Archive for luglio, 2017

luglio 23, 2017

Ucraina: lavoriamo per avvicinare i popoli

Publicato su Pressenza il 10.07.2017

Ucraina: lavoriamo per avvicinare i popoli

I bambini ucraini disegnano contro la guerra (Foto di Associazione Italia-Ucraina Maidan)

Mauro Colombo è segretario esecutivo dell’Associazione Italia-Ucraina Maidan, associazione culturale che opera da vari anni nel campo dell’aiuto umanitario alle popolazioni colpite dalla guerra, dell’informazione sulla realtà dell’Ucraina e sulla fratellanza tra i popoli.

In questi giorni l’Associazione ha spedito in Donbass due containers di aiuti umanitari.

Mauro, puoi intanto darci i dettagli di questa ultima operazione e spiegarne il perché?

Dai primi giorni del conflitto, l’Ucraina ha dovuto gestire un’enorme quantità di problemi, tra i quali il 1.400.000 profughi interni provenienti dalle zone del Donbass occupate dai separatisti filorussi e dalla Crimea, illegalmente annessa alla Russia.
La risposta della società civile è  stata esemplare e si sono attivate molte associazioni sul territorio. Purtroppo la disponibilità economica in Ucraina è molto scarsa a causa di oltre 26 anni di crisi. Noi abbiamo lavorato con la diaspora in Italia organizzando raccolte fondi per poter inviare vestiti,  cibo e materiale sanitario. Oltre a contribuire alle necessità pratiche ci interessa molto che ai profughi fuggiti dalla guerra arrivi un messaggio importante: non siete soli, non credete alla propaganda, i vostri fratelli sono qui e si occupano di voi.

Perché  hai nominato la Crimea? Li non c’è la guerra…

Prima  dell’annessione illegale alla Russia, le lingue ufficiali erano l’ucraino, il russo e il tataro. Ora è solo il russo e le minoranze etniche ucraina e tatara sono state vittime di gravi  discriminazioni e abusi fino  dai primi giorni. Molti hanno perso la casa o l’attività commerciale, in favore dei nuovi occupanti. Molte migliaia di persone hanno abbandonato la penisola temendo per la propria incolumità e quella dei propri cari.
Al leader tataro e parlamentare ucraino Mustafà Djemilev è  stato vietato l’ ingresso sulla sua terra, la Crimea.
Ma di questo ci sarebbe molto da parlare.

La situazione sul terreno qual è?

Ora la situazione profughi è stabile, la guerra si percepisce solo sulla linea del fronte, ma tutto il paese si aspetta cambiamenti radicali e profondi. Si respira una certa insofferenza perché da una parte non è semplice mettere mano a gravi problemi che affliggono il paese, dall’altra ci sono molte forze che si oppongono ai cambiamenti. In molti casi il ”nemico” non è  oltre il fronte, bensì  all’interno del paese.

C’è un certo silenzio sul conflitto da quando sono stati raggiunti degli accordi di cessate il fuoco: quali sono le prospettive verso una pace definitiva?

Al momento il conflitto è  classificato ” a bassa intensità ‘: ciò  significa che due morti e cinque feriti in media al giorno e 3  milioni di persone in ostaggio di pazzi mercenari non sono urgenti per nessuno.
Gli accordi di Minsk sono stati disattesi dai primi minuti successivi le firme.
Putin non abbandonerà mai la Crimea perché strategica a livello militare.
Il conflitto in Donbass serve alla Russia per tenere sotto scacco l’Ucraina e impedirle di sfuggire alla propria orbita. Sarà un conflitto congelato come è  stato, ed è  ancora, per Trasnistria, Ossezia del Nord, Inguscezia, Abkhazia e Nogorno Karabak.

Forse a molti i nomi di queste regioni risulteranno sconosciuti; spesso siamo distratti quando le bombe cadono provenendo da est… comunque fanno  parte dello stesso disegno.

La pace non sarà  possibile finché saremo indulgenti sulla violazione degli accordi internazionali e finché l’ ONU sarà immobilizzata dalla possibilità  di porre il veto da parte dei paesi più  potenti.

Nel frattempo lavoriamo con la gente nell’intento di frenare l’escalation di odio e favorire l’avvicinamento tra i popoli a dispetto degli interessi delle élite dei potenti.

