Archive for febbraio, 2015

febbraio 23, 2015

Attraversando il Bardo

Pubblicato su Pressenza il 21.02.2015 –

Attraversando il Bardo
(Foto di Bompiani)

Franco Battiato

Attraversando il Bardo, sguardi sull’aldilà

Libro / film edito da Bompiani, 2014

Con la consueta dolcezza e raffinatezza, Franco Battiato ci porta sulla Soglia, realizzando e diffondendo un testo poetico e narrativo nella doppia forma del libro e del film (quasi documentario?).

Ci racconta o, meglio, ci fa raccontare da vari saggi di diversi orientamenti, quel momento così rimosso, soprattutto nelle culture materialiste imperanti, ma così essenziale della nostra vita: la morte.

Il riferimento è evidente: il cosiddetto Libro tibetano dei morti; per inciso facciamo notare che i dizionari italiani, così inclini ad accettare al volo tutti gli anglicismi tecnologici di turno, sono restii ad aggiungere la parola Bardo nei loro elenchi, almeno nel significato che trattiamo qui.

“La liberazione non può avere legami né attaccamenti” recita il retro di copertina e il discorso di avvicinamento al grande temo rimosso si svolge nella forma di un collage delle riflessioni dei nove “saggi” che Battiato fa sapientemente parlare; nove persone che provengono da mondi anche molto distanti tra loro, ma anche molto convergenti in questo momento storico, grazie alla globalizzazione, ma soprattutto a un intenso desiderio di avvicinamento su alcune questioni essenziali che sicuramente risuona nella parte migliore di ognuno di noi e dell’Umanità intera.

Così possiamo, in un solo volumetto e in un film di meno di un’ora, avere un’efficace sintesi del pensiero di vari maestri orientali, ma anche di un monaco cristiano, di un fisico quantistico, di un filosofo ateo…

Il tutto con il vantaggio dell’autore che da anni riesce a parlare al grande pubblico di temi che ancora troppo spesso restano chiusi nelle cerchie di poche persone. Grazie Franco !!

febbraio 18, 2015

Argentina: media e giudici a far politica

Pubblicato su Pressenza il 15.02.2015

Argentina: media e giudici a far politica
Cristina Fernandez de Kirchner durante il suo discorso all’ONU (Foto di ONU)

Quando non si possono vincere le elezioni con i mezzi convenzionali, si ricorre ad altri mezzi. Non è un copione molto nuovo ma sembra un copione perfettamente adattabile alla realtà dell’Argentina di oggi dove, al di là della decisione di chi sarà il candidato a Presidente alle prossime elezioni, appare già evidente che il governo resterà in mano al peronismo kirchnerista che ha portato il paese fuori dalla crisi e che ha inaugurato una stagione di riforme popolari, di non sudditanza ai diktat internazionali. Il vento che, con varie intensità, sta soffiando sulle distese dell’America Latina.

Ovviamente gli interessi messi fuori gioco da questa politica sono numerosi: le vecchie voglie di egemonia statunitense, i monopoli e latifondi nazionali, le multinazionali di materie prime abituate ad avere il monopolio di tutto, la speculazione finanziaria, l’estrema destra golpista per natura.

Strumento docile di questo conglomerato di interessi è il complesso di media mainframe che, da queste parti, sono tradizionalmente docili strumenti dei grandi capitali, quasi totalmente in mano a personaggi implicati con i vari regimi dittatoriali ed autoritari succedutesi.

Così la campagna di discredito inizia con un giudice, Nisman, che rivanga una storia ambigua di 20 anni fa (1994) con in mezzo gli iraniani e un attentato a un centro ebraico; mentre si attendono gli sviluppi di questa storia il Giudice Nisman muore in circostanze misteriose: sembra un suicidio ma è un omicidio. Cui prodest? A Cristina? Certamente no, dato che le accuse erano vaghe ed inconsistenti, oltre che al limite di un’eventuale prescrizione. Ma, ovviamente, i grandi media soffiano sul sospetto e questo distoglie dalle vere priorità del paese.

