Archive for ‘Articoli di Pressenza’

gennaio 19, 2019

Il corpo di Desirée

Pubblicato su Pressenza il 28.10.2018 – 

Il corpo di Desirée
(Foto di Dire)

La lettura della tragedia di San Lorenzo ha avuto numerose chiavi. Al solito la cronaca ha attirato interpretazioni ed accaparramenti: l’ordine, le case occupate, gli immigrati, la sicurezza.

A me la vicenda mi ha fatto invece venire in mente una parola, cosificazione.

Quel corpo martoriato, quel corpo violato, quel corpo irriconoscibile non è il corpo di Desirée, non è Desirée.

Il corpo esanime di una persona cessa di essere la protesi della sua intenzione, cessa di essere il cane fedele che ti porta nel mondo, che ti permette di interagire col mondo, di trasformarlo.

La radice profonda della violenza sta nel fatto il fatto di trasformare l’altro in una cosa, di negare la sua intenzione, la sua umanità. Questo è stato fatto con Desirée in un modo così estremo e così evidente. Nel modo della violenza sessuale e del femminicidio. Ma nulla di differente succede tutti i giorni, quando il nostro corpo e le intenzioni che esso esprime sono trasformate in cose, in modo che le intenzioni degli altri possano vincere. Nulla di differente accade nella normalità di tutti i giorni e molta di questa cosificazione è tranquillamente considerata normalità.

Questa forma di violenza sommerge le persone ed anche  i popoli in una supposta naturalità: le donne, i negri, i poveri, i disabili ecc ecc.
Trasformare l’altro in cosa, in protesi della mia intenzione, appropriarsi delle sue possibilità e trovare il modo di giustificare ideologicamente questa azione è una caratteristica tipica delle classi dominanti e del sistema mentale che esse generano e che finisce per contaminare il pensiero di ognuno, molto spesso in un livello sostanzialmente incosciente, nel senso letterale che uno non se ne rende conto.

Quindi la lotta nonviolenta è una lotta cosciente per la trasformazione di questa forma mentale dominante, e questa lotta comincia da ognuno di noi nel riconoscimento di tutte le forme di violenza, di cosificazione che percepiamo dentro di noi e che finiscono per condizionare le altre persone e l’ambiente sociale in cui viviamo.

Questa lotta non può fermarsi lì, deve necessariamente estendersi ad altri, raggiungere altri, creare rapporti solidali con altri, generare umanità. C’è una risposta umana alla barbarie e consiste nel riconoscere l’altro come diverso da me e come essere prezioso, unico, da trattare con amorevolezza. E questo trattamento, quello della Regola d’Oro, non ammette eccezioni perché, nell’ammetterle, ricadiamo di nuovo nella cosificazione, nella disumanizazione e nella violenza.

Quando parliamo di nuovo mondo parliamo di quest’atteggiamento, questo sistema di relazioni radicalmente diverso che scorgiamo in alcune situazioni della nostra vita, in certi ambiti “privilegiati” in cui c’è toccato vivere. Dobbiamo imparare a riconoscere questo sistema di relazioni, a costruirlo, a rafforzarlo perché è a partire da questo cambiamento di mentalità e relazioni che può nascere qualcosa di nuovo che ci permetta di veder uscire l’Essere Umano dall’apparente stato di nonsenso in cui si è cacciato.

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dicembre 26, 2018

Mimmo Lucano accende la speranza… ma non fa notizia!!

Pubblicato su Pressenza il 22.10.2018 – Olivier Turquet

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Mimmo Lucano accende la speranza… ma non fa notizia!!

Era decisamente molto tempo che non guardavo “Che tempo che fa”, senza alcuna offesa per quell’onesto  giornalista che è Fazio. Ho ascoltato con gioia l’intervista a Mimmo Lucano, il suo modo pacato di parlare, come se stesse in piazza a Riace, a parlare con gli amici. Le sue parole semplici, “normali” come dice lui. Cito qualche pezzo circolato su twitter (dove qualche fascista ha provato a sparare cavolate ma è stato sommerso da una valanga di affetto).

Nessun essere umano può rimanere indifferente quando qualcuno ti chiede di essere aiutato.

Tutti questi premi e riconoscenze mi sono sembrati un po’ strani, noi abbiamo solo cercato di essere normali, aiutare un uomo in difficoltà non è normale?

Anche le leggi del periodo nazista erano la legalità ma hanno rappresentato un grande dramma per l’umanità.

Se l’accoglienza è possibile a Riace, in una delle zone più depresse d’Italia, allora è possibile dappertutto.

Attorno alla parola immigrazione si costruiscono solo i consensi elettorali. Noi ci siamo solo sforzati di essere normali.

Torno a casa verso le 14 e dopo un paio di telegiornali dove non c’è traccia di queste dichiarazioni mi siedo al computer e consulto Google News e poi, al perdurare del deserto, anche le principali agenzia stampa.

Così scopro che le normali dichiarazioni del Sindaco di Riace non sono notizia. La normalità effettivamente non fa notizia, evidentemente la speranza ancora meno.

Lucano dimostra con chiarezza che esiste un modello di accoglienza che funziona, che è coerente con ideali, costituzioni, carte internazionali, che genera lavoro anche agli italiani e questo non fa notizia.

Ma soprattutto io credo che non faccia notizia una persona che parla di ideali, di umanità, di Costituzione, di utopia, che cita come suo modello Peppino Impastato, un ateo che parla bene dei preti impegnati come Zanotelli.

Rifletto e mi viene in mente che l’opera di Mimmo Lucano, l’opera di una collettività che riscatta se stessa, non è un fenomeno isolato; di primo acchitto mi viene in mente il lavoro di Milagro Sala e della Tupac Amaru di riscatto sociale, culturale e politico nei confronti dei popoli originari di Jujuy, in Argentina; lavoro che ugualmente (e sicuramente più brutalmente) è stato criminalizzato.

Perché è osceno che i poveri si organizzino, che solidarizzino, che costruiscano case, che accolgano i fratelli sfortunati, che si curino e si istruiscano gratis, che raccolgano la spazzatura con gli asini (ma senza l’apposita carta da bollo) e che, infine, come ha fatto Milagro, costruiscano parchi acquatici per bambini, con i soldi risparmiati dal lavoro onesto.

Allora diciamolo con forza che si può costruire un futuro migliore basato sugli ideali di fratellanza. di solidarietà, di umanità.

Ci sono molti altri esempi e modelli, piccoli e grandi, provenienti da realtà ed ispirazioni differenti, c’è già un nuovo mondo in cammino e sappiate che qui a Pressenza vogliamo raccontarlo e dare la nostra mano a questa grande opera di rinnovamento profondo di cui ha bisogno l’Essere Umano.

Grazie Mimmo, grazie Milagro e grazie a tutti coloro che si rimboccano le maniche di nobili costruttori.

dicembre 23, 2018

Vaccini. Sergio Conti Nibali: la sfida è che i cittadini si sentano tutelati dal Sistema Sanitario

Pubblicato su Pressenza il >18.10.2018 

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Vaccini. Sergio Conti Nibali: la sfida è che i cittadini si sentano tutelati dal Sistema Sanitario
(Foto di UPPA)

Sergio Conti Nibali è pediatra e direttore di “Un Pediatra per Amico” (www.uppa.it) unica rivista rivolta ai genitori che non accetta pubblicità e sovvenzioni e che quindi non rischia di farsi influenzare da interessi economici o politici. Durante i mesi “caldi” del Decreto Lorenzin fece, insieme a altri colleghi, una proposta di diversa soluzione del problema vaccinale e gli feci questa intervista. Facciamo con lui il punto della situazione, cercando di fare chiarezza.

Alla fine, dal punto di vista medico, qual è il giudizio sulla legge sull’obbligo vaccinale e la sua applicazione fino ad ora?

La legge sull’obbligo vaccinale doveva avere lo scopo di aumentare i tassi di bambini vaccinati nei confronti ai alcune malattie infettive. In effetti i tassi vaccinali per alcune di queste malattie e in alcune aree del paese erano scesi sotto un livello minimo che potesse garantire il cosiddetto “effetto gregge” (almeno per alcune di queste vaccinazioni).

dati che sono stati pubblicati a aprile 2018 dal Ministero della Sanità e che si riferiscono a dicembre 2017 ci dicono chiaramente che c’è stata un’impennata nei tassi vaccinali per tutte le fasce di età a distanza di pochi mesi dall’introduzione della legge istitutiva dell’obbligo (luglio 2017).

È probabile, dunque, che l’obbligatorietà ha avuto presa soprattutto nei confronti di quei genitori che esitavano o ritardavano la vaccinazione per i loro bambini non già per ragioni ideologiche e che hanno avuto bisogno di un atto d’imperio per mettersi in regola. Le nuove disposizioni legislative, probabilmente, hanno inciso poco o nulla tra i genitori contrari alle vaccinazioni e, probabilmente, hanno contribuito a scavare un solco ancora più profondo. Sebbene, dunque, non si possa negare che la legge sull’obbligo vaccinale sembra avere raggiunto, almeno nel breve periodo, gli effetti sperati non si può negare che la sfida di avvicinare alle vaccinazioni il cosiddetto popolo dei no-vax (comunque ampiamente minoritario) è stata persa. Ma, probabilmente, questo esito era atteso.

Il nuovo governo, teoricamente rappresentante anche dei movimenti favorevoli alla libertà di cura, come è stato finora?

In atto non è ancora stato avviato, che io sappia, l’annunciato approfondimento parlamentare sull’obbligatorietà delle vaccinazioni.

Finora i ministri della Salute, Giulia Grillo, e dell’Istruzione, Università e Ricerca, Marco Bussetti, sono intervenuti con una circolare per promuovere alcune semplificazioni relative all’iscrizione scolastica dei bambini.

Inoltre sembra essere pronto il decreto ministeriale per la costituzione dell’Anagrafe nazionale vaccini, indispensabile per semplificare la vita delle famiglie ed evitare inutili e onerose certificazioni anche nei casi di cambio di residenza e per monitorare i programmi vaccinali, conoscere le ragioni delle mancate vaccinazioni e misurare progressi e criticità del sistema.

L’Anagrafe nazionale potrebbe essere la base per far decollare concretamente la vaccino-vigilanza sugli eventi avversi riferiti ai vaccini impiegati e metterà a sistema i dati delle Regioni. Attraverso il sistema nazionale degli eventi avversi gestito da Aifa, le segnalazioni potranno essere comunicate dai professionisti sanitari e dai soggetti vaccinati o dai loro genitori.

Un altro provvedimento interessante è stato la costituzione di un Tavolo di esperti indipendenti coordinato dal prof. Vittorio Demicheli (uno dei firmatari della lettera, n.d.r.) che consentirà di produrre le evidenze scientifiche a sostegno delle scelte dei decisori. Tra l’altro uno degli obiettivi del tavolo è affrontare il fenomeno della diffidenza e del dissenso vaccinale, oltre che aggiornare il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale.

I comitati di base hanno scritto una legge di Iniziativa Popolare sul tema, raccolto le firme e quindi dovrebbe essere prima o poi discussa in parlamento; qual è il tuo giudizio su questa proposta di legge?

L’Iniziativa prende spunto dall’esperienza della Regione Veneto che nel 2008 aveva eliminato qualsiasi obbligo vaccinale con risultati (anche a distanza di parecchi anni) incoraggianti. L’Iniziativa, difatti, non propone una legge che contrasti le vaccinazioni, ma che possa rendere obbligatori altri aspetti che hanno a che fare con le pratiche vaccinali, quali ad esempio l’effettivo monitoraggio delle reazioni avverse e la trasparenza nelle decisioni e nelle valutazioni. A mio avviso le scelte ministeriali vanno in questa direzione con l’istituzione dell’anagrafe vaccinale e del tavolo di esperti indipendenti che dovrebbero dare garanzie su questi aspetti; tra l’altro nella proposta di legge di Iniziativa popolare vengono citate (in maniera propositiva) delle dichiarazioni di Demicheli, che, come detto, è stato scelto per coordinare il tavolo.

Altri aspetti mi lasciano perplesso, come quello che riguarda gli esami pre-vaccinali ai quali dovrebbero preventivamente essere sottoposti i bambini; non mi risulta che vi siano studi attendibili che abbiano mai dimostrato la loro utilità in soggetti sani.

Abbiamo qualche novità sulla famosa epidemia di morbillo?

Nel 2018 i casi di morbillo sono stati finora poco più di 2200, secondo un trend che fa registrare una diminuzione generale dei casi. Ci sono stati due decessi in adulti, di 29 e 51 anni, avvenuti in Sicilia in prossimità del picco di massima incidenza (registrato nei mesi di aprile e maggio 2018 con più di 400 casi per mese). Entrambi non erano vaccinati e presentavano, al momento dell’infezione, alcune patologie di base che ne compromettevano il sistema immunitario. I casi di morbillo si sono verificati in gran parte delle Regioni italiane, anche se la maggior parte delle segnalazioni vengono dalla Regione Sicilia con 1.116 casi e un’incidenza pari a 333 casi per milione di abitanti.

Circa un quinto dei casi sono stati segnalati in bambini di età inferiore a 5 anni, e 138 avevano meno di 1 anno di età; l’età mediana dei casi è pari a 25 anni. Più del 90% dei casi totali non vaccinato e il 5,5% aveva effettuato una sola dose di vaccino. La metà dei casi ha sviluppato almeno una complicanza e quasi il 60% è stato ricoverato.

Da questi dati si intuisce come sia necessario mettere in atto iniziative supplementari rivolte alle popolazioni suscettibili sopra i 2 anni (adolescenti, giovani adulti, soggetti a rischio) e aumentare anche la consapevolezza dell’importanza della vaccinazione anche tra gli operatori sanitari tra i quali si registra ancora un numero elevato di casi (334 nel 2017 e 98 nel 2018).

Secondo il rapporto dell’Agenzia del Farmaco di quest’anno le segnalazioni avverse hanno avuto un incremento significativo nell’ultimo anno: è solo un caso di maggiore attenzione al problema o ci sono nuove questioni in ballo legate ai vaccini stessi o agli eccipienti?

Certamente il clamore mediatico degli ultimi periodi ha contribuito a mantenere alta l’attenzione sul tema; e questo ha certamente fatto aumentare le segnalazioni in seguito alla somministrazione degli stessi vaccini che venivamo somministrati anche nell’anno precedente. Le differenze sono dovute, dunque, solo a una maggiore attenzione alla segnalazione. Come dicevo prima è auspicabile che con l’avvio del progetto Anagrafe vaccinale le segnalazioni siano sempre più dettagliate in modo da potere fornire a tutta la popolazione informazioni affidabili.

Tu avevi accennato all’esigenza di produrre vaccini monodose, è stato fatto qualche progresso in questo campo? L’industria farmaceutica ha risposto a questa esigenza?

L’Aifa a maggio 2018 ha pubblicato sul suo sito i dati aggiornati dei vaccini disponibili in Italia.

Infatti la Legge n. 119 dispone che annualmente l’Aifa pubblichi nel proprio sito internet i dati relativi alla disponibilità dei vaccini in formulazione monocomponente e parzialmente combinata.

Si tratta di due elenchi organizzati in forma molto semplice da consultare, utili per l’operatore sanitario, ma accessibili anche al cittadino, che rappresentano dunque un passo avanti nella trasparenza della comunicazione. Di ciascun vaccino è presentato il nome commerciale e la componente immunogena.

Tutti i vaccini hanno la possibilità di essere somministrati monodose, ma ad oggi in Italia i vaccini monocomponente antidifterico, antipertosse, antimorbillo, antirosolia e antiparotite non sono autorizzati.

Aspetti economici: questa obbligatorietà ha avuto influenza sui fatturati delle industrie farmaceutiche? E, se sì, è stata una influenza significativa?

L’acquisto dei vaccini da parte del nostro Sistema Sanitario Nazionale (nelle sue diramazioni periferiche) viene fatto a priori sulla base delle stime della popolazione target. E’ probabile che le lobby dell’industria si adoperino per aumentare la popolazione target e quindi gli acquisti; le aziende sono soggetti privati che, per la loro stessa natura, devono fare profitti. La sfida da affrontare è quella che i cittadini si sentano tutelati dal nostro SSN, che, attraverso modalità trasparenti e scientificamente inattaccabili, dimostri di voler tutelare unicamente gli interessi di salute pubblica. C’è da augurarsi che il Tavolo di esperti indipendenti aiuti a raggiungere questo obiettivo.

Ti pare che da parte delle istituzioni, nazionali e locali, siano stai fatti dei progressi significativi nel campo di una corretta informazione?

Se si visitano le pagine destinate alle informazioni sui vaccini del Ministero della salute, dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Aifa possiamo constatare come ci sia in atto uno sforzo significativo per dare risposte a chi vuole essere informato sui vari aspetti che riguardano le vaccinazioni. Probabilmente, però, non basta: occorre, in generale, recuperare l’autorevolezza e la fiducia nei confronti delle istituzioni sanitarie da parte dei cittadini; e questo obiettivo si raggiunge accogliendo le istanze e le preoccupazioni, rispondendo nel merito e con dati alla mano e offrendo soluzioni praticabili. Un bella sfida!

dicembre 23, 2018

Il Go: costruire un mondo insieme

Pubblicato su Pressenza il 10.10.2018 

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Il Go: costruire un mondo insieme
Un momento del Congresso Europeo di Go a Pisa (Foto di Olivier Turquet)
Michele Piccinno è stato uno degli organizzatori dell’European Go Congress che si è svolto a Pisa questa estate. Il Go è il gioco da tavolo più antico del mondo con una lunga storia che parla di cultura orientale, di gioco cooperativo, di Tao, Zen e buddhismo, di letteratura, di ludica. Siccome a Firenze si gioca, questo fine settimana, il Campionato Italiano, proviamo a fare con Michele una sintesi dell’esperienza estiva e parlare del Go in generale e di quello che il Go può portare di positivo nel mondo.
Come è stata questa esperienza di ricevere oltre 1500 persone?
Fantastico! Un piccolo mondo si è riversato a Pisa grazie al congresso. Ci sono paesini in Italia, specialmente al sud da dove vengo io, con meno abitanti di quanti ospiti abbiamo avuto l’onore di divertire con il nostro evento. Non voglio dire che sia stato facile, ma la motivazione, la passione e l’affiatamento delle varie squadre di persone che hanno “lavorato” dietro EGC, hanno fatto si che questo sia stato un evento spettacolare del quale sono molto fiero di aver fatto parte, nonché di averlo in qualche modo reso possibile.
Il Go attira e unisce persone abbastanza diverse tra di loro: che cosa le unisce?
Il rispetto nel costruire un mondo insieme. Nel Go è importante collaborare con l’avversario, lo scontro serve solo a definire i confini, non a distruggere o sottomettere e questo i giocatori lo riportano anche nella vita di tutti i giorni. Un giocatore di Go è un praticante di un’arte taoista, una volta che il gioco ti è entrato dentro la contaminazione è completa. Questo aspetto è comune a molti giochi ovviamente, ma nel Go si sente in modo particolare perché la sconfitta non dipende, di solito, da un combattimento, ma da scelte di lungo termine meno efficaci di quelle del tuo avversario. Inoltre noi “goisti” preferiamo dire che si gioca CON l’avversario e non contro di lui.
La leggenda racconta che il Weichi (il nome originario cinese del Go) fu inventato per rendere il figlio dell’imperatore più saggio: possiamo sperare che giocarlo oggi nel terzo millennio sortisca gli stessi effetti?
Certamente, proprio perché insegna o, meglio, svela al giocatore un nuovo modo di vedere “la vita, l’universo e tutto quanto”, nessun giocatore peggiora nelle sue scelte quotidiane dopo aver imparato il Go. Inoltre ci sono diversi studi che testimoniano come tuttora aiuti i bambini con difficoltà di attenzione e nel tenere a bada alcune patologie psichiche, anche se al momento non riesco a fornirti le fonti e da persona di scienza quale sono, non potrei permettermelo!
Al palazzo dei congressi si sono viste persone di tutte le età ed anche molti giovani: il Go può essere un’alternativa a una certa stupidità dilagante?
Decisamente si, bisogna solo trovare un buon maestro che faccia superare agilmente i pochissimi ostacoli iniziali, in primis lo scontro con quest’idea diversa e “folle” secondo cui la guerra è la tua peggior scelta. Abbiamo avuto molto successo negli anni con scuole di tutti i livelli, in cui i nostri studenti hanno avuto un grosso incremento anche dei voti, nonché della gestione delle problematiche quotidiane. Il malus è che cominceranno a chiamare tesuji(termine che definisce una mossa brillante e inaspettata, N.d.R.) la soluzione brillante e imprevista ad un problema, risultando poco comprensibili ai non giocatori.
Questa manifestazione è in gran parte una competizione ma molti definiscono il Go un gioco poco competitivo: quanto l’aspetto competitivo così forte nei tempi moderni ha influenzato il gioco?
Il go è un gioco competitivo, solo che, costruendo prima te stesso e poi, solo se strettamente necessario, combattendo, si può immaginare che non lo sia. Chiaramente in contesti così grandi il prendere o perdere punti è irrilevante se paragonato al giocare una partita con l’amico che non vedevi dal precedente congresso o dal bere una bella birra con quel giocatore che ha trovato un tesuji fantastico al tuo tentativo di attacco e ti ha fatto perdere la partita, insegnandoti una nuova mossa e ribadendo che l’umiltà è una gran virtù. Anche a livelli alti, dove i giocatori non giocano solo per la gloria o per pochi punti, ma per vincere premi importanti, c’è una competitività molto pulita e amichevole, in cui l’idea va più verso il “vediamo che ti inventi oggi” che per il “ti spiezzo in due”. Insomma giocare a Go apre la possibilità di confrontarsi con se stessi prima ancora che con gli altri e sarebbe veramente difficile competere contro se stessi: bene che vada, perdi!
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dicembre 7, 2018

Perugia Assisi: marcia per la Pace, il Disarmo, la Solidarietà, l’Accoglienza

Pubblicato su Pressenza il 07.10.2018

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Perugia Assisi: marcia per la Pace, il Disarmo, la Solidarietà, l’Accoglienza
(Foto di Alessandra L’Abate)

Molti temi hanno animato l’edizione di quest’anno della Marcia Perugia Assisi.

Una lunga preparazione, dibattito, qualche polemica e qualche distinguo per una Marcia, quella inventata profeticamente da Capitini che ha passato da momenti di lotta nonviolenta a celebrazione retorica.

Quest’anno una folla incontabile, perché sparpagliata tra Perugia e Assisi e in alcuni momenti dispersa o scoraggiata dalla pioggia ha portato avanti le bandiere di circa 700 aderenti di ogni genere; influenzata dalla recente manifestazione per Mimmo Lucano, preoccupata per la situazione in cui grava l’accoglienza e coloro che la testimoniano, afflitta dalla permanente crisi del pacifismo “classico” ma rinforzata da tanti giovani ignari delle sottili polemiche, decisa nel rivendicare il disarmo nucleare, tenera nel ricordare la necessità di una Rivoluzione Silenziosa che parta dai gesti si tutti i giorni,  la Marcia è stata tutti questi temi e forse anche di più ed è stata, come doveva, patrimonio dell’Umanità e non di una qualche parte.

In questo, nella nonviolenza in cammino, sta la bellezza di tutte le marce per la pace. Questa era anche gemellata con la Marcia Sudamericana per la Pace e la Nonviolenza ed è stata la prima occasione per il neonato Comitato Promotore della Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza di mostrare lo striscione nuovo di pacca.

L’augurio è che sia anche il senso di un risveglio e di una sintonia più forte tra tutti coloro desiderano un mondo migliore e si rimboccano le mani per realizzarlo.

Qua sotto una bella galleria fotografica di Alessandra l’Abate

 

novembre 23, 2018

Qualcosa di necessario: la nonviolenza

Pubblicato su Pressenza il 02.10.2018

Qualcosa di necessario: la nonviolenza

Oggi è la Giornata Internazionale della Nonviolenza.

Personalmente sono di quelli, da tempo, che dicono che le Giornate di… è bene farle ricordandosi che le cose buone si ricordano e si praticano tutti i giorni.

Sono anche di quelli che si definiscono nonviolenti e che con questa definizione non vogliono attribuirsi alcuna qualità particolare ma solo un’intenzione: quella di camminare verso la nonviolenza, verso quell’utopia che sta lì all’orizzonte, come ricordava Galeano, affinché il cammino verso di essa ci migliori e migliori la società, ogni giorno. La nonviolenza è in cammino, la nonviolenza è il cammino.

La nonviolenza non sta al centro del dibattito pubblico; al centro del dibattito, qua in Italia, sta l’illusione che con gente più armata ci sia più sicurezza; sta l’illusione che alzando barriere ci si possa liberare del grido dei poveri del mondo che reclamano giustizia; più in profondo, credo dappertutto, sta l’illusione che più controllo, più regole serviranno a ordinare la società. L’illusione profonda che la violenza, in tutte le sue forme, possa risolvere i problemi.

Io credo che il caos che questo mondo in caduta libera sta generando si possa fermare solo con la forza della nonviolenza, che è la forza della gentilezza, dell’amore, della compassione, della Regola d’Oro: tratta gli altri come vuoi essere trattato. E che è anche la forza dell’intelligenza collettiva umana, capace di trovare nuove soluzioni, di scegliere nuovi cammini.

Queste nuove soluzioni che propone la nonviolenza sono basate su precise qualità: sono di tutti e per tutti, sono reciproche, sono solidali, sono frutto di convergenza e dialogo, sono basate sul rifiuto categorico di ogni forma di violenza: fisica, razziale, economica, di genere o preferenza sessuale, psicologica.

Ma la nonviolenza ci chiama anche all’impegno personale e sociale, ci ricorda di praticare e condividere la nonviolenza con altri, di organizzarsi con altri per cambiare il corso sfortunato che questo mondo ha preso.

A questo proposito suonano di grande attualità  le parole di Silo a Punta de Vacas, nel maggio del 2004:

Siamo alla fine di un oscuro periodo storico e ormai nulla sarà come prima. Poco a poco comincerà a scorgersi il chiarore dell’alba di un nuovo giorno; le culture cominceranno a capirsi, i popoli sperimenteranno un’ansia crescente di progresso per tutti comprendendo che il progresso di pochi finisce per essere il progresso di nessuno. Sì, ci sarà pace e per necessità si comprenderà che comincia a profilarsi una nazione umana universale.

Nel frattempo, noi che non siamo ascoltati lavoreremo a partire da oggi in ogni parte del mondo per fare pressione su coloro che decidono, per diffondere gli ideali di pace in base alla metodologia della nonviolenza, per preparare il cammino dei nuovi tempi.

Buona Giornata Internazionale della Nonviolenza !!

novembre 22, 2018

Alessandro Capuzzo: in marcia per un Mediterraneo libero da armi nucleari

Pubblicato su Pressenza il 27.09.2018

Alessandro Capuzzo: in marcia per un Mediterraneo libero da armi nucleari
(Foto di CarloSordoni.it)

Alessandro Capuzzo, del Comitato Danilo Dolci di Trieste parteciperà Sabato 29 Settembre al convegno “Mediterraneo Nonviolenza, Pace” a Palermo con una comunicazione sui Porti Denuclearizzati.

Puoi anticipaci qualcosa della tua comunicazione?

Certo. Il mio intervento si basa innanzitutto sulla posizione dell’ONU. Dopo l’approvazione e la conseguente, assai probabile entrata in vigore del “Nuclear Ban Treaty”, il nuovo trattato di proibizione delle armi nucleari siglato da 122 Paesi, il sogno di giungere a un Mediterraneo denuclearizzato inizia a toccarsi con mano. In questo senso, in vista del passaggio delle 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, si sta cercando di costruire una Campagna per una Conferenza di dnuclearizzazione, analoga a quanto realizzato in diversi continenti finora. Al Convegno porterà la sua testimonianza su video Carlos Umaña di ICAN (Coalizione Premio Nobel per la Pace 2017) che ci parlerà del Trattato di Tlatelolco, motore della Nuclear Free Zone di Sudamerica e Caraibi.

Cogliendo questa opportunità e ricordando la situazione della mia città d’origine, Trieste, giuridicamente vincolata al mandato ONU del suo Territorio libero (anni 1947-54) intervengo riproponendo Con una lettera al Segretario generale Guterres la questione della demilitarizzazione e neutralità, prevista per Trieste e territorio limitrofo dal Trattato di Pace con l’Italia (1947) recepito dalle Nazioni Unite (risoluzione n°16). Lo stesso Trattato che imponeva la demilitarizzazione italiana della Sicilia. La nuova Agenda per il Disarmo del Segretario Antonio Guterres fornisce uno strumento di dialogo su questi temi attraverso il quale potersi interfacciare con l’Istituzione.

Il Porto franco internazionale triestino è stato anche punto di partenza per materiale bellico verso gli Emirati Arabi Uniti, parte della coalizione a guida saudita che ha invaso lo Yemen, condannata dalle Nazioni Unite; l’uso di bombe italiane sulle aree civili in Yemen configura un crimine di guerra. La Legge italiana 185/‘90 proibisce le esportazioni di armamenti verso paesi in conflitto, in contrasto coi principi della Costituzione.

L’idea forza del convegno è quella di lavorare per la realizzazione del Mediterraneo come zona libera da armi nucleari: come si sviluppa questa idea, in che ambito e a che punto stiamo?

I Paesi della sponda mediterranea Europea più Turchia Siria e Israele – mar Nero a parte – non accettano il nuovo Trattato e aderiscono alla filosofia nucleare dominante nel Consiglio di Sicurezza ONU. Quelli di sponda Sud e Medioriente (anche quelli ora in guerra) hanno invece aderito, Iran compreso. Sta a noi costruire con tutti, il dialogo necessario, impostando un lavoro di ricerca e azione caro al professor Alberto L’Abate; per pervenire ad Ambasciate di pace su questi temi nei Paesi interessati.

A livello locale, abbiamo proposto fin dalla Conferenza di istituzione del “Nuclear Ban Treaty” l’inizio di studi per la denuclearizzazione dei porti e delle basi nucleari, portando ad esempio per la zona di Trieste la sussistenza di due porti nucleari militati di transito, a Trieste e Koper-Capodistria in Slovenia, e la presenza di una Scuola di Prevenzione nucleare dell’Agenzia atomica di Vienna, proprio nel Golfo triestino presso Miramare.

Questi studi potrebbero ovviamente essere utili a tutti se svolti nell’ottica della denuclearizzazione prevista dal Trattato per il Bando al Nucleare. Per questo abbiamo invitato al Convegno palermitano rappresentanti del porto nucleare militare di Augusta, dei Comitati NoMuos di Niscemi e della ex base dei missili nucleari Cruise di Comiso. Anche a testimonianza quest’ultima, di una vittoriosa battaglia nonviolenta svoltasi negli anni ottanta, che ottenne la completa riconversione ad uso civile della base, ora divenuta aeroporto e intitolata a Pio La Torre, cha anche per questo con ogni probabilità fu ucciso dalla mafia, dopo una iniziativa contro i missili atomici cui parteciparono un milione di persone.

Si sta aprendo strada l’idea di riappropiarsi del “mare nostrum” come luogo di incontri invece che di scontri. Un’idea cara a Danilo Dolci…

Mare Nostrum, un nome di cui si prova una certa nostalgia oggi, quando la missione omonima a soccorso dei migranti nel Canale di Sicilia è stata sostituita da Frontex e si sta impedendo il soccorso internazionale ai naufraghi nel Mediterraneo. Noi del Comitato pace e convivenza Danilo Dolci e di Mondosenzaguerre Trieste, stiamo assistendo in parallelo alla ripresa della rotta balcanica dei migranti, in presenza di politiche purtroppo analoghe prese dalla Regione, cui corrisponde una sensibilità molto scarsa da parte Slovena, per non parlare dell’approccio apertamente violento della polizia croata.

Sicuramente Danilo Dolci, nato presso Trieste a Sežana da padre italiano e madre slovena (con quel che di razzistico poteva significare in era fascista) si sarebbe occupato di migrazioni al giorno d’oggi. Ma tornando all’argomento dell’intervista, la sua figura rappresenta uno snodo nonviolento fondamentale per la 2ª Marcia Mondiale Pace che entrerà in Italia a febbraio 2020 da Trieste e ne uscirà da Palermo, dove Danilo ha lottato. Anch’egli si occupò di nucleare, rispetto la base di sottomarini americana a La Maddalena in Sardegna, dove accadde un incidente militare importante.

È storia lo scontro nello Ionio fra la portaerei Kennedy e un incrociatore, ambedue a propulsione nucleare e probabilmente con armi di distruzione di massa a bordo. Come pure la perdita di un paio di bombe nucleari da un aereo in volo presso Palomares in Spagna, con gravi contaminazioni a terra e un ordigno mai ritrovato in mare.

ottobre 21, 2018

VàZapp: vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura

Pubblicato su Pressenza il 05.09.2018 –

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

VàZapp: vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura

Giuseppe Savino è il presidente dell’Associazione Terra Promessa che ha fondato l’hub rurale VàZapp; VàZapp ha recentemente lanciato la petizione per far dichiarare dall’UNESCO le mani dei braccianti e dei contadini patrimonio immateriale dell’Umanità.

Come è nata VàZapp’?

Vàzapp nasce nel lontano novembre 2013 dall’idea di Don Michele de Paolis (un sacerdote salesiano ultra ottantenne costruttore di futuro che ha edificato molte opere in provincia di Foggia e in America Latina per le persone disagiate; amava leggere libri sul tablet, comunicare con le email, commentare i post di Facebook e incontrare i giovani si notte nei pub. È venuto a mancare all’età di 93 anni, nell’ottobre 2014, dopo una breve malattia) e da me, Giuseppe Savino (contadino dalle scarpe grosse e dal cervello senza confini, che decide di lasciare il posto fisso per seguire il suo sogno di vita). Don Michele vuole dare qualcosa in più ai giovani, fornirgli strumenti per potersi valorizzare nel territorio. Nasce, quindi, il desiderio di iniziare a creare una comunità rurale, che si occupasse dei reali problemi degli agricoltori, che gli ascoltasse e che gli riconsegnasse dignità. Questa è, quindi, la motivazione primaria alla base dello sviluppo di Vazapp, il primo hub rurale del territorio daunio. Il 21 gennaio 2014, nasce l’Associazione di Promozione Sociale “Terra Promessa”, il cui statuto è scritto dai due founder, e vede la partecipazione di Valeria Carannante (oggi co-founder di Vazapp), Michele Savino e Sanny Torretta, per poter costituire Vazapp come ente giuridico al fine di poter registrare marchi o partecipare a progetti di finanziamento. Nell’aprile 2014, viene registrato il nome di Vazapp, presso la Camera di Commercio di Foggia, grazie al sostegno finanziario di Don Michele alla collaborazione gratuita per la realizzazione grafica del logo.

Cosa vi ha ispirato nella scelta del nome?

Il nome Vazapp, che nel dialetto foggiano significa “Vai a Zappare”, è stato coniato da me e Valeria Carannante. Molto spesso, questa è l’esortazione che il padre fa al figlio quando il primo dissente dai propositi lavorativi “diversi e innovativi” del secondo: un’accezione dunque negativa. Nel caso di specie, esso assume un significato del tutto contrario e, quindi, positivo: zappare la terra quale atto di riscoperta del lavoro agricolo.

In cosa consiste la vostra attività?

L’Hub rurale è un luogo d’incontro, di scambio e di confronto ha l’obiettivo di sviluppare e facilitare le relazioni tra i contadini per favorire forme di collaborazione/cooperazione necessarie a sviluppare modelli imprenditoriali innovativi e sostenibili, attività dal basso.

È, pertanto, un luogo d’incontro, di scambio e di confronto, dove favorire le relazioni e la fiducia tra gli agricoltori al fine far nascere forme di collaborazione e cooperazione, ovvero attività imprenditoriale dal basso. In sintesi: Vazapp fa innovazione sociale in agricoltura. Una definizione di partenza, univoca e riconosciuta a livello internazionale, è quella riportata nel Libro Bianco sull’Innovazione Sociale di Murray et al. (2010). Essa afferma che per innovazione sociale si intendono: «… le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa». Vazapp si interfaccia a vari livelli con le istituzioni, per un confronto costruttivo volto ad apportare un bene profondo al settore.

Tra i progetti e gli eventi da voi organizzati, ce ne sono alcuni che vi stanno particolarmente a cuore, di cui vorreste parlarci più nello specifico?

La Contadinner (la Cena dei Contadini) rappresenta lo strumento (format) innovativo, ideato dalla comunità rurale, per creare relazioni sociali necessarie al cambiamento del volto dell’agricoltura e alla costituzione di una vera e propria comunità rurale. Il percorso pianificato per la provincia di Foggia ha previsto venti cene, ciascuna con venti giovani agricoltori, in venti sedi diverse, per un totale di 400 giovani agricoltori coinvolti (20 20 20 – Contadinner). L’idea vincente, apprezzata a livello regionale e nazionale, prevede che giovani agricoltori e non, appartenenti allo stesso territorio, siano invitati a cena a casa di un contadino, denominato “host”. L’evento è organizzato dall’host stesso, il quale seleziona e invita i confinanti alla serata. I facilitatori (animatori) sociali, e le altre professionalità di Vazapp, si occupano, invece, dell’intera organizzazione: dalla comunicazione alla logistica, dall’allestimento degli spazi all’animazione (di seguito denominata dinamica). La cena è aperta ad altre 30 persone (interessate all’evento come stakeholder o per venire a contatto con i produttori agricoli locali) con le quali gli agricoltori, dopo essersi raccontati, sono liberi di confrontarsi e stringere relazioni e partnership. Durante la Contadinner, gli agricoltori sono invitati a compilare anche un questionario, preparato ad hoc da alcuni docenti dell’Università di Foggia, componenti di Vazapp. L’indagine ha come obiettivo la mappatura “in tempo reale” delle aziende del territorio e il monitoraggio dei partecipanti, delle loro attività, delle caratteristiche delle loro aziende e prodotti, delle loro esigenze di innovazione, punti di forza e di debolezza, percezione delle opportunità e delle minacce. I dati rilevati, inoltre, non solo sono funzionali alla comprensione dell’evoluzione del network di relazioni e alla misura dei suoi impatti, ma costituiscono gli elementi per procedere alla realizzazione di Big Data in agricoltura.

Quali sono i principali obiettivi che VàZapp’ si propone? Soprattutto nei confronti (e grazie ai) giovani?

Vogliamo coltivare su un terreno ancora poco utilizzato in agricoltura, vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura. Siamo i primi a parlare di “Filiere Colte” in Italia, pensiamo che su questo terreno si decida il futuro dell’agricoltura dei prossimi anni.

Quali sono i valori che guidano la vostra attività e che vi motivano?

Seminare e coltivare speranza nel nostro territorio, affinché ogni giovane possa decidere liberamente di restare e realizzarsi nella sua terra conferendole nuova bellezza, come voluto dal fondatore Don Michele de Paolis; credere nella rivoluzione dal basso, alla quale bisogna guardare con orgoglio, domandandosi cosa si possa fare, per esserne parte; l’amore per l’agricoltura e per la terra e la voglia di restare per non essere spettatore ma protagonista del cambiamento innescato da VaZapp.

Da quante persone è composto il vostro team? Avete sempre lavorato a contatto con l’agricoltura o, in caso contrario, cosa vi ha avvicinato ad essa?

Esso è formato da giovani che presentano grandi doti comunicative, progettuali, di networking e aggregative, con il desiderio e la passione di reinterpretare l’agricoltura e il territorio assieme ai contadini, divenendo attivatore sociale e innovation broker (mediatore di innovazione). Il gruppo di Vazapp è composto attualmente da 23 persone: alcuni di queste sono strettamente legate al mondo agricolo (2 imprenditori agricoli e 2 agronomi), altri hanno mostrato da sempre un forte legame con tale settore anche se appartenenti a professioni lontane da esso (architetti, videomaker, fotografi, giornalisti, social media manager, docenti universitari, restauratori, sviluppatori di siti web). Il comune denominatore è il desiderio di essere dalla parte di chi fa concretamente qualcosa per il territorio locale; la voglia di relazionarsi con nuove persone; la possibilità di generare nuove opportunità e utilizzare le proprie professionalità per migliorare e dare linfa al territorio.

C’è qualcosa che vorresti aggiungere in merito a VàZapp’ o semplicemente qualche messaggio che vorreste lasciare ai nostri lettori?

Il nostro è un piccolo percorso nato in una piccola casa di campagna che però sta avendo un grande impatto, è di oggi la notizia che la nostra petizione per far diventare le mani dei braccianti e degli agricoltori “patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco” ha raggiunto 25.000 firme. Crediamo nei sogni, li corteggiamo, non ci lamentiamo ma cerchiamo di fermentare nei momenti difficili che reputiamo sempre un’occasione per crescere e migliorare. Ai lettori vogliamo dire che il miglior modo di realizzare i propri sogni è svegliarsi e fare qualcosa, anche una goccia alimenta il mare e per citare don Michele e il suo testamento: “Se vi manca qualcosa nella vita è perché non avete guardato abbastanza in alto”.

settembre 5, 2018

Addio alle armi: una prospettiva necessaria

Pubblicato su Pressenza il 25.07.2018

Addio alle armi: una prospettiva necessaria

(Foto di Possibile)

Stefano Iannaccone è un giornalista impegnato: ha collaborato su politica e cronaca estera con numerose testate e dall’anno scorso è addetto stampa di Possibile. Ha lanciato il sito e la campagna “Addio alle Armi”.

Ci puoi spiegare l’iniziativa e raccontare come sta andando?

Addio alle armi è nata come una campagna di Possibile, insieme a una serie di altre mobilitazioni messe in cantiere da Giuseppe Civati e proseguite dall’attuale segretaria Beatrice Brignone. L’iniziativa, tuttavia, vuole raccogliere tutte le energie e le sensibilità sul tema: è stata pensata come un impegno culturale e politico, insieme. Il sito addioallearmi.it è aperto a ogni contributo, non c’è bisogno di tessere per aderire alla mobilitazione. Nel dettaglio la campagna si muove su due binari. Il primo è quello più ‘tradizionale’, cioè il disarmo globale, partendo da una riduzione delle spesa militare internazionale e ovviamente Italia compresa. Non dimentichiamo che le bombe italiane vengono vendute all’Arabia Saudita e sganciate in Yemen. Il secondo binario, invece, è quello più prettamente italiano con l’attualità della riforma della legittima difesa. Formula dietro cui si cela il desiderio di mettere più armi nelle mani degli italiani. Seguendo quel modello svizzero, molto caro alla Lega di Salvini.

L’informazione può fare di più per combattere questa idea di destra più armi uguale più sicurezza?

I professionisti dell’informazione possono fare di più con un gesto semplice: facendo con rigore il proprio lavoro. E quindi raccontando i dati e le storie che ci sono dietro a quei numeri. Parlo di tragedie quotidiane di armi da fuoco ‘legalmente detenute’, che sono strumento di morte. Qualche giorno fa sul sito abbiamo pubblicato un intervento di Gabriella Neri, che ha perso il marito, 8 anni fa, per mano di un uomo armato. Sono stragi di famiglie, donne uccise, uomini assassinati, perché hanno iniziato una relazione con una ex, o bambini vittime di raptus. Questi episodi di cronaca vanno messi insieme, non sono accadimenti ‘alieni’, perché formano il contesto complessivo del fenomeno ‘armi’. Avere pistole e fucili in casa non porta più sicurezza: favorisce delitti e, d’altra parte, spinge i ladri ad armarsi prima di entrare in un appartamento. Un autentico far west, appetitoso per chi produce e vende armi.

L’industria italiana delle armi di vario tipo è una lobby potente che ha condizionato i governi di ogni segno da tanti anni: cosa fare per invertire questa tendenza?

Il primo passo è una legge che restringa la concessione delle licenze. Dal 2016 al 2017 c’è stato un aumento di oltre 80mila licenze sportive. Davvero crediamo che sia stato un boom di passione per il tiro sportivo? Siamo seri. Ecco che bisogna partire da una norma che faccia conservare munizioni e armi ai poligoni, come prevedeva un disegno di legge presentato nella scorsa legislatura. Poi è necessario provvedere a fare verifiche più stringenti sui requisiti per ottenere una licenza. È mai pensabile persone con problemi psichici accertati abbia armi a disposizione?

Le città umane sono città sicure: cosa ha fatto e cosa deve fare la politica per promuovere e realizzare questa idea?

Nessuno ha la soluzione in tasca. Ma sono certo che una serie di misure consentirebbero un miglioramento della situazione. Cerco di fornire un elenco molto rapido: la promozione politiche sociali efficaci, garantire lavoro e sostegno alle persone più deboli, il contrasto al degrado nelle periferie, l’attuazione di politiche concrete di integrazione. Bisogna creare contatto tra le persone: la reciproca conoscenza aiuta a eliminare la diffidenza

La storia dimostra (il caso Osella con le mine) che è possibile riconvertire senza perdere posti di lavoro: sarà ora di dire, anche a sinistra, che i posti di lavoro nei comparti industriali si difendono riconvertendo le industrie inquinanti e belliche?

È un impegno fondamentale per differenziare la sinistra, offrendo soluzioni concrete. Purtroppo la sinistra, per anni, ha imitato la destra: dall’immigrazione alla legittima difesa, è diventato difficile trovare le differenze. La riduzione delle spese militari non è infatti solo un’ossessione ideologica, come dicono i sostenitori dell’industria bellica, ma è una concreta opportunità. Nessuno vuole togliere posti di lavoro, l’idea è quella di renderli migliori. Pensiamo un attimo: tutte le competenze impiegate oggi per costruire armi possono essere riconvertite per progetti decisamente meno impattanti. Sull’ambiente e di conseguenza sulla qualità della vita di ognuno di noi.

agosto 18, 2018

Saint Exupéry, la guerra, l’essere umano e l’impasto di stelle

Pubblicato su Pressenza il 21.07.2018 

Saint Exupéry, la guerra, l’essere umano e l’impasto di stelle

La grandezza del Piccolo Principe ha finito per offuscare il resto dell’opera di Antoine de Saint Exupéry; per giunta il suo non essere schierato nei campi che la polarizzazione successiva alla sua morte imponeva ha aggravato questa situazione.

Per cui benissimo hanno fatto alle Edizioni Piano B a pubblicare una raccolta di scritti dei tempi della guerra (prima la guerra civile spagnola, poi la seconda guerra mondiale) in cui traspare, al tempo stesso, la sua figura di giornalista, di pilota di guerra e di filosofo. Lettera al Generale X e il senso della guerra 
spazia dagli articoli su Paris Soir, ai discorsi pubblici, ai carteggi a volte mai spediti, a estratti da altri testi legati appunto dal sottotitolo: il senso della guerra.

E il senso della guerra è strettamente legato al grande dibattito che si svolge in quegli anni di crisi e di orrore di cui la guerra è l’evidente allegoria e dimostrazione: il significato della vita dell’uomo, il senso della vita e la definizione dell’Essere Umano. La differenza tra la cattedrale e i mattoni che la compongono sembra essere la preoccupazione che assilla Saint Exupéry, il tutto che non è la somma delle parti ma anche la totalità che schiaccia l’individuo.

Non sappiamo se ci sia un sottile legame tra quello che scrive Saint Exupéry e ciò che dirà nel 1945 Jean Paul Sarte nella conferenza L’Esistenzialismo è un Umanismo, però abbiamo la sensazione che le riflessioni di Saint Exupéry stiano nell’ampio dibattito che ferveva tra gli intellettuali non schierati con i totalitarismi di turno, sia quelli “ufficiali” del delirio nazifascista, sia quelli celebrati “democratici” del totalitarismo statunitense e sovietico.

Perché dalla guerra e dai combattenti (Antoine si chiede della pace ma non è un pacifista nel senso classico e letterale del termine) esce l’inquietudine reale di superare ogni orrore prodotto dalla divisione e dalla guerra. Tremendamente attuali queste parole:

“Non contrapponetemi l’evidenza delle vostre verità: avete tutti ragione. Ha ragione perfino chi scarica le disgrazie del mondo sui gobbi. Se noi dichiareremo guerra ai gobbi, se lanceremo l’immagine di una razza di gobbi, impareremo in fretta ad esaltarci. Tutte le villanie, tutti i delitti, tutte le prevaricazioni dei gobbi le attribuiremo a loro. E faremo giustizia. E quando annegheremo nel suo sangue un povero gobbo innocente, alzeremo tristemente le spalle: ‘questi sono gli orrori della guerra… Egli paga per gli altri… paga per i delitti dei gobbi’ Perché senza dubbio anche i gobbi commettono delitti”.

Ma il tema centrale che traspare dai vari scritti è quello dell’Essere Umano e della sua dimensione universale:

“Se noi tendiamo a questa coscienza dell’universo, penetriamo nel destino stesso dell’uomo. Solo i bottegai tranquillamente piazzati sulle rive del fiume senza vedere scorrer l’acqua, lo ignorano. Ma il mondo evolve. La vita è nata da una lava in fusione, da un impasto di stelle. A poco a poco ci siamo elevati sino a comporre delle cantate e a soppesare delle nebulose. E il commissario, sotto le bombe, sa che la genesi non è compiuta e che egli deve proseguire nella sua elevazione. La vita marcia verso la coscienza. L’impasto di stelle nutre e dà lentamente forma al suo fiore più bello”.

Ed infine un ringraziamento all’anonimo curatore del libro (poteva palesarsi e non sarebbe stato male se scriveva una introduzione per i neofiti, piccola critica costruttiva del recensore) per aver incluso l’ultima lettera, prima del maledetto (ma forse inesorabile) ultimo viaggio:

“Se vengo abbattuto non voglio rimpiangere nulla. Il termitaio futuro mi atterrisce. Io odio le loro virtù da robot. Preferisco essere un giardiniere”.

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Antoine de Saint Exupéry

Lettera al generale X e il senso della guerra

Piano B Edizioni 2014