Archive for gennaio, 2014

gennaio 27, 2014

Siria: possiamo lanciare in alto una richiesta di soluzione?

Pubblicato su Pressenza il 23 gennaio 2014

Ho scritto stamattina una mail a Haytham Manna, diceva semplicemente che Pressenza è a disposizione per qualunque cosa l’opposizione democratica siriana voglia dire; mi ha risposto con un abbraccio e un grazie, nulla di più.

Ho conosciuto Haytham l’anno scorso, a Ginevra. La sua organizzazione aveva invitato gli umanisti alla conferenza dell’opposizione e avevamo deciso che andassi io, con Pressenza, perché ci sembrava importante testimoniare che esiste una opposizione che ritiene, nonostante tutto, che la crisi siriana vada risolta senza violenza, mettendo i siriani intorno a un tavolo.

Concetto ribadito anche di recente insieme alla dichiarazione che l’opposizione del Coordinamento nazionale delle forze per il cambiamento democratico (CCND) non parteciperà a Ginevra 2.

Eppure era proprio dalla conferenza di Ginevra dell’anno scorso che era nata l’idea di una seconda conferenza internazionale per risolvere il conflitto; era Haytham Manna una delle persone che con maggiore forza si era prodigato perché si realizzasse.

Ma in una breve intervista a Le Monde di qualche giorno fa Manna spiega che il regime non ha nemmeno preso in considerazione, come gesto di buona volontà il rilascio di alcune persone anziane, donne e malati dalle prigioni del regime; detto da uno che qualche mese fa dichiarava di essere disposto a mettere intorno a un tavolo tutti i siriani (governo compreso) fa una certa impressione.

Rileggo le interviste che abbiamo fatto o ripubblicato a Ossamah al Tawel dall’inizio del conflitto

http://www.pressenza.com/it/2013/01/un-progetto-politico-per-la-nuova-siria-libera-laica-e-democratica/

http://www.pressenza.com/it/2012/05/una-transizione-pacifica-e-possibilex-occorre-evitare-un-guerra-civile-lunga-e-sanguinosa/

http://www.pressenza.com/it/2012/02/una-via-pacifica-alla-soluzione-della-crisi/

Ossamah è stato per parecchio tempo il portavoce/addetto stampa del CCDN: quello che racconta, da due anni, è un piano realistico di pace: perché non ne è stato tenuto conto?

Come siamo arrivati a tutto questo? Forse dovremmo rileggere quanto spiegava Luca Cellini su queste pagine sulle “vere motivazioni” : Assad non si fa pagare in dollari e questo mette in crisi il biglietto verde che, una volta, la faceva da padrone sui mercati internazionali mentre adesso deve subire la concorrenza di parecchie altre monete.

Di fatto sembra che l’operazione di far perdere importanza a una conferenza di pace sulla Siria sia riuscita: finita l’inaugurazione e i discorsi dei “grandi” oggi è impossibile, su TG e grandi giornali, sapere cosa sia successo: la notizia semplicemente non c’è.

Ma se la gente continua a morire sotto il fuoco incrociato dei violenti, se i disabili e le donne dissidenti continuano a marcire nelle prigioni, questo non preoccupa i mercanti d’armi che continuano a vendere armi in medio oriente, il Premio Nobel per la Pace Europa in testa (http://www.pressenza.com/it/2014/01/unione-europea-nel-2012-record-dellexport-di-armi-al-medio-oriente/ ).

Quanto vale l’appello del Papa e di tutti i maestri spirituali di svariate religioni che ricordava Gianmarco Pisa nel suo editoriale di alcuni giorni fa?

Questo massacro annunciato ormai almeno dieci anni fa vuol radere al suolo uno dei posti più interessanti della civiltà mediterranea ed occidentale: un luogo di convivenza tra etnie e religioni differenti, un passaggio strategico delle antiche vie per le Indie, la patria di grandi poeti, letterati, governanti e avventurieri.

Ma la civiltà non interessa ai mercanti.

