Archive for ‘Interviste’

aprile 19, 2018

Francesca Borri: nel raccontare la guerra ho sentito la necessità di una infinita apertura agli altri

Pubblicato su Pressenza il 28.02.2018

Francesca Borri: nel raccontare la guerra ho sentito la necessità di una infinita apertura agli altri

Se devo pensare alla Siria e a un giornalista mi viene in mente Francesca Borri che in Siria a fare la giornalista c’è stata davvero e non esattamente in posti comodi e che su questo ha scritto un libro meraviglioso La guerra dentro sulla sua esperienza ad Aleppo.

Incrocio Francesca di passaggio in Italia e so che le posso fare qualche domanda.

Al di là di questa tregua come vedi l’evolversi della situazione in Siria?

In teoria in queste ore è in vigore una tregua a Ghouta, l’area in cui le condizioni sono al momento più drammatiche, l’area più sotto attacco: non è periferia di Damasco, in realtà è Damasco. Capiamo questa cosa delle tregue: questa non è la prima di cui si capisce poco perché i siriani che vivono lì continuano a inviare immagini di bombardamenti o di fosforo o di attacchi chimici, tutte cose che è difficile verificare, ma le immagini sono abbastanza esplicite. Inoltre ognuna di queste tregue ha sempre escluso non meglio definiti gruppi terroristici, il che rende possibili attacchi e operazioni impossibili da verificare.

Come in altre aree sotto assedio alla fine non muori per un bombardamento, muori di fame; questo non significa che queste tregue non abbiano senso non abbiano una loro utilità ma dobbiamo distinguere la questione strettamente umanitaria dal resto: ogni minima sospensione dei combattimenti che consenta l’accesso degli aiuti umanitari è fondamentale, tutto quello che possa consentire di consegnare aiuti umanitari ai siriani o di migliorare la loro situazione è ovviamente indispensabile. Una questione completamente diversa è il piano politico e il piano dell’analisi: queste tregue sono funzionali ad Assad e ai vari attori in gioco inclusa l’ONU e il piano di pace di Staffan De Mistura. Io in linea generale condivido il tentativo dell’ONU.

In Siria c’è una molteplicità di attori coinvolti; intendo dire non tre o quattro, parliamo di decine di gruppi armati; quindi non mi riferisco solo agli Stati stranieri che li sostengono ma proprio a quelli che sono sul terreno e che combattono. In una situazione del genere pensare di negoziare un accordo di pace complessivo globale a livello nazionale non ha senso. Quindi quando Staffan de Mistura è arrivato ha detto che era inutile continuare a cercare un accordo globale ma che era meglio provare a costruire passo passo una serie di piccoli accordi locali. In linea di principio è sicuramente la cosa che ha più senso ma questa strategia ha generato tante piccole tregue locali con scambi di popolazione: quest’estate il famoso accordo delle quattro città consisteva nel fatto che i combattenti e i loro familiari e gli attivisti dell’opposizione lasciassero le aree a maggioranza sciita e si rifugiassero in area maggioranza sunnita e viceversa.

E quindi è chiaro che questa strategia diventi la costruzione di una Siria diversa, divisa in aree il più possibile omogenee che si prestano a diventare delle sfere di influenza per la Russia, la Turchia, il Quatar, l’Arabia Saudita o gli Stati Uniti o chi altro. Assad in tutto questo ha giocato la sua partita nel senso che in questo modo, da quando Staffan de Mistura ha iniziato la sua attività, l’opposizione è stata concentrata in alcune aree sempre meglio definite: la provincia di Idlib nel nord e poi appunto l’area intorno a Damasco. Se concentri i ribelli in un’area e la metti sotto assedio prima o poi cade come è finita ad Aleppo. Per cui bene le tregue ma comprendendo questi due livelli: quello umanitario per dare sollievo alle persone mentre sul piano politico queste tregue non vanno in direzione della pace vanno in direzione della guerra. Nel senso che si stanno creando le condizioni, esattamente come avvenuto in Iraq in tanti altri paesi del mondo, perché questa guerra ricominci sostanzialmente tra sei mesi, fra un anno o due o cinque anni e che vada molto oltre i confini della Siria.

Quali sono secondo te gli interessi in gioco verso la pace e verso la prosecuzione della guerra?

Credo che purtroppo al momento gli unici interessati alla pace siano i siriani che sono letteralmente esausti; dovessi dire il solo segno positivo che ho visto in questa follia che è iniziata sei anni fa è forse proprio la fuga di massa dei siriani. Tanti se ne sono andati via, hanno disertato e questo è davvero un segno di sanità mentale. Tra i ribelli e Assad hanno deciso che l’unica soluzione era andare via. Gli interessi della guerra: ogni attore sta in campo con diversi interessi, ognuno persegue i propri obiettivi che inoltre cambiano secondo il momento: per esempio la Turchia ha la questione kurda, questo è sicuramente uno dei suoi obiettivi; ma Erdogan non si sente solo il presidente della Turchia ma anche il leader di tutto il mondo, di tutto il mondo islamico. La stessa cosa per la Russia: la Siria è perfetta per la politica di potenza, invece di combattere sul proprio territorio combatti in Siria.
L’interesse di tutti gli attori in gioco, incluso quello dei jihadisti e dello Stato islamico (che in teoria dovrebbe essere il nemico comune) è di mantenere la situazione di caos perché tutti beneficino di questa situazione di collasso dell’ordine, di guerra senza fine. C’è chi l’ha teorizzato in libri. Questa situazione è un ottimo terreno di coltura dei jihadisti. Tutti pensano di trarne vantaggio ma in realtà io credo che ne beneficeranno nel lungo periodo soprattutto i jihadisti.

Francesca, persona pacifista che racconta la guerra: in cosa questa esperienza ti ha trasformata? In che direzione?

Probabilmente è troppo presto per rispondere a questa domanda, ci sto ancora troppo dentro. E poi forse non sono io a dover rispondere alla domanda, forse sono quelli che stanno intorno a me. Quello che vedo è che stare a contatto con la guerra è un lavoro terribile, brucia letteralmente dentro. Gli effetti sui giornalisti come anche sui cooperanti sono micidiali, questo ci lascia intuire quali siano gli effetti sui civili ma anche sui combattenti. Si parla tanto della sindrome post traumatica per noi, però in un paese come l’Iraq hanno la sindrome post traumatica come paese intero. Per cui quello che osserviamo su noi stessi dovrebbe aiutarci a riflettere sulle guerre e sul modo di uscirne davvero. A volte si ha l’impressione che non sia solo questione di negoziatori ma di psicologi.

Gli effetti appunto sono micidiali e io in questi pochi anni ho visto cambiare profondamente molti giornalisti, secondo me 99 volte su 100 il cambiamento è negativo. Si marcisce dentro, a parte poi l’alcool e tutto il resto. Però poi c’è quell’uno su cento che, sembra terribile dirlo,  impara dalla guerra, riesce a trasformare la guerra in altro. Penso a Yuri Kozyrev, fotografo russo, forse il mio fotografo preferito in assoluto;  penso a Stanley Greene fotografo americano morto alcuni mesi fa con cui sono stata a Aleppo: Stanley ha vissuto 40 anni di guerre con alcool, eroina e tutto e aveva una dolcezza straordinaria, proprio straordinaria nei confronti degli altri, una poesia, una delicatezza per il mondo.

Io credo che la guerra in un certo senso, anche se suona terribile dirlo, mi sia stata utile e mi abbia reso una persona migliore. Però come tante altre esperienze. Io ero una ragazzina viziata, vissuta in Italia, con la fortuna di avere una certa famiglia e hai tutto. Ora per me niente più è scontato e cambia tutto completamente, sei molto più centrato sugli altri perché in guerra si sopravvive solo se si sta insieme, se ci si aiuta reciprocamente. In questo momento penso di avere un debito enorme nei confronti di tutti coloro in Siria che in questi anni mi hanno protetto, mi hanno ospitato, sono stati la mia casa, la mia famiglia. Questo convive insieme al senso di colpa di non avere fermato la guerra, di non essermi sentita molto utile per loro. Soprattutto quando mi capita di essere in Italia come in questi giorni davanti  a amici che si scontrano per nulla, piccole cose; allora mi viene da pensare che gli servirebbe proprio sperimentare un bombardamento, forse gli cambierebbe un po’ la prospettiva.

E’ terribile che uno dica che la guerra lo ha cambiato in meglio: non vorrei che fosse necessaria una guerra, non abbiamo bisogno di 500 mila morti, credo che ci possano essere, che ci siano altre esperienze utili al cambiamento; però so che la guerra mi ha cambiato profondamente e ora sento un’infinita apertura agli altri; o odii tutto e tutti oppure pensi che non vuoi che a nessun altro capiti quello che è capitato a te.

Per me è questa seconda cosa.

Annunci
aprile 2, 2018

Parma: Nicoletta Paci, vogliamo dare grande attenzione alla partecipazione

Pubblicato su Pressenza il 02.02.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Parma: Nicoletta Paci, vogliamo dare grande attenzione alla partecipazione
(Foto di Comune di Parma)

Nicoletta Paci è assessora alla partecipazione e ai diritti dei cittadini a Parma, nella giunta Pizzarotti, ed ha promosso insieme a tutta l’amministrazione la realizzazione dei Consigli dei Cittadini Volontari le cui elezioni si terranno nei prossimi giorni, dal’8 al 14 Febbraio

Intanto ci può chiarire il senso di quest’assessorato che, di norma, si chiama “al decentramento”: cosa volevate sottolineare scegliendo questo nome?

Volevamo sottolineare proprio la grande attenzione che, come amministrazione comunale, vogliamo dare alla PARTECIPAZIONE, in tutte le sue forme. Il termine Decentramento ci sembrava riduttivo e con un’accezione leggermente negativa. Invece per noi, sia che si tratti di zone centrali della città che di aree più periferiche, è importante che tutti siano partecipi della vita sociale della città, facendosene carico e collaborando attivamente per la soluzione dei problemi.

Ci può raccontare il processo che porterà all’elezione dei Consigli dei Cittadini Volontari?

Il processo è iniziato con l’estrazione a sorte dall’anagrafe comunale di 300 nominativi per ciascun quartiere, equamente distribuiti fra uomini e donne e divisi per fasce d’età in modo da rappresentare uno spaccato veritiero della composizione della nostra cittadinanza. A questi cittadini sono state inviate lettere di invito a candidarsi per essere consiglieri nei Consigli dei Cittadini Volontari (CCV) del proprio quartiere. Contemporaneamente è partita la campagna di candidatura anche per quei soggetti che hanno proposto autonomamente la propria candidatura per i CCV.  Per queste persone è stato necessario raccogliere un minimo di 25 firme a sostegno della propria candidatura da presentare poi on –line sul sito del Comune di Parma.

