Archive for marzo, 2018

marzo 25, 2018

Elezioni politiche: i sondaggi o la democrazia reale?

Pubblicato su Pressenza il 25.01.2018 
Elezioni politiche: i sondaggi o la democrazia reale?
(Foto di Elaborazione grafica by Dario Lo Scalzo)

Fra pochi giorni sapremo, con qualche difficoltà, quali liste si presenteranno alle elezioni.

La notizia di oggi è che il Viminale ha approvato 75 simboli e ne ha rimandati alcuni “per chiarimenti”. Ovviamente la notizia dice poco perché la prima discriminazione, contro cui tra gli altri si è scagliato Giulietto Chiesa in questi giorni, è quella di dover raccogliere le firme se non si è presenti in parlamento: tenendo conto dei gruppi parlamentari inventati durante la legislatura e prodotto di transfughi eletti in altre liste, la discriminazione, assurda in sé, diventa perfino ridicola. Perché non mettere una regola uguale per tutti?

Intanto la seconda discriminazione sono i sondaggi che vengono pubblicati a raffica, basandosi su campioni di 2000 persone, in cui si sostiene, sostanzialmente, che ci sono tre poli e che, forse, Liberi e Uguali potrebbe superare il quorum e portare qualche deputato in parlamento. Se uno si prende la briga di spulciare il sondaggio si scopre che alcune liste non sono nemmeno citate e quindi il povero intervistato, ammesso che le conosca, non può indicarle.

La volontà, tutta politica, di “orientare” l’opinione pubblica verso alcune scelte pare nemmeno tanto nascosta. Recente il caso di Beatriz Sanchez in Cile dove fino all’ultimo i sondaggi insistevano nel darle al massimo il 10 %: ha preso oltre il 20% , a pochi voti da passare al secondo turno. E’ abbastanza ragionevole pensare che l’influenza dei pronostici abbia spostat voti decisivi.

Questa dei sondaggi e del risalto mediatico che essi hanno, nonché della poca accuratezza con cui essi si realizzano è una stortura grave del sistema democratico formale in cui viviamo: abbiamo strumenti tecnologici che consentirebbero un rapido passaggio a una democrazia reale, dove si possa consultare il cittadino su temi di interesse, dove chi legittimamente vuole formare una formazione politica possa informare a parità di condizioni i cittadini sulle proprie proposte. Assistiamo invece ad una sorta di monopolismo mediatico, con articoli derisori nei confronti delle proposte nuove, nel caso migliore, o con una semplice omissione delle stesse.

Così ci siamo messi a osservare i simboli proposti e a cercare senza pregiudizi chi ci fosse di nuovo e chi, tra questi, avesse delle proposte inerenti le tematiche che trattiamo; abbiamo trovato varie realtà, di diversa ispirazione ma che dimostrano tutte che esiste un’Italia che, in vari modi, non si rassegna allo status quo, si organizza, pensa e fa proposte. Ne abbiamo trovate abbastanza da pensare che ce ne potrebbe essere sfuggita qualcuna.

Sicuramente l’impegno che prendiamo, come Pressenza, sarà quello di dare spazio a queste realtà nuove ed anche a quelle più conosciute affinché possano chiarire le loro idee e proposte sui temi che ci stanno a cuore: il disarmo convenzionale e  nucleare, i diritti dei migranti, il Fiscal Compact, la nonviolenza, i diritti umani in generale, la questione ambientale ed energetica.

Questo vuol essere un piccolo contributo informativo di democrazia reale che cercherà di compensare la tremenda disparità che già si vede: disparità che ha l’intenzione precisa di mantenere le scelte della gente in certi parametri che i potenti credono di poter controllare.

Ma noi siamo qua anche per ricordare ai potenti che non controllano il futuro e che questo futuro sarà come i popoli decideranno che sia.

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marzo 23, 2018

Sei mesi dall’approvazione del Trattato: a che punto stiamo sul disarmo nucleare?

Pubblicato su Pressenza il 07.01.2018 

Sei mesi dall’approvazione del Trattato: a che punto stiamo sul disarmo nucleare?
(Foto di ICAN)

Il 7 luglio dell’anno scorso è stato approvato dall’ONU il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari. Poco tempo dopo è arrivata la bella notizia che ICAN, la principale campagna internazionale per il disarmo nucleare aveva vinto il premio nobel per la pace.

Qual è la situazione adesso dopo sei mesi da quella storica approvazione?

Cercheremo di analizzarla dando per scontato che parliamo a un pubblico che ha seguito almeno in parte quello che è successo finora. Chi avesse bisogno di un complemento di informazione la troverà certamente seguendo il tag disarmo nucleare sul nostro sito.

Situazione internazionale

Gli stati che votarono a favore del trattato furono 122; quelli che ad oggi lo hanno firmato sono 56 mentre quelli che lo hanno ratificato sono 4 (ICAN continua a dire 3 ma della ratifica del Messico manca solo la comunicazione ufficiale). Questa semplice progressione aritmetica (122, 56, 4) dà la dimensione delle difficoltà in cui stiamo; noi vogliamo una rapida approvazione e messa in moto del trattato  e, soprattutto, delle sue conseguenze pratiche.

Gli esperti fanno notare che in situazioni analoghe ci sono voluti due anni per ratificare trattati simili; sta di fatto che ci si attendeva altre firme e soprattutto altre ratifiche in occasione del conferimento del premio Nobel del 10 dicembre scorso: questo non è avvenuto.

Da un altro punto di vista possiamo sottolineare come le campagne di pressione affinché i governi firmino il trattato siano in moto dappertutto ma soprattutto in quei paesi più chiaramente schierati dalla parte della banda delle potenze nucleari.

Un altro aspetto da considerare è il black out della notizia nei grandi mass media. Questo silenzio è da mettere certamente in relazione con lo scarso conto in cui è tenuta l’Organizzazione delle Nazioni Unite, i trattati internazionali e le questioni globali del nostro pianeta.

In sintesi possiamo essere ottimisti nel fatto che abbiamo raggiunto subito il numero minimo di firmatari (50) e nel fatto che la firma abbia costituito un passo avanti storico nel cammino per il disarmo nucleare. La società civile “disarmista” deve sicuramente trovare il modo di essere più incisiva nel rendere il grande pubblico consapevole del rischio nucleare e nel trovare alleati nei media internazionali.

Situazione italiana

In Italia fin da subito si sono mobilitate le associazioni pacifiste, mettendo in piedi varie campagne come “Italia ripensaci” e la “Carovana delle donne per il disarmo nucleare”, convegni, conferenze, mostre di sensibilizzazione, manifestazioni soprattutto nei dintorni delle basi militari. Purtroppo dobbiamo registrare l’ordine sparso con cui anche gli stessi membri italiani di ICAN e le altre componenti del variegato mondo pacifista hanno agito.

L’elemento a mio avviso più interessante è stato quello della formazione, in tantissime città, grandi e piccole, di comitati, consulte, coordinamenti a favore del disarmo nucleare che hanno portato avanti iniziative concrete di pressione e di sensibilizzazione: in tanti consigli comunali sono state approvate mozioni affinché l’Italia firmi il Trattato, anche alcuni consigli regionali hanno approvato mozioni simili. Ovviamente gli “esperti” hanno discusso animatamente su frasi e perfino parole di queste mozioni, in un dibattito che, a mio parere, rifuggiva dal problema centrale: quello di fare una battaglia affinché l’Italia firmasse il trattato di proibizione. Molte iniziative di base animano le città grandi e piccole dove i gruppi citati chiamano oratori di diverse tendenze, organizzano mostre e manifestazioni (alcune molto creative) senza preoccuparsi troppo delle diatribe tra i gruppi pacifisti.

In questo piano è significativo il fatto che oltre 200 deputati di diversi schieramenti dell’ormai disciolto Parlamento abbiano aderito all’iniziativa di ICAN dichiarandosi disponibili a promuovere presso il Governo italiano la firma.

Siamo all’inizio di una campagna elettorale in cui temiamo che i temi di fondo verranno ben poco toccati e le cui prime avvisaglie sembrano essere improntate al massimo della secondarietà (canone RAI, gara a chi dice che leverà più tasse, gossip sui candidati, cosa scrivere sul simbolo elettorale); un tema di fondo come quello sul concreto rischio che il pianeta cessi di essere abitabile (un’esplosione per sbaglio potrebbe essere sufficiente) e l’ovvio provvedimento di liberarsi di tutte le bombe atomiche il più rapidamente possibile non sembrano essere all’ordine del giorno.

Sui programmi elettorali che abbiamo visto finora la parola “disarmo nucleare” è piuttosto infrequente. I programmi sono ancora in fase di elaborazione per cui aspettiamo la loro presentazione ufficiale per fare un’analisi dettagliata.

Il movimento per il disarmo nucleare dovrebbe intanto fare una immediata campagna di pressione affinché al tema venga dato il massimo di importanza e di risalto: sicuramente quei gruppi locali saranno in grado di andare a far pressione su ogni singolo candidato affinché si esprima sul fatto minimo di promuovere, nella prossima legislatura, la firma del trattato. Al tempo stesso una pressione sui partiti e movimenti affinché diano importanza al tema nei loro programmi ci pare necessaria e urgente.

Ovviamente le questioni che pongono i movimenti pacifisti e nonviolenti sui temi della difesa, del disarmo, della pace sono ampie ed articolate e rispecchiano, in ultima analisi, diverse visioni della realtà. Il compito nostro, come Pressenza, come Agenzia Stampa per la Pace e la Nonviolenza, è, è stato e sarà quello di documentare tutte queste proposte, nella loro diversità e di dare un piccolo ma speriamo significativo contributo al fatto che questo tema stia all’ordine del giorno delle istituzioni, dei politici, delle associazioni, delle persone comuni.

marzo 23, 2018

La finanza anticrisi

Pubblicato su Pressenza il 05.01.2018 

La finanza anticrisi
(Foto di http://www.calamajo.it)

Da pochi giorni si è conclusa l’esperienza della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario di cui ha fatto parte Gianni Girotto, senatore del M5S che abbiamo intervistato.

Un bilancio generale dei lavori della commissione? Un tuo giudizio politico?

Il bilancio non può che partire dalla prima ovvia considerazione sul ritardo con cui la Commissione stessa è stata costituita, dal momento che i problemi erano evidenti e noti già ad inizio legislatura. Tanto è vero che il Movimento 5 Stelle propose una legge istitutrice di una Commissione d’inchiesta sul Monte Paschi di Siena già a maggio 2013. Se tale proposta fosse stata accolta allora, forse determinati meccanismi sarebbero venuti a galla in tempo utile per evitare le successive crisi. Ricordiamoci infatti che la Commissione ha accertato come le problematiche e i vizi di comportamento relativi alle due Venete, a MPS e alle 4 banche dell’Italia centrale fossero note ai Vigilanti da molti anni (e quindi alla politica, che ricordiamolo ne nomina i vertici, e ci dialoga costantemente per giusta prassi istituzionale). Viceversa la “solita” vecchia politica ha deciso di non agire, meglio ha voluto non agire, facendolo solo quando ormai le irregolarità erano divenute talmente pubbliche da non poter più consentire di non soddisfare una domanda “diffusa” e pressante di giustizia, divenuta  non più ignorabile. Insomma riassumendo all’estremo si è trattato della classica carota elettorale, cioè un contentino all’elettorato per far sembrare che ci si stia realmente occupando di un problema. Meglio ancora, in realtà la politica si è occupata di banche, ma non nel modo che noi avremmo voluto, da un lato in fase omissiva, cioè ignorando le continue richieste da parte dei magistrati di integrare la normativa in merito con la previsione di nuove fattispecie di reato (dal momento che quelle attuali sono assolutamente insufficienti) e di sanzioni adeguate (e non spesso “ridicole” come testualmente affermato dai Procuratori uditi in Commissione); dall’altro lato, sul versante fattivo, obbedendo ai “consigli” che arrivano dalle grandi lobbies finanziarie, e producendo quindi le “riforme” delle banche di credito cooperativo e delle Popolari, che noi abbiamo sempre contestato, e non certo da soli. Non possiamo certo entrare ora nel merito ma ribadiamo che tali riforme vanno nel senso di agevolare le grandi concentrazioni di capitali e un certo modo di fare finanza, modo che mette al centro la proprietà e il guadagno, anzichè la tutela del risparmio e l’aiuto all’economia reale, e con questo abbiamo veniamo proprio alla domanda successiva.

Tu hai sottolineato, in quella sede, l’importanza della finanza etica, ce la vuoi spiegare in dettaglio?