Forse è il caso di ricordare i sospetti di avvelenamento del marito di Cristina, Nestor Kirchner, iniziatore della riforma progressista dell’Argentina. Ed anche di Cristina stessa ogni tanto si dice che si sia ammalata e non in modo del tutto naturale. Insomma, il metodo dell’eliminazione fisica è molto di moda da queste parti, nei settori della destra golpista. Ed è Luis Amman del Partito Umanista, ex candidato a Presidente, tra gli altri, che con un comunicato segnala la possibilità di un golpe strisciante. Golpe, peraltro, che sta perseguitando Maduro in Venezuela un giorno sì e uno anche…

L’ultima “notizia” è che il sostituto di Nisman, Pollicita, ripresenta la richiesta di incriminazione della Presidentessa; quello che i media non dicono è che in giudice approfitta di una questione procedurale facendo in modo che, almeno per una settimana, il giudice che deve convalidare l’atto non lo possa fare, essendo partito per le vacanze il giorno prima (per i lettori distratti: in questo momento siamo, in Argentina, in piene vacanze estive, come da noi in Agosto): una settimana per far restare la notizia tale, quando le sue possibilità di essere impugnata e annullata sono alte.

Qui da noi tutti felici a dimostrare che non c’è nulla di particolarmente nuovo nei venti progressisti latinoamericani, che tanto non si può cambiare, che i politici sono tutti uguali, che la corruzione è inevitabile e tutta la serie di luoghi comuni che permettono ai pochi di conservare il predominio sui molti.

Un capitolo già visto…

PS: i lettori che leggono spagnolo possono seguire i nostri servizi da Buenos Aires al tag

febbraio 14, 2015

Lo scrivo io il mio necrologio!!

Un altro amico di FB ha traslocato altrove. Presumibilmente nella Città della Luce, perché Michele era una bella persona, una persona mite, allegra, ironica.

Ho passato una mezzora sulla sua pagina FB a leggere che ne dicevano gli amici e conoscenti.

Ho pensato alla mia morte e quanti diranno come ero buono, bello, intelligente e non so che.

Per favore non fatelo !! Quando partirò non sentitevi in dovere di parlare bene di me.

E considerate che sono partito per un viaggio e che magari si scopre che, dall’altra parte, ci si incrocia di nuovo.

febbraio 12, 2015

Per qualcuno le cose inutili sono indispensabili

Pubblicato su Pressenza il 12.02.2015

Per qualcuno le cose inutili sono indispensabili
(Foto di Ale)

Nei curiosi percorsi che la vita ci propone incontro, per ora per telefono e via internet, Chandra Candiani, poetessa, traduttrice, insegnante di tante cose per persone di tutte le età. Ci sono persone che si manifestano davanti a me come se ci conoscessimo da sempre. Lei è una di queste. Così abbiamo costruito insieme questa intervista su certi temi “inutili”…

Una tua attività importante è quella di fare poesia con i bambini piccoli, ce la puoi raccontare?

Vado alle elementari da un po’ di anni a tenere seminari di poesia, forse meglio sarebbe chiamarli semenzai, metto solo dei semi e poi me ne vado. Se posso, scelgo scuole molto periferiche, quelle con tanti bambini che vengono da paesi e lingue diversi, spesso anche bambini rom. Quando ho iniziato, non sapevo assolutamente cosa avrei fatto e come. E questa ignoranza, unita al mio timore, mi hanno molto aiutata, perché tanto i bambini vedono in trasparenza e incontrare un’adulta indecisa e vacillante li ha fatti sentire a loro agio, in una comunicazione più orizzontale e calda. A poco a poco, sulla loro e la mia misura, ho creato una specie di minuscolo metodo, un modo per stare insieme e scambiarci parole e silenzi, perché la poesia, grazie agli a capo, ma non solo, è scolara del silenzio, non è certo fatta solo di parole. Con la poesia abbiamo trovato il modo di mettere al mondo parole, nel senso di farle nascere ma anche di poter nominare quello che resta sempre fuori luogo, fuori scuola: i sentimenti, le paure, le rabbie, la solitudine, la gioia, insomma la vita invisibile. Sono i miei maestri i bambini e non per modo di dire, mi trasmettono dove sono io, mi smascherano, non compiacciono.

