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dicembre 11, 2017

#StopFiscalCompact perché crediamo sempre che un altro mondo è possibile

Pubblicato su Pressenza il 03.11.2017

#StopFiscalCompact perché crediamo sempre che un altro mondo è possibile
(Foto di Eoghan O Lionnain via Flickr)

Attac Italia sta portando avanti la campagna #StopFiscalCompact. Ne parliamo con Raphael Pepe, attivista dell’associazione dal 2009 e membro del Consiglio Nazionale dal 2011. I suoi anni di militanza sono stati marcati da temi che caratterizzano fortemente l’anima dell’associazione: dalle battaglie contro le privatizzazioni e la rivendicazione di modelli di gestione democratiche e partecipate dei beni comuni, alla rivendicazione di una nuova finanza pubblica contro la trappola del debito. La campagna di cui ci parla in questa intervista si inserisce assolutamente, con coerenza, in questo percorso.

ATTAC Italia ha lanciato al petizione e la campagna che si trova su http://www.stopfiscalcompact.it/ quali le motivazioni di fondo?

Negli ultimi 10 anni, dall’inizio della crisi, il divario tra i pochi che detengono gran parte della ricchezza mondiale e la maggioranza della popolazione è cresciuto in modo esponenziale. Il numero di persone che vive sotto la soglia di povertà non cessa di crescere e questo perché sin dall’inizio della crisi si è cercato, con una strategia dello shock ben orchestrata, di colpevolizzare le popolazioni e di collettivizzare le responsabilità della crisi e del debito.

Partendo da questo presupposto, senza mai avere un dibattito serio sulla questione del debito e di come sia stato generato, si è fatta un’equazione a dir poco erronea: il debito è causato dalla spesa pubblica, ci tocca ridurre le spese per “rimborsarlo”.

Peccato che le cifre dimostrano che negli ultimi 30 anni, che hanno visto il debito aumentare considerevolmente, si è assistito ad un costante calo della spesa pubblica.

Questa “trappola del debito” mira a mettere sul mercato tutto quello che ancora rimane nella sfera pubblica, tutti quei servizi che sono dei diritti e che si vogliono trasformare in “bisogni”.

Allora secondo la storiella che si sente da anni: per “rimborsare il debito”, occorre svendere il patrimonio e moltiplicare i processi di privatizzazioni. E quello che una volta era un “diritto”, magari finanziato tramite tasse o finanza pubblica diventa un “servizio” che rientra in un circuito economico.

Per fare un esempio concreto, se prima per una visita specialistica, il cittadino non pagava e la retribuzione del medico specialistico non “creava ricchezza” secondo i criteri liberisti; oggi un “cliente” paga la sua visita, questo diritto è diventato un “bisogno” e il pagamento da parte del “consumatore” ha contribuito a far aumentare il PIL, e quindi a diminuire contemporaneamente il rapporto debito-PIL.

In questo modo, le condizioni della popolazione sono migliorate? Si è data una spinta all’economia nazionale? È cresciuta l’occupazione? Il potere d’acquisto? Ovviamente no?

In questo contesto, da anni, Attac Italia lavora su un altro modello d’uscita della crisi, un modello d’uscita efficiente che non calpesti i diritti dei cittadini e che rimetta in questione meccanismi malsani che hanno trasformato la crisi in una vera e propria “opportunità” per chi l’ha generata.

La rivendicazione della ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti ora a servizio delle banche e il percorso di auditoria sul debito per analizzarlo, capire come sia stato generato e come gestirlo collettivamente, rientrano in questa ottica.

Il Fiscal Compact è uno degli strumenti oggi utilizzati dall’Europa, per ufficializzare, con norme giuridiche, con delle restrizioni pesantissime, l’obbligo di “rimborso” del debito, o meglio di riduzione del rapporto debito-PIL da qui a 20 anni.

Se dal 2012 il Fiscal Compact era un accordo tra i paesi, che chiedeva senza obbligarlo ad esempio di inserire il pareggio di bilancio nelle costituzioni – cosa che l’Italia ha fatto – domani verrà inserito nei trattati, diventerà vincolante, avrà valore giuridico e sarà al di sopra delle leggi nazionali e delle costituzioni imponendo delle riduzioni della spesa pubblica che ammonterebbero a circa 50 miliardi di euro l’anno per l’Italia.

Considerando che fino a qualche anno fa, le leggi finanziarie prevedevano una spesa annuale di circa 60 miliardi di euro e che la legge di stabilità in discussione ne prevede 20 miliardi, è facile capire che non si tratta soltanto di una “riduzione” della spesa pubblica ma proprio di una cancellazione della spesa pubblica.

Con l’applicazione di un trattato del genere, si assisterebbe alla cancellazione dei diritti, qualsiasi servizio dovrebbe entrare sul mercato divenendo a disposizione solo di chi può pagare. La richiesta della carta di credito o dell’assicurazione al pronto soccorso potrebbe diventare a breve una realtà. La cancellazione delle pensioni e di qualsiasi sussidio rientrerebbe nella logica del trattato.

Gli Stati europei devono, o piuttosto dovrebbero, discutere entro fine anno il Fiscal Compact, per poi ratificarlo.

Ecco perché una campagna contro il Fiscal Compact, è un tema centrale per il futuro politico del paese, dell’Europa, dei popoli del vecchio continente.

Come sta andando la campagna?

Abbiamo iniziato lanciando una petizione online che ha come scopo di fare parlare del Fiscal Compact e innanzitutto di generare dibattito sul tema, ma soprattutto di orientare il dibattito politico ad una ridiscussione e una rimessa in causa dei trattati europei stessi. Prima o poi, il tema dovrebbe entrare a far parte dell’agenda politico nazionale, e vorremmo arrivare a quel momento con un certo numero di cittadini che con le firme si saranno già espressi contro il trattato, ma soprattutto con molte realtà attive sul territorio nazionale: associazioni, giornali, movimenti, ma anche forze politiche che abbiano già un percorso avviato contro il Fiscal Compact. C’è palesemente la volontà politica di giocare con i tempi e di ridurre al minimo il dibattito politico sulla questione. Se riusciamo a sensibilizzare e a prendere posizioni a priori, partiamo meglio per opporci al trattato.

La strada è lunga e i tempi stretti, ma nel giro di un mese, il numero delle organizzazioni che hanno aderito alla campagna è considerevole e piano piano, si iniziano a vedere i risultati.

Intanto, considerando l’interesse di molti consiglieri comunali, e la consapevolezza che su questa partita, gli enti locali, che di più pagano la crisi, devono essere in prima linea; abbiamo steso un ordine del giorno da presentare ai Consigli Comunali per fare si che qualche ente locale possa prendere posizione ufficialmente contro il Fiscal Compact.

Ad ora, sappiamo che è stato presentato a Bologna, Trento, Siracusa, Livorno, San Remo, Pisa e tante altre città. La cosa positiva è che il testo stia girando al punto tale che non abbiamo un monitoraggio preciso. Negli ultimi giorni ci è giunta notizia che il piccolo Comune di Gaiola in provincia di Cuneo, avesse approvato l’odg, mentre in quello di Empoli è stato bloccato dalla maggioranza PD. Intanto la rete delle Città in Comune e Rifondazione Comunista hanno fatto circolare l’odg a molti consiglieri comunali in tutta Italia, e siamo costantemente contattati da consiglieri di liste civiche intenzionati a presentare l’odg.

E’ sempre più evidente la divergenza tra una economia basata sul profitto e una basata sui beni comuni: come si risolve questo conflitto?

Questa è una bella domanda, è una sfida difficile. Sicuramente si deve ripartire dai percorsi collettivi, dai territori, dai movimenti, dai Comuni. L’Italia e l’Europa, per fortuna sono piene di realtà locali in cui numerosi cittadini cercano di portare avanti un modello basato sulla solidarietà, sulla condivisione, sulla collettivizzazione dei processi di decisione politica. Si tratta di un percorso lungo, e mentre si agisce localmente, sicuramente arrivano spesso dei provvedimenti nazionali ed europei che ostacolano questi processi costantemente.

Ma una bolla speculativa, sappiamo che prima o poi esplode, e anche se si mettono in atto delle politiche molto dure, cancellando di fatto processi democratici e arrivando anche ad una forte repressione; è abbastanza chiaro che il sistema stia implodendo e che stiamo assistendo ad un momento storico di forti cambiamenti.

Purtroppo bisogna essere consapevoli che questo non significhi per forza che la risposta sarà una società più solidale e un’economia basata appunto su un’equa distribuzione delle ricchezze. Le urne europee parlano abbastanza chiare, la paura genera chiusura e si lascia tanto spazio ai populismi.

Ma ci tocca andare avanti forti delle tante esperienze positive e dai tanti tasselli che contribuiscono ad invertire la rotta.

Come si risolve questo conflitto è una domanda difficile, ma in realtà le risposte ci sono. Sono in quelle realtà autogestite che offrono ai cittadini dei servizi che dovrebbero essere offerti da un sistema pubblico ottimale, dalle mense agli alloggi popolari, passando per gli ambulatori o i CAF auto-organizzati. Se piccole realtà senza l’ombra di un finanziamento pubblico, riescono, con un’organizzazione basata sulla solidarietà a garantire servizi ad alcuni cittadini, non è così difficile che si possa applicare con una gestione più equa delle risorse pubbliche.

In Italia ad esempio, se si togliesse dalle fondazioni bancarie il controllo della Cassa Depositi e Prestiti e si destinassero i fondi dei depositi postali, non più alle multinazionali ma agli enti locali; sicuramente si potrebbero garantire servizi in un modo ottimale.

Se con percorsi di auditoria sul debito, si individuasse come i debiti sono stati generati e si decidesse di fare pagare chi ha generato questi debiti o semplicemente di cancellare debiti illegittimi, come quelli generati dai derivati o altri strumenti finanziari. Se anziché costruire opere dannose e inutili si investisse per riqualificare i territori in un ottica più equo-solidale e ecosostenibile, se anziché produrre, consumare, buttare avessimo un modello basato sul riutilizzo e il recupero; le riposte alla crisi sarebbero non solo sicuramente più efficienti, ma è la vita delle persone che migliorerebbe considerevolmente.

Su questo fronte, Attac si sta muovendo da tempo; ha contribuito alla creazione di CADTM Italia, il Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi, e il prossimo 27 novembre a Parma, si svolgerà un’assemblea pubblica con la partecipazione di tante realtà locali che già stanno percorrendo la strada dell’audit sul debito.

Ognuno deve fare la sua parte, e ogni piccola realtà contribuisce alla costruzione di un altro modello economico. Occorre non perdere fiducia e andare avanti.

Intanto blocchiamo il fiscal compact.

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dicembre 6, 2017

Silo a Mosca in spagnolo

Recentemente ritrovato l’audio originale di questa intervista a Silo fatta nel 1993 di cui era rimasta solo la traduzione italiana.

Entrevista a Silo en Moscú

 

Olivier: Mario, en muchas entrevistas Laura Rodríguez habló de vos como un inspirador de su trabajo y además de un amigo; ¿puedes aclararnos tu aporte en el trabajo de Laura y también darnos tu opinión sobre su acción como Diputada Humanista?

 

Mario: Laura Rodríguez, antes de ser diputada, trabajó mucho, se preparó mucho en las cuestiones generales del humanismo, es más, cuando llegó la campaña electoral y se buscaron los candidatos adecuados, ella no tenía especial vocación por presentarse, ser diputada y todo aquello, lo hizo un poco, digamos, a contrapelo y lo hizo porque advirtió que podía cumplir bien con esa función: la función de llevar al parlamento determinadas posturas, determinados proyectos de ley y lo hizo de todo el corazón. Ahí no se trata de la influencia que yo personalmente haya podido tenido sino más bien todo el Movimiento. Y ella procedió, te diría muy disciplinadamente en el sentido de asumir una función que creyó que lo podía hacer bien y llevar a buen término, y así lo hizo. Esa es la verdad de esta participación en estos eventos del Movimiento o de mi parte respecto de Laura Rodríguez. Sí.

 

Olivier: En tus últimas cartas hablaste de la salud y de la educación como temas prioritarios de los humanistas. ¿Puedes aclararnos este punto?