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luglio 22, 2017

Sono ancora gli stranieri a voler mettere le mani sull’Afghanistan

Pubblicato su Pressenza il 03.06.2017

Sono ancora gli stranieri a voler mettere le mani sull’Afghanistan

Atai Walimohammad è un profugo afgano che vive in Italia dal 2013 e lavora come mediatore linguistico e culturale. Ha cominciato a collaborare con Pressenza per parlare del suo paese e, in generale, della situazione dei rifugiati.

Atai puoi brevemente raccontare la situazione da cui sei fuggito e quello che ti è successo che ti ha costretto a fuggire?

Ho studiato due anni in una madrasa, la scuola coranica dove a dispetto del nome “scuola” si insegna ormai solo la jihad, la guerra doverosa (non “santa”, questo è un termine che ha più a che fare con il cristianesimo e che ha portato a parecchi equivoci). In pratica, dove si insegna solo ed unicamente a diventare kamikaze.

Abbinare a questo la parola “scuola” fa rabbrividire. Eppure, questa era – e forse è ancora – la realtà. Tanti ragazzi come me sono stati indottrinati così. Un lavaggio del cervello che spingeva i miei amici a diventare shahid, ossia martiri. Rinunciare alla vita per assassinare: l’annullamento di 10.000 anni di faticoso progresso. L’indottrinamento era tale che le famiglie di questi miei amici erano contentissime quando i Talebani diedero loro il certificato del paradiso per questi “martiri”. Lo sono stati martiri, questi ragazzi, ma i carnefici non erano di certo le loro vittime, bensì chi aveva fatto loro quell’indegno lavaggio del cervello. Dopo che alcuni dei miei amici si sono fatti esplodere, le loro mamme piangevano e si frustavano, io ogni giorno sentivo le brutte notizie e la mia mamma mi disse che dovevo fare anche io il kamikaze contro i non musulmani.  I talebani, nel frattempo, riuscirono ad impossessarsi del villaggio. Era il febbraio 2012. Dal centro di addestramento dei kamikaze partì un blitz che prese il controllo della zona. In un solo mese riuscirono a compiere svariate atrocità: la lapidazione in pubblico di un ragazzo ed una ragazza per adulterio, l’impiccagione di 14 ragazzi che lavoravano per l’esercito afgano e lo sgozzamento di un uomo, e mio amico, che tramite una dinamo era riuscito a portare l’elettricità a tutto il villaggio. La “sentenza” fu giustificata con il fatto che l’elettricità poterebbe la gente ad avere televisione e radio, due cose effimere, e quindi peccato mortale. Il rifiuto dell’amore fisico, il rifiuto della diversità di idee, il rifiuto del progresso tecnologico. In un solo mese (perché un mese è durato il terrore talebano nel villaggio) tutta la barbarie possibile.

I fanatici religiosi mi ostacolavano. Parlavano male di me. Dicevano che ero “infedele”. Ma io continuavo ad andare a scuola ed a studiare la scienza e non la religione. Così sono cresciuto e il mio sogno era quello di diventare uno psicologo come papà e di continuare la sua opera. La mattina frequentavo la scuola ed il pomeriggio seguivo corsi di matematica, biologia, fisica e chimica. Perché, anche se nessuno se lo ricorda più, un tempo l’Afghanistan era una terra di grandi scienziati e matematici.

Io ero ancora un ragazzino, ma con l’aiuto del Governo sono riuscito ad aprire nel mio villaggio un centro per l’apprendimento dell’inglese e dell’informatica aperto tanto ai bambini quando agli adulti. All’inizio erano proprio in pochi a venirci! Ma, piano piano, il loro numero è aumentato anche se la mia scuola aveva davvero pochi mezzi. Una volta a settimana venivano gli americani di pattuglia al villaggio ed io, che sapevo l’inglese, andavo sempre a parlare con loro. Un giorno gli americani mi portarono libri, quaderni, tappeti, sedie, matite, lavagne e tavoli. Ero felice. Potevo avere una scuola vera! Lo ricordo come uno dei momenti più belli della mia vita, il giorno in cui distribuii tutto il materiale ai ragazzi e alle ragazze del villaggio. Anche la gente cominciava a cambiare idea, a capire che un libro è un’arma migliore del fucile. Io continuavo a studiare scienza, ma mi dilettavo anche di arte. Un giorno di febbraio io e il mio fratellino Atai Dostmohammad abbiamo fatto una scultura e l’abbiamo portata a scuola per farla vedere agli studenti. All’inizio erano contenti di vederla ma poi qualcuno ha cominciato a dire che rassomigliava a Buddha e alcuni si sono arrabbiati. E’ arrivato un insegnante di teologia che ha rotto la mia statua e ha incitato i ragazzi a picchiarci. Siamo tornati a casa insanguinati. Da quel giorno si è sparsa la voce che mi fossi convertito al buddhismo e la gente ha cominciato a trattarmi da infedele. Nessuno è più venuto nella mia scuola. Allora mi hanno accusato di essere una spia e di essermi convertito al cristianesimo. I talebani hanno dato alle fiamme la mia povera scuola e mi hanno cercato a casa, devastando e bruciando tutto quello che era mio. Per fortuna, ero lontano, altrimenti mi avrebbero ucciso. Ma non sono più tornato a casa. Sono scappato verso la provincia di Herat e ho deciso che avrei lasciato per sempre la mia patria.

A tuo fratello come è andata e in che problemi si trova attualmente?          

Al mio fratello maggiore, Dott. Atai Liaqat Ali, le cose non sono andate così bene. Lui era un medico e lavorava in un ospedale statale. Stava facendo la specializzazione e fu avvicinato dai talebani che gli chiesero di lavorare per loro e che non doveva più curare i governativi. Lui rifiutò. Così lo rapirono mentre lavorava in corsia. A lungo, lo torturarono con l’elettroshock. Alla fine lo abbandonarono mezzo morto sul ciglio di una strada. Da quel momento, non è più stato quello di prima. Il suo cervello ha subito gravi danni e la sua menomazione è presumibilmente irreversibile. Solo le cure antipsicotiche riescono a dargli un po’ di sollievo. Quello che rimane della mia famiglia, riuscì a farlo ricoverare in un ospedale pakistano, mentre i talebani davano alle fiamme il suo ospedale e la sua casa. Così anche mio fratello fu costretto a raggiungere l’Italia. Il suo viaggio fu ancora più difficile a causa delle sue condizioni di salute. Ma ancora urla per la paura di essere catturato dai talebani anche se sa che è in Italia. Si era sposato circa 2 mesi prima dell’episodio. È stato ascoltato dalla commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ed ha avuto lo status di rifugiato come me.

Qual è il tuo giudizio sulle istituzioni che lavorano con i rifugiati? E quello sulle associazioni di volontariato del settore?


Oggi molti italiani hanno paura delle migrazioni non perché siano ostili alle persone dei migranti, ma perché vedono che l’emergenza è gestita male, e soprattutto non ne vedono la fine. L’impressione è che il governo e gli enti locali stentino a organizzare sia l’accoglienza, sia i rimpatri; e soprattutto non riescano a disegnare un orizzonte che dia ai cittadini quella sicurezza anche psicologica senza cui l’integrazione resta utopia. Il tentativo di coinvolgere l’Europa sta dando i primi risultati. Ma gli italiani sanno che le guerre civili nel Nordafrica e in Medio Oriente non sono affatto finite, che per stabilizzare l’area serviranno anni se non decenni; e non intravedono ancora né le regole né le azioni che consentano di salvare i profughi, sottraendoli ai trafficanti di uomini. Dopo due anni di lezioni di italiano, corsi di formazione e lavori per la comunità, i problemi di integrazione sono superati, ma burocrazia e incapacità del legislatore finiscono per vanificare ogni sforzo. I pochi che ottengono lo status di rifugiato dopo un’attesa che può superare i due anni, devono lasciare il centro entro tre giorni senza un euro in tasca, senza un lavoro e un’altra struttura che metta a frutto l’investimento pubblico fatto su di loro per trasformarli in cittadini. Così la proposta del ministro degli Interni Marco Minniti di legare lo status allo svolgimento dei lavori socialmente utili, qui a Zavattarello in centro in cui io lavoro suona come una beffa. “Chi ha ricevuto risposta negativa può rimanere qui fino all’ultimo grado di giudizio. Continua a studiare, a lavorare. Ha cibo e un tetto. Ma se gli riconoscono lo status di rifugiato dobbiamo metterlo alla porta e tanti saluti”.

C’è da essere orgogliosi del modo in cui molti italiani stanno reagendo. Le associazioni di volontariato fanno un grande lavoro, spesso sopperendo alle lacune della pubblica amministrazione. E gli uomini in uniforme continuano a salvare vite, dovere giuridico e morale che in nessun caso può mai venire meno. Ma lo Stato, insieme con gli altri Paesi europei, deve fare molto altro: alleggerire il peso che grava sulle frontiere, organizzando il viaggio dei profughi e il respingimento dei clandestini; e far funzionare la macchina dell’integrazione, legando i diritti ai doveri, che comprendono la conoscenza e il rispetto dei nostri valori, a cominciare dall’uguaglianza tra uomo e donna. A patto di rispettare la paura ed eliminarne le ragioni.