Dopo la chiusura di questa prima fase e una volta stabilite le liste si passerà alle votazioni aperte a tutta la cittadinanza. Si svolgeranno dall’8 al 14 febbraio con modalità on line o assistita preso alcuni nostri punti dove c’è maggiore affluenza di pubblico.

Ci tengo a precisare che per il nostro sistema di votazione on-line abbiamo ricevuto anche un premio nel 2016 come miglior sistema di e-Governance fra quelli della rete.

Come funzioneranno? Che potere avranno?

I Consigli avranno potere consultivo e propositivo verso l’amministrazione comunale. Dovranno altresì fare da collante con tutte le realtà del territorio a loro assegnato e quindi cogliere e coordinare le attività delle varie associazioni, gruppi o singoli cittadini che si rivolgono a loro per le varie istanze o progetti. Saranno anche fulcro per lo sviluppo del bilancio partecipativo o per l’attuazione del regolamento di cittadinanza attiva, due altre forme di partecipazione che abbiamo implementato.

La vostra giunta, rieletta da poco, ha già effettuato numerose iniziative a favore della partecipazione dei cittadini, ce le può ricordare?

Come appena citato abbiamo adottato il Regolamento di Cittadinanza attiva che ha dato vita a piccoli progetti di recupero urbano proposti dai cittadini e che vogliamo allargare ulteriormente nei prossimi anni. Poi c’è stato il Bilancio partecipativo per il quale abbiamo messo a disposizione € 500.000 a favore di progetti proposti dalla cittadinanza e mediati attraverso i CCV. Di tutti quelli che sono pervenuti e che sono stati votati, si sono realizzati o sono in via di realizzazione i primi dieci per un importo di e 50.000 circa a progetto.

Sul fronte invece dei nuovi cittadini italiani abbiamo costituito la “Consulta dei popoli” e il Consigliere Aggiunto che cercano di dare voce e risalto ai nuovi italiani presenti sul nostro territorio.

Parma fa parte dell’Associazione dei Comuni Virtuosi: in questo mondo in cui ci vogliono far credere che tutti i politici amministrano per il proprio tornaconto personale c’è che sta cercando di porre un nuovo modello di politico, al servizio del cittadino: come sta andando questa esperienza?

Direi bene visto che i parmigiani ci hanno appena rieletto e mostrano entusiasmo per le attività che gli dedichiamo. Rispetto alla precedente elezione dei CCV infatti abbiamo registrato un aumento del 40% dei cittadini che si sono offerti come candidati e soprattutto un aumento di oltre il 50% fra i ragazzi di età compresa fra i 16 e i 20 anni. Questo per noi è un dato davvero molto importante perché significa interessare le giovani generazioni che oggi sono spesso indifferenti o lontane da ogni forma di partecipazione sociale attiva.

aprile 2, 2018

Disarmo nucleare: una valanga di mozioni di enti locali affinché l’Italia ci ripensi

Pubblicato su Pressenza il 30.01.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseSpagnolo

Disarmo nucleare: una valanga di mozioni di enti locali affinche l’Italia ci ripensi

Lisa Clark con il volantino di “Italia Ripensaci!” (Foto di Lisa Clark)

Abbiamo parlato con Lisa Pelletti Clark, pacifista storica italiana, tra le numerose cose Co-Presidente dell’ International Peace Bureau; la intervistiamo nella sua veste di Coordinatrice per l’Italia di Mayors for Peace, una delle organizzazioni internazionali che fanno parte di ICAN.

Sia Mayors for Peace che International Peace Bureau sono tra le organizzazioni internazionali che sono partner di ICAN. Come del resto lo è Pressenza! Quindi stiamo parlando tra collaboratori alla stessa campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari, sebbene ognuna delle nostre organizzazioni abbia un focus specifico.

Intanto se ci puoi fare il punto della situazione internazionale ed italiana di Mayors for Peace con le ultime notizie.

A livello internazionale Mayors for Peace (MfP) ha sostenuto le attività di ICAN con due importanti appelli scritti dal Sindaco di Hiroshima, Presidente di MfP, a tutti gli oltre 7000 membri, invitandoli a far sentire la voce delle città nell’incoraggiare i governi nazionali a partecipare al percorso verso il trattato. I Sindaci Matsui e Taue sono stati presenti ad ambedue le tornate della conferenza degli Stati in cui si discuteva il testo del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari: hanno espresso, con tutta l’autorevolezza che deriva dall’essere i rappresentanti eletti delle due città distrutte dalle bombe atomiche, un sostegno pieno a chi si batteva per la messa al bando delle armi nucleari. Insieme agli Hibakusha, i sopravvissuti alle bombe, hanno convinto molte delegazioni della necessità di votare secondo umanità, e non secondo convenienza diplomatica.

Mayors for Peace contribuisce attivamente alla campagna “Italia Ripensaci!”, promossa da Rete Disarmo e Senzatomica, affinche’ l’Italia firmi il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari: come e’ andata la campagna finora? Quali eventi ti hanno colpito di piu’?

In Italia, proprio in questi giorni, abbiamo raggiunto la cifra di 500 membri! Io ho iniziato ad impegnarmi nella promozione di MfP nel 2005, in occasione degli eventi che organizzammo in Lombardia,  Veneto e Friuli Venezia Giulia per il 60° anniversario dei bombardamenti del 1945. E ricordo che in quegli anni le amministrazioni comunali avevano molte più energie per occuparsi di questioni internazionali: Firenze era Vicepresidente di MfP. Con l’ospitalità del Sindaco Domenici e del Presidente del Consiglio Comunale Eros Cruccolini si tenne nel Salone dei Cinquecento un’assemblea degli iscritti italiani a cui furono invitati i Sindaci di Ghedi (BS) e Aviano (PN), le due città che (ancora oggi) ospitano armi nucleari statunitensi. A nome di tutti i membri MfP, Firenze strinse un patto d’amicizia con i Sindaci Annamaria Guarneri (Ghedi) e Stefano Dal Cont Bernard (Aviano), con la finalità di lavorare insieme per la rimozione delle armi nucleari dalle basi in quei due territori, un passo verso la totale eliminazione di tutte le armi nucleari. Eravamo molto attivi!
E ogni anno, come Beati i costruttori di pace, abbiamo sempre organizzato eventi in occasione degli anniversari di Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto): la manifestazione Pace in Bici, che si conclude sempre davanti alla base USAF di Aviano il 9 agosto, ha come obiettivo anche quello di raccogliere adesioni a MfP: in 13 anni abbiamo quasi triplicato il numero degli iscritti!
Negli ultimi anni, e in particolare da quando abbiamo lanciato la Campagna “Italia Ripensaci”, nell’ottobre 2016, non abbiamo riscontrato lo stesso livello di protagonismo da parte degli enti locali. Le difficoltà economiche dei Comuni in molti casi hanno azzerato le iniziative, anche se ci sono eccezioni: il Segretariato di MfP a Hiroshima aiuta ad organizzare eventi a costo zero o quasi, come per esempio incontri via Skype tra scuole e Hibakusha, oppure la condivisione di sementi e piantine discendenti dagli alberi sopravvissuti alle bombe atomiche, o firme di petizioni online a sostegno del Trattato di messa al bando (siamo arrivati a 2.662.841 firme!).

All’interno della campagna MfP ha spinto in modo particolare perché, dal basso, venissero presentate mozioni in tutti i consigli comunali invitando il Governo a firmare: come sta andando? Ci puoi dare delle cifre?

Sì, in Italia abbiamo spinto molto per l’approvazione di mozioni dei consigli. Questo è il paese di Giorgio La Pira: e quando ho raccontato qualcosa al Sindaco Akiba (sindaco di Hiroshima fino al 2011) sull’impegno politico del sindaco fiorentino mi ha risposto, “Ma allora La Pira era il profeta di Mayors for Peace!” La Pira rivendicò il diritto delle Città a fare politica internazionale, a intessere relazioni di amicizia e collaborazione con altre città oltre i confini degli Stati. Invitò a Palazzo Vecchio, in piena Guerra Fredda, i sindaci di una cinquantina di capitali: seduti uno accanto all’altro, i sindaci di Washington, Mosca, Praga, Londra mostrarono di avere una visione diversa dai loro governo nazionali. La Pira, che era rimasto colpito proprio dall’urbicidio di Hiroshima e Nagasaki, scrisse che nessuno ha il diritto di uccidere una città, e che – comunque – la storia ci mostra che le Città restano, mentre gli Stati vanno e vengono. E il Sindaco Akiba amava dire che la Città sanno risolvere i problemi senza ricorrere alle armi, che le Città non possiedono eserciti.
Per tutto questo, crediamo che la voce dei Consigli comunali sia importante. Ad oggi sono solo pochi i comuni che hanno adottato una risoluzione specifica in cui si chiede al Governo italiano di “ripensarci” e aderire al percorso del Trattato sulla messa al bando delle armi nucleari. Ma la seconda fase di “Italia Ripensaci”, da febbraio fino al 7 luglio 2018, spingerà proprio per raggiungere una valanga di mozioni di enti locali da consegnare al nuovo Governo!

Alleghiamo:
Ordine del giorno Firma Nuclearban gen 2018 M4P

3 Lettera e Appello di Mayors for Peace versione italiana

marzo 23, 2018

La finanza anticrisi

Pubblicato su Pressenza il 05.01.2018 

La finanza anticrisi
(Foto di http://www.calamajo.it)

Da pochi giorni si è conclusa l’esperienza della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario di cui ha fatto parte Gianni Girotto, senatore del M5S che abbiamo intervistato.

Un bilancio generale dei lavori della commissione? Un tuo giudizio politico?

