Archive for ‘Articoli di Pressenza’

gennaio 14, 2018

Un 2018 di speranza, con la forza dell’Utopia

Publicato su Pressenza il 31.12.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: SpagnoloTedesco

Un 2018 di speranza, con la forza dell’Utopia

(Foto di Dario Lo Scalzo)

Nel nostro mondo occidentale, quello che usa (e impone al resto del mondo) un calendario strampalato inventato dai romani duemila anni fa e “messo a posto” da un Papa poco più di 400 anni fa, si celebrano i classici auguri di anno nuovo.

 

Prestiamoci al gioco, magari cercando di ricordarsi che gli esseri umani di questo pianeta contano gli anni in vari modi e che sarebbe buono festeggiare tutti gli anni nuovi, quelli relativi a civiltà potenti o a piccole comunità, senza differenza e nella prospettiva di una Nazione Umana Universale, costruita con il meglio di tutti.

 

Cosa vogliamo dunque per il 2018? Vogliamo qualcosa che possa essere per noi e per tutti. Perché qualcosa solo per noi ci pare insufficiente. Siamo nei tempi del “si salvi chi può”, della competizione, della legge del più forte. Non possiamo volere qualcosa per noi che vada a discapito degli altri. Troppe soluzioni si stanno proponendo in questo senso, troppe barriere si stanno alzando tra noi, perdendo di vista quella cosa unica e comune che unisce tutti gli esseri umani e il pianeta in cui vivono.

 

Una cosa per me e per tutti che mi sento di chiedere è la speranza: la speranza che le cose migliorino, che il nostro pianeta goda di buona salute e continui ad essere la nostra casa; che le armi nucleari comincino a sparire da questo pianeta; che le guerre diminuiscano; che i popoli si ascoltino, dialoghino e si comprendano; che ci siano molte meno persone che soffrono la fame, l’indigenza o condizioni di vita precarie; che l’amore e la comprensione regolino le relazioni tra le persone.

 

“Sei un illuso!” dirà qualche “realista” di turno.

 

“No, sono un utopista!” e credo nella possibilità di cambiamento, credo nell’Utopia come immagine tracciante di un domani desiderato. Come cammino da percorrere verso la meta necessaria.

 

Per cui, per ognun* e per tutt*, un augurio di passare un 2018 da utopisti con gli occhi puntati verso un futuro di tutti e per tutti !!

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gennaio 5, 2018

Celebriamo i valorosi difensori dei Diritti Umani, senza se e senza ma

Pubblicato su Pressenza il 10.12.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Celebriamo i valorosi difensori dei Diritti Umani, senza se e senza ma

Oggi è la Giornata Internazionale dei Diritti Umani. Al di là del la retorica delle giornate internazionali il tema non potrebbe essere più attuale. Come ricordava Silo in  Umanizzare la Terra quasi 30  anni fa:

I Diritti Umani non hanno la vigenza universale che sarebbe desiderabile perché non dipendono dal potere universale dell’essere umano ma dal potere di una parte sul tutto; e se le più elementari rivendicazioni della libertà di disporre del proprio corpo sono calpestate in tutte le latitudini, possiamo solo parlare di aspirazioni che dovranno trasformarsi in diritti. I Diritti Umani non appartengono al passato, stanno nel futuro attraendo l’intenzionalità, alimentando una lotta che si ravviva ad ogni nuova violazione del destino dell’uomo. Pertanto, qualunque rivendicazione di tali diritti  è  sempre valida giacché  mostra che gli attuali poteri non sono onnipotenti e che non controllano il futuro.

E metteva, in altre occasioni,  anche in guardia sul banditismo semantico delle guerre umanitaria in nome dei diritti umani.

Parlando semplicemente di questo ultimo anno possiamo registrare le più diverse violazioni dei diritti umani. Alcune hanno avuto l’onore della cronaca, altre un pericoloso oblio. Esistono ancora pesi e misure diversi, per i media mainstream o per i governi, per valutare i diritti umani.

Vogliamo solo ricordare il caso emblematico di Milagro Sala: donna, indigena, oppositrice politica di un sistema mafioso e clientelare ma soprattutto benefattrice della sua gente nella sua azione costante di difesa dei Diritti Umani, della dignità. Colpita da quasi due anni di carcere preventivo ingiustificato per aver levato dalla speculazione la gestione delle case popolari di Jujuy, usando i soldi dei guadagni non per fini personali ma per costruire scuole, ospedali, centri disabili e, cosa insopportabile ai ricchi, piscine gratuite per i bambini poveri. Ancora dobbiamo protestare perché lei e i suoi valorosi compagni della Tupac Amaru sono in carcere. #LiberenAMilagro .

Come umanisti noi proclamiamo che non vediamo nessuna differenza tra chi viola i diritti umani, che siano governi o gruppi paramilitari; nessuna differenza tre diritti violati a una persona o a popoli interi; nessuna differenza geopolitica, di razza, genere o colore politico. Quando si violano diritti si violano i diritti, punto e basta. E la risposta a questa violazione non può essere un’altra violazione (vedi “guerra umanitaria”). Nemmeno il fatto che qualche violento si sia impossessato dei diritti umani e li usi per giustificare la sua violenza permette di abbassare la guardia sul tema.

Fa particolarmente schifo vedere i diritti umani barattati con interessi economici, o violati per evidente interesse politico. Chi legge abitualmente le pagine di Pressenza sa benissimo a chi stiamo pensando.

Esiste però una credenza di fondo che dobbiamo smascherare perché sì insinua nei pensieri di ognuno noi: Quella credenza come si che la natura umana sia di per sé corruttibile e incoerente e che ogni persona abbia un prezzo.

Questa visione pragmatica delle cose è molto radicata  nella vecchia mentalità che sta morendo e  che impedisce di vedere la genuina è disinteressata azione di difesa dei diritti umani, azione che non si ferma di fronte al tornaconto, che afferma la sua validità aldilà di qualunque apparente fallimento, che si nutre di un ideale più profondo, più insito nel cuore di ogni essere umano: l’orrore per la violenza, l’empatia per ogni essere umano, per il solo fatto di essere umano.

Celebriamo dunque oggi quei valorosi essere umani che non si arrendono all’apparente destino di un mondo senza senso, senza giustizia, senza rispetto dei diritti di tutti.

 

dicembre 27, 2017

Come cambiare il mondo?

Pubblicato su Pressenza il 29.11.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

Come cambiare il mondo?

(Foto di Dario Lo Scalzo)

Vivo tutti i giorni in un mondo che mi pare sempre più incomprensibile.

In realtà, se ci rifletto, mi rendo conto che è semplicemente molto diverso dal mondo in cui sono nato e cresciuto. Quel mondo mi ha formato e ha strutturato in me una certa visione, un certo modo di sentire, di agire, di pensare.

Ma riconosco che anche io, rispetto al mondo che mi si è proposto, ho fatto le mie scelte: ho aderito o rifiutato, ho amato e odiato, ho fallito, ho avuto successo… in sintesi: ho vissuto.

Facciamoci dunque la domanda più importante, per prima cosa: vogliamo vivere? In che condizioni vogliamo farlo?

Se vogliamo vivere è ragionevole che cerchiamo di costruire le migliori condizioni per farlo: questo dipende da noi, anche quando sono implicati gli altri. Non posso chiedere agli altri di cambiare, posso solo essere il cambiamento che desidero.

Come fare?

Come al solito.

L’Essere Umano, soprattutto nei momenti di crisi come l’attuale, ha sempre immaginato un nuovo mondo.

Esiste uno strumento potente a disposizione di ognuno di noi: costruire un’immagine a futuro e lavorare perché essa si realizzi: pensare il mondo, le relazioni umane, politiche, economiche, sociali secondo i criteri che io credo giusti e buoni e lavorare con coerenza affinché quell’immagine si realizzi. Al tempo stesso levare peso alle immagini che ostacolano quel miglioramento, quel cambiamento che vogliamo.

Spesso mi trovo a combattere con vecchie immagini sbagliate, lavorando in contrapposizione.Molto diverso è quando lavoro in costruzione lanciando nuove immagini e nuove costruzioni.

L’immagine è rivoluzionaria, l’immagine muove persone e popoli verso direzioni evolutive. Ma l’immagine è solo uno strumento dell’intenzione umana che può andare verso direzioni differenti e che, in questo momento, necessita assolutamente di una direzione positiva: verso la comprensione, la curiosità, la ricerca, l’unione, la riconciliazione, l’amore…

 

Questo il mondo che è necessario immaginare nella nostra vita personale e sociale.

 

Questo il mondo in cui credere.

 

Questo il mondo da costruire, mattone dopo mattone, giorno dopo giorno.

dicembre 13, 2017

Cile, il cambiamento è arrivato per rimanere: la chiave è l’umanesimo e la nonviolenza

Pubblicato su Pressenza il 20.11.2017

Cile, il cambiamento è arrivato per rimanere: la chiave è l’umanesimo e la nonviolenza
Tomas Hirsch ringrazia per essere stato eletto (Foto di Partido Humanista)

Cosa è successo ieri in Cile con le elezioni presidenziali? Elezioni che, fino ad ieri, dovevano essere una passeggiata per l’ex-presidente Piñera, magnate locale e leader di una destra particolarmente retrograda come quella cilena.

A sorpresa è quasi arrivata al ballottaggio Beatriz Sánchez, giornalista, dichiarata femminista, appoggiata da una coalizione che si è formalizzata meno di un anno fa, il Frente Amplio, frettolosamente definita di media internazionali “l’estrema sinistra”.

Il Frente Amplio è un vasto insieme di partiti e movimenti messo in moto dal Partito Umanista e da Revolución Democratica, partito nato dai movimenti studenteschi di alcuni anni fa.  Non è semplicemente un fronte di sinistra (i comunisti hanno preferito andare con il governo di centro sinistra, per esempio) ma è più esattamente un laboratorio politico di convergenza nella diversità. Questo laboratorio politico ha messo in moto quello che è uno dei punti centrali del programma: ridare il potere alla gente, costruendo il programma di governo con una quantità enorme di assemblee popolari dove le proposte venivano elaborate e votate dalle persone, fino ad arrivare a un risultato definitivo.

Un’altra caratteristica essenziale è stata la posizione nonviolenta che accomunava tutte le forse in campo, anche quelle, come un partito liberale, che non si riconoscono nello schema classico della sinistra ma che ne condividono gli aspetti libertari.

Infine il tema più caro agli umanisti: rimettere al centro le persone e le loro esigenze di base: salute, educazione, lavoro, qualità della vita.

Questa coalizione, che ha speso un decimo di quello che hanno speso gli altri, ha fatto una campagna capillare tra la gente, ha costruito le candidature dal basso, ha deciso con primarie la propria candidata a presidente scegliendo una persona indipendente ma conosciuta per la sua professionalità, la sua simpatia, la sua empatia. “E’ arrivato il cambiamento: è arrivato per rimanere” ha dichiarato Beatriz subito dopo i risultati che, con oltre il 20% di voti, l’hanno proiettata a un soffio dal secondo turno.

L’ondata antipolitica che serpeggia ovunque ha così preso una variante ragionevole, giovane, nuova e progressista (nel senso vero della parola) e che potrebbe (dovrebbe?) far da modello in Italia.

Gli elementi essenziali? La politica parte dalla base della società, si svolge con coerenza, senza personalismi; con idee e ideali chiari che rispondono alle esigenze reali della gente di vivere bene, tutti; è guidata dalla nonviolenza che non è solo un metodo di azione ma anche coerenza personale e sociale.

L’annunciata vittoria al primo turno della destra è tutta da rivedere, così come la pretesa di grandi venti conservatori nel continente americano,  anche perché anche il candidato di una parte del “centro-sinistra” (si prega di notare le virgolette), Alejandro Guiller che andrà al ballottaggio è un irregolare non politico all’interno della sua coalizione. E subito ha fatto appello al Frente Amplio per definire un programma di governo che tenga conto delle proposte di quella coalizione.

A destra il pragmatismo imprenditoriale ha perso pezzi verso un’estrema destra che non si vergogna di dire che Pinochet era una brava persona; la DC che arrogante si presentava quasi da sola ha ottenuto il peggior risultato della sua storia.

Infine da segnalare che, comunque, il grande vincitore è l’astensionismo che ha superato il 50% in un paese dove, fino a poco tempo fa, il voto era obbligatorio: se il Frente Amplio ha sicuramente portato non pochi giovani a votare altri cileni hanno pensato che ormai non vale più la pena.

E gli umanisti? festeggiano i cinque deputati e i sette consiglieri regionali: quasi nella stessa circoscrizione dove Laura Rodríguez fu la prima deputata umanista del pianeta venticinque anni fa è stato eletto Tomás Hirsch, ex candidato a presidente di un’altra coalizione messa in moto dal PH. Ma il più simpatico (e quello che di sicuro non farà dormire tutti gli altri deputati) è Florcita Motuda, il cantante umanista che sfidò Pinochet dopo il plebiscito, presentandosi alla Moneda con la fascia da presidente e intimandogli di andarsene; un cantautore  che da sempre scrive canzoni ispirandosi agli scritti di Silo, fondatore del Movimento Umanista. Una sua frase famosa: “i politici nelle campagne elettorali mettono un po’ di musica intorno alla politica; io metterò un po’ di politica intorno alla musica”.

Qualunque cosa succeda fino al ballottaggio di dicembre quel che è sicuro è che la politica di quello che spesso è stato considerato il paese più conservatore dell’America Latina ha subito uno scossone gigantesco e che la crisi della politica tradizionale e del “bipolarismo perfetto”, a lungo sperimentato qui, è arrivata anche da queste parti. Non c’è che da essere felici!!

dicembre 11, 2017

#StopFiscalCompact perché crediamo sempre che un altro mondo è possibile

Pubblicato su Pressenza il 03.11.2017

#StopFiscalCompact perché crediamo sempre che un altro mondo è possibile
(Foto di Eoghan O Lionnain via Flickr)

Attac Italia sta portando avanti la campagna #StopFiscalCompact. Ne parliamo con Raphael Pepe, attivista dell’associazione dal 2009 e membro del Consiglio Nazionale dal 2011. I suoi anni di militanza sono stati marcati da temi che caratterizzano fortemente l’anima dell’associazione: dalle battaglie contro le privatizzazioni e la rivendicazione di modelli di gestione democratiche e partecipate dei beni comuni, alla rivendicazione di una nuova finanza pubblica contro la trappola del debito. La campagna di cui ci parla in questa intervista si inserisce assolutamente, con coerenza, in questo percorso.

ATTAC Italia ha lanciato al petizione e la campagna che si trova su http://www.stopfiscalcompact.it/ quali le motivazioni di fondo?

Negli ultimi 10 anni, dall’inizio della crisi, il divario tra i pochi che detengono gran parte della ricchezza mondiale e la maggioranza della popolazione è cresciuto in modo esponenziale. Il numero di persone che vive sotto la soglia di povertà non cessa di crescere e questo perché sin dall’inizio della crisi si è cercato, con una strategia dello shock ben orchestrata, di colpevolizzare le popolazioni e di collettivizzare le responsabilità della crisi e del debito.

Partendo da questo presupposto, senza mai avere un dibattito serio sulla questione del debito e di come sia stato generato, si è fatta un’equazione a dir poco erronea: il debito è causato dalla spesa pubblica, ci tocca ridurre le spese per “rimborsarlo”.

Peccato che le cifre dimostrano che negli ultimi 30 anni, che hanno visto il debito aumentare considerevolmente, si è assistito ad un costante calo della spesa pubblica.

Questa “trappola del debito” mira a mettere sul mercato tutto quello che ancora rimane nella sfera pubblica, tutti quei servizi che sono dei diritti e che si vogliono trasformare in “bisogni”.

Allora secondo la storiella che si sente da anni: per “rimborsare il debito”, occorre svendere il patrimonio e moltiplicare i processi di privatizzazioni. E quello che una volta era un “diritto”, magari finanziato tramite tasse o finanza pubblica diventa un “servizio” che rientra in un circuito economico.

Per fare un esempio concreto, se prima per una visita specialistica, il cittadino non pagava e la retribuzione del medico specialistico non “creava ricchezza” secondo i criteri liberisti; oggi un “cliente” paga la sua visita, questo diritto è diventato un “bisogno” e il pagamento da parte del “consumatore” ha contribuito a far aumentare il PIL, e quindi a diminuire contemporaneamente il rapporto debito-PIL.

In questo modo, le condizioni della popolazione sono migliorate? Si è data una spinta all’economia nazionale? È cresciuta l’occupazione? Il potere d’acquisto? Ovviamente no?

In questo contesto, da anni, Attac Italia lavora su un altro modello d’uscita della crisi, un modello d’uscita efficiente che non calpesti i diritti dei cittadini e che rimetta in questione meccanismi malsani che hanno trasformato la crisi in una vera e propria “opportunità” per chi l’ha generata.

La rivendicazione della ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti ora a servizio delle banche e il percorso di auditoria sul debito per analizzarlo, capire come sia stato generato e come gestirlo collettivamente, rientrano in questa ottica.

Il Fiscal Compact è uno degli strumenti oggi utilizzati dall’Europa, per ufficializzare, con norme giuridiche, con delle restrizioni pesantissime, l’obbligo di “rimborso” del debito, o meglio di riduzione del rapporto debito-PIL da qui a 20 anni.

Se dal 2012 il Fiscal Compact era un accordo tra i paesi, che chiedeva senza obbligarlo ad esempio di inserire il pareggio di bilancio nelle costituzioni – cosa che l’Italia ha fatto – domani verrà inserito nei trattati, diventerà vincolante, avrà valore giuridico e sarà al di sopra delle leggi nazionali e delle costituzioni imponendo delle riduzioni della spesa pubblica che ammonterebbero a circa 50 miliardi di euro l’anno per l’Italia.

Considerando che fino a qualche anno fa, le leggi finanziarie prevedevano una spesa annuale di circa 60 miliardi di euro e che la legge di stabilità in discussione ne prevede 20 miliardi, è facile capire che non si tratta soltanto di una “riduzione” della spesa pubblica ma proprio di una cancellazione della spesa pubblica.

Con l’applicazione di un trattato del genere, si assisterebbe alla cancellazione dei diritti, qualsiasi servizio dovrebbe entrare sul mercato divenendo a disposizione solo di chi può pagare. La richiesta della carta di credito o dell’assicurazione al pronto soccorso potrebbe diventare a breve una realtà. La cancellazione delle pensioni e di qualsiasi sussidio rientrerebbe nella logica del trattato.

Gli Stati europei devono, o piuttosto dovrebbero, discutere entro fine anno il Fiscal Compact, per poi ratificarlo.

Ecco perché una campagna contro il Fiscal Compact, è un tema centrale per il futuro politico del paese, dell’Europa, dei popoli del vecchio continente.

Come sta andando la campagna?

Abbiamo iniziato lanciando una petizione online che ha come scopo di fare parlare del Fiscal Compact e innanzitutto di generare dibattito sul tema, ma soprattutto di orientare il dibattito politico ad una ridiscussione e una rimessa in causa dei trattati europei stessi. Prima o poi, il tema dovrebbe entrare a far parte dell’agenda politico nazionale, e vorremmo arrivare a quel momento con un certo numero di cittadini che con le firme si saranno già espressi contro il trattato, ma soprattutto con molte realtà attive sul territorio nazionale: associazioni, giornali, movimenti, ma anche forze politiche che abbiano già un percorso avviato contro il Fiscal Compact. C’è palesemente la volontà politica di giocare con i tempi e di ridurre al minimo il dibattito politico sulla questione. Se riusciamo a sensibilizzare e a prendere posizioni a priori, partiamo meglio per opporci al trattato.

La strada è lunga e i tempi stretti, ma nel giro di un mese, il numero delle organizzazioni che hanno aderito alla campagna è considerevole e piano piano, si iniziano a vedere i risultati.

Intanto, considerando l’interesse di molti consiglieri comunali, e la consapevolezza che su questa partita, gli enti locali, che di più pagano la crisi, devono essere in prima linea; abbiamo steso un ordine del giorno da presentare ai Consigli Comunali per fare si che qualche ente locale possa prendere posizione ufficialmente contro il Fiscal Compact.

Ad ora, sappiamo che è stato presentato a Bologna, Trento, Siracusa, Livorno, San Remo, Pisa e tante altre città. La cosa positiva è che il testo stia girando al punto tale che non abbiamo un monitoraggio preciso. Negli ultimi giorni ci è giunta notizia che il piccolo Comune di Gaiola in provincia di Cuneo, avesse approvato l’odg, mentre in quello di Empoli è stato bloccato dalla maggioranza PD. Intanto la rete delle Città in Comune e Rifondazione Comunista hanno fatto circolare l’odg a molti consiglieri comunali in tutta Italia, e siamo costantemente contattati da consiglieri di liste civiche intenzionati a presentare l’odg.

E’ sempre più evidente la divergenza tra una economia basata sul profitto e una basata sui beni comuni: come si risolve questo conflitto?

Questa è una bella domanda, è una sfida difficile. Sicuramente si deve ripartire dai percorsi collettivi, dai territori, dai movimenti, dai Comuni. L’Italia e l’Europa, per fortuna sono piene di realtà locali in cui numerosi cittadini cercano di portare avanti un modello basato sulla solidarietà, sulla condivisione, sulla collettivizzazione dei processi di decisione politica. Si tratta di un percorso lungo, e mentre si agisce localmente, sicuramente arrivano spesso dei provvedimenti nazionali ed europei che ostacolano questi processi costantemente.

Ma una bolla speculativa, sappiamo che prima o poi esplode, e anche se si mettono in atto delle politiche molto dure, cancellando di fatto processi democratici e arrivando anche ad una forte repressione; è abbastanza chiaro che il sistema stia implodendo e che stiamo assistendo ad un momento storico di forti cambiamenti.

Purtroppo bisogna essere consapevoli che questo non significhi per forza che la risposta sarà una società più solidale e un’economia basata appunto su un’equa distribuzione delle ricchezze. Le urne europee parlano abbastanza chiare, la paura genera chiusura e si lascia tanto spazio ai populismi.

Ma ci tocca andare avanti forti delle tante esperienze positive e dai tanti tasselli che contribuiscono ad invertire la rotta.

Come si risolve questo conflitto è una domanda difficile, ma in realtà le risposte ci sono. Sono in quelle realtà autogestite che offrono ai cittadini dei servizi che dovrebbero essere offerti da un sistema pubblico ottimale, dalle mense agli alloggi popolari, passando per gli ambulatori o i CAF auto-organizzati. Se piccole realtà senza l’ombra di un finanziamento pubblico, riescono, con un’organizzazione basata sulla solidarietà a garantire servizi ad alcuni cittadini, non è così difficile che si possa applicare con una gestione più equa delle risorse pubbliche.

In Italia ad esempio, se si togliesse dalle fondazioni bancarie il controllo della Cassa Depositi e Prestiti e si destinassero i fondi dei depositi postali, non più alle multinazionali ma agli enti locali; sicuramente si potrebbero garantire servizi in un modo ottimale.

Se con percorsi di auditoria sul debito, si individuasse come i debiti sono stati generati e si decidesse di fare pagare chi ha generato questi debiti o semplicemente di cancellare debiti illegittimi, come quelli generati dai derivati o altri strumenti finanziari. Se anziché costruire opere dannose e inutili si investisse per riqualificare i territori in un ottica più equo-solidale e ecosostenibile, se anziché produrre, consumare, buttare avessimo un modello basato sul riutilizzo e il recupero; le riposte alla crisi sarebbero non solo sicuramente più efficienti, ma è la vita delle persone che migliorerebbe considerevolmente.

Su questo fronte, Attac si sta muovendo da tempo; ha contribuito alla creazione di CADTM Italia, il Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi, e il prossimo 27 novembre a Parma, si svolgerà un’assemblea pubblica con la partecipazione di tante realtà locali che già stanno percorrendo la strada dell’audit sul debito.

Ognuno deve fare la sua parte, e ogni piccola realtà contribuisce alla costruzione di un altro modello economico. Occorre non perdere fiducia e andare avanti.

Intanto blocchiamo il fiscal compact.

dicembre 2, 2017

Esperanto: parlare semplicemente all’essere umano che ho davanti

Pubblicato su Pressenza il 01.11.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Esperanto: parlare semplicemente all’essere umano che ho davanti
Michela Lipari mentre ritira il premio

La Federazione Esperantista Italiana ha ricevuto recentemente la menzione speciale al  Premio Diritti Umani 2017 perche “promuove iniziative solidaristiche tendenti a favorire una più profonda integrazione culturale tra uomini e popoli di lingue diverse”. Ne parliamo con Michela Lipari, dal 2014 presidente della Federazione.

Michela, i premi sottolineano spesso delle realtà di fatto; qual’è il tuo commento su questo premio?

Devo dire che dopo avere per dieci anni collaborato all’organizzazione del “Premio Zamenhof per la pace” con il quale la Federazione riconosceva l’attività di associazioni ed individui nel sostenere i valori che sono propri anche del movimento esperantista, cito tra gli altri associazioni quali Emergency, la Comunità d’ Sant’Egidio, Medici senza Frontiere, e personalità quali Moni Ovadia, Tiziano Terzani, Claudio Abbado, mi sono sentita emozionata nell’essere “dall’altra pare”, nl ricevere cioè un premio che non è per me ma per tutto il movimento che rappresento.

Il lavoro degli esperantisti, che cerca l’unità dei popoli, con che difficoltà e con che avanzamenti si incontra nel caotico mondo attuale?

I problemi, le difficoltà sono molteplici, ma soprattutto è difficile parlare di valori in una società dell’avere e non dell’essere. Dobbiamo saper scegliere i nostri interlocutori, in questo momento storico in cui le frasi più usuali sono “non sono razzista, però….” oppure “facendo questo quanto guadagno?” dobbiamo parlare al mondo del volontariato, al mondo delle persone che conoscono e portano avanti i valori veri della vita.

Zamenhof immaginò l’esperanto come una lingua comune, come una lingua ponte, neutra rispetto alle lingue “diplomatiche” dei suoi tempi; a distanza di tanti anni come valuti la sua “visione”?

Zamenhof era una persona molto profonda e concreta, pensate che durante la prima guerra mondiale (morì nel 1917 e quindi non ne vide la fine) scrisse una “Lettera ai diplomatici” per invitare i grandi che si sarebbero seduti al tavolo delle contrattazioni al termine della guerra a divedere gli stati non arbitrariamente ma rispettando i popoli, le etnie che vi abitavano. Auspicò la costituzione di un tribunale per i crimini di guerra internazionale (è stato poi costituito a seguito della guerra che ha insanguinato la ex Jugoslavia), e la costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Cosa voglio dire? Zamenhof era troppo avanti per i suoi tempi, a poco a poco le sue idee si realizzano, aspettiamo ed aiutiamo questa realizzazione.

Nell’ambito personale saper parlare l’esperanto è qualcosa che possa rendere, a tuo avviso, le persone migliori?

Il poter dialogare con delle persone su un piano di parità linguistica, senza interessarsi della sua nazionalità, quindi dialogando senza farsi condizionare dagli eventuali pregiudizi legati alle sovrastrutture culturali , significa poter conoscere la persona che ci sta davanti in quanto uomo, semplicemente uomo, essere umano.

Quali sono i prossimi appuntamenti degli esperantisti sia a livello mondiale che italiano?

In Italia avranno luogo ancora due grandi eventi per l’anno Zamenhofiano. Lunedì 6 novembre presso il Corridoio degli atti parlamentari alla biblioteca della camera verrà inaugurata una mostra su Zamenhof e la cultura esperantista coorganizzata dall’Ambiasciata di Polonia in Italia e dalla FEI, i discorsi inaugurali saranno tenuti dall’on. Cicchitto presidente della commissione esteri e da S.E. Giorgio Novello, ambasciatore d’Italia in Norvegia, esperantista; l’11 dicembre presso l’Accademia Scientifica Polacca a Roma avrà luogo una giornata dedicata a Zamenhof, con interventi di una decina di professori universitari dall’Italia e dall’estero per illustrare i vari aspetti dell’opera di Zamenhof.

Se parliamo del 2018 nella settimana pasquale vi sarà il festival giovanile internazionale e dal 17 al 25 agosto l’85° congresso nazionale a San Marino.

A livello mondiale l’evento più importante è ovviamente il 103° congresso mondiale, a Lisbona, Portogallo.

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novembre 27, 2017

Alberto L’Abate continua il suo cammino verso la luce

Pubblicato su Pressenza il 20.10.2017

Alberto L’Abate continua il suo cammino verso la luce

Come sempre, in mezzo alla gente

Come tutte le persone buone Alberto continua a camminare, nella luce,  nel sentiero che ha percorso per tutta la vita, il sentiero di coloro che sognano un mondo migliore.

Noi che restiamo qua, provvisoriamente, nel mondo della vita densa, possiamo e dobbiamo lenire la tristezza di non poter più condividere qui il fratello, l’amico, il maestro, il compagno di lotta ricordando che nulla abbiamo perduto della sua gentilezza, della sua fragilità, del suo ascolto, del suo humor,  della sua saggezza.

Le ultime immagini che ho di lui sono di pochi giorni fa durante la  riunione dei Disarmisti Esigenti per avanzare nell’azione per la firma del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari: a Firenze aveva appena messo in moto un gruppo di lavoro e di azione per quest’importante obiettivo pacifista e nonviolento. Lì pensavo di vederlo la prossima volta.

Sicuramente, passato questo momento di distacco, sarà utile e necessario riflettere e raccontare quanto è stato importante il suo contributo di idee, di sentimento e di azione a favore della causa della Pace, della Nonviolenza, di un mondo migliore. In questo momento, semplicemente, abbracciamo la famiglia, gli amici e prendiamo il solenne impegno di portare avanti, con le nostre possibilità, le sue idee, lotte, aspirazioni sapendo che questo è il modo migliore di ricordarlo, onorarlo e ringraziarlo.

Pace nei cuori, luce nella comprensione dei misteri della Vita e della Morte.

Arrivederci, Alberto !!

novembre 22, 2017

Un progetto per un mondo possibile, inclusivo e non discriminatorio

Pubblicato su Pressenza il 13.10.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Un progetto per un mondo possibile, inclusivo e non discriminatorio
(Foto di Roberto Mazzini)

Ho parlato con Roberto Mazzini, della Cooperativa Giolli di uno dei progetti europei che stanno realizzando in rete con altre associazioni ed anche con Pressenza, a partire dalle tecniche e dalle idee del Teatro dell’Oppresso.

Roberto, cosa fai nella vita e che cosa è Giolli.

Sono il promotore dell’associazione Giolli nata nel 1992 per diffondere il Teatro dell’Oppresso in Italia e trasformatasi in cooperativa sociale nel 2008.

Giolli è una piccola realtà cooperativa, orizzontale e democratica, dove io e i miei colleghi coordiniamo progetti nazionali ed europei, conduciamo corsi di formazione per operatori sociali, laboratori teatrali in situazioni di marginalità ed esclusione, spettacoli interattivi di Teatro-Forum e altro.

Combattere l’omofobia affinché ci sia inclusione nel lavoro: questo il titolo del progetto.

Fighting omophobia for an inclusive job (FHOFIJ), è il titolo del progetto che riguarda le discriminazioni contro le persone LGBT nel mondo del lavoro e sul prossimo appuntamento internazionale che cade il 27-28-29 Ottobre a Parma.

Il progetto FHOFIJ, che ha l’adesione di una trentina di realtà in Italia, è nato da una collaborazione con analoghe organizzazioni slovene e greche.

Il senso del progetto è di scambiarsi pratiche e metodi per contrastare la discriminazione nel mondo del lavoro e noi 3 partner ci siamo incontrati una prima volta in Grecia per auto-formarci a due metodi, il Teatro dell’Oppresso di Boal (nota 1) e il Loesje (nota 2), un metodo olandese di scrittura collettiva per la coscientizzazione.

FHOFIJ proseguirà a Capodistria a Marzo 2018 con un training che combinerà TdO e produzione di brevi video di sensibilizzazione.

Si concluderà a Settembre 2018 ad Atene con un training internazionale che sintetizzerà i 5 metodi utilizzati.

Il prossimo appuntamento vede implicate non solo noi 3 partner ma anche altre persone provenienti da organizzazioni LGBT italiane, belghe e francesi.

Cosa succede a fine mese a Parma?

I 3 giorni di training serviranno ad approfondire il TdO e introdurre due nuovi strumenti, il training sull’assertività (ovvero come stare nelle situazioni di conflitto in modo positivo) e quello anti-rumor (ovvero come reagire in modo problematizzante di fronte alle dicerie e luoghi comuni) che nasce da un’esperienza simile attuata anni fa dal Municipio di Barcellona-Spagna sul tema razzismo, elaborata da Giolli per adattarla al tema LGBT.

Il percorso dei tre giorni si focalizzerà sulla messa in scena di situazioni di discriminazione basata sul genere, prevalentemente subita nei luoghi di lavoro; sia a partire da storie individuali che da storie tipo, in base a dati che stiamo raccogliendo con l’aiuto delle varie associazioni.

Ricaduta del training può essere la capacità di utilizzare sia a livello personale che collettivo nelle situazioni di discriminazione e pregiudizio, le abilità/strategie/passioni sviluppate.

Inoltre, alle 16 di domenica 29 è previsto uno spettacolo di Teatro-Forum, perfezionato durante lo stage, aperto a chiunque interessato. Il nucleo del lavoro parte da un gruppo di persone di Milano e Piacenza legate a Casa per la Pace che hanno costruito una storia, nata da un vero episodio di discriminazione avvenuta alcuni mesi fa nelle scuole italiane, contro una professoressa, causa il suo orientamento sessuale.

Un passo verso un mondo possibile, inclusivo e non discriminatorio?

Giolli da anni sta perseguendo una rete di rapporti anche a livello internazionale, con scambi culturali e teatrali con persone e gruppi di vari continenti, creando quindi già ora un mondo più interconnesso, multi culturale e linguistico, dove i diritti siamo più rispettati.

Il mondo possibile cerchiamo di costruirlo a partire dal nostro piccolo, lavorando in rete e partecipando/promuovendo scambi e, come dice Boal, serve “aver coraggio per essere felici!”

Per iscrizioni e informazioni:

e-mail : fhofij@giollicoop.it

segreteria Giolli: 0521-686385

sito: http://www.giollicoop.it/index.php/it/progetto-fhofij/133-a

Facebook: https://www.facebook.com/FHOFIJ.Project/

NOTE

1) Il TdO è un metodo teatrale basato sulla coscientizzazione di Paulo Freire conosciuto in tutto il mondo; è un teatro politico non ideologico, uno strumento di cambiamento sociale e personale.

Più informazioni sul sito di Giolli www.giollicoop.it, e dell’associazione internazionale:www.theatreoftheoppressed.org

Ricca la bibliografia, a partire dal classico: Augusto Boal, “Il poliziotto e la maschera”, Molfetta, Edizioni La Meridiana

2) Il metodo nasce in Olanda come forma di sensibilizzazione non aggressiva e si diffonde poi in vari paesi. Si basa su gruppi di persone che, sensibili a una tematica, si ritrovano e scrivono dei testi collettivamente. Alcune frasi che si prestano a diventare slogan e soprattutto domande o battute, vengono scritte su poster e appesi nelle vie cittadine per suscitare discussione.

Per informazioni sulla sua storia passata e presente: www.loesje.org/news?page=18

novembre 8, 2017

Catalogna: un bel modo di celebrare la nonviolenza

Pubblicato su Pressenza il 02.10.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Tedesco

Catalogna: un bel modo di celebrare la nonviolenza

Oggi 2 Ottobre, giornata internazionale per la Nonviolenza possiamo dire di aver appena visto un esempio di massa nel comportamento della popolazione catalana ieri.

Di fronte a una inaudita violenza da parte delle forze di polizia spagnole che evocavano la Guardia Civil di epoca franchista; violenza gratuita e non giustificabile con la pretesa che le elezioni indette dal governo catalano fossero illegali; di fronte all’arroganza di un potere che da sempre è carente nel trattare la multiculturalità che caratterizza la penisola iberica da tempo immemorabile; di fronte a tutto questo non ha risposto alla violenza con la violenza ma con la calma, la ragionevolezza, la fermezza delle proprie intenzioni: ai manganelli schede elettorali, alle cariche cordoni di resistenza passiva, all’irragionevolezza con la pacatezza, alla proibizione con la partecipazione.

Barcellona e tutta la Catalogna sono stati il segno evidente del Nuovo Mondo che sta arrivando: quello dei popoli indigeni che ritrovano la propria identità, quello degli spagnoli di tutte le generazioni, indignatos, che si siedono in assemblea, quello del 99% di Occupy, dei marciatori della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza,  dei giovani britannici che appoggiano un vecchietto come Corbyn, degli occupanti spirituali di Standing Rock e dei cocciuti resistenti italiani a MUOS, TAV e Grandi Opere sparse per citare i primi che mi vengono in mente ma, in sintesi, di tutti quelli che sanno che per costruire il futuro desiderato bisogna usare i mezzi della nonviolenza: mettere l’umano al centro, andare avanti verso regioni sconosciute, amare e comprendere ogni diversità presente su questo pianeta e non discriminarne alcuna, costruire con gli occhi puntati verso il futuro, praticare il rifiuto di ogni violenza, di ogni tipo.

Ancor una volta gli esseri umani solidali, uniti, hanno dimostrato ai potenti che non detengono il potere e che non sono proprietari del futuro ma che quel futuro dipende dall’azione umana, dall’autodeterminazione, dalla capacità a federarsi tra diversi, dal dialogo che porta comprensione, dalla riflessione che genera riconciliazione ed esce dal circolo vizioso della violenza.

novembre 4, 2017

Apocrifo omaggio a Stanislav Evgrafovič Petrov

Pubblicato su Pressenza il 18.09.2017

Apocrifo omaggio a Stanislav Evgrafovič Petrov

(Foto di Queery-54 via Wikimedia)

Non sempre gli eroi hanno accesso alla stampa. La morte in duello di Evariste Gallois, oltre a privare la matematica e l’umanità di un genio, non ebbe alcun accenno sui giornali. Il ragazzino non aveva rivoluzionato solo le equazioni, voleva anche cambiare il mondo.

Peggio sembra essere andata a Stanislav Petrov, la cui morte a maggio di quest’anno è diventata notizia un paio di giorni fa in Italia e un paio di settimane fa in Germania dove un anonimo  Karl Schumaker ha fatto pubblicare su un giornale un necrologio.

Perfino Wikipedia ha aggiornato la pagina con la data di decesso con qualche mese di ritardo.

Una falla terribile nel mondo de “la morte in diretta”, del circo mediatico che sbatte il mostro in prima pagina ma dimentica un eroe anonimo e decisivo della storia dell’umanità.

Noi avevamo parlato di lui in epoca non sospetta e potete ancora andare a leggervi l’articolo se vi siete persi i dettagli della storia di una persona semplicemente dedita al suo lavoro.

Perché Petrov lo celebrano e lo ricordano essenzialmente i pacifisti, i nonviolenti, gli antinucleari per la sua capacità di sventare un probabile disastro nucleare.

I pacifisti ricordano un militare che ha fatto quello che dovrebbe fare ogni militare: impedire la guerra, a questo dovrebbe servire (esclusivamente) un esercito.

Ma l’episodio di cui fu protagonista Petrov ci ricorda che il rischio di un incidente nucleare grave è possibile, è già successo ed è stato sventato solo grazie a una persona che ha messo il proprio scrupolo, la propria dignità professionale, le proprie capacità, il proprio amore per l’umanità davanti all’ottusa regola militare; e che è stato emarginato per questo.

Per cui, Stanislav Evgrafovič, grazie infinite per quello che hai fatto e scusa per questo elogio funebre posticipato. Sappiamo che, ovunque tu sia ora, lì regna la Pace, quella che hai tanto desiderato.

E che questo ringraziamento possa essere utile a noi e concretarsi nella lotta per abolire, per sempre, le armi nucleari il più presto possibile.

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