Deve esistere una forza nascosta che possa mettere fine alla violenza; in questi giorni, come altre volte, persone di diversi luoghi, culture, tendenze spirituali ecc si incontrano per chiedere, tramite semplici preghiere ed orazioni, benessere e ace per tutti i popoli: che queste voci si moltiplichino e spieghino ai potenti che non sono propietari anche del Futuro ma che esso appartiene all’umanità!!

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gennaio 21, 2014

La felicità delle persone: intervista a Francuccio Gesualdi

Pubblicato su Pressenza il 20 gennaio 2014

foto francesco

Francuccio Gesualdi

Francuccio Gesualdi è il fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, da anni punto di riferimento per chi si occupa di consumo critico, di altre economie. Ha pubblicato molti libri su questi argomenti e, in particolare, Le Catene del Debito (Feltrinelli 2013) che abbiamo recentemente recensito su Pressenza.

Francuccio, nella tua biografia sottolinei il fatto di essere stato allievo di Don Milani: in cosa consiste l’attualità di Barbiana oggi e cosa senti che ha influenzato profondamente la tua vita?

Uno dei messaggi di Barbiana è che non può esserci democrazia senza cittadini capaci di capire la realtà, di interpretarla, di sapere avanzare proposte di cambiamento. Di qui il suo accento sulla scuola,  concepita non come macchinetta dispensa nozioni, ma come  luogo in cui ci si attrezza per saper leggere e giudicare i fenomeni umani, sociali, economici, culturali, ambientali, si impara a pensare con la propria testa, si impara ad esprimersi per partecipare al cambiamento della società. Oggi che la società si è fatta più complessa, che i mezzi di informazione sono sempre più sotto il controllo di pochi, che la scuola sta abdicando al suo ruolo di formazione di cittadinanza, il messaggio di Barbiana è più urgente che mai. Conscio dell’importanza del sapere, ho sempre dedicato una parte importante del mio impegno alla divulgazione di temi economici, che pur avendo un fortissimo impatto sulle nostre vite sono ignorati per la loro complessità.

Quello che tu stai proponendo da tempo è una rete di coloro che immaginano un altro mondo possibile: come siamo messi con questo tema? E come si vanno delineando le caratteristiche essenziali di questo mondo?

La forza del potere si basa sulla frantumazione dei cittadini. Per questo assieme ad Alex Zanotelli e altri rappresentanti della società civile, da tempo propongo la necessità di formare una solida rete di Lilliput, che tenga insieme realtà che pur svolgendo attività molto diverse fra loro, sono però unite dal denominatore comune di voler costruire una società basata su equità, inclusione, diritti, beni comuni, sostenibilità. E proprio perché uniti da questo medesimo spirito, sanno anche individuare campagne da portare avanti tutti insieme perché di importanza strategica. Oggi il tema del debito pubblico  è uno di questi. La proposta della rete di Lilliput procede a rilento forse per la nostra irriducibile propensione a dare sempre più importanza a ciò che ci divide piuttosto che a ciò che ci unisce, o perché non abbiamo ancora capito che agire sul particolare senza occuparci del generale ci rende perdenti.

Nel tuo libro fai una critica molto circostanziata all’attuale sistema politico-economico e fai delle proposte abbastanza semplici e comprensibili per risolvere le cose a partire dall’idea centrale che non può essere il profitto né il mercato a guidare le nostre vite: puoi spiegarcele sinteticamente?

I danni di un’economia totalmente impostata sul mercato e sul profitto sono sotto gli occhi di tutti. Basta dare uno sguardo alla povertà che a livello mondiale colpisce più della metà della popolazione e che anche in Italia coinvolge una persona su tre. Basta dare uno sguardo alla disoccupazione, che solo in Italia colpisce il 28% della forza lavoro. O allo stato di disperazione in cui si trova l’ambiente. Se vorremo salvarci e soprattutto garantire un futuro ai nostri figli, dobbiamo costruire un altro sistema economico, che non abbia più come obiettivo l’arricchimento dei mercanti, ma la felicità delle persone. E poiché sappiamo che la felicità non dipende solo dalla ricchezza materiale, ma anche da un ambiente salubre, da ritmi di vita sereni, da una buona vita di relazione, l’obiettivo non sarà più  produrre, consumare e gettare, ma raggiungere un equilibrio fra tutte le nostre diverse esigenze. Il che richiede cambiamenti a tutti i livelli: stili di vita, modelli produttivi, modelli architettonici e urbani. Ma soprattutto richiede cambiamenti a livello di organizzazione economica e sociale. Fondamentalmente dovremo dare molto meno spazio ai rapporti mercantili e molto di più al fai da te individuale e collettivo. Perché il mercato è escludente e ha bisogno di crescita. L’economia di comunità autorganizzata è capace di garantire a tutti le sicurezze di base, sia per ciò che concerne il soddisfacimento dei bisogni che il diritto al lavoro, senza necessariamente gravare di più sulla natura.

