La felicità delle persone: intervista a Francuccio Gesualdi

Pubblicato su Pressenza il 20 gennaio 2014

foto francesco

Francuccio Gesualdi

Francuccio Gesualdi è il fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, da anni punto di riferimento per chi si occupa di consumo critico, di altre economie. Ha pubblicato molti libri su questi argomenti e, in particolare, Le Catene del Debito (Feltrinelli 2013) che abbiamo recentemente recensito su Pressenza.

Francuccio, nella tua biografia sottolinei il fatto di essere stato allievo di Don Milani: in cosa consiste l’attualità di Barbiana oggi e cosa senti che ha influenzato profondamente la tua vita?

Uno dei messaggi di Barbiana è che non può esserci democrazia senza cittadini capaci di capire la realtà, di interpretarla, di sapere avanzare proposte di cambiamento. Di qui il suo accento sulla scuola,  concepita non come macchinetta dispensa nozioni, ma come  luogo in cui ci si attrezza per saper leggere e giudicare i fenomeni umani, sociali, economici, culturali, ambientali, si impara a pensare con la propria testa, si impara ad esprimersi per partecipare al cambiamento della società. Oggi che la società si è fatta più complessa, che i mezzi di informazione sono sempre più sotto il controllo di pochi, che la scuola sta abdicando al suo ruolo di formazione di cittadinanza, il messaggio di Barbiana è più urgente che mai. Conscio dell’importanza del sapere, ho sempre dedicato una parte importante del mio impegno alla divulgazione di temi economici, che pur avendo un fortissimo impatto sulle nostre vite sono ignorati per la loro complessità.

Quello che tu stai proponendo da tempo è una rete di coloro che immaginano un altro mondo possibile: come siamo messi con questo tema? E come si vanno delineando le caratteristiche essenziali di questo mondo?

La forza del potere si basa sulla frantumazione dei cittadini. Per questo assieme ad Alex Zanotelli e altri rappresentanti della società civile, da tempo propongo la necessità di formare una solida rete di Lilliput, che tenga insieme realtà che pur svolgendo attività molto diverse fra loro, sono però unite dal denominatore comune di voler costruire una società basata su equità, inclusione, diritti, beni comuni, sostenibilità. E proprio perché uniti da questo medesimo spirito, sanno anche individuare campagne da portare avanti tutti insieme perché di importanza strategica. Oggi il tema del debito pubblico  è uno di questi. La proposta della rete di Lilliput procede a rilento forse per la nostra irriducibile propensione a dare sempre più importanza a ciò che ci divide piuttosto che a ciò che ci unisce, o perché non abbiamo ancora capito che agire sul particolare senza occuparci del generale ci rende perdenti.

Nel tuo libro fai una critica molto circostanziata all’attuale sistema politico-economico e fai delle proposte abbastanza semplici e comprensibili per risolvere le cose a partire dall’idea centrale che non può essere il profitto né il mercato a guidare le nostre vite: puoi spiegarcele sinteticamente?

I danni di un’economia totalmente impostata sul mercato e sul profitto sono sotto gli occhi di tutti. Basta dare uno sguardo alla povertà che a livello mondiale colpisce più della metà della popolazione e che anche in Italia coinvolge una persona su tre. Basta dare uno sguardo alla disoccupazione, che solo in Italia colpisce il 28% della forza lavoro. O allo stato di disperazione in cui si trova l’ambiente. Se vorremo salvarci e soprattutto garantire un futuro ai nostri figli, dobbiamo costruire un altro sistema economico, che non abbia più come obiettivo l’arricchimento dei mercanti, ma la felicità delle persone. E poiché sappiamo che la felicità non dipende solo dalla ricchezza materiale, ma anche da un ambiente salubre, da ritmi di vita sereni, da una buona vita di relazione, l’obiettivo non sarà più  produrre, consumare e gettare, ma raggiungere un equilibrio fra tutte le nostre diverse esigenze. Il che richiede cambiamenti a tutti i livelli: stili di vita, modelli produttivi, modelli architettonici e urbani. Ma soprattutto richiede cambiamenti a livello di organizzazione economica e sociale. Fondamentalmente dovremo dare molto meno spazio ai rapporti mercantili e molto di più al fai da te individuale e collettivo. Perché il mercato è escludente e ha bisogno di crescita. L’economia di comunità autorganizzata è capace di garantire a tutti le sicurezze di base, sia per ciò che concerne il soddisfacimento dei bisogni che il diritto al lavoro, senza necessariamente gravare di più sulla natura.

Non c’è nel tuo libro, forse volutamente, un’analisi della crisi finanziaria attuale, di dove potrebbe portare il mondo: è un’analisi inutile? Forse sarà meglio non immaginarselo?

Volutamente il mio libro si concentra sul debito pubblico. Non perché il debito pubblico italiano non abbia correlazioni con la crisi finanziaria scoppiata nel 2008, ma perché, a mio avviso, è solo di tipo contingente. In realtà il debito pubblico italiano ha radici ben più lontane ed è in gran parte dovuto all’accumularsi degli interessi. Ciò detto è importante capire che oggi la finanza non solo ha assunto un ruolo spropositato, ma che via via che cresce e che si riducono gli spazi di investimento, si orienta sempre di più sulla scommessa e sui crediti a soggetti deboli. Il che significa che si espone sempre di più al rischio di fallimento, con contraccolpi esplosivi per l’intero sistema. Nel 2008 il sistema bancario è stato salvato dai governi che si sono indebitati a loro volta, ma questa possibilità non può ripetersi a ripetizione. E se a breve il sistema bancario dovesse di nuovo inguaiarsi non ci sarà più nessuno a salvarlo. A quel punto assieme a loro finiranno nella bufera anche i depositanti e sarà solo il caso di dire “si salvi chi può”. Sempre che non riprendiamo in mano il nostro potere di cittadini e obblighiamo il Parlamento a emanare leggi che pongano seri limiti alla speculazione e  all’attività finanziaria e bancaria.

. Dal Documento del Movimento Umanista (1993) “Per gli umanisti i fattori della produzione sono il lavoro ed il capitale, mentre inessenziali e superflue sono la speculazione e l’usura”.  La visione umanista della compartecipazione deriva da questa dichiarazione ideologica. A tuo avviso è un punto centrale del dibattito?

Direi che l’usura e la speculazione sono qualcosa di più che inessenziali e superflue. Sono dannose. Sono meccanismi per arricchirsi alle spalle degli altri lucrando sullo stato di bisogno, sulle paure e sulle posizioni di forza. E senza arrivare a questi eccessi, quando un’impresa comincia ad essere gestita con logiche finanziarie si mette su uno scivolo pericoloso che può portarla alla rovina. Senz’altro la compartecipazione, intesa come partecipazione dei lavoratori alla proprietà dell’azienda, può fare da deterrente. Ma l’attività di salvaguardia è possibile solo se la presenza dei lavoratori è reale e non formale. Nelle società per azioni comanda chi ha il controllo delle azioni e se i lavoratori dovessero avere solo quote minoritarie si troverebbero nell’assurda posizione di non poter contare sulle decisioni aziendali e di non sapere più quale posizione difendere durante la contrattazione sindacale, se quella dei lavoratori dipendenti o quella dei lavoratori proprietari. Tutto questo per dire che la compartecipazione può essere una vera conquista solo se accompagnata da provvedimenti legislativi che attribuiscano ai lavoratori poteri speciali.

Una delle tue proposte fondamentali è quella che i cittadini riprendano in mano l’economia e non la lascino agli economisti; in questo tu sei, in prima persona, animatore di infinite campagne, seminari, conferenze. Come sta andando? Com’è la risposta della gente?

Nelle conferenze che faccio la gente vuole sapere e vuole esprimersi. Quando riesci a dipanare la matassa riportando la complessità economica ai  meccanismi fondamentali, dove compare chi vince, chi perde e chi fa il furbo, la gente riacquista fiducia in se. Si convince che con poco sforzo può tornare a prendere il controllo di questa materia,  che pur rimanendo fuori dalla nostra attenzione ha così tante ripercussioni sulle nostre vite.  Per questo, come Centro Nuovo Modello di Sviluppo continuiamo ad impegnarci nella campagna “Debito pubblico decido anch’io” e chiediamo che in ogni paese sorga un gruppo che faccia attività di sensibilizzazione sul debito.  Fra i nostri prossimi obiettivi c’è la produzione di un quadernetto di 16 pagine composto da vignette commentate in cui si spiega la formazione del debito pubblico italiano, i suoi effetti sociali e le vie d’uscita alternative. Il sogno è di produrre anche un piccolo video, tipo “La storia delle cose”. Ma al momento è fuori dalla nostra portata  e lo teniamo nel cassetto. Per saperne di più sulla nostra campagna si può consultare il sito www.cnms.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: