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ottobre 21, 2018

VàZapp: vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura

Pubblicato su Pressenza il 05.09.2018 –

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

VàZapp: vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura

Giuseppe Savino è il presidente dell’Associazione Terra Promessa che ha fondato l’hub rurale VàZapp; VàZapp ha recentemente lanciato la petizione per far dichiarare dall’UNESCO le mani dei braccianti e dei contadini patrimonio immateriale dell’Umanità.

Come è nata VàZapp’?

Vàzapp nasce nel lontano novembre 2013 dall’idea di Don Michele de Paolis (un sacerdote salesiano ultra ottantenne costruttore di futuro che ha edificato molte opere in provincia di Foggia e in America Latina per le persone disagiate; amava leggere libri sul tablet, comunicare con le email, commentare i post di Facebook e incontrare i giovani si notte nei pub. È venuto a mancare all’età di 93 anni, nell’ottobre 2014, dopo una breve malattia) e da me, Giuseppe Savino (contadino dalle scarpe grosse e dal cervello senza confini, che decide di lasciare il posto fisso per seguire il suo sogno di vita). Don Michele vuole dare qualcosa in più ai giovani, fornirgli strumenti per potersi valorizzare nel territorio. Nasce, quindi, il desiderio di iniziare a creare una comunità rurale, che si occupasse dei reali problemi degli agricoltori, che gli ascoltasse e che gli riconsegnasse dignità. Questa è, quindi, la motivazione primaria alla base dello sviluppo di Vazapp, il primo hub rurale del territorio daunio. Il 21 gennaio 2014, nasce l’Associazione di Promozione Sociale “Terra Promessa”, il cui statuto è scritto dai due founder, e vede la partecipazione di Valeria Carannante (oggi co-founder di Vazapp), Michele Savino e Sanny Torretta, per poter costituire Vazapp come ente giuridico al fine di poter registrare marchi o partecipare a progetti di finanziamento. Nell’aprile 2014, viene registrato il nome di Vazapp, presso la Camera di Commercio di Foggia, grazie al sostegno finanziario di Don Michele alla collaborazione gratuita per la realizzazione grafica del logo.

Cosa vi ha ispirato nella scelta del nome?

Il nome Vazapp, che nel dialetto foggiano significa “Vai a Zappare”, è stato coniato da me e Valeria Carannante. Molto spesso, questa è l’esortazione che il padre fa al figlio quando il primo dissente dai propositi lavorativi “diversi e innovativi” del secondo: un’accezione dunque negativa. Nel caso di specie, esso assume un significato del tutto contrario e, quindi, positivo: zappare la terra quale atto di riscoperta del lavoro agricolo.

In cosa consiste la vostra attività?

L’Hub rurale è un luogo d’incontro, di scambio e di confronto ha l’obiettivo di sviluppare e facilitare le relazioni tra i contadini per favorire forme di collaborazione/cooperazione necessarie a sviluppare modelli imprenditoriali innovativi e sostenibili, attività dal basso.

È, pertanto, un luogo d’incontro, di scambio e di confronto, dove favorire le relazioni e la fiducia tra gli agricoltori al fine far nascere forme di collaborazione e cooperazione, ovvero attività imprenditoriale dal basso. In sintesi: Vazapp fa innovazione sociale in agricoltura. Una definizione di partenza, univoca e riconosciuta a livello internazionale, è quella riportata nel Libro Bianco sull’Innovazione Sociale di Murray et al. (2010). Essa afferma che per innovazione sociale si intendono: «… le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa». Vazapp si interfaccia a vari livelli con le istituzioni, per un confronto costruttivo volto ad apportare un bene profondo al settore.

Tra i progetti e gli eventi da voi organizzati, ce ne sono alcuni che vi stanno particolarmente a cuore, di cui vorreste parlarci più nello specifico?

La Contadinner (la Cena dei Contadini) rappresenta lo strumento (format) innovativo, ideato dalla comunità rurale, per creare relazioni sociali necessarie al cambiamento del volto dell’agricoltura e alla costituzione di una vera e propria comunità rurale. Il percorso pianificato per la provincia di Foggia ha previsto venti cene, ciascuna con venti giovani agricoltori, in venti sedi diverse, per un totale di 400 giovani agricoltori coinvolti (20 20 20 – Contadinner). L’idea vincente, apprezzata a livello regionale e nazionale, prevede che giovani agricoltori e non, appartenenti allo stesso territorio, siano invitati a cena a casa di un contadino, denominato “host”. L’evento è organizzato dall’host stesso, il quale seleziona e invita i confinanti alla serata. I facilitatori (animatori) sociali, e le altre professionalità di Vazapp, si occupano, invece, dell’intera organizzazione: dalla comunicazione alla logistica, dall’allestimento degli spazi all’animazione (di seguito denominata dinamica). La cena è aperta ad altre 30 persone (interessate all’evento come stakeholder o per venire a contatto con i produttori agricoli locali) con le quali gli agricoltori, dopo essersi raccontati, sono liberi di confrontarsi e stringere relazioni e partnership. Durante la Contadinner, gli agricoltori sono invitati a compilare anche un questionario, preparato ad hoc da alcuni docenti dell’Università di Foggia, componenti di Vazapp. L’indagine ha come obiettivo la mappatura “in tempo reale” delle aziende del territorio e il monitoraggio dei partecipanti, delle loro attività, delle caratteristiche delle loro aziende e prodotti, delle loro esigenze di innovazione, punti di forza e di debolezza, percezione delle opportunità e delle minacce. I dati rilevati, inoltre, non solo sono funzionali alla comprensione dell’evoluzione del network di relazioni e alla misura dei suoi impatti, ma costituiscono gli elementi per procedere alla realizzazione di Big Data in agricoltura.

Quali sono i principali obiettivi che VàZapp’ si propone? Soprattutto nei confronti (e grazie ai) giovani?

Vogliamo coltivare su un terreno ancora poco utilizzato in agricoltura, vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura. Siamo i primi a parlare di “Filiere Colte” in Italia, pensiamo che su questo terreno si decida il futuro dell’agricoltura dei prossimi anni.

Quali sono i valori che guidano la vostra attività e che vi motivano?

Seminare e coltivare speranza nel nostro territorio, affinché ogni giovane possa decidere liberamente di restare e realizzarsi nella sua terra conferendole nuova bellezza, come voluto dal fondatore Don Michele de Paolis; credere nella rivoluzione dal basso, alla quale bisogna guardare con orgoglio, domandandosi cosa si possa fare, per esserne parte; l’amore per l’agricoltura e per la terra e la voglia di restare per non essere spettatore ma protagonista del cambiamento innescato da VaZapp.

Da quante persone è composto il vostro team? Avete sempre lavorato a contatto con l’agricoltura o, in caso contrario, cosa vi ha avvicinato ad essa?

Esso è formato da giovani che presentano grandi doti comunicative, progettuali, di networking e aggregative, con il desiderio e la passione di reinterpretare l’agricoltura e il territorio assieme ai contadini, divenendo attivatore sociale e innovation broker (mediatore di innovazione). Il gruppo di Vazapp è composto attualmente da 23 persone: alcuni di queste sono strettamente legate al mondo agricolo (2 imprenditori agricoli e 2 agronomi), altri hanno mostrato da sempre un forte legame con tale settore anche se appartenenti a professioni lontane da esso (architetti, videomaker, fotografi, giornalisti, social media manager, docenti universitari, restauratori, sviluppatori di siti web). Il comune denominatore è il desiderio di essere dalla parte di chi fa concretamente qualcosa per il territorio locale; la voglia di relazionarsi con nuove persone; la possibilità di generare nuove opportunità e utilizzare le proprie professionalità per migliorare e dare linfa al territorio.

C’è qualcosa che vorresti aggiungere in merito a VàZapp’ o semplicemente qualche messaggio che vorreste lasciare ai nostri lettori?

Il nostro è un piccolo percorso nato in una piccola casa di campagna che però sta avendo un grande impatto, è di oggi la notizia che la nostra petizione per far diventare le mani dei braccianti e degli agricoltori “patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco” ha raggiunto 25.000 firme. Crediamo nei sogni, li corteggiamo, non ci lamentiamo ma cerchiamo di fermentare nei momenti difficili che reputiamo sempre un’occasione per crescere e migliorare. Ai lettori vogliamo dire che il miglior modo di realizzare i propri sogni è svegliarsi e fare qualcosa, anche una goccia alimenta il mare e per citare don Michele e il suo testamento: “Se vi manca qualcosa nella vita è perché non avete guardato abbastanza in alto”.

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settembre 5, 2018

Addio alle armi: una prospettiva necessaria

Pubblicato su Pressenza il 25.07.2018

Addio alle armi: una prospettiva necessaria

(Foto di Possibile)

Stefano Iannaccone è un giornalista impegnato: ha collaborato su politica e cronaca estera con numerose testate e dall’anno scorso è addetto stampa di Possibile. Ha lanciato il sito e la campagna “Addio alle Armi”.

Ci puoi spiegare l’iniziativa e raccontare come sta andando?

Addio alle armi è nata come una campagna di Possibile, insieme a una serie di altre mobilitazioni messe in cantiere da Giuseppe Civati e proseguite dall’attuale segretaria Beatrice Brignone. L’iniziativa, tuttavia, vuole raccogliere tutte le energie e le sensibilità sul tema: è stata pensata come un impegno culturale e politico, insieme. Il sito addioallearmi.it è aperto a ogni contributo, non c’è bisogno di tessere per aderire alla mobilitazione. Nel dettaglio la campagna si muove su due binari. Il primo è quello più ‘tradizionale’, cioè il disarmo globale, partendo da una riduzione delle spesa militare internazionale e ovviamente Italia compresa. Non dimentichiamo che le bombe italiane vengono vendute all’Arabia Saudita e sganciate in Yemen. Il secondo binario, invece, è quello più prettamente italiano con l’attualità della riforma della legittima difesa. Formula dietro cui si cela il desiderio di mettere più armi nelle mani degli italiani. Seguendo quel modello svizzero, molto caro alla Lega di Salvini.

L’informazione può fare di più per combattere questa idea di destra più armi uguale più sicurezza?

I professionisti dell’informazione possono fare di più con un gesto semplice: facendo con rigore il proprio lavoro. E quindi raccontando i dati e le storie che ci sono dietro a quei numeri. Parlo di tragedie quotidiane di armi da fuoco ‘legalmente detenute’, che sono strumento di morte. Qualche giorno fa sul sito abbiamo pubblicato un intervento di Gabriella Neri, che ha perso il marito, 8 anni fa, per mano di un uomo armato. Sono stragi di famiglie, donne uccise, uomini assassinati, perché hanno iniziato una relazione con una ex, o bambini vittime di raptus. Questi episodi di cronaca vanno messi insieme, non sono accadimenti ‘alieni’, perché formano il contesto complessivo del fenomeno ‘armi’. Avere pistole e fucili in casa non porta più sicurezza: favorisce delitti e, d’altra parte, spinge i ladri ad armarsi prima di entrare in un appartamento. Un autentico far west, appetitoso per chi produce e vende armi.

L’industria italiana delle armi di vario tipo è una lobby potente che ha condizionato i governi di ogni segno da tanti anni: cosa fare per invertire questa tendenza?

Il primo passo è una legge che restringa la concessione delle licenze. Dal 2016 al 2017 c’è stato un aumento di oltre 80mila licenze sportive. Davvero crediamo che sia stato un boom di passione per il tiro sportivo? Siamo seri. Ecco che bisogna partire da una norma che faccia conservare munizioni e armi ai poligoni, come prevedeva un disegno di legge presentato nella scorsa legislatura. Poi è necessario provvedere a fare verifiche più stringenti sui requisiti per ottenere una licenza. È mai pensabile persone con problemi psichici accertati abbia armi a disposizione?

Le città umane sono città sicure: cosa ha fatto e cosa deve fare la politica per promuovere e realizzare questa idea?

Nessuno ha la soluzione in tasca. Ma sono certo che una serie di misure consentirebbero un miglioramento della situazione. Cerco di fornire un elenco molto rapido: la promozione politiche sociali efficaci, garantire lavoro e sostegno alle persone più deboli, il contrasto al degrado nelle periferie, l’attuazione di politiche concrete di integrazione. Bisogna creare contatto tra le persone: la reciproca conoscenza aiuta a eliminare la diffidenza

La storia dimostra (il caso Osella con le mine) che è possibile riconvertire senza perdere posti di lavoro: sarà ora di dire, anche a sinistra, che i posti di lavoro nei comparti industriali si difendono riconvertendo le industrie inquinanti e belliche?

È un impegno fondamentale per differenziare la sinistra, offrendo soluzioni concrete. Purtroppo la sinistra, per anni, ha imitato la destra: dall’immigrazione alla legittima difesa, è diventato difficile trovare le differenze. La riduzione delle spese militari non è infatti solo un’ossessione ideologica, come dicono i sostenitori dell’industria bellica, ma è una concreta opportunità. Nessuno vuole togliere posti di lavoro, l’idea è quella di renderli migliori. Pensiamo un attimo: tutte le competenze impiegate oggi per costruire armi possono essere riconvertite per progetti decisamente meno impattanti. Sull’ambiente e di conseguenza sulla qualità della vita di ognuno di noi.

agosto 18, 2018

Saint Exupéry, la guerra, l’essere umano e l’impasto di stelle

Pubblicato su Pressenza il 21.07.2018 

Saint Exupéry, la guerra, l’essere umano e l’impasto di stelle

La grandezza del Piccolo Principe ha finito per offuscare il resto dell’opera di Antoine de Saint Exupéry; per giunta il suo non essere schierato nei campi che la polarizzazione successiva alla sua morte imponeva ha aggravato questa situazione.

Per cui benissimo hanno fatto alle Edizioni Piano B a pubblicare una raccolta di scritti dei tempi della guerra (prima la guerra civile spagnola, poi la seconda guerra mondiale) in cui traspare, al tempo stesso, la sua figura di giornalista, di pilota di guerra e di filosofo. Lettera al Generale X e il senso della guerra 
spazia dagli articoli su Paris Soir, ai discorsi pubblici, ai carteggi a volte mai spediti, a estratti da altri testi legati appunto dal sottotitolo: il senso della guerra.

E il senso della guerra è strettamente legato al grande dibattito che si svolge in quegli anni di crisi e di orrore di cui la guerra è l’evidente allegoria e dimostrazione: il significato della vita dell’uomo, il senso della vita e la definizione dell’Essere Umano. La differenza tra la cattedrale e i mattoni che la compongono sembra essere la preoccupazione che assilla Saint Exupéry, il tutto che non è la somma delle parti ma anche la totalità che schiaccia l’individuo.

Non sappiamo se ci sia un sottile legame tra quello che scrive Saint Exupéry e ciò che dirà nel 1945 Jean Paul Sarte nella conferenza L’Esistenzialismo è un Umanismo, però abbiamo la sensazione che le riflessioni di Saint Exupéry stiano nell’ampio dibattito che ferveva tra gli intellettuali non schierati con i totalitarismi di turno, sia quelli “ufficiali” del delirio nazifascista, sia quelli celebrati “democratici” del totalitarismo statunitense e sovietico.

Perché dalla guerra e dai combattenti (Antoine si chiede della pace ma non è un pacifista nel senso classico e letterale del termine) esce l’inquietudine reale di superare ogni orrore prodotto dalla divisione e dalla guerra. Tremendamente attuali queste parole:

“Non contrapponetemi l’evidenza delle vostre verità: avete tutti ragione. Ha ragione perfino chi scarica le disgrazie del mondo sui gobbi. Se noi dichiareremo guerra ai gobbi, se lanceremo l’immagine di una razza di gobbi, impareremo in fretta ad esaltarci. Tutte le villanie, tutti i delitti, tutte le prevaricazioni dei gobbi le attribuiremo a loro. E faremo giustizia. E quando annegheremo nel suo sangue un povero gobbo innocente, alzeremo tristemente le spalle: ‘questi sono gli orrori della guerra… Egli paga per gli altri… paga per i delitti dei gobbi’ Perché senza dubbio anche i gobbi commettono delitti”.