 

Mario: Los planteamientos que se hacen actualmente en el sistema neoliberal, son que si se crean determinadas condiciones económicas, si hay suficientes recursos económicos, éstos van a poder desbordar y al desbordar esos recursos entonces va a mejorar la salud y va a mejorar la educación. Es decir, un poco el planteo al revés, según lo vemos nosotros.

Esto a su vez, este planteo es muy contradictorio con lo que el mismo sistema está diciendo, que hay que elevar el nivel de educación de la gente, hay que elevar la instrucción de la gente para afrontar al reto de la sociedad tecnológica, porque tampoco puede haber tecnología de punta y pueden resolverse los problemas más complicados cada día si no hay un conocimientos mayor en la población. Así que, por un lado hacen un planteo postergador, en el sentido de que: esperemos, esperemos a que haya suficientes recursos para que luego desborden, y mientras tanto como no hay recursos, recortemos presupuestos, privaticemos toda la enseñanza, municipalicemos la enseñanza que está excesivamente concentrada, frente a lo cual nosotros decimos: ¡claro que hay que descentralizar la enseñanza!, ¡claro que hay que llevarla al municipio!, pero eso de, tomar la enseñanza pública y de pronto dársela a un municipio que está en ruinas, que está en ruinas, es una planteamiento simplista que no lleva a ningún lado.

Así que la contradicción es muy clara en el sentido de presentar un esquema en donde primero hay que producir para que luego desborden los recursos y suba el nivel de educación, y por otro lado, frente a lo que el mismo sistema está observando de que necesita mayores niveles de instrucción para que toda la sociedad tenga un nivel de competitividad suficiente en el mundo que viene. De manera que hay ahí una cantidad de contradicciones y por supuesto estamos muy lejos de plantear las cosas en ese sentido.

Nosotros decimos que es importante que los presupuestos nacionales crezcan en su aporte a la educación. Menos aporte a las fuerzas armadas, más aportes a la educación y a la salud, menos aporte al boato oficial y más aportes a la salud y a la educación y como eso mil ejemplos que podríamos poner para ir a los temas que nos importan. Esto en poquitas palabras es lo que yo podría agregar, sobre todo frente a la confusión que plantea el sistema neoliberal.

Estoy observando que en una sociedad opulenta, importante, como es la de EE.UU. ya han sonado luces de alarma, ya han sonado alarma rojas. El actual presidente de EE.UU. ha comprendido, por vía de sus asesores o de quién sea, que hay que acometer seriamente el problema de la educación y el problema de la salud, estos dos problemas están creciendo en todo el mundo a gran velocidad, no sé de qué manera será resuelto, pero está claro que el mismo presidente ha dado una voz de alarma y pretende hacer una reforma importante en el tema de la salud puntualmente. Porque esto de que un pobre ciudadano, tenga alguna dificultad renal, va a una clínica privada, porque las otras claro, podría morirse, va a una clínica privada y como consecuencia de ir a hacerse atender un problema pasajero tiene que endeudarse por diez años, esto está complicando mucho las cosas. Se ha visto una reacción importante en la administración actual de EE.UU., no sabemos qué podrá ocurrir, ni si esto significa un aumento importante de los impuestos para derivar un tercio de ellos a la salud, pero efectivamente han sonado ya las alarmas rojas, está decayendo brutalmente la salud y la educación en todas partes del mundo, sociedades pobres, porque son pobres, sociedades opulentas, porque son opulentas, pero en todo caso y en todas partes del mundo se está produciendo ese declive de la salud y de la educación. Esto es así, brutalmente.

 

Olivier: Vemos que la política tradicional está cada vez más en crisis. En este sentido Laura Rodríguez fue precursora de un nuevo estilo de hacer política. ¿Cuál es tu opinión frente a la crisis política?

 

Mario: Ella tenía un slogan muy simpático que era: “de frente a la gente y de espaldas al parlamento”. Esto quería decir más o menos lo siguiente, que una vez que es electo un candidato, que se supone que es el representante del pueblo, que lleva la representatividad del pueblo para hacerse oír adentro del congreso, al mismo tiempo que sube las escaleras del congreso, le va a dando espaldas al pueblo que lo eligió, cada vez va más de frente hacia congreso y por lo tanto cada vez está más expuesto a los intereses de las camarillas que ya están organizadas cuando él llega.

El slogan este de, hacer la labor de diputado de espaldas al congreso y de cara al pueblo está revelando este tipo de planteamiento. Los aportes que Laura Rodríguez hizo fueron importantes y todos ellos fueron bloqueados. Si lo podemos a esto medir desde el punto de vista del éxito decimos que fue un fracaso total porque no pudo prosperar ninguno de los proyectos. Hubo una cantidad de proyectos en materia de salud, precisamente, en materia de educación, ninguno de ellos prosperó. La ley de divorcio, con la que todo el mundo estaba de acuerdo, en el caso de Chile, fue boicoteada sistemáticamente, en fin, sería un largo listado el que se puede hacer, pero claro, no hubo un grupo parlamentario y sin grupo parlamentario, con un sistema que tendió a hacerse bipartidista francamente, sin grupo parlamentario no se pudo instrumentar ninguna salida para imponer ese tipo de nueva legislación.

De todas maneras efectivamente, generó un nuevo estilo político, los anteproyectos y los proyectos de ley que presentó, siguen teniendo hoy la misma vigencia de cuando fueron presentados y seguramente alguien recogerá esas banderas, en ese sentido el fracaso práctico puede convertirse en un triunfo a futuro.

 

Olivier: En estos días en que se realizaron la Internacional Humanista y el primer Foro Humanista han sucedido acontecimientos muy graves aquí en Moscú. ¿Cuáles fueron tus impresiones y tus consideraciones sobre esos dos acontecimientos de signo tan diferente?

 

Mario: Bueno, es una casualidad muy significativa el hecho de que se haya producido esos desbordes de violencia en el momento en que iba a producir también una congregación de gente no violenta. Eso es muy sugestivo.

A nosotros nos ha importado mucho el proceso de Rusia, a diferencia de lo que se suele decir en la prensa de occidente, esta es una diferencia muy fuerte, muy marcada. A diferencia de lo que se dicen allí, en el sentido de interpretar lo que ocurre en Rusia, como un fenómeno de atraso, como un fenómeno de, claro, de estructuras muy obsoleta que para ponerse al día y ensamblarse con las estructuras ultramodernas de occidente está sufriendo muchas crisis…, bien, nuestro punto de vista es totalmente opuesto.

Nosotros pensamos que lo que ha ocurrido, primero en Rusia y luego ocurrirá en el resto del mundo, en ese sentido lleva la delantera, bueno claro, es una delantera desafortunada, es el fracaso de las estructuras rígidas y de las estructuras centralizadas, de las que la URSS era el mejor ejemplo.

Pero otras estructuras que aparecen como muy flexibles y que se van adaptando al occidente siguen siendo absolutamente centralizadas y absolutamente inflexibles.

La concentración del capital financiero internacional, la concentración progresiva hacia un sólo punto cúspide es un hecho de centralización económica. Se podrá decir, pero no, que hay bancas que están en pugna… pero el proceso va a la concentración. Tarde o temprano aquí se va a presentar un colapso y las estructuras rígidas y centralizadoras en los países que tratan de aplastar las reivindicaciones que hacen las localidades, las etnias, las regiones, va a sufrir un colapso. Nosotros estamos alertando anticipadamente y aclarando bien las diferencias entre las secesiones dentro de los países y las federaciones reales dentro de los países. Nosotros creemos que hay que empezar a tomar muy en serio el tema de remodelar estas estructuras en distintos países y generar verdaderas federaciones, no federaciones de papel o de nombre. De otro modo vamos a tener en numerosos países fenómenos centrífugos sumamente peligrosos que pueden terminar en secesiones acompañadas por luchas étnicas, luchas de creencias, luchas de lenguas, luchas culturales en definitiva. El ejemplo de Yugoslavia es más que un ejemplo que nos puede ilustrar a nosotros en este campo para hacernos reflexionar.

Allí tenemos en el norte de Italia un planteamiento que puede asumir características brutales, es cierto que existen diferencias en toda la península, ¡bienvenidas las diferencias!, ¡bienvenida la multiplicidad! El tema es cómo se va a resolver eso, se va a resolver por secesión o se va a resolver tomando nuevos canales federativos de plena participación y de respeto por las distintas formas que existen en un país tan rico cultural y humanamente como es Italia.

Ese es nuestro punto, creemos que lo que, y ahí viene la pregunta, creemos que lo que ha sucedido en Rusia es un adelanto de esto que empieza a sentirse en distintas partes del planeta, diríamos que es como el centro sísmico de un gran terremoto que no ha terminado sino que se está desarrollando en este momento en todas las direcciones del planeta.

 

Olivier: ¿Y qué opinas de la situación social y política en italiana?

 

Mario: Bueno, creo que han sucedido cosas muy interesantes, creo que la casta política, que ya está obsoleta en todo el planeta, ha sufrido un importante impacto, creo que están surgiendo también otras posibilidades, otras nuevas formas, pero claro, si estas nuevas formas empiezan a imitar el modelo de las formas que se van, va a ser nada más que una promoción generacional, donde unos ocupan el lugar de otros y todo sigue como antes. Y acá habrá que empezar a hacer planteos acerca de la democracia real. Entendemos por democracia real una democracia que comienza en la base, no que comienza en una cómpany que financia la campaña de un diputado, o que se coloca un primer ministro o a un presidente a dedo respaldado por importantes recursos económicos.

Nosotros creemos que hay que crear las condiciones para que, si los políticos tienen tanta vocación y están tan interesados por el hecho político, empiecen su carrera política en la comuna, en el municipio, en la base social, y para eso hay que crear organismos adecuados, para que ese sea el desarrollo en donde la gente lo vaya catapultando, porque lleva bien adelante sus compromisos, o directamente quede bloqueado a mitad de camino, ese es un punto. El otro punto es que acá nos estamos manejando, y nadie lo discute, no solo como una democracia formal, sino aún dentro de la democracia formal, con uno de los tres poderes que es absolutamente antidemocrático. Es decir, estamos hablando de un poder ejecutivo electo, de un poder legislativo electo, pero a los jueces no se los elije popularmente. Nosotros necesitamos empezar a conversar de la elección de los jueces. Se dirá: ¿pero los jueces deberán hacer campaña como cualquier político? ¡Claro que sí! Después de todo ellos son los que van a administrar justicia para los ciudadanos. ¡Pero esto va a quitar imparcialidad a los jueces! ¿Eh?, ¡como si los jueces fueran imparciales! A los jueces los designa alguien, ¡que los designe el pueblo! Si vamos a hablar de democracia, hablemos de democracia en los tres poderes, empecemos a hacer democracia desde la base y luego afrontaremos otros muchísimos problemas que tiene la democracia formal.

Entre otros, acá hay que dejar en claro cuáles son los mecanismos no de admisión a los cargos públicos sino de expulsión de los cargos públicos. Acá todo el mundo se preocupa por cómo se llega a presidente, cómo se llega a diputado, cómo se llega…, y se habla de que por proceso eleccionarios se puede ir suplantando a unos por otros, que hay que esperar unos algunos años y hay que ser tolerante, cuando en realidad en los tiempos dinámicos que hoy corren la gente tiene muchas urgencias.

Acá deberían existir sistemas, mecanismos, ¡muchos mecanismos!, en los que se acelere considerablemente la salida de los funcionarios, en cuyo caso no tendremos mucho problema por quién entra, que entre quien sea, si está asegurado el tema de la salida. Acá hay muchos mecanismos que estudiar en profundidad.

No estamos hablando todavía de una situación revolucionaria, ni mucho menos, porque si habláramos de una situación revolucionaria en la que hay que cambiar esquemas verdaderamente, entonces, entre otras cosas habría que proscribir por lo menos, por un tiempo largo de diez años a todos aquellos políticos y partidos que han participado a los desastres nacionales que hemos tenido en estos tiempos.

Pero esas son conversaciones en las que todavía no se dan las condiciones para que eso suceda. Porque, cómo podríamos paralizar esta sucesión de corrupción en donde unos se pasan la antorcha de mano en mano.

Pero en fin, creo que los tiempos nos harán reflexionar sobre esas necesidades más adelante.

 

Olivier: Muchas gracias.

 

dicembre 2, 2017

Esperanto: parlare semplicemente all’essere umano che ho davanti

Pubblicato su Pressenza il 01.11.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Esperanto: parlare semplicemente all’essere umano che ho davanti
Michela Lipari mentre ritira il premio

La Federazione Esperantista Italiana ha ricevuto recentemente la menzione speciale al  Premio Diritti Umani 2017 perche “promuove iniziative solidaristiche tendenti a favorire una più profonda integrazione culturale tra uomini e popoli di lingue diverse”. Ne parliamo con Michela Lipari, dal 2014 presidente della Federazione.

Michela, i premi sottolineano spesso delle realtà di fatto; qual’è il tuo commento su questo premio?

Devo dire che dopo avere per dieci anni collaborato all’organizzazione del “Premio Zamenhof per la pace” con il quale la Federazione riconosceva l’attività di associazioni ed individui nel sostenere i valori che sono propri anche del movimento esperantista, cito tra gli altri associazioni quali Emergency, la Comunità d’ Sant’Egidio, Medici senza Frontiere, e personalità quali Moni Ovadia, Tiziano Terzani, Claudio Abbado, mi sono sentita emozionata nell’essere “dall’altra pare”, nl ricevere cioè un premio che non è per me ma per tutto il movimento che rappresento.

Il lavoro degli esperantisti, che cerca l’unità dei popoli, con che difficoltà e con che avanzamenti si incontra nel caotico mondo attuale?

I problemi, le difficoltà sono molteplici, ma soprattutto è difficile parlare di valori in una società dell’avere e non dell’essere. Dobbiamo saper scegliere i nostri interlocutori, in questo momento storico in cui le frasi più usuali sono “non sono razzista, però….” oppure “facendo questo quanto guadagno?” dobbiamo parlare al mondo del volontariato, al mondo delle persone che conoscono e portano avanti i valori veri della vita.

Zamenhof immaginò l’esperanto come una lingua comune, come una lingua ponte, neutra rispetto alle lingue “diplomatiche” dei suoi tempi; a distanza di tanti anni come valuti la sua “visione”?

Zamenhof era una persona molto profonda e concreta, pensate che durante la prima guerra mondiale (morì nel 1917 e quindi non ne vide la fine) scrisse una “Lettera ai diplomatici” per invitare i grandi che si sarebbero seduti al tavolo delle contrattazioni al termine della guerra a divedere gli stati non arbitrariamente ma rispettando i popoli, le etnie che vi abitavano. Auspicò la costituzione di un tribunale per i crimini di guerra internazionale (è stato poi costituito a seguito della guerra che ha insanguinato la ex Jugoslavia), e la costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Cosa voglio dire? Zamenhof era troppo avanti per i suoi tempi, a poco a poco le sue idee si realizzano, aspettiamo ed aiutiamo questa realizzazione.

Nell’ambito personale saper parlare l’esperanto è qualcosa che possa rendere, a tuo avviso, le persone migliori?

Il poter dialogare con delle persone su un piano di parità linguistica, senza interessarsi della sua nazionalità, quindi dialogando senza farsi condizionare dagli eventuali pregiudizi legati alle sovrastrutture culturali , significa poter conoscere la persona che ci sta davanti in quanto uomo, semplicemente uomo, essere umano.

Quali sono i prossimi appuntamenti degli esperantisti sia a livello mondiale che italiano?

In Italia avranno luogo ancora due grandi eventi per l’anno Zamenhofiano. Lunedì 6 novembre presso il Corridoio degli atti parlamentari alla biblioteca della camera verrà inaugurata una mostra su Zamenhof e la cultura esperantista coorganizzata dall’Ambiasciata di Polonia in Italia e dalla FEI, i discorsi inaugurali saranno tenuti dall’on. Cicchitto presidente della commissione esteri e da S.E. Giorgio Novello, ambasciatore d’Italia in Norvegia, esperantista; l’11 dicembre presso l’Accademia Scientifica Polacca a Roma avrà luogo una giornata dedicata a Zamenhof, con interventi di una decina di professori universitari dall’Italia e dall’estero per illustrare i vari aspetti dell’opera di Zamenhof.

Se parliamo del 2018 nella settimana pasquale vi sarà il festival giovanile internazionale e dal 17 al 25 agosto l’85° congresso nazionale a San Marino.

A livello mondiale l’evento più importante è ovviamente il 103° congresso mondiale, a Lisbona, Portogallo.

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novembre 22, 2017

Un progetto per un mondo possibile, inclusivo e non discriminatorio

Pubblicato su Pressenza il 13.10.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Un progetto per un mondo possibile, inclusivo e non discriminatorio
(Foto di Roberto Mazzini)

Ho parlato con Roberto Mazzini, della Cooperativa Giolli di uno dei progetti europei che stanno realizzando in rete con altre associazioni ed anche con Pressenza, a partire dalle tecniche e dalle idee del Teatro dell’Oppresso.

Roberto, cosa fai nella vita e che cosa è Giolli.

Sono il promotore dell’associazione Giolli nata nel 1992 per diffondere il Teatro dell’Oppresso in Italia e trasformatasi in cooperativa sociale nel 2008.

Giolli è una piccola realtà cooperativa, orizzontale e democratica, dove io e i miei colleghi coordiniamo progetti nazionali ed europei, conduciamo corsi di formazione per operatori sociali, laboratori teatrali in situazioni di marginalità ed esclusione, spettacoli interattivi di Teatro-Forum e altro.

Combattere l’omofobia affinché ci sia inclusione nel lavoro: questo il titolo del progetto.

Fighting omophobia for an inclusive job (FHOFIJ), è il titolo del progetto che riguarda le discriminazioni contro le persone LGBT nel mondo del lavoro e sul prossimo appuntamento internazionale che cade il 27-28-29 Ottobre a Parma.

Il progetto FHOFIJ, che ha l’adesione di una trentina di realtà in Italia, è nato da una collaborazione con analoghe organizzazioni slovene e greche.

Il senso del progetto è di scambiarsi pratiche e metodi per contrastare la discriminazione nel mondo del lavoro e noi 3 partner ci siamo incontrati una prima volta in Grecia per auto-formarci a due metodi, il Teatro dell’Oppresso di Boal (nota 1) e il Loesje (nota 2), un metodo olandese di scrittura collettiva per la coscientizzazione.

FHOFIJ proseguirà a Capodistria a Marzo 2018 con un training che combinerà TdO e produzione di brevi video di sensibilizzazione.

Si concluderà a Settembre 2018 ad Atene con un training internazionale che sintetizzerà i 5 metodi utilizzati.

Il prossimo appuntamento vede implicate non solo noi 3 partner ma anche altre persone provenienti da organizzazioni LGBT italiane, belghe e francesi.

Cosa succede a fine mese a Parma?

I 3 giorni di training serviranno ad approfondire il TdO e introdurre due nuovi strumenti, il training sull’assertività (ovvero come stare nelle situazioni di conflitto in modo positivo) e quello anti-rumor (ovvero come reagire in modo problematizzante di fronte alle dicerie e luoghi comuni) che nasce da un’esperienza simile attuata anni fa dal Municipio di Barcellona-Spagna sul tema razzismo, elaborata da Giolli per adattarla al tema LGBT.

Il percorso dei tre giorni si focalizzerà sulla messa in scena di situazioni di discriminazione basata sul genere, prevalentemente subita nei luoghi di lavoro; sia a partire da storie individuali che da storie tipo, in base a dati che stiamo raccogliendo con l’aiuto delle varie associazioni.

Ricaduta del training può essere la capacità di utilizzare sia a livello personale che collettivo nelle situazioni di discriminazione e pregiudizio, le abilità/strategie/passioni sviluppate.

Inoltre, alle 16 di domenica 29 è previsto uno spettacolo di Teatro-Forum, perfezionato durante lo stage, aperto a chiunque interessato. Il nucleo del lavoro parte da un gruppo di persone di Milano e Piacenza legate a Casa per la Pace che hanno costruito una storia, nata da un vero episodio di discriminazione avvenuta alcuni mesi fa nelle scuole italiane, contro una professoressa, causa il suo orientamento sessuale.

Un passo verso un mondo possibile, inclusivo e non discriminatorio?

Giolli da anni sta perseguendo una rete di rapporti anche a livello internazionale, con scambi culturali e teatrali con persone e gruppi di vari continenti, creando quindi già ora un mondo più interconnesso, multi culturale e linguistico, dove i diritti siamo più rispettati.

Il mondo possibile cerchiamo di costruirlo a partire dal nostro piccolo, lavorando in rete e partecipando/promuovendo scambi e, come dice Boal, serve “aver coraggio per essere felici!”

Per iscrizioni e informazioni:

e-mail : fhofij@giollicoop.it

segreteria Giolli: 0521-686385

sito: http://www.giollicoop.it/index.php/it/progetto-fhofij/133-a

Facebook: https://www.facebook.com/FHOFIJ.Project/

NOTE

1) Il TdO è un metodo teatrale basato sulla coscientizzazione di Paulo Freire conosciuto in tutto il mondo; è un teatro politico non ideologico, uno strumento di cambiamento sociale e personale.

Più informazioni sul sito di Giolli www.giollicoop.it, e dell’associazione internazionale:www.theatreoftheoppressed.org

Ricca la bibliografia, a partire dal classico: Augusto Boal, “Il poliziotto e la maschera”, Molfetta, Edizioni La Meridiana

2) Il metodo nasce in Olanda come forma di sensibilizzazione non aggressiva e si diffonde poi in vari paesi. Si basa su gruppi di persone che, sensibili a una tematica, si ritrovano e scrivono dei testi collettivamente. Alcune frasi che si prestano a diventare slogan e soprattutto domande o battute, vengono scritte su poster e appesi nelle vie cittadine per suscitare discussione.

Per informazioni sulla sua storia passata e presente: www.loesje.org/news?page=18

ottobre 27, 2017

Conti Nibali: condivisione scientifica, prevenzione, informazione

Articolo pubblicato su Pressenza il 21.07.2017 

Conti Nibali: condivisione scientifica, prevenzione, informazione
(Foto di Un Pediatra per Amico)

Sergio Conti Nibalipediatra, direttore della rivista Un Pediatra Per Amico (UPPA) è uno dei firmatari della letteraindirizzata al Direttore di Quotidiano Sanità e che propone alcune soluzioni scientifiche al Decreto Lorenzin che si sta convertendo in legge (di ieri la prima approvazione al Senato). Abbiamo provato ad approfondire con lui le questioni poste.

Prima questione: il morbillo e la discussione sull’esistenza di un’epidemia in corso. Lo può spiegare in modo semplice? C’è una epidemia, un rischio di epidemia? Quali le soluzioni?

C’è un’epidemia in corso, ma non si può certo parlare  di “emergenza”; i casi del 2017 non hanno superato di molto quelli del 2010 e sono tuttora meno di quelli del 2011, anni con copertura vaccinale antimorbillo all’età di 24 mesi superiore all’attuale. Ad oggi i casi sono anche molti meno di quelli notificati nel 2002 e nel 2003, per non risalire più indietro nel tempo. Il fatto che un gran numero di casi si sia verificato negli adulti, dipende dall’accumularsi negli anni di persone suscettibili (che non hanno avuto la malattia e non sono state vaccinate). Ciò significa che non è stata attuata in modo adeguato la strategia prevista dal Piano Nazionale (nel 2003!) per l’eliminazione del morbillo che prevedeva la vaccinazione dei suscettibili anche in età successive alla prima infanzia proprio per evitare future epidemie.

Bisogna anche sapere che l’Italia è uno dei 14 Paesi dove il morbillo è ancora endemico ed è anche tra quei paesi che hanno segnalato più casi a livello mondiale da novembre 2016 ad aprile 2017. Dall’inizio del 2017 sono stati notificati oltre 3.500 casi, con molte complicanze gravi inclusi casi di polmonite, 2 casi di encefalite e 2 decessi. Il 35% circa dei casi ha riportato almeno una complicanza.

Una possibile soluzione è di puntare a una copertura vaccinale del 95%, con introduzione temporanea dell’obbligo vaccinale in tutte le realtà locali che presentino dati di copertura inferiori.
La strategia dovrebbe includere un’offerta attiva anche verso soggetti suscettibili di altre classi di età, con possibilità di scelta di vaccino antimorbillo monovalente, da rendere disponibile per chi non intenda assumere altri vaccini in combinazione.