Non c’è nel tuo libro, forse volutamente, un’analisi della crisi finanziaria attuale, di dove potrebbe portare il mondo: è un’analisi inutile? Forse sarà meglio non immaginarselo?

Volutamente il mio libro si concentra sul debito pubblico. Non perché il debito pubblico italiano non abbia correlazioni con la crisi finanziaria scoppiata nel 2008, ma perché, a mio avviso, è solo di tipo contingente. In realtà il debito pubblico italiano ha radici ben più lontane ed è in gran parte dovuto all’accumularsi degli interessi. Ciò detto è importante capire che oggi la finanza non solo ha assunto un ruolo spropositato, ma che via via che cresce e che si riducono gli spazi di investimento, si orienta sempre di più sulla scommessa e sui crediti a soggetti deboli. Il che significa che si espone sempre di più al rischio di fallimento, con contraccolpi esplosivi per l’intero sistema. Nel 2008 il sistema bancario è stato salvato dai governi che si sono indebitati a loro volta, ma questa possibilità non può ripetersi a ripetizione. E se a breve il sistema bancario dovesse di nuovo inguaiarsi non ci sarà più nessuno a salvarlo. A quel punto assieme a loro finiranno nella bufera anche i depositanti e sarà solo il caso di dire “si salvi chi può”. Sempre che non riprendiamo in mano il nostro potere di cittadini e obblighiamo il Parlamento a emanare leggi che pongano seri limiti alla speculazione e  all’attività finanziaria e bancaria.

. Dal Documento del Movimento Umanista (1993) “Per gli umanisti i fattori della produzione sono il lavoro ed il capitale, mentre inessenziali e superflue sono la speculazione e l’usura”.  La visione umanista della compartecipazione deriva da questa dichiarazione ideologica. A tuo avviso è un punto centrale del dibattito?

Direi che l’usura e la speculazione sono qualcosa di più che inessenziali e superflue. Sono dannose. Sono meccanismi per arricchirsi alle spalle degli altri lucrando sullo stato di bisogno, sulle paure e sulle posizioni di forza. E senza arrivare a questi eccessi, quando un’impresa comincia ad essere gestita con logiche finanziarie si mette su uno scivolo pericoloso che può portarla alla rovina. Senz’altro la compartecipazione, intesa come partecipazione dei lavoratori alla proprietà dell’azienda, può fare da deterrente. Ma l’attività di salvaguardia è possibile solo se la presenza dei lavoratori è reale e non formale. Nelle società per azioni comanda chi ha il controllo delle azioni e se i lavoratori dovessero avere solo quote minoritarie si troverebbero nell’assurda posizione di non poter contare sulle decisioni aziendali e di non sapere più quale posizione difendere durante la contrattazione sindacale, se quella dei lavoratori dipendenti o quella dei lavoratori proprietari. Tutto questo per dire che la compartecipazione può essere una vera conquista solo se accompagnata da provvedimenti legislativi che attribuiscano ai lavoratori poteri speciali.

Una delle tue proposte fondamentali è quella che i cittadini riprendano in mano l’economia e non la lascino agli economisti; in questo tu sei, in prima persona, animatore di infinite campagne, seminari, conferenze. Come sta andando? Com’è la risposta della gente?

