Archive for agosto, 2017

agosto 19, 2017

Un evento storico : l’adozione del Trattato Internazionale di Interdizione delle Armi Nucleari

Pubblicato su Pressenza il 14.07.2017

Un evento storico : l’adozione del Trattato Internazionale di Interdizione delle Armi Nucleari

La delegazione dei dirarmisti a New York: Navarra, Mosca, Pagani (Foto di Disarmisti Esigenti)

Abbiamo incontrato Giovanna Pagani e Luigi Mosca alla conferenza stampa che i Disarmisti Esigenti e la WILPF-Italia- Womens International League for Peace and Freedom, impegnata alacremente nella battaglia contro gli ordigni nucleari, hanno tenuto al Senato sulla recente approvazione del Trattato di Interdizione delle armi nucleari a New York. 

Voi eravate parte della numerosa delegazione internazionale che ha appoggiato e collaborato concretamente alla stesura del testo del Trattato: potete raccontare come è andata?

GP– Si è trattato di un’ esperienza particolarmente intensa sul piano emotivo e relazionale. Avevamo la consapevolezza dell’importante ruolo di pressione che potevamo e dovevamo svolgere nei confronti delle delegazioni degli stati, per far passare le mozioni migliorative del testo. Noi abbiamo lavorato dall’Italia  sulla prima bozza Gomez (cognome della Ambasciatrice del Costa Rica, Presidente della Conferenza Onu che doveva negoziate il Trattato per il Bando delle armi Nucleari) inviando  Working papers e a NY sulla seconda e terza bozza interloquendo direttamente con gli Ambasciatori degli stati partecipanti, con i militanti di ICAN e inviando fino all’ultimo mail di supporto ai delegati più in sintonia con noi). Io personalmente mi sentivo costantemente investita dal mandato degli Hibakusha ( sopravvissuti) di Hiroshima e Nagasaki e delle vittime dei test nucleari che per la prima volta avevo incontrato nel dicembre 2014 alla Conferenza di Vienna sull’Impatto umanitario delle armi nucleari (l’ultima dopo quelle di Oslo e Nayarit): “Ora anche voi sapete e se non agite siete corresponsabili  di un crimine nei confronti dell’umanità”. Lo stress è stato notevole e la soddisfazione intensa nel vivere un sogno realizzato:  avere un Trattato  giuridicamente vincolante che dichiara ILLEGALI le armi nucleari e mira alla loro eliminazione. Questo è avvenuto grazie all’intenso lavoro di informazione, sensibilizzazione e mobilitazione che la società civile ha saputo realizzare,  coordinandosi  in ICAN ( Campagna Internazionale per il Bando delle Armi Nucleari) e lavorando in costante sinergia con la “parte buona” della politica nazionale e internazionale.

LM- In pratica noi avevamo tre “canali” possibili di intervento : a) tramite la coordinazione di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons); b) tramite dei ‘Working  papers’, pubblicati sul sito Web della Conferenza: c) tramite un contatto diretto (anche se alquanto aleatorio, durante le pause dei negoziati) con i membri delle delegazioni degli Stati partecipanti ai negoziati.

Attraverso questi canali abbiamo proposto progressivamente diversi emendamenti, prima di tutto per ben stabilire la priorità e superiorità di questo Trattato rispetto al NPT, e qui le cose sono andate piuttosto bene: dell’NPT sono stati riconosciuti gli obblighi in esso contenuti, ma non il diritto da parte di una oligarchia di Stati a mantenere degli arsenali a durata indeterminata. E, più generalmente, gli obblighi contenuti in altri Trattati sono riconosciuti soltanto se compatibili con quelli del Trattato di interdizione.

Poi ci siamo maggiormente focalizzati sui punti 2 e 3 dell’Articolo 17, riguardanti una possibilità di ‘ritiro’ dal Trattato da parte di uno Stato che vi aveva in precedenza aderito, e qui la battaglia è stata alquanto drammatica: la nostra proposta, sostenuta soprattutto dalla Palestina, dal Cile e da altri Stati dell’America Latina, come pure dall’Africa del Sud, sembrava prevalere, ma l’intervento successivo di altri Stati, manifestamente sotto l’influenza degli Stati nucleari, ha costretto ad adottare un compromesso che figura come una ‘anomalia’ nel testo di questo Trattato, che, nel suo insieme è risultato invece di grande forza e qualità.

Quali sono i punti che hanno soddisfatto le aspettative dei Movimenti? 

GP – Sicuramente l’inserimento nell’art. 1 del divieto della minaccia dell’uso del nucleare accanto al possesso, alla sperimentazione (test nucleari) e all’uso: questo significa stigmatizzare la deterrenza nucleare che sta detenendo l’umanità nella morsa della minaccia permanente di una conflagrazione nucleare, che può avvenire per comando, errore o follia. Molto importante anche il concetto del transito  che consente di affrontare la questione dei porti nucleari (noi in Italia ne abbiamo 11) e dello stoccaggio delle stesse in territori di paesi non nucleari ( e questo ci riguarda direttamente per essere paese Nato con bombe Nucleari Usa sul nostro territorio esattamente come l’Olanda, la Germania, il Belgio e la Turchia).

Grande soddisfazione anche per l’art. 18  che regola i rapporti con gli altri trattati in materia di disarmo e di fatto stabilisce   che il TNP deve sottostare al Trattato. Il fronte dei paesi nucleari chiedeva naturalmente il contrario e in sede di dibattito alcuni paesi hanno chiesto l’eliminazione di quelle “otto parole finali” dell’articolo che appunto sanciscono la priorità del Trattato all’interno della Architettura Intenazionale del Diritto in materia di sicurezza. Tra questi stati l’Olanda che poi ha votato No e Singapore che si è astenuto. In questo nuovo quadro giuridico il Trattato consente di rafforzare e sviluppare l’articolo VI del TNP secondo il quale gli stati membri si impegnano a proseguire in buona fede i negoziati per addivenire al disarmo nucleare (evento che stiamo ancora attendendo visto che gli stati nucleari sono passati da 5  a 9).

Altri punti sono l’inclusività del trattato aperto anche agli stati nucleari purché  in primis  disattivino le proprie testate nucleari e poi presentino un piano di eliminazione  vincolante sotto controllo della AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). Disarmare è possibile: esiste l’esempio concreto del Sudafrica cha a partire dal 1990 ha proceduto al disarmo nucleare delle sue sei testate. Per gli stati che ospitano armi nucleari (è il caso anche dell’Italia) questi si devono impegnare a farle rimuovere.

C’é poi il riconoscimento molto importante delle norme internazionali che tutelano l’ambientecome cardine del trattato assieme al Diritto Internazionale Umanitario e alla Carta delle Nazioni Unite

Altri punti: la necessità di intensificare l’educazione per la pace e il disarmo e il riconoscimento dell’importanza della partecipazione delle donne nel processo che dovrà condurci al disarmo nucleare (e questo anche in considerazione del grave impatto di genere), riconoscimento del ruolo degli Hibakusha e delle vittime dei Test soprattutto tra le popolazioni indigene

LM – I punti soddisfacenti sono molti : la proibizione della “minaccia dell’uso” e non solo dell’”uso” delle armi nucleari, la proibizione anche del solo possesso di queste armi e quindi di ogni  dottrina di ‘deterrenza’ basta su di esse, sono le principali ‘conquiste’ in questo trattato; ma diverse altre non sono meno significative, come il riconoscimento delle vittime non solo di Hiroshima e Nagasaki, ma anche dei più di 2000 tests nucleari, particolarmente le donne, i bambini, le popolazioni indigene, e di conseguenza l’obbligo di provvedere alla loro assistenza, ai risarcimenti anche dell’ambiente, etc.

Quali sono i punti deboli del trattato? 

GP – Aver mantenuto  il diritto degli stati all’uso del nucleare civile (preambolo par. 21) la definizione del TNP come pietra angolare del disarmo nucleare (preambolo par.18)

E soprattutto il diritto al recesso (art. 17 com.2 e com.3) eccetto nel caso in cui lo stato sia coinvolto in un conflitto.  Per un pelo sembrava che ce l’avremmo fatta a eliminarlo. Ma vale la pena  raccontare la dinamica del dibattito, perché abbiamo vissuto momenti di alta tensione emotiva. I numerosi interventi che si susseguivano testimoniavano che la maggioranza degli stati era orientata per l’eliminazione del recesso. Sorprendendoci e contemporaneamente lusingandoci la Presidente Gomez con grande partecipazione e forza emotiva, scandendo le proprie parole mentre guardava con intensità l’assemblea, quasi a testimoniare che ne stava tastando empaticamente il polso, esordisce dicendo di “sentire/percepire” che l’orientamento dell’assemblea era per togliere i due commi. A quel punto uno spontaneo, prolungato e scrosciante  applauso riempie la sala nella commozione e felicità generale. Si susseguono altri interventi anti-recesso e  tra questi quello dell’Ambasciatore del Cile che in modo molto appassionato sostiene la Presidente, orientata a raggiungere il consenso sulla eliminazione del recesso,  e a riprova richiama l’attenzione  sull’ “applausometro” appena ascoltato in favore dell’eliminazione dei commi 2 e 3. Ma immediatamente il clima in sala si raffredda con gli interventi dell’Egitto,  dell’Algeria e di altri che in nome della sovranità nazionale chiedono che i due commi sul recesso rimangano. Seguono altri tentativi di mediazione, soprattutto dello Stato della Palestina  e  un altro tentativo della Gomez di aver un ulteriore segno assembleare di consenso. Ma questo non arriva e l’articolo 17 passa con il diritto del  recesso,  da noi considerato un punto  che contraddice lo spirito stesso del trattato.

Una nostra proposta era quello di affidarlo alla Convenzione di Vienna del 1969 entrata in vigore nel 1992 in base al quale,  per ottenere il recesso,  occorre l’approvazione di tutti i membri firmatari del trattato da cui si vuole recedere, e dunque viene reso molto più difficile.

LM – Il vero punto debole è, come già visto, quello dei punti 2 e 3 dell’Articolo 17, punti che, insieme, riguardano la possibilità di ‘ritiro’ dal Trattato da parte di uno Stato che vi aveva in precedenza aderito. Noi, società civile, in cooperazione con diverse delegazioni di Stati motivati, speriamo di poter ottenere un emendamento pertinente in occasione della prossima revisione de Trattato, probabilmente tra circa un anno.

Girano voci, anche in ambienti progressisti e pacifisti che il trattato sia inutile: cosa rispondiamo a questa critica? 

GP – Ai detrattori del Trattato  rispondo con due argomentazioni.  L’importanza storica dell’evento è testimoniata dalla forte azione di opposizione messa in atto dagli stati nucleari che fino all’ultimo hanno cercato di ostacolarlo e boicottarlo. E questo è stato denunciato anche  dall’Ambasciatrice del Sudafrica che ha parlato di una “pressione incredibile” sul  continente africano perché non partecipasse.

La seconda argomentazione è la grande soddisfazione degli Hibakusha (i superstiti di Hiroshima e Nagasaki) e delle vittime degli oltre 2000 test nucleari che hanno definito il Trattato il riscatto dell’umanità di fronte alle vittime della violenza nucleare, “l’inizio della fine delle armi nucleari”.

 LM – Questo Trattato non potrà in alcun modo risultare ‘inutile’ : Il suo impatto si era già fatto sentire ancora prima che fosse adottato, come ampiamente dimostrato dalla fortissima opposizione da parte dei principali Stati Nucleari, che hanno cercato in tutti i modi e sino all’ultimo di sabotare il processo che ha condotto alla sua adozione.

Inoltre, almeno nella mia comprensione, l’ILLEGALITA’ di un’arma, una volta dichiarata come tale da un Trattato Internazionale entrato in vigore, diventa una proprietà intrinseca dell’arma stessa, per cui non avrebbe nessun senso pretendere che tale arma possa essere illegale per certi Stati e legale per altri !