Il bilancio non può che partire dalla prima ovvia considerazione sul ritardo con cui la Commissione stessa è stata costituita, dal momento che i problemi erano evidenti e noti già ad inizio legislatura. Tanto è vero che il Movimento 5 Stelle propose una legge istitutrice di una Commissione d’inchiesta sul Monte Paschi di Siena già a maggio 2013. Se tale proposta fosse stata accolta allora, forse determinati meccanismi sarebbero venuti a galla in tempo utile per evitare le successive crisi. Ricordiamoci infatti che la Commissione ha accertato come le problematiche e i vizi di comportamento relativi alle due Venete, a MPS e alle 4 banche dell’Italia centrale fossero note ai Vigilanti da molti anni (e quindi alla politica, che ricordiamolo ne nomina i vertici, e ci dialoga costantemente per giusta prassi istituzionale). Viceversa la “solita” vecchia politica ha deciso di non agire, meglio ha voluto non agire, facendolo solo quando ormai le irregolarità erano divenute talmente pubbliche da non poter più consentire di non soddisfare una domanda “diffusa” e pressante di giustizia, divenuta  non più ignorabile. Insomma riassumendo all’estremo si è trattato della classica carota elettorale, cioè un contentino all’elettorato per far sembrare che ci si stia realmente occupando di un problema. Meglio ancora, in realtà la politica si è occupata di banche, ma non nel modo che noi avremmo voluto, da un lato in fase omissiva, cioè ignorando le continue richieste da parte dei magistrati di integrare la normativa in merito con la previsione di nuove fattispecie di reato (dal momento che quelle attuali sono assolutamente insufficienti) e di sanzioni adeguate (e non spesso “ridicole” come testualmente affermato dai Procuratori uditi in Commissione); dall’altro lato, sul versante fattivo, obbedendo ai “consigli” che arrivano dalle grandi lobbies finanziarie, e producendo quindi le “riforme” delle banche di credito cooperativo e delle Popolari, che noi abbiamo sempre contestato, e non certo da soli. Non possiamo certo entrare ora nel merito ma ribadiamo che tali riforme vanno nel senso di agevolare le grandi concentrazioni di capitali e un certo modo di fare finanza, modo che mette al centro la proprietà e il guadagno, anzichè la tutela del risparmio e l’aiuto all’economia reale, e con questo abbiamo veniamo proprio alla domanda successiva.

Tu hai sottolineato, in quella sede, l’importanza della finanza etica, ce la vuoi spiegare in dettaglio?

Il concetto è molto semplice, la finanza dovrebbe servire l’economia reale, non viceversa. Ricordiamo che l’economia reale significa quella che genera vera ricchezza, cioè costruire fognature, ponti, coltivare la terra, allevare bestiame, fabbricare vestiti, scarpe, mobili ecc. ecc., oppure per sviluppare i servizi medici, ospedalieri, di trasporto, insomma tutte quelle cose che servono veramente per il benessere di una società, e si contrappone alla finanza virtuale speculativa, che è quella “autoreferenziale”, in cui si scommette se un determinato titolo salirà o scenderà di prezzo per lucrare sulla differenza, e lo si fa negli ultimi anni a velocità e ritmi sempre più spaventosi grazie ai computer, che ormai operano in totale autonomia, a prescindere appunto da qualsiasi considerazione etica, ma mirando esclusivamente al guadagno a brevissimo termine (si parla infatti di “High frequency trading – HTF – proprio per indicare questo modo di operare).

Finanza etica significa semplicemente che la banca etica, prima di concedere il prestito valuta la sostenibilità sociale/ambientale del progetto, e solo dopo la parte economico/finanziaria; insomma il progetto deve essere prima di tutto “sano”, e poi certamente deve poter generare dei ricavi con i quali possa onorare il prestito (e non generare quindi quei famosi NPL o crediti deteriorati che ormai tutti hanno imparato a conoscere). Da sottolineare come ora abbiamo anche la dimostrazione oggettiva di quanto detto, dal momento che l’anno scorso è stato pubblicato uno studio che ha messo a confronto le 29 banche europee “classiche” di maggiori dimensioni, con le 28 banche etiche europee, e tutti i confronti sono decisamente a favore di queste ultime, soprattutto l’andamento del reddito totale, che negli ultimi 5 anni è cresciuto del 7,6% per le banche etiche contro lo 0,5% delle banche “normali”. Viceversa che le banche normali abbiano parecchi “vizietti” lo dimostra, oltre a quanto emerso in questa Commissione d’inchiesta, i circa 220 miliardi di euro di sanzioni varie, pagati dalle banche “normali” tra il 2010 e il 2014, una cifra spaventosamente enorme e direi assolutamente chiarificatrice.

In cosa consiste, secondo te, il maggior aspetto di sostenibilità della finanza etica?

Per quanto ho appena detto, la sostenibilità diventa duplice, cioè sia sotto l’aspetto “privatistico” della banca (e dei suoi soci) che avendo valutato accuratamente il progetto si vedono poi restituire il prestito e possono quindi continuare a operare (e quindi concedere altri prestiti), sia sotto l’aspetto “pubblico/globale”, in quanto i progetti finanziati non corrompono società e popolazione, in buona sostanza non inquinano (o lo fanno in maniera tollerabile dall’ambiente) e non sfruttano la manodopera dei lavoratori coinvolti, e quindi il pianeta e i suoi abitanti possono continuare a vivere e prosperare, cose elementari certo, ma che negli ultimi anni abbiamo verificato non vengono, troppo spesso, rispettate dalla finanza “tradizionale”. In più il principio di “voto capitario” all’interno delle assemblee dei soci è uno scudo fondamentale per impedire che il capitale si appropri anche di questo strumento, e ne stravolga principi e modalità operativi;  ricordiamocelo sempre, quando il voto è paritetico tra migliaia di soci, democrazia e distribuzione dei vantaggi sono fortemente agevolati.

Una proposta umanista e nonviolenta propone una banca pubblica che presta senza interessi o con interessi minimi; esistono esperienze locali ed internazionali in questo senso che sostengono soprattutto i redditi più bassi; cosa pensi di questa proposta?

In linea teorica sono favorevole ad una banca pubblica con tali presupposti, però l’esperienza insegna che non è facile ottenere efficienza da una struttura pubblica se non è fortemente motivata e/o monitorata. Le esperienze di finanza etica funzionano perché sono private, ma di privati con forti valori etici, fortemente motivati, convinti ed entusiasti di quanto stanno facendo. Forse la soluzione è un mix di soluzioni, ovverosia affiancare ad una banca pubblica “buona” (che in effetti noi del M5S abbiamo proposto) anche la finanza etica privata, che negli ultimi 15 anni i numeri hanno chiaramente dimostrato essere non solo efficiente ma anche profittevole.

Approfondimenti sulla Finanza Etica sono disponibili qui

mentre la sezione del sito del Sen. Girotto dedicata alla Commissione di’Inchiesta è a questo link

dicembre 11, 2017

#StopFiscalCompact perché crediamo sempre che un altro mondo è possibile

Pubblicato su Pressenza il 03.11.2017

#StopFiscalCompact perché crediamo sempre che un altro mondo è possibile
(Foto di Eoghan O Lionnain via Flickr)

Attac Italia sta portando avanti la campagna #StopFiscalCompact. Ne parliamo con Raphael Pepe, attivista dell’associazione dal 2009 e membro del Consiglio Nazionale dal 2011. I suoi anni di militanza sono stati marcati da temi che caratterizzano fortemente l’anima dell’associazione: dalle battaglie contro le privatizzazioni e la rivendicazione di modelli di gestione democratiche e partecipate dei beni comuni, alla rivendicazione di una nuova finanza pubblica contro la trappola del debito. La campagna di cui ci parla in questa intervista si inserisce assolutamente, con coerenza, in questo percorso.

ATTAC Italia ha lanciato al petizione e la campagna che si trova su http://www.stopfiscalcompact.it/ quali le motivazioni di fondo?

Negli ultimi 10 anni, dall’inizio della crisi, il divario tra i pochi che detengono gran parte della ricchezza mondiale e la maggioranza della popolazione è cresciuto in modo esponenziale. Il numero di persone che vive sotto la soglia di povertà non cessa di crescere e questo perché sin dall’inizio della crisi si è cercato, con una strategia dello shock ben orchestrata, di colpevolizzare le popolazioni e di collettivizzare le responsabilità della crisi e del debito.

Partendo da questo presupposto, senza mai avere un dibattito serio sulla questione del debito e di come sia stato generato, si è fatta un’equazione a dir poco erronea: il debito è causato dalla spesa pubblica, ci tocca ridurre le spese per “rimborsarlo”.

Peccato che le cifre dimostrano che negli ultimi 30 anni, che hanno visto il debito aumentare considerevolmente, si è assistito ad un costante calo della spesa pubblica.

Questa “trappola del debito” mira a mettere sul mercato tutto quello che ancora rimane nella sfera pubblica, tutti quei servizi che sono dei diritti e che si vogliono trasformare in “bisogni”.

Allora secondo la storiella che si sente da anni: per “rimborsare il debito”, occorre svendere il patrimonio e moltiplicare i processi di privatizzazioni. E quello che una volta era un “diritto”, magari finanziato tramite tasse o finanza pubblica diventa un “servizio” che rientra in un circuito economico.

Per fare un esempio concreto, se prima per una visita specialistica, il cittadino non pagava e la retribuzione del medico specialistico non “creava ricchezza” secondo i criteri liberisti; oggi un “cliente” paga la sua visita, questo diritto è diventato un “bisogno” e il pagamento da parte del “consumatore” ha contribuito a far aumentare il PIL, e quindi a diminuire contemporaneamente il rapporto debito-PIL.

In questo modo, le condizioni della popolazione sono migliorate? Si è data una spinta all’economia nazionale? È cresciuta l’occupazione? Il potere d’acquisto? Ovviamente no?

In questo contesto, da anni, Attac Italia lavora su un altro modello d’uscita della crisi, un modello d’uscita efficiente che non calpesti i diritti dei cittadini e che rimetta in questione meccanismi malsani che hanno trasformato la crisi in una vera e propria “opportunità” per chi l’ha generata.

La rivendicazione della ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti ora a servizio delle banche e il percorso di auditoria sul debito per analizzarlo, capire come sia stato generato e come gestirlo collettivamente, rientrano in questa ottica.

Il Fiscal Compact è uno degli strumenti oggi utilizzati dall’Europa, per ufficializzare, con norme giuridiche, con delle restrizioni pesantissime, l’obbligo di “rimborso” del debito, o meglio di riduzione del rapporto debito-PIL da qui a 20 anni.

Se dal 2012 il Fiscal Compact era un accordo tra i paesi, che chiedeva senza obbligarlo ad esempio di inserire il pareggio di bilancio nelle costituzioni – cosa che l’Italia ha fatto – domani verrà inserito nei trattati, diventerà vincolante, avrà valore giuridico e sarà al di sopra delle leggi nazionali e delle costituzioni imponendo delle riduzioni della spesa pubblica che ammonterebbero a circa 50 miliardi di euro l’anno per l’Italia.

Considerando che fino a qualche anno fa, le leggi finanziarie prevedevano una spesa annuale di circa 60 miliardi di euro e che la legge di stabilità in discussione ne prevede 20 miliardi, è facile capire che non si tratta soltanto di una “riduzione” della spesa pubblica ma proprio di una cancellazione della spesa pubblica.

Con l’applicazione di un trattato del genere, si assisterebbe alla cancellazione dei diritti, qualsiasi servizio dovrebbe entrare sul mercato divenendo a disposizione solo di chi può pagare. La richiesta della carta di credito o dell’assicurazione al pronto soccorso potrebbe diventare a breve una realtà. La cancellazione delle pensioni e di qualsiasi sussidio rientrerebbe nella logica del trattato.

Gli Stati europei devono, o piuttosto dovrebbero, discutere entro fine anno il Fiscal Compact, per poi ratificarlo.

