Archive for dicembre, 2015

dicembre 26, 2015

Manifesti per testimoniare la pace e la nonviolenza

Pubblicato su Pressenza il 20.12.2015

Manifesti per testimoniare la pace e la nonviolenza
Bolzano 2012 , Libera Università, in occasione della inaugurazione della mostra di manifesti “Costruttori di nonviolenza”. Alla sinistra di Vittorio Pallotti, Francesco Comina, coordinatore del Centro Pace di Bolzano.

Vittorio Pallotti coordina il Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale, cioé la più grande collezione al mondo di manifesti, nazionali ed internazionali sui temi della pace.

Come nasce questa iniziativa unica in Italia?

Nel 1984, il collettivo degli Obiettori di coacienza alle spese militari (OSM) stava organizzando, per la primavera dell’anno successivo, un’iniziativa per la pubblicizzazione della Campagna OSM. Con l’intento di creare qualcosa di diverso da quanto fino ad allora attuato (conferenze, tavole rotonde, dibattiti, …) proposi di allestire una mostra di manifesti sui temi della pace, utilizzando quelli da me raccolti (circa 200) fin dal 1981 in occasione della mia partecipazione, in rappresentanza della Lega per il Disarmo Unilaterale (LDU), a diverse manifestazioni di massa contro l’installazione degli euromissili in alcune grandi città europee.
La proposta, per la sua originalità, venne accolta con interesse e curiosità. Nel marzo 1985, a Bologna, in Palazzo d’Accusio (sede del Comune) fu così inaugurata la “Prima mostra bolognese del manifesto contro la guerra e la corsa agli armamenti, per l’educazione alla pace e alla nonviolenza”. La mostra fu integrata con alcune decine di manifesti forniti dal gruppo di obiettori di coscienza in servizio civile presso il Comune di Trento. La mostra, adeguatamente pubblicizzata dagli organi di informazione locali, ebbe un grande e inaspettato successo; tanto che venne ripetuta nel 1986 e 1987, con un numero doppio di manifesti (circa 400), nella grande e prestigiosa Sala dei Seicento di Palazzo Re Enzo.
Da allora ad oggi furono organizzate in tutta Italia da varie realtà locali (associazioni, enti, scuole, università, parrocchie, …) decine di mostre di manifesti su varie tematiche (obiezioni di coscienza, educazione alla pace, difese alternative, donne per la pace, religioni e pace, ecologia-pace-ambiente, diritti umani, …) per un totale di oltre 240 uscite.

Dove si trovano ora fisicamente i manifesti? E come si possono vedere?

Dal 2006 la Raccolta dei manifesti si trova presso la Casa per la Pace ‘La Filanda’ di Casalecchio di Reno (Bologna). Casa e Raccolta sono visitabili su appuntamento telefonando o scrivendo a: Vittorio Pallotti, tel. 051-584513, mail: vittoriopallotti@libero.it.

Voi organizzate anche esposizioni tematiche: ce ne puoi parlare ed anche spiegare come fare per averle?

Nell’anno 2000 Bologna fu una delle 9 città europee ‘capitali della cultura’. Ad essa venne affidato il tema specifico della ‘comunicazione’. Il CDMPI decise di presentare un progetto per l’allestimento di una mostra di 100 manifesti dal titolo “50 anni di pace (1950-2000) sui muri d’Europa”. Il progetto, approvato e finanziato dal Comitato per ‘Bologna 2000’, fu realizzato nel chiostro della Chiesa di S. Martino nel corso dell’autunno 2000. Per l’occasione fu pubblicato il catalogo “50 anni di pace in Europa (1950-2000): eventi e immagini”, che riporta sinteticamente una parte delle iniziative e degli eventi di pace in Italia ed Europa nei 50 anni trascorsi.
Da allora il CDMPI (che nel frattempo aveva raccolto circa 2000 manifesti) ha realizzato singole mostre tematiche itineranti, ciascuna di esse formata da un numero di manifesti variabile da 40 a 70. L’elenco completo delle mostre è reperibile sul nostro sito (www.cdmpi.it) e si possono richiedere a: vittoriopallotti@libero.it.

Questa iniziativa è anche diventata un libro: com’è e come sta andando?

Nel dicembre 2014 è uscito il libro “Manifesti raccontano…le molte vie per chiudere con la guerra”, a cura di Vittorio Pallotti e Francesco Pugliese. Il volume (200 pagine a colori, formato A4, 66 ill., € 20,00) è il primo del genere che viene pubblicato.
La prima parte del libro, dopo le prefazioni di Peter van Den Dungen e Joyce Apsel (rispettivamente coordinatore generale della Rete Internazionale dei Musei per la Pace-INMP e docente all’Università di New York) sviluppa la storia e l’attività del CDMPI.
La seconda parte è suddivisa in 14 capitoli su altrettante tematiche che si richiamano alla struttura dell’archivio dei manifesti: Disarmo, Culture di pace e culture di guerra, educazione alla pace, ONU, Diritti umani e Cooperazione internazionale, Ecologia e ambientalismo per la Pace, Marce per la Pace, … . Ogni capitolo è così strutturato:
– un’introduzione a carattere storico sul tema affrontato
– l’esame di alcuni manifesti della Raccolta di cui vengono analizzati ed evidenziati gli aspetti storici, politici, educativi, estetico-artistici e la loro efficacia comunicativa
-l’elenco di alcuni manifesti della Raccolta sull’argomento
– una bibliografia.
La terza parte, infine, contiene una serie di saggi sul ‘manifesto pacifista’. Ne sono autori alcuni tra i maggiori esperti italiani di comunicazione (Umberto Eco e Omar Calabrese) e personaggi storici della nonviolenza italiana come Davide Melodia.
Completa il volume una bibliografia specifica sul tema del manifesto, con particolare riferimento al manifesto politico e a quello pacifista.
L’interesse per il libro (cui ha collaborato, in particolare per la seconda parte, la pittrice Fiorella Manzini) ha permesso di presentarlo in varie città italiane (tra cui Bologna, Firenze, Ferrara, Frosinone, Perugia, Trento) e i suoi autori sono disponibili a presentarlo anche in altre località.

Quali altre iniziative state portando avanti?

In collaborazione con ‘Percorsi di Pace’, l’associazione casalecchiese che, tra l’altro, cura la gestione della Casa per la Pace ‘La Filanda’, stiamo portando avanti la scannerizzazione e digitalizzazione dei manifesti di cui, ad oggi, è possibile visionare le immagini di circa un migliaio sul sito “www.manifestipolitici.it; è necessario cercare  i manifesti atribuiti a ‘Casa per la pace La Filanda’.

Sono anche in programma le seguenti iniziative:
– pubblicazione ‘on line’ della versione in inglese del libro, prevista per i primi mesi del 2016;
– stage sui manifesti con studenti liceali di Casalecchio di Reno (Bologna)
– completamento della sistemazione dell’archivio di documentazione cartacea. L’archivio, composto da oltre 200 faldoni, è stato di recente dichiarato dal Ministero dei Beni Culturali “di interesse storico particolarmente importante”. La sua consultazione, tra l’altro, ha contribuito in modo determinante alla pubblicazione del libro di Rossella Ropa “La possibile utopia – Per una storia dei movimenti pacifisti a Bologna nel secondo Novecento” (edizioni Aspasia, Bologna, 2013, pp.192). Il libro costituisce la prima, e per ora unica, ricerca storica sul pacifismo bolognese (e non solo)..

Ad avere sottomano questa collezione che immagine ci si fa delle trasformazioni del pacifismo in Italia?

L’immagine che ritengo ci si possa fare, esaminando i manifesti della Raccolta (che. a fine giugno 2015, aveva superato i 5000 esemplari), dell’evoluzione del pacifismo in Italia è la seguente. Contrariamente a quanto si legge e si sente sui media nazionali, che si accorgono del pacifismo solo quando si manifesta in piazza con molte migliaia di persone (in assenza delle quali la domanda di rito del giornalista, in occasione di un evento bellico o terroristico, è “ma dove sono i pacifisti?”), il pacifismo (soprattutto quello caratterizzato in senso nonviolento) è presente a livello locale in una miriade di iniziative di tutti i tipi (editoriali, seminariali, umanitarie, scolastiche, artistiche, religiose, incontri a tutti i livelli, ecc.). Iniziative pubblicizzate su manifesti, locandine, volantini, nelle radio locali, via Internet e per telefono. Agendo quindi a mo’ di talpa il pacifismo italiano ha la possibilità di sviluppare una consapevolezza e maturità maggiori rispetto al passato e quindi, nei momenti più drammatici, agire in profondità nella società contribuendo in modo più efficace alla soluzione dei problemi, politici e umanitari, e ad uscire dalle varie emergenze: terrorismo, guerre, violenze di varia natura.

Nella tua pluriennale esperienza e percorso di pacifista e nonviolento cosa pensi sia opportuno trasmettere alle nuove generazioni?

a) la conoscenza della storia del pacifismo e dei suoi protagonisti, nelle sue varie articolazioni e rapporti con l’ambientalismo, la promozione dei diritti umani, la cooperazione internazionale;
b) fornire la propria e altrui testimonianza dell’impegno per la pace e la nonviolenza;
c) attraverso l’analisi, la riflessione e il confronto sviluppare quanto più possibile un atteggiamento critico (e autocritico) nei confronti della realtà e della sua evoluzione.

dicembre 4, 2015

Un libro necessario

ciecamE’ uscita la seconda edizione di Ciecam, il mio amico immortale di Betty Cirocco.

Siamo felici alla Multimage di essere giunti alla seconda edizione di questo libro che racconta una di quelle storie che sembra non si debbano raccontare.

Ricopio qui sotto la mia postfazione al libro, nella speranza che aiuti a diffonderlo.

Un libro necessario

Quando Monia mi ha telefonato per capire se la Multimage potesse essere interessata a pubblicare questo libro mi sono messo, abbastanza in automatico, in “modalità Direttore Editoriale” e ho spiegato quello che spiego di solito, quando qualcuno mi chiede qualcosa del genere. E’ un discorso sperimentato, teso a creare una atmosfera di lavoro d’insieme e ad allontanare l’immagine stereotipata “l’editore da una parte (in cima a un piedistallo) e l’autore dall’altra (in fondo al burrone…)”. In questo lavoro io sono il facilitatore di una nuova relazione.

 

Ma già in quella telefonata in mezzo alla strada c’era qualcosa che non andava, c’era qualcosa di più; poteva essere che Checco è un mio amico (vogliate notare il tempo presente), che da poco un altro amico straordinario, Ruggero, ci ha lasciato o che sono 20 anni esatti che papà mio e Laura Rodriguez sono morti. Poteva essere, ma non era abbastanza.

 

Così l’editore ha letto il testo, venendo in treno a curare la mamma malata (anche io ho una vocazione da badante, anche se con Checco non mi è riuscito). Devo dire che ho letto tutto di getto e che ho alcune cose da dire: non è vero che Eracle non sa scrivere prefazioni; non è nemmeno vero che la Betty non sa scrivere: scrive con la forza della testimonianza, con la necessità di un sogno, scrive cose tagliate con l’accetta, quando è l’accetta che va usata per parlare. Mi colpisce in particolare la spudoratezza nel raccontare quegli ultimi cruciali giorni.

 

Nella mia mente si è fatta strada la necessità: lo dice la Betty nel libro, lo diceva Laura nelle sue ultime interviste: dobbiamo parlare della morte, dobbiamo condividere questo momento tanto rimosso dal nostro pragmatico mondo presente. Affinché la Morte ci trovi vivi e la Vita non ci trovi morti recitava il muro della Sapienza occupata nel 1977. La nuova Vita sboccerà pienamente quando avremo rimosso l’ostacolo della censura della Soglia.

 

Per cui sono contento che pubblichiamo questo libro necessario e lo pubblichiamo senza la pompa delle esperienze straordinarie. Pubblichiamo l’esperienza nella sua disarmante semplicità e nel suo profondo registro di verità.

 

Per coloro a cui capiterà nelle mani per caso (qualora questo fosse possibile) vorrei tornare a svolgere il mio ruolo di facilitatore (di editore) segnalando che le cerimonie di cui si parla (Assistenza, Benessere, Offizio) sono tratte dal Messaggio di Silo testo liberamente scaricabile da http://www.silo.net e pubblicato su carta dalla Macro Edizioni e dalla Multimage. In quel libro si dice anche:

 

non immaginare che con la tua morte si perpetui in eterno la solitudine

 

 

dicembre 3, 2015

Alberto Perino: il punto sul TAV Torino-Lione

Pubblicato su Pressenza  il 21.11.2015

Alberto Perino: il punto sul TAV Torino-Lione
(Foto di Enzo Gargano)

 

In valle e tra coloro che hanno seguito i fatti del TAV in Val di Susa dire chi è Alberto Perino potrebbe risultare perfino ridicolo. Per tutti gli altri diciamo che Alberto è una persona che fin dall’inizio è stata  punto di riferimento nelle assemblee NO-TAV; non un leader ma una voce del movimento di resistenza popolare e di disobbedienza civile a un progetto dannoso e inutile.

Alberto, ho il sospetto che da quando vi hanno levato i riflettori di dosso molta gente non sappia bene cosa sta succedendo con il TAV Lione-Torino, il cantiere e tutto il resto. Ci puoi fare un quadro della situazione?

In realtà i riflettori li accendono solo quando ci sono gli scontri, quando ci sono i sabotaggi o vola qualche pietra in risposta ai massicci lanci di lacrimogeni da parte delle Forse del Disordine. Li accendono solo per darci addosso, per criminalizzarci.

Noi stiamo continuando quella resistenza civile nata oltre venticinque anni fa in difesa dei beni comuni che sono: le finanze dello Stato che derivano dalle tasse dei cittadini onesti, la qualità della vita, il territorio, l’acqua, l’aria, i servizi sociali, la scuola, la sanità, le pensioni; tutte cose che vengono distrutte con la costruzione delle cosiddette GRANDI OPERE INUTILI e IMPOSTE (GOII), che servono solo gli interessi dei soliti gruppi transnazionali che spolpano le finanze pubbliche in nome di un falso progresso.

 

I Governi Italiano e Francese continuano a dire che l’opera è strategica e che verrà fatta. Ma la crisi infuria e il pane manca e i fondi (al di la dei bei proclami) scarseggiano. L’UE dice che finanzierà l’opera ma per ora finanzia solo gli studi. Sicuramente la lobby delle GOII è potente, ha soldi da spendere e risorse da mettere in campo anche a livello europeo. Per ora l’impressione che abbiamo è che lor signori cerchino di mettere dei paletti per dire che non importa quando, non importa come, ma un giorno l’opera si farà. Intanto si cerca di rastrellare tutto il denaro pubblico possibile a danno dei cittadini, continuando a far fare studi strapagati ai soliti amici. Il metodo Incalza è ben collaudato, anche se ora, mancando il regista, sembra che al Ministero abbiano qualche problema e molta paura di finire male.

 

Lato Francia stanno impiantando un cantiere per un tunnel geognostico di circa 10 Km. che dovrebbe partire dal piede della discenderia (geognostica) di Saint-Martin-La-Porte e finire al piede della discenderia (geognostica) di La Praz (entrambe queste discenderie sono già state terminate). Questo tunnel dovrebbe essere in asse ed avere le stesse misure di uno dei due tunnel definitivi, in quel tratto. È di un tunnel geognostico che dovrebbe studiare a fondo i problemi dovuti all’incontro di due sistemi geologici e delle relative faglie. La gara di appalto vinta da una cordata internazionale dei soliti noti (per l’Italia la solita CMC) prevede dieci anni di lavori per fare 10 Km. di galleria. Pur trattandosi di un tunnel geognostico, cioè uno studio preparatorio e quindi finanziato al 50% dall’Unione Europea, in Italia tutti i media lo spacciano e l’hanno spacciato per l’inizio dei lavori della Grande Opera. E per i proponenti, come diceva Mussolini, “indietro non si torna”.

 

Lato Italia, siamo impantanati nel cantiere/fortino de La Maddalena di Chiomonte dove si sta scavando il tunnel geognostico per conoscere la geologia e la morfologia dei terreni dove, secondo loro, un bel giorno dovrebbero scavare il vero tunnel di base. E’ un cantiere/fortino in cui lavorano divisi su tre turni meno di un centinaio di operai ma è sorvegliato 24 ore su 24 da alcune centinaia di carabinieri, poliziotti, finanzieri, esercito.

Il tunnel geognostico dovrebbe avere la lunghezza di circa 7,5 Km. e avrebbe dovuto essere portato a termine entro la fine del 2015. Al 9 novembre u.s. avevano scavato 3873 metri (con una velocità di scavo degli ultimi 13 giorni di meno di 2 metri al giorno!). Pare abbiano trovato problemi geologici imprevisti (possibile revisione prezzi e notevole aumento dei costi).

Il CIPE ha deliberato il finanziamento di uno studio per spostare il cantiere per il tunnel di base dalla piana di Susa (troppo poco difendibile militarmente da quei terribili NO TAV) a Chiomonte allargando il cantiere/fortino perché lì è ben difendibile militarmente (per contrappasso ci sono una montagna di problemi logistici e di operatività da affrontare, ma intanto di studia e si pagano gli amici).

 

Cosa sta succedendo invece dal lato del Movimento?  Come andate avanti?

Andiamo avanti come abbiamo sempre fatto in questi venticinque anni! Tenendo gli occhi aperti, studiando i pochi documenti disponibili, chiedendo i documenti che cercano di negarci, informando la gente, ma soprattutto facendo pressione attorno al cantiere/fortino. Tutti i giorni ci sono molte persone (soprattutto facenti parte dei Cattolici per la vita della Valle e dei Pintoni Attivi) che controllano, fotografano, indagano prendono nota di tutto quanto succede nel cantiere/fortino, la cosa due o tre volte la settimana funziona anche in notturna con un enorme nervosismo e arrabbiatura delle Forse del Disordine e dei soldatini. Non possono impedirci il passaggio (tranne in pochi casi in cui manu militari bloccano tutto illegalmente) perché abbiamo comprato dei terreni intorno al cantiere fortino in oltre mille persone ed essendo proprietari abbiamo il diritto di poterci recare sui nostri terreni.

Continuiamo a tessere i contatti e le reti resistenti alle devastazioni delle GOII sia in Italia sia all’Estero. Cerchiamo sempre di inventarci qualcosa di nuovo per bloccare questa devastazione. Non è facile ma ci proviamo sempre. La vita nella valle è molto vivace e quasi ogni sera da qualche parte c’è un appuntamento che riguarda i NO TAV. Non ci annoiamo, ecco.

Come è la situazione dei vari processi che vi hanno fatto?

L’offensiva repressiva scatenata dal 2011 ad opera della procura di Torino è stata particolarmente pesante e fastidiosa. Circa un migliaio di indagati per oltre un centinaio di fascicoli aperti. Anche le denunce che gli avvocati definiscono “bagatellari” vengono trattate con uno spreco di mezzi e di accanimenti fuori dal mondo. La procura di Caselli aveva costituito un pool di 4 PM specifico per tutte le questioni relative al TAV (pool oggi smantellato dal nuovo procuratore Spataro). Ma è soprattutto l‘eco spropositato dei media torinesi Repubblica, La Stampa, RAI TG3 Regionale, che fanno da megafono alla questura e alla procura enfatizzando ogni notizia, accostando continuamente il Movimento NO TAV al terrorismo e ai terroristi (nonostante la Cassazione in due distinte sentenze abbia sempre dichiarato che non c’è ombra di terrorismo nelle attività anche forti del Movimento NO TAV).

Il processo farsa per i fatti del 27 giugno e del 3 luglio 2011, celebrato nell’aula bunker del carcere delle Vallette, ha comminato condanne spropositate: oltre 142 anni di carcere per 47 condannati con oltre 131.000 euro di provvisionali, di cui circa 82.000 euro ai ministeri dell’interno, della difesa e delle finanze.

Per aver bruciato un compressore, in un’azione di sabotaggio nel cantiere, quattro ragazzi sono stati tenuti in carcere di massima sicurezza e in isolamento per oltre un anno con la pesantissima accusa di terrorismo, accusa respinta dalla Cassazione, e nello specifico assolti in Corte d’Assise ma condannati per danneggiamento e resistenza e tutt’ora agli arresti domiciliari. Nel processo in Corte d’Assise d’Appello che si sta svolgendo in questi giorni (sempre nell’aula Bunker delle Vallette) a sostenere, ancora una volta, l’accusa di terrorismo è sceso addirittura in campo il procuratore generale del Piemonte Marcello Maddalena.

È poi sintomatica dell’utilizzo dei tribunali per piegare il Movimento NO TAV, la denuncia e la condanna di primo grado, in sede civile, comminata al sottoscritto, al sindaco e al vicesindaco del comune di San Didero per un’azione di disobbedienza civile per bloccare un inutile sondaggio all’autoporto di Susa. Oltre 400 persone ferme su una strada dichiararono di non essere disposti a spostarsi per permettere il sondaggio. Denunciarono noi tre e nonostante altre 40 persone si auto denunciassero durante il processo ed i loro legali fossero ammessi al dibattimento solo noi tre fummo condannati a risarcire la società Lyon Turin Ferroviaire LTF di oltre 220.000 euro. Stendendo la mano e chiedendo aiuto a tutti i NO TAV del mondo in soli 20 giorni abbiamo raccolto oltre 300.000 euro e così abbiamo potuto versare quanto impostoci dal tribunale. Ora attendiamo il secondo grado di giudizio.

Personalmente ho perso il numero dei processi che ho in corso e anche delle condanne già ricevute. Ma se pensavano di indebolire il Movimento NO TAV con le denunce e le condanne i fatti dimostrano che non hanno raggiunto l’obiettivo che si erano prefissati. Ci hanno dato fastidio, questo si, anche perché subire perquisizioni domiciliari, affrontare processi idioti ecc. è fastidioso, fa perdere tempo e impegna in modo molto serio il fantastico gruppo di avvocati che in modo assolutamente gratuito ci difende con una professionalità ineguagliabile.

 

La recente sentenza del Tribunale dei Popoli come la commenti? E potrà servire a voi e ad altri casi analoghi di mastodontiche opere?

Il ricorso al Tribunale Permanente dei Popoli è stata una delle innumerevoli iniziative intraprese dal Movimento NO TAV attraverso il Controsservatorio Valsusa e dopo quasi due anni di lavori è culminato con la Sessione conclusiva del TPP dedicata a Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere a Torino ed Almese dal 5 all’8 Novembre 2015. È stato un momento veramente esaltante. Erano 25 anni che aspettavamo qualcuno che ci rendesse almeno una giustizia morale in merito alla nostra lotta. Sentire le testimonianze nostre e delle altre realtà che in Europa si battono per la difesa delle comunità locali contro le GOII, sentire la passione, lo slancio, il disinteresse personale e l’interesse civile di intere popolazioni è stato gratificante e per chi volesse sono disponibili tutte le registrazioni audio/video (63 video) presentati in questa pagina. Il livore e le falsità con cui l’ex procuratore generale di Torino, Giancarlo Caselli, ha commentato la sentenza sulla Repubblica e il silenzio imposto a tutti i media relativamente a questo grande avvenimento sono la dimostrazione più evidente che abbiamo colpito duro il sistema del malaffare collegato alle GOII ovunque vengano imposte.

Parole come queste contenute nella sentenza del TPP non possono essere ignorate:

“Le persone che si mobilitano contro il TAV, come contro l’aeroporto di Notre Dame des Landes o in altri progetti, devono essere considerate come “sentinelle che lanciano l’allarme” al constatare violazioni di diritto che possono avere un grave impatto sociale ed ambientale e che, con modalità legali, cercano di allertare le autorità in vista della cessazione di atti contrari agli interessi di tutta la società.”

 

Incrociando le dita sembrerebbe che la disobbedienza civile paghi, e che paghi la nonviolenza, al di là di tutte le diffamazioni e le provocazioni. Tu come la vedi?

La lotta del Movimento NO TAV è innanzitutto una lotta POPOLARE di resistenza ad un progetto inutile e dannoso. Non è una lotta ideologica bensì una lotta popolare ad uno stupro concreto della nostra terra e ad uno sperpero folle delle risorse a danno di altri investimenti piccoli e più utili (messa in sicurezza delle scuole, degli ospedali, del territorio) evitando il taglio a servizi essenziali quali sanità, scuola, ricerca, pensioni.

Come metodologia abbiamo sempre cercato di fare azioni che potessero coinvolgere tutti e che fossero alla portata di tutti. Mettendoci sempre in gioco in prima persona e mettendoci le nostre facce e i nostri corpi.

Purtroppo, come dicevo prima, se fai il bravo, se ti comporti educatamente, se documenti tecnicamente le tue ragioni, se dimostri l’inconsistenza o la malafede o le bugie della controparte in modo civile e pacato scrivendo libri (ne abbiamo pubblicati oltre 130), articoli, convegni ecc. nessuno ti fila e in questa società dell’immagine non esisti.

Se le Forse del Disordine ti massacrano di botte, ti gasano con i gas vietati in guerra, ti arrestano e allora, così come succede in tutte le parti del mondo, qualcuno si china raccoglie un sasso e lo lancia contro chi ti massacra, allora i media si ricordano di te e ti sbattono (come un mostro) in prima pagina.

Se poi lanci un fuoco d’artificio o un petardo ecco che hai attentato alla vita dei poveri poliziotti con “artifizi micidiali” o “bombe carta”.

Turi Vaccaro pacifista, nonviolento, resistente NO TAV, NO DAL MOLIN, NO MUOS ha fatto azioni spettacolari assolutamente pacifiche e nonviolente SABOTANDO le installazioni militari e i cantieri. È mai “passato” sui media nazionali? No, silenzio tombale.

Abbiamo ricordato a tutti e a volto scoperto che il sabotaggio è un metodo di lotta nonviolento (purché rispetti tutti gli esseri viventi). L’abbiamo praticato e continueremo a farlo. Perché dobbiamo fermare questa devastazione, questo spreco.

 

Poco più di un mese fa un gruppo di Pintoni Attivi over 60 ha deciso di giocare un tiro mancino alle Forse del Disordine nel cantiere/fortino de La Maddalena a Chiomonte.

Dopo aver fatto un veloce corso di “travisamento” tenuto dai ragazzini, in modo furtivo, tutti vestiti di nero come veri Black Block a notte fonda sono arrivati senza farsi scoprire alle reti del fortino in Clarea. Lì si sono messi a fare baccano, a lanciare dei petardi e dei fumogeni colorati. Digos, CC Cacciatori di Sardegna, Poliziotti sono usciti in forze per “arrestare” gli antagonisti i quali non hanno risposto alle domande, non hanno fornito i documenti richiesti ma soprattutto non hanno sollevato il travestimento. Con un po’ di violenza gli sbirri hanno scoperto il volto dei vari Black Block e sono rimasti molto interdetti di fronte a quei capelli bianchi e a quelle signore che per camminare dovevano appoggiarsi ad un bastone o a una stampella.

Con un sussulto di arroganza hanno ordinato agli uomini di sdraiarsi per terra e quando uno di questi ha iniziato a ronfare, perché si era addormentato, si sono anche spaventati.

L’obiettivo dell’azione era farsi arrestare e portare in questura per vedere cosa avrebbero scritto i giornali. Dopo due ore di frenetiche telefonate, visto che la DIGOS non prendeva decisioni i Black Block hanno detto “Signori adesso è tardi noi ce ne andiamo a casa”. Dopo una serie di inutili ordini di fermarsi vedendo che i nostri se ne erano davvero andati piantando gli sbirri in asso anche loro sono rientrati sconsolati nel fortino.

Nessuna velina è uscita dalla questura quella notte. Non una riga per questa beffa. Silenzio assoluto.

Noi continuiamo la nostra lotta e la nostra resistenza con il nostro passo, cercando di mantenere sempre la calma e la lucidità nell’azione.

 

Tu sei uno che ha lottato da sempre contro la violenza, l’autoritarismo, il militarismo: come vedi il futuro di queste lotte?

 

Quando ero giovane e ho iniziato a leggere Don Milani sono stato colpito dal suo motto “I CARE” cioè “MI INTERESSA”. Se la gente, le popolazioni spengono il televisore, accendono il cervello, scendono in strada e cominciano a dire guardandosi intorno “I CARE”: mi interessa quello che succede, mi interessa capire cosa succede, mi interessa sapere perché succede, MI INTERESSA VALUTARE SE È NEL MIO INTERESSE E NELL’INTERESSE DI TUTTI O SOLO DI POCHI, allora il futuro di queste lotte e di tutte le lotte sarà roseo.

 

Un grazie particolare a Enzo Gargano del Centro Sereno Regis per la foto, l’efficienza e la velocità.

dicembre 2, 2015

Toshiko Tanaka: la tragedia non si deve ripetere

Pubblicato su Pressenza il 18.11.2015

Toshiko Tanaka: la tragedia non si deve ripetere
(Foto di ANPI di Vinci)

Ha appena terminato il suo giro per l’Italia, grazie all’iniziativa del Centro di documentazione “Semi sotto la neve” Toshiko Tanaka, artista giapponese sopravvissuta alla bomba di Hiroshima. L’abbiamo intervistata grazie alla preziosa collaborazione di Yukari Saito.

Cara signora Tanaka, lei ha iniziato da pochi anni questa testimonianza sulla sua terribile esperienza, ci può spiegare perché?
In effetti, per più di sessant’anni non ho voluto raccontarla nemmeno ai figli, perché era un ricordo troppo doloroso per me e per chi m’ascolta e mi sembrava impossibile che fosse compreso.
Ma, questo non significava poter rimuoverlo dentro di me, quindi, ogni tanto infilavo nelle mie  opere qualche segno che non m’importava se gli altri  capissero o meno. Tuttavia, ho cominciato a raccontare soltanto arrivata ai settant’anni di età, perché mi sono resa conto che era necessario per garantire alle generazioni future che la tragedia non venga ripetuta.

Che cosa le ha fatto cambiare l’idea, l’ha spronata a testimoniare?

Nel 2007 sono andata a fare un viaggio  a bordo di Peace Boat, un’organizzazione non governativa giapponese che noleggia una nave e gira per il mondo per promuovere la pace, l’amicizia e la solidarietà. Quando abbiamo fatto una tappa a La Guaira nel Venezuela, il sindaco della città venendo a sapere che io fossi sopravvissuta alla bomba di Hiroshima mi ha chiesto di raccontare la mia esperienza. E al mio diniego mi ha detto: “se non racconta lei che l’ha vissuto in prima persona, chi può raccontarci ciò che è successo in quel giorno a Hiroshima? Se non si racconta, si farà come se non fosse successo e la stessa cosa potrebbe succedere di nuovo”.

Cosa rimane nell’anima di quel momento?

Le  sensazioni; per esempio, un’enorme quantità di polvere sollevata dall’onda d’urto che mi riempiva la bocca, una cosa sgradevolissima di cui conservo un ricordo assai vivido.
E ancora oggi mi vengono sovente i flash back che mi provocano i brividi, quando vedo o sento certe cose, ad esempio, un pomodoro grigliato mi ricorda la pelle staccata delle ustioni e un rombo di aeroplano, anche da turismo, mi evoca i bombardieri.
Ma mi ricordo anche uno scorcio del cielo azzurro bellissimo che vidi attraverso un buco creato nel tetto della nostra casa, completamente distrutta. Benché piangessi disperata per i dolori atroci delle ustioni subite al braccio, alla testa e al collo, notai quel cielo e mi colpì profondamente la sua bellezza: era uguale a quello del giorno precedente. A pensarci, credo di averlo percepito come se il cielo mi dicesse, dicesse a una bimba di 6 anni, che c’era ancora un “domani”. E se sono riuscita ad affrontare e a superare ogni difficoltà della vita fino a oggi, penso che devo molto a quel cielo che mi ha sempre incoraggiato.

L’arte che lei pratica con tanta maestria l’ha aiutata nel suo cammino di ritorno verso la vita?

Nel mio caso, non riesco a considerare completata un’opera soltanto con la bellezza e l’equilibrio che essa esprime. Sento il bisogno di infilarvi qualche messaggio di nascosto in modo che magari gli altri non se ne accorgano. Credo che ripetendo quell’operazione ho acquisito la forza di affrontare la mia esperienza.

Quale è il messaggio profondo che Lei vuole trasmettere?

Se la guardi bene, perfino dentro una distruzione, una devastazione, c’è sempre una salvezza, una speranza.

L’arte può unire i popoli verso un mondo migliore?

Credo proprio di sì. Ci sono le cose che l’arte riesce a trasmettere al cuore dell’altro senza iltramite delle parole.
Non sono una grande artista ma, se vedo le opere, riesco a afferrare e comprendere l’autore, probabilmente anche la sua intera vita.
Questo significa anche riconoscere e rispettare l’altro, quindi la mia risposta non può che essere affermativa.

dicembre 1, 2015

Non ci sono bombardamenti buoni

pubblicato su Pressenza il 21.11.2015
Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

Non ci sono bombardamenti buoni
(Foto di http://arabpress.eu)

 

 

Il terrorismo ha sicuramente raggiunto un obiettivo: quello di terrorizzare un buon numero di persone. Non ci stupisce, dato che l’obiettivo ovvio e unico del terrorismo è quello di seminare terrore. Questo, per inciso, lo differenzia dalla guerriglia, nelle sue varie forme. La guerriglia pretende di essere una forza i liberazione che ritiene opportuno usare mezzi violenti per risolvere situazioni di oppressione e di ingiustizia. Non siamo d’accordo sui mezzi ma sì sui fini.

 

Col terrorismo non siamo d’accordo su nulla. E siamo d’accordo con Chomsky quando dice che il modo migliore di combattere il terrorismo è smettere di praticarlo.

 

Perché nelle forme di terrorismo dovremo inserire tutte le pratiche di violenza che i vari popoli hanno subito da una serie di istituzioni e governi che con qualche giustificazione ideologica (la civiltà, la guerra umanitria, la superiorità della razza…) hanno: torturato, assassinato, fatto colpi di stato, armato terroristi, invaso paesi, rifilato embarghi, fatto bombardamenti ecc.

 

I bombardamenti, in particolare nelle guerre attuali,  sono atti terroristici. Non esistono bombardamenti intelligenti, né bombe intelligenti, ma soprattutto non esiste l’invenzione del bombardamento chirurgico, di quello mirato sugli obiettivi militari. Sarebbe sufficiente anche solo ascoltare qualunque racconto dei bombardamenti in Italia dell’ultima guerra mondiale per capire, al di là dei devastanti effetti immediati, quali sono gli ugualmente devastanti effetti sulla mente delle persone che li subiscono. Gli unici scopi dei bombardamenti sono terrorizzare le popolazioni e guadagnare soldi (le bombe vanno ricomprate). Credo che se si potesse mettere su un tavolo un grafico di comparazione tra il numero di guerre in corso e l’andamento del mercato delle armi si potrebbero notare coincidenze interessanti.

 

In secondo luogo (casomai non bastasse il primo argomento), trattandosi di terroristi sparpagliati sul territorio, non esiste nulla di più inadeguato dei bombardamenti per combatterli dato che è difficile sapere dove si trovino e dove siano le loro basi. Pragmaticamente potremmo bombardare le installazioni di petrolio che controllano ma, curiosamente, quello non è mai un obiettivo dato che ci sono altri interessi che si preoccupano che certe fonti di guadagno non vengano danneggiate.

 

Se qualcuno volesse combattere seriamente l’ISIS comincerebbe semplicemente per non comprargli più il petrolio (merce che necessita di abbastanza infrastruttura per essere venuta e trasportata all’acquirente); potrebbe poi continuare bloccando le carovane di rifornimenti che tutti i giorni approvvigionano lo “Stato Islamico” e le cui foto si possono reperire con una banale ricerca su Google (battere “rifornimenti all’ISIS”). Non sarebbe male nemmeno, come proposto da arie parti, smettere di intrattenere relazioni con coloro che continuano a rifornire i terroristi.

Una campagna mondiale di boicottaggio di chiunque sia anche vagamente connivente col terrorismo metterebbe alla luce molte zone d’ombra nell’apparente unanimismo anti-ISIS.

 

E se qualcuno anche solo si azzarda a sventolare la bandiera della “risposta necessaria” diremo con ancora più forza che la violenza non è mai necessaria; che, al contrario, la violenza genera solo altra violenza e che c’è un solo modo di spezzare la catena: il vuoto, la non-collaborazione della nonviolenza, della retta parola, dell’agire in coerenza ai propri sentimenti e alle proprie idee, del trattare gli altri come si vuol essere trattati.

Sono impressionati le testimonianze di questi giorni verso questo nuovo desiderio di fratellanza, di aiuto, di comprensione, di reciprocità, di semplice abbraccio di chi è diverso da me ma uguale nella luce delle candele, nella comunanza della morte, nella essenza umana. Queste testimonianze chiamano quella Nazione Umana Universale che dal futuro ci aspetta: un mondo che, tra le tante cose, dice “mai più guerra, mai più violenza!”. Twitta e tagga in tuoi post con #stopviolence #stopviolenza.