Comunque una cosa è certa : questo Trattato di interdizione ha stigmatizzato per sempre le armi nucleari, fatto questo riconosciuto anche, e con grandissima irritazione, dagli stessi Stati Nucleari.

Su ciò appunto si basa l’utilità di questo Trattato Internazionale di Interdizione delle Armi Nucleari, la cui finalità non è, in un primo tempo, quella di ottenere l’adesione degli Stati dotati di armi nucleari (o dei loro alleati), ma quella di stabilire un nuovo quadro giuridico nel quale si porrà necessariamente ogni ulteriore negoziato in vista dell’eliminazione effettiva di queste armi.

In effetti, non si tratterà più di negoziare su delle armi “semplicemente” molto più potenti delle altre, ma di negoziare su delle armi rese ILLEGALI, come già detto, da un Trattato Internazionale d’interdizione di tali armi mostruose.

Inoltre un tale Trattato, che stigmatizza anche il solo possesso delle armi nucleari, non mancherebbe di cambiare, anche radicalmente, il modo in cui le armi nucleari sono ancora sovente percepite dall’opinione pubblica, da responsabili politici, da ricercatori, da operatori industriali, economici e finanziari e … da militari !

A chi dice che questo Trattato di Interdizione non elimina neanche una sola bomba nucleare, rispondo che una casa si comincia a costruire dalle fondamenta, prima di costruirci sopra la parte visibile dell’edificio : questo se si vuole che la casa sia solida e possa resistere nella durata ad ogni sorta di intemperie : qui le fondamenta sono costituite dal Trattato di Interdizione e la casa ‘visibile’ da una futura Convenzione di Eliminazione.

Considero inoltre importante sottolineare una realtà che è emersa in modo crescente e possente lungo tutto il percorso che ha condotto a questo risultato : si è trattato, e si tratta, di una vera e propria “rivolta” degli Stati non dotati di armi nucleari, di fronte all’inaccettabile inerzia pluridecennale degli Stati dotati nel processo di disarmo e, peggio ancora, alla continua modernizzazione dei loro armamenti.

In altre parole gli Stati non dotati d’armi nucleari (sono soprattutto Stati del Sud, dell’America Latina e dell’Africa, ma anche del Nord, come l’Austria e l’Irlanda), hanno voluto dire : “dopo quasi mezzo secolo di inganni e d’ipocrisia da parte degli « Stati dotati », nel quadro del Trattato di Non Proliferazione : ora basta ! Quando è troppo è troppo ! ” 

Ora si vede male come questo movimento inedito e possente possa ora essere fermato !

 

Qual è il lavoro che la società civile deve fare per arrivare al bando delle armi nucleari? Cosa può fare ognuno di noi? 

 

GP – Innanzi tutto serve una forte azione di contrasto alla disinformazione mediatica,  naturalmente  funzionale agli interessi del grande complesso industriale-militare-mediatico che cinicamente strumentalizza gli esseri umani e l’ambiente per puri scopi di cieco dominio.  Occorrerà pensare anche a strumenti comunicativi variegati, efficaci e che si avvalgano anche del prezioso  linguaggio artistico,  capace di infrangere il muro dell’indifferenza  e attivare l’empatia.

Occorre un intenso e capillare intervento di educazione per la pace e il disarmo (come auspicato dal trattato stesso nel preambolo) a livello formale e informale che promuova  la solidarietà, la giustizia sociale,  la democrazia, il dialogo interculturale,  la cooperazione tra i popoli e il rispetto dell’ecosistema.

E’ urgente riorientare la politica nazionale e internazionale verso la vita e la pace e dunque verso il raggiungimento della “sicurezza umana” che si nutre di dialogo, solidarietà internazionale e consapevole alleanza con la natura.

E’ in gioco la vita dell’intera umanità sotto la duplice minaccia del nucleare e del cambiamento climatico che è foriero di nuove guerre,  e dunque rappresenta un acceleratore pericoloso di tensioni geopolitiche,  col rischio della ricorsa al nucleare. Questo Trattato ci dà la forza giuridica oltre che morale di esigere il disarmo nucleare. Non perdiamo tempo. Agiamo con determinazione, coscienti di essere “cittadini e cittadine  del mondo”  nonché “figlie e figli della madre terra”.

LM – La grande psicanalista Hanna Segal disse, a proposito delle armi nucleari : “Silence is the real crime!” e penso proprio che avesse ed abbia tutt’ora profondamente ragione !

Il nostro primo compito, in quanto esponenti della Società Civile è quello di informare e ‘formare’ l’opinione pubblica, facendola emergere dallo stato di ‘letargia’ nel quale per lo più si trova a proposito di questa realtà di un rischio crescente nel mondo di una guerra nucleare e, d’altra parte, dei mezzi che abbiamo a disposizione per cercare di evitarla. Vi è cioè la necessità urgente e impellente di una vera e propria ‘pedagogia’ per creare una presa di coscienza che è pressoché assente attualmente in tutti gli ambiti della popolazione.

Ciò è essenziale perché l’opinione pubblica possa esercitare una pressione adeguata sui governi degli Stati nucleari e dei loro alleati, in modo da indurli ad eliminare fisicamente le loro armi nucleari, insieme a tutto il loro contesto, e ad aderire al Trattato di Interdizione.

 

Inoltre, a livello diplomatico, la Società civile, in collaborazione con i rappresentanti degli Stati più motivati, deve ora ‘inventare’ una nuova strategia, adeguata alla situazione geopolitica creata da questo trattato, in modo da poter giungere ad una Convenzione di Eliminazione delle armi nucleari, e cio’ prima che sia troppo tardi !

 

Annunci
agosto 19, 2017

Ucraina: come proteggersi dalle fake news

Pubblicato su Pressenza il 13.07.2017

Ucraina: come proteggersi dalle fake news

La redazione del sito

Mauro Voerzio è il responsabile della pagina italiana (http://www.stopfake.org/it/) di un progetto internazionale per smascherare le notizie false che circolano sull’Ucraina.

 

Mauro ci vuoi raccontare un po’ questo progetto?

Il progetto StopFake nasce nel 2014 all’indomani del Maidan e dell’inizio della guerra con la Russia. L’Ucraina è stata il test delle nuove guerre ibride ed è stato il test anche della nuova stagione di war information. In pratica è stata il campo per verificare il funzionamento della grande macchina di propaganda messa a punto dalla Russia con lo scopo di destabilizzare Stati stranieri.
Di pochi giorni fa anche un’altro tipo di test effettuato dalla Russia nel campo della CyberWar.

StopFake nasce da questa esigenza, mettere in campo uno strumento per contrastare la guerra informativa. La scelta è stata quella del debunking, ovvero di contrastare i fake con dei dati oggettivi
facilmente verificabili da chiunque.
Siamo coscienti che non è la risoluzione finale del problema FakeNews, esistono infatti molti fenomeni che sfuggono alla logica, il più famoso di tutti è il backfire effect, cioè la radicalizzazione di chi, esposto alla FakeNews, di fronte ai motivi per cui quella notizia è falsa, il soggetto crede ancora di più al falso. Nonostante tutto crediamo che con il tempo le persone diventeranno più consapevoli e tramite servizi come il nostro acquisiranno quegli strumenti culturali per riconoscere da se un fake da una notizia vera.

Qual è la vostra metodologia di lavoro?

La redazione conta di 29 persone, tutti volontari. Riceviamo donazioni da elementi esterni dall’Ucraina proprio per evitare di essere assoggettati all’una o all’altra parte ed utilizziamo quei fondi per le spese correnti e per missioni all’estero in partecipazioni a conferenze sul tema fakenews

Il sito è tradotto in 11 lingue e l’Italia è il quarto paese per numero di accessi dopo Ucraina, Russia e Stati Uniti,

Nonostante siamo chiaramente un progetto Ucraino che ha il compito di svelare le FakeNews provenineti dalla Russia non ci consideriamo parte integrante di una parte e non parteciapiamo mai alla propaganda. Il
nostro lavoro è analitico, investigativo e qualche volta forensico.
Dimostriamo con fatti oggettivi perchè una notizia è falsa o perchè una foto è stata scattata altrove.

