Una comunità educativa

Capitolo del libro di prossima uscita “I grandi non capiscono mai niente da soli. Per una educazione umanista e nonviolenta”.

 

Per realizzare un progetto pedagogico abbiamo bisogno di una comunità educativa con determinate caratteristiche.

Questo è tanto ovvio quanto passa inosservato. Esistono ambiti mentali, ancor prima che fisici, che agiscono in noi e che ci orientano in un modo; esistono forme, strutture, istituzioni che sono coerenti e conseguenti a questa forma mentale; questa forma mentale che è la visione dell’essere umano, la visione dei piccoli, la visione di che cosa significa educare, andare a scuola, vivere.

Tutto questo ci viene dato di contrabbando, raramente viene esplicitato. Magari lo esplicita qualche dotto pedagogista in un libro che leggono (e dimenticano) i suoi studenti e nessun altro.

Mi è capitato di parlare con una giovane supplente che mi diceva “ma tutto quello che dicevano all’Università dov’è qui a scuola?”.

Dobbiamo fondare una nuova comunità pedagogica.

Dobbiamo dargli codici nuovi (una specie di DNA), sperimentare e vedere cosa succede. Dobbiamo piantare un seme, proteggerlo dall’inverno, incoraggiarne i primi virgulti, innaffiarlo d’estate. Dobbiamo volergli molto bene. Non dobbiamo avere paura. Dobbiamo saper riconoscere ciò che ci condiziona, dobbiamo conoscere ciò che profondamente ci muove, ciò che ci dà forza.

Una nuova comunità pedagogica può partire da un piccolo gruppo di persone e può arrivare molto lontano. In ogni caso qualcuno deve cominciare e, se ci guardiamo in giro, ci accorgiamo che qualcuno ha già cominciato. “Che mille fiori crescano…”.

Se vogliamo cominciare è già un grande passo. Cosa dovremmo fare in concreto?

 

  • Definire la comunità
  • Dargli codici
  • Dargli gli strumenti
  • Renderla operativa

 

Non stiamo parlando di passi necessariamente successivi. Vediamoli in dettaglio

 

Definire la comunità

 

Le persone che vogliono si definiscono come parte della comunità; semplicemente esprimono il desiderio di farne parte. Potrebbero fare una Cerimonia di Protezioneche includa la comunità stessa, non solo i piccoli. Ci proteggiamo mutuamente, tutti. Non ci sono vincoli “naturali”, non è necessario e meno che mai obbligatorio che ci siano tutti e due i genitori del tal bambino, che ci siano per forza insegnanti o chiunque; questa comunità terrà conto dei vincoli “naturali” esistenti ma sarà una comunità intenzionale cioè qualcosa che trascende la naturalità delle relazioni. Chi non vuole farne parte ed ha relazioni importanti con chi ne fa parte verrà trattato con la dovuta cura, così come tratteremmo chiunque come vogliamo essere trattati. Non cadiamo nei meccanismi di esclusione. E’ una comunità di pari, è una comunità basata sull’idea di compartecipazione. E’ una comunità che riconosce il diritto all’ozio e che si avvale del contributo volontario di ognuno. Se la comunità decide di pagare qualcuno di interno vedrà come risolvere le questioni economiche cercando che influiscano il meno possibile. Se la comunità decide di fornire servizi ad esterni della comunità decide su come farlo e in che modi.

 

Dargli codici

 

Partiamo da un altro paradigma educativo, da un altro spazio mentale. Questo non è dato né è scontato. Dobbiamo studiare, confrontare, vedere nella pratica, sperimentare. Dobbiamo essere, sicuramente: compartecipati, centrati sull’essere umano, coltivatori della diversità, appassionati della nonviolenza. Ma questi sono ancora principi generali e dobbiamo precisarli.

Ma se siamo per la diversità come faremo a metterci d’accordo? Per consenso e per approssimazione. Il consenso prevede che si faccia tutto quello su cui siamo tutti d’accordo. Il resto non si fa. E se non siamo d’accordo vuol dire che abbiamo bisogno di tempo per trovarci d’accordo e quel tempo sarà tempo molto ben utilizzato.

 

Dargli strumenti

 

Siamo attrezzati male. Siamo pieni di timori, autoritarismi, fanatismi, stereotipi ecc. ecc. Abbiamo bisogno di strumenti.

Uno strumento è il lavoro con sé stessi fatto insieme ad altri, con le tecniche che riteniamo più opportune. Un altro è lo strumento di decisione, da scegliere includendo tutti (inclusi i piccoli) e vedendo come fare: c’è una grande resistenza dei grandi a pensare che i piccoli possano decidere e non è un tema facile da risolvere ma se Summerhill si è autogestita per anni con tutti che votavano una volta a settimana non sembra che sia impossibile. Si può pensare a un percorso che giunga a certi passi e certi obiettivi. Si può pensare al consenso unanime, alla non opposizione come strumenti per prendere decisioni.

 

Renderla operativa

 

Questa comunità dovrà costituirsi ed agire nel mondo. Perché alla fine è solo l’esperienza che può dire come stiamo andando, che c’è da correggere, se stiamo influenzando in modo crescente il mondo che ci circonda o se stiamo facendo l’”isola felice” separata dal mondo. La comunità potrà mettere in moto cose molto diverse: un tipo di scuola, un tipo di insegnanti, corsi specifici, comunità di “recupero”, laboratori ecc. ecc. Potrebbe semplicemente appoggiare le attività di una scuola pubblica o di una classe “convenzionale”.Definire il cosa fare e quando è una cosa molto importante; al tempo stesso può essere importante ampliare o restringere in determinati momenti del processo.

Sarà anche necessario stabilire dei momenti e degli strumenti di verifica per poter sapere se gli obiettivi tangibili ed intangibili del progetto si stanno raggiungendo, a che punto sono, che difficoltà sono state incontrate.

 

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