Ecco perché una campagna contro il Fiscal Compact, è un tema centrale per il futuro politico del paese, dell’Europa, dei popoli del vecchio continente.

Come sta andando la campagna?

Abbiamo iniziato lanciando una petizione online che ha come scopo di fare parlare del Fiscal Compact e innanzitutto di generare dibattito sul tema, ma soprattutto di orientare il dibattito politico ad una ridiscussione e una rimessa in causa dei trattati europei stessi. Prima o poi, il tema dovrebbe entrare a far parte dell’agenda politico nazionale, e vorremmo arrivare a quel momento con un certo numero di cittadini che con le firme si saranno già espressi contro il trattato, ma soprattutto con molte realtà attive sul territorio nazionale: associazioni, giornali, movimenti, ma anche forze politiche che abbiano già un percorso avviato contro il Fiscal Compact. C’è palesemente la volontà politica di giocare con i tempi e di ridurre al minimo il dibattito politico sulla questione. Se riusciamo a sensibilizzare e a prendere posizioni a priori, partiamo meglio per opporci al trattato.

La strada è lunga e i tempi stretti, ma nel giro di un mese, il numero delle organizzazioni che hanno aderito alla campagna è considerevole e piano piano, si iniziano a vedere i risultati.

Intanto, considerando l’interesse di molti consiglieri comunali, e la consapevolezza che su questa partita, gli enti locali, che di più pagano la crisi, devono essere in prima linea; abbiamo steso un ordine del giorno da presentare ai Consigli Comunali per fare si che qualche ente locale possa prendere posizione ufficialmente contro il Fiscal Compact.

Ad ora, sappiamo che è stato presentato a Bologna, Trento, Siracusa, Livorno, San Remo, Pisa e tante altre città. La cosa positiva è che il testo stia girando al punto tale che non abbiamo un monitoraggio preciso. Negli ultimi giorni ci è giunta notizia che il piccolo Comune di Gaiola in provincia di Cuneo, avesse approvato l’odg, mentre in quello di Empoli è stato bloccato dalla maggioranza PD. Intanto la rete delle Città in Comune e Rifondazione Comunista hanno fatto circolare l’odg a molti consiglieri comunali in tutta Italia, e siamo costantemente contattati da consiglieri di liste civiche intenzionati a presentare l’odg.

E’ sempre più evidente la divergenza tra una economia basata sul profitto e una basata sui beni comuni: come si risolve questo conflitto?

Questa è una bella domanda, è una sfida difficile. Sicuramente si deve ripartire dai percorsi collettivi, dai territori, dai movimenti, dai Comuni. L’Italia e l’Europa, per fortuna sono piene di realtà locali in cui numerosi cittadini cercano di portare avanti un modello basato sulla solidarietà, sulla condivisione, sulla collettivizzazione dei processi di decisione politica. Si tratta di un percorso lungo, e mentre si agisce localmente, sicuramente arrivano spesso dei provvedimenti nazionali ed europei che ostacolano questi processi costantemente.

Ma una bolla speculativa, sappiamo che prima o poi esplode, e anche se si mettono in atto delle politiche molto dure, cancellando di fatto processi democratici e arrivando anche ad una forte repressione; è abbastanza chiaro che il sistema stia implodendo e che stiamo assistendo ad un momento storico di forti cambiamenti.

Purtroppo bisogna essere consapevoli che questo non significhi per forza che la risposta sarà una società più solidale e un’economia basata appunto su un’equa distribuzione delle ricchezze. Le urne europee parlano abbastanza chiare, la paura genera chiusura e si lascia tanto spazio ai populismi.

Ma ci tocca andare avanti forti delle tante esperienze positive e dai tanti tasselli che contribuiscono ad invertire la rotta.

Come si risolve questo conflitto è una domanda difficile, ma in realtà le risposte ci sono. Sono in quelle realtà autogestite che offrono ai cittadini dei servizi che dovrebbero essere offerti da un sistema pubblico ottimale, dalle mense agli alloggi popolari, passando per gli ambulatori o i CAF auto-organizzati. Se piccole realtà senza l’ombra di un finanziamento pubblico, riescono, con un’organizzazione basata sulla solidarietà a garantire servizi ad alcuni cittadini, non è così difficile che si possa applicare con una gestione più equa delle risorse pubbliche.

In Italia ad esempio, se si togliesse dalle fondazioni bancarie il controllo della Cassa Depositi e Prestiti e si destinassero i fondi dei depositi postali, non più alle multinazionali ma agli enti locali; sicuramente si potrebbero garantire servizi in un modo ottimale.

Se con percorsi di auditoria sul debito, si individuasse come i debiti sono stati generati e si decidesse di fare pagare chi ha generato questi debiti o semplicemente di cancellare debiti illegittimi, come quelli generati dai derivati o altri strumenti finanziari. Se anziché costruire opere dannose e inutili si investisse per riqualificare i territori in un ottica più equo-solidale e ecosostenibile, se anziché produrre, consumare, buttare avessimo un modello basato sul riutilizzo e il recupero; le riposte alla crisi sarebbero non solo sicuramente più efficienti, ma è la vita delle persone che migliorerebbe considerevolmente.

Su questo fronte, Attac si sta muovendo da tempo; ha contribuito alla creazione di CADTM Italia, il Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi, e il prossimo 27 novembre a Parma, si svolgerà un’assemblea pubblica con la partecipazione di tante realtà locali che già stanno percorrendo la strada dell’audit sul debito.

Ognuno deve fare la sua parte, e ogni piccola realtà contribuisce alla costruzione di un altro modello economico. Occorre non perdere fiducia e andare avanti.

Intanto blocchiamo il fiscal compact.

dicembre 6, 2017

Silo a Mosca in spagnolo

Recentemente ritrovato l’audio originale di questa intervista a Silo fatta nel 1993 di cui era rimasta solo la traduzione italiana.

Entrevista a Silo en Moscú

 

Olivier: Mario, en muchas entrevistas Laura Rodríguez habló de vos como un inspirador de su trabajo y además de un amigo; ¿puedes aclararnos tu aporte en el trabajo de Laura y también darnos tu opinión sobre su acción como Diputada Humanista?

 

Mario: Laura Rodríguez, antes de ser diputada, trabajó mucho, se preparó mucho en las cuestiones generales del humanismo, es más, cuando llegó la campaña electoral y se buscaron los candidatos adecuados, ella no tenía especial vocación por presentarse, ser diputada y todo aquello, lo hizo un poco, digamos, a contrapelo y lo hizo porque advirtió que podía cumplir bien con esa función: la función de llevar al parlamento determinadas posturas, determinados proyectos de ley y lo hizo de todo el corazón. Ahí no se trata de la influencia que yo personalmente haya podido tenido sino más bien todo el Movimiento. Y ella procedió, te diría muy disciplinadamente en el sentido de asumir una función que creyó que lo podía hacer bien y llevar a buen término, y así lo hizo. Esa es la verdad de esta participación en estos eventos del Movimiento o de mi parte respecto de Laura Rodríguez. Sí.

 

Olivier: En tus últimas cartas hablaste de la salud y de la educación como temas prioritarios de los humanistas. ¿Puedes aclararnos este punto?

 

Mario: Los planteamientos que se hacen actualmente en el sistema neoliberal, son que si se crean determinadas condiciones económicas, si hay suficientes recursos económicos, éstos van a poder desbordar y al desbordar esos recursos entonces va a mejorar la salud y va a mejorar la educación. Es decir, un poco el planteo al revés, según lo vemos nosotros.

Esto a su vez, este planteo es muy contradictorio con lo que el mismo sistema está diciendo, que hay que elevar el nivel de educación de la gente, hay que elevar la instrucción de la gente para afrontar al reto de la sociedad tecnológica, porque tampoco puede haber tecnología de punta y pueden resolverse los problemas más complicados cada día si no hay un conocimientos mayor en la población. Así que, por un lado hacen un planteo postergador, en el sentido de que: esperemos, esperemos a que haya suficientes recursos para que luego desborden, y mientras tanto como no hay recursos, recortemos presupuestos, privaticemos toda la enseñanza, municipalicemos la enseñanza que está excesivamente concentrada, frente a lo cual nosotros decimos: ¡claro que hay que descentralizar la enseñanza!, ¡claro que hay que llevarla al municipio!, pero eso de, tomar la enseñanza pública y de pronto dársela a un municipio que está en ruinas, que está en ruinas, es una planteamiento simplista que no lleva a ningún lado.

Así que la contradicción es muy clara en el sentido de presentar un esquema en donde primero hay que producir para que luego desborden los recursos y suba el nivel de educación, y por otro lado, frente a lo que el mismo sistema está observando de que necesita mayores niveles de instrucción para que toda la sociedad tenga un nivel de competitividad suficiente en el mundo que viene. De manera que hay ahí una cantidad de contradicciones y por supuesto estamos muy lejos de plantear las cosas en ese sentido.

Nosotros decimos que es importante que los presupuestos nacionales crezcan en su aporte a la educación. Menos aporte a las fuerzas armadas, más aportes a la educación y a la salud, menos aporte al boato oficial y más aportes a la salud y a la educación y como eso mil ejemplos que podríamos poner para ir a los temas que nos importan. Esto en poquitas palabras es lo que yo podría agregar, sobre todo frente a la confusión que plantea el sistema neoliberal.

Estoy observando que en una sociedad opulenta, importante, como es la de EE.UU. ya han sonado luces de alarma, ya han sonado alarma rojas. El actual presidente de EE.UU. ha comprendido, por vía de sus asesores o de quién sea, que hay que acometer seriamente el problema de la educación y el problema de la salud, estos dos problemas están creciendo en todo el mundo a gran velocidad, no sé de qué manera será resuelto, pero está claro que el mismo presidente ha dado una voz de alarma y pretende hacer una reforma importante en el tema de la salud puntualmente. Porque esto de que un pobre ciudadano, tenga alguna dificultad renal, va a una clínica privada, porque las otras claro, podría morirse, va a una clínica privada y como consecuencia de ir a hacerse atender un problema pasajero tiene que endeudarse por diez años, esto está complicando mucho las cosas. Se ha visto una reacción importante en la administración actual de EE.UU., no sabemos qué podrá ocurrir, ni si esto significa un aumento importante de los impuestos para derivar un tercio de ellos a la salud, pero efectivamente han sonado ya las alarmas rojas, está decayendo brutalmente la salud y la educación en todas partes del mundo, sociedades pobres, porque son pobres, sociedades opulentas, porque son opulentas, pero en todo caso y en todas partes del mundo se está produciendo ese declive de la salud y de la educación. Esto es así, brutalmente.

 

Olivier: Vemos que la política tradicional está cada vez más en crisis. En este sentido Laura Rodríguez fue precursora de un nuevo estilo de hacer política. ¿Cuál es tu opinión frente a la crisis política?

 

Mario: Ella tenía un slogan muy simpático que era: “de frente a la gente y de espaldas al parlamento”. Esto quería decir más o menos lo siguiente, que una vez que es electo un candidato, que se supone que es el representante del pueblo, que lleva la representatividad del pueblo para hacerse oír adentro del congreso, al mismo tiempo que sube las escaleras del congreso, le va a dando espaldas al pueblo que lo eligió, cada vez va más de frente hacia congreso y por lo tanto cada vez está más expuesto a los intereses de las camarillas que ya están organizadas cuando él llega.

El slogan este de, hacer la labor de diputado de espaldas al congreso y de cara al pueblo está revelando este tipo de planteamiento. Los aportes que Laura Rodríguez hizo fueron importantes y todos ellos fueron bloqueados. Si lo podemos a esto medir desde el punto de vista del éxito decimos que fue un fracaso total porque no pudo prosperar ninguno de los proyectos. Hubo una cantidad de proyectos en materia de salud, precisamente, en materia de educación, ninguno de ellos prosperó. La ley de divorcio, con la que todo el mundo estaba de acuerdo, en el caso de Chile, fue boicoteada sistemáticamente, en fin, sería un largo listado el que se puede hacer, pero claro, no hubo un grupo parlamentario y sin grupo parlamentario, con un sistema que tendió a hacerse bipartidista francamente, sin grupo parlamentario no se pudo instrumentar ninguna salida para imponer ese tipo de nueva legislación.

De todas maneras efectivamente, generó un nuevo estilo político, los anteproyectos y los proyectos de ley que presentó, siguen teniendo hoy la misma vigencia de cuando fueron presentados y seguramente alguien recogerá esas banderas, en ese sentido el fracaso práctico puede convertirse en un triunfo a futuro.

 

Olivier: En estos días en que se realizaron la Internacional Humanista y el primer Foro Humanista han sucedido acontecimientos muy graves aquí en Moscú. ¿Cuáles fueron tus impresiones y tus consideraciones sobre esos dos acontecimientos de signo tan diferente?

 

Mario: Bueno, es una casualidad muy significativa el hecho de que se haya producido esos desbordes de violencia en el momento en que iba a producir también una congregación de gente no violenta. Eso es muy sugestivo.

A nosotros nos ha importado mucho el proceso de Rusia, a diferencia de lo que se suele decir en la prensa de occidente, esta es una diferencia muy fuerte, muy marcada. A diferencia de lo que se dicen allí, en el sentido de interpretar lo que ocurre en Rusia, como un fenómeno de atraso, como un fenómeno de, claro, de estructuras muy obsoleta que para ponerse al día y ensamblarse con las estructuras ultramodernas de occidente está sufriendo muchas crisis…, bien, nuestro punto de vista es totalmente opuesto.

Nosotros pensamos que lo que ha ocurrido, primero en Rusia y luego ocurrirá en el resto del mundo, en ese sentido lleva la delantera, bueno claro, es una delantera desafortunada, es el fracaso de las estructuras rígidas y de las estructuras centralizadas, de las que la URSS era el mejor ejemplo.

Pero otras estructuras que aparecen como muy flexibles y que se van adaptando al occidente siguen siendo absolutamente centralizadas y absolutamente inflexibles.

La concentración del capital financiero internacional, la concentración progresiva hacia un sólo punto cúspide es un hecho de centralización económica. Se podrá decir, pero no, que hay bancas que están en pugna… pero el proceso va a la concentración. Tarde o temprano aquí se va a presentar un colapso y las estructuras rígidas y centralizadoras en los países que tratan de aplastar las reivindicaciones que hacen las localidades, las etnias, las regiones, va a sufrir un colapso. Nosotros estamos alertando anticipadamente y aclarando bien las diferencias entre las secesiones dentro de los países y las federaciones reales dentro de los países. Nosotros creemos que hay que empezar a tomar muy en serio el tema de remodelar estas estructuras en distintos países y generar verdaderas federaciones, no federaciones de papel o de nombre. De otro modo vamos a tener en numerosos países fenómenos centrífugos sumamente peligrosos que pueden terminar en secesiones acompañadas por luchas étnicas, luchas de creencias, luchas de lenguas, luchas culturales en definitiva. El ejemplo de Yugoslavia es más que un ejemplo que nos puede ilustrar a nosotros en este campo para hacernos reflexionar.

Allí tenemos en el norte de Italia un planteamiento que puede asumir características brutales, es cierto que existen diferencias en toda la península, ¡bienvenidas las diferencias!, ¡bienvenida la multiplicidad! El tema es cómo se va a resolver eso, se va a resolver por secesión o se va a resolver tomando nuevos canales federativos de plena participación y de respeto por las distintas formas que existen en un país tan rico cultural y humanamente como es Italia.

Ese es nuestro punto, creemos que lo que, y ahí viene la pregunta, creemos que lo que ha sucedido en Rusia es un adelanto de esto que empieza a sentirse en distintas partes del planeta, diríamos que es como el centro sísmico de un gran terremoto que no ha terminado sino que se está desarrollando en este momento en todas las direcciones del planeta.

 

Olivier: ¿Y qué opinas de la situación social y política en italiana?

 

Mario: Bueno, creo que han sucedido cosas muy interesantes, creo que la casta política, que ya está obsoleta en todo el planeta, ha sufrido un importante impacto, creo que están surgiendo también otras posibilidades, otras nuevas formas, pero claro, si estas nuevas formas empiezan a imitar el modelo de las formas que se van, va a ser nada más que una promoción generacional, donde unos ocupan el lugar de otros y todo sigue como antes. Y acá habrá que empezar a hacer planteos acerca de la democracia real. Entendemos por democracia real una democracia que comienza en la base, no que comienza en una cómpany que financia la campaña de un diputado, o que se coloca un primer ministro o a un presidente a dedo respaldado por importantes recursos económicos.

Nosotros creemos que hay que crear las condiciones para que, si los políticos tienen tanta vocación y están tan interesados por el hecho político, empiecen su carrera política en la comuna, en el municipio, en la base social, y para eso hay que crear organismos adecuados, para que ese sea el desarrollo en donde la gente lo vaya catapultando, porque lleva bien adelante sus compromisos, o directamente quede bloqueado a mitad de camino, ese es un punto. El otro punto es que acá nos estamos manejando, y nadie lo discute, no solo como una democracia formal, sino aún dentro de la democracia formal, con uno de los tres poderes que es absolutamente antidemocrático. Es decir, estamos hablando de un poder ejecutivo electo, de un poder legislativo electo, pero a los jueces no se los elije popularmente. Nosotros necesitamos empezar a conversar de la elección de los jueces. Se dirá: ¿pero los jueces deberán hacer campaña como cualquier político? ¡Claro que sí! Después de todo ellos son los que van a administrar justicia para los ciudadanos. ¡Pero esto va a quitar imparcialidad a los jueces! ¿Eh?, ¡como si los jueces fueran imparciales! A los jueces los designa alguien, ¡que los designe el pueblo! Si vamos a hablar de democracia, hablemos de democracia en los tres poderes, empecemos a hacer democracia desde la base y luego afrontaremos otros muchísimos problemas que tiene la democracia formal.

Entre otros, acá hay que dejar en claro cuáles son los mecanismos no de admisión a los cargos públicos sino de expulsión de los cargos públicos. Acá todo el mundo se preocupa por cómo se llega a presidente, cómo se llega a diputado, cómo se llega…, y se habla de que por proceso eleccionarios se puede ir suplantando a unos por otros, que hay que esperar unos algunos años y hay que ser tolerante, cuando en realidad en los tiempos dinámicos que hoy corren la gente tiene muchas urgencias.

Acá deberían existir sistemas, mecanismos, ¡muchos mecanismos!, en los que se acelere considerablemente la salida de los funcionarios, en cuyo caso no tendremos mucho problema por quién entra, que entre quien sea, si está asegurado el tema de la salida. Acá hay muchos mecanismos que estudiar en profundidad.

No estamos hablando todavía de una situación revolucionaria, ni mucho menos, porque si habláramos de una situación revolucionaria en la que hay que cambiar esquemas verdaderamente, entonces, entre otras cosas habría que proscribir por lo menos, por un tiempo largo de diez años a todos aquellos políticos y partidos que han participado a los desastres nacionales que hemos tenido en estos tiempos.

Pero esas son conversaciones en las que todavía no se dan las condiciones para que eso suceda. Porque, cómo podríamos paralizar esta sucesión de corrupción en donde unos se pasan la antorcha de mano en mano.

Pero en fin, creo que los tiempos nos harán reflexionar sobre esas necesidades más adelante.

 

Olivier: Muchas gracias.

 

dicembre 2, 2017

Esperanto: parlare semplicemente all’essere umano che ho davanti

Pubblicato su Pressenza il 01.11.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Esperanto: parlare semplicemente all’essere umano che ho davanti
Michela Lipari mentre ritira il premio

La Federazione Esperantista Italiana ha ricevuto recentemente la menzione speciale al  Premio Diritti Umani 2017 perche “promuove iniziative solidaristiche tendenti a favorire una più profonda integrazione culturale tra uomini e popoli di lingue diverse”. Ne parliamo con Michela Lipari, dal 2014 presidente della Federazione.

Michela, i premi sottolineano spesso delle realtà di fatto; qual’è il tuo commento su questo premio?

Devo dire che dopo avere per dieci anni collaborato all’organizzazione del “Premio Zamenhof per la pace” con il quale la Federazione riconosceva l’attività di associazioni ed individui nel sostenere i valori che sono propri anche del movimento esperantista, cito tra gli altri associazioni quali Emergency, la Comunità d’ Sant’Egidio, Medici senza Frontiere, e personalità quali Moni Ovadia, Tiziano Terzani, Claudio Abbado, mi sono sentita emozionata nell’essere “dall’altra pare”, nl ricevere cioè un premio che non è per me ma per tutto il movimento che rappresento.

Il lavoro degli esperantisti, che cerca l’unità dei popoli, con che difficoltà e con che avanzamenti si incontra nel caotico mondo attuale?

I problemi, le difficoltà sono molteplici, ma soprattutto è difficile parlare di valori in una società dell’avere e non dell’essere. Dobbiamo saper scegliere i nostri interlocutori, in questo momento storico in cui le frasi più usuali sono “non sono razzista, però….” oppure “facendo questo quanto guadagno?” dobbiamo parlare al mondo del volontariato, al mondo delle persone che conoscono e portano avanti i valori veri della vita.

Zamenhof immaginò l’esperanto come una lingua comune, come una lingua ponte, neutra rispetto alle lingue “diplomatiche” dei suoi tempi; a distanza di tanti anni come valuti la sua “visione”?