Una volta, in una scuola c’era un bambino di pochissime parole che, secondo me, aveva scritto la poesia più bella sul silenzio:

Il silenzio.

Luna.

Capisci, non mettere nemmeno l’articolo faceva proprio sentire il silenzio, quello notturno, così profondo che ti escono appena appena poche lettere di bocca, perché sei sommerso. Béh, la maestra mi ha raccontato che lui veniva a scuola con il cacciavite e minacciava adulti e bambini. E la maestra gli aveva chiesto: “E perché con la poetessa non hai tirato fuori il cacciavite?” “Perché non ne aveva bisogno.” ha risposto lui. Quando me l’hanno riferito, ho capito quanto precaria è la mia posizione, potrei aver bisogno di un cacciavite da un momento all’altro! Devo lavarmi molto bene i pensieri e le opinioni, spogliarmi dei giudizi, monitorare le mie antipatie, stare all’erta ma non troppo, perché si sa, la rigidità fa rizzare il pelo ai bambini. Un’altra volta, ero in una classe ingovernabile, urli, spintoni, scarsissimo ascolto. Eppure, si erano concentrati e avevano scritto delle belle poesie che mi avevano lasciato leggere, ma al momento di dirle a voce alta al cerchio dei compagni, si erano rifiutati quasi tutti. Non mi era mai successo, così ho insistito, fatto la dura, pregato. E più insistevo e più si rifiutavano. Quando sono tornata a casa, frustratissima, mi sono messa a leggere le poesie di Sebastiano Aglieco, un poeta che fa anche il maestro. E un verso diceva: “Credo in un maestro che mostra la gola.” E ho capito che ero stata odiosa, ero cascata nel chiedere un risultato, nel doverlo dimostrare agli altri per sentirmi bene io, per sentire di aver lavorato, anziché accettare che il lavoro era un patto invisibile tra noi, un segreto. Avevo tradito una fiducia in boccio perché volevo l’evidenza di un fiore. Così, l’incontro dopo, ho chiesto scusa a tutti loro e molti bambini facevano di sì con la testa, uno in particolare, mentre mi scusavo, ripeteva assentendo con la testa: “Eh! Eh! Eh!”

Racconto questi episodi per dire che mi regolo su un orologio invisibile che sta tra di noi, non è solo loro, né solo mio, è l’incontro. Spesso, l’incontro tra due sofferenze, la mia di adulta fragile, sopravvissuta a un’infanzia difficilissima e la loro di bambini che lottano per diritti minimi, compreso quello che sia vista e rispettata la loro sofferenza, che ci siano modi, tempi, parole per darle forma, per comunicarla.

Dico loro spessissimo che la poesia non è dire cose poetiche ma poterci sorprendere di quello che non sapevamo di sapere, di pensare, di sentire. Ci sono bambini rom che hanno potuto descrivere uno sgombero, la morte in un incendio di nipotini quasi loro coetanei, l’addio a luoghi e persone. Bambini che possono finalmente parlare di un lutto, un abbandono, una mancanza, i sogni. Tutta la complessità di vite che hanno ben poco di infantile. Ma c’è in loro una tale attitudine al cambiamento, un sapersi buttare nel vuoto del nuovo, un non-sonno, che continui comunque a benedire l’infanzia nonostante tutte le difficoltà che vivono e portano a scuola, come è giusto che sia. Il lavoro delle maestre e dei maestri è spesso non visto, non riconosciuto ed è sempre più sfaccettato, chiede sempre più competenze e soprattutto una gigantesca apertura all’altro.

 

La poesia è la più inutile delle arti, eppure così necessaria.

