Archive for aprile, 2014

aprile 28, 2014

#arenadipacedisarmo al di là delle aspettative, verso un mondo migliore

Pubblicato su Pressenza il 26 aprile 2014

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Olivier Turquet | Pressenza

Sono andato all’Arena di Pace e Disarmo senza se e senza ma. Avevo ascoltato critiche preventive ma mi risuonava nella mente una frase di Silo: “la critica è necessaria ma è ancora più necessario fare qualcosa di diverso da quello che critichiamo”. Bene, ieri, 25 Aprile, festa della Liberazione abbiamo fatto qualcosa di diverso da quello che critichiamo; ci siamo riuniti, ci siamo ascoltati, abbiamo fatto proposte, abbiamo cantato e ballato insieme, ci siamo scambiati volantini e sorrisi, abbracci fraterni, ci siamo tenuti stretti per le mani, ci siamo sentiti parte di un popolo psichico che annuncia un nuovo mondo, un mondo necessario che, prima o poi, diventerà evidente e presente.

Sono entrato nell’Arena senza particolari aspettative e sono subito rimasto colpito dal fatto che, ancor prima dell’inizio “ufficiale” ci fossero già così tante persone; mi sono guardato in giro, attendendomi di avere molta gente da salutare; ne avevo, chiaramente, ma l’impressione è stata di stare tra amici sconosciuti; ho riconosciuto quelli più o meno della mia generazione ma anche molta gente giovane e molta di quella gente che hai la sensazione che non incontrerai mai, se non per caso. Non la incontrerai ma sta dentro di te, nel tuo cuore, perché con te condivide un’intima speranza.

Alla fine gli organizzatori ci diranno che hanno contato (con bigliettini all’entrata) 13.000 persone ma io direi che, curiosi inclusi, sono girate almeno 15.000 persone. Non faccio una questione di numeri; i presentatori dal palco hanno dichiarato lo stupore di tutti e di trovarsi al di là delle più rosee aspettative.

Era una manifestazione intitolata a pace e disarmo ma dentro di essa ha risuonato forte la parola nonviolenza, nella scritta accanto al palco “resistenza oggi si chiama nonviolenza”, nelle parole di Alex Zanotelli che ha fatto un discorso incentrato sulla nonviolenza attiva e sulla lotta alla tremenda speculazione finanziaria.

Forte ha risuonato, nel bellissimo discorso del Sindaco di Messina, Renato Accorinti, il tema della possibilità e della necessità di rompere le barriere mentali ancor prima che fisiche; lui che ha vinto una missione impossibile, metter la nonviolenza, le persone, la base sociale al centro della politica e vincere le elezioni in una città dove la mafia è fortemente radicata. A Renato, abbracciandolo, abbiamo promesso tutto il nostro appoggio affinché l’esperienza di Messina sia conosciuta nel mondo.

Abbiamo, in un catartico momento collettivo, fatto volare qualche migliaio di aeroplanini di carta con scritto sopra il nostro NO agli F-35: ma in quel momento gioioso il cacciabombardiere è sembrato veramente allontanarsi tanto dalla possibilità di essere acquistato, è sembrato piccolo piccolo come quelle meschine intenzioni umane che fanno soffrire tanta gente nel mondo. In un momento ha vinto il 99% della popolazione mondiale, ha vinto l’umanità contro il nonsens.o

La manifestazione ha lanciato una campagna, di cui riferiremo in altri articoli, ma soprattutto ha lanciato una speranza: i poteri attuali, per quanto forti possano sembrare, non hanno il controllo dell’umanità, non sono riusciti a comprare il futuro.

Vari hanno opportunamente ricordato che la pace e la nonviolenza stanno nel cuore, nella mente e nelle azioni di ognuno di noi e che, alla fine delle manifestazioni, è opportuno tornar a casa “con la fronte e le mani luminose”; questo è il personale impegno che prendo, qui a Pressenza, affinché la traccia luminosa di questa manifestazione possa proseguire, intanto documentando e approfondendo quello che è successo ieri, ma soprattutto continuando il lavoro di informazione e di diffusione delle azioni del grande popolo psichico che anela e immagina un mondo migliore.

aprile 23, 2014

Arena di Pace e Disarmo: io ci vado senza se e senza ma

Pubblicato su Pressenza il 18 aprile 2014

arena di pace

Fra una settimana, il 25 Aprile,  i pacifisti e, soprattutto, tutti coloro che sono favorevoli al disarmo si riuniranno a Verona, all’Arena di Pace e Disarmo.

E’ un incontro senza se e senza ma, basta leggere l’appello (di cui il sottoscritto è uno dei primi firmatari).

Il nostro Paese, in piena crisi economica e sociale, cade a picco in tutti gli indicatori europei e internazionali di benessere e di civiltà, ma continua ad essere tra le prime 10 potenze militari del pianeta, nella corsa agli armamenti più dispendiosa della storia.