Il concetto è molto semplice, la finanza dovrebbe servire l’economia reale, non viceversa. Ricordiamo che l’economia reale significa quella che genera vera ricchezza, cioè costruire fognature, ponti, coltivare la terra, allevare bestiame, fabbricare vestiti, scarpe, mobili ecc. ecc., oppure per sviluppare i servizi medici, ospedalieri, di trasporto, insomma tutte quelle cose che servono veramente per il benessere di una società, e si contrappone alla finanza virtuale speculativa, che è quella “autoreferenziale”, in cui si scommette se un determinato titolo salirà o scenderà di prezzo per lucrare sulla differenza, e lo si fa negli ultimi anni a velocità e ritmi sempre più spaventosi grazie ai computer, che ormai operano in totale autonomia, a prescindere appunto da qualsiasi considerazione etica, ma mirando esclusivamente al guadagno a brevissimo termine (si parla infatti di “High frequency trading – HTF – proprio per indicare questo modo di operare).

Finanza etica significa semplicemente che la banca etica, prima di concedere il prestito valuta la sostenibilità sociale/ambientale del progetto, e solo dopo la parte economico/finanziaria; insomma il progetto deve essere prima di tutto “sano”, e poi certamente deve poter generare dei ricavi con i quali possa onorare il prestito (e non generare quindi quei famosi NPL o crediti deteriorati che ormai tutti hanno imparato a conoscere). Da sottolineare come ora abbiamo anche la dimostrazione oggettiva di quanto detto, dal momento che l’anno scorso è stato pubblicato uno studio che ha messo a confronto le 29 banche europee “classiche” di maggiori dimensioni, con le 28 banche etiche europee, e tutti i confronti sono decisamente a favore di queste ultime, soprattutto l’andamento del reddito totale, che negli ultimi 5 anni è cresciuto del 7,6% per le banche etiche contro lo 0,5% delle banche “normali”. Viceversa che le banche normali abbiano parecchi “vizietti” lo dimostra, oltre a quanto emerso in questa Commissione d’inchiesta, i circa 220 miliardi di euro di sanzioni varie, pagati dalle banche “normali” tra il 2010 e il 2014, una cifra spaventosamente enorme e direi assolutamente chiarificatrice.

In cosa consiste, secondo te, il maggior aspetto di sostenibilità della finanza etica?

Per quanto ho appena detto, la sostenibilità diventa duplice, cioè sia sotto l’aspetto “privatistico” della banca (e dei suoi soci) che avendo valutato accuratamente il progetto si vedono poi restituire il prestito e possono quindi continuare a operare (e quindi concedere altri prestiti), sia sotto l’aspetto “pubblico/globale”, in quanto i progetti finanziati non corrompono società e popolazione, in buona sostanza non inquinano (o lo fanno in maniera tollerabile dall’ambiente) e non sfruttano la manodopera dei lavoratori coinvolti, e quindi il pianeta e i suoi abitanti possono continuare a vivere e prosperare, cose elementari certo, ma che negli ultimi anni abbiamo verificato non vengono, troppo spesso, rispettate dalla finanza “tradizionale”. In più il principio di “voto capitario” all’interno delle assemblee dei soci è uno scudo fondamentale per impedire che il capitale si appropri anche di questo strumento, e ne stravolga principi e modalità operativi;  ricordiamocelo sempre, quando il voto è paritetico tra migliaia di soci, democrazia e distribuzione dei vantaggi sono fortemente agevolati.

Una proposta umanista e nonviolenta propone una banca pubblica che presta senza interessi o con interessi minimi; esistono esperienze locali ed internazionali in questo senso che sostengono soprattutto i redditi più bassi; cosa pensi di questa proposta?

In linea teorica sono favorevole ad una banca pubblica con tali presupposti, però l’esperienza insegna che non è facile ottenere efficienza da una struttura pubblica se non è fortemente motivata e/o monitorata. Le esperienze di finanza etica funzionano perché sono private, ma di privati con forti valori etici, fortemente motivati, convinti ed entusiasti di quanto stanno facendo. Forse la soluzione è un mix di soluzioni, ovverosia affiancare ad una banca pubblica “buona” (che in effetti noi del M5S abbiamo proposto) anche la finanza etica privata, che negli ultimi 15 anni i numeri hanno chiaramente dimostrato essere non solo efficiente ma anche profittevole.

Approfondimenti sulla Finanza Etica sono disponibili qui

mentre la sezione del sito del Sen. Girotto dedicata alla Commissione di’Inchiesta è a questo link