e investimento (e dunque di produzione economica). Ai cittadini dei paesi più deboli e isolati è dato muoversi soltanto in qualità di manodopera a basso costo e solo su richiesta del datore di lavoro nel paese di destinazione. Ogni anno, decine di migliaia di giovani si ribellano a questa logica e attraversano le frontiere senza documenti, rivendicando il proprio diritto alla mobilità. La conseguenza è un sistema repressivo messo in atto in molte parti del mondo dai paesi ricchi lungo le loro frontiere con le zone più povere. Su quei confini si contano migliaia di morti ogni anno. Siano essi nel deserto tra il Messico e gli Stati Uniti, nel Mediterraneo, nel Sahara, o nel Pacifico al largo dell’Australia…

Il mondo e i suoi equilibri però, stanno cambiando in fretta. La ricchezza si sta redistribuendo e i paesi emergenti hanno ormai un peso ineludibile. Basti pensare a quanti portoghesi stanno emigrando nelle ex colonie, Angola e Brasile, per beneficiare del boom economico di questi paesi. O quanti nordafricani stanno emigrando nei ricchi paesi arabi del Golfo, senza parlare di tutta la migrazione interna cinese e indiana. Voglio dire che il mondo non gira intorno all’Europa. E prima l’Europa si libererà dai fantasmi dell’invasione che non c’è, prima potrà risalire sul treno della contemporaneità, dal quale sembra aver deciso di scendere…

Quali sono le leggi internazionali che impediscono la libera circolazione delle persone? Quali quelle che la favoriscono? La libera circolazione risolverebbe il problema? In tutto?

 

Non ci sono leggi internazionali che vietino la libera circolazione. Al contrario la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 parla di diritto a lasciare il proprio paese. Il problema è a livello di giurisdizione nazionale, di leggi sull’immigrazione. Tuttavia bisogna distinguere tra diritto alla mobilità e leggi sull’immigrazione. È legittimo che uno Stato abbia le sue politiche migratorie. Tuttavia la mobilità deve essere garantita, o quantomeno facilitata. L’Europa non può convivere con le fosse comuni lungo i suoi confini e allo stesso tempo scommettere sulla libera circolazione nei Balcani e negli stati orientali del vecchio continente. La libera circolazione risolverebbe in toto il problema dei morti sui confini europei. Il mercato del lavoro si autoregolerebbe, regolando i flussi in entrata e in uscita dei lavoratori stranieri in base alle esigenze del mercato, come già avviene di fatto sebbene sul mercato nero. Diverso invece sarebbe l’effetto sull’asilo politico. È chiaro che ci sarebbero molte più domande di protezione internazionale. Ma davvero l’Europa potrebbe lamentarsi? Voglio dire, davvero in nome di un principio di ordine borghese delle nostre città, possiamo voltare gli occhi ai drammi del mondo? Davvero possiamo chiudere le porte in faccia ai profughi di guerra siriani o somali perché non vogliamo vedere i loro figli nelle nostre scuole? Io non so che farmene di un’Europa che pretende di vivere sotto la campana di vetro mentre la casa del vicino brucia. Delle due l’una: aprisse la porta o desse una mano a spegnere l’incendio.

Quali sono per te le istituzioni che stanno lavorando peggio sul tema?

 L’Europa, come pure l’Italia, è un soggetto pieno di contraddizioni. L’Europa di Frontex (Agenzia comunitaria per il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne) ha incoraggiato i respingimenti in Libia fatti dall’Italia nel 2009, dopo un accordo bipartisan firmato con Gheddafi prima dal governo Prodi (2007) poi dal governo Berlusconi (2009). Eppure l’Europa della Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per quegli stessi respingimenti. L’Europa di Frontex ragiona con i paesi del Mediterraneo soltanto in termini militari, navi da guerra, respingimenti, carceri nel Sahara, esternalizzazione… Eppure l’Europa della Commissione Europea ha firmato negli anni passati accordi di liberalizzazione dei visti (e dunque della mobilità) con diversi paesi dei Balcani e con i nuovi Stati Membri dell’Europa dell’Est. Forse sta a noi far prevalere la parte sana dell’Europa, contro quella in preda ai fantasmi dell’invasione e dello scontro di civiltà.

I CIE, comunque si giri la frittata, sono luoghi di detenzione; immigrazione = reato, immigrato = detenuto. Essere Umano = viaggiatore. Possiamo tornare a quest’ultima uguaglianza? Cosa serve per te, nelle leggi e nella testa, per farlo?

Basterebbe molto poco nelle leggi. E non sarebbe la prima volta. Fino al 2006, il 30% dei reclusi nei CIE (centri di identificazione e espulsione) erano rumeni, in perfetta coerenza con i dati sulle presenze in Italia dei rumeni, come prima comunità immigrata. Dal 2007, di rumeni nei CIE non se ne vedono più, eccezion fatta per alcuni ex detenuti condannati per reati gravi ed espulsi dopo aver scontato una pena in carcere. Basterebbe riscrivere la legge sull’immigrazione per introdurre i visti per motivi di ricerca di lavoro, reintrodurre la figura della sponsor, semplificare i ricongiungimenti, e prevedere una sanatoria permanente e individuale, come in spagna, per cui chi ha un contratto e una casa possa regolarizzare la propria posizione. Al resto però deve pensare l’Europa, con una progressiva semplificazione dei visti e magari con dei programmi speciali per i cittadini provenienti da paesi in guerra come la Siria e la Somalia, o l’Afghanistan, verso cui servirebbe maggiore solidarietà. Se l’Europa non trova il coraggio per farlo adesso, forse non lo farà più. Perché la pressione migratoria non è mai stata così bassa. La crisi ha reso l’Europa poco attraente. E proprio adesso dovremmo provare un altro sistema, visto che quello delle navi da guerra, in vent’anni ha prodotto soltanto migliaia di morti, ma non ha cambiato niente.

C’è qualche storia particolare che pensi sia utile e bello raccontare?

Vorrei raccontarvi tutte le storie degli amici siriani con cui sono in contatto in questi giorni. Sono in Egitto, in Turchia, in Libia. Stanno provando inutilmente a chiedere i visti nelle nostre ambasciate. Ed io già sto in pensiero, perché so che prima o poi tenteranno la via del mare, dopo l’ennesimo rifiuto. Ed io non so se li rivedrò mai più. Perché non è uno scherzo né un esercizio di statistiche tra esperti. E’ in gioco c’è la vita e la morte di migliaia di persone.