Ne sono un esempio i nuovi 90 cacciabombardieri F35, il cui costo di acquisto si attesta sui 14 miliardi di euro, mentre l’intero progetto Joint Strike Fighter supererà i 50 miliardi di euro; il nostro paese, inoltre, “ospita” 70 bombe atomiche statunitensi B-61 (20 nella base di Ghedi a Brescia e 50 nella base di Aviano a Pordenone) che si stanno ammodernando, al costo di 10 miliardi di dollari, in testate nucleari adatte al trasporto sugli F-35.

Gli armamenti sono distruttivi quando vengono utilizzati e anche quando sono prodotti, venduti, comprati e accumulati, perché sottraggono enormi risorse al futuro dell’umanità, alla realizzazione dei diritti sociali e civili, garanzia di vera sicurezza per tutti.

Gli armamenti non sono una difesa da ciò che mette a rischio le basi della nostra sopravvivenza e non saranno mai una garanzia per i diritti essenziali della nostra vita – il diritto al lavoro, alla casa e all’istruzione, le protezioni sociali e sanitarie, l’ambiente, l’aria, l’acqua, la legalità e la partecipazione, la convivenza civile e la pace; e inoltre generano fame, impoverimento, miseria, insicurezza perché sempre alla ricerca di nuovi teatri e pretesti di guerra; impediscono la realizzazione di forme civili e nonviolente di prevenzione e gestione dei conflitti che salverebbero vite umane e risorse economiche.

Per immaginare e costruire già oggi un futuro migliore è indispensabile, urgente, una politica di disarmo, partendo da uno stile di vita disarmante.

Credo che in poche righe gli estensori materiali dell’appello siano riusciti a sintetizzare alcuni concetti:

–         c’è una stridente contraddizione tra dichiarare l’Italia in crisi e lasciarla in testa alla corsa agli armamenti

–         un netto rifiuto e denuncia dell’armamento nucleare collegato agli F35

–         una netta distanza da qualunque giustificazionismo della guerra come strumento di difesa o di risoluzione delle controversie internazionali

–         una opportuna contrapposizione tra l’armamentismo e le vere priorità per tutti gli esseri umani: la salute, l’istruzione, la qualità della vita

–         – l’esigenza di disarmarci cioè di abbracciare la coerenza e la nonviolenza a livello interpersonale

Personalmente ritrovo, in questo tentativo, tanti degli elementi, e tante persone, che hanno animato la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza di quattro anni fa.

Trovarsi per condividere, da molteplici punti di vista, questi punti e le conseguenti azioni da intraprendere mi pare una priorità assoluta; a chi dirà che non è con le manifestazioni di un giorno che si risolvono i problemi dell’Umanità rispondo che questo non succede nemmeno restando abbattuti a leccarsi le ferite all’interno della propria casa o del proprio orticello.

Io vado a Verona, senza se e senza ma, per condividere idee, per dibattere delle azioni concrete da fare, per rendere questo 25 Aprile una data di Liberazione del Futuro, un punto di partenza per far sì, come ricordava Zanotelli in una recente intervista su Pressenza, che l’agenda politica e sociale metta il disarmo al centro.

E’ una necessità immediata, un’aspirazione ambiziosa e, soprattutto, quello che chiede il grande popolo della Pace, del Disarmo e della Nonviolenza a noi “addetti ai lavori”. E’ soprattutto a questo popolo silenzioso, a questa sensibilità in crescita tra i giovani che penso quando mi dico che un’azione eclatante come quella dell’Arena è l’azione opportuna in questo momento.

Ci vediamo lì.

aprile 3, 2014

Nel giro di pochi decenni la pena di morte risulterà inconcepibile

Pubblicato su Pressenza il 29 marzo 2014

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Riccardo Noury

Amnesty International ha pubblicato il rapporto 2013 sulla pena di morte. Ne parlo con Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana; come dire parlo della pena di morte con la sezione della principale associazione per i Diritti Umani nel paese più tradizionalmente abolizionista; dico questo per rassicurare il pubblico italiano su alcune domande.

Riccardo, partiamo dall’Italia: secondo te da dove viene questa tradizione abolizionista, dall’aneddoto del Granduca di Toscana (primo monarca ad abolire la pena di morte) o da qualcosa di più recente e, magari, di più profondo?

Certamente, la vicenda del Granducato di Toscana ci dice che l’abolizionismo in Italia ha radici storiche profonde. Ma ad averlo diffuso nella società sono stati il pensiero giuridico e la letteratura. Inoltre, l’Italia è al centro di un sistema regionale abolizionista da decenni.

Il vostro rapporto parla di due tendenze opposte: aumento delle esecuzioni, diminuzione dei paesi che applicano la pena di morte: puoi approfondire questo aspetto?