Nella lettera voi invitate a un dibattito scientifico: può spiegare quali sono le questioni scientifiche sul tappeto che Lei vede più importanti?

Io ritengo che non si possa accettare l’idea che si mettano sullo stesso piano tutti i vaccini disponibili in commercio e presenti nel Piano Nazionale Vaccini. Per alcuni di questi bisogna verificare se ci sono le evidenze scientifiche che ne giustifichino la loro somministrazione in Italia, ma soprattutto le modalità con le quali si debbano somministrare; mi riferisco in particolare all’odierna impossibilità pratica di potere accedere al singolo vaccino per ogni singola malattia; la mia esperienza che mi porta a confrontarmi tutti i giorni con i genitori mi porta a pensare che, almeno per alcune malattie, le coperture vaccinali sarebbero certamente superiori se ci fosse la possibilità di avere a disposizione anche vaccini per le singole malattie prevenibili. Per potere discutere serenamente il confronto andrebbe aperto anche a esperti indipendenti da Società professionali e produttori/industria, e non solo tra chi ha formulato il Piano Nazionale Prevenzione Vaccini/PNPV.

Voi invitate  ad escludere dal dibattito scientifico quelle persone evidentemente connesse con interessi alieni allo stretto benessere delle persone. Quali sono, in questo momento, a suo avviso le influenze degli interessi farmaceutici in questa situazione?

Il mondo della medicina e quello dell’industria dei farmaci, dei vaccini e degli apparecchi medicali allo stato attuale vivono in un rapporto quasi simbiotico; è un groviglio inestricabile di conflitti di interesse. Mi spiego meglio: il mondo dell’industria “sanitaria” è inevitabilmente in rapporto con  il mondo della medicina; è normale che sia così; tuttavia gli interessi economici altissimi che sono in gioco in questo settore hanno via via sottomesso sempre di più l’interesse della salute pubblica a quello dell’industria, per cui spesso non sono le esigenze di salute che dettano le azioni delle industrie, ma avviene il contrario.

I vaccini sono certamente da considerare come una illuminante scoperta e per fortuna le industrie hanno  deciso di investire in questo settore; tuttavia io credo che non sia una buona ragione per accettare sempre e tout court tutte le proposte  dell’industria senza fare un’attenta valutazione dei benefici attesi e delle priorità per la salute in ciascun Paese.

Un tema spinoso: la libertà di cura e l’esigenza di protezione della popolazione: secondo Lei come si possono equilibrare questi due fattori?

Questo punto lo abbiamo ribadito nella lettera: imporre un limite al diritto di accettare o meno una cura, garantito a ciascuno dalla Costituzione, può essere legittimo solo se il rifiuto di un trattamento mette concretamente a rischio altri. Nei casi in cui ciò non accade, la coercizione non è più legittimata, e ciò vale per alcune vaccinazioni incluse nel Decreto.

Io credo che, se il Decreto tenesse conto di questo basilare concetto e una proposta “scientificamente condivisa” (nel senso e nei modi che ho già espresso) fosse proposta ai genitori, riusciremmo a ottenere delle coperture vaccinali ottimali per le malattie per le quali esiste una reale preoccupazione.

Lei è un pediatra, in continuo contatto con bambini: c’è chi sostiene che le vecchie “malattie infettive” fossero una sorta di “allenamento” del sistema immunitario; lei cosa pensa di questa idea alla luce della sua esperienza clinica?

Penso che sia vero, ma che bisogna, anche in questo caso, non fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono malattie infettive, che hanno delle potenziali complicazioni gravi, che andrebbero combattute e, se possibile, prevenute. La prevenzione significa principalmente la vaccinazione (in caso di malattia per la quale esista un vaccino), ma è anche l’implementazione sul territorio di interventi informativi, educativi e di promozione della salute di efficacia documentata nel ridurre specificamente le malattie infettive e le loro conseguenze.

Lei dirige una rivista che ha per scopo di avvicinare medici e pazienti: possiamo e dobbiamo fare di più nel campo dell’informazione medica? Lei si sente d’accordo con la richiesta dei movimenti dei genitori che chiedono maggiore informazione?

Io ho il piacere e l’onore di dirigere l’unica rivista per genitori in Italia che non accetta alcuna sovvenzione e nessuna pubblicità da chicchessia; tutti gli autori sono specialisti dei problemi dell’infanzia che devono dichiarare e dimostrare l’assenza di qualsiasi conflitto d’interesse. Lo dico perché credo che questo sia un pre-requisito indispensabile per potere scrivere una rivista che abbia come uno scopo quello di potenziare le conoscenze dei genitori in un ambito così delicato che è quello della cura e dell’educazione dei nostri figli. Lo sforzo che noi facciamo è di volgarizzare la letteratura scientifica e renderla disponibile e comprensibile ai genitori perché possano prendere decisioni consapevoli. I genitori hanno diritto a essere informati; l’informazione deve essere libera da condizionamenti esterni e deve essere accurata; ci preoccupiamo sempre  di fornire messaggi che abbiano un fondamento scientifico solido. Abbiamo dimostrato che è possibile mettere in piedi una piattaforma digitale e cartacea di livello nazionale senza l’aiuto di nessuno, se non dei genitori che ci sostengono con il loro abbonamento.

Certamente si potrebbe fare molto di più nel campo dell’informazione medica; e mi riferisco questa volta alle riviste scientifiche rivolte ai medici: anche qui c’è bisogno di un maggiore rigore e di una maggiore trasparenza, come recentemente sottolineato in un numero speciale di Jama. Anche questo contribuirebbe a restituire fiducia ai cittadini e a rendere più credibile la scienza medica.

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settembre 29, 2017

Luca Poma: la più bella delle epidemie, un’epidemia di consapevolezza

Pubblicato su Pressenza il 15.07.2017

Luca Poma: la più bella delle epidemie, un’epidemia di consapevolezza
(Foto di Gerait)

Luca Poma è giornalista, scrittore e Professore in Relazioni Pubbliche Avanzate all’Università LUMSA di Roma. Ha svolto un interessante intervento al Convegno sulla Libertà di Cura organizzato da AsSIS a Firenze un mese fa. Prendendo spunto da quell’intervento gli abbiamo posto alcune domande.

 

La libertà di cura, la gestione progettuale della salute, passa anche attraverso un’informazione completa e corretta sui temi sanitari? E’ in qualche modo condizionata dal grado di “verità” che caratterizza i turbinosi flussi di comunicazione, spesso digitale, dei giorni nostri…?

Per tentare di rispondere a questa domanda, e anche per non centrare in modo ossessivo il dibattito solo sul tema dei vaccini, è certamente utile esaminare alcuni “casi”, occasioni di visibilità e di confronto/scontro mediatico che hanno coinvolto ad esempio il settore delle medicine non convenzionali negli ultimi mesi, un settore spesso nell’occhio del ciclione per le polemiche alimentate dalla voglia delle persone di curarsi in modo più olistico e meno invasivo e dell’ostilità verso questo differente paradima di salute. Casi davvero “illuminanti” circa il rapporto tra sistema dei mass-media, cittadini e libertà.

Ad esempio, immenso clamore nel settore ha suscitato la pubblicazione di “un nuovo studio scientifico australiano”– così recitavano i pennivendoli italiani – che avrebbe detto, l’ennesima volta, “la parola fine sull’omeopatia”: una metanalisi di una serie di studi che inequivocabilmente dimostravano che etc. etc. Ebbene, una banalissima azione di fact cheking ha dimostrato che:

  • non si trattava di uno studio scientifico in quanto non è mai stato pubblicato da nessuna rivista scientifica indicizzata;
  • si trattava di un’analisi già ampiamente pubblicizzata in passato, semplicemente ripresa nuovamente dai mass-media a caccia di notizie e di polemiche;
  • la ricerca in ogni caso non ha apportato alcun elemento innovativo o prova significativa nel più ampio panorama della letteratura scientifica, e – come vari esperti hanno denunciato – parrebbe gravata da pregiudizio editoriale;
  • il (presunto) articolo del British Medical Journal che riprendeva la ricerca semplicemente non era un articolo del BMJ, bensì un post su un Blog che il BMJ ospita. Blog gestito da chi? Dall’autore della ricerca Australiana, che evidentemente “se le canta e se le suona” da solo…

 

E’ assodato che esiste una campagna contro le medicine “altre” che non rispettano i canoni commerciali e promuovono altri stili di cura. E che questo si basa sulla circolazione di notizie false o tendenziose.

 

Certamente sì. Un’altra sfacciata bugia, l’ultima in ordine cronologico, di chi fa della manipolazione dei fatti una “regola”, è la clamorosa “fake news” secondo la quale le medicine complementari “sarebbero in crisi”, vero e proprio mantra con il quale i soliti noti hanno asfissiato i massmedia negli ultimi due anni, laddove invece il già citato Rapporto Italia 2017 Eurispes, reso noto recentemente, conferma che l’Italia è in linea con le tendenze europee sull’aumento della fiducia nei confronti di questi paradigmi medici. Secondo poi i dati del Consozio UE CAMbrella, magistralmente rapprentato per l’Italia dal Dott. Paolo Roberti di Sarsina, in Europa non meno di 100 milioni di persone fanno regolarmente uso di prestazioni sanitarie di medicine non convenzionali a livello preventivo e curativo, e – con una crescita del + 6,7% rispetto ai dati del 2012, i: l 21,2% della popolazione italiana utilizza attualmente – anche solo saltuariamente – medicinali non convenzionali per curarsi o ritrovare il naturale equilibrio omeostatico dell’organismo al fine di alzare le barriere immunitarie e prevenire le malattie.

 

Insomma, non una di queste prese di posizione critiche, che pure hanno goduto di buona stampa, si è rivelata men che faziosa e totalmente inconsistente. Interessante anche notare l’assenza completa di repliche, perché – come nel caso del presunto “crollo” delle prescrizioni MNC – la tecnica è sempre la medesima: si mette in giro sui mass-media una fake-news, e quando essa viene clamorosamente smentita, invece di fare ammenda o giustificarsi o perlomeno partecipare a un sano contraddittorio, si “sparisce”, cambiando argomento. Ho citato questi esempi per far riflettere su quanto sia poco onesto intellettualmente l’atteggimento di questi signori, veri e propri “sacerdoti della morale scientifica”.

 

E’ in voga l’Evidence Based Medicine, la medicina che pretende di essere basata su risultati evidenti e sperimentabili. Tu dici che l’EBM è un dogma. Ce lo puoi spiegare?

 

Quante volte abbiamo sentito dire: “…la scienza dice che”, “è ridicolo, non è provato scientificamente”,  “se è scritto su PubMed è così! ”, etc…? Bene, diamo qualche dato sull’EBM sempre dal punto di vista della comunicazione.

  • almeno il 50% degli studi pubblicati nel settore delle biotecnologie non è ripetibile, e questa potrebbe essere una stima ottimistica. Nel 2012 – ricorda un articolo di “Nature” – i ricercatori dell’azienda biotecnologica “Amgen” hanno scoperto non senza sorpresa che erano in grado di replicare solo 6 dei loro 53 studi oncologici definiti “fondamentali”;
  • sulla base delle risultanze di una verifica pubblicata su “Nature Reviews Drugs Discovery”, la multinazionale Bayer è riuscita a ripetere solo il 25% di 67 esperimenti altrettanto importanti, sui quali aveva in parte basato le richieste di approvazione alla messa in commercio di una serie di farmaci;
  • un’ulteriore ricerca ha dimostrato che – nel decennio 2000/2010 – circa 000 pazienti hanno partecipato a test clinici basati su studi che poi sono stati “ritrattati” a causa di errori o procedure inappropriate;
  • l’allora direttrice del British Medical Journal, Dr. sa Fiona Goodle azzardò pochi anni fa un provocatorio ma significativo test: inviò a 200 revisori della rivista, l’uno all’insaputa dell’altro, un articolo contenente – volutamente – 8 errori di analisi e interpretazione: non solo nessuno dei 200 esperti individuò tutti gli errori, ma la desolante media degli errori individuati si fermò a 2;
  • il biologo e giornalista scientifico John Bohannon ha fatto un altro test, inviando a ben 304 riviste scientifiche indicizzate uno studio sugli effetti di alcuni licheni sulle cellule cancerogene, firmandosi con uno pseudonimo. Ebbene, l’intero studio era totalmente inventato, conteneva errori di progettazione evidenti, e addirittura risultava redatto da un ricercatore di un’Università inesistente. Clamoroso: 157 riviste scientifiche (più della metà) accettarono di pubblicarlo;
  • l’Università di Edimburgo, ha esaminato nel dettaglio inchieste e sondaggi svolti all’interno della comunità accademica nel ventennio 1988-2008: un poco rassicurante 2% dei ricercatori ha ammesso “di aver falsificato i dati”, mentre il 28% di essi ha confessato di “conoscere personalmente colleghi che hanno utilizzato metodi discutibili durante la progettazione o l’esecuzione dei loro esperimenti”.

