Archive for marzo, 2015

marzo 27, 2015

Le azioni hanno conseguenze

Pubblicato su Pressenza il 26.03.2015

Le azioni hanno conseguenze
Una vignetta di Mauro Viani (Image by Comando e Controllo)

E colui che afferma

che le sue azioni mettono in moto una serie di avvenimenti

che continuano negli altri

ha fra le mani parte del filo dell’eternità.

Silo Umanizzare la Terra

L’errore principale dei pragmatici è quello di non cogliere le conseguenze delle loro azioni. Meglio, ignorarle.

“Per favore, si attenga ai fatti”. Bene, ci atterremo ai fatti. Per la prima volta nella storia dell’aeronautica civile un pilota si chiude nella sua cabina e lascia che il suo aereo si schianti su una montagna. I tentativi, in queste ore, di creare precedenti  sono patetici.

I fatti: il portellone blindato della cabina di pilotaggio (che ha reso irreversibile quest’oscuro e ancora incompreso desiderio di morte) è una conseguenza degli attentati dell’11 settembre, una norma di sicurezza che voleva rendere impossibile quei tragici dirottamenti.

Non abbiamo nessun elemento per saper se quell’aggiunta abbia evitato i dirottamenti. Possiamo certamente dire che ha contribuito a causare la morte di 150 persone. Se la cabina del volo Germanwings fosse stata raggiungibile la tragedia avrebbe potuto essere evitata.

Ma le conseguenze sfuggono; o forse non c’è interesse a vederle?

Ogni volta che la violenza avanza in qualcuna delle sue forme i violenti dicono che serve più violenza per contrastarla. Non colgono la spirale della violenza, quella che Pat Patfoort chiama “escalation”.

E’ un primo e parziale esempio di conseguenze. Aumentiamo le porte blindate e sarà difficile parlare con gli altri e, quando necessario, impedirgli di fare stupidaggini.

Da bambino, figlio di dipendente di compagnia aerea, sono entrato varie volte in una cabina di pilotaggio; lo si faceva fare ai figli dei colleghi, alle persone importanti: mai è successo un incidente.

Ma una forma di violenza che spesso non si percepisce come tale è proprio il controllo, la fissazione che l’unico modo per impedire alle persone di far del male sia quello di controllarle: così siamo diventati, nel primo mondo in particolare, degli istallatori di telecamere, porte blindate, sistemi di allarmi, droni, spie elettroniche di ogni tipo; i nostri regolamenti si sono moltiplicati e complicati, dalla stretta di mano siamo passati a complicati ed illeggibili protocolli, leggi, “intese” ecc. ecc.

E’ aumentata la sicurezza? Diminuita la violenza? Aumentato il rispetto reciproco e la pace nel mondo? Non mi pare proprio.

Solo questa riflessione dovrebbe farci riflettere: le azioni hanno conseguenze e non possiamo insistere nel fare azioni che hanno conseguenze sfavorevoli. E che alimentano la catena della violenza.

Quei ragazzi dovevano tornare a casa, quei cantanti continuare a cantare, quei turisti continuare a conoscere il mondo, chi stava facendo il suo mestiere su quell’aereo continuare a farlo… eccetera eccetera; ed anche chi in questo momento è additato come responsabile di quella tragedia aveva i suoi motivi per continuare a vivere, nonostante tutto… Ma c’era un portellone blindato, altare della Dea Sicurezza.

Riflettiamo sulle conseguenze delle nostre azioni; ed anche ricordiamo ai potenti le loro responsabilità e facciamo pressione affinché la logica del controllo ceda il passo alla pratica della responsabilità. E’ urgente!

marzo 27, 2015

Riabilitare gli obiettori al Grande Massacro

Pubblicato su Pressenza il 22.03.2015

Riabilitare gli obiettori al Grande Massacro
una rara foto di fucilazione di un disertore (Foto  Bibliothèque Nationale)

Francesco Cecchini, scrittore, militante di orientamento comunista, sta portando avanti un appello per la riabilitazione dei fucilati della Grande Guerra; un appello che coinvolge trasversalmente realtà anche molto diverse unite però nella convinzione che dietro alle accuse di viltà ci fossero numerose storie umane di resistenza alla guerra. Storie che hanno bisogno di una riabilitazione storica.

Francesco, l’anno delle commemorazioni della Grande Guerra (del Grande Massacro?) è passato senza che sia stato possibile parlare approfonditamente di chi è stato contrario a quella carneficina. Il vostro appello va in quella direzione? E’ questo il senso dell’azione?

Così scriveva il generale Cadorna in alcune circolari:

«Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini». «Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi».  «Chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia freddato da quello dell’ufficiale».  «Il comandante di compagnia deve uscire ultimo dalla trincea per fulminare quanti vi fossero rimasti annidati prima di affacciarsi al nemico».

Queste direttive han o causato oltre un migliaio, non c’è una contabilità esatta, di morti non per piombo nemico, ma per fuoco “amico”.

Nel 1919, grazie alle denunce di ex combattenti pubblicate dall’«Avanti», si squarciò il velo sulle esecuzioni sommarie e sui delitti commessi in ossequio alle circolari di Cadorna.    Da allora si è scritto molto anche importanti lavori come Plotone d’eseuzione. I Processi della prima guerra mondiale di E.Forcella e A.Monticone, Laterza, 1968, ma, per varie ragioni, non vi è stata una riabilitazione storica e giuridica. È questo il senso dell’ azione: ottenere la riabilitazione.
A che punto siamo? E quali le prossime mosse?

La diffusione sta andando bene. L’ appello è stato pubblicato sul Manifesto e su altri siti, tra i quali, oltre la stessa Pressenza, La Storia Le Storie di Pordenone che sta dando ampio spazio all’ iniziativa. . Pochi giorni fa la giornalista ed attivista sociale Marinella Correggia mi ha informato che lo pubblicherà su www.centoannidiguerre.org. Le adesioni sono ben oltre 200 e continuano ad arrivare. A breve l’ appello verrà inviato al Presidente Sergio Mattarella., al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al Ministro della Difesa Pinotti ed al Ministro della Cultura e dei Beni Culturali, Franceschini. Voglio sottolineare che altre iniziative sono in corso con lo stesso obiettiva. Una nota informativa, in merito, è stata pubblicata da Pressenza e da La Storia, Le Storie di Pordenone.

Perché è, per voi, così importante quest’aspetto della riabilitazione?

L’ azione è importante per la ragione dette nelle prima risposta, ma anche per raccontare la Grande Guerra per quello che è stata, un Grande Massacro contro i popoli. Inoltre l’ azione si inserisce in quello più generale del movimento contro la guerra e le recenti guerre imperialiste d’ ingerenza in Afghanistan, Irak, Siria e Libia che hanno causato morti, fame, fughe da quei paesi. Oltre ad un’instabilità in quei paesi e spazio al terrorismo islamista fascista.

Come potrebbe continuare il film?

L’ azione continuerà durante tutto il centenario 2015-2018 ed anche oltre, se l’ obiettivo della riabilitazione non verrà raggiunto. Oltre l’ impegno individuale, per aumentare l’ efficacia, sarà utilizzata , in seguito, per la raccolta di adesioni,Change.

Il tema della riabilitazione è un tema internazionale comune a tuttele nazioni che hanno partecipato: cosa sta succedendo in altri paesi?

In Francia, un discorso a Craonne, l’11 novembre del 1998, del primo ministro Lionel Jospin ha segnato una svolta e da allora si parla molto della questione della riabilitazione dei fucilati per dare l’ esempio. Perfino  Sarkozy a Douamont nel 2008 e a L’ Etoile nel 2011. François Hollande ha annunciato che ne parlerà in occasione del prossimo 11 novembre, anniversario dell’ armistizio tra Francia ed Impero Austro Ungarico. Ma sono risposte parziali, una riabilitazione effettiva non può basarsi in dichiarazioni, per quanto importanti di Presidenti, ma sono fondamentali degli atti giuridici. In Francia in prima linea per la riabilitazione sono il Parti de Gauche ed altre organizzazioni della sinistra che voglio conseguire questo obiettivo per il centenario della fine della prima guerra mondiale. Alle parole, ai discorsi devono seguire i fatti: una legge o un decreto legislativo.

In Gran Bretagna c’ è un monumento al National Memorial Arborerum, near Alrewas nello Straffordshire che ricorda i 306 soldati, inglesi, irlandesi o del Commonwealth, fucilati durante la prima guerra mondiale per diserzione o codardia. Dopo una campagna durata decenni questi soldati sono stati perdonati nel 2006 con ammendamento alla corrente Legge delle Forze Armate ( Armed Forces Bill). Perdonati e non riabilitati.

In Germania, che io sappia, vi è a Stoccarda un monumento ai disertori sia della prima che della seconda guerra mondiale, ma non vi è né riabilitazione né perdono.

 

Che può fare Pressenza per diffondere quest’azione?

Pressenza ha già pubblicato l’ appello, contribuendo così a diffusioni e ad adesioni. Può continuare a seguire l’ azione pubblicando via, via gli aggiornamenti. Può pubblicare note che raccontano la Grande Guerra come Grande Massacro, in questo senso, sono disponibile a collaborare. Può informare di quanto stiamo facendo in paesi che hanno vissuto la stessa tragedia storica: Inghilterra, Francia e Germania. Inoltre Pressenza può dare spazio ad altre iniziative simili. In queste azioni si affiancherà al sito degli storici del Friuli Occidentale, La Storia, Le Storie di Pordenone.

Puoi darci uno sguardo storico sulla guerra 14-18; su quell’ambiguità tra pacifismo e lotta di classe che dilaniò il movimento operaio e socialista?

Per quanto riguarda lo sguardo storico indico il link con una mia nota, 4 novembre 1918, pubblicata da La Storia Le Storie di Pordenone, dove racconto la Grande Guerra come Grande Massacro del popolo italiano.

http://www.storiastoriepn.it/wp-content/uploads//2014/11/4-NOVEMBRE-1918.pdf

Il secondo punto è complesso è richiederebbe un saggio più che una breve risposta. Mentre pochi anni prima lo scoppio della prima guerra mondiale, l’ opposizione alla guerra di Libia, un’ avventura colonialista ed imperialista del regno d’ Italia innanzitutto dei giovani socialisti fu unanime, poi quest’ unità si frantumò. È opportuno leggere quello che scrisse allora Antonio Gramsci. Nella battaglia di idee e posizioni scatenata davanti alla guerra mondiale nella stessa area socialista, dopo le primissime esitazioni dell’ottobre 1914, la posizione di Antonio Gramsci, da quando cominciò regolarmente a scrivere per la stampa socialista, fu coerentemente e inflessibilmente contro il conflitto. La sua analisi collocherà quel conflitto nell’urto fra le diverse potenze imperialistiche, respingendo la propaganda dei “buoni” contro i “cattivi”, o, come già allora si diceva, della “civiltà” contro la “barbarie”. Sull’ argomento, Gramsci rispetto alla guerra, il prof. Angelo D’ Orsi, docente di Scienze Politiche all’ Università di Torino, aderente all’ appello per la riabilitazione dei fucilati e decmati ha scritto e detto in conferenze, anche recenti, lo scorso febbraio a Piombino, evento organizzato da Comune, Arci e Regione Toscana, cose interessanti

marzo 22, 2015

Perché cambia una notizia

Articolo pubblicato su Pressenza il 19.03.2015

Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

Perché cambia una notizia
fotomontaggio ANSA per illustrare la notizia (Foto di ANSA)

Il 18 Marzo del 2015 mi è capitato di essere in viaggio mentre arrivavano le prime notizie dell’attentato a Tunisi. Così, un po’ per curiosità un po’ per “deformazione professionale”, ho seguito l’evolversi della notizia sulle principali radio italiane e poi su twitter.

Quando “accade” una notizia è “normale” che gli avvenimenti si vadano mettendo in ordine. Vogliate notare le virgolette. In un mondo dove le fonti di informazione sono molteplici non è raro vedere una notizia trasformarsi. Per esempio i morti sono sempre meno all’inizio ed aumentano in genere durante la descrizione più accurata di una tragedia. La parola “dispersi” ha, nei media e nei resoconti della polizia, un significato quasi sempre funesto.

Ora quello che è “accaduto” alla notizia del 18 Marzo è stato assolutamente spettacolare.

Andiamo con ordine: per varie ore la notizia era più o meno questa: “un gruppo di persone vestite in abiti militari ha tentato di entrare nel parlamento tunisino; smascherato dal servizio d’ordine del parlamento si è rifugiato nel vicino museo dove ha preso in ostaggio dei turisti; forse ci sono dei morti, sicuramente dei feriti”. Questa formulazione della notizia fa pensare a qualcuno che volesse fare un’azione dimostrativa, un colpo di mano contro il parlamento che stava votando una legge contro il terrorismo.

E qui arriva la parola magica “terrorismo”. L’argomento alla moda.

Così la notizia “scivola” verso una diversa lettura della realtà: gli onnipresenti terroristi dell’ISIS hanno fatto un attentato terroristico prendendo in ostaggio inermi turisti occidentali.

Così potete leggere la notizia nella maggior parte dei quotidiani italiani del 19 marzo. Ovviamente se andate a leggere con attenzione l’unico articolo che parla dei fatti è probabile che troverete ancora traccia del fondamentale antefatto (il parlamento) ma l’impressione generale sarà quella dell’ennesimo attacco all’Occidente, con il lungo bla bla bla conseguente che abbiamo visto con Charlie (quando per vari giorni non era nemmeno possibile avere l’elenco completo delle persone uccise in redazione ma sì tutti i dettagli sulla vita dei “terroristi”).

Ovviamente se la notizia fosse finita con una sparatoria tra tunisini non l’avremmo mai letta sulla maggioranza dei media generalisti europei e nessuno avrebbe espresso solidarietà alla democrazia tunisina, laica e moderata, baluardo della democrazia.

Cosa sto cercando di far notare: che la notizia esiste soltanto se è fedele agli argomenti di moda. In questa moda l’ISIS gioca la parte del nemico di turno. Rivendica un attentato con un audio via twitter e tutti le credono. Non vorrei sembrare nostalgico a ricordare che una volta le rivendicazioni richiedevano delle prove e che c’erano dei terroristi meno virtuali che le fornivano.

Possiamo chiederci a chi interessa mantenere il mondo in questo orrendo stato di paura? Interessa a chi vende le armi in giro: armi per “difendersi”, armi per rivendicare qualche “giusta causa”, armi per uccidere nel nome di un’interpretazione fanatica di qualche testo sacro (e non stiamo parlando del Santo Corano perché siamo arrivati ad avere fanatici di quasi tutte le religioni).

Qualcuno combatte seriamente la vendita delle armi nel mondo? Obama è risuscito a far approvare una legge più restrittiva sulla vendita delle armi negli USA? Certo che no. All’ultima vista in Egitto cosa ha regalato Putin a quel simpaticone di Al Sisi (uno democraticamente eletto dal suo popolo, no?): un kalashnikov!! Tipico prodotto dell’artigianato russo.

Avete sentito parlare dei grandi avanzamenti nell’approvazione e implementazione del Trattato Internazionale sulle Armi Leggere? Ho paura di no.

Le lobbies della produzione e vendita delle armi (italiane incluse) fanno buoni affari con la vendita delle armi nel mondo; per farlo hanno bisogno sia del mercato legale (stati, eserciti, polizie, privati) che di quello illegale (terroristi, mercenari, criminali); e il teatro migliore è quello della guerra civile dove i prodotti si usano e quindi diventa necessario comprarne altri.

In questo scenario il “terrorista virtuale” stile ISIS ha un ruolo cruciale: come “cliente” ma anche e soprattutto come spauracchio che invita stati e singole persone a credere che l’unica soluzione per combattere la violenza sia la violenza.

L’unica soluzione per vincere la violenza è la nonviolenza; e questa affermazione si declina in numerosi aspetti della vita personale, sociale, internazionale: da come ci comportiamo con gli altri a che concrete possibilità abbiamo di fare una vita decente, di educare i nostri figli al rispetto e alla condivisione, fino ad avere relazioni reciproche ed amichevoli tra gli stati, a firmare e mettere in moto seriamente tutti i trattati di riduzione radicale delle armi nel mondo. E l’elenco è infinitamente più lungo.

Se questo non si fa, se non cresce una sensibilità personale e sociale in questo senso, se non si mette il massimo sforzo in questo, il concreto rischio è finire in una battaglia di tutti contro tutti, in cui tutti perderanno.

Il ruolo che stanno prendendo i media in questo senso è un ruolo cruciale; la notizia è sempre raccontata da un punto di vista ma quando questa si trasforma in propaganda della violenza è la barbarie o il vile interesse che stanno parlando.

Noi non ci stiamo; e stiamo qui per raccontare un nuovo mondo che avanza, con incertezze e contraddizioni, ma avanza e deve riuscire a sbocciare.

marzo 19, 2015

Il teatro dipinge sempre percorsi di pace

Pubblicato su Pressenza il 16.03.2015

Il teatro dipinge sempre percorsi di pace
(Foto di Georgios Katsantonis)

Georgios Katsantonis è un giovane greco, critico e studioso di teatro, ma con “Napoli come seconda patria”; suo un saggio sul successo di Eduardo De Filippo in Grecia. Con lui volevo parlare di teatro, pace, nonviolenza.

A partire dal teatro antico l’azione scenica produce una trasformazione purificatrice. Ce ne vuoi parlare?

Il teatro dalle sue origini con la tragedia greca, ravviva situazioni ai limiti, sogni e paure rimossi. Gli orrori della Guerra e della violenza prendono in scena carne e ossa. Se gli elementi negativi come la violenza, l’ ingiustizia, la paura e la perversione non ci influenzano distruggendoci è perché dentro l’ espressione artistica i microbi si trasformano a vaccine, come sosteneva Barreau. Il teatro dipinge sempre percorsi di pace mettendo in primo piano l’invito all’impegno per far rivivere la pace.

La parola “purificazione” –Katharsis- designava la purificazione rituale da una contaminazione (miasma) visibile o invisibile , come il sangue e la colpa. Tutto il teatro è un azione purificatrice del pathos.

La scena può rivivere, sollevare, rassegnare l’ animo dello spettatore, sulla base della pedagogia, facendo entrare in sintonia sentimenti impulsivi dei membri della società. Due istinti che camminano uno accanto all’altro sono l’Apolineo e quello Dionisiaco. L’armonia luminosa dello spirito espresso in modo esemplare dalla figura di Apollo oppure il doloroso e l’ oscuro espresso dalla figura di Dioniso preesistono sia alla poesia drammatica che alla narrazione mitologica, sia alle dialettiche reali e civili, sia agli atti comunicativi che si manifestano sul piano sociale e civile e si classificano culturalmente ovvero ideologicamente. In senso contemporaneo l’azione scenica è un crocevia fra l’intensità delle origini e i limiti della società. Il teatro non serve solo a farci prendere coscienza dei nostri errori, spesso il teatro che parla della Guerra e delle violenze tra uomini risulta un atto di Pace costruendo un ensemble: Gli uomini diventano tra loro un solo corpo, la scena è un progressivo ritorno all’ umanità, ne viene data vita a quella pace che Gesù Cristo aveva promesso.

Il celebre motto dei romani : Se vuoi la pace prepara la Guerra, al teatro diventa ” se vuoi la pace, la devi preparare, costruire, inventare”.

Questa funzione del teatro che fine ha fatto nell’epoca, come direbbe Benjamin, della sua riproducibilità tecnica?

Nella società di massa, in cui regna la riproducibilità dell’opera d’arte con le nuove techiche riproduttive l’ arte perde la sua “aura” diventa “trasportabile” e soprattutto riproducibile acquistando un valeur d’exposition che far emergere la dicotomia tra arte tradizionale e arte prodotta con mezzi tecnologici. Oggi più che mai la riproducibilità dell’ opera d’ arte segna un consumo vistoso delle estetiche : estetica psicologica, sociologica, marxista, materialista, semantica, semiologica verso il livello più basso dell’esistenza e questa riproducibilità è un tema di forte rilevanza sociale e culturale. Benjamin quando scrisse la sua profezia sul cambiamento nevralgico dell’ arte intendeva inserirsi nelle domande che pone oggi il metaumanismo. Ed esattamente le sue parole scritte nell’ ormai lontano 1934 filtrano la crisi d’oggi in tutti in campi della vita, crisi dell’uomo, crisi esistenziale, di valori, di rapporti sociali, di idee.

“L’atomo arriverà a dominare il mondo, il mondo sarà polverizzato e rimarrà cieco. Scoppieranno tormente improvvise a causa delle scorrerie dell’uomo nell’atmosfera, nuove malattie, sovvertimenti di sesso, follia collettiva, eccessi totali. Il mondo oscurerà.”

L’arte antica era legata alla religiosità, l’arte rinascimentale all’ apoteosi della bellezza l’arte riproducibile invece ci permette di condividere le nostre “opere d’arte” su Flickr, Instagram, Facebook, Twitter, You Tube e tutto può apparire in tutto il mondo nello stesso momento. Per questo, a mio avviso il fondamento dell’arte passa dalla sfera del sacro e del rito (trasformazione purificatrice) a quella dell’arte politica e della comunicazione sociale considerando primaria la responsabilità sociale. In questa tendenza si collocano alcuni tra i movimenti delle cosiddette avanguardie, i grandi maestri Brecht, Artaud, Barba, Grotowski, Brook, Kantor, Wilson. La postavanguardia teatrale italiana con gruppi come Magazzini Criminali, Taroni –Cividin, Krypton, La gaia scienza nonchè La Societas Raffaello Sanzio con la ricerca di un’arcaicità di forte impatto percettivo. La riproducibilità dell’opera d’arte non significa obbligatoriamente perdità di qualità, ma piuttosto “dessacralizzazione”- fattore che gioca a favore della sua accessibilità sociale.

 Un greco che viene in Italia per studiare il teatro italiano e lo fa tornare in Grecia: uno dei tanti effetti della globalizzazione?

La globalizzazione non è un destino. Il cammino che sto intraprendendo è una prova che mi sono imposto, finalizzata alla conoscenza di me stesso. Il viaggio tra l’ Italia e la Grecia ha arricchito la mia vita di incontri straordinari. Non era tutto così facile, ho scelto l’Italia perché è un paese la cui cultura mi attrae. Ogni azione ci apre davanti un bivio, ma prevale la voglia di andare avanti, di osare e di vivere una vita fatta di migliaia di impulsi: dei nervi, dei muscoli e delle sensazioni. Ho un ricordo bellissimo dei paesaggi italiani, mi sono fatto un sacco di ore in treno in viaggio, la pubblicazione del mio esordio in campo letterario “Le opere di Eduardo De Filippo sul palcoscenico greco” è stata un’esperienza bellissima, che mi ha dato una grande carica. Ho conosciuto tante persone che mi hanno arricchito: dalle voci importanti della letteratura, fino a tutti coloro che incontro alle presentazioni dei miei libri.

 Una domanda fuori tema ma che par necessaria in questo momento: come vedi la situazione in Grecia e le sue prospettive future? Anche questo ha a che vedere con “dramma”? 

In un mondo globalizzato, che ci avvicina ma non ci fa più fratelli dobbiamo mettere l’uomo al centro di ogni discorso. L’Europa deve assolutamente cambiare rotta. Misure di austerità senza misure di sviluppo non possono andare avanti, hanno condannato la gente nella massima miseria. Prestiti su prestiti perpetuano un circolo vizioso. Cinque anni dopo il primo memorandum la situazione diventa ancor più drammatica e non si vede nessun cambiamento essenziale per arrivare ad una normalità. In questo Paese, fortemente in crisi, la cellula culturale non solo resiste ma riesce a creare da zero. Quando Fallaci nel suo libro “L’Uomo” scrisse che i politici facevano politica per guadagnarci dal vivere e non per il bene comune, non poteva immaginare che da allora non sarebbe cambiato tanto e questa sarebbe rimasta una ferita aperta.