Archive for ‘Interviste’

luglio 23, 2017

Ucraina: lavoriamo per avvicinare i popoli

Publicato su Pressenza il 10.07.2017

Ucraina: lavoriamo per avvicinare i popoli

I bambini ucraini disegnano contro la guerra (Foto di Associazione Italia-Ucraina Maidan)

Mauro Colombo è segretario esecutivo dell’Associazione Italia-Ucraina Maidan, associazione culturale che opera da vari anni nel campo dell’aiuto umanitario alle popolazioni colpite dalla guerra, dell’informazione sulla realtà dell’Ucraina e sulla fratellanza tra i popoli.

In questi giorni l’Associazione ha spedito in Donbass due containers di aiuti umanitari.

Mauro, puoi intanto darci i dettagli di questa ultima operazione e spiegarne il perché?

Dai primi giorni del conflitto, l’Ucraina ha dovuto gestire un’enorme quantità di problemi, tra i quali il 1.400.000 profughi interni provenienti dalle zone del Donbass occupate dai separatisti filorussi e dalla Crimea, illegalmente annessa alla Russia.
La risposta della società civile è  stata esemplare e si sono attivate molte associazioni sul territorio. Purtroppo la disponibilità economica in Ucraina è molto scarsa a causa di oltre 26 anni di crisi. Noi abbiamo lavorato con la diaspora in Italia organizzando raccolte fondi per poter inviare vestiti,  cibo e materiale sanitario. Oltre a contribuire alle necessità pratiche ci interessa molto che ai profughi fuggiti dalla guerra arrivi un messaggio importante: non siete soli, non credete alla propaganda, i vostri fratelli sono qui e si occupano di voi.

Perché  hai nominato la Crimea? Li non c’è la guerra…

Prima  dell’annessione illegale alla Russia, le lingue ufficiali erano l’ucraino, il russo e il tataro. Ora è solo il russo e le minoranze etniche ucraina e tatara sono state vittime di gravi  discriminazioni e abusi fino  dai primi giorni. Molti hanno perso la casa o l’attività commerciale, in favore dei nuovi occupanti. Molte migliaia di persone hanno abbandonato la penisola temendo per la propria incolumità e quella dei propri cari.
Al leader tataro e parlamentare ucraino Mustafà Djemilev è  stato vietato l’ ingresso sulla sua terra, la Crimea.
Ma di questo ci sarebbe molto da parlare.

La situazione sul terreno qual è?

Ora la situazione profughi è stabile, la guerra si percepisce solo sulla linea del fronte, ma tutto il paese si aspetta cambiamenti radicali e profondi. Si respira una certa insofferenza perché da una parte non è semplice mettere mano a gravi problemi che affliggono il paese, dall’altra ci sono molte forze che si oppongono ai cambiamenti. In molti casi il ”nemico” non è  oltre il fronte, bensì  all’interno del paese.

C’è un certo silenzio sul conflitto da quando sono stati raggiunti degli accordi di cessate il fuoco: quali sono le prospettive verso una pace definitiva?

Al momento il conflitto è  classificato ” a bassa intensità ‘: ciò  significa che due morti e cinque feriti in media al giorno e 3  milioni di persone in ostaggio di pazzi mercenari non sono urgenti per nessuno.
Gli accordi di Minsk sono stati disattesi dai primi minuti successivi le firme.
Putin non abbandonerà mai la Crimea perché strategica a livello militare.
Il conflitto in Donbass serve alla Russia per tenere sotto scacco l’Ucraina e impedirle di sfuggire alla propria orbita. Sarà un conflitto congelato come è  stato, ed è  ancora, per Trasnistria, Ossezia del Nord, Inguscezia, Abkhazia e Nogorno Karabak.

Forse a molti i nomi di queste regioni risulteranno sconosciuti; spesso siamo distratti quando le bombe cadono provenendo da est… comunque fanno  parte dello stesso disegno.

La pace non sarà  possibile finché saremo indulgenti sulla violazione degli accordi internazionali e finché l’ ONU sarà immobilizzata dalla possibilità  di porre il veto da parte dei paesi più  potenti.

Nel frattempo lavoriamo con la gente nell’intento di frenare l’escalation di odio e favorire l’avvicinamento tra i popoli a dispetto degli interessi delle élite dei potenti.

luglio 22, 2017

Sono ancora gli stranieri a voler mettere le mani sull’Afghanistan

Pubblicato su Pressenza il 03.06.2017

Sono ancora gli stranieri a voler mettere le mani sull’Afghanistan

Atai Walimohammad è un profugo afgano che vive in Italia dal 2013 e lavora come mediatore linguistico e culturale. Ha cominciato a collaborare con Pressenza per parlare del suo paese e, in generale, della situazione dei rifugiati.

Atai puoi brevemente raccontare la situazione da cui sei fuggito e quello che ti è successo che ti ha costretto a fuggire?

Ho studiato due anni in una madrasa, la scuola coranica dove a dispetto del nome “scuola” si insegna ormai solo la jihad, la guerra doverosa (non “santa”, questo è un termine che ha più a che fare con il cristianesimo e che ha portato a parecchi equivoci). In pratica, dove si insegna solo ed unicamente a diventare kamikaze.

Abbinare a questo la parola “scuola” fa rabbrividire. Eppure, questa era – e forse è ancora – la realtà. Tanti ragazzi come me sono stati indottrinati così. Un lavaggio del cervello che spingeva i miei amici a diventare shahid, ossia martiri. Rinunciare alla vita per assassinare: l’annullamento di 10.000 anni di faticoso progresso. L’indottrinamento era tale che le famiglie di questi miei amici erano contentissime quando i Talebani diedero loro il certificato del paradiso per questi “martiri”. Lo sono stati martiri, questi ragazzi, ma i carnefici non erano di certo le loro vittime, bensì chi aveva fatto loro quell’indegno lavaggio del cervello. Dopo che alcuni dei miei amici si sono fatti esplodere, le loro mamme piangevano e si frustavano, io ogni giorno sentivo le brutte notizie e la mia mamma mi disse che dovevo fare anche io il kamikaze contro i non musulmani.  I talebani, nel frattempo, riuscirono ad impossessarsi del villaggio. Era il febbraio 2012. Dal centro di addestramento dei kamikaze partì un blitz che prese il controllo della zona. In un solo mese riuscirono a compiere svariate atrocità: la lapidazione in pubblico di un ragazzo ed una ragazza per adulterio, l’impiccagione di 14 ragazzi che lavoravano per l’esercito afgano e lo sgozzamento di un uomo, e mio amico, che tramite una dinamo era riuscito a portare l’elettricità a tutto il villaggio. La “sentenza” fu giustificata con il fatto che l’elettricità poterebbe la gente ad avere televisione e radio, due cose effimere, e quindi peccato mortale. Il rifiuto dell’amore fisico, il rifiuto della diversità di idee, il rifiuto del progresso tecnologico. In un solo mese (perché un mese è durato il terrore talebano nel villaggio) tutta la barbarie possibile.

I fanatici religiosi mi ostacolavano. Parlavano male di me. Dicevano che ero “infedele”. Ma io continuavo ad andare a scuola ed a studiare la scienza e non la religione. Così sono cresciuto e il mio sogno era quello di diventare uno psicologo come papà e di continuare la sua opera. La mattina frequentavo la scuola ed il pomeriggio seguivo corsi di matematica, biologia, fisica e chimica. Perché, anche se nessuno se lo ricorda più, un tempo l’Afghanistan era una terra di grandi scienziati e matematici.

Io ero ancora un ragazzino, ma con l’aiuto del Governo sono riuscito ad aprire nel mio villaggio un centro per l’apprendimento dell’inglese e dell’informatica aperto tanto ai bambini quando agli adulti. All’inizio erano proprio in pochi a venirci! Ma, piano piano, il loro numero è aumentato anche se la mia scuola aveva davvero pochi mezzi. Una volta a settimana venivano gli americani di pattuglia al villaggio ed io, che sapevo l’inglese, andavo sempre a parlare con loro. Un giorno gli americani mi portarono libri, quaderni, tappeti, sedie, matite, lavagne e tavoli. Ero felice. Potevo avere una scuola vera! Lo ricordo come uno dei momenti più belli della mia vita, il giorno in cui distribuii tutto il materiale ai ragazzi e alle ragazze del villaggio. Anche la gente cominciava a cambiare idea, a capire che un libro è un’arma migliore del fucile. Io continuavo a studiare scienza, ma mi dilettavo anche di arte. Un giorno di febbraio io e il mio fratellino Atai Dostmohammad abbiamo fatto una scultura e l’abbiamo portata a scuola per farla vedere agli studenti. All’inizio erano contenti di vederla ma poi qualcuno ha cominciato a dire che rassomigliava a Buddha e alcuni si sono arrabbiati. E’ arrivato un insegnante di teologia che ha rotto la mia statua e ha incitato i ragazzi a picchiarci. Siamo tornati a casa insanguinati. Da quel giorno si è sparsa la voce che mi fossi convertito al buddhismo e la gente ha cominciato a trattarmi da infedele. Nessuno è più venuto nella mia scuola. Allora mi hanno accusato di essere una spia e di essermi convertito al cristianesimo. I talebani hanno dato alle fiamme la mia povera scuola e mi hanno cercato a casa, devastando e bruciando tutto quello che era mio. Per fortuna, ero lontano, altrimenti mi avrebbero ucciso. Ma non sono più tornato a casa. Sono scappato verso la provincia di Herat e ho deciso che avrei lasciato per sempre la mia patria.

A tuo fratello come è andata e in che problemi si trova attualmente?          

Al mio fratello maggiore, Dott. Atai Liaqat Ali, le cose non sono andate così bene. Lui era un medico e lavorava in un ospedale statale. Stava facendo la specializzazione e fu avvicinato dai talebani che gli chiesero di lavorare per loro e che non doveva più curare i governativi. Lui rifiutò. Così lo rapirono mentre lavorava in corsia. A lungo, lo torturarono con l’elettroshock. Alla fine lo abbandonarono mezzo morto sul ciglio di una strada. Da quel momento, non è più stato quello di prima. Il suo cervello ha subito gravi danni e la sua menomazione è presumibilmente irreversibile. Solo le cure antipsicotiche riescono a dargli un po’ di sollievo. Quello che rimane della mia famiglia, riuscì a farlo ricoverare in un ospedale pakistano, mentre i talebani davano alle fiamme il suo ospedale e la sua casa. Così anche mio fratello fu costretto a raggiungere l’Italia. Il suo viaggio fu ancora più difficile a causa delle sue condizioni di salute. Ma ancora urla per la paura di essere catturato dai talebani anche se sa che è in Italia. Si era sposato circa 2 mesi prima dell’episodio. È stato ascoltato dalla commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ed ha avuto lo status di rifugiato come me.

Qual è il tuo giudizio sulle istituzioni che lavorano con i rifugiati? E quello sulle associazioni di volontariato del settore?


Oggi molti italiani hanno paura delle migrazioni non perché siano ostili alle persone dei migranti, ma perché vedono che l’emergenza è gestita male, e soprattutto non ne vedono la fine. L’impressione è che il governo e gli enti locali stentino a organizzare sia l’accoglienza, sia i rimpatri; e soprattutto non riescano a disegnare un orizzonte che dia ai cittadini quella sicurezza anche psicologica senza cui l’integrazione resta utopia. Il tentativo di coinvolgere l’Europa sta dando i primi risultati. Ma gli italiani sanno che le guerre civili nel Nordafrica e in Medio Oriente non sono affatto finite, che per stabilizzare l’area serviranno anni se non decenni; e non intravedono ancora né le regole né le azioni che consentano di salvare i profughi, sottraendoli ai trafficanti di uomini. Dopo due anni di lezioni di italiano, corsi di formazione e lavori per la comunità, i problemi di integrazione sono superati, ma burocrazia e incapacità del legislatore finiscono per vanificare ogni sforzo. I pochi che ottengono lo status di rifugiato dopo un’attesa che può superare i due anni, devono lasciare il centro entro tre giorni senza un euro in tasca, senza un lavoro e un’altra struttura che metta a frutto l’investimento pubblico fatto su di loro per trasformarli in cittadini. Così la proposta del ministro degli Interni Marco Minniti di legare lo status allo svolgimento dei lavori socialmente utili, qui a Zavattarello in centro in cui io lavoro suona come una beffa. “Chi ha ricevuto risposta negativa può rimanere qui fino all’ultimo grado di giudizio. Continua a studiare, a lavorare. Ha cibo e un tetto. Ma se gli riconoscono lo status di rifugiato dobbiamo metterlo alla porta e tanti saluti”.

C’è da essere orgogliosi del modo in cui molti italiani stanno reagendo. Le associazioni di volontariato fanno un grande lavoro, spesso sopperendo alle lacune della pubblica amministrazione. E gli uomini in uniforme continuano a salvare vite, dovere giuridico e morale che in nessun caso può mai venire meno. Ma lo Stato, insieme con gli altri Paesi europei, deve fare molto altro: alleggerire il peso che grava sulle frontiere, organizzando il viaggio dei profughi e il respingimento dei clandestini; e far funzionare la macchina dell’integrazione, legando i diritti ai doveri, che comprendono la conoscenza e il rispetto dei nostri valori, a cominciare dall’uguaglianza tra uomo e donna. A patto di rispettare la paura ed eliminarne le ragioni.

La guerra in Afghanistan sembra una guerra senza fine: esiste secondo te una volontà di terminarla?

Da molti anni quasi tutte le nazioni del mondo sono impegnate nella missione di pace in Afghanistan, e dopo 17 anni e 5 mesi della loro presenza non è stata portata la pace nemmeno in un distretto del paese, e addirittura i problemi sono aumentati. Prima erano solo i talebani ma adesso ci sono anche gli altri gruppi terroristici come Isis, Haqani e etc. in incubazione le uova degli altri gruppi terroristici e sappiamo benissimo dove nascono e come crescono, e chissà quando nascono come li chiameranno? Ma sono figli tutti dello setsso padre, tutto comincia dal Pakistan alleato degli Stati Uniti; così nessuno dice nulla. Non è ammazzando i terroristi che si risolve il problema del terrorismo, bisogna eliminare le ragioni che li rendono tali. Questo vuol dire che finché ci sono i campi petroliferi e gli interessi dei paesi stranieri la guerra non finirà mai in Afghanistan e in mezzo la povera gente come da sempre va ammazzata sia da parte dai talebani (figli dei paesi stranieri) che dai governativi.

luglio 22, 2017

Lorenzo Russo: servono più persone che lottano per i diritti delle persone

Pubblicato su Pressenza il 15.05.2017

Lorenzo Russo: servono più persone che lottano per i diritti delle persone
Gli attivisti di All Out nel cellulare della polizia russa (Foto di All Out)

Lorenzo Russo ha 16 anni, è gay ed è una persona impegnata in azioni per la difesa dei diritti umani delle persone LGBT.  L’ultima di queste azioni è consistita in una petizione su Change che in un mese ha raggiunto quasi mezzo milione di firme.

Da solo, con un gruppo? Con gli amici? Lorenzo, puoi far un riassunto di come è nata la tua iniziativa?

La mia iniziativa di raccolta firme è nata da una mia idea. Dopo che sono venuto a sapere cosa stava e sta anche adesso succedendo in Cecenia, sentivo il bisogno di fare qualcosa anch’io nel mio piccolo. Allora ho creato la petizione su Change.org; non mi sarei mai aspettato un adesione così massiccia, sintomo che non sono solo a voler fermare queste atrocità, ma siamo ben mezzo milione.

Tu citi anche una campagna internazionale su questi temi. Ce ne parli?

Pochi giorni dopo aver lanciato la petizione, visto il grande successo che stava avendo, il sito di Change ha deciso di unire le mie firme a quelle di una campagna internazionale analoga, perciò è molto importante che si firmi la mia petizione per far sì che le nostre voci italiane si uniscano a quelle di tutto il mondo.

Cosa è successo in questi giorni?

li attivisti di All Out stavano per consegnare le firme di un’altra petizione, quando sono stati fermati dalla polizia, compreso anche il nostro connazionale Yuri Guaiana. Tutto ciò a Mosca. Vergognoso è dir poco; una politica, quella di Vladimir Putin, che sta ostacolando la giustizia per tutti gli omosessuali torturati e detenuti in Cecenia.

Quali sono le prossime azioni che intendete mettere in marcia?

Purtroppo al momento non sono a conoscenza di questo, ma posso dire di diffondere il più possibile le notizie dalla Cecenia, visto che i media non lo fanno. Per adesso è l’unica cosa che possiamo fare.

Su Change si vedono messaggi sulla tua petizione che invitano a farsi gli affari propri, ad occuparsi di altro e simili: cosa rispondi tu?

Cosa posso rispondere? Il giorno in cui ognuno penserà solo agli affari propri il mondo andrà in rovina. Fortunatamente oggi c’è ancora chi lotta per i diritti delle persone; servirebbero più persone così , invece di animali da tastiera che non vedono l’ora di sputare odio.

In giro insistono sui giovani che non si interessano più a nulla. Come combattere questo stereotipo?

Questo stereotipo esiste ed è sbagliato. Io sono giovane, ho 16 anni, vivo con i miei coetanei e assicuro che in molti abbiamo tanta voglia di fare e di interessarci al mondo che ci circonda, ma molto spesso ci viene insegnato male o non veniamo compresi. E molto più spesso non ci vengono date le possibilità. Questi errori vengono commessi in primis dalla scuola; manca a mio parere un insegnamento dell’attualità del mondo e di come ormai sia cambiato.

giugno 8, 2017

Turtle House: le formiche stanno spostando l’elefante?

Pubblicato su Pressenza il 11.05.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Turtle House: le formiche stanno spostando l’elefante?
Teresa Pisanò a Turtle House

Sono circa due mesi che Teresa Pisanò, blogger e viaggiatrice in questo momento a Taipei,  ha lanciato su Change una petizione perché non sia venduta e demolita Turtle House, la casa descritta da Tiziano Terzani in “Un indovino mi disse”. E’ di questi giorni un interessamento all’acquisto e trasformazione in museo da parte della Dante Alighieri di Bangkok che, intanto, ha bloccato la vendita.

Teresa, ci è voluta una salentina emigrata a Taipei per ricordare agli italiani che la casa di Tiziano Terzani era in pericolo di distruzione. Com’è andata la campagna finora? Puoi farci un riassunto?

Dopo essere stata a Bangkok, aver visitato Turtle House e dopo una lunga chiacchierata con Kamsing, custode e giardiniere che visse con la famiglia Terzani, ho sentito che avrei dovuto fare qualcosa per impedire che quella bella casa tradizionale e tutto ciò ad essa legato venisse abbattuto per far posto all’ennesimo palazzone di cemento. “Chi tace è complice”, mi sono detta e, tornata a Taipei ho scritto una petizione indirizzata a tutte le istituzioni italiane presenti a Bangkok, al Ministero dei Beni Culturali e al Ministero degli Affari Esteri. Mai avrei immaginato che avrebbe avuto una simile risposta. Hanno cominciato a contattarmi in molti, tra giornalisti e appassionati di Terzani. Non è stato facile e tuttora non possiamo avere certezze, ma attualmente la Società Dante Alighieri di Bangkok ha preso a cuore la causa e ha in mente un bellissimo progetto: farne la sua sede ufficiale dedicando anche un piccolo museo a Tiziano Terzani. Idea che è piaciuta anche ai vecchi proprietari di Turtle House, pertanto la vendita è stata bloccata.

Nel tuo bellissimo blog Asia Mon amour parli di Tiziano con l’amore di una nipotina per un nonno. Cosa rappresenta Terzani per te e per la gente della tua generazione?

Terzani è stato una bella scoperta, soprattutto perché abbiamo percorso strade simili, seppur in periodi diversi: abbiamo entrambi studiato il cinese, abbiamo vissuto in Cina, il paese che più abbiamo amato. Ci accomunano molte idee sulla vita, il fascino del diverso, l’amore per l’ Asia, i viaggi, l’India. Credo che Terzani sia un esempio da seguire, uno che ha avuto il coraggio di scegliersi la propria vita senza scendere a compromessi, un uomo che ha avuto grandi passioni, che ha studiato tantissimo e che con umiltà ha cercato di capire l’Altro, il Diverso. Importantissimo il suo messaggio, soprattutto in questo periodo storico, dove l’empatia è l’unica cosa che potrebbe cambiare le sorti del mondo.

Ci sono ragionevoli speranze che Turtle House divenga un museo. Cosa possiamo fare per rendere questa speranza più concreta?

Sicuramente continuare a diffondere la petizione il più possibile, sia sui social network, sia sulla stampa. Qualora si raggiunga un accordo con la proprietà, serviranno degli sponsor per sostenere il progetto, essendo la Società Dante Alighieri un ente senza scopo di lucro.

L’Asia di cui parli, l’Asia in cui viaggi cosa può portare in questo momento di positivo alla nascita di un mondo più pacifico, più nonviolento, più rispettoso della conoscenza reciproca e della diversità?

Dovremmo imparare tante cose dagli orientali, per esempio l’accettare gli avvenimenti della vita in modo più fatalista, la collettività, la gratitudine per un sole che sorge, come gli indiani che la mattina sulle rive del Gange lo ringraziano e si inchinano alla sua meraviglia, la spiritualità, che non significa credere necessariamente in un Dio, ma riconoscere la grandezza e l’importanza di ogni cosa; forse in questo modo impareremmo a rispettare di più la vita.

Il primo importantissimo passo è studiare e viaggiare. Viaggiare ti cambia in meglio. Sono convinta che venire a contatto con la Diversità, che sia linguistica, religiosa, culturale o di qualsiasi altra natura, apra la mente e ci renda persone migliori.

giugno 4, 2017

Venezuela: la violenza golpista delle destre si scontra con la maturità del popolo

Pubblicato su Pressenza il 03.05.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Venezuela: la violenza golpista delle destre si scontra con la maturità del popolo
Geraldina Colotti in Venezuela

Registriamo molta confusione e manipolazione su ciò che sta succedendo in Venezuela negli ultimi tempi. Comprendere una situazione significa, per noi, far parlare gli attori sul campo, gli osservatori informati, depurare la notizia dalla propaganda e, soprattutto, chiarire da che punto di vista si parla.  In questo momento storico l’unico punto di vista interessante ci pare quello dello sviluppo umano, dello sviluppo dei popoli. Per questo abbiamo sentito Geraldina Colotti, giornalista del  Manifesto e direttrice dell’edizione italiana di Le Monde Diplomatique, che da molti anni racconta il Venezuela attraverso interviste e reportage. Un punto di vista “schierato”, ma non acritico, e ben documentato, espresso da una giornalista di grande livello professionale.

Geraldina, quando sei stata a Caracas l’ultima volta?

A settembre dell’anno scorso, per oltre un mese, in occasione del 17° Vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati (MNOAL), che si è tenuto sull’isola di Margarita dal 13 al 18 settembre e durante il quale l’Iran ha trasferito la presidenza pro-tempore dell’organismo internazionale – il secondo più grande dopo l’Onu – al Venezuela. Il Mnoal venne formalmente costituito a Belgrado nel settembre del 1961. Gli antecedenti vanno però rintracciati nella Conferenza afroasiatica di Bandung, in Indonesia, dell’aprile del 1955. Allora promossero l’iniziativa cinque paesi decolonizzati dell’Asia: il Pakistan, l’India, l’Indonesia, l’attuale Sri Lanka e la Birmania. A quella conferenza assistettero 29 paesi, che condannarono il colonialismo ancora esistente in Africa e il sistema dell’apartheid e invitarono le grandi potenze a cooperare nella lotta contro il sottosviluppo e la povertà. Nel mondo allora diviso in due blocchi, nasceva il cosiddetto Terzo Mondo. I paesi dell’America Latina e dei Caraibi non furono presenti a Bandung. Il loro ruolo è però risultato determinante in questo secolo, grazie al dinamismo dei governi del “socialismo bolivariano”, che hanno ripreso l’esempio di Cuba e cercato di trasformare la “ritualità” dei vertici internazionali all’insegna dei rapporti non asimmetrici, dell’integrazione regionale, della solidarietà, della cooperazione sud-sud e del non-allineamento alle politiche di guerra.

Com’era la situazione?

All’isola Margarita erano presenti le più alte rappresentanze dei 120 paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina e dei Caraibi e dell’Europa orientale, dei 17 paesi osservatori e 10 organizzazioni osservatrici. Il vertice è stato però completamente silenziato da tutti i media europei, impegnati invece a trasmettere ogni starnuto delle destre venezuelane. In quella sede, si è messo nero su bianco che il dialogo e non la guerra deve guidare le politiche del mondo globalizzato, ogni paese partecipante ha sottoscritto il principio che garantisce la libera circolazione delle persone e non solo delle merci, la libertà di genere, quella del lavoro e della dignità umana e il diritto dei popoli alla propria autodeterminazione. E’ stata lanciata la campagna contro i paradisi fiscali, ripresa anche all’Onu e sostenuta da Papa Bergoglio. Un “patto etico” che ha poi portato, in Ecuador, al referendum che si è svolto in contemporanea alle ultime elezioni presidenziali, vinte da Alianza Pais. Oltre il 50% degli ecuadoriani ha detto no ai paradisi fiscali, nonostante la poderosa campagna delle destre, che a tutt’oggi disconoscono il risultato.

Nei giorni del vertice Mnoal, a Piacenza veniva ucciso durante un picchetto notturno l’operaio egiziano Abdesselem El Danaf, professore nel suo paese, lavoratore della logistica in Italia, e il sindacato Usb organizzava un riuscito sciopero “di classe”… Da quelle parti si parlava di diritti del lavoro che il Venezuela continua a difendere, nonostante il primo obiettivo delle destre, dopo la vittoria alle elezioni parlamentari del 2015, sia stato quello di abolire l’avanzatissima legislazione del lavoro. In quella occasione, si è visto un ulteriore giro di censura sul Venezuela e un ulteriore capovolgimento di senso nel raccontare le notizie. Per dirne una, sull’isola Margarita, nel supermercato vicino all’hotel che ospitava i partecipanti al vertice, in quei giorni si trovava di tutto e a prezzi accettabili. Il giorno dopo la chiusura del vertice, i prezzi erano nuovamente schizzati alle stelle.

E’ incredibile la quantità di attacchi che ha subito Maduro dopo aver vinto le elezioni contro Henrique Capriles, alla morte di Chavez, nel 2013. Come nel Cile di Allende, gli Usa e le destre che pilotano hanno deciso di “far urlare l’economia” venezuelana, complicando le debolezze di un paese petrolifero ancora troppo dipendente dagli introiti dell’oro nero. Un paese ricco di risorse – soprattutto oro e coltan, ma anche risorse idriche e biodiversità – che ha messo in campo un forte processo di redistribuzione e ha intaccato i rapporti di proprietà capitalisti, pur senza aver fatto una rivoluzione di stampo novecentesco, come quella di Cuba. Imponendo un’altissima qualificazione del rischio, le agenzie di rating obbligano il Venezuela a pagare in anticipo e con tassi di interessi stratosferici, come accade per Cuba che soffre il blocco economico degli Stati Uniti.

Il traffico di dollari al mercato nero intossica l’economia e fa aumentare l’inflazione accumulata negli anni della IV Repubblica. Le grandi imprese hanno ottenuto miliardi di dollari a prezzo preferenziale dal governo (in Venezuela la moneta è il bolivar) per investimenti o importazioni che non hanno mai fatto, preferendo speculare sul mercato del dollaro parallelo. Le grandi imprese private hanno intrapreso una gigantesca azione di sabotaggio e accaparramento dei prodotti, per provocare il malcontento nei settori popolari. Com’è possibile che, dopo aver aumentato in modo stellare i prezzi, dopo aver ricevuto così tanti dollari e materia prima, a fronte di code così evidenti l’impresa che produce il mais pre-cotto (il prodotto più usato nell’alimentazione) decida di ridurre la produzione dell’80% anziché aumentarla per far fronte alla richiesta? Se la domanda c’è, perché ridurre l’offerta? Il governo ha reagito con i Comitati di rifornimento e produzione, i Clap. Organismi autogestiti, dall’alto contenuto politico, proiettati verso l’aumento della piccola produzione agricola. Le destre hanno tentato di promuovere saccheggi e violenze, ma senza esito. Purtroppo ci hanno riprovato dopo l’elezione di Trump negli Usa, che ha deciso di lasciare carta bianca e di farla finita con il socialismo del XXI secolo in America Latina. Ma come vediamo in questi giorni, la partita è tutt’altro che chiusa.

Uno dei temi del contendere è come si amministra il potere in Venezuela; Chavez ha disegnato un sistema istituzionale originale. Ce lo puoi spiegare?

La Costituzione bolivariana, nata nel 1999, è un modello originale che attinge alle Costituzioni di vari paesi, dagli Usa alla Francia, all’Italia. Disegna una repubblica presidenziale basata sull’equilibrio di cinque poteri, regolati dal Tribunal Supremo de Justicia. Il TSJ vigila affinché nessuno prevalga sull’altro, pena la destabilizzazione del paese. Un sistema basato sulla democrazia partecipata e “protagonista” e non su quella rappresentativa. Per questo, quando il Parlamento governato dalle destre vuole imporsi a scapito del quadro istituzionale e non riconosce gli altri poteri costituiti, agisce per destabilizzare. Ma, anche in questo caso, i media ce la raccontano diversamente… La Costituzione bolivariana mette anche al centro la sovranità e l’indipendenza nazionale e l’integrazione regionale. Per questo, gli appelli all’intervento esterno, anche militare, votati dall’opposizione in Parlamento sono da considerarsi un vero e proprio tradimento. Ora, per evitare che lo scontro in corso possa degenerare in guerra civile, Maduro ha fatto appello agli articoli della Costituzione che gli consentono di convocare una nuova Assemblea Costituente: per ridiscutere con tutto il paese i termini della rivoluzione bolivariana, consolidarne le conquiste e rinnovare il consenso fuori dalle logiche da apparato. Maduro fa appello al potere “originario”, che conta più di tutti nella Costituzione, il potere popolare, che è costituente. Una svolta storica e anche un azzardo nella congiuntura particolare che vive il paese, provato da quattro anni di attacchi e dalla drastica caduta del prezzo del petrolio.

Da noi nei media mainstream arriva poca informazione e quella che arriva parla di una situazione di guerra civile. E’ un’immagine reale del paese?

La società venezuelana è sempre stata polarizzata. L’opposizione ha una inveterata tradizione golpista: in un primo tempo non ha riconosciuto la Costituzione, poi ha organizzato insieme alla Cia il golpe contro Chavez nel 2002, la serrata petrolifera padronale e non ha mai smesso di provare a sovvertire in ogni modo l’ordine costituito. Ora tenta il tutto per tutto, ma si scontra con la grande maturità del popolo chavista. In qualunque altro paese ci sarebbe stato un bagno di sangue, che le destre cercano a tutti i costi, costruendo ogni tipo di provocazione, organizzando omicidi mirati, femminicidi politici e pagando le bande paramilitari. Intanto, la stampa internazionale attribuisce la conta dei morti al governo e Maduro viene dipinto come “un dittatore”. Sono stata in Venezuela per tutto il periodo delle violenze di piazza del 2014, le guarimbas. Ho constatato la realtà dei fatti: la rivolta dei ricchi contro un modello di inclusione che, pur con tutti i limiti di una sperimentazione prevalentemente basata sul consenso e non su una rivoluzione di stampo novecentesco, consente di mettere in primo piano i bisogni degli esseri umani (e degli animali e della natura) e non gli interessi del capitalismo predatore.

La destra neoliberista promuove in tutto il continente, sia all’opposizione che al governo, una politica basata sullo scontro fisico e la violenza mediatica: quali sono le armi che i progressisti hanno messo in campo per contrastare questa strategia?

I paesi progressisti, come il Brasile e l’Argentina, durante i governi di Lula e Rousseff e dei Kirchner hanno cercato di colmare lo spaventoso debito sociale nei confronti dei settori tradizionalmente esclusi, fornendo loro la possibilità di accedere ai bisogni elementari. Il fatto di non essersi spinti oltre nelle riforme strutturali, come chiedevano i movimenti popolari e la sinistra più definita, ha contribuito al ritorno delle forze conservatrici, che in Brasile hanno impantanato un grande partito come quello dei Lavoratori (il Pt) nella contesa istituzionale assolutamente sfavorevole e nelle alleanze capestro con le forze che lo hanno poi disarcionato, portando a termine il golpe istituzionale contro Dilma Rousseff.

In Argentina, dove i movimenti popolari hanno una forza notevole, manca ancora una direttiva di marcia organizzata e credibile che faccia chiarezza all’interno e fuori dal “peronismo”. Aver candidato l’imprenditore Scioli come alternativa a Macri (il Berlusconi argentino) e aver puntato su personaggi poco credibili nella gestione della cosa pubblica a livello territoriale non ha favorito le cose. Tuttavia, ora chi ha votato Macri senza condividerne gli interessi di classe sta facendo l’amara esperienza di vedere oltre la propaganda elettorale: repressione, licenziamenti, azzeramento delle conquiste sociali, indebitamento con i fondi avvoltoio, incarceramento della parlamentare indigena Milagro Sala…

Per quel che riguarda invece i paesi che, a vario titolo, si richiamano al socialismo del XXI secolo, le cose stanno un po’ diversamente. Il Venezuela, che più di tutti ha rimesso in causa i rapporti di proprietà, ha dalla sua l’enorme progresso sociale della popolazione tradizionalmente emarginata, compiuto attraverso la garanzia dei diritti elementari e puntando molto sull’educazione e la cultura, a cui viene dedicata una parte molto rilevante del bilancio dello Stato. Il Venezuela, che partiva da un livello altissimo di analfabetismo, ora è il quinto paese al mondo per matricole universitarie. Certo, questo non basta per mettere al sicuro il socialismo bolivariano dagli attacchi delle destre e dalla loro propaganda, rivolta a quei settori popolari che, dopo aver raggiunto il benessere, ora si sentono “classe media” e pensano di essere maggiormente garantiti dalle destre: dimenticando che, durante gli anni del neoliberismo, anche le “classi medie” sono state pesantemente impoverite. Presentare una figura imprenditoriale come potenzialmente meno corruttibile perché non avrebbe bisogno di denaro è un inganno che occulta la natura rapace del capitalismo e le sue logiche. Tanto per fare un esempio, Macri ha un discreto numero di imprese nei paradisi fiscali.

Ci giungono voci che ci siano varie anime nel movimento di protesta contro il governo: ti risulta? Esiste una critica “di sinistra” all’operato di Maduro?

L’arco dell’opposizione modula diversi tipi di destre e del centro-sinistra della IV Repubblica che ha pienamente aderito alle ricette neoliberiste e repressive. Una critica più radicale, che vorrebbe approfondire il socialismo accelerando sul pedale dello scontro di classe e senza mediazione, esiste, ma si situa all’interno del chiavismo, o comunque nell’arco dei suoi alleati. Il Gran Polo Patriotico racchiude infatti tutti quei partiti e gruppi che non hanno accettato di sciogliersi nel Partito socialista unito del Venezuela (PSUV), fondato da Chavez nel 2007: dal Partito comunista, a Redes, ai Tupamaros, ecc. Ci sono poi anche gruppuscoli che non si peritano di schierarsi con le destre più impresentabili in base a una logica di apparente estremismo, come i residui di Bandera Roja. Facendosi un giro nelle reti sociali, si nota un altissimo livello di intossicazione, utile a bombardare i cervelli confondendo i piani e i contenuti.

Come pensi che si possa risolvere la situazione?

In una “transizione al socialismo” come quella a cui accennavo prima occorre assumersi un livello di scontro permanente. Per questo, da quelle parti, la democrazia, le norme, le elezioni non vengono considerate un feticcio, ma un campo di autodifesa, di battaglia e di trincea. Le milizie popolari – un servizio civile che ogni cittadino impegnato presta in vari settori – sono preparate all’autodifesa e presidiano tutti gli obiettivi sensibili (scuole, ospedali, fabbriche…) Fondamentale anche l’unione civico-militare che ha messo chiaramente le Forze armate dalla parte del popolo e con funzioni sociali definite. In questi giorni, Maduro ha lanciato la proposta di una nuova Assemblea Costituente: non per cancellare la Costituzione bolivariana, ma per riformare lo Stato includendo e blindando le conquiste sociali realizzate finora. Per questo ha fatto appello ad alcuni articoli della Costituzione che gli consentono di appellarsi al potere “originario” che ha più forza di tutte: il potere popolare, il potere costituente.

Cosa pensi dell’azione diplomatica di Papa Francesco e del rifiuto di Capriles di aderirvi? E’ possibile costruire un tavolo di riconciliazione nazionale? A che condizioni?

La posizione del papa argentino – che si definisce “bolivariano” e che ha organizzato gli incontri mondiali con i movimenti popolari in difesa delle “3T” (casa, terra, lavoro) e dell’ambiente – appare diversa da quella delle gerarchie ecclesiastiche venezuelane e anche vaticane. Lo si evince da alcune interviste rilasciate, anche di recente. Capriles, che cerca di accreditarsi come leader di tutta l’opposizione, ma non ci riesce, attacca sia il papa che l’ex presidente spagnolo Zapatero (non certo un estremista), che guida il dialogo insieme ad altri ex presidenti latinoamericani. Le destre hanno sempre giocato su più tavoli: il primo è ad uso e consumo dei media occidentali, il secondo è quello della destabilizzazione. Durante alcuni incontri di dialogo, erano stati stabiliti cinque punti, ma le destre vogliono tutto il piatto e li hanno disattesi. Ora si è messa in campo una nuova proposta, quella dell’Assemblea Costituente, che chiama a discutere tutti i settori del paese. Destre comprese. Ma Trump ha già aperto le danze: al Venezuela – ha fatto sapere – verranno applicate sanzioni ancora più pesanti di quelle imposte a Cuba. L’Italia e l’Europa si sono già schierate. La partita, più che mai, ci riguarda.

maggio 20, 2017

“Non saranno politiche di chiusura delle frontiere e di deterrenza a bloccare chi fugge”

Pubblicato su Pressenza il 25.03.2017

“Non saranno politiche di chiusura delle frontiere e di deterrenza a bloccare chi fugge”

(Foto di MSF)

Non solo le navi militari si occupano dei migranti; è dal 2015 che varie organizzazioni umanitarie, tra cui Medici Senza Frontiere, hanno messo in moto strutture di soccorso nel Mediterraneo. Ne parliamo con Giorgia Girometti di MSF, in questo momento a bordo della Prudence, che da pochi giorni affianca l’Acquarius, gestita da Sos Mediterranée e Medici Senza Frontiere.

Giorgia, potresti riassumere i termini del vostro progetto?

Questo è il terzo anno che portiamo avanti le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e lo facciamo con due navi, la Prudence e l’Aquarius, quest’ultima in collaborazione con SOS Mediterranée.

La Prudence è una nave commerciale di 75 metri di lunghezza, che può ospitare a bordo 600 persone e altre 400 in caso di estrema necessità.

Con 13 persone dello staff MSF a bordo, tra cui diversi italiani e 17 membri dell’equipaggio, la nave è equipaggiata per fornire primo soccorso ed è dotata di pronto soccorso, ambulatorio, farmacia e aree per trattare i casi più vulnerabili.

Come negli scorsi anni, conduciamo operazioni di ricerca e soccorso nelle acque internazionali tra Italia e Libia (la SAR zone- zona di ricerca e soccorso, che inizia dalle 25 miglia dalla costa libica), cercando proattivamente imbarcazioni che hanno bisogno di aiuto e dopo aver effettuato il soccorso, forniamo prima assistenza medica a bordo. Come per tutte le navi in questa zona geografica, le operazioni avvengono sotto il coordinamento dell’MRCC, il Centro di Coordinamento Marittimo della Guardia Costiera Italiana per i soccorsi in mare.

Come si presenta la situazione sul campo?

Purtroppo, ancora in assenza di canali legali e sicuri, la situazione non è cambiata rispetto allo scorso anno. Anzi, secondo i dati UNHCR gli arrivi in questi primi mesi del 2017 sono addirittura aumentati (18 741 nel 2016 e 22 303 nel 2017). Questo vuol dire che non saranno politiche di chiusura delle frontiere e di deterrenza a bloccare chi fugge.

Le persone che soccorriamo e prendiamo a bordo ci raccontano di non aver avuto altra scelta se non quella di intraprendere il viaggio in mare. Dopo essere fuggiti da violenza, guerra e persecuzione nel loro paese di origine, sono state poi costrette a scappare dalla Libia, che molti di loro descrivono come un vero e proprio inferno. Il contesto libico è ad oggi estremamente pericoloso e instabile; la maggior parte delle persone sono state vittime di violenze perché migranti, hanno subito percosse, abusi sessuali, fino ad uccisioni.

Si tratta di persone originarie dei paesi dell’Africa Sub-Sahariana, quali ad esempio l’Eritrea. Nel 2015, i rifugiati eritrei erano il gruppo più numeroso ad attraversare il Mediterraneo, mentre nel 2016  sono stati invece quelli provenienti dalla Nigeria, oltre che dal Sudan, dalla Costa d’Avorio e dal Gambia. La maggioranza sono uomini, anche se ci troviamo davanti a un numero crescente di donne, molte di loro incinta (una media di una donna su dieci) e minori non accompagnati.

Dato il contesto mutevole in cui ci troviamo ad operare, è  difficile dire quale sarà il trend per il 2017.

Qual è il vostro approccio con i migranti?

E’ difficile generalizzare: i migranti sono persone e ognuna di loro ha una storia e dei bisogni diversi, ma posso dire che in ogni fase delle nostre operazioni sono sempre centrali due aspetti: salvare la vita di queste persone e preservare la loro dignità in quanto esseri umani.

Per noi chi viene soccorso diventa un ospite a bordo della Prudence, al quale diamo primissima assistenza medica e umanitaria. Quando arrivano sono scossi e impauriti dal terribile viaggio che hanno appena affrontato; noi gli spieghiamo che si trovano finalmente al sicuro e che siamo lì per aiutarli e ascoltarli. Nei team di ricerca e soccorso sono sempre presenti dei mediatori culturali specializzati, il cui ruolo è fondamentale per garantire un canale di comunicazione e di prossimità (non solo linguistica, ma anche culturale) con chi viene soccorso.

Solidarietà e emozioni: ci puoi narrare qualche episodio positivo di questi giorni?

Abbiamo appena iniziato le operazioni e per il momento non abbiamo ancora effettuato nessun soccorso, a molti di noi del team di MSF  hanno già avuto negli scorsi anni un’esperienza di ricerca e soccorso. Vedere che siamo di nuovo a bordo per un’altra missione vuol dire che ciò che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo soccorso e le storie che abbiamo ascoltato hanno significato moltissimo ed è per questo che siamo di nuovo qui.

Per quanto prevedete di andare avanti?

Dal 2015 portiamo avanti le operazioni di ricerca e soccorso perché  c’ è un bisogno crescente di assistenza in mare. Quest’anno ci troviamo ancora davanti a questo stesso bisogno, ed è  per questo che abbiamo deciso di rinforzare le operazioni con un’imbarcazione più grande, per affiancare l’Aquarius, che è invece rimasta in mare durante tutto l’inverno. Continueremo durante tutta la stagione estiva e poi valuteremo la nostra presenza in base ai bisogni.

Cosa dovrebbero fare i governi secondo voi per risolvere quest’emergenza umanitaria?

MSF è  un’organizzazione umanitaria;  non spetta a noi trovare soluzioni politiche per gestire il fenomeno migratorio a livello mondiale. Ciò che vediamo oggi con le nostre operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale e in altri paesi europei ci mostra però chiaramente che le politiche  di deterrenza, finalizzate a ridurre il flusso migratorio ad ogni costo, non stanno riducendo il numero di morti in mare e  hanno un impatto limitato sul numero di arrivi. Sono politiche che creano solo ulteriore sofferenza a persone già vulnerabili, che non avendo nessun’altra alternativa continueranno ad intraprendere viaggi rischiosissimi. Per questa ragione chiediamo alle autorità europee di creare un meccanismo proattivo di ricerca e soccorso in mare, per ridurre il numero di morti nel Mediterraneo.

Crediamo inoltre che l’unica soluzione sul lungo periodo sia quella di offrire una reale alternativa alla traversata in mare, alternativa che oggi non esiste. I leaders europei devono agire immediatamente per creare dei canali legali e sicuri per chi chiede asilo, creare dei percorsi migratori legali e dare la possibilità di ottenere un visto. In questo modo, chi è alla ricerca di lavoro o chi invece richiede protezione potrà farlo in modo regolare senza rischiare la vita, invece di mettersi nelle mani di trafficanti senza scrupoli.

Per ora invece, per chi si trova in Libia e quindi costretto a fuggire, MSF continuerà le operazioni di ricerca e soccorso per limitare al massimo la perdita di vite umane in mare.

 

maggio 11, 2017

Una città più umana è una città sicura

Pubblicato su Pressenza il 08.03.2017

Una città più umana è una città sicura

(Foto di Comune di Parma)

Cristiano Casa è Assessore alla sicurezza del Comune di Parma, giunta Pizzarotti. La sicurezza fa pensare spesso, di questi tempi, a vigilantes, controlli polizieschi e cose del genere. A Parma hanno affrontato il tema anche da un altro punto di vista.

 

Assessore come nasce il vostro progetto sulla sicurezza “controllo di vicinato”?

Nasce dall’esigenza di coinvolgere tutti gli attori presenti sul territorio nell’azione di presidio e controllo: dalle Forze dell’Ordine alla Polizia Municipale, dagli istituti di vigilanza privata fino appunto alla cittadinanza. Pensiamo che solo integrando tutte le risorse disponibili è possibile far fronte alle gravi carenze di organico delle Forze dell’Ordine e della Polizia Municipale. Da qui è nato il Patto per una “Città più Sicura” sottoscritto dal Prefetto, dal Sindaco di Parma e dalle Forze dell’Ordine, in cui sono delineate tutte le funzioni attribuite ai vari attori della sicurezza cittadina. Tra queste è presente quindi anche il progetto di Controllo di Vicinato che prevede la partecipazione attiva della cittadinanza.

 

Come nasce l’idea?

Io mi ricordo com’era Parma, così come erano in generale le città italiane qualche decennio fa. Esisteva un tessuto sociale fatto di vicini, di negozi, di legami affettivi. E questo tessuto sociale garantiva sicurezza, forniva un rispetto reciproco e, di conseguenza, un presidio naturale. Ora tutto questo, in generale, non esiste più. Questa rete di relazioni sociali così tipica della tradizione italiana si è un po’ persa. È anche aumentata la litigiosità tra le persone: per un banale incidente senza feriti non si compila più la constatazione amichevole, ma si chiamano i vigili o le Forze dell’Ordine perché non ci si fida più del prossimo. Da questa situazione di distanza tra le persone nasce l’idea del controllo di vicinato che è stato importato dalla tradizione anglosassone proprio dove i rapporti sociali erano più freddi.

 

Qual è l’obiettivo e cosa state facendo in concreto?

L’obiettivo è avvicinare le persone affinché ricomincino ad aiutarsi. Rendere i cittadini protagonisti e consapevoli. Concretamente si formano gruppi di volontari che si occupano di un piccolo territorio: un condominio, una strada, una piazza, una frazione. Hanno minimi sistemi di collegamento tra di loro, un gruppo su whatsapp per esempio. Una volta costituito, un gruppo viene identificato un coordinatore che si metterà in diretto rapporto con la Polizia Municipale e le Forze dell’Ordine e, nella zona di riferimento, il Comune installa la cartellonistica che informa che è attivo il gruppo di controllo. Tramite il coordinatore del gruppo ogni persona segnala comportamenti o situazioni potenzialmente pericolose, mentre in casi di emergenza deve sempre chiamare le Forze dell’Ordine affinché intervengano nell’immediato.

A Parma è nato un gruppo pilota a Roncopascolo, una frazione della periferia della città. In quel quartiere le persone non si conoscevano tra loro e si erano verificati molti furti. Hanno avviato il progetto di controllo di vicinato e le persone hanno iniziato a conoscersi ed è nato quel presidio naturale che prima mancava. Da diversi mesi non si verificano più furti, tra le persone si è creata una bella atmosfera e la frazione è rinata.

Da questo modello e, in applicazione del Patto per una “Città più Sicura”, stiamo girando i quartieri della città insieme ai rappresentanti della Polizia Municipale e delle Forze dell’Ordine illustrando il progetto alla cittadinanza e raccogliendo le adesioni all’attivazione dei gruppi di controlli di vicinato. Da questi incontri stanno già nascendo diversi gruppi.

 

Una città più umana è una città sicura: una buona sintesi del progetto?

Assolutamente sì.  Dobbiamo superare la diffidenza verso il vicino, o verso l’immigrato che diventa automaticamente persona pericolosa. Dobbiamo ritrovare la fiducia reciproca; attenti con le persone pericolose, ma fiduciosi con i nostri vicini.

Il Comune fa la sua parte installando nuovi e moderni sistemi di video sorveglianza, incentivando l’occupazione del suolo pubblico da parte di bar e ristoranti con tariffe agevolate e lavorando al decoro urbano. Abbiamo rivisto il Regolamento di Polizia Urbana, che era fermo al 1989, adeguandolo alle esigenze di oggi.

Dobbiamo recuperare, con intelligenza, quei presupposti di convivialità che abbiamo perso. Il Comune deve creare le condizioni, mentre i cittadini devono ricominciare a partecipare. Così possiamo tornare a vivere in città vivibili e umane.

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maggio 9, 2017

Lo slow food del viaggio aereo: abbiamo già la tecnologia necessaria

Pubblicato su Pressenza il 10.02.2017

Lo slow food del viaggio aereo: abbiamo già la tecnologia necessaria

E’ da vari anni che il Professor Antonio Dumas si occupa, insieme a colleghi di varie parti del mondo, di progetti connessi con le energie rinnovabili, i trasporti e le telecomunicazioni.

Il progetto MAAT (Multibody Advanced Airship for Transport) ha ricevuto il finanziamento della Comunità Europea per studiare le concrete possibilità di un utilizzo moderno, ecologico ed efficace dei “vecchi” dirigibili.

In questo momento storico di crisi energetica ci è sembrato molto interessante parlarne con lui e aiutare la divulgazione di alcune soluzioni sicuramente d’avanguardia.

Ci può raccontare un po’ la storia di questo progetto e i suoi antecedenti?

Dal 1973 mi sono occupato di energie alternative e di risparmio energetico in senso lato, cioè ottenere lo stesso servizio a consumi energetici minori ed anche con una diminuzione degli scarti del processo, i cosiddetti rifiuti. Occupandomi di correlazioni fra energia solare e parametri atmosferici, mi sono posto il problema di quantificare la quantità di energia solare che poteva essere ottenuta ad altitudini differenti.  Una valutazione grossolana ci dava un incoraggiamento ad una valutazione più accurata ed è nato il Progetto PSICHE ( Photovolaic Stratospheric Isle for Conversion Hydrogen as Energy vector). Un mio dottorando  ha studiato il comportamento energetico di tre piattaforme, da discoidali a quasi semisferiche, operanti a quote differenti, fra 1000 e 20000 metri di altitudine. Il progetto ha  dimostrato che la forma migliore della piattaforma era di tipo discoidale e che la quota ove si otteneva il miglior risultato era  di 16000 metri. Possiamo dire che, al netto di tutti i fabbisogni energetici necessari al funzionamento della piattaforma,  la produzione di energia elettrica è circa tre volte quella ottenibile a terra rispetto a qualsiasi sistema fotovoltaico fisso con gli stessi pannelli.

Il passo successivo è stato rispondere alla domanda: come far arrivare quest’energia a terra? Ci siamo inventati il sistema HAP-feeder. Sulla piattaforma stratosferica ( HAP-high Alitude Platform) l’energia elettrica viene utilizzata per ottenere, tramite idrolisi,  idrogeno ed ossigeno  che vengono liquefatti e trasportati a terra da una navetta (il feeder) che sale portando acqua per il processo. E’ stato così introdotto per la prima volta il concetto  che è possibile ottenere energia da una piattaforma stratosferica. Un brevetto americano al riguardo è stato depositato due anni dopo. Siccome le  HAP erano state pensate per  le TLC (telecomunicazioni) ed il monitoraggio, queste sarebbero altre utilizzazioni della piattaforma.

Questo l’antecedente. La UE ha emesso una call in cui si richiedeva lo studio di un sistema cruiser-feeder, cioè di un aeromobile in movimento che stava sempre in quota ed altri aeromobili che portavano  merci e persone da terra al cruiser e viceversa. Abbiamo risposto al bando introducendo per la prima volta il concetto che gli aeromobili potessero essere dirigibili, cioè sistemi LTA (acronimo di più leggeri dell’aria). AIRBUS aveva concepito un cruiser ad energia nucleare, di due chilometri di ala ed a una velocità di crociera di 800 km/h. Ha poi abbandonato il progetto in quanto non è riuscito a realizzare il trasbordo delle merci e persone dal feeder al cruiser e viceversa. Abbiamo risposto alla call europea con il Progetto MAAT (acronimo di Multybody Advanced Airship for Transport) e siamo stati finanziati con un budget di 5.200000 di Euro. Col progetto MAAT abbiamo dimostrato la fattibilità tecnologica di un sistema cruiser-feeder in grado di viaggiare a 150 km/h, la possibilità di un sistema di aggancio e di sgancio, la possibilità del trasbordo, la possibilità di utilizzare l’idrogeno sia alle alte quote che durante le fasi si salita e discesa, la possibilità di atterrare in uno spazio inferiore ad un campo di calcio,  a decollo ed atterraggio verticale (VTOL), senza inquinamento né acustico né ambientale. Il vantaggio rispetto agli altri aeromobili è la ampia disponibilità di spazio per i passeggeri, che potranno viaggiare come se fossero su una nave da crociera, una accresciuto livello di sicurezza impensabile nei tradizionali aerei, che consente ai passeggeri una situazione  rilassante.

Quali sono le idee e gli sviluppi tecnologici che stanno alla base di uno sfruttamento intelligente della stratosfera?

Le idee fondamentali sono i vincoli che la UE impone sull’ambiente ed in particolar modo a quello aereo.

Niente inquinamento atmosferico e riduzione del diossido di carbonio anche se è il vapor d’acqueo il principale responsabile del GWE,  (Riscaldamento globale della terra). Le piattaforme stratosferiche opereranno a quote stratosferiche, al disopra dell’attuale traffico aereo sia come cruiser che come  HAP. Per quanto riguarda PSICHE la capacità di fornire  energia a chiunque, cioè la disponibilità di una miniera di energia a chiunque e in qualunque luogo della terra dal polo all’equatore, la etichetterebbe come energia democratica. Per quanto riguarda MAAT, l’idea di viaggiare in modo nuovo, diverso, più sicuro e più rilassante   rispetto ai viaggi attuali. Per analogia potrebbe essere indicata come  lo Slow Food  del viaggio. Esiste già oggi a livello mondiale, ma anche solo a livello europeo e potrei dire anche al solo livello italiano, tutta la tecnologia necessaria, anche se a volte utilizzata in altri settori e per applicazioni del tutto differenti. L’esistenza di MAAT e PSICHE susciterebbe una corsa al miglioramento delle tecnologie esistenti dando occasione alla ricerca a nuovi sviluppi anche in settori che oggi non si è in grado di identificare.

I progetti del vostro gruppo di lavoro vanno in varie direzioni: trasporto, energie rinnovabili, telecomunicazioni: potrebbe illustrare questi aspetti?

E’ l’esistenza di un sistema LTA  (HAP/cruiser-feeder)  il progetto a cui sto dietro. Le applicazioni sono connesse alle finalità. Potremmo dire ancora con analogia noi stiamo pensando ad un Loft che può essere, previo modifiche,  una abitazione, uffici, o anche apparato produttivo, industria o quant’altro.

Partendo dall’energia: una piattaforma di 2 km di raggio ha la potenzialità circa di 1 GW  per almeno 8000 ore/anno. Una ventina di queste piattaforme fornirebbero tutto il fabbisogno elettrico italiano attuale. Una piattaforma di tale dimensioni potrà anche essere utilizzata come traliccio per le TLC.  Questo utilizzo ridurrebbe il costo del kwattora elettrico a meno di 1 millesimo di euro.  Nel caso di una piattaforma per TLC le dimensioni sono non solo notevolmente inferiori  (una piattaforma discoidale di poche decine di m di raggio) ma potrebbe anche non essere necessario il sistema duale HAP-feeder. Per quanto riguarda le TLC si presenta immediatamente uno scenario di sviluppo tecnologico impensabile. Data la quota le piattaforme si riuscirebbero a “vedere” anche a distanze di  migliaia di km consentendo per le telecomunicazioni un utilizzo della banda ottica, riducendo l’impatto della trasmissione di big data al livello terrestre.

Si ritorna al punto precedente lo sviluppo delle TLC in queste bande darà sviluppo alla ricerca in un settore fino ad oggi solo pensato, trasmissione su segnale ottico.  Per i trasporti invece il sistema cruiser/feeder è ovviamente più opportuno anche se il cruiser non fosse stratosferico.  Le finalità sarà per il trasporto persone lo sviluppo di alberghi viaggianti per esempio e per le merci il trasporto di sistemi ingombranti, ma principalmente quello point to point  senza punti di rottura del percorso.

Quali sono le prospettive del vostro lavoro e i progetti a futuro?

Siamo in un Limbo con l’ambascia della tenaglia fra la concretezza del bene e la prefigurazione del meglio. Nel primo caso stiamo cercando uno o più finanziatori per la realizzazione del primo dimostratore che è anche un prototipo per la piattaforma  per TLC (progetto MASTER- Multipurpose Airship in Stratosphere for Telecommunications, Environmental-monitoring and territorial Reconaissance) e stiamo cercando finanziamenti (EU fondamentalmente) per il progetto sull’energia GRES,  (Green Renewable Energy in the Sky) ovviamente al di là dell’analogia del Loft i due progetti hanno un livello tecnologico diverso e tempistiche differenti il primo può diventare operativo  in tre anni,  per il secondo almeno altri tre ovviamente a finanziamenti adeguati.

La ricerca, sia teorica che applicata, sembra essere sempre più orientata dal profitto più che dalla volontà di risolvere problemi utili all’Umanità; tuttavia molti scienziati continuano a lavorare per il bene comune, anche a rischio di trovarsi senza finanziamenti. Lei è d’accordo con questa analisi? Ci sono controtendenze all’orizzonte?

Non so quanto sia vera la premessa, certamente si respira non solo nel modo accademico un’ aria strana. Una tendenza alla evaporazione dei tre paradigmi su cui è nata la rivoluzione francese e la democrazia che oggi conosciamo ed anche il metodo moderno di indagine scientifica. Il discorso è molto più lungo di quanto possa essere detto in un’intervista. Ho pubblicato qualche riflessione al riguardo su Inchiestaonline e non vorrei ripetermi. L’unica possibilità di contrasto allo scenario indicato è il potenziamento della struttura di ricerca dell’Università. Sintetizzando si potrebbe dire “più Stato e meno mercato”,  banalizzando,  basterebbe che in Italia i governi finanziassero le strutture di ricerca universitarie con la stessa cifra per abitante o con la stessa percentuale di PIL come fanno la Germania  e la Francia, cioè rispettivamente tre volte e due volte di quanto oggi viene fatto in Italia. Non voglio pensare alla Corea, che arriva al 4% del PIL.

maggio 2, 2017

Le lingue africane dovrebbero diventare lingue ufficiali

Pubblicato su Pressenza il 04.02.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese

Le lingue africane dovrebbero diventare lingue ufficiali

Multilinguismo è l’uso di due o più lingue, sia da un individuo parlante o da una comunità di parlanti. Si ritiene che i parlanti multilingue superano parlanti monolingui nella popolazione africana. Più della metà di tutti gli africani sostengono di parlare almeno un’altra lingua oltre alla propria lingua madre per via della colonizzazione. Il multilinguismo sta diventando un fenomeno sociale governata dalle esigenze della globalizzazione e apertura culturale. Varie volte in Africa ho conosciuto persone sagge che mi parlavano delle “due teste” che gli africani hanno. Teste che spesso corrispondono alla lingua che si parla. Il colonialismo ha lasciato queste due teste, almeno due lingue. Ne parliamo con Anderline Amamgbo, militante per i diritti umani, collaboratrice di Pressenza e studiosa di storia africana.

 

È vera questa cosa delle due teste? Ci sono africani che si sentono così, con due teste?

Tutti gli africani, me compresa, si sentono due teste se così lo vogliamo chiamare. I parlanti multilingue hanno acquisito e mantenuto almeno una lingua durante l’infanzia, la cosiddetta prima lingua. La prima lingua (a volte indicato anche come la lingua madre) è acquisita, senza istruzione formale, grazie a meccanismi pesantemente contestati. I bambini che acquisiscono due lingue in questo modo sono chiamati bilingui simultanei. Anche nel caso dei bilingui simultanei, una lingua di solito domina l’altra. Io parlo perfettamente 3 lingue, però nella mia vita  l’italiano domina purtroppo la mia lingua madre, questo è dovuto al fatto che sono cresciuta in Italia e a casa mia i miei genitori mi parlavano sempre ed unicamente solo italiano, mentre i parenti mi parlavano in Inglese (lingua coloniale). Durante la mia adolescenza ho capito l’importanza di conoscere le mie origini e  la mia lingua madre, così iniziai ad imparare anche l’Igbo.

È evidente che qualunque lingua genera una mentalità; secondo te qual è l’influenza delle lingue africane nella mentalità della vostra gente?

Ci sono tanti tesori trasportati da lingue africane come la dignità della letteratura, la cultura e la filosofia e il rispetto degli altri.
Ci sono stati vari tentativi, in alcuni paesi africani, di riconoscere le lingue originarie come lingue nazionali: qual è la tua valutazione di questo processo?
Partiamo dal presupposto che le nostre lingue originarie sono la nostra identità. Per esempio in Africa quando nasce un bambino il primo nome da dargli deve essere nella lingua originaria perché facendo così i genitori danno già al bambino la sua origine ed identità. Nelle società multilingue l’uso di una lingua coloniale dominante minaccia la cultura e l’origine di un popolo. l’inglese ed il francese rimangono le lingua coloniali dominanti di affari e politica, ed è sempre più l’orientamento della lingua nelle scuole africane. Secondo me è molto importante che tutti i paesi in Africa riconoscano le loro lingue originarie come lingue nazionale anziché la lingua coloniale, però la vedo dura visto e considerato che i colonizzatori, durante il colonialismo, hanno “amalgamato” più di una nazione/tribù con diverse lingue originarie, diverse culture, diverse sistema di valori comuni e diverse religioni. La storia ci insegna che l’unione di diversi stati post-colonialismo non funzionerà mai, vedi il caso della Nigeria e il Biafra per esempio. C’è un detto africano che dice “non si può mischiare l’olio con l’acqua”. La fusione dei protettorati del Nord e Sud della Nigeria nel 1914, è stato un unione di convenienza avviato dagli interessi inglesi, cioè esplorare, dominare, soggiogare. Nel 1914 gli Inglesi hanno amalgamato tre nazioni ovvero il Biafra, Oduduwa e Arewa facendoli diventare la Nigeria che noi vediamo oggi. Hanno usato questo sistema in tutta l’Africa non solo in Nigeria. Ora come ti dicevo prima non si può unire e forzare tre nazioni completamente diverse e forzarli a vivere insieme come un unico Stato. Ci saranno sempre conflitti per via di marginalizzazione, diversità, discriminazione e sofferenze. Dopo 50 anni la popolazione del Biafra sta ancora chiedendo l’indipendenza dalla Nigeria perché non si trovano bene con questa unione forzata. Stessa cosa sta accadendo nel Camerun. Se una nazione ha un unica lingua madre questo crea l’indipendenza, l’uguaglianza, il rispetto, la democrazia e la pace.
Le lingue africane sono lingue orali, in generale; ha senso la loro trasformazione in lingue scritte? Ha senso scrivere documenti ufficiali nelle lingue africane?
È molto importante secondo me che le lingue africane vengano trasformati in lingue scritte perché popoli che permettono al colonialismo di annullare del tutto le loro origine imponendoli lingue diverse dal loro è una forma di oppressione. Questa pratica di imporre le lingue coloniali sui popoli colonizzati, anche vietando l’uso della lingua nativa, danneggia lo stato psicologico, fisico, culturale e il benessere dei popoli colonizzati. Ogni popolo africano ha il diritto di usare la propria lingua di origine sia orale che scritta. I governi africani dovrebbero promuovere le loro lingue madri e usarle come lingue ufficiali. Per esempio sarebbe una buona idea se i segnali stradali fossero bilingue. Sarebbe anche utile tradurre pubblicazioni governative dall’inglese e francese in varie lingue madri.
Recentemente hai scritto su questo conflitto in Camerun tra la minoranza anglofona e il governo francofono: non è assurdo che gli africani si disputino su due lingue dei loro antichi colonizzatori?
Nella regione meridionale del Camerun dove la maggioranza parla inglese, sono iniziate le proteste per chiedere la fine dell’uso della lingua francese nei tribunali e nel sistema scolastico. Le proteste sono iniziate nel mese di ottobre 2016, quando un gruppo di avvocati anglofoni sono scesi in piazza nella città di Bamenda, capitale della regione nord-occidentale, per protestare contro l’uso del francese nei tribunali e la mancanza di versioni in inglese di alcuni atti giuridici. Ora queste persone per carità fanno benissimo a protestare per chiedere la fine dell’uso della lingua francese nei tribunali e nel sistema scolastico se vengono marginalizzati o discriminati per via della lingua francese, però quello che sta succedendo nel Camerun non è solo un conflitto tra due popoli per via della lingua coloniale. Questo non è un problema che ha avuto inizio con la protesta degli avvocati nel mese di ottobre scorso, ma è iniziato nel 1961, quando i territori del Camerun del Sud furono annessi al moderno Camerun. Ambazonia è un termine usato per identificare il movimento che cerca il restauro del Camerun meridionale. La gente in Ambazonia  sono scesi in piazza chiedendo l’indipendenza senza pre-condizioni. Alcuni gruppi hanno chiesto un ritorno a un sistema di stato federale. Altri chiedono la separazione tra le province di nord-ovest e di sud-ovest e il ripristino dei cosiddetti “Camerun meridionali” o Ambazonia, che è stato un mandato britannico durante la colonizzazione.
La cartina dell’Africa presenta ancora troppe linee rette, tracciate da chi non sapeva nulla di popoli, lingue, etnie e tradizioni: cosa pensi che dovrebbero fare gli africani? È ancora possibile fare qualcosa per rispettare l’identità e i diritti di tutti?   
 
Sono dell’idea che la cartina dell’Africa dovrebbe ritornare come era prima della colonizzazione. È stato provato che amalgamare popoli africane con diverse culture, tradizioni, religioni, etnie e sistema di valori comuni non funziona, crea solo guerre, discriminazione, marginalizzazione e violazione dei diritti umani.
gennaio 25, 2017

Olivier Turquet “Non c’è miglior parola di antiumanesimo per definire la destra”

Questa intervista l’hanno fatta a me ed è uscita su Pressenza il 13.12.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Portoghese

Olivier Turquet “Non c’è miglior parola di antiumanesimo per definire la destra”
(Foto di Redazione Ecuador)

A Pressenza Internazionale En la Oreja abbiamo intervistato Olivier Turquet, qui l’audio e la trascrizione:

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L’Europa continua ad essere luogo di grande movimento politico, con la crescita della destra xenofoba sia in termini di appoggio popolare sia di spazio ceduto alle sue opinioni razziste e intolleranti sui mezzi di comunicazione.

Lo scorso fine settimana si sono svolti due atti elettorali che cercheremo di decifrare un po’. Uno in Austria, dove per la seconda volta si è ripetuta la seconda tornata delle elezioni presidenziali: il candidato del partito verde ha vinto con un vantaggio del 7,8% sul concorrente del partito di ultra-destra.

Dall’altra parte, l’Italia ha consultato la sua popolazione sulla possibilità di effettuare alcuni cambiamenti costituzionali che presumibilmente le avrebbero dato una maggiore stabilità politica, in un paese che ha avuto 64 governi diversi nei 72 anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Con noi, dalla città di Firenze, culla dell’umanesimo storico, per parlare di questi due temi è presente Olivier Turquet, coordinatore della redazione italiana di Pressenza.

Olivier è autore, professore e editore con una propria casa editrice, che pubblica libri sulla pace, la nonviolenza e l’umanesimo universalista.

Prima di parlare del fenomeno austriaco, racconta ai nostri ascoltatori equadoriani, che magari non hanno prestato molta attenzione agli avvenimenti italiani, quali sono state le proposte del governo che si sarebbero volute approvare, e gli antecedenti di queste proposte? E qual è stato il risultato?

Prima di tutto, credo sia necessario spiegare che la costituzione italiana è una costituzione relativamente nuova, ha circa 70 anni ed è figlia della fine della Seconda Guerra mondiale. E’ contemporanea della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, con un anno di differenza, e dello stesso clima politico e culturale dell’epoca. Un clima, cioè, di ricostruzione nazionale, europea, mondiale. Questo è un fattore molto importante. C’è una parte importante della società italiana che, nonostante il colore politico, tiene molto a questa costituzione, perché l’hanno costruita insieme comunisti e democristiani, repubblicani e liberali.

La questione del cambiamento della costituzione ha un lungo processo, questa è stata la terza volta che hanno cercato di cambiarla e la terza volta che hanno fallito. In questo caso, nel plebiscito che si è svolto per confermare il cambiamento, si è trattato di secco no. Da una parte c’è stata una partecipazione popolare molto importante, quasi il 70% dei votanti, cosa che non è accaduta in altri recenti plebisciti, e il no ha vinto con quasi il 60% dei voti. C’erano due fattori, uno era il tema del cambiamento, che era molto confuso e mescolava molte cose, ma ciò di cui parlava il governo, che diceva Matteo Renzi, era la questione della stabilità. La gente ha detto che la stabilità non vale la mancanza di diritti politici. Questo è il tema più importante.

Il fronte del no era molto vario, c’era la destra, qualcuno di centro, l’estrema sinistra, gli umanisti, la Lista Civica, il movimento di Beppe Grillo. Praticamente, Renzi ha finito per mettersi contro tutti e ha cominciato a personalizzare molto questa riforma. Così questo no è stato anche un no a Renzi. Comunque, noi come Pressenza abbiamo dato molta informazione sui temi specifici, perché ci è sembrato importante informare la gente e ci è sembrato importante che potesse decidere per il sì o per il no. Nei nostri commenti abbiamo sottolineato che bisognava differenziare la politicizzazione del plebiscito dalla decisione del si o no al cambiamento della costituzione. Una costituzione assai progressista, una delle poche al mondo che rifiuta la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Questo articolo non era in discussione, era piuttosto nel contesto; il contesto era quello di semplificare, di eliminare una delle due camere, c’erano vari temi. Tutto in senso autoritario, di restrizione della libertà e, inoltre, molti analisti dicono che si trattava di quello che la Goldman Sachs aveva richiesto ai governi europei per continuare con i suoi investimenti. Cosicché c’era un’influenza molto forte da parte delle imprese internazionali di speculazione finanziaria per evitare che i popoli potessero decidere.

Possiamo dire che questo risultato è stato sorprendente, come quello della Brexit, di Trump o il no alla pace in Colombia? O è stato ciò che ci si aspettava?

Questo risultato è stato inaspettato. Effettivamente è stata fatta molta pressione per il sì. In realtà, fino all’ultimo Beppe Grillo, che era per il no, nel suo discorso diceva di essere preoccupato per la tremenda divisione del paese. Alla fine la tremenda divisione del paese non c’è stata, perché quasi il 60% ha votato no. In queste situazioni, normalmente, non c’è una maggioranza così grande. Alcuni ricordavano il referendum per confermare il divorzio, che pure è stato vinto in modo molto chiaro, 60 a 40. Ha sorpreso alcuni che in malafede volevano dire in tutti i modi che avrebbe vinto il sì.

Ormai più nessuno si sorprende per nessun risultato. Allargando un poco lo sguardo a tutta l’Europa e al paese a nord, l’Austria, sembra che ci sia stata una crescita popolare molto grande per la destra, cosa che fa parte di un fenomeno in aumento nel vecchio continente. Come lo si vede dall’Italia? Il fenomeno è reale o è un effetto dei mezzi di comunicazione?

Sicuramente i media hanno un punto di vista che non è molto interessante, perché se si guardano i diversi fenomeni, ci si rende conto che c’è un denominatore comune che non è la destra tradizionale. Non è che vincano quelli di destra, vincono gli antisistema. In Italia ora gli antisistema sono rappresentati dal Movimento 5 Stelle, in cui c’è di tutto, all’interno ci sono anche fascisti, che in più dichiarano che la divisione tra destra e sinistra è ormai superata. Noi non siamo d’accordo con questo, pensiamo che la sinistra, con tutti gli errori, sia migliore della destra. Non ci sono parole migliori dell’antiumanesimo per definire la destra, non servono altre parole. Ma loro, con questa cosa di mischiare un po’ tutto, di avere una posizione anti-immigrazione, e allo stesso tempo posizioni molto ecologiste, sono una mistura strana. Ma sicuramente loro stessi non dicono di essere un movimento di destra. E ora prendono circa un terzo dei voti in Italia. Più di Marine Le Pen, meno che in questa polarizzazione, il candidato di estrema destra austriaco. Bisogna considerare che in Austria aveva dietro tutta la destra. I due partiti storici che in Austria hanno sempre vinto, hanno perso entrambi, e hanno lasciato spazio a uno strano ecologista a sinistra, per così dire, e a quest’uomo, Hofer, di estrema destra, a destra. Ma il realtà, prima di tutto ciò, e non se ne parla già più, i due partiti che vincevano sempre, i liberali e i socialdemocratici, hanno perso le elezioni. Questo è antisistema. Cioè i due elementi, molto diversi tra loro, l’ecologista e il nazi, erano i due antisistema. Io direi che in questo momento sta vincendo la confusione, quello che grida più forte e l’antisistema. Tornando al plebiscito, direi anche che una compositiva, che a me non piace ma che riconosco nel no, è stata antisistema. In quel momento Renzi rappresentava il sistema.

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

 

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