Zamenhof era una persona molto profonda e concreta, pensate che durante la prima guerra mondiale (morì nel 1917 e quindi non ne vide la fine) scrisse una “Lettera ai diplomatici” per invitare i grandi che si sarebbero seduti al tavolo delle contrattazioni al termine della guerra a divedere gli stati non arbitrariamente ma rispettando i popoli, le etnie che vi abitavano. Auspicò la costituzione di un tribunale per i crimini di guerra internazionale (è stato poi costituito a seguito della guerra che ha insanguinato la ex Jugoslavia), e la costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Cosa voglio dire? Zamenhof era troppo avanti per i suoi tempi, a poco a poco le sue idee si realizzano, aspettiamo ed aiutiamo questa realizzazione.

Nell’ambito personale saper parlare l’esperanto è qualcosa che possa rendere, a tuo avviso, le persone migliori?

Il poter dialogare con delle persone su un piano di parità linguistica, senza interessarsi della sua nazionalità, quindi dialogando senza farsi condizionare dagli eventuali pregiudizi legati alle sovrastrutture culturali , significa poter conoscere la persona che ci sta davanti in quanto uomo, semplicemente uomo, essere umano.

Quali sono i prossimi appuntamenti degli esperantisti sia a livello mondiale che italiano?

In Italia avranno luogo ancora due grandi eventi per l’anno Zamenhofiano. Lunedì 6 novembre presso il Corridoio degli atti parlamentari alla biblioteca della camera verrà inaugurata una mostra su Zamenhof e la cultura esperantista coorganizzata dall’Ambiasciata di Polonia in Italia e dalla FEI, i discorsi inaugurali saranno tenuti dall’on. Cicchitto presidente della commissione esteri e da S.E. Giorgio Novello, ambasciatore d’Italia in Norvegia, esperantista; l’11 dicembre presso l’Accademia Scientifica Polacca a Roma avrà luogo una giornata dedicata a Zamenhof, con interventi di una decina di professori universitari dall’Italia e dall’estero per illustrare i vari aspetti dell’opera di Zamenhof.

Se parliamo del 2018 nella settimana pasquale vi sarà il festival giovanile internazionale e dal 17 al 25 agosto l’85° congresso nazionale a San Marino.

A livello mondiale l’evento più importante è ovviamente il 103° congresso mondiale, a Lisbona, Portogallo.

Tag:
novembre 22, 2017

Un progetto per un mondo possibile, inclusivo e non discriminatorio

Pubblicato su Pressenza il 13.10.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Un progetto per un mondo possibile, inclusivo e non discriminatorio
(Foto di Roberto Mazzini)

Ho parlato con Roberto Mazzini, della Cooperativa Giolli di uno dei progetti europei che stanno realizzando in rete con altre associazioni ed anche con Pressenza, a partire dalle tecniche e dalle idee del Teatro dell’Oppresso.

Roberto, cosa fai nella vita e che cosa è Giolli.

Sono il promotore dell’associazione Giolli nata nel 1992 per diffondere il Teatro dell’Oppresso in Italia e trasformatasi in cooperativa sociale nel 2008.

Giolli è una piccola realtà cooperativa, orizzontale e democratica, dove io e i miei colleghi coordiniamo progetti nazionali ed europei, conduciamo corsi di formazione per operatori sociali, laboratori teatrali in situazioni di marginalità ed esclusione, spettacoli interattivi di Teatro-Forum e altro.

Combattere l’omofobia affinché ci sia inclusione nel lavoro: questo il titolo del progetto.

Fighting omophobia for an inclusive job (FHOFIJ), è il titolo del progetto che riguarda le discriminazioni contro le persone LGBT nel mondo del lavoro e sul prossimo appuntamento internazionale che cade il 27-28-29 Ottobre a Parma.

Il progetto FHOFIJ, che ha l’adesione di una trentina di realtà in Italia, è nato da una collaborazione con analoghe organizzazioni slovene e greche.

Il senso del progetto è di scambiarsi pratiche e metodi per contrastare la discriminazione nel mondo del lavoro e noi 3 partner ci siamo incontrati una prima volta in Grecia per auto-formarci a due metodi, il Teatro dell’Oppresso di Boal (nota 1) e il Loesje (nota 2), un metodo olandese di scrittura collettiva per la coscientizzazione.

FHOFIJ proseguirà a Capodistria a Marzo 2018 con un training che combinerà TdO e produzione di brevi video di sensibilizzazione.

Si concluderà a Settembre 2018 ad Atene con un training internazionale che sintetizzerà i 5 metodi utilizzati.

Il prossimo appuntamento vede implicate non solo noi 3 partner ma anche altre persone provenienti da organizzazioni LGBT italiane, belghe e francesi.

Cosa succede a fine mese a Parma?

I 3 giorni di training serviranno ad approfondire il TdO e introdurre due nuovi strumenti, il training sull’assertività (ovvero come stare nelle situazioni di conflitto in modo positivo) e quello anti-rumor (ovvero come reagire in modo problematizzante di fronte alle dicerie e luoghi comuni) che nasce da un’esperienza simile attuata anni fa dal Municipio di Barcellona-Spagna sul tema razzismo, elaborata da Giolli per adattarla al tema LGBT.

Il percorso dei tre giorni si focalizzerà sulla messa in scena di situazioni di discriminazione basata sul genere, prevalentemente subita nei luoghi di lavoro; sia a partire da storie individuali che da storie tipo, in base a dati che stiamo raccogliendo con l’aiuto delle varie associazioni.

Ricaduta del training può essere la capacità di utilizzare sia a livello personale che collettivo nelle situazioni di discriminazione e pregiudizio, le abilità/strategie/passioni sviluppate.

Inoltre, alle 16 di domenica 29 è previsto uno spettacolo di Teatro-Forum, perfezionato durante lo stage, aperto a chiunque interessato. Il nucleo del lavoro parte da un gruppo di persone di Milano e Piacenza legate a Casa per la Pace che hanno costruito una storia, nata da un vero episodio di discriminazione avvenuta alcuni mesi fa nelle scuole italiane, contro una professoressa, causa il suo orientamento sessuale.

Un passo verso un mondo possibile, inclusivo e non discriminatorio?

Giolli da anni sta perseguendo una rete di rapporti anche a livello internazionale, con scambi culturali e teatrali con persone e gruppi di vari continenti, creando quindi già ora un mondo più interconnesso, multi culturale e linguistico, dove i diritti siamo più rispettati.

Il mondo possibile cerchiamo di costruirlo a partire dal nostro piccolo, lavorando in rete e partecipando/promuovendo scambi e, come dice Boal, serve “aver coraggio per essere felici!”

Per iscrizioni e informazioni:

e-mail : fhofij@giollicoop.it

segreteria Giolli: 0521-686385

sito: http://www.giollicoop.it/index.php/it/progetto-fhofij/133-a

Facebook: https://www.facebook.com/FHOFIJ.Project/

NOTE

1) Il TdO è un metodo teatrale basato sulla coscientizzazione di Paulo Freire conosciuto in tutto il mondo; è un teatro politico non ideologico, uno strumento di cambiamento sociale e personale.

Più informazioni sul sito di Giolli www.giollicoop.it, e dell’associazione internazionale:www.theatreoftheoppressed.org

Ricca la bibliografia, a partire dal classico: Augusto Boal, “Il poliziotto e la maschera”, Molfetta, Edizioni La Meridiana

2) Il metodo nasce in Olanda come forma di sensibilizzazione non aggressiva e si diffonde poi in vari paesi. Si basa su gruppi di persone che, sensibili a una tematica, si ritrovano e scrivono dei testi collettivamente. Alcune frasi che si prestano a diventare slogan e soprattutto domande o battute, vengono scritte su poster e appesi nelle vie cittadine per suscitare discussione.

Per informazioni sulla sua storia passata e presente: www.loesje.org/news?page=18

ottobre 27, 2017

Conti Nibali: condivisione scientifica, prevenzione, informazione

Articolo pubblicato su Pressenza il 21.07.2017 

Conti Nibali: condivisione scientifica, prevenzione, informazione
(Foto di Un Pediatra per Amico)

Sergio Conti Nibalipediatra, direttore della rivista Un Pediatra Per Amico (UPPA) è uno dei firmatari della letteraindirizzata al Direttore di Quotidiano Sanità e che propone alcune soluzioni scientifiche al Decreto Lorenzin che si sta convertendo in legge (di ieri la prima approvazione al Senato). Abbiamo provato ad approfondire con lui le questioni poste.

Prima questione: il morbillo e la discussione sull’esistenza di un’epidemia in corso. Lo può spiegare in modo semplice? C’è una epidemia, un rischio di epidemia? Quali le soluzioni?

C’è un’epidemia in corso, ma non si può certo parlare  di “emergenza”; i casi del 2017 non hanno superato di molto quelli del 2010 e sono tuttora meno di quelli del 2011, anni con copertura vaccinale antimorbillo all’età di 24 mesi superiore all’attuale. Ad oggi i casi sono anche molti meno di quelli notificati nel 2002 e nel 2003, per non risalire più indietro nel tempo. Il fatto che un gran numero di casi si sia verificato negli adulti, dipende dall’accumularsi negli anni di persone suscettibili (che non hanno avuto la malattia e non sono state vaccinate). Ciò significa che non è stata attuata in modo adeguato la strategia prevista dal Piano Nazionale (nel 2003!) per l’eliminazione del morbillo che prevedeva la vaccinazione dei suscettibili anche in età successive alla prima infanzia proprio per evitare future epidemie.

Bisogna anche sapere che l’Italia è uno dei 14 Paesi dove il morbillo è ancora endemico ed è anche tra quei paesi che hanno segnalato più casi a livello mondiale da novembre 2016 ad aprile 2017. Dall’inizio del 2017 sono stati notificati oltre 3.500 casi, con molte complicanze gravi inclusi casi di polmonite, 2 casi di encefalite e 2 decessi. Il 35% circa dei casi ha riportato almeno una complicanza.

Una possibile soluzione è di puntare a una copertura vaccinale del 95%, con introduzione temporanea dell’obbligo vaccinale in tutte le realtà locali che presentino dati di copertura inferiori.
La strategia dovrebbe includere un’offerta attiva anche verso soggetti suscettibili di altre classi di età, con possibilità di scelta di vaccino antimorbillo monovalente, da rendere disponibile per chi non intenda assumere altri vaccini in combinazione.

Nella lettera voi invitate a un dibattito scientifico: può spiegare quali sono le questioni scientifiche sul tappeto che Lei vede più importanti?

Io ritengo che non si possa accettare l’idea che si mettano sullo stesso piano tutti i vaccini disponibili in commercio e presenti nel Piano Nazionale Vaccini. Per alcuni di questi bisogna verificare se ci sono le evidenze scientifiche che ne giustifichino la loro somministrazione in Italia, ma soprattutto le modalità con le quali si debbano somministrare; mi riferisco in particolare all’odierna impossibilità pratica di potere accedere al singolo vaccino per ogni singola malattia; la mia esperienza che mi porta a confrontarmi tutti i giorni con i genitori mi porta a pensare che, almeno per alcune malattie, le coperture vaccinali sarebbero certamente superiori se ci fosse la possibilità di avere a disposizione anche vaccini per le singole malattie prevenibili. Per potere discutere serenamente il confronto andrebbe aperto anche a esperti indipendenti da Società professionali e produttori/industria, e non solo tra chi ha formulato il Piano Nazionale Prevenzione Vaccini/PNPV.

Voi invitate  ad escludere dal dibattito scientifico quelle persone evidentemente connesse con interessi alieni allo stretto benessere delle persone. Quali sono, in questo momento, a suo avviso le influenze degli interessi farmaceutici in questa situazione?

Il mondo della medicina e quello dell’industria dei farmaci, dei vaccini e degli apparecchi medicali allo stato attuale vivono in un rapporto quasi simbiotico; è un groviglio inestricabile di conflitti di interesse. Mi spiego meglio: il mondo dell’industria “sanitaria” è inevitabilmente in rapporto con  il mondo della medicina; è normale che sia così; tuttavia gli interessi economici altissimi che sono in gioco in questo settore hanno via via sottomesso sempre di più l’interesse della salute pubblica a quello dell’industria, per cui spesso non sono le esigenze di salute che dettano le azioni delle industrie, ma avviene il contrario.

I vaccini sono certamente da considerare come una illuminante scoperta e per fortuna le industrie hanno  deciso di investire in questo settore; tuttavia io credo che non sia una buona ragione per accettare sempre e tout court tutte le proposte  dell’industria senza fare un’attenta valutazione dei benefici attesi e delle priorità per la salute in ciascun Paese.

Un tema spinoso: la libertà di cura e l’esigenza di protezione della popolazione: secondo Lei come si possono equilibrare questi due fattori?

Questo punto lo abbiamo ribadito nella lettera: imporre un limite al diritto di accettare o meno una cura, garantito a ciascuno dalla Costituzione, può essere legittimo solo se il rifiuto di un trattamento mette concretamente a rischio altri. Nei casi in cui ciò non accade, la coercizione non è più legittimata, e ciò vale per alcune vaccinazioni incluse nel Decreto.

Io credo che, se il Decreto tenesse conto di questo basilare concetto e una proposta “scientificamente condivisa” (nel senso e nei modi che ho già espresso) fosse proposta ai genitori, riusciremmo a ottenere delle coperture vaccinali ottimali per le malattie per le quali esiste una reale preoccupazione.

Lei è un pediatra, in continuo contatto con bambini: c’è chi sostiene che le vecchie “malattie infettive” fossero una sorta di “allenamento” del sistema immunitario; lei cosa pensa di questa idea alla luce della sua esperienza clinica?

Penso che sia vero, ma che bisogna, anche in questo caso, non fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono malattie infettive, che hanno delle potenziali complicazioni gravi, che andrebbero combattute e, se possibile, prevenute. La prevenzione significa principalmente la vaccinazione (in caso di malattia per la quale esista un vaccino), ma è anche l’implementazione sul territorio di interventi informativi, educativi e di promozione della salute di efficacia documentata nel ridurre specificamente le malattie infettive e le loro conseguenze.

Lei dirige una rivista che ha per scopo di avvicinare medici e pazienti: possiamo e dobbiamo fare di più nel campo dell’informazione medica? Lei si sente d’accordo con la richiesta dei movimenti dei genitori che chiedono maggiore informazione?

Io ho il piacere e l’onore di dirigere l’unica rivista per genitori in Italia che non accetta alcuna sovvenzione e nessuna pubblicità da chicchessia; tutti gli autori sono specialisti dei problemi dell’infanzia che devono dichiarare e dimostrare l’assenza di qualsiasi conflitto d’interesse. Lo dico perché credo che questo sia un pre-requisito indispensabile per potere scrivere una rivista che abbia come uno scopo quello di potenziare le conoscenze dei genitori in un ambito così delicato che è quello della cura e dell’educazione dei nostri figli. Lo sforzo che noi facciamo è di volgarizzare la letteratura scientifica e renderla disponibile e comprensibile ai genitori perché possano prendere decisioni consapevoli. I genitori hanno diritto a essere informati; l’informazione deve essere libera da condizionamenti esterni e deve essere accurata; ci preoccupiamo sempre  di fornire messaggi che abbiano un fondamento scientifico solido. Abbiamo dimostrato che è possibile mettere in piedi una piattaforma digitale e cartacea di livello nazionale senza l’aiuto di nessuno, se non dei genitori che ci sostengono con il loro abbonamento.

Certamente si potrebbe fare molto di più nel campo dell’informazione medica; e mi riferisco questa volta alle riviste scientifiche rivolte ai medici: anche qui c’è bisogno di un maggiore rigore e di una maggiore trasparenza, come recentemente sottolineato in un numero speciale di Jama. Anche questo contribuirebbe a restituire fiducia ai cittadini e a rendere più credibile la scienza medica.

Tag: ,
settembre 29, 2017

Luca Poma: la più bella delle epidemie, un’epidemia di consapevolezza

Pubblicato su Pressenza il 15.07.2017

Luca Poma: la più bella delle epidemie, un’epidemia di consapevolezza
(Foto di Gerait)

Luca Poma è giornalista, scrittore e Professore in Relazioni Pubbliche Avanzate all’Università LUMSA di Roma. Ha svolto un interessante intervento al Convegno sulla Libertà di Cura organizzato da AsSIS a Firenze un mese fa. Prendendo spunto da quell’intervento gli abbiamo posto alcune domande.

 

La libertà di cura, la gestione progettuale della salute, passa anche attraverso un’informazione completa e corretta sui temi sanitari? E’ in qualche modo condizionata dal grado di “verità” che caratterizza i turbinosi flussi di comunicazione, spesso digitale, dei giorni nostri…?

Per tentare di rispondere a questa domanda, e anche per non centrare in modo ossessivo il dibattito solo sul tema dei vaccini, è certamente utile esaminare alcuni “casi”, occasioni di visibilità e di confronto/scontro mediatico che hanno coinvolto ad esempio il settore delle medicine non convenzionali negli ultimi mesi, un settore spesso nell’occhio del ciclione per le polemiche alimentate dalla voglia delle persone di curarsi in modo più olistico e meno invasivo e dell’ostilità verso questo differente paradima di salute. Casi davvero “illuminanti” circa il rapporto tra sistema dei mass-media, cittadini e libertà.

Ad esempio, immenso clamore nel settore ha suscitato la pubblicazione di “un nuovo studio scientifico australiano”– così recitavano i pennivendoli italiani – che avrebbe detto, l’ennesima volta, “la parola fine sull’omeopatia”: una metanalisi di una serie di studi che inequivocabilmente dimostravano che etc. etc. Ebbene, una banalissima azione di fact cheking ha dimostrato che:

  • non si trattava di uno studio scientifico in quanto non è mai stato pubblicato da nessuna rivista scientifica indicizzata;
  • si trattava di un’analisi già ampiamente pubblicizzata in passato, semplicemente ripresa nuovamente dai mass-media a caccia di notizie e di polemiche;
  • la ricerca in ogni caso non ha apportato alcun elemento innovativo o prova significativa nel più ampio panorama della letteratura scientifica, e – come vari esperti hanno denunciato – parrebbe gravata da pregiudizio editoriale;
  • il (presunto) articolo del British Medical Journal che riprendeva la ricerca semplicemente non era un articolo del BMJ, bensì un post su un Blog che il BMJ ospita. Blog gestito da chi? Dall’autore della ricerca Australiana, che evidentemente “se le canta e se le suona” da solo…

 

E’ assodato che esiste una campagna contro le medicine “altre” che non rispettano i canoni commerciali e promuovono altri stili di cura. E che questo si basa sulla circolazione di notizie false o tendenziose.

 

Certamente sì. Un’altra sfacciata bugia, l’ultima in ordine cronologico, di chi fa della manipolazione dei fatti una “regola”, è la clamorosa “fake news” secondo la quale le medicine complementari “sarebbero in crisi”, vero e proprio mantra con il quale i soliti noti hanno asfissiato i massmedia negli ultimi due anni, laddove invece il già citato Rapporto Italia 2017 Eurispes, reso noto recentemente, conferma che l’Italia è in linea con le tendenze europee sull’aumento della fiducia nei confronti di questi paradigmi medici. Secondo poi i dati del Consozio UE CAMbrella, magistralmente rapprentato per l’Italia dal Dott. Paolo Roberti di Sarsina, in Europa non meno di 100 milioni di persone fanno regolarmente uso di prestazioni sanitarie di medicine non convenzionali a livello preventivo e curativo, e – con una crescita del + 6,7% rispetto ai dati del 2012, i: l 21,2% della popolazione italiana utilizza attualmente – anche solo saltuariamente – medicinali non convenzionali per curarsi o ritrovare il naturale equilibrio omeostatico dell’organismo al fine di alzare le barriere immunitarie e prevenire le malattie.

 

Insomma, non una di queste prese di posizione critiche, che pure hanno goduto di buona stampa, si è rivelata men che faziosa e totalmente inconsistente. Interessante anche notare l’assenza completa di repliche, perché – come nel caso del presunto “crollo” delle prescrizioni MNC – la tecnica è sempre la medesima: si mette in giro sui mass-media una fake-news, e quando essa viene clamorosamente smentita, invece di fare ammenda o giustificarsi o perlomeno partecipare a un sano contraddittorio, si “sparisce”, cambiando argomento. Ho citato questi esempi per far riflettere su quanto sia poco onesto intellettualmente l’atteggimento di questi signori, veri e propri “sacerdoti della morale scientifica”.

 

E’ in voga l’Evidence Based Medicine, la medicina che pretende di essere basata su risultati evidenti e sperimentabili. Tu dici che l’EBM è un dogma. Ce lo puoi spiegare?

 

Quante volte abbiamo sentito dire: “…la scienza dice che”, “è ridicolo, non è provato scientificamente”,  “se è scritto su PubMed è così! ”, etc…? Bene, diamo qualche dato sull’EBM sempre dal punto di vista della comunicazione.