Questo significa che l’EBM è da gettare nel cestino? Ma certo che no. Significa solamente che dobbiamo essere ben consapevoli dei suoi limiti.

 

Nel tuo ultimo libro “Salviamo Gian Burrasca”, edito da Terra Nuova Edizioni, tu tra le altre cose analizzi un caso di gravi manipolazioni nella diffusione di uno psicofarmaco rivelatosi assai pericoloso

Ti riferisci al caso della Paroxetina, e in particolare, il suo uso in età pediatrica; ci si chiede spesso quanto siano attendibili gli studi finanziati dalle case farmaceutiche o condotti da ricercatori che hanno avuto o hanno incarichi di consulenza presso aziende farmaceutiche. Nel caso della paroxetina e della GlaxoSmithKline, quanto emerso non è rassicurante, come ha spiegato la campagna Giù le mani dai bambini. A confermare la divulgazione di dati non corretti su efficacia e sicurezza del farmaco, utilizzato per il trattamento della depressione anche nei giovanissimi, è stato il British Medical Journal nel 2015 che ha confutato il cosiddetto “studio 329”, pubblicato nel 2001 a firma di 22 ricercatori e che originariamente pareva confermare l’appropriatezza d’uso di questa molecola nei casi di depressione. È emerso che «la ricerca fu redatta da Sally K. Laden, una ghostwriter pagata dalla casa farmaceutica che aveva finanziato la ricerca allo scopo di dimostrare l’efficacia della molecola» si legge nella nota stampa a suo tempo diffusa dalla Campagna. «Ci sono voluti poi 14 anni e la tenacia di validi ricercatori per ribaltare i risultati dello studio e dimostrare che la paroxetina aumenta il rischio di suicidio per i minori che la assumono».

«Dopo lo Studio 329 del 2001, le vendite della paroxetina e di altri psicofarmaci ad azione analoga subirono una fortissima impennata, grazie anche a prescrizioni di medici generici e pediatri, con il risultato che molti adolescenti subirono effetti negativi e alcuni morirono. La paroxetina divenne l’antidepressivo più venduto, con guadagni per centinaia di milioni di dollari e più di due milioni di ricette emesse ogni anno per i soli bambini e adole- scenti» ha commentato Paolo Migone, medico specializzato in psichiatria in Italia e in USA. «Mentre la GlaxoSmithKline continuava a utilizzare lo Studio 329 come dimostrazione dell’efficacia e sicurezza della paroxetina» ha aggiunto Migone, «già nel 2004 la Procura generale di New York denunciò la multinazionale per frode contro i consumatori per aver contraffatto i dati e diffuso informazioni false. La causa si concluse con un accordo: la GSK doveva pagare una multa e si impegnava a pubblicizzare sul suo sito internet i dati effettivi dello Studio 329. Successivamente, anche il Dipartimento di Giustizia americano denunciò la GSK per truffa nei confronti di Medicare e Medicaid, cioè le principali agenzie assicuratrici pubbliche che finanziano la sanità in America, in quanto aveva diffuso affermazioni false o fraudolente. La GSK si dichiarò colpevole e accettò di pagare 3 miliardi di dollari, ovvero la multa più alta comminata a un’azienda farmaceutica nella storia americana».

La GlaxoSmithKline fu quindi definitivamente condannata e obbligata a rendere noti i dati relativi alla paroxetina. Ma come lo fece è un altro capitolo ancora… La multinazionale pubblicò infatti oltre 77.000 pagine di resoconti clinici visibili solo in remoto a video, senza che i files potessero essere scaricati o stampati. Una scelta ridicola e dannosa. Il team guidato dal professor Jon Jureidini dell’Università di Adelaide ha successivamente identificato lo studio finanziato da GlaxoSmithKline come un esempio di un processo autorizzativo da rivedere e, utilizzando documenti in precedenza riservati, ha rianalizzato i dati originali e ha scoperto che quanto all’epoca fornito dalla casa farmaceutica era fortemente fuorviante e che il pericolo per i minori che utilizzano questo psicofarmaco è “clinicamente significativo”

 

Quali soluzioni intravedi per una comunicazione al servizio delle persone e per uno sviluppo della società?

 

Non vorrei prenderla troppo alla lontana, ma vorrei citare alcune riflessioni tratte da un mio recente lavoro pubblicato su una rivista di settore. il Vangelo di Giovanni, scritto in tarda età, è la summa delle riflessioni che l’avevano segnato per tutta la vita, e dice: “In principio era il Verbo (Logos), e il Verbo era presso Dio, e il Verbo ERA Dio”. Il Verbo è anche Verità e Vita. Negli ultimi due millenni, tutta la ricerca di una dimensione spirituale dell’uomo, e quindi del senso e del valore della vita, del significato della morte, della nozione di bene e di male, ha ruotato attorno al sillogismo di Giovanni sul Verbo. La storia ha poi ampiamente dimostrato tutte le aberrazioni che la mente umana è stata capace di produrre “sfornando orrori”, e l’esperienza della cultura giudaico-cristiana non è certo stata da meno di tutte le altre, musulmana, buddista, induista; ma questo è un altro discorso. Ma la ricerca di una qualche Verità, è praticata – consciamente o meno – da chiunque, magari con rimozioni e negazioni immediate. Ecco allora dove voglio arrivare: anche chi non crede, non potrà negare che tra tutti i Valori dell’uomo, la Verità appare quello più centrale, sia per chi ha fede come per chi non ne ha. Volente o nolente, tutti – cittadini, medici, filosofi, scienziati, giudici, operatori dell’informazione – cerchiamo di “tendere verso la Verità”, operando scelte e compromessi continui, guidati purtroppo più dalla convenienza della vita terrena che non dalle categorie “alte” dello Spirito. Le società moderne si evolvono solo a condizione che sia dia per assodato che i fatti (A) devono essere descritti con equilibrio (B) devono essere documentati pubblicamente, e (C) devono tendere alla verità. Il concetto di “Verità dell’informazione” è infatti la base indispensabile dello Stato di diritto: dove non c’è verità, non vi è responsabilità politica – la responsabilità non è mai di nessuno, non si sa di chi sia – e quindi non vi è “salute dello Stato”, si ha uno Stato malato nel profondo, ed è questo il caso dell’Italia negli ultimi anni. Il dibattito allora conta se riesce – ricercando la Verità – a “far parlare i fatti”, per poi costruire in modo equilibrato le opinioni di ognuno, anche magari divergenti. Questo non sta accadendo ad esempio sulla questione vaccini. Ebbene, nel mondo della sanità e della medicina, c’è sistematica *negazione della Verità*

 

C’è disinformazione, non solo individuale, ma sempre più spesso organizzata, e persino “finanziata” da gruppi di pressione e di interesse?

Esatto. Nella medicina molti sono spinti non dall’interesse a guarire il malato, bensì dall’interesse a perpetuare la malattia, costruendo artatamente un paradigma di salute poggiato su bugie, su falsità, ma così ben “decorato” dal punto di vista estetico, da apparire l’unico paradigma possibile, o perlomeno l’unico percorribile: proprio quello che invece lo è meno e che sta condannando il pianeta al disastro e alla patologia cronica, e, in quanto cronica, data ormai serenamente per scontata. Dobbiamo prendere lezioni forse dall’arroganza da una certa medicina, con i suoi 250.000 morti all’anno per effetti collaterali a causa di farmaci somministrati con leggerezza o impropriamente e per malepratiche sanitarie? Dobbiamo prendere lezioni da quelle case farmaceutiche che per solo scopo di lucro immettono sul mercato psicofarmaci come la Paroxetina, consci del fatto che stimola idee suicidarie su bambini e adolescenti, e ostacolano poi deliberatemente la giustizia quando si scopre che gli studi scientifici alla base dell’autorizzazione alla messa in commercio erano stati manipolati? O forse dobbiamo prendere lezioni dall’Agenzia Italiana del Farmaco, che a distanza di 2 anni dalla questa scoperta agghiacciante, ammette candidamente in una corrispondenza con il Ministero della Salute italiano di “non aver ritenuto di far nulla” per allertare le famiglie relativamente a questo vergognoso scandalo? C’è voluto un nuovo Presidente dell’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, persona degnissima, per sbloccare la cosa, proprio poche settimane fa.

Lancio una provocazione: coloro che criticano chi pensa con la propria testa, facciano una ricerca scientifica importante, sugli abomini delle pratiche mediche mainstream, totalmente disumanizzate, e sui disastri perpetrati da questi signori che salgono in cattedra per poi dare il loro quotidiano e sistematico contributo alla distruzione dei delicati equilibri dell’ambiente nel quale tutti viviamo.

 

E’ necessario essere diversi?

Si. Dobbiamo passare oltre a quei processi cognitivi che vorrebbero una Verità soggettiva, prestata a questo o quell’interesse, deformata, alterata per le più diverse convenienze, e impegnarci a cercare, costruire, narrare, una Verità che in quanto oggettiva è lapalissiana, chiara, cristallina: ovvero che l’Uomo è al centro dei processi di salute, e la Medicina o è centrata sulla Persona o semplicemente non è Medicina; è vendita di prestazioni, è mercato, è un’altra cosa, e non ci interessa più, esce necessariamente dal perimetro dello sguardo del Medico.

Dobbiamo impegnarci con molta più energia per stimolare un “risveglio” di almeno qualche coscienza, generando – come mi ha insegnato anni fa il mio fraterno amico Dott. Paolo Roberti di Sarsina – la più bella delle epidemie, la più mirabile e straordinaria delle “malattie”: un’epidemia di consapevolezza, ed eventi come quello di oggi servono proprio a questo. Lavoriamo tutti assieme, tutto coloro che per i più diversi motivi credono nella necessità di raffermare la Verità, perché semmai riusciremo a raggiungere anche solo in parte questi obiettivi, potremo farlo solo essendo coesi.  E se vi riusciremo, ci sarà da andarne davvero fieri. Perché solo affermando queste Verità potremo dare un contributo a cambiare il mondo e a far crescere il Pianeta.

 

agosto 19, 2017

Un evento storico : l’adozione del Trattato Internazionale di Interdizione delle Armi Nucleari

Pubblicato su Pressenza il 14.07.2017

Un evento storico : l’adozione del Trattato Internazionale di Interdizione delle Armi Nucleari

La delegazione dei dirarmisti a New York: Navarra, Mosca, Pagani (Foto di Disarmisti Esigenti)

Abbiamo incontrato Giovanna Pagani e Luigi Mosca alla conferenza stampa che i Disarmisti Esigenti e la WILPF-Italia- Womens International League for Peace and Freedom, impegnata alacremente nella battaglia contro gli ordigni nucleari, hanno tenuto al Senato sulla recente approvazione del Trattato di Interdizione delle armi nucleari a New York. 

Voi eravate parte della numerosa delegazione internazionale che ha appoggiato e collaborato concretamente alla stesura del testo del Trattato: potete raccontare come è andata?