Ma il tema centrale che traspare dai vari scritti è quello dell’Essere Umano e della sua dimensione universale:

“Se noi tendiamo a questa coscienza dell’universo, penetriamo nel destino stesso dell’uomo. Solo i bottegai tranquillamente piazzati sulle rive del fiume senza vedere scorrer l’acqua, lo ignorano. Ma il mondo evolve. La vita è nata da una lava in fusione, da un impasto di stelle. A poco a poco ci siamo elevati sino a comporre delle cantate e a soppesare delle nebulose. E il commissario, sotto le bombe, sa che la genesi non è compiuta e che egli deve proseguire nella sua elevazione. La vita marcia verso la coscienza. L’impasto di stelle nutre e dà lentamente forma al suo fiore più bello”.

Ed infine un ringraziamento all’anonimo curatore del libro (poteva palesarsi e non sarebbe stato male se scriveva una introduzione per i neofiti, piccola critica costruttiva del recensore) per aver incluso l’ultima lettera, prima del maledetto (ma forse inesorabile) ultimo viaggio:

“Se vengo abbattuto non voglio rimpiangere nulla. Il termitaio futuro mi atterrisce. Io odio le loro virtù da robot. Preferisco essere un giardiniere”.

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Antoine de Saint Exupéry

Lettera al generale X e il senso della guerra

Piano B Edizioni 2014

agosto 18, 2018

Italia: cosa succede con il governo?

Pubblicato su Pressenza il 29.05.2018 

Quest’articolo è disponibile anche in: SpagnoloTedesco

Italia: cosa succede con il governo?
Carlo Cottarelli durante la conferenza stampa al Quirinale (Foto di http://www.quirinale.it/)

Da domenica sera mi sto chiedendo cosa capiranno fuori dall’Italia dell’ultimo atto di quella che a volte sembra diventata una telenovela più che un dibattito politico.

Come coordinatore della sezione italiana di Pressenza credo di avere il compito di spiegare questa faccenda in modo comprensibile al resto del mondo e di farlo dal punto di vista della pace, della nonviolenza, dell’umanesimo e di tutti i temi che quest’agenzia tratta.

Cominciamo col dire che i temi che ci sono cari sono stati ben poco presenti fin dalla campagna elettorale nella maggior parte delle formazioni politiche: la tendenza, con rare eccezioni, è stata quella di parlare dei temi alla moda (sicurezza, immigrati, tasse), di lanciare promesse mirabolanti, di insultare gli avversari; in sintesi: un degrado notevole della politica, con toni da stadio (sugli insulti un interessante osservatorio di Amnesty).

Grazie a un’applicazione disinvolta della par condicio le forze che “dovevano vincere” hanno vinto e, come vecchio costume di politici, hanno preteso di governare. Tutti si sono dimenticati che l’Italia è una Repubblica Parlamentare e che il potere appartiene al popolo (articolo 1 della Costituzione) e che quindi un governo deve ottenere la maggioranza in Parlamento. Ora nessuna forza politica coalizzatasi prima delle elezioni ha ottenuto la maggioranza assoluta e quindi qualcuno si doveva coalizzare con qualcun altro, avversario alle elezioni. Dalla fine delle elezioni (primi di marzo) fino a domenica scorsa (fine maggio) si sono alternati incarichi a personalità politiche con lo scopo di verificare alleanze. L’ultima di esse è stata tra la Lega (ex Lega Nord che ha preso più voti di tutti nella coalizione di centro destra) e il Movimento 5 Stelle (che non si coalizzava con nessuno e da solo è risultato il partito più votato). Queste due formazioni, in genere definite dai commentatori “populiste”, hanno dato vita a un “contratto di governo” di un “governo del cambiamento” come l’hanno definito loro.

Questo governo, in linea con la campagna elettorale, continuava a occuparsi di immigrati, di tasse, di sicurezza e ad occuparsi abbastanza poco dei temi che ci interessano; quando lo ha fatto era per ribadire fedeltà alla NATO, adottare misure poliziesche contro immigrati, rom e islamici, tagliare i fondi per l’accoglienza dei profughi, manifestare apprezzamento per l’industria bellica, aumentare le forze di polizia e proporre una legge sulla legittima difesa; su altri temi di interesse per noi(ecologia, scuola, beni comuni, grandi opere), cari al 5 stelle, il “contratto di governo” diceva cose abbastanza generiche o dichiarava vaghe promesse che, al limite, sarebbe stato bene giudicare alla luce dei fatti.

Nel convulso pomeriggio di domenica scorsa la diatriba finale tra il governo di Giuseppe Conte (sconosciuto avvocato messo a fare il Presidente del Consiglio) e il Presidente della Repubblica Mattarella è stata sul nome del Ministro dell’Economia Savona che, a detta di Mattarella non avrebbe garantito la nostra fedeltà all’Unione Europea: “L’Incertezza della nostra posizione nell’Euro ha posto in allarme investitori italiani e stranieri che hanno investito in titoli e aziende. L’aumento dello spread aumenta debito e riduce la possibilità di spese in campo sociale. Questo brucia risorse e risparmi delle aziende e prefigura rischi per le famiglie e cittadini italiani”.

Questo rifiuto del Presidente e il non accettare di cambiare il nome del Ministro dell’Economia da parte dei sostenitori del governo ha prodotto le dimissioni di Conte e un incarico “tecnico” a Carlo Cottarelli, una lunga carriera nel Fondo Monetario Internazionale,  famoso per un incarico precedente come Commissario alla Spending Review, con la prospettiva di guidare il paese a prossime elezioni.

Ovviamente questi fatti hanno portato a numerose interpretazioni: la più diffusa quella di un paese a sovranità condizionata da parte dei mercati (si veda su questo l’articolo di Francesco Gesualdi e i comunicati del Partito Umanista e di Potere al Popolo); dall’altra parte si sono messe in moto campagne di solidarietà col Presidente, attaccato in vari modi dai due ex partiti di maggioranza, che avrebbe fatto bene a opporsi (e sui temi della costituzionalità vedere l’articolo di Rocco Artifoni). In tutto ciò si sono anche sviluppati numerosi ragionamenti  del tipo “la Lega lo ha fatto apposta per andare alle elezioni” che, francamente, appartengono più alle discussioni da bar che a quelle politiche. Di fatto da quel momento in poi è iniziata la campagna elettorale.

Possiamo capire meglio da questa vicenda alcune cose:

  • come si toccano alcuni dogmi del neoliberismo si manifestano pressioni extrapolitiche: economiche e mediatiche;
  • la Costituzione conta sempre di meno: la misura francamente incostituzionale era la proposta della “flat tax” (una o due sole aliquote)  decisamente contraria al  al criterio di progressività della tassazione sancito dall’articolo 53; ma su quella nessuno, nemmeno il Presidente, ha fatto obiezione;
  • l’attenersi alle cose concrete, famoso mantra del neoliberismo, continua a dominare la scena politica;
  • L’opinione degli italiani conta sempre meno: una buona maggioranza degli elettori di Lega e 5Stelle mai avrebbero immaginato né desiderato una successiva alleanza tra questi due partiti;
  • sarebbe urgente che la sinistra antirazzista, umanista, nonviolenta, solidale, pacifista, ecologista e di base si coalizzasse in un Fronte Ampio per fornire un’alternativa reale al pragmatismo che avanza.

Quest’ultima affermazione è un vecchio sogno del sottoscritto che si rende contro che la destrutturazione continua ad avanzare nel mondo e che le forze che generosamente stanno operando per un cambiamento di paradigma sono ancora pochine. Certamente il recente Forum Umanista di Madrid ha riunito qualcuna di quelle persone e dato un concreto segnale di speranza.

luglio 21, 2018

Atlante delle Guerre: sempre dalla parte delle vittime

Pubblicato su Pressenza il 21.05.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Atlante delle Guerre: sempre dalla parte delle vittime

L’Atlante delle guerre è all’ottava edizione e si presenta come uno strumento indispensabile per chi vuole studiare il fenomeno della guerra. Ma Atlante delle guerre non è solo un libro ma anche un sito (partner di Pressenza) e molte altre cose. Ne parliamo con Emanuele Giordana, che affianca, come direttore editoriale del sito, il lavoro dell’Associazione 46° Parallelo fondata e diretta da Raffaele Crocco che del quotidiano online è il direttore responsabile.

Non solo un atlante, puoi fare un quadro della vostra proposta globale?
L’Atlante cartaceo e il sito web atlanteguerre.it sono due facce della medesima medaglia. l’Atlante è uno strumento di studio e consultazione. Il sito, a parte la sezione che consente di leggere le vecchie edizioni cartacee in versione telematica, è un luogo di approfondimenti che, in un certo senso, aggiornano ogni giorno l’edizione cartacea che esce una volta all’anno. Il mondo, anche quello delle guerre, corre veloce e dunque era necessario accompagnarlo con un sito web, un quotidiano che stesse al passo con l’evoluzione dei conflitti e delle situazioni di crisi che possono trasformarsi in una guerra. In redazione ci sono Alice Pistolesi, che cura i dossier settimanali del martedi, e con Andrea Tomasi, che produce anche la trasmissione “Caravan”, gli aggiornamenti quotidiani. Beatrice Taddei Saltini, una delle colonne con Raffaele Crocco dell’intero progetto, è la persona che cura la relazione tra il cartaceo e il web. Giorgia Stefani ha un ruolo di coordinamento generale (e fondamentale) e Daniele Bellesi, che ha curato l’intera impostazione grafica sia dell’Atlante sia del sito, è la persona che è riuscita a tradurre graficamente un percorso di aggiornamento sui conflitti. Infine ci sono una serie di collaboratori fissi, giovani e pieni di idee: Elia Gerola e  Lucia Frigo – che seguono la parte social – Edward Cucek, Claudia Poscia e Teresa Di Mauro che sono in giro per il mondo… Li cito tutti perché il sito è un lavoro collettivo e non solo un insieme di collaborazioni. Quanto all’Atlante cartaceo, le schede sono invece affidate ad esperti d’area che comunque ci danno un contributo anche durante l’anno. Non credo di sbagliare se dico che attorno a questo progetto lavorano oltre cinquanta persone,
Un atlante della guerra per studiosi ma che prende posizione sui conflitti, come è nata questa iniziativa e come si è sviluppata?
Vorrei rispondere in breve con la frase che ci connota di più e che è il nostro chi siamo: “Noi rivendichiamo il diritto ad essere partigiani, cioè di parte. Siamo e saremo sempre contro la guerra”. In due parole volevamo fare una scelta di rigore professionale – ossia essere imparziali nel riferire le notizie – ma conservando il diritto di non essere neutrali. Di restare sempre dalla parte delle vittime.
Un’inziativa che parte dal basso e non conta su grandi finanziamenti istituzionali. Come funziona l’Atlante? Che si può fare per appoggiarlo?
Si possono fare dei versamenti individuali dal sito ma anche partecipare offrendo una collaborazione volontaria. Con fatica riusciamo ad ottenere alcuni finanziamenti a progetto ma è ovvio che i denari non bastano mai se uno cerca di lavorare con qualità e, appena ne ha la possibilità, di allargare il numero di collaboratori. Anche un versamento di 10 euro però può aiutarci ad andare avanti.
La sensazione è che ci sia uno stretto legame tra il fatturato dell’industri bellica e le guerre in corso: secondo te è possibile rintracciare questo legame?
Ci stiamo provando anche se è un lavoro complesso e non solo di natura industriale. E’ anche una questione culturale perché tanti sono ancora convinti che le guerre siano necessarie. Lavoriamo anche per cambiare quest’ottica.
A occuparsi delle guerre da un punto di vista pacifista si riesce a scorgere il momento in cui le guerre cesseranno di far parte del fare dell’Umanità?
E’ una marcia in salita inevitabilmente con un obiettivo lontano ma non impossibile. La guerra è ancora un fatto diffuso ma, fortunatamente, fa sempre meno vittime. E il movimento pacifista, comunque lo si intenda, è molto  più vasto di quanto non si creda. Non vedrò un mondo senza guerre molto probabilmente, ma sono certo che ogni cucchiaino che provi a svuotare il mare servirà persino in un’impresa che sembra impossibile. E che per adesso magari si limita solo a frenare la forza delle onde…
Recenti studi delle neuroscienze hanno escluso la  “naturalità” della violenza nell’essere umano: possiamo dare, anche dati alla mano, un messaggio di speranza alle nuove generazioni?
Il mito del guerriero è duro a morire così come l’ineguaglianza di fronte ai diritti universali, il limite all’accesso ai beni primari, l’ineguale distribuzione della ricchezza. Ma io vedo svilupparsi molte tendenze positive che dipendono da una maggior diffusione dell’informazione, da nuovi strumenti che consentono di organizzare lotte e proteste contro patenti ingiustizie,  dal fatto che oggi è più facile andare a scuola e dunque è più facile sviluppare un senso critico perché studiare significa conoscere ed avere più strumenti per capire, giudicare, reagire. Anche la nuova coscienza ambientalista va nelle direzione di un rispetto sempre maggiore non solo dell’uomo ma del mondo animale e di quello vegetale. Esistono guerre per l’acqua, contro lo sfruttamento dissennato della terra, per un maggior controllo della filiera alimentare e per una maggior attenzione a come vivono gli animali di cui (ancora) ci nutriamo. Sono segnali e che, alla fine, hanno sempre a che vedere coi conflitti. Superare la guerra come strumento di negoziato, richiederà anni ma questi segnali fanno ben sperare. L’uomo può vivere in pace, accogliere, condividere e lasciare la clava in cantina? Penso di si. Direi che ho una sorte di certezza di fondo che stiamo andando in quella direzione. Vedo un mondo dove la guerra sarà solo un fatto museale per ricordarci che un tempo, anziché parlarci, ci uccidevamo. Utopia? Le utopie cambiano il mondo. E non bisogna mai smettere di sognare.
luglio 20, 2018

Il popolo saharawi è un popolo pacifico e ha scelto sempre soluzioni nonviolente

Pubblicato su Pressenza il 10.05.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Il popolo saharawi è un popolo pacifico e ha scelto sempre soluzioni nonviolente

Il muro costruito per rinchiudere i saharawi (Foto di Wesatimes)

Mohamed Dihani è un attivista saharawi fin da quando era bambino. È stato protagonista di una complessa vicenda giudiziaria dove le accuse nei suoi confronti sono progressivamente svanite nel nulla ma il carcere ingiustamente subiti ha lasciato tracce indelebili nel suo corpo. Mohamed ha fondato l’agenzia stampa Wesatimesche è il più importante mezzo di diffusione in italiano del punto di vista del popolo saharawi in lotta per l’autodeterminazione.

Wesatimes è una bella realtà di informazione quotidiana in tante lingue: ci racconti come è nata e come funziona?

Ho passato 6 anni in prigione, sia nel carcere segreto di Tmara (base centrale dell’intelligence marocchina DST, lontana due chilometri dalla residenza principale del re marocchino Mohamed VI) che nelle prigioni di Sale2, Knnaitra e Ait Maloul.

In quegli anni, ascoltando le voci delle persone torturate o violentate, tra cui donne e adolescenti (e durante i quali anche io ho subìto ogni tipo di torture e gravi violenze), pensavo che se fossi riuscito ad uscire da lì avrei dovuto trovare il modo di raccontare quello che succedeva a quelle persone.

Da qui è nata l’idea di fondare un’agenzia di stampa che raccontasse tutto ciò che accade nel Sahara Occidentale senza aver paura delle conseguenze.

Nel giorno del settimo anniversario del mio rapimento, ho fondato Wesatimes insieme ad altre 5 persone, per cercare di migliorare la realtà mediatica saharawi e per combattere le ingiustizie commesse dallo stato marocchino contro il nostro popolo. Dopo un anno dalla sua fondazione (avvenuta nell’aprile 2017) abbiamo raggiunto risultati che non avevamo previsto.

Siamo un’agenzia che non ha una sede né nessun tipo di finanziamento esterno, siamo persone che lavorano da un gruppo di Whatsapp e pubblichiamo notizie esclusivamente dai cellulari. Non possiamo avere una sede per due ragioni: la prima è che siamo in un territorio occupato e lo stato occupante ce lo impedisce, la seconda è che non abbiamo mezzi e disponibilità economiche per permetterci una sede, dei computer ecc…

Come stai e se puoi raccontare brevemente la tua storia?

Quando ero in prigione e anche dopo il mio rilascio ho avuto molte crisi, tra cui attacchi di panico notturni a seguito di terribili incubi. A causa dei problemi fisici dovuti alle torture, ho subito un intervento chirurgico che non è andato a buon fine, e da allora la mia salute sta peggiorando giorno dopo giorno. Tutto questo mi ha impedito, negli ultimi due mesi, di lavorare come prima. Ma fortunatamente ho amici e compagni combattenti, come Omar Zein Bachir, Yihdih Essabi, El-Bachir Dihani e Haha Zein Sidi, che hanno continuato la lotta anche nei momenti più difficili.

Sono stato rapito il 28 aprile 2010 dalla polizia marocchina, a causa di una traduzione che avevo fatto per un gruppo di giornalisti europei, riguardo le vicende di alcuni saharawi vittime dello stato marocchino. Ho passato quasi sei anni in prigione, subendo l’isolamento e torture fisiche e mentali. Il Marocco ha mosso contro di me accuse infondate, tentando di collegarmi con il terrorismo, ma la mia innocenza era proprio nell’assurdità di tali accuse, perché per realizzare ciò di cui volevano accusarmi ci sarebbe voluto un esercito e non solo una persona. Se volessi raccontarvi la mia storia ci vorrebbero interi libri, perché ho vissuto e visto tantissimo in quegli anni, ma ci sono molti rapporti di Amnesty e Human Right Watch e di altre associazioni che combattono per i diritti umani che smentiscono assolutamente tutte le accuse, e un rapporto delibera del gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite, di sei pagine, che chiede allo stato marocchino che mi vengano garantite delle scuse ufficiali ed un risarcimento economico per tutto quello che ho subito, e che vengano puniti i responsabili delle torture (ma nulla di tutto questo è ancora avvenuto).

La storia del Sahara occidentale è poco conosciuta anche dagli attivisti di altre cause: potresti sintetizzarla nei punti più importanti?

Il Sahara Occidentale, un territorio ricco di risorse naturali e uno dei più pescosi dell’Africa, è stato una colonia spagnola fino alla fine del 1975. Quando la Spagna si ritira dal paese, dopo l’accordo di Madrid, sia il Marocco che la Mauritania, paesi confinanti, tentano di prendere il suo posto invadendone i territori. Il 6 novembre 1975 il re marocchino invia oltre 300.000 persone, comprese migliaia di soldati, ad occupare i territori del Sahara Occidentale (la Mauritania abbandonerà nel 1979 i territori occupati, mentre il Marocco ha intensificato negli anni la sua presenza).

Migliaia di saharawi fuggono dalle loro case e abbandonano il paese sotto i bombardamenti al napalm del Marocco e trovano rifugio in Algeria, paese che offre loro asilo e campi profughi con il minimo indispensabile per sopravvivere.

Il Fronte Polisario (Fronte Popolare di Liberazione di Saguia el-Hamra e Río de Oro), fondato nel 1973 per liberare il paese dagli spagnoli, proclama nel 1976 la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD).

Il Polisario riconquista e libera alcuni territori ad est del paese e il Marocco, per bloccarne l’avanzata, costruisce a partire dagli anni ottanta, con esperti israeliani e con l’aiuto logistico dei francesi e quello economico dell’Arabia Saudita, il muro della vergogna: un muro di 2700 km, il più lungo al mondo, disseminato di più di nove milioni di mine.

Dopo sedici anni di scontri tra il Fronte Polisario e il Marocco, nel 1991 le parti giungono ad un accordo, sotto l’egida dell’ONU, che prevede, oltre al cessate il fuoco, che venga indetto un referendum per l’autodeterminazione del popolo saharawi. L’ONU istituisce a questo scopo la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale).

Ad oggi, tuttavia, il referendum non ha ancora avuto luogo, perché il Marocco si è di fatto sempre opposto.

Oggi il popolo saharawi vive diviso: una parte nei campi profughi, luoghi inospitali nel mezzo del deserto, dove manca tutto e si può fare affidamento solo sugli aiuti internazionali, una parte nei territori liberati, che sarebbero i primi ad essere attaccati nell’eventualità di una guerra con il Marocco, e una parte nei territori occupati, dove anche i diritti umani basilari vengono calpestati quotidianamente dallo stato occupante e le persone, quando non finiscono in prigione o uccise, non hanno comunque la possibilità di condurre una vita normale, perché private della libertà, del lavoro e dei mezzi di sostentamento.

I saharawi sono un popolo pacifico. Dopo la lotta armata di liberazione del fronte Polisario degli inizi sono passati a lotte pacifiche e nonviolente. Ciononostante il Marocco continua a definirvi terroristi. Come vedi tu questa questione?

Io sono la prova vivente delle bugie marocchine nel definirci terroristi, come dichiarato dal rapporto delle Nazioni Unite. Il Marocco vuole farci passare per terroristi, ma allora perché abbiamo un rappresentante nelle Nazioni Unite e ambasciatori e rappresentanti in 82 paesi in tutto il mondo? Tra questi ci sono anche paesi europei che sostengono il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione e che definiscono il Fronte Polisario un movimento che ha tutto il diritto di combattere per la liberazione della sua terra e del suo popolo. Se fossimo terroristi, perché saremmo riconosciuti come uno dei membri fondatori dell’Unione Africana, con il Marocco che ci siede accanto? Se fossimo terroristi non avremmo sopportato tutti i soprusi, arresti e torture a cui ci ha sottoposto il Marocco, senza contrapporre alcuna violenza ma scegliendo la strada pacifica di coinvolgere ed informare il resto del mondo, con lo scopo di costringere il Marocco a fermare queste violazioni e sedersi al tavolo dei negoziati senza condizioni e in buona fede.

Recentemente c’è stata una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza, potresti dare la tua opinione?

Sono soddisfatto perché sembra che il Consiglio di Sicurezza stia capendo che la questione del Sahara Occidentale deve essere risolta al più presto. Si nota la buona volontà del Consiglio di Sicurezza, del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e del suo inviato personale per il Sahara Occidentale Horst Köhler che stanno facendo un ottimo lavoro e stanno scegliendo i metodi giusti per risolvere questa situazione.

C’è un rischio che i jihadisti possano intromettersi nella questione del Sahara Occidentale?

Il popolo saharawi è un popolo pacifico e per 27 anni ha scelto sempre soluzioni nonviolente.

Per quanto riguarda i jihadisti, dobbiamo sottolineare 2 cose: i jihadisti credono in valori e metodi che non sono condivisi dal popolo saharawi, che invece crede nella moderazione e non vede la violenza come una soluzione. La seconda cosa, se parliamo di jihadisti stranieri,  questi non possono accedere al nostro territorio, perché il Sahara Occidentale è circondato dai territori liberati dal Fronte Polisario, una zona sorvegliata 24 ore su 24 da valorosi soldati combattenti dell’esercito saharawi, così come accade anche nei campi profughi. Potrebbero accedere solo dalla parte nord del Sahara Occidentale, cioè quella confinante con il Marocco.

Dall’11 settembre 2001, negli attentati terroristici jihadisti avvenuti nel mondo erano sempre coinvolti cittadini marocchini: come confermato da moltissimi giornali internazionali, il Marocco è uno dei principali paesi da cui il terrorismo nasce e si diffonde. Basti pensare a quanto è avvenuto a Madrid, Parigi, Bruxelles e anche nel Medio Oriente.

Possiamo lanciare un messaggio di speranza per la causa saharawi che è anche la causa dell’autodeterminazione dei popoli?

La forza del popolo saharawi sta nel forte senso di appartenenza alla propria cultura e alla propria Nazione, sentimenti che non sono stati scalfiti da 42 anni di occupazione illegale, violenze e soprusi, ma anzi si sono rafforzati e hanno unito ancora di più le persone nella lotta per l’obiettivo comune della libertà e dell’autodeterminazione. Uomini e donne saharawi combattono fianco a fianco in questa battaglia: nella cultura saharawi si riscontra la più bassa disparità di genere di tutto il nord Africa e di tutto il mondo arabo, le donne sono coinvolte e ricoprono ruoli importanti sia nella lotta politica che nell’amministrazione (l’80% delle istituzioni saharawi sono guidate da donne).

Questa unità e questa determinazione sono la nostra grande forza, ed è certo che non smetteremo di lottare finché non riconquisteremo la libertà per il nostro popolo e per il nostro amato Paese.

luglio 16, 2018

Siria: smetterla di gettare benzina sul fuoco

Pubblicato su Pressenza il 10.04.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: SpagnoloFrancese

Siria: smetterla di gettare benzina sul fuoco

(Foto di Sana)

Le notizie di oggi (gli “strilli”, in realtà, come si dice in gergo) buttano qualche ettolitro di benzina sul fuoco.

Bellicose dichiarazioni di Trump, di vari esponenti israeliani; approvazioni varie di vari governi europei a sanzioni alla cattivissima Siria, rea dell’ennesimo ipotetico attacco chimico.

Al solito tutti questi strilli (perché qualcuno grida, quando forse sarebbe necessario parlare con voce ferma ma tranquilla) mi disturbano personalmente e immagino lo stesso succeda a chiunque abbia a cuore la questione siriana e la sorte di quella gente.

Così cerco di capire, mentre i faziosi di ogni parte cercano di convincermi che hanno ragione loro e di trarre le loro conclusioni tagliate con l’accetta.

Attacco chimico?

A chi giova? L’esercito siriano ha appena finito di sfollare migliaia di persone da Ghouta Est e sembra aver vinto la battaglia più importante, quella contro le forze che combattono contro il governo vicino a Damasco; questi gruppi (è sempre difficile dargli un nome, dire chi sono, jihadisti? vecchi oppositori passati alla lotta armata? mercenari? infiltrati dei servizi segreti? un mix di tutto questo?) sono particolarmente odiosi perché sparano contro la popolazione civile dei quartieri di Damasco (fatto che l’agenzia Sana documenta con un certo rigore, numeri precisi, foto e che confermano autorità indipendenti, come i religiosi cristiani che hanno attività in quei quartieri, vedasi per es le testimonianze sul sito oraprosiria). Il rappresentante della Russia all’ONU ha dichiarato che gli esperti russi arrivati a Douma non hanno trovato alcuna traccia di residui chimici. Il Segretario Generale dell’ONU ha dichiarato oggi: “La gravità delle recenti accuse richiede un’indagine approfondita che si avvalga di competenze imparziali, indipendenti e professionali. A tale riguardo, ribadisco il mio pieno sostegno all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) e alla sua missione d’inchiesta nell’intraprendere le necessarie indagini su tali accuse.”

Che dice l’OPCW? “Il centro operativo dell’OPCW ha seguito attentamente l’incidente e ha effettuato un’analisi preliminare delle segnalazioni sul presunto uso di armi chimiche subito dopo la loro emissione. La missione d’inchiesta sta raccogliendo ulteriori informazioni da tutte le fonti disponibili per stabilire se siano state utilizzate armi chimiche”.  Stanno salendo velocemente su un aereo a controllare? Hanno chiesto al governo siriano il permesso e il governo ha risposto qualcosa? Per ora non ci risulta.

Per finire: da 48 ore il numero di morti del famoso attacco chimico varia da 40 a 100: esiste un rispetto per i morti? I siriani sono morti “un tanto al chilo”?

Ora un esercito che sta vincendo perché dovrebbe fare qualcosa che metterebbe in serio pericolo la sua vittoria? A quale scuola militare hanno studiato i generali di Assad?

Bombardamenti? 

Ieri “qualcuno” ha bombardato la celeberrima segretissima base siriana chiamata T4. Chi sia questo qualcuno lo precisa un dispaccio della Sana che cita fonti dell’esercito siriano: F15 israeliani hanno sparato missili dallo spazio aereo libanese. Risultato: morti e feriti.

Israele “non conferma e non smentisce”, secondo una prassi consolidata. Qualche giornale israeliano ha buttato là che erano stati gli USA ma è arrivata una secca smentita. L’ONU fa una inchiesta? Ammonisce qualcuno? Qualche potenza occidentale chiama l’ambasciatore israeliano e gli chiede spiegazioni? Al momento non ci risulta. Risulta invece che le incursioni di vario tipo dell’aviazione israeliana in spazi aerei e territoriali non propri siano un’abitudine consolidata e che, dall’inizio della guerra civile le incursioni sono state un centinaio. Non c’era qualche norma internazionale sull’inviolabilità del territorio nazionale?

Due pesi e due misure

E’ evidente che nell’area mediorientale ci sono due pesi e due misure, a seconda si parli di Iran e Siria o di Arabia Saudita e Israele. E stiamo parlando di 4 paesi ben distinti, con numerose differenze tra di loro.

Forse ad analizzare la situazione dal punto di vista delle strategie  delle multinazionali energetiche e produttrici di armi ci si guadagnerebbe qualcosa: sicuramente tra oleodotti e pozzi di petrolio ci sono in ballo interessi parecchio grossi e, certo, i poveri costruttori di armi per venderle hanno bisogno che qualcuno le usi…

Sia come sia sarà anche ingenuo ma io trovo assolutamente necessario chiedere che si smetta di gettare benzina sul fuoco della “guerra mondiale a pezzi” e che ognuno prenda la propria parte di responsabilità: che l’ONU faccia il lavoro di sanzione e verifica senza guardare in faccia nessuno (una bella inchiesta sui palestinesi con una pallottola israeliana in fronte a Gaza, una sulle violazioni della sovranità nazionale siriana da parte di Israele e Turchia, un’altra sullo Yemen, solo per restare in zona); che i governi facciano azioni diplomatiche e di sanzione di chi non rispetta gli accordi internazionali, che i media la smettano di alimentare notizie senza controllo o di evidente propaganda, che ognuno di noi si mobiliti perché la pace (come primo, minimo, stato di non guerra) sia ristabilita in quella come in numerose altre regioni del mondo. Per il semplice diritto di ogni popolo, e del siriano in particolare, a vivere in pace.

Perché a gettar benzina sul fuoco ci si brucia tutti !!

 

giugno 27, 2018

Paul Larudee: solo i siriani possono creare soluzioni siriane

Pubblicato su Pressenza il 04.04.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseFrancese

Paul Larudee: solo i siriani possono creare soluzioni siriane

Paul Larudee è un accademico e operatore per i diritti umani che è sempre stato coinvolto nelle cause del Medio Oriente. Fa parte del Syrian Solidarity Movement.

Quali persone e organizzazioni fanno parte del Syrian Solidarity Movement?

Il Syrian Solidarity Movement ha diversi membri provenienti da Siria, Libano, Palestina, Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Irlanda e altri paesi.

Vi sono informazioni contraddittorie su ciò che sta accadendo nella Ghouta. Come vedi la situazione lì?

Per molti aspetti, Ghouta è un replay di Aleppo, Homs Deir Ezzor e tutti gli altri luoghi che l’esercito siriano è riuscito a recuperare dalle aree possedute da forze pesantemente sostenute da mercenari stranieri e potenze imperialiste che cercano di distruggere la Siria e creare o un regime fantoccio o una condizione impotente di caos semi-permanente. In ogni caso, i media internazionali occidentali e persino le ONG conniventi stanno urlando su massacri dei civili e bombardamenti indiscriminati, ma i fatti sono esattamente l’opposto.

Anche l’Osservatorio siriano per i diritti umani riporta che meno di un terzo delle vittime della guerra sono civili e gli altri combattenti. E in ogni caso l’esercito siriano e i suoi alleati russi hanno periodicamente interrotto la loro offensiva per consentire ai civili di andarsene, e hanno fornito centinaia o migliaia di tonnellate di aiuti umanitari, il tutto senza l’assistenza delle agenzie di soccorso occidentali. Hanno anche offerto l’amnistia o il passaggio sicuro ai combattenti. Tuttavia, l’opposizione e i combattenti stranieri costringono i civili a rimanere come scudi umani per i combattenti, e accumulano le scorte per i combattenti e le loro famiglie.

Le reti di notizie occidentali non hanno giornalisti indipendenti sul terreno. Tutte le loro fonti provengono dai combattenti stessi. Questo è uno dei motivi per cui i rapporti terminano quando i combattenti vengono sconfitti e le notizie sulla popolazione liberata non vengono mai condivise con il pubblico occidentale.

In Afrin e Rojava sembrava che il governo di Assad potesse unire le forze con i curdi. Ma i jihadisti e i turchi hanno vinto la battaglia per ora. Che cosa sta succedendo?

Le milizie curde in Siria e l’esercito siriano non si sono mai considerati nemici. Tuttavia, gli Stati Uniti stanno cercando di creare una divisione tra loro. Gli Stati Uniti hanno stabilito illegalmente almeno dieci basi nel territorio detenuto da gruppi curdi ed è il loro principale finanziatore militare, con migliaia di soldati statunitensi. In una “comprensione” con la Turchia, tuttavia, gli Stati Uniti hanno costretto i gruppi curdi a nord-est dell’Eufrate a tradire quelli di Afrin, sulla riva del fiume. La Turchia è riuscita così ad occupare la regione. L’esercito siriano si è offertodi difendere Afrin, e alla fine i curdi Afrin hanno accettato, ma era troppo tardi. La Turchia non è contenta dell’aiuto degli Stati Uniti ai curdi del nord-est, ma è stata autorizzata a prendere Afrin come “risarcimento”. Questo va bene agli Stati Uniti, che vogliono dividere la Siria in regioni più piccole, come in Afghanistan, Iraq e Libia.

Hai seguito il movimento di Musallaha, che chiedeva la riconciliazione. Come va?

Il movimento della società civile Musallaha (riconciliazione) è una delle cose più positive che emergono da questo sordido caos. Persone comuni, siriani di tutte le fedi si sono uniti per mostrare tolleranza e compassione l’uno verso l’altro, per deporre le armi e trovare soluzioni negoziate nonviolente che pongano fine al conflitto, almeno a livello locale. Queste di solito coinvolgono elementi di amnistia, autonomia locale, processo decisionale cooperativo, rimozione pacifica di mercenari stranieri e accordi simili. È sicuro dire che questo procedimento ha fatto parte di quasi ogni restauro di pace in tutte le parti della Siria che sono attualmente sotto il controllo del governo.

Il governo di Assad ha da tempo stabilito un Ministero per la Riconciliazione: cosa fa questo ministero? È un lavoro interessante o semplicemente propaganda?

Il Ministero della Riconciliazione è conseguenza del movimento della società civile di Musallaha ed è un’affermazione dell’impegno del governo nei suoi confronti. Come segno di buona fede, il governo ha nominato un membro dell’opposizione, il dott. Ali Haidar, in questa carica di ministro. Da allora, gli accordi di riconciliazione dal 2013 a cui il governo è stato parte sono stati onorati senza eccezioni. Il governo siriano riconosce che la lealtà dei suoi cittadini è necessaria per l’unità del paese e che i membri di una stessa famiglia hanno talvolta combattuto su fronti diversi. La compassione e la riconciliazione sono quindi una strategia necessaria per il ripristino definitivo della sovranità siriana su tutto il territorio siriano.

Ci siamo incontrati alla conferenza delle organizzazioni siriane disarmate e nonviolente. Quel movimento è stato ripetutamente discriminato sia dal governo che dalle potenze straniere. Pensi che la società civile possa ancora contribuire al futuro della Siria?

La società civile ha sempre contribuito al presente e al futuro della Siria. Io stesso ho visto i leader civili di Homs mettere insieme un piano di ricostruzione e restauro per la città vecchia dopo pochi giorni dalla sua liberazione. Ciò è stato interamente finanziato da privati ​​e nato da iniziativa privata. Non ho dubbi che il governo abbia e debba svolgere un ruolo in tali sforzi, ma la cosa notevole è che le persone stesse sono state abbastanza intraprendenti da ricostruire. Se le organizzazioni in esilio sono pronte a rinunciare alla richiesta che il governo di Assad non abbia alcun posto in Siria, allora sono ottimista sul fatto che il governo di Assad non insisterà sul fatto che i gruppi in esilio non abbiano alcun posto in Siria. Il movimento Musallaha ha dimostrato che è possibile un compromesso tra gli ex avversari quando c’è la volontà di farlo. La soluzione in Siria è una società in cui c’è spazio per tutti i siriani e dove la fiducia e la cooperazione ne siano le  fondamenta. Affinché ciò accada, la comunità internazionale deve assicurare che nessun paese esterno interferisca in Siria in violazione della sua sovranità. Solo i siriani possono creare soluzioni siriane.

 

giugno 14, 2018

Nicola Lapenta: la Pace è il Bene Comune supremo da promuovere

Pubblicato su Pressenza il 03.04.2018

Nicola Lapenta: la Pace è il Bene Comune supremo da promuovere

Nicola Lapenta sta coordinando per l’Associazione Papa Giovanni XXIII la campagna per l’istituzione del Ministero della Pace.

Potresti farci un riassunto della campagna fino ad oggi?

La campagna è stata lanciata ufficialmente in conferenza stampa in Senato a Roma il 19 dicembre 2017, con la partecipazione ed il sostegno della Senatrice Francesca Puglisi. Alla conferenza, oltre ai rappresentanti delle associazioni che sostengono la campagna, ha dato un profondo contributo anche l’attore Giuseppe Fiorello, sottolineando la necessità di non sminuire in modo buonista la costruzione di politiche di pace e sostenendo fortemente la proposta.

Nel corso dei primi 2 mesi, anche in vista delle elezioni del 4 marzo, la campagna ha raggiunto il consenso e l’appoggio di un buon numero di parlamentari, alcuni dei quali hanno inserito l’istituzione di un Ministero della Pace nel proprio programma elettorale. Anche il numero di associazioni aderenti si è arricchito ed è in costante aumento, ad oggi i sostenitori della campagna sono: Azione Cattolica Italiana, Focsiv, Movimento Nonviolento, Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova, Movimento dei Focolari, Cesc Project, Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), Sermig Arsenale della Pace, Pax Christi, Opera Don Calabria, ass. culturale Parallelo, Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Solidarietà e Cooperazione CIPSI, Aleph, Essere Umani Onlus e L’Eremo del Silenzio. Per poter aderire è sufficiente compilare il modulo di adesione ed inviarlo unitamente al logo dell’associazione all’indirizzo info@ministerodellapace.org

Molto partecipate sono state anche le due iniziative pubbliche precedenti alle elezioni, quella del 12 febbraio a Padova presso il Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” e quella del 24 febbraio a Catania. L’incontro di Padova è stato anche occasione per la presentazione dei primi risultati di un sondaggio che ha visto il 66% degli elettori favorevole all’istituzione del Ministero della Pace.

Giovedì 5 aprile, presso il Sermig Arsenale della Pace a Torino, abbiamo organizzato un’iniziativa pubblica dove interverranno anche altri sostenitori della campagna con l’obiettivo di stimolare l’attenzione di parlamentari e società civile in questa delicata fase di costituzione del Governo verso l’istituzione del Ministero della Pace. L’incontro sarà alle 20.30 e dopo la presentazione della proposta seguirà una tavola rotonda alla quale parteciperanno Ernesto Olivero, fondatore del Sermig Arsenale della Pace, Giovanni Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, Carlotta Benedetti, Segretaria generale di Azione Cattolica Italiana, Alfredo Scognamiglio per il Movimento dei Focolari, Mauro Scardovelli, presidente e fondatore di Aleph. L’incontro verrà moderato da Matteo Spicuglia, giornalista di Rai Piemonte. Hanno già confermato l’interesse a partecipare alcuni parlamentari.

Chiediamo l’istituzione di questo Ministero perché sul tema della pace, in particolare, avvertiamo una carenza di visione politica. Molti altri prima di noi hanno parlato della pace come di una questione politica unificante. Dovrebbe essere, come previsto anche nella nostra Costituzione, la questione principe di cui un Governo si deve occupare. Invece, notiamo che sì ci sono iniziative che contribuiscono a costruire la pace, però sono molto spesso scoordinate tra loro in quanto manca una visione politica di insieme per perseguire questo obiettivo. Ecco, il ‘Ministero della Pace’ servirebbe a creare questa visione politica di insieme.

Esiste in questo momento una campagna di sottoscrizioni al Presidente della Repubblica, come sta andando?

I presidenti delle associazione che promuovono la Campagna, dopo le elezioni, hanno ritenuto necessario interessare il Presidente della Repubblica sulla necessità che il prossimo Governo faccia della promozione e costruzione della Pace il proprio impegno principale, in linea anche con l’urgenza sottolineata dal Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo scorso 23 marzo durante il discorso di apertura della prima seduta del nuovo Parlamento: «Nell’ulteriore sviluppo del confronto politico-istituzionale sulla base del voto del 4 marzo, bene comune da garantire al Paese è la nonviolenza, lo scongiurare la violenza, in tutte le sue motivazioni e le sue forme».

Un bene così prezioso come la Pace, mai come oggi in pericolo a causa delle molteplici guerre, e dei forti interessi economici che troppo spesso mettono in secondo piano il bene delle persone esige una visione politica programmatica.

Per questo gli enti che promuovono la Campagna chiedono al Presidente , che è garante dell’ordine costituzionale, di sollecitare questa sensibilità alla persona che sarà prossimamente incaricata di formare il nuovo governo. Formare un Governo non è un mero esercizio di equilibri fra forze politiche ma l’assunzione di una responsabilità precisa nei confronti dei cittadini che ogni giorno concorrono ai sensi dell’art 4 della Costituzione al progresso economico e spirituale del Paese.

Dopo averla inviata, e siamo in attesa di riscontro, abbiamo promosso la sottoscrizione della lettera a chiunque ravveda l’esigenza di un governo con un preciso impegno per la Pace. In una settimana sono quasi duemila le persone che l’hanno sottoscritta e speriamo che aumentino. Se il Presidente Mattarella vorrà riceverci consegneremo le firme a testimonianza di quanto la Pace sia una questione realmente sentita oltre che urgente!

Esistono esperienze nel mondo analoghe a questa che state proponendo?

Sì. Il Costa Rica, oltre a non avere l’esercito, ha il Ministero di Giustizia e Pace. Ci sono le Isole Salomone, c’è il Nepal, che pure parte da una situazione diversa ma ha un Ministero deputato alla pace. E ci sono poi una serie di Paesi, tra cui l’Australia, che stanno cercando di realizzare Ministeri simili. Esiste una rete internazionale, che lavora alacremente in questo senso da diversi anni

E’ inoltre recente la notizia relativa al Ministero del Disarmo e del Controllo delle Armi in Nuova Zelanda, che pone un’enfasi particolare allo smantellamento degli arsenali nucleari. Se andrà in porto sarà il primo Paese ad avere un ministero di questo tipo.

In questo momento storico il tema del Bene Comune, in molte forme, sta sorgendo come istanza della base della società: come si può avanzare in questa direzione?

La società deve essere riconosciuta nella sua preziosa funzione proattiva nella costruzione di un mondo più equo. La società è al tempo stesso la sentinella ed il termometro della Politica.

La Pace è il Bene Comune supremo da promuovere.

Non esiste sicurezza che non sia sicurezza per tutti, non esiste benessere che non sia per tutti.

In alternativa possiamo assistere solo all’aumento delle sperequazioni e della paura.

Fin dalla scuola i nostri figli dovrebbero poter imparare a trasformare positivamente i conflitti. Ciascuna legge dovrebbe avere come perno fondamentale la promozione e l’affermazione dei diritti umani fondamentali. Il disarmo e la riconversione delle industrie armiere è la strada con maggior possibilità di successo per invertire la rotta che ci sta portando inesorabilmente verso la catastrofe atomica, secondo gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists.

Noi auspichiamo che la politica e chi si è proposto al servizio del bene comune sappia cogliere, valorizzare ed indirizzare per il meglio quanto di buono la società è in grado di offrire in spirito di sussidiarietà.

giugno 2, 2018

Facebook, Grande Fratello e coscienza umana

Pubblicato su Pressenza il 21.03.2018 

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Facebook, Grande Fratello e coscienza umana
(Foto di By ProducerMatthew – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19611819)

Oplà, il Re è nudo, una volta di più.

Improvvisamente i media si sono accorti che Facebook e i social sono un potente mezzo di rastrellamento di informazioni e un gigantesco sistema di marketing. Coloro che questo lo dicevano da tempo erano fino a qualche giorno fa marcati come pericolosi sovversivi, nostalgici del vecchio internet, magari inventori di fake news.

Bastava guardare quel che ti appariva nelle colonne laterali di FB per capire il giochetto, assolutamente palese; giochetto che, tra l’altro, è perfettamente legale perché uno si iscrive al giocattolino ma non legge mai che cosa ha firmato. Gratis ma a caro prezzo…

Da questo non scandalo che demistifica il passatempo preferito della fetta ricca dell’umanità (i miei amici senegalesi su FB non mi mettono mai la foto della loro migliore torta e non cambiano la foto del profilo tutti i giorni, chissà perché) siamo passati immediatamente al Grande Fratello in versione moderna: Cambridge Analytica (ma poteva essere chiunque altro grande colosso della pubblicità) che condiziona le elezioni politiche di mezzo mondo, i mercati, i consumi e non so cos’altro ricalcando quello schema che il libro di Orwell evocava e che è rimasto a simbolo della persuasione occulta.

Il tema ci perseguita da lungo tempo: negli anni ‘70 con il tema della percezione subliminale, poi con gli studi sulla suggestibilità, pienamente ripresi dall’industra del marketing, del pakage, della pubblicità.

L’idea di fondo, portata all’estremo, è quella del lavaggio del cervello.

“Magari si potessero lavare i cervelli!!” diceva ironicamente Osho Rajneesh in una sua intervista in cui un solerte giornalista gli chiedeva se lui facesse il “lavaggio del cervello”. “Certi cervelli sono abbastanza sporchi, una lavatina non gli farebbe male”. Continuava il saggio (su cui fake news e menzogne sono circolate a profusione). “Vede, caro signore, se ci fosse il lavaggio del cervello io e lei no staremmo qui a parlare!!” concludeva.

Questo è il punto su cui sarebbe bene farsi delle domande: come funziona la coscienza umana? E’ possibile manipolarla? E’ possibile influenzarla, condizionarla?

Sì, certo che è possibile ma non in modo assoluto. Perché se ci osserviamo noteremo che viviamo in un mondo che ci influenza e che anche noi, a nostra volta influenziamo. Noteremo anche, solo con l’osservazione e non con teorie, che quando il mondo (inteso come l’insieme delle altre intenzioni umane) cerca di farci fare qualcosa la nostra reazione è varia: rifiuto, accondiscendenza, svio, paura, irritazione, gioia, eccitazione, amnesia… Abbiamo una quantità di risposte che variano nel tempo e con l’esperienza.

Sempre grazie all’esperienza e all’osservazione possiamo facilmente giungere alla conclusione che la nostra coscienza è attiva e che, di fronte agli accadimenti, struttura una realtà specifica, diversa da coscienza a coscienza. Di fronte a un gesto autoritario mi posso sottomettere o ribellare, esitare o essere risoluto e chi sta accanto a me, nelle stesse condizioni, può far qualcosa di radicalmente diverso, strutturando una risposta completamente diversa. Di fronte a una situazione la coscienza struttura una risposta, univa ed irripetibile. Potremo trovarci d’accordo che, grazie all’apprendimento e alle abitudini, a volte strutturiamo risposte standard che ci permettono di risparmiare tempo però anche queste risposte sono un atto attivo della coscienza che possiamo mettere in discussione.

Così concludiamo anche noi che non è possibile lavare il cervello e che esiste sempre un’altra risposta all’uniformarsi, a credere nella menzogna. Esiste uno spirito critico che è diretta conseguenza di quest’attività della coscienza, del fatto che la coscienza è attiva e che interagisce col mondo.

Sicuramente, per fare un esempio concreto, ci sono persone che hanno messo, nel corso della storia, temi che non erano di moda: che la terra fosse tonda, per esempio, o che fosse necessario smettere di considerare il pianeta una pattumiera; certe sensibilità alimentari sono cambiate per l’azione delle persone, per la sensibilizzazione che , alla fine, vince su una certa coercizione pubblicitaria. L’ingenua ripetizione bionda-birra-bionda-birra che ha ossessionato alcune generazioni come la mia è ora guardata con un sorriso accondiscendente dai giovani, smaliziati. Ma i pubblicitari continuano con il leit-motiv magari con qualche astuzia in più. Sperando di vendere.

Si può influenzare il pensiero degli altri, ci sono molte cattive intenzioni in questo senso. Ma nel fondo la stessa struttura della coscienza è lì per dirci che è sempre possibile scegliere altro, è sempre possibile pensare, sentire ed agire in una direzione migliore, più cosciente, più giusta.

E che il lento cammino evolutivo dell’umanità va in quella direzione.