  • almeno il 50% degli studi pubblicati nel settore delle biotecnologie non è ripetibile, e questa potrebbe essere una stima ottimistica. Nel 2012 – ricorda un articolo di “Nature” – i ricercatori dell’azienda biotecnologica “Amgen” hanno scoperto non senza sorpresa che erano in grado di replicare solo 6 dei loro 53 studi oncologici definiti “fondamentali”;
  • sulla base delle risultanze di una verifica pubblicata su “Nature Reviews Drugs Discovery”, la multinazionale Bayer è riuscita a ripetere solo il 25% di 67 esperimenti altrettanto importanti, sui quali aveva in parte basato le richieste di approvazione alla messa in commercio di una serie di farmaci;
  • un’ulteriore ricerca ha dimostrato che – nel decennio 2000/2010 – circa 000 pazienti hanno partecipato a test clinici basati su studi che poi sono stati “ritrattati” a causa di errori o procedure inappropriate;
  • l’allora direttrice del British Medical Journal, Dr. sa Fiona Goodle azzardò pochi anni fa un provocatorio ma significativo test: inviò a 200 revisori della rivista, l’uno all’insaputa dell’altro, un articolo contenente – volutamente – 8 errori di analisi e interpretazione: non solo nessuno dei 200 esperti individuò tutti gli errori, ma la desolante media degli errori individuati si fermò a 2;
  • il biologo e giornalista scientifico John Bohannon ha fatto un altro test, inviando a ben 304 riviste scientifiche indicizzate uno studio sugli effetti di alcuni licheni sulle cellule cancerogene, firmandosi con uno pseudonimo. Ebbene, l’intero studio era totalmente inventato, conteneva errori di progettazione evidenti, e addirittura risultava redatto da un ricercatore di un’Università inesistente. Clamoroso: 157 riviste scientifiche (più della metà) accettarono di pubblicarlo;
  • l’Università di Edimburgo, ha esaminato nel dettaglio inchieste e sondaggi svolti all’interno della comunità accademica nel ventennio 1988-2008: un poco rassicurante 2% dei ricercatori ha ammesso “di aver falsificato i dati”, mentre il 28% di essi ha confessato di “conoscere personalmente colleghi che hanno utilizzato metodi discutibili durante la progettazione o l’esecuzione dei loro esperimenti”.

Questo significa che l’EBM è da gettare nel cestino? Ma certo che no. Significa solamente che dobbiamo essere ben consapevoli dei suoi limiti.

 

Nel tuo ultimo libro “Salviamo Gian Burrasca”, edito da Terra Nuova Edizioni, tu tra le altre cose analizzi un caso di gravi manipolazioni nella diffusione di uno psicofarmaco rivelatosi assai pericoloso

Ti riferisci al caso della Paroxetina, e in particolare, il suo uso in età pediatrica; ci si chiede spesso quanto siano attendibili gli studi finanziati dalle case farmaceutiche o condotti da ricercatori che hanno avuto o hanno incarichi di consulenza presso aziende farmaceutiche. Nel caso della paroxetina e della GlaxoSmithKline, quanto emerso non è rassicurante, come ha spiegato la campagna Giù le mani dai bambini. A confermare la divulgazione di dati non corretti su efficacia e sicurezza del farmaco, utilizzato per il trattamento della depressione anche nei giovanissimi, è stato il British Medical Journal nel 2015 che ha confutato il cosiddetto “studio 329”, pubblicato nel 2001 a firma di 22 ricercatori e che originariamente pareva confermare l’appropriatezza d’uso di questa molecola nei casi di depressione. È emerso che «la ricerca fu redatta da Sally K. Laden, una ghostwriter pagata dalla casa farmaceutica che aveva finanziato la ricerca allo scopo di dimostrare l’efficacia della molecola» si legge nella nota stampa a suo tempo diffusa dalla Campagna. «Ci sono voluti poi 14 anni e la tenacia di validi ricercatori per ribaltare i risultati dello studio e dimostrare che la paroxetina aumenta il rischio di suicidio per i minori che la assumono».

«Dopo lo Studio 329 del 2001, le vendite della paroxetina e di altri psicofarmaci ad azione analoga subirono una fortissima impennata, grazie anche a prescrizioni di medici generici e pediatri, con il risultato che molti adolescenti subirono effetti negativi e alcuni morirono. La paroxetina divenne l’antidepressivo più venduto, con guadagni per centinaia di milioni di dollari e più di due milioni di ricette emesse ogni anno per i soli bambini e adole- scenti» ha commentato Paolo Migone, medico specializzato in psichiatria in Italia e in USA. «Mentre la GlaxoSmithKline continuava a utilizzare lo Studio 329 come dimostrazione dell’efficacia e sicurezza della paroxetina» ha aggiunto Migone, «già nel 2004 la Procura generale di New York denunciò la multinazionale per frode contro i consumatori per aver contraffatto i dati e diffuso informazioni false. La causa si concluse con un accordo: la GSK doveva pagare una multa e si impegnava a pubblicizzare sul suo sito internet i dati effettivi dello Studio 329. Successivamente, anche il Dipartimento di Giustizia americano denunciò la GSK per truffa nei confronti di Medicare e Medicaid, cioè le principali agenzie assicuratrici pubbliche che finanziano la sanità in America, in quanto aveva diffuso affermazioni false o fraudolente. La GSK si dichiarò colpevole e accettò di pagare 3 miliardi di dollari, ovvero la multa più alta comminata a un’azienda farmaceutica nella storia americana».

La GlaxoSmithKline fu quindi definitivamente condannata e obbligata a rendere noti i dati relativi alla paroxetina. Ma come lo fece è un altro capitolo ancora… La multinazionale pubblicò infatti oltre 77.000 pagine di resoconti clinici visibili solo in remoto a video, senza che i files potessero essere scaricati o stampati. Una scelta ridicola e dannosa. Il team guidato dal professor Jon Jureidini dell’Università di Adelaide ha successivamente identificato lo studio finanziato da GlaxoSmithKline come un esempio di un processo autorizzativo da rivedere e, utilizzando documenti in precedenza riservati, ha rianalizzato i dati originali e ha scoperto che quanto all’epoca fornito dalla casa farmaceutica era fortemente fuorviante e che il pericolo per i minori che utilizzano questo psicofarmaco è “clinicamente significativo”

 

Quali soluzioni intravedi per una comunicazione al servizio delle persone e per uno sviluppo della società?

 

Non vorrei prenderla troppo alla lontana, ma vorrei citare alcune riflessioni tratte da un mio recente lavoro pubblicato su una rivista di settore. il Vangelo di Giovanni, scritto in tarda età, è la summa delle riflessioni che l’avevano segnato per tutta la vita, e dice: “In principio era il Verbo (Logos), e il Verbo era presso Dio, e il Verbo ERA Dio”. Il Verbo è anche Verità e Vita. Negli ultimi due millenni, tutta la ricerca di una dimensione spirituale dell’uomo, e quindi del senso e del valore della vita, del significato della morte, della nozione di bene e di male, ha ruotato attorno al sillogismo di Giovanni sul Verbo. La storia ha poi ampiamente dimostrato tutte le aberrazioni che la mente umana è stata capace di produrre “sfornando orrori”, e l’esperienza della cultura giudaico-cristiana non è certo stata da meno di tutte le altre, musulmana, buddista, induista; ma questo è un altro discorso. Ma la ricerca di una qualche Verità, è praticata – consciamente o meno – da chiunque, magari con rimozioni e negazioni immediate. Ecco allora dove voglio arrivare: anche chi non crede, non potrà negare che tra tutti i Valori dell’uomo, la Verità appare quello più centrale, sia per chi ha fede come per chi non ne ha. Volente o nolente, tutti – cittadini, medici, filosofi, scienziati, giudici, operatori dell’informazione – cerchiamo di “tendere verso la Verità”, operando scelte e compromessi continui, guidati purtroppo più dalla convenienza della vita terrena che non dalle categorie “alte” dello Spirito. Le società moderne si evolvono solo a condizione che sia dia per assodato che i fatti (A) devono essere descritti con equilibrio (B) devono essere documentati pubblicamente, e (C) devono tendere alla verità. Il concetto di “Verità dell’informazione” è infatti la base indispensabile dello Stato di diritto: dove non c’è verità, non vi è responsabilità politica – la responsabilità non è mai di nessuno, non si sa di chi sia – e quindi non vi è “salute dello Stato”, si ha uno Stato malato nel profondo, ed è questo il caso dell’Italia negli ultimi anni. Il dibattito allora conta se riesce – ricercando la Verità – a “far parlare i fatti”, per poi costruire in modo equilibrato le opinioni di ognuno, anche magari divergenti. Questo non sta accadendo ad esempio sulla questione vaccini. Ebbene, nel mondo della sanità e della medicina, c’è sistematica *negazione della Verità*

 

C’è disinformazione, non solo individuale, ma sempre più spesso organizzata, e persino “finanziata” da gruppi di pressione e di interesse?

Esatto. Nella medicina molti sono spinti non dall’interesse a guarire il malato, bensì dall’interesse a perpetuare la malattia, costruendo artatamente un paradigma di salute poggiato su bugie, su falsità, ma così ben “decorato” dal punto di vista estetico, da apparire l’unico paradigma possibile, o perlomeno l’unico percorribile: proprio quello che invece lo è meno e che sta condannando il pianeta al disastro e alla patologia cronica, e, in quanto cronica, data ormai serenamente per scontata. Dobbiamo prendere lezioni forse dall’arroganza da una certa medicina, con i suoi 250.000 morti all’anno per effetti collaterali a causa di farmaci somministrati con leggerezza o impropriamente e per malepratiche sanitarie? Dobbiamo prendere lezioni da quelle case farmaceutiche che per solo scopo di lucro immettono sul mercato psicofarmaci come la Paroxetina, consci del fatto che stimola idee suicidarie su bambini e adolescenti, e ostacolano poi deliberatemente la giustizia quando si scopre che gli studi scientifici alla base dell’autorizzazione alla messa in commercio erano stati manipolati? O forse dobbiamo prendere lezioni dall’Agenzia Italiana del Farmaco, che a distanza di 2 anni dalla questa scoperta agghiacciante, ammette candidamente in una corrispondenza con il Ministero della Salute italiano di “non aver ritenuto di far nulla” per allertare le famiglie relativamente a questo vergognoso scandalo? C’è voluto un nuovo Presidente dell’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, persona degnissima, per sbloccare la cosa, proprio poche settimane fa.

Lancio una provocazione: coloro che criticano chi pensa con la propria testa, facciano una ricerca scientifica importante, sugli abomini delle pratiche mediche mainstream, totalmente disumanizzate, e sui disastri perpetrati da questi signori che salgono in cattedra per poi dare il loro quotidiano e sistematico contributo alla distruzione dei delicati equilibri dell’ambiente nel quale tutti viviamo.

 

E’ necessario essere diversi?

Si. Dobbiamo passare oltre a quei processi cognitivi che vorrebbero una Verità soggettiva, prestata a questo o quell’interesse, deformata, alterata per le più diverse convenienze, e impegnarci a cercare, costruire, narrare, una Verità che in quanto oggettