L’Essere Umano ha battuto gli Dei?

Pubblicato su Pressenza il 09.03.2016

L’Essere Umano ha battuto gli Dei?
(Foto di https://gogameguru.com)

Un Allievo chiede a un Maestro: “Maestro, qual è il gioco più sublime che abbiano inventato gli esseri umani?”. Il Maestro risponde: “Gli scacchi, certamente!”. L’Allievo timidamente chiede: “Ma il Go, Maestro?”. “Quello non l’hanno inventato gli esseri umani.”

 

Questa piccola storia gira da anni tra i giocatori di Go e illustra bene una certa attitudine che i giocatori di questo gioco hanno nei confronti di questo antico e nobile gioco.

 

Il Go è sotto i riflettori in questo momento a causa della sfida lanciata da Google a uno dei giocatori più forti del mondo, il coreano Lee Sedol. Il programma di DeepMind, la farm di intelligenza artificiale recentemente comprata dal colosso dei motori di ricerca, si chiama AlphaGo e, oggi, nel corso della prima di cinque partite, ha battuto il campione coreano. Ne abbiamo parlato ieri con Maurizio Parton Presidente della Federazione Italiana e matematico e alla sua intervista vi rimando per i dettagli tecnici.

 

Qui vorrei parlare d’altro e cioè della suggestione che questo tipo di sfide suscitano e della loro interpretazione, a partire dalla storica vittoria a scacchi di Deep Blue su Kasparov.

 

Fin dalla fantascienza degli anni ’50 la tematica dell’intelligenza artificiale è stata sviluppata in una miriade di produzioni letterarie (la saga dei robot di Asimov, per esempio). In genere si è sempre esaltata una certa paura sul fatto che le macchine potessero diventare più intelligenti dell’uomo e dominarlo. Ovviamente il livello della problematica scientifica e filosofica della questione è oscillato tra la banalità e la raffinatezza.

 

Allo stesso modo, con lo sviluppo dell’informatica e della robotica, gli studi scientifici tesi alla comprensione dei meccanismi complessi che permettono ad animali e umani di fare determinate cose, di avere alcune abilità ecc. sono andati avanti ed hanno prodotto risultati scientifici e tecnologici di alto livello.

 

Paradossalmente, ma non tanto, la leggenda sulla nascita del Wei qi (il nome originario cinese del Go) parla proprio di questo: l’Imperatore Yao covoca un suo ciambellano e gli chiede di inventare un gioco che possa rendere più intelligente suo figlio. Yao chiede una macchina che accresca l’intelligenza di suo figlio, la macchina si manifesta nella forma di un manufatto umano, di un gioco. Nella forma di una costruzione della mente.

 

Nel corso della sua lunga storia al Go vengono attribuite molte qualità: oltre a rendere intelligente il figlio dell’imperatore si dice che elevi il chi (l’energia vitale) di coloro che lo praticano, che sia uno strumento di meditazione sulle regole morali della vita, che sia uno strumento di allenamento della memoria, della pazienza, dell’attenzione…

 

La storia della cosiddetta intelligenza artificiale non è molto più corta: curiosamente ne possiamo rintracciare gli inizi nell’abaco cinese, prima macchina calcolatrice della storia.

 

Quel che vorrei chiarire subito è chesi tratta una storia eminentemente umana. Il ciambellano di Yao risponde alla sfida con un gioco-macchina; l’anonimo inventore dell’abaco reagisce con una macchina al problema della necessità di eseguire calcoli veloci.

 

Chi vince allora la sfida tra AlphaGo e Lee Sedol?

 

Se è vero l’aneddoto dell’inizio non sono gli umani ma gli Dei ad aver inventato il Go; allora oggi gli Esseri Umani hanno battuto gli Dei. Gli esseri umani che hanno costruito, in un lungo percorso evolutivo, la macchina AlphaGo. Ma forse, più semplicemente, gli esseri umani stanno giocando tra di loro per arrivare ad una costruzione umana più elevata, a superare limiti apparentemente invalicabili. Perché, alla fine, il processo che porta dall’abaco cinese alla macchina di Pascal, fino al computer portatile ed AlphaGo non è altro che il gioco eminentemente umano di auto sfidarsi verso traguardi sempre più elevati, nell’obbiettivo di fondo di migliorarsi.

 

L’unica differenza che vedo tra un programma inventato da umani e l’essere umano che ci gioca contro sono le emozioni di cui la macchina non è disponibile (nonostante la fantascienza): quel che mi ha colpito di più delle dichiarazioni di Lee Sedol prima della partita è stato un semplice “sono un po’ preoccupato”. E questa dichiarazione di debolezza umana mi ha profondamente rincuorato perché ha fatto emergere l’infinita bellezza di quell’essere umano: la sua fragilità.

 

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