In realtà, limitandosi solo ai numeri, le esecuzioni e i paesi sono aumentati rispetto al 2012: 778 in 22 paesi contro 663 in 21 paesi. L’aumento del numero delle esecuzioni note (ossia, senza i dati riferiti alla Cina e alla Corea del Nord) è da imputare a Iran e Iraq. Nel primo paese, abbiamo registrato 369 esecuzioni ufficiali ma aggiungendovi quelle perpetrate in segreto il totale arriva intorno alle 700 esecuzioni; nel secondo, le esecuzioni sono state almeno 169. In Iraq non si era mai usata tanto la pena di morte dai tempi di Saddam Hussein. Preferisco però vedere la situazione da un punto di vista diverso: per un paese che uccide i suoi cittadini in nome della giustizia ve ne sono nove che, in nome della giustizia, non uccidono.

Così come l’abolizionismo anche il favore alla pena di morte è trasversale: attraversa paesi di tutte le parti del mondo, paesi superindustrializzati e paesi considerati “arretrati”; coinvolge credenze religiose diverse, segni politici opposti; alla fine quali pensi siano le caratteristiche di fondo di un abolizionista e di uno a favore?

L’abolizionista pensa che lo stato debba essere sempre migliore, né uguale né peggiore, di un assassino. Chi è favorevole alla pena di morte ritiene che a un’uccisione si debba replicare con la stessa moneta.

Molti antichi sacri testi contemplano la pena di morte in alcuni casi. Eppure nessuna religione o spiritualità moderna la prende in considerazione. Possono i moderni leaders spirituali fare qualcosa di più a favore dell’abolizione? Sanare quest’apparente contraddizione a cui, spesso, si rifanno i fanatici? Vedi azioni in questo senso?

E’ vero, nessuna religione o spiritualità moderna è espressamente a favore della pena di morte. Però nei testi sacri (penso sia alla Bibbia che al Corano) ci sono frasi, interpretabili nel contesto storico, che danno corda ai fanatici di ogni parte. Spesso la pena di morte è praticata (o quanto meno invocata) in paesi nei quali il sentimento religioso è molto forte. Pensiamo al Giappone… Dobbiamo poi considerare le interpretazioni del Corano secondo le quali la pena di morte è necessaria a fronte di determinati comportamenti. Certo, i leader religiosi dovrebbero essere più costantemente presenti: non basta la dottrina abolizionista, occorrono interventi abolizionisti sia per salvare vite umane, sia per favorire leggi abolizioniste.

Recenti statistiche dimostrano che una comunità disinformata è più a favore della pena di morte e che un breve briefing sposta molta gente verso l’abolizionismo: stanno facendo abbastanza gli stati, la cultura, le scuole, i media nel senso dell’informazione?

Si dovrebbe fare di più, da ogni punto di vista. Gli stati non possono limitarsi ad alzare la mano una volta all’anno in sede di Assemblea generale dell’Onu. I media si occupano di pena di morte prevalentemente come argomento di cronaca, di fronte a casi-limite (un’esecuzione particolamente cruenta, un caso di palese innocenza, un periodo record trascorso in un braccio della morte) e mancano di raccontare la quotidianità della pena capitale. In generale, nel nostro paese si tende a pensare che – avendo noi abolito la pena di morte, e introdotto una garanzia costituzionale al riguardo – il problema sia finito. In questo modo si lascia campo libero all’invocazione, al desiderio di quella pena. Anche per questo è importante portare le ragioni abolizioniste nelle scuole, in quel luogo dove si forma la coscienza e la conoscenza.

Vogliamo spiegare, una volta di più, quei semplici motivi per essere contro la pena di morte senza se e senza ma?

La pena di morte non ha mai dimostrato di essere utile, è uno strumento demagogico di cattura del consenso elettorale o di distrazione da altri problemi. Ma anche se fosse utile, rimarrebbe l’argomento morale: lo stato non deve uccidere per insegnare che non si deve uccidere. Aggiungo che, facendo ricerche da molti anni sull’uso della pena di morte, in innumerevoli casi è emerso quanto la giustizia sia fallibile. Lasciare nelle mani della giustizia umana la decisione suprema di sopprimere il diritto alla vita di una persona è un atto ingiusto e irresponsabile.

Io e te siamo vecchi compagni di questa battaglia; a noi stessi e a tutti i generosi militanti che da tanti punti di vista si sono uniti in questa lotta per l’umano diritto di vivere e di redimersi possiamo mandare un messaggio di speranza? Ce la faremo a vedere abolita la pena di morte?

Sì. Su questo non ho dubbi. Quando abbiamo iniziato, tu e io, a occuparci di pena di morte, il numero dei paesi abolizionisti era grosso modo equivalente al numero di quelli che oggi la mantengono in vigore. Oggi la pena di morte è messa all’angolo e gli stati che la applicano suscitano una crescente riprovazione dal punto di vista politico e morale. Sono 22 su 193. L’anno prossimo scenderanno ancora e nel giro di pochi decenni la pena di morte risulterà inconcepibile, come la schiavitù o altre pratiche del passato, consegnate allo scantinato della Storia.