Perché cambia una notizia

Articolo pubblicato su Pressenza il 19.03.2015

Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

Perché cambia una notizia
fotomontaggio ANSA per illustrare la notizia (Foto di ANSA)

Il 18 Marzo del 2015 mi è capitato di essere in viaggio mentre arrivavano le prime notizie dell’attentato a Tunisi. Così, un po’ per curiosità un po’ per “deformazione professionale”, ho seguito l’evolversi della notizia sulle principali radio italiane e poi su twitter.

Quando “accade” una notizia è “normale” che gli avvenimenti si vadano mettendo in ordine. Vogliate notare le virgolette. In un mondo dove le fonti di informazione sono molteplici non è raro vedere una notizia trasformarsi. Per esempio i morti sono sempre meno all’inizio ed aumentano in genere durante la descrizione più accurata di una tragedia. La parola “dispersi” ha, nei media e nei resoconti della polizia, un significato quasi sempre funesto.

Ora quello che è “accaduto” alla notizia del 18 Marzo è stato assolutamente spettacolare.

Andiamo con ordine: per varie ore la notizia era più o meno questa: “un gruppo di persone vestite in abiti militari ha tentato di entrare nel parlamento tunisino; smascherato dal servizio d’ordine del parlamento si è rifugiato nel vicino museo dove ha preso in ostaggio dei turisti; forse ci sono dei morti, sicuramente dei feriti”. Questa formulazione della notizia fa pensare a qualcuno che volesse fare un’azione dimostrativa, un colpo di mano contro il parlamento che stava votando una legge contro il terrorismo.

E qui arriva la parola magica “terrorismo”. L’argomento alla moda.

Così la notizia “scivola” verso una diversa lettura della realtà: gli onnipresenti terroristi dell’ISIS hanno fatto un attentato terroristico prendendo in ostaggio inermi turisti occidentali.

Così potete leggere la notizia nella maggior parte dei quotidiani italiani del 19 marzo. Ovviamente se andate a leggere con attenzione l’unico articolo che parla dei fatti è probabile che troverete ancora traccia del fondamentale antefatto (il parlamento) ma l’impressione generale sarà quella dell’ennesimo attacco all’Occidente, con il lungo bla bla bla conseguente che abbiamo visto con Charlie (quando per vari giorni non era nemmeno possibile avere l’elenco completo delle persone uccise in redazione ma sì tutti i dettagli sulla vita dei “terroristi”).

Ovviamente se la notizia fosse finita con una sparatoria tra tunisini non l’avremmo mai letta sulla maggioranza dei media generalisti europei e nessuno avrebbe espresso solidarietà alla democrazia tunisina, laica e moderata, baluardo della democrazia.

Cosa sto cercando di far notare: che la notizia esiste soltanto se è fedele agli argomenti di moda. In questa moda l’ISIS gioca la parte del nemico di turno. Rivendica un attentato con un audio via twitter e tutti le credono. Non vorrei sembrare nostalgico a ricordare che una volta le rivendicazioni richiedevano delle prove e che c’erano dei terroristi meno virtuali che le fornivano.

Possiamo chiederci a chi interessa mantenere il mondo in questo orrendo stato di paura? Interessa a chi vende le armi in giro: armi per “difendersi”, armi per rivendicare qualche “giusta causa”, armi per uccidere nel nome di un’interpretazione fanatica di qualche testo sacro (e non stiamo parlando del Santo Corano perché siamo arrivati ad avere fanatici di quasi tutte le religioni).

Qualcuno combatte seriamente la vendita delle armi nel mondo? Obama è risuscito a far approvare una legge più restrittiva sulla vendita delle armi negli USA? Certo che no. All’ultima vista in Egitto cosa ha regalato Putin a quel simpaticone di Al Sisi (uno democraticamente eletto dal suo popolo, no?): un kalashnikov!! Tipico prodotto dell’artigianato russo.

Avete sentito parlare dei grandi avanzamenti nell’approvazione e implementazione del Trattato Internazionale sulle Armi Leggere? Ho paura di no.

Le lobbies della produzione e vendita delle armi (italiane incluse) fanno buoni affari con la vendita delle armi nel mondo; per farlo hanno bisogno sia del mercato legale (stati, eserciti, polizie, privati) che di quello illegale (terroristi, mercenari, criminali); e il teatro migliore è quello della guerra civile dove i prodotti si usano e quindi diventa necessario comprarne altri.

In questo scenario il “terrorista virtuale” stile ISIS ha un ruolo cruciale: come “cliente” ma anche e soprattutto come spauracchio che invita stati e singole persone a credere che l’unica soluzione per combattere la violenza sia la violenza.

L’unica soluzione per vincere la violenza è la nonviolenza; e questa affermazione si declina in numerosi aspetti della vita personale, sociale, internazionale: da come ci comportiamo con gli altri a che concrete possibilità abbiamo di fare una vita decente, di educare i nostri figli al rispetto e alla condivisione, fino ad avere relazioni reciproche ed amichevoli tra gli stati, a firmare e mettere in moto seriamente tutti i trattati di riduzione radicale delle armi nel mondo. E l’elenco è infinitamente più lungo.

Se questo non si fa, se non cresce una sensibilità personale e sociale in questo senso, se non si mette il massimo sforzo in questo, il concreto rischio è finire in una battaglia di tutti contro tutti, in cui tutti perderanno.

Il ruolo che stanno prendendo i media in questo senso è un ruolo cruciale; la notizia è sempre raccontata da un punto di vista ma quando questa si trasforma in propaganda della violenza è la barbarie o il vile interesse che stanno parlando.

Noi non ci stiamo; e stiamo qui per raccontare un nuovo mondo che avanza, con incertezze e contraddizioni, ma avanza e deve riuscire a sbocciare.

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