La guerra in Afghanistan sembra una guerra senza fine: esiste secondo te una volontà di terminarla?

Da molti anni quasi tutte le nazioni del mondo sono impegnate nella missione di pace in Afghanistan, e dopo 17 anni e 5 mesi della loro presenza non è stata portata la pace nemmeno in un distretto del paese, e addirittura i problemi sono aumentati. Prima erano solo i talebani ma adesso ci sono anche gli altri gruppi terroristici come Isis, Haqani e etc. in incubazione le uova degli altri gruppi terroristici e sappiamo benissimo dove nascono e come crescono, e chissà quando nascono come li chiameranno? Ma sono figli tutti dello setsso padre, tutto comincia dal Pakistan alleato degli Stati Uniti; così nessuno dice nulla. Non è ammazzando i terroristi che si risolve il problema del terrorismo, bisogna eliminare le ragioni che li rendono tali. Questo vuol dire che finché ci sono i campi petroliferi e gli interessi dei paesi stranieri la guerra non finirà mai in Afghanistan e in mezzo la povera gente come da sempre va ammazzata sia da parte dai talebani (figli dei paesi stranieri) che dai governativi.

luglio 22, 2017

Lorenzo Russo: servono più persone che lottano per i diritti delle persone

Pubblicato su Pressenza il 15.05.2017

Lorenzo Russo: servono più persone che lottano per i diritti delle persone
Gli attivisti di All Out nel cellulare della polizia russa (Foto di All Out)

Lorenzo Russo ha 16 anni, è gay ed è una persona impegnata in azioni per la difesa dei diritti umani delle persone LGBT.  L’ultima di queste azioni è consistita in una petizione su Change che in un mese ha raggiunto quasi mezzo milione di firme.

Da solo, con un gruppo? Con gli amici? Lorenzo, puoi far un riassunto di come è nata la tua iniziativa?

La mia iniziativa di raccolta firme è nata da una mia idea. Dopo che sono venuto a sapere cosa stava e sta anche adesso succedendo in Cecenia, sentivo il bisogno di fare qualcosa anch’io nel mio piccolo. Allora ho creato la petizione su Change.org; non mi sarei mai aspettato un adesione così massiccia, sintomo che non sono solo a voler fermare queste atrocità, ma siamo ben mezzo milione.

Tu citi anche una campagna internazionale su questi temi. Ce ne parli?

Pochi giorni dopo aver lanciato la petizione, visto il grande successo che stava avendo, il sito di Change ha deciso di unire le mie firme a quelle di una campagna internazionale analoga, perciò è molto importante che si firmi la mia petizione per far sì che le nostre voci italiane si uniscano a quelle di tutto il mondo.

Cosa è successo in questi giorni?

li attivisti di All Out stavano per consegnare le firme di un’altra petizione, quando sono stati fermati dalla polizia, compreso anche il nostro connazionale Yuri Guaiana. Tutto ciò a Mosca. Vergognoso è dir poco; una politica, quella di Vladimir Putin, che sta ostacolando la giustizia per tutti gli omosessuali torturati e detenuti in Cecenia.

Quali sono le prossime azioni che intendete mettere in marcia?

Purtroppo al momento non sono a conoscenza di questo, ma posso dire di diffondere il più possibile le notizie dalla Cecenia, visto che i media non lo fanno. Per adesso è l’unica cosa che possiamo fare.

Su Change si vedono messaggi sulla tua petizione che invitano a farsi gli affari propri, ad occuparsi di altro e simili: cosa rispondi tu?

Cosa posso rispondere? Il giorno in cui ognuno penserà solo agli affari propri il mondo andrà in rovina. Fortunatamente oggi c’è ancora chi lotta per i diritti delle persone; servirebbero più persone così , invece di animali da tastiera che non vedono l’ora di sputare odio.

In giro insistono sui giovani che non si interessano più a nulla. Come combattere questo stereotipo?

Questo stereotipo esiste ed è sbagliato. Io sono giovane, ho 16 anni, vivo con i miei coetanei e assicuro che in molti abbiamo tanta voglia di fare e di interessarci al mondo che ci circonda, ma molto spesso ci viene insegnato male o non veniamo compresi. E molto più spesso non ci vengono date le possibilità. Questi errori vengono commessi in primis dalla scuola; manca a mio parere un insegnamento dell’attualità del mondo e di come ormai sia cambiato.