GP– Si è trattato di un’ esperienza particolarmente intensa sul piano emotivo e relazionale. Avevamo la consapevolezza dell’importante ruolo di pressione che potevamo e dovevamo svolgere nei confronti delle delegazioni degli stati, per far passare le mozioni migliorative del testo. Noi abbiamo lavorato dall’Italia  sulla prima bozza Gomez (cognome della Ambasciatrice del Costa Rica, Presidente della Conferenza Onu che doveva negoziate il Trattato per il Bando delle armi Nucleari) inviando  Working papers e a NY sulla seconda e terza bozza interloquendo direttamente con gli Ambasciatori degli stati partecipanti, con i militanti di ICAN e inviando fino all’ultimo mail di supporto ai delegati più in sintonia con noi). Io personalmente mi sentivo costantemente investita dal mandato degli Hibakusha ( sopravvissuti) di Hiroshima e Nagasaki e delle vittime dei test nucleari che per la prima volta avevo incontrato nel dicembre 2014 alla Conferenza di Vienna sull’Impatto umanitario delle armi nucleari (l’ultima dopo quelle di Oslo e Nayarit): “Ora anche voi sapete e se non agite siete corresponsabili  di un crimine nei confronti dell’umanità”. Lo stress è stato notevole e la soddisfazione intensa nel vivere un sogno realizzato:  avere un Trattato  giuridicamente vincolante che dichiara ILLEGALI le armi nucleari e mira alla loro eliminazione. Questo è avvenuto grazie all’intenso lavoro di informazione, sensibilizzazione e mobilitazione che la società civile ha saputo realizzare,  coordinandosi  in ICAN ( Campagna Internazionale per il Bando delle Armi Nucleari) e lavorando in costante sinergia con la “parte buona” della politica nazionale e internazionale.

LM- In pratica noi avevamo tre “canali” possibili di intervento : a) tramite la coordinazione di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons); b) tramite dei ‘Working  papers’, pubblicati sul sito Web della Conferenza: c) tramite un contatto diretto (anche se alquanto aleatorio, durante le pause dei negoziati) con i membri delle delegazioni degli Stati partecipanti ai negoziati.

Attraverso questi canali abbiamo proposto progressivamente diversi emendamenti, prima di tutto per ben stabilire la priorità e superiorità di questo Trattato rispetto al NPT, e qui le cose sono andate piuttosto bene: dell’NPT sono stati riconosciuti gli obblighi in esso contenuti, ma non il diritto da parte di una oligarchia di Stati a mantenere degli arsenali a durata indeterminata. E, più generalmente, gli obblighi contenuti in altri Trattati sono riconosciuti soltanto se compatibili con quelli del Trattato di interdizione.

Poi ci siamo maggiormente focalizzati sui punti 2 e 3 dell’Articolo 17, riguardanti una possibilità di ‘ritiro’ dal Trattato da parte di uno Stato che vi aveva in precedenza aderito, e qui la battaglia è stata alquanto drammatica: la nostra proposta, sostenuta soprattutto dalla Palestina, dal Cile e da altri Stati dell’America Latina, come pure dall’Africa del Sud, sembrava prevalere, ma l’intervento successivo di altri Stati, manifestamente sotto l’influenza degli Stati nucleari, ha costretto ad adottare un compromesso che figura come una ‘anomalia’ nel testo di questo Trattato, che, nel suo insieme è risultato invece di grande forza e qualità.

Quali sono i punti che hanno soddisfatto le aspettative dei Movimenti? 

GP – Sicuramente l’inserimento nell’art. 1 del divieto della minaccia dell’uso del nucleare accanto al possesso, alla sperimentazione (test nucleari) e all’uso: questo significa stigmatizzare la deterrenza nucleare che sta detenendo l’umanità nella morsa della minaccia permanente di una conflagrazione nucleare, che può avvenire per comando, errore o follia. Molto importante anche il concetto del transito  che consente di affrontare la questione dei porti nucleari (noi in Italia ne abbiamo 11) e dello stoccaggio delle stesse in territori di paesi non nucleari ( e questo ci riguarda direttamente per essere paese Nato con bombe Nucleari Usa sul nostro territorio esattamente come l’Olanda, la Germania, il Belgio e la Turchia).

Grande soddisfazione anche per l’art. 18  che regola i rapporti con gli altri trattati in materia di disarmo e di fatto stabilisce   che il TNP deve sottostare al Trattato. Il fronte dei paesi nucleari chiedeva naturalmente il contrario e in sede di dibattito alcuni paesi hanno chiesto l’eliminazione di quelle “otto parole finali” dell’articolo che appunto sanciscono la priorità del Trattato all’interno della Architettura Intenazionale del Diritto in materia di sicurezza. Tra questi stati l’Olanda che poi ha votato No e Singapore che si è astenuto. In questo nuovo quadro giuridico il Trattato consente di rafforzare e sviluppare l’articolo VI del TNP secondo il quale gli stati membri si impegnano a proseguire in buona fede i negoziati per addivenire al disarmo nucleare (evento che stiamo ancora attendendo visto che gli stati nucleari sono passati da 5  a 9).

Altri punti sono l’inclusività del trattato aperto anche agli stati nucleari purché  in primis  disattivino le proprie testate nucleari e poi presentino un piano di eliminazione  vincolante sotto controllo della AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). Disarmare è possibile: esiste l’esempio concreto del Sudafrica cha a partire dal 1990 ha proceduto al disarmo nucleare delle sue sei testate. Per gli stati che ospitano armi nucleari (è il caso anche dell’Italia) questi si devono impegnare a farle rimuovere.

C’é poi il riconoscimento molto importante delle norme internazionali che tutelano l’ambientecome cardine del trattato assieme al Diritto Internazionale Umanitario e alla Carta delle Nazioni Unite

Altri punti: la necessità di intensificare l’educazione per la pace e il disarmo e il riconoscimento dell’importanza della partecipazione delle donne nel processo che dovrà condurci al disarmo nucleare (e questo anche in considerazione del grave impatto di genere), riconoscimento del ruolo degli Hibakusha e delle vittime dei Test soprattutto tra le popolazioni indigene

LM – I punti soddisfacenti sono molti : la proibizione della “minaccia dell’uso” e non solo dell’”uso” delle armi nucleari, la proibizione anche del solo possesso di queste armi e quindi di ogni  dottrina di ‘deterrenza’ basta su di esse, sono le principali ‘conquiste’ in questo trattato; ma diverse altre non sono meno significative, come il riconoscimento delle vittime non solo di Hiroshima e Nagasaki, ma anche dei più di 2000 tests nucleari, particolarmente le donne, i bambini, le popolazioni indigene, e di conseguenza l’obbligo di provvedere alla loro assistenza, ai risarcimenti anche dell’ambiente, etc.

Quali sono i punti deboli del trattato? 

GP – Aver mantenuto  il diritto degli stati all’uso del nucleare civile (preambolo par. 21) la definizione del TNP come pietra angolare del disarmo nucleare (preambolo par.18)

E soprattutto il diritto al recesso (art. 17 com.2 e com.3) eccetto nel caso in cui lo stato sia coinvolto in un conflitto.  Per un pelo sembrava che ce l’avremmo fatta a eliminarlo. Ma vale la pena  raccontare la dinamica del dibattito, perché abbiamo vissuto momenti di alta tensione emotiva. I numerosi interventi che si susseguivano testimoniavano che la maggioranza degli stati era orientata per l’eliminazione del recesso. Sorprendendoci e contemporaneamente lusingandoci la Presidente Gomez con grande partecipazione e forza emotiva, scandendo le proprie parole mentre guardava con intensità l’assemblea, quasi a testimoniare che ne stava tastando empaticamente il polso, esordisce dicendo di “sentire/percepire” che l’orientamento dell’assemblea era per togliere i due commi. A quel punto uno spontaneo, prolungato e scrosciante  applauso riempie la sala nella commozione e felicità generale. Si susseguono altri interventi anti-recesso e  tra questi quello dell’Ambasciatore del Cile che in modo molto appassionato sostiene la Presidente, orientata a raggiungere il consenso sulla eliminazione del recesso,  e a riprova richiama l’attenzione  sull’ “applausometro” appena ascoltato in favore dell’eliminazione dei commi 2 e 3. Ma immediatamente il clima in sala si raffredda con gli interventi dell’Egitto,  dell’Algeria e di altri che in nome della sovranità nazionale chiedono che i due commi sul recesso rimangano. Seguono altri tentativi di mediazione, soprattutto dello Stato della Palestina  e  un altro tentativo della Gomez di aver un ulteriore segno assembleare di consenso. Ma questo non arriva e l’articolo 17 passa con il diritto del  recesso,  da noi considerato un punto  che contraddice lo spirito stesso del trattato.

Una nostra proposta era quello di affidarlo alla Convenzione di Vienna del 1969 entrata in vigore nel 1992 in base al quale,  per ottenere il recesso,  occorre l’approvazione di tutti i membri firmatari del trattato da cui si vuole recedere, e dunque viene reso molto più difficile.

LM – Il vero punto debole è, come già visto, quello dei punti 2 e 3 dell’Articolo 17, punti che, insieme, riguardano la possibilità di ‘ritiro’ dal Trattato da parte di uno Stato che vi aveva in precedenza aderito. Noi, società civile, in cooperazione con diverse delegazioni di Stati motivati, speriamo di poter ottenere un emendamento pertinente in occasione della prossima revisione de Trattato, probabilmente tra circa un anno.

Girano voci, anche in ambienti progressisti e pacifisti che il trattato sia inutile: cosa rispondiamo a questa critica? 

GP – Ai detrattori del Trattato  rispondo con due argomentazioni.  L’importanza storica dell’evento è testimoniata dalla forte azione di opposizione messa in atto dagli stati nucleari che fino all’ultimo hanno cercato di ostacolarlo e boicottarlo. E questo è stato denunciato anche  dall’Ambasciatrice del Sudafrica che ha parlato di una “pressione incredibile” sul  continente africano perché non partecipasse.

La seconda argomentazione è la grande soddisfazione degli Hibakusha (i superstiti di Hiroshima e Nagasaki) e delle vittime degli oltre 2000 test nucleari che hanno definito il Trattato il riscatto dell’umanità di fronte alle vittime della violenza nucleare, “l’inizio della fine delle armi nucleari”.

 LM – Questo Trattato non potrà in alcun modo risultare ‘inutile’ : Il suo impatto si era già fatto sentire ancora prima che fosse adottato, come ampiamente dimostrato dalla fortissima opposizione da parte dei principali Stati Nucleari, che hanno cercato in tutti i modi e sino all’ultimo di sabotare il processo che ha condotto alla sua adozione.

Inoltre, almeno nella mia comprensione, l’ILLEGALITA’ di un’arma, una volta dichiarata come tale da un Trattato Internazionale entrato in vigore, diventa una proprietà intrinseca dell’arma stessa, per cui non avrebbe nessun senso pretendere che tale arma possa essere illegale per certi Stati e legale per altri !

Comunque una cosa è certa : questo Trattato di interdizione ha stigmatizzato per sempre le armi nucleari, fatto questo riconosciuto anche, e con grandissima irritazione, dagli stessi Stati Nucleari.

Su ciò appunto si basa l’utilità di questo Trattato Internazionale di Interdizione delle Armi Nucleari, la cui finalità non è, in un primo tempo, quella di ottenere l’adesione degli Stati dotati di armi nucleari (o dei loro alleati), ma quella di stabilire un nuovo quadro giuridico nel quale si porrà necessariamente ogni ulteriore negoziato in vista dell’eliminazione effettiva di queste armi.

In effetti, non si tratterà più di negoziare su delle armi “semplicemente” molto più potenti delle altre, ma di negoziare su delle armi rese ILLEGALI, come già detto, da un Trattato Internazionale d’interdizione di tali armi mostruose.

Inoltre un tale Trattato, che stigmatizza anche il solo possesso delle armi nucleari, non mancherebbe di cambiare, anche radicalmente, il modo in cui le armi nucleari sono ancora sovente percepite dall’opinione pubblica, da responsabili politici, da ricercatori, da operatori industriali, economici e finanziari e … da militari !

A chi dice che questo Trattato di Interdizione non elimina neanche una sola bomba nucleare, rispondo che una casa si comincia a costruire dalle fondamenta, prima di costruirci sopra la parte visibile dell’edificio : questo se si vuole che la casa sia solida e possa resistere nella durata ad ogni sorta di intemperie : qui le fondamenta sono costituite dal Trattato di Interdizione e la casa ‘visibile’ da una futura Convenzione di Eliminazione.