Nelle conferenze che faccio la gente vuole sapere e vuole esprimersi. Quando riesci a dipanare la matassa riportando la complessità economica ai  meccanismi fondamentali, dove compare chi vince, chi perde e chi fa il furbo, la gente riacquista fiducia in se. Si convince che con poco sforzo può tornare a prendere il controllo di questa materia,  che pur rimanendo fuori dalla nostra attenzione ha così tante ripercussioni sulle nostre vite.  Per questo, come Centro Nuovo Modello di Sviluppo continuiamo ad impegnarci nella campagna “Debito pubblico decido anch’io” e chiediamo che in ogni paese sorga un gruppo che faccia attività di sensibilizzazione sul debito.  Fra i nostri prossimi obiettivi c’è la produzione di un quadernetto di 16 pagine composto da vignette commentate in cui si spiega la formazione del debito pubblico italiano, i suoi effetti sociali e le vie d’uscita alternative. Il sogno è di produrre anche un piccolo video, tipo “La storia delle cose”. Ma al momento è fuori dalla nostra portata  e lo teniamo nel cassetto. Per saperne di più sulla nostra campagna si può consultare il sito www.cnms.it

gennaio 6, 2014

Islanda: le prospettive del cambiamento

Pubblicato su Pressenza il 6 gennaio 2014

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Andrea Degl’Innocenti

Andrea Degl’Innocenti è un giovane giornalista freelance che ha scritto a lungo per il Cambiamento e attualmente lavora ad un nuovo progetto editoriale chiamato Italia che cambia. Segue da tempo con interesse le vicende islandesi e circa un anno e mezzo fa è andato in Islanda per comprendere e approfondire quanto accaduto lassù. Ne è uscito “Islanda chiama Italia” (Ludica edizioni e Arianna editrice) che racconta con dettaglio e precisione le recenti vicende del paese, dal boom alla crisi economica, fino alla veemente reazione contro la classe politica e un debito ingiusto e alla nuova costituzione riscritta dal basso.

Andrea puoi fare un breve riassunto degli eventi principali che descrivi nel libro?

Sì, diciamo che l’Islanda mi è apparsa fin da subito come una sorta di microcosmo che racchiudeva in sé, compresse nel tempo e nello spazio, alcune dinamiche che si ritrovavano più diluite su scala globale. In Islanda è accaduto tutto più in fretta. L’ascesa della società consumistica e neoliberale è iniziata a partire dagli anni novanta. Il benessere è esploso all’improvviso assieme all’emergere di una nuova classe dirigente finanziaria -si facevano chiamare i Nuovi Vichinghi- nata con le privatizzazioni delle banche. Poi il botto, la kreppa (vocabolo islandese che sta per crisi), la povertà improvvisa, i debiti. Dunque la ribellione, la lotta contro la classe politica e l’elite finanziaria, contro il pagamento di un debito ingiusto contratto da banchieri privati. Infine la transizione dalla protesta alla costruzione del nuovo, al cambiamento: la scrittura della nuova costituzione partecipata, le leggi per la libertà d’informazione su internet e molto altro. L’ultima parte del libro invece parla dell’Italia, di come anche da noi qualcosa si stia muovendo, di quali siano gli spunti che si possono cogliere dalla vicenda islandese.

Nell’introduzione ti definisci come una persona che sta cercando: che soluzioni o abbozzi di soluzioni hai trovato?

Personalmente non credo nelle ricette facili, nelle soluzioni preconfezionate. Penso che ogni storia sia diversa e che ogni percorso si costruisca lungo il cammino, per cui non me la sento di affermare che l’Islanda abbia trovato “la soluzione”, quella che vale per tutti ed è applicabile su larga scala. Tuttavia alcuni messaggi che giungono dalle vicendi islandesi sono a mio avviso universali. In primis un ritrovato primato della politica sull’economia (si guardino a tal proposito anche le ultime decisioni del governo islandese relative alle speculazioni finanziarie: http://islandachiamaitalia.wordpress.com/2013/12/03/islanda-vs-finanza-internazionale/). Politica peraltro intesa nel senso più vasto e nobile del termine, come partecipazione attiva dal basso, come diritto di decidere della società in cui viviamo. Poi la capacità di passare da un momento di protesta ad uno di costruzione. E la sconfessione di alcuni dogmi della società contemporanea, in primis quello del debito. A noi spetterà il compito di declinare particolare queste tematiche generali.

Il sito che hai creato http://www.islandachiamaitalia.it/ non ha l’aria di essere solo il sito di promozione del libro; la sensazione è tu ti sia innamorato di quella causa…

È vero, l’idea è quella di proseguire la narrazione delle vicende islandesi oltre i confini del libro. Restano ancora molte cose da capire sui fatti islandesi, il libro dal mio punto di vista è solo l’inizio. La cosa che in prospettiva mi incuriosisce di più sarà capire se le istanze di cambiamento emerse durante questi anni di grossi sconvolgimenti riusciranno a solidificarsi in un nuovo modello o se tenderanno a scomparire e ad essere riassorbite dal vecchio. Questo solo il tempo potrà dircelo. Per quanto mi riguarda non posso dire di essere un osservatore neutrale -neppure credo nella neutralità del giornalismo- ma voglio essere un osservatore obiettivo.

Come stanno andando le cose ora che i pochi riflettori che si erano accesi si sono spenti di nuovo? Come sta andando la faccenda della Costituzione?

Esistono prospettive per osservare il cambiamento dell’Islanda, una dal basso e l’altra dall’alto. Dal basso le cose cambiate parecchio rispetto agli anni dello sviluppo sfrenato. Molte delle tradizioni che erano andate perdute (abbandonate in fretta forse perché ricordavano un passato fatto di povertà e “arretratezza”) sono state recuperate per necessità durante la crisi ed ora sono tornate in auge. In pratica c’è stato un recupero consapevole di molti aspetti del proprio passato che erano stati cancellati dall’avvento del neoliberismo, ed un ritrovato interesse generale per tutto ciò che è comune. Dall’alto si osserva un nuovo atteggiamento delle istituzioni nei confronti della finanza. Se prima della crisi i Nuovi Vichinghi erano di fatto i manovratori più o menoocculti delle politiche del paese, adesso l’atteggiamento della politica verso gli speculatori finanziari è molto meno transigente. Il governo ha recentemente annunciato che non rimborserà alcuni hedge funds che avevano speculato sulle banche islandesi poco prima del fallimento e con i soldi così risparmiati aiuteranno i cittadini a pagare i mutui. Poi, come accennavo prima, solo il tempo ci dirà se questi cambiamenti sono transitori o duraturi. La costituzione invece è un po’ una nota dolente, in quanto dopo essere stata redatta in maniera aperta e partecipata e dopo essere stata approvata tramite un referendum è attualmente ferma in attesa del vaglia definitivo del parlamento. Ormai è passato quasi un anno e ancora la sua approvazione non è stata calendarizzata. Tuttavia gli islandesi hanno dimostrato di saper lottare per ottenere ciò che vogliono. Appena ci saranno novità ne scriverò sul blog.

Islanda chiama Italia: che fa l’Italia, risponde? Qual è la tua sensazione dopo qualche mese di presentazioni del libro?

In Italia c’è molto più fermento di quanto si creda. Me ne sto accorgendo soprattutto lavorando al progetto Italia che cambia, assieme fra gli altri a Daniel Tarozzi, autore di “Io faccio così” in cui racconta proprio di questa Italia viva e sconosciuta. L’impressione è che i tempi siano maturi perché queste realtà che agiscono sui vari territori vadano “a sistema”. Purtroppo uno dei maggiori ostacoli è proprio l’assenza totale di informazione a riguardo. Spesso durante le presentazioni del mio libro noto un grande interesse e anche la volontà da parte delle persone di fare qualcosa per cambiare le cose. Solo che molti non sanno cosa fare e si lasciano travolgere dall’allarmismo dei media. Non sanno che magari a pochi metri da casa loro ci sono già associazioni o gruppi di cittadini che si stanno organizzando per cambiare le cose dal basso.

Sembra che i focolai di cose nuove si diffondano in tutto il mondo; come al solito il Potere, il Sistema o come si voglia chiamarlo tende a gestirli pragmaticamente, caso per caso; e apparentemente li doma o li controlla. Serve un Risveglio più generale? Tu che ne pensi?

Il risveglio a mio avviso c’è già stato. Però in maniera molto frammentata, poco interconnessa. Le opzioni secondo me sono due. La prima è che le varie realtà, le associazioni, le persone che si impegnano per un cambiamento facciano un passo indietro riguardo proprie singolarità in nome di un’unione più ampia. Ma la trovo una via molto difficile da percorrere. L’altra è che si crei una rete sempre più solida che interconnetta queste realtà e che le faccia emergere, conoscere. Non credo siano possibili vere e proprie rivoluzioni di massa, le masse sono facilmente controllabili dal potere. Piuttosto serve che un nuovo paradigma subentri progressivamente all’attuale, dal basso, nei fatti, negli stili di vita.

gennaio 6, 2014

Spezzare le catene del debito è possibile

Pubblicato su Pressenza il 6 gennaio 2014

Francesco Gesualdi
del Centro Nuovo Modello di Sviluppo
Le Catene del debito e come possiamo spezzarle
Feltrinelli

Con la capacità a cui ci ha abituato nei suoi precedenti libri e con la precisione dello stile manualistico della Guida al Consumo Critico Francuccio Gesualdi spiega nel suo nuovo libro in cosa consistono le catene del debito e cosa si potrebbe fare per liberarsene.

Il libro è rigorosamente diviso in due parti: nella prima l’Autore spiega in un linguaggio comprensibile a tutti, quello della campagna portata avanti dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo debito pubblico: decido anch’io, quali sono gli elementi del debito: di cosa è composto, quando e come è stato contratto, chi sono i creditori, come funziona e cosa comporta la speculazione finanziaria; nella seconda quali potrebbero essere le alterative, quali governi hanno agito diversamente dai dettami della famosa Troika, quali sono i riferimenti ideali e costituzionali a cui si potrebbe attingere.

Nell’apparente semplicità dell’esposizione Gesualdi sottolinea la cosa più importante: i cittadini debbono riprendere in mano l’economia e non delegarla agli economisti; e l’economia deve stare sottomessa all’etica, alla necessità di difendere la dignità umana, l’ambiente, il bene comune. Quando l’economia diventa solo profitto ed ogni cosa diventa lecita in nome del profitto si scatenano i meccanismi perversi che stanno indebitando popoli interi, tagliando drasticamente la spesa sociale, aumentando il divario tra ricchi e poveri.

Leggendo il libro di Gesualdi si ha un quadro chiaro della situazione e si comprende che le soluzioni non stanno necessariamente in un cambiamento radicale dei paradigmi: le soluzioni possono essere adottate da un qualunque governo che abbia un minimo interesse a migliorare le condizioni del suo popolo; alcune dei provvedimenti, ad esempio la rinegoziazione del debito, sono stati recentemente presi dai governi dell’Argentina e dell’Ecuador senza che scoppiasse nessuna rivoluzione né che fallisse nessuna banca. Ugualmente Gesualdi ricorda che la maggior parte delle cose che ci sarebbero da fare sono scritte, per quanto riguarda l’Italia, negli articoli della Costituzione, articoli non applicati e che anzi qualcuno penserebbe di modificare o abrogare.

Si fa evidente il divario tra l’impostazione neoliberista che dagli anni ’80 imperversa nel mondo e una nuova concezione economica che metta al centro l’Essere Umano, i suoi bisogni, la sua casa comune, i suoi valori.

gennaio 6, 2014

Appartenenze: per ricordare il dramma tibetano

Pubblicato su Pressenza il 5 gennaio 2014

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Teresa Dossi

 Dopo anni di lavoro di “fiction”come attrice,  Teresa Dossi ha deciso di lavorare con la realtà realizzando documentari.

Belonging (Appartenenze) girato tra il 2009 e il 2012, si muove sul binario dell’inchiesta e al contempo s’impadronisce dell’insegnamento di Cesare Zavattini, pedinando protagonisti e comprimari di questa storia tormentata. La storia dei tibetani in esilio. Ne esce un materiale ricco, doloroso e ottimista insieme, che alterna momenti di vita quotidiana piena di serenità e di gioia a testimonianze sulla dura condizione umana di una comunità in esilio.

Teresa, come è nata questa storia?

Seguo la causa tibetana da circa 25 anni; ho iniziato il mio sostegno con l’adozione a distanza di due bambine, che negli anni si sono succedute con altre per vari motivi.

Adesso da qualche anno sono sempre le stesse: una vive a Moussorie e l’altra a Daramshala e sono stata a conoscerle con immensa gioia. Da circa sette anni ho deciso di realizzare documentari. Fare solo l’attrice non mi bastava più e avvertivo la necessità di confrontarmi con la realtà utilizzando quello che era il mio bagaglio artistico.

Ho frequentato l’accademia di Belle Arti a Firenze. Il mio primo amore è stato la pittura, la ricerca delle immagini. Poi sono passata a scenografia, dove potevo unire anche il mio amore per il Teatro.

I primi due anni da professionista ero con la compagnia degli “ Associati” dove lavoravano Giancarlo Sbragia, Sergio Fantoni, Valentina Fortunato, Ivo Garani, Puecher e per me è stato un periodo importantissimo in quanto ero impegnata come costumista, scenografa e attrice. Così, finiti i due anni “faticosissimi” decisi di seguitare a fare l’attrice, la costumista e scenografa soltanto per lavori miei.

Per tanti anni ho recitato in Teatro, Cinema, Televisione e Radio.

Nel 2009 ho deciso di fare un doc-film sui profughi tibetani che vivono in India. Viaggio da sola. Sono stata nelle zone concesse ai rifugiati dal governo indiano dopo l’occupazione cinese del Tibet.

Nel 1959 non solo il Dalai Lama ha lasciato il Tibet, ma moltissimi tibetani sono fuggiti. L’India è stata generosa, dando loro vastissime aree dove hanno potuto ricostruire la loro vita. Sono partita per l’India con riferimenti di luoghi e di persone “lasciandomi cullare dall’Universo” ed è stato così che ho incontrato i personaggi giusti per il mio film ed ho iniziato a fare le riprese. E’ dal 1950 che va avanti questa presenza invasiva cinese in Tibet. Ho trovato in India tibetani che sono nati in Tibet e moltissimi in India. Quello che mi ha colpito è la mancanza di risentimento verso gli invasori, la ricerca continua di pace, verità, compassione, tolleranza e soprattutto una grande gioia di vivere.

La diaspora tibetana è complessa e dolorosa. Cosa hai provato?

I miei sentimenti nei loro confronti sono di grande ammirazione e di amore verso una popolazione che vorrebbe ritornare nel proprio paese senza pretese, solo per poter vivere la loro realtà di tibetani.

Qual è il tuo modo di lavorare?

Dopo aver deciso il tema del documentario faccio una ricerca sul web per cercare personaggi e indirizzi di località dove andare. Fino ad ora tutti i miei documentari (Indiatà, Gangour, Belonging) sono stati girati in India.

Qual è l’obiettivo di questo lavoro?

L’obiettivo di questo mio ultimo lavoro ( Belonging) è ricordare il dramma tibetano per non dimenticare e far prendere coscienza del perdono, del valore della consapevolezza, dell’appartenenza, per comunicare fatti accaduti e presenti attraverso racconti di persone che li hanno vissuti.

Come è cambiata Teresa girando questo documentario ?

Tutto quello che facciamo, pensiamo, vediamo contribuisce a creare in noi piccoli o grandi cambiamenti. Sicuramente anche questa esperienza è stata motivo di crescita per acquisire maggiore consapevolezza e tolleranza. L’incontro con i vari personaggi –  un reduce scampato ai massacri dell’invasore, un monaco insegnante che aiuta i ragazzi durante le loro vacanze scolastiche a studiare il tibetano per poter trasmettere la cultura tibetana alle nuove generazioni, la testimonianza di Palden Gyatso, il monaco imprigionato per 33 anni e torturato, il poeta che con la propria poesia comunica tutto il dramma del popolo tibetano, l’italiano che con una vera adozione regala la libertà ad un ragazzo tibetano, l’attivista con il racconto appassionato della sua vita – hanno inciso profondamente sulla mia sensibilità.

Come e dove lo si può vedere ?

A partire dall’aprile 2014 ci saranno molte proiezioni in Italia; inoltre ho realizzato il DVD che si può ordinare sul sito: www.teresadossi.com .