Abbiamo in tre anni scoperto più di mille fake, quasi uno al giorno. L’Italia non è immune al fenomeno, infatti risente di una forte influenza russa e pertanto spesso e volentieri alcuni siti (organici alla propaganda russa) rilanciano i fake provenienti da Mosca o ne creano di nuovi. Un recentissimo esempio di qualche giorno fa è stato l’articolo di Maurizio Blondet che si basava su foto scattate non in Ucraina per una critica omofobica al Gay Pride che si è tenuto a Kyiv.(http://www.stopfake.org/it/blondet-un-fake-omofobico-contro-l-ucraina-di-cattivissimo-gusto/)

Un vecchio adagio giornalistico dice che in guerra la maggior parte delle notizie sono propaganda: come fate voi per evitare di cadere nella trappola?

Le critiche che riceviamo non sono mai su quanto pubblicato, ma a seconda dei casi di essere agenti della CIA, sponsorizzati da Soros, neonazisti ecc. ecc. Se fossimo dei propagandisti su mille articoli forse avrebbero trovato dei motivi per attaccarci nel merito, ma non è mai successo. Il nostro direttore Eughen Fedchenko è molto fermo su questo punto, lui ci ripete tutti i giorni “noi siamo giornalisti, noi facciamo indagini e pubblichiamo solo se la notizia è certa al 100%, se abbiamo dei dubbi su un debunking non lo pubblichiamo”. Solo così ci siamo creati una solida credibilità e di questi tempi non è poco.

Noi cerchiamo di essere il più analitici possibile tanto che il nostro metodo di lavoro è diventato di esempio anche in America, ne hanno parlato CNN, NYT WAPO, mentre in Europa il The Guardian e la BBC dopo
la Brexit. Non si tratta di prendere le difese di una parte, si tratta di far emergere il buon giornalismo contro le sue manipolazioni, una persona informata correttamente è una persona libera, una persona
sottoposta a barinwashing è facilmente manipolabile.

Qual è il vostro auspicio sulla situazione di conflitto in Ucraina, Crimea e territori contesi?

Ovviamente per tutti coloro che vivono e lavorano in Ucraina l’auspicio è che la guerra termini presto ma i segnali che arrivano da Mosca vanno in senso opposto, anzi si ha la sensazione che siamo solo agli inizi di un conflitto che potrebbe divenatare più generale. In Ucraina si ha la consapevolezza che il paese non è il vero obiettivo della Russia, è solo un grande campo di addestramento dove verificare nuove metodologie di guerra, dalla guerra ibrida a quella informativa sino alla cyberwar. Il vero obiettivo della Russia è il dissolvimento dell’Unione Europea sostituita da una alleanza EuroAsiatica a guida russa. E’ tutto scritto, come ai tempi del Mein Kampf, basta leggere i libri di Aleksandr Dugin (filosofo e mentore di Putin) per capire a cosa puntano.La Crimea imploderà in breve tempo da sola, la situazione sulla penisola è al collasso, mancano medicine, acqua, i prezzi del cibo sono alle stelle e i turisti l’hanno abbandonata. Per il Donbass è differente, si tratta di una piccolissima porzione di terreno (paragonabile alla provincia di Torino in Italia), terreno che ad oggi
nessuno vuole più in quanto devastato da tre anni di guerra. La Russia lo usa come motivo di frizione continua con l’Europa ma non pensa neanche lontanamente ad annetterselo, l’Ucraina se potesse glielo
lascierebbe ma pagherebbe la scelta con fortissime tensioni interne in quanto sarebbe come abbandonare tutti quei cittadini che ancora oggi sono prigionieri di quella situazione. A mio parere come ci si muove
in Donbass si sbaglia, ed è forse per questo che da oltre un anno la situazione è cristallizzata nonostante i combattimenti provochino morti tutti i giorni.
Tag: ,