Considero inoltre importante sottolineare una realtà che è emersa in modo crescente e possente lungo tutto il percorso che ha condotto a questo risultato : si è trattato, e si tratta, di una vera e propria “rivolta” degli Stati non dotati di armi nucleari, di fronte all’inaccettabile inerzia pluridecennale degli Stati dotati nel processo di disarmo e, peggio ancora, alla continua modernizzazione dei loro armamenti.

In altre parole gli Stati non dotati d’armi nucleari (sono soprattutto Stati del Sud, dell’America Latina e dell’Africa, ma anche del Nord, come l’Austria e l’Irlanda), hanno voluto dire : “dopo quasi mezzo secolo di inganni e d’ipocrisia da parte degli « Stati dotati », nel quadro del Trattato di Non Proliferazione : ora basta ! Quando è troppo è troppo ! ” 

Ora si vede male come questo movimento inedito e possente possa ora essere fermato !

 

Qual è il lavoro che la società civile deve fare per arrivare al bando delle armi nucleari? Cosa può fare ognuno di noi? 

 

GP – Innanzi tutto serve una forte azione di contrasto alla disinformazione mediatica,  naturalmente  funzionale agli interessi del grande complesso industriale-militare-mediatico che cinicamente strumentalizza gli esseri umani e l’ambiente per puri scopi di cieco dominio.  Occorrerà pensare anche a strumenti comunicativi variegati, efficaci e che si avvalgano anche del prezioso  linguaggio artistico,  capace di infrangere il muro dell’indifferenza  e attivare l’empatia.

Occorre un intenso e capillare intervento di educazione per la pace e il disarmo (come auspicato dal trattato stesso nel preambolo) a livello formale e informale che promuova  la solidarietà, la giustizia sociale,  la democrazia, il dialogo interculturale,  la cooperazione tra i popoli e il rispetto dell’ecosistema.

E’ urgente riorientare la politica nazionale e internazionale verso la vita e la pace e dunque verso il raggiungimento della “sicurezza umana” che si nutre di dialogo, solidarietà internazionale e consapevole alleanza con la natura.

E’ in gioco la vita dell’intera umanità sotto la duplice minaccia del nucleare e del cambiamento climatico che è foriero di nuove guerre,  e dunque rappresenta un acceleratore pericoloso di tensioni geopolitiche,  col rischio della ricorsa al nucleare. Questo Trattato ci dà la forza giuridica oltre che morale di esigere il disarmo nucleare. Non perdiamo tempo. Agiamo con determinazione, coscienti di essere “cittadini e cittadine  del mondo”  nonché “figlie e figli della madre terra”.

LM – La grande psicanalista Hanna Segal disse, a proposito delle armi nucleari : “Silence is the real crime!” e penso proprio che avesse ed abbia tutt’ora profondamente ragione !

Il nostro primo compito, in quanto esponenti della Società Civile è quello di informare e ‘formare’ l’opinione pubblica, facendola emergere dallo stato di ‘letargia’ nel quale per lo più si trova a proposito di questa realtà di un rischio crescente nel mondo di una guerra nucleare e, d’altra parte, dei mezzi che abbiamo a disposizione per cercare di evitarla. Vi è cioè la necessità urgente e impellente di una vera e propria ‘pedagogia’ per creare una presa di coscienza che è pressoché assente attualmente in tutti gli ambiti della popolazione.

Ciò è essenziale perché l’opinione pubblica possa esercitare una pressione adeguata sui governi degli Stati nucleari e dei loro alleati, in modo da indurli ad eliminare fisicamente le loro armi nucleari, insieme a tutto il loro contesto, e ad aderire al Trattato di Interdizione.

 

Inoltre, a livello diplomatico, la Società civile, in collaborazione con i rappresentanti degli Stati più motivati, deve ora ‘inventare’ una nuova strategia, adeguata alla situazione geopolitica creata da questo trattato, in modo da poter giungere ad una Convenzione di Eliminazione delle armi nucleari, e cio’ prima che sia troppo tardi !

 

agosto 19, 2017

Ucraina: come proteggersi dalle fake news

Pubblicato su Pressenza il 13.07.2017

Ucraina: come proteggersi dalle fake news

La redazione del sito

Mauro Voerzio è il responsabile della pagina italiana (http://www.stopfake.org/it/) di un progetto internazionale per smascherare le notizie false che circolano sull’Ucraina.

 

Mauro ci vuoi raccontare un po’ questo progetto?

Il progetto StopFake nasce nel 2014 all’indomani del Maidan e dell’inizio della guerra con la Russia. L’Ucraina è stata il test delle nuove guerre ibride ed è stato il test anche della nuova stagione di war information. In pratica è stata il campo per verificare il funzionamento della grande macchina di propaganda messa a punto dalla Russia con lo scopo di destabilizzare Stati stranieri.
Di pochi giorni fa anche un’altro tipo di test effettuato dalla Russia nel campo della CyberWar.

StopFake nasce da questa esigenza, mettere in campo uno strumento per contrastare la guerra informativa. La scelta è stata quella del debunking, ovvero di contrastare i fake con dei dati oggettivi
facilmente verificabili da chiunque.
Siamo coscienti che non è la risoluzione finale del problema FakeNews, esistono infatti molti fenomeni che sfuggono alla logica, il più famoso di tutti è il backfire effect, cioè la radicalizzazione di chi, esposto alla FakeNews, di fronte ai motivi per cui quella notizia è falsa, il soggetto crede ancora di più al falso. Nonostante tutto crediamo che con il tempo le persone diventeranno più consapevoli e tramite servizi come il nostro acquisiranno quegli strumenti culturali per riconoscere da se un fake da una notizia vera.

Qual è la vostra metodologia di lavoro?

La redazione conta di 29 persone, tutti volontari. Riceviamo donazioni da elementi esterni dall’Ucraina proprio per evitare di essere assoggettati all’una o all’altra parte ed utilizziamo quei fondi per le spese correnti e per missioni all’estero in partecipazioni a conferenze sul tema fakenews

Il sito è tradotto in 11 lingue e l’Italia è il quarto paese per numero di accessi dopo Ucraina, Russia e Stati Uniti,

Nonostante siamo chiaramente un progetto Ucraino che ha il compito di svelare le FakeNews provenineti dalla Russia non ci consideriamo parte integrante di una parte e non parteciapiamo mai alla propaganda. Il
nostro lavoro è analitico, investigativo e qualche volta forensico.
Dimostriamo con fatti oggettivi perchè una notizia è falsa o perchè una foto è stata scattata altrove.

Abbiamo in tre anni scoperto più di mille fake, quasi uno al giorno. L’Italia non è immune al fenomeno, infatti risente di una forte influenza russa e pertanto spesso e volentieri alcuni siti (organici alla propaganda russa) rilanciano i fake provenienti da Mosca o ne creano di nuovi. Un recentissimo esempio di qualche giorno fa è stato l’articolo di Maurizio Blondet che si basava su foto scattate non in Ucraina per una critica omofobica al Gay Pride che si è tenuto a Kyiv.(http://www.stopfake.org/it/blondet-un-fake-omofobico-contro-l-ucraina-di-cattivissimo-gusto/)

Un vecchio adagio giornalistico dice che in guerra la maggior parte delle notizie sono propaganda: come fate voi per evitare di cadere nella trappola?

Le critiche che riceviamo non sono mai su quanto pubblicato, ma a seconda dei casi di essere agenti della CIA, sponsorizzati da Soros, neonazisti ecc. ecc. Se fossimo dei propagandisti su mille articoli forse avrebbero trovato dei motivi per attaccarci nel merito, ma non è mai successo. Il nostro direttore Eughen Fedchenko è molto fermo su questo punto, lui ci ripete tutti i giorni “noi siamo giornalisti, noi facciamo indagini e pubblichiamo solo se la notizia è certa al 100%, se abbiamo dei dubbi su un debunking non lo pubblichiamo”. Solo così ci siamo creati una solida credibilità e di questi tempi non è poco.

Noi cerchiamo di essere il più analitici possibile tanto che il nostro metodo di lavoro è diventato di esempio anche in America, ne hanno parlato CNN, NYT WAPO, mentre in Europa il The Guardian e la BBC dopo
la Brexit. Non si tratta di prendere le difese di una parte, si tratta di far emergere il buon giornalismo contro le sue manipolazioni, una persona informata correttamente è una persona libera, una persona
sottoposta a barinwashing è facilmente manipolabile.

Qual è il vostro auspicio sulla situazione di conflitto in Ucraina, Crimea e territori contesi?

Ovviamente per tutti coloro che vivono e lavorano in Ucraina l’auspicio è che la guerra termini presto ma i segnali che arrivano da Mosca vanno in senso opposto, anzi si ha la sensazione che siamo solo agli inizi di un conflitto che potrebbe divenatare più generale. In Ucraina si ha la consapevolezza che il paese non è il vero obiettivo della Russia, è solo un grande campo di addestramento dove verificare nuove metodologie di guerra, dalla guerra ibrida a quella informativa sino alla cyberwar. Il vero obiettivo della Russia è il dissolvimento dell’Unione Europea sostituita da una alleanza EuroAsiatica a guida russa. E’ tutto scritto, come ai tempi del Mein Kampf, basta leggere i libri di Aleksandr Dugin (filosofo e mentore di Putin) per capire a cosa puntano.La Crimea imploderà in breve tempo da sola, la situazione sulla penisola è al collasso, mancano medicine, acqua, i prezzi del cibo sono alle stelle e i turisti l’hanno abbandonata. Per il Donbass è differente, si tratta di una piccolissima porzione di terreno (paragonabile alla provincia di Torino in Italia), terreno che ad oggi
nessuno vuole più in quanto devastato da tre anni di guerra. La Russia lo usa come motivo di frizione continua con l’Europa ma non pensa neanche lontanamente ad annetterselo, l’Ucraina se potesse glielo
lascierebbe ma pagherebbe la scelta con fortissime tensioni interne in quanto sarebbe come abbandonare tutti quei cittadini che ancora oggi sono prigionieri di quella situazione. A mio parere come ci si muove
in Donbass si sbaglia, ed è forse per questo che da oltre un anno la situazione è cristallizzata nonostante i combattimenti provochino morti tutti i giorni.
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luglio 23, 2017

Ucraina: lavoriamo per avvicinare i popoli

Publicato su Pressenza il 10.07.2017

Ucraina: lavoriamo per avvicinare i popoli

I bambini ucraini disegnano contro la guerra (Foto di Associazione Italia-Ucraina Maidan)

Mauro Colombo è segretario esecutivo dell’Associazione Italia-Ucraina Maidan, associazione culturale che opera da vari anni nel campo dell’aiuto umanitario alle popolazioni colpite dalla guerra, dell’informazione sulla realtà dell’Ucraina e sulla fratellanza tra i popoli.

In questi giorni l’Associazione ha spedito in Donbass due containers di aiuti umanitari.

Mauro, puoi intanto darci i dettagli di questa ultima operazione e spiegarne il perché?

Dai primi giorni del conflitto, l’Ucraina ha dovuto gestire un’enorme quantità di problemi, tra i quali il 1.400.000 profughi interni provenienti dalle zone del Donbass occupate dai separatisti filorussi e dalla Crimea, illegalmente annessa alla Russia.
La risposta della società civile è  stata esemplare e si sono attivate molte associazioni sul territorio. Purtroppo la disponibilità economica in Ucraina è molto scarsa a causa di oltre 26 anni di crisi. Noi abbiamo lavorato con la diaspora in Italia organizzando raccolte fondi per poter inviare vestiti,  cibo e materiale sanitario. Oltre a contribuire alle necessità pratiche ci interessa molto che ai profughi fuggiti dalla guerra arrivi un messaggio importante: non siete soli, non credete alla propaganda, i vostri fratelli sono qui e si occupano di voi.

Perché  hai nominato la Crimea? Li non c’è la guerra…

Prima  dell’annessione illegale alla Russia, le lingue ufficiali erano l’ucraino, il russo e il tataro. Ora è solo il russo e le minoranze etniche ucraina e tatara sono state vittime di gravi  discriminazioni e abusi fino  dai primi giorni. Molti hanno perso la casa o l’attività commerciale, in favore dei nuovi occupanti. Molte migliaia di persone hanno abbandonato la penisola temendo per la propria incolumità e quella dei propri cari.
Al leader tataro e parlamentare ucraino Mustafà Djemilev è  stato vietato l’ ingresso sulla sua terra, la Crimea.
Ma di questo ci sarebbe molto da parlare.

La situazione sul terreno qual è?

Ora la situazione profughi è stabile, la guerra si percepisce solo sulla linea del fronte, ma tutto il paese si aspetta cambiamenti radicali e profondi. Si respira una certa insofferenza perché da una parte non è semplice mettere mano a gravi problemi che affliggono il paese, dall’altra ci sono molte forze che si oppongono ai cambiamenti. In molti casi il ”nemico” non è  oltre il fronte, bensì  all’interno del paese.

C’è un certo silenzio sul conflitto da quando sono stati raggiunti degli accordi di cessate il fuoco: quali sono le prospettive verso una pace definitiva?

Al momento il conflitto è  classificato ” a bassa intensità ‘: ciò  significa che due morti e cinque feriti in media al giorno e 3  milioni di persone in ostaggio di pazzi mercenari non sono urgenti per nessuno.
Gli accordi di Minsk sono stati disattesi dai primi minuti successivi le firme.
Putin non abbandonerà mai la Crimea perché strategica a livello militare.
Il conflitto in Donbass serve alla Russia per tenere sotto scacco l’Ucraina e impedirle di sfuggire alla propria orbita. Sarà un conflitto congelato come è  stato, ed è  ancora, per Trasnistria, Ossezia del Nord, Inguscezia, Abkhazia e Nogorno Karabak.

Forse a molti i nomi di queste regioni risulteranno sconosciuti; spesso siamo distratti quando le bombe cadono provenendo da est… comunque fanno  parte dello stesso disegno.

La pace non sarà  possibile finché saremo indulgenti sulla violazione degli accordi internazionali e finché l’ ONU sarà immobilizzata dalla possibilità  di porre il veto da parte dei paesi più  potenti.

Nel frattempo lavoriamo con la gente nell’intento di frenare l’escalation di odio e favorire l’avvicinamento tra i popoli a dispetto degli interessi delle élite dei potenti.

luglio 22, 2017

Sono ancora gli stranieri a voler mettere le mani sull’Afghanistan

Pubblicato su Pressenza il 03.06.2017

Sono ancora gli stranieri a voler mettere le mani sull’Afghanistan

Atai Walimohammad è un profugo afgano che vive in Italia dal 2013 e lavora come mediatore linguistico e culturale. Ha cominciato a collaborare con Pressenza per parlare del suo paese e, in generale, della situazione dei rifugiati.

Atai puoi brevemente raccontare la situazione da cui sei fuggito e quello che ti è successo che ti ha costretto a fuggire?

Ho studiato due anni in una madrasa, la scuola coranica dove a dispetto del nome “scuola” si insegna ormai solo la jihad, la guerra doverosa (non “santa”, questo è un termine che ha più a che fare con il cristianesimo e che ha portato a parecchi equivoci). In pratica, dove si insegna solo ed unicamente a diventare kamikaze.

Abbinare a questo la parola “scuola” fa rabbrividire. Eppure, questa era – e forse è ancora – la realtà. Tanti ragazzi come me sono stati indottrinati così. Un lavaggio del cervello che spingeva i miei amici a diventare shahid, ossia martiri. Rinunciare alla vita per assassinare: l’annullamento di 10.000 anni di faticoso progresso. L’indottrinamento era tale che le famiglie di questi miei amici erano contentissime quando i Talebani diedero loro il certificato del paradiso per questi “martiri”. Lo sono stati martiri, questi ragazzi, ma i carnefici non erano di certo le loro vittime, bensì chi aveva fatto loro quell’indegno lavaggio del cervello. Dopo che alcuni dei miei amici si sono fatti esplodere, le loro mamme piangevano e si frustavano, io ogni giorno sentivo le brutte notizie e la mia mamma mi disse che dovevo fare anche io il kamikaze contro i non musulmani.  I talebani, nel frattempo, riuscirono ad impossessarsi del villaggio. Era il febbraio 2012. Dal centro di addestramento dei kamikaze partì un blitz che prese il controllo della zona. In un solo mese riuscirono a compiere svariate atrocità: la lapidazione in pubblico di un ragazzo ed una ragazza per adulterio, l’impiccagione di 14 ragazzi che lavoravano per l’esercito afgano e lo sgozzamento di un uomo, e mio amico, che tramite una dinamo era riuscito a portare l’elettricità a tutto il villaggio. La “sentenza” fu giustificata con il fatto che l’elettricità poterebbe la gente ad avere televisione e radio, due cose effimere, e quindi peccato mortale. Il rifiuto dell’amore fisico, il rifiuto della diversità di idee, il rifiuto del progresso tecnologico. In un solo mese (perché un mese è durato il terrore talebano nel villaggio) tutta la barbarie possibile.

I fanatici religiosi mi ostacolavano. Parlavano male di me. Dicevano che ero “infedele”. Ma io continuavo ad andare a scuola ed a studiare la scienza e non la religione. Così sono cresciuto e il mio sogno era quello di diventare uno psicologo come papà e di continuare la sua opera. La mattina frequentavo la scuola ed il pomeriggio seguivo corsi di matematica, biologia, fisica e chimica. Perché, anche se nessuno se lo ricorda più, un tempo l’Afghanistan era una terra di grandi scienziati e matematici.

Io ero ancora un ragazzino, ma con l’aiuto del Governo sono riuscito ad aprire nel mio villaggio un centro per l’apprendimento dell’inglese e dell’informatica aperto tanto ai bambini quando agli adulti. All’inizio erano proprio in pochi a venirci! Ma, piano piano, il loro numero è aumentato anche se la mia scuola aveva davvero pochi mezzi. Una volta a settimana venivano gli americani di pattuglia al villaggio ed io, che sapevo l’inglese, andavo sempre a parlare con loro. Un giorno gli americani mi portarono libri, quaderni, tappeti, sedie, matite, lavagne e tavoli. Ero felice. Potevo avere una scuola vera! Lo ricordo come uno dei momenti più belli della mia vita, il giorno in cui distribuii tutto il materiale ai ragazzi e alle ragazze del villaggio. Anche la gente cominciava a cambiare idea, a capire che un libro è un’arma migliore del fucile. Io continuavo a studiare scienza, ma mi dilettavo anche di arte. Un giorno di febbraio io e il mio fratellino Atai Dostmohammad abbiamo fatto una scultura e l’abbiamo portata a scuola per farla vedere agli studenti. All’inizio erano contenti di vederla ma poi qualcuno ha cominciato a dire che rassomigliava a Buddha e alcuni si sono arrabbiati. E’ arrivato un insegnante di teologia che ha rotto la mia statua e ha incitato i ragazzi a picchiarci. Siamo tornati a casa insanguinati. Da quel giorno si è sparsa la voce che mi fossi convertito al buddhismo e la gente ha cominciato a trattarmi da infedele. Nessuno è più venuto nella mia scuola. Allora mi hanno accusato di essere una spia e di essermi convertito al cristianesimo. I talebani hanno dato alle fiamme la mia povera scuola e mi hanno cercato a casa, devastando e bruciando tutto quello che era mio. Per fortuna, ero lontano, altrimenti mi avrebbero ucciso. Ma non sono più tornato a casa. Sono scappato verso la provincia di Herat e ho deciso che avrei lasciato per sempre la mia patria.

A tuo fratello come è andata e in che problemi si trova attualmente?          

Al mio fratello maggiore, Dott. Atai Liaqat Ali, le cose non sono andate così bene. Lui era un medico e lavorava in un ospedale statale. Stava facendo la specializzazione e fu avvicinato dai talebani che gli chiesero di lavorare per loro e che non doveva più curare i governativi. Lui rifiutò. Così lo rapirono mentre lavorava in corsia. A lungo, lo torturarono con l’elettroshock. Alla fine lo abbandonarono mezzo morto sul ciglio di una strada. Da quel momento, non è più stato quello di prima. Il suo cervello ha subito gravi danni e la sua menomazione è presumibilmente irreversibile. Solo le cure antipsicotiche riescono a dargli un po’ di sollievo. Quello che rimane della mia famiglia, riuscì a farlo ricoverare in un ospedale pakistano, mentre i talebani davano alle fiamme il suo ospedale e la sua casa. Così anche mio fratello fu costretto a raggiungere l’Italia. Il suo viaggio fu ancora più difficile a causa delle sue condizioni di salute. Ma ancora urla per la paura di essere catturato dai talebani anche se sa che è in Italia. Si era sposato circa 2 mesi prima dell’episodio. È stato ascoltato dalla commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ed ha avuto lo status di rifugiato come me.

Qual è il tuo giudizio sulle istituzioni che lavorano con i rifugiati? E quello sulle associazioni di volontariato del settore?


Oggi molti italiani hanno paura delle migrazioni non perché siano ostili alle persone dei migranti, ma perché vedono che l’emergenza è gestita male, e soprattutto non ne vedono la fine. L’impressione è che il governo e gli enti locali stentino a organizzare sia l’accoglienza, sia i rimpatri; e soprattutto non riescano a disegnare un orizzonte che dia ai cittadini quella sicurezza anche psicologica senza cui l’integrazione resta utopia. Il tentativo di coinvolgere l’Europa sta dando i primi risultati. Ma gli italiani sanno che le guerre civili nel Nordafrica e in Medio Oriente non sono affatto finite, che per stabilizzare l’area serviranno anni se non decenni; e non intravedono ancora né le regole né le azioni che consentano di salvare i profughi, sottraendoli ai trafficanti di uomini. Dopo due anni di lezioni di italiano, corsi di formazione e lavori per la comunità, i problemi di integrazione sono superati, ma burocrazia e incapacità del legislatore finiscono per vanificare ogni sforzo. I pochi che ottengono lo status di rifugiato dopo un’attesa che può superare i due anni, devono lasciare il centro entro tre giorni senza un euro in tasca, senza un lavoro e un’altra struttura che metta a frutto l’investimento pubblico fatto su di loro per trasformarli in cittadini. Così la proposta del ministro degli Interni Marco Minniti di legare lo status allo svolgimento dei lavori socialmente utili, qui a Zavattarello in centro in cui io lavoro suona come una beffa. “Chi ha ricevuto risposta negativa può rimanere qui fino all’ultimo grado di giudizio. Continua a studiare, a lavorare. Ha cibo e un tetto. Ma se gli riconoscono lo status di rifugiato dobbiamo metterlo alla porta e tanti saluti”.

C’è da essere orgogliosi del modo in cui molti italiani stanno reagendo. Le associazioni di volontariato fanno un grande lavoro, spesso sopperendo alle lacune della pubblica amministrazione. E gli uomini in uniforme continuano a salvare vite, dovere giuridico e morale che in nessun caso può mai venire meno. Ma lo Stato, insieme con gli altri Paesi europei, deve fare molto altro: alleggerire il peso che grava sulle frontiere, organizzando il viaggio dei profughi e il respingimento dei clandestini; e far funzionare la macchina dell’integrazione, legando i diritti ai doveri, che comprendono la conoscenza e il rispetto dei nostri valori, a cominciare dall’uguaglianza tra uomo e donna. A patto di rispettare la paura ed eliminarne le ragioni.

La guerra in Afghanistan sembra una guerra senza fine: esiste secondo te una volontà di terminarla?

Da molti anni quasi tutte le nazioni del mondo sono impegnate nella missione di pace in Afghanistan, e dopo 17 anni e 5 mesi della loro presenza non è stata portata la pace nemmeno in un distretto del paese, e addirittura i problemi sono aumentati. Prima erano solo i talebani ma adesso ci sono anche gli altri gruppi terroristici come Isis, Haqani e etc. in incubazione le uova degli altri gruppi terroristici e sappiamo benissimo dove nascono e come crescono, e chissà quando nascono come li chiameranno? Ma sono figli tutti dello setsso padre, tutto comincia dal Pakistan alleato degli Stati Uniti; così nessuno dice nulla. Non è ammazzando i terroristi che si risolve il problema del terrorismo, bisogna eliminare le ragioni che li rendono tali. Questo vuol dire che finché ci sono i campi petroliferi e gli interessi dei paesi stranieri la guerra non finirà mai in Afghanistan e in mezzo la povera gente come da sempre va ammazzata sia da parte dai talebani (figli dei paesi stranieri) che dai governativi.