Noi che non siamo ascoltati

Pubblicato su Pressenza il 30.12.2014

Noi che non siamo ascoltati
(Foto di Archivio Pressenza)

Un anno intenso per noi di Pressenza si conclude in queste ore; un anno di grandi cambiamenti, crescite, apprendimenti.

E, come ogni fine di anno, approfittiamo della tradizione per analizzare, riflettere, progettare.

Mi sono cascati gli occhi su un discorso di Silo che non solo ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo quando, 10 anni fa, fu pronunciato ma che abbiamo recentemente ripubblicato in formato elettronico con la Multimage.

Mi è venuto da rileggerlo pensando al prossimo ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan, ma anche riflettendo in questi giorni di vacanze sulle mie relazioni con mio figlio, o sulle incomprensibili tragedie che popolano le pagine dei giornali (papà uccide figli e moglie e si suicida) senza che qualcuno vada più in là del cliché dell’improvvisa follia o del disagio sociale.

Noi che siamo da anni inascoltati da anni predichiamo una visione più integrale del mondo; un’attenzione a ciascuno nella sua particolarità; una cura della nostra Madre Terra come albergo blu che ci porta nello spazio; una valorizzazione della diversità; l’affermazione del diritto di ogni essere umano a viaggiare, vivere e lavorare dove e come vuole, col solo limite di non nuocere ad altri; la profonda convinzione che con la guerra e con ogni altra forma di violenza non si risolve alcun problema.

A Pressenza lo facciamo cercando di dare conto di ogni critica e di ogni proposta che vada in quel senso, nel senso dell’umanizzazione, della coscientizzazione, della nonviolenza. In questo ringraziamo tutti coloro che, in piccolo o in grande, tutti i giorni o anche una volta ogni tanto collaborano a quest’opera interamente volontaria, disinteressata,utopica, generosa.

Così per la chiusura e la riflessione su questo anno e su quello che verrà vorrei proporvi di leggere un pezzo di quel discorso che citavo prima che suona sia come riflessione che come annuncio, come speranza di un mondo migliore che tutti attendiamo con urgenza.

“Bisogna fare qualcosa”, si sente dire da ogni parte. Ebbene, io dirò cosa si deve fare, ma non servirà a niente dirlo perché nessuno lo ascolterà.

Io dico che, a livello internazionale, tutti quelli che stanno invadendo territori dovrebbero ritirarsi immediatamente e rispettare le risoluzioni e le raccomandazioni delle Nazioni Unite.

Dico che, a livello interno, nelle singole nazioni si dovrebbe lavorare per far funzionare la legge e la giustizia per quanto imperfette siano, prima di inasprire leggi e misure repressive che finiranno nelle mani di quegli stessi che ostacolano la legge e la giustizia.

Dico che a livello familiare la gente dovrebbe fare ciò che predica, uscendo dalla retorica ipocrita che avvelena le nuove generazioni.

Dico che a livello personale ognuno dovrebbe sforzarsi di far coincidere ciò che pensa con ciò che sente e con ciò che fa, dando forma a una vita coerente e sfuggendo alla contraddizione che genera violenza.

Ma niente di quello che dico sarà ascoltato. Tuttavia gli stessi avvenimenti faranno sì che gli invasori si ritirino; che i duri siano ripudiati dalle popolazioni, che esigeranno il semplice rispetto della legge; che i figli rimproverino ai genitori la loro ipocrisia; che ognuno rimproveri se stesso per la contraddizione che genera in sé e in coloro che lo circondano.

Siamo alla fine di un oscuro periodo storico e ormai nulla sarà come prima. Poco a poco comincerà a scorgersi il chiarore dell’alba di un nuovo giorno; le culture cominceranno a capirsi, i popoli sperimenteranno un’ansia crescente di progresso per tutti, comprendendo che il progresso di pochi finisce per essere il progresso di nessuno. Sì, ci sarà pace e per necessità si comprenderà che comincia a profilarsi una nazione umana universale.

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