 Guarda, tocchi un tasto… Io mi sono sentita per anni in colpa di scrivere poesie, di dedicare il tempo al vuoto, anziché avere opinioni nette, capacità di prendere posizioni decise, essere nella realtà. Negli anni della mia giovinezza, la nozione di realtà era così ristretta e soffocante. Ora direi: “Quale realtà?” Perché finalmente sappiamo che le realtà sono così tante e così contemporanee e ormai ci imbattiamo in tante realtà, sempre di più. Per fortuna.

Anni fa, ho scritto un libro di ninnananne per il mondo, sentivo il bisogno di cullare il mondo, anziché continuare ad accusarlo. C’erano ninnananne native americane, albanesi, africane, persiane, indiane, scozzesi, una geografia bislacca e senza tradizioni, poesie tutte inventate da zero. Come epigrafe alle ninnananne ho scritto:

Forse le poesie non sono necessarie al mondo

ma per qualcuno le cose inutili

sono indispensabili.

La poesia mi sembra la Via meno fondamentalista che ci sia. È un inciampo, forse un fallimento del linguaggio, una zoppia. La poesia è claudicante e balbuziente. Per me. Non vorrei fare leggi neanche di queste sciocchezze che mi arrivano così, solo perché scrivo esattamente da 52 anni, visto che ho iniziato a dieci anni. Non ho mai cercato di scrivere cose utili, sociali, politiche. Nemmeno spirituali. Ho cercato solo di scavare, di essere nuda, tipo un albero in inverno. E onesta, tipo gli animali. Ricevere il sole sul pelo, fare le fusa, ricevere le parole sulla pelle, tracciarle sulla carta. Sentire, pensare, non essere pensata, ma riflettere il mondo interno ed esterno e trascrivere, un amanuense notturno, un profeta ubriaco.

Negli ultimi anni, mi è capitato di tenere seminari non solo ai bambini ma anche nelle case alloggio per persone con aids della Lombardia e per i senza casa. Ho fatto incontri straordinari. E lì, in quell’emergenza, in quell’estremo, dove la poesia avrebbe potuto arrossire e ritirarsi a occhi bassi, è invece esplosa in una luce fortissima di necessità. Lì la poesia è stata una stretta forte, un legame avventato. Diceva Paul Celan: “Non vedo alcuna differenza tra una poesia e una stretta di mano.” Sì, e anche un abbraccio, una stretta tra naufraghi che mettono in parole urli e scampi. Non mi vergogno di tenere seminari di poesia pronto-soccorso. Ho i brividi pensando a certi sguardi e parole e silenzi. Come la poesia di Alberto, sulla sedia a rotelle, quasi muto, in una casa alloggio per aids, una poesia sul mondo dettata a voce quasi spenta:

Il mondo

Il mondo è un ciliegio

con i fiori rossi anche al buio.

 

Capisci? I fiori restano rossi anche al buio!

A me più che l’invisibile, o uguale all’invisibile, toccano gli invisibili. Una volta, una giovane signora filippina mi ha detto: “Io Chandra sono invisibile.” “Ma perché, che dici?” le ho chiesto io. “Nessuno mi lascerebbe il posto in metro, eppure sono molto stanca la sera, non mi vedono proprio.” Vita quotidiana degli invisibili.

Di fronte agli apparenti errori ed orrori di questo mondo cresce una nuova spiritualità, non dogmatica, umana….

 Sì, hai ragione e mi piacerebbe pensarla come una spiritualità dell’ascolto. La parola ‘spiritualità’ mi fa un po’ paura perché può dividere ancora una volta, tra chi e cosa è spirituale e chi e cosa non lo è e queste divisioni sono assolutamente arbitrarie e nascono più dai nostri timori e pregiudizi che da vere visioni. Questi tempi sono tragici e non hanno il senso del tragico, forse perché il male è soprattutto altrove e ci sfiora soltanto, e perché al nostro male non ci apriamo e lo ignoriamo, come ignoriamo la nostra costante scontentezza, indifferenza, ingratitudine verso l’enormità di quello che abbiamo. Penso che abbiamo bisogno di pratiche, di esercizi di connessione con l’ampiezza, la smisuratezza della vita. Come dire, ricordare la nostra piccolezza di esseri su un minuscolissimo pianeta di un’anonima galassia per aver ancora più cura, all’interno di questo tangibile mistero, gli uni degli altri e ancora di più sentirci in cerca non tanto di un senso, che è territorio della ragione, ma di un’accoglienza totale di quello che ci circonda e che è noi, e questo è territorio del cuore.

Mi serve avere una pratica che mi fa sentire connessa con qualcosa che non voglio definire, ma di cui sento di fare parte e frammento e che, quando mi collego, ricarica una mia batteria fondamentale. E allora sono pronta ad aprirmi all’umano, dentro e fuori di me.

Una spiritualità dell’ascolto è un’accoglienza senza discussioni di quel che c’è in noi e fuori di noi, e non significa affatto accettazione passiva. Accogliere il male può significare prontezza all’azione, al no. Ovviamente, sempre nell’impegno faticosissimo, ma così creativo, alla nonviolenza, che è già iscritta nell’ascolto, non è uno sforzo a parte, è già all’interno dell’ascolto profondo di noi e dell’altro. E questo non significa evitare i conflitti, ma avere regole cavalleresche, regole per cambiarci nel conflitto, per legittimare quello che sentiamo e quello che sente l’altro, per dialogare, dolorosamente, per imparare a dire senza punire, senza demolire. Io temo i programmi morali perché rischiano di mettere nell’ombra i loro opposti, i fuori programma, che prima o poi esplodono. Ho visto troppe volte la bontà trasformarsi in giudizi perentori sugli altri, in falsità e sorrisi stampati su cattiverie sottili. Doppie vite, facce multiple. Quello di cui mi fido è il lavoro. Il costante lavoro interiore, lavoro di minatore, operaio e contadino, perché c’è anche l’incontrollabilità della natura, i tempi vegetali, l’affidamento all’ambiente.

Una Via mi sembra qualcosa che mi sbuccia, che mi fa rischiare la pelle, nel senso che demolisce condizionamenti, idee e opinioni ereditate senza vaglio e costanti costruzioni verbali, nuove personalità che andiamo edificando con la nostra auto-narrazione. C’è in tutti noi un nucleo duro, di pietra, che chiamiamo io e da lì guardiamo il mondo, da lì incontriamo, senza mai lasciarci davvero modificare come succederebbe se fosse un nucleo liquido o morbido, e non ci chiediamo mai con quali occhi guardiamo, quanta polvere c’è sopra il nostro sguardo. Abbiamo bisogno di silenzio per ascoltare tutto quello che in noi non ha permesso di soggiorno, per ascoltare l’Altro. E abbiamo bisogno di parole, parole del bene, parole che toccano, curano, consolano, forse perfino salvano. E non dimenticare che l’altro non è solo umano, ma animale, vegetale, ambientale, non c’è verità fuori da una visione ecologica del tutto che siamo. Penso all’enorme numero di animali che muoiono anonimi, senza che conosciamo chi sono stati, come hanno vissuto, chi hanno amato, chi lasciano solo morendo. E gli animali nati e cresciuti solo per essere uccisi, esseri senza storia, senza famiglia, deportati, carcerati, quelli ai lavori forzati, quelli sterminati.

Ti scrivo qui una mia poesia che è forse più chiara delle mie faticose parole, io parlo meglio scrivendo o lasciandomi scrivere dalla poesia. Fa parte del mio ultimo libro “La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore”:

 

Io è tanti

e c’è chi crolla

e chi veglia

chi innaffia i fiori

e chi beve troppo

chi dà sepoltura

e chi ruggisce.

C’è un bambino estirpato

e una danzatrice infaticabile

c’è massacro

e ci sono ossa

che tornano luce.

Qualcuno spezzetta immagini

in un mortaio,

una sarta cuce

un petto nuovo

ampio

che accolga la notte,

il piombo.

Ci sono parole ossute

e una via del senso

e una deriva,

c’è un postino sotto gli alberi,

riposa

e c’è la ragione che conta

i respiri

e non bastano

a fare tempio.

C’è il macellaio

e c’è un bambino disossato

c’è il coglitore

di belle nuvole

e lo scolaro

che nomina e non tocca,

c’è il dormiente

e l’insonne che lo sveglia

a scossoni

con furore

di belva giovane

affamata di sembianze.

Ci sono tutti i tu

amati e quelli spintonati via

ci sono i noi cuciti

di lacrime e di labbra

riconoscenti. Ci sono

inchini a braccia spalancate

e maledizioni bestemmiate

in faccia al mondo.

Ci sono tutti, tutti quanti,

non in fila, e nemmeno

in cerchio,

ma mescolati come farina e acqua

nel gesto caldo

che fa il pane:

io è un abbraccio.



Si crede che solo chi si è liberato dai suoi fardelli possa dire qualcosa agli altri, non sarà invece che avvicinandosi agli altri guariscono anche le proprie ferite?

 In una sua poesia Rumi, grande poeta turco nato in Tagikistan attorno al 1200, dice:

La ferita è il punto da cui entra in te la luce.

Ecco, quando anziché maledire le ferite, anziché ignorarle e tirare avanti, anziché farcela, ci fermiamo e le ascoltiamo, le sentiamo, le leggiamo e le lasciamo parlare, ci facciamo scolari delle ferite, allora, anche se dolorosamente e con tempi lunghi, tempi vegetali e musicali, le ferite si trasformano in brecce. Da lì entra la luce della conoscenza. Per anni, ho vacillato sotto il peso di un’infanzia imperdonabile, non aveva nome il mio male, che potevo dire? “Sono una reduce dell’infanzia”? Avrebbero riso tutti, o peggio deriso. Ma è così e quando ho accolto il male e mi sono lasciata orientare dal male, l’ho sentito legittimo e vero, ho smesso di ignorarlo o di vivere ‘nonostante’ e invece ho vissuto ‘con’ il male, allora ho iniziato un cammino di scolarizzazione e alfabetizzazione. Mi sono lasciata insegnare una nuova grammatica, un lessico dalle ferite. E sai cosa è successo man mano che ho avuto rispetto delle mie? Ho incontrato quelle degli altri. Non si può saltare alcun passaggio, non si può accogliere le ferite degli altri se non si sono accolte le proprie. Ma non si può nemmeno aspettare di essere guariti, non succederà mai. Noi siamo le nostre ferite e in quelle ferite passa la luce della conoscenza. E la conoscenza è gioia, sempre. Come quando diciamo: “Piacere di conoscerti.” Sì, piacere di conoscere se stessi e di portarsi nuovi, vibranti, parlanti nel mondo. La parola è un rischio grande, ci mette allo scoperto e ne abbiamo così bisogno. Incontro bambini pugili, bambini sopravvissuti, che lottano per restare vivi, da quando ho ammesso di esserlo io, ho smesso le maschere graziose, accondiscendenti e sono uscita dal gioco del mondo per entrare in quello della vita: ci si ammala, si invecchia, si muore. E questi tre messaggeri, malattia, vecchiaia e morte, sono tre visitatori angelici. Se li riconosco, non li nego, e insieme non mi faccio abbattere dalla visione collettiva della negazione e della fuga da tutto quello che ferisce, allora dalle nostre ferite entra la luce, anzi sono il modo stesso perché la luce entri. Essere vivi non è una cosa data una volta per tutte nascendo, bisogna rinascere continuamente. Non posso dividere la durezza della vita dalla sua magnificenza. Sono un unico mistero. E mi inchino.

Adrienne Rich, poeta americana, dice: “Il momento del cambiamento è l’unica poesia.”

E quale momento non è di cambiamento se siamo svegli? Ora e ora e ora. Proprio questo ora, mentre scrivo, mentre leggi. “Respira, sei vivo!” come dice Thich Nhat Hanh.

 

febbraio 9, 2015

I Nuba vogliono essere considerati delle persone umane

Pubblicato su Pressenza il 09.02.2015

I Nuba vogliono essere considerati delle persone umane
(Foto di Amani for Africa)

Abbiamo incontrato Padre Renato Kizito Sesana di passaggio a Roma. Kizito, giornalista e scrittore, è un missionario comboniano, il primo cattolico a mettere piede sui Monti Nuba parecchi anni fa. Gli abbiamo chiesto di raccontarci di un conflitto dimenticato, quello dei Nuba, e di metterlo nel contesto delle complesse vicende africane.

All’interno del territorio sudanese vive una popolazione straordinaria per la sua propensione all’accettazione della diversità. I Nuba, multietnici, multiculturali e multireligiosi, sono un popolo da lungo tempo tartassato e aggredito violentemente dal Sudan nel disinteresse e nella quasi indifferenza internazionale.

Riprese e montaggio di Dario Lo Scalzo

febbraio 1, 2015

Italia: quesiti per il nuovo presidente

Pubblicato su Pressenza il 31.01.2015

Italia: quesiti per il nuovo presidente
(Foto di leonardo.it)

Sergio Mattarella è stato eletto da un’ampia maggioranza dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana; le sue prime parole sono state: “Il pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini. È sufficiente questo”.

Il Presidente, in Italia, ha una funzione di garanzia e rappresentanza ma l’interpretazione “decisionista” del ruolo da parte di Giorgio Napolitano, unico Presidente a essere stato eletto due volte, ha fatto sì che gli ultimi tre governi non siano stati legittimati da un voto popolare ma semplicemente dalle designazioni del Presidente.

Per cui il primo quesito per chi ama, come noi, la Costituzione, è: Presidente, tornerà al ruolo di rappresentanza e di garanzia, di difesa della Costituzione che dovrebbe essere tipico della sua figura? Ovviamente la sua carica di Giudice Costituzionale ci fa pensare di sì.

Un’altra domanda “pacifista” viene spontanea, dati i numerosi interventi dl suo predecessore a favore delle Forze Armate, della inesorabile necessità di non toccare i finanziamenti alla difesa armata: caro Presidente: di fronte alla destrutturazione sociale, alla diffusione della violenza in tutti gli ambiti non sarà il caso di alimentare tutte le forme di difesa non armata nonviolenta, nonché promuovere tutte le attività di conoscenza della Costituzione e di diffusione della nonviolenza?

Sul passato del Presidente: il suo passato, ovviamente piuttosto lungo, comprende cose encomiabili come la lotta alla mafia (pagata anche col sangue di suo fratello) o la ribellione alla legge Mammì ma anche l’essere Ministro della Difesa del Governo D’Alema che aderì alla guerra NATO contro la Jugoslavia ed anche il pasticcio sull’uranio impoverito. Potrà, Caro Presidente, dire due parole su quelle vecchie questioni su cui ci auguriamo abbia cambiato idea?

Infine il nuovo Presidente non è stato votato da un insieme di forze non assimilabili in nessun modo tra di loro (pezzi della destra, la Lega Nord, il Movimento 5 Stelle): vorrà come presidente di tutti gli italiani ascoltare le istanze di tutti, anche di coloro che non la pensano come Lei? Anche su questo il suo predecessore ha avuto qualche sbavatura.

Infine una mia considerazione che non necessita di alcuna risposta: per un attimo, solo un attimo, si è parlato della possibilità che il prossimo Presidente fosse un uomo (o una donna) di grande levatura culturale; si è parlato, per esempio, di Umberto Eco. E’ stato un vero peccato che nessuna forza politica abbia voluto portare avanti questa strada: che a rappresentare l’Italia fosse finalmente una persona di ingegno, di cultura. Ma forse sto pensando all’Italia del futuro.