Gli umanisti senza Silo

Articolo pubbicato su Pressenza il 15.09.2015
Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

Gli umanisti senza Silo
(Foto di Rafael Edwards)

Sono già passati cinque anni da quando il fondatore del Movimento Umanista ha lasciato questo tempo e questo spazio.

Come ogni seguace di Silo sono alcuni giorni che rifletto su questo fatto.

Innegabilmente Silo e il suo Movimento si sono formati nel secolo dei leaders. Certamente Silo e gli umanisti hanno proclamato l’ideale libertario, dichiarando, nel loro Documento, di non volere né dirigenti né capi e di non sentirsi dirigenti o capi di alcuno.

Ma, nonostante quest’affermazione perentoria, possiamo riconoscere l’influenza carismatica che il fondatore ha esercitato sui suoi seguaci. E riconoscerne la magistrale intelligenza quando, cogliendo l’avvicinarsi della fine dei suoi giorni terreni, ha accuratamente “smontato” l’organizzazione che egli stesso aveva proposto e costruito, lasciando un “vuoto” ai suoi eredi, colmabile solo con l’impegno e la Dottrina.

Così ci siamo ritrovati orfani, senza il Maestro che tante volte aveva risolto litigi e chiarito situazioni intricate; orfani ma liberi di seguire un cammino, di scegliere tra le tante attività che gli umanisti fanno nel mondo, di seguire, o abbandonare, un solco tracciato verso l’infinito, un ideale sublime quanto a volte apparentemente irraggiungibile di un mondo umano, nonviolento, spirituale, di tutti, per tutti.

Sono passati cinque anni ed è stato necessario elaborare un lutto e intraprendere un nuovo cammino. Sperimentare uno dei topici della dottrina siloista: il Fallimento, inteso come mezzo per avanzare verso nuove regioni inesplorate. “Abbiamo fallito, ma insistiamo”, ci ricordava nel 2004 a Punta de Vacas, insistiamo perché se la disumanizzazione ha apparentemente vinto su questo pianeta non sono morti gli ideali di un mondo migliore: quegli ideali covano nella cenere della Fenice, pronta a risorgere.

In questa elaborazione del lutto, in questa assenza abbiamo a volte avuto l’impressione di aver perso qualcuno per strada: dove sono finite le masse di militanti che occuparono Parigi? Dove sono i 60.000 iscritti al Partido Humanista in Cile sotto Pinochet per garantire la validità del referendum? Che fine hanno fatto le decine di migliaia di aderenti alla Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza o il milione di lettori dei giornali umanisti di quartiere?

Personalmente non credo di aver perso nessuno. Se qualcuno ha cambiato strada, si è arrabbiato con qualcun altro, si è apparentemente fermato nel cammino, in lui o in lei certamente è rimasta l’essenza della speranza e della dottrina; essenza che aspetta il momento opportuno per agire. Quell’essenza, molto più antica del siloismo, che dice: “Tratta gli altri come vuoi essere trattato”.

Quell’essenza che è un seme intimamente piantato nel profondo dell’Essere Umano e che preme per risvegliarsi e che si manifesta ogni volta che un pezzetto della Nazione Umana Universale appare nel semplice gesto dell’accoglienza di un profugo, dell’aiuto fraterno, della lotta contro la discriminazione e l’ingiustizia, nella denuncia di un mondo disumano basato sulla rapina del 99% della popolazione mondiale.

Sulla montagna davanti a Punta de Vacas qualcuno, tra i sassi, ha scritto “Gracias SILO”: credo che vada interpretato non solo come un omaggio semplice a una grande persona, ma come un più profondo omaggio all’Essere Umano che, grazie anche al siloismo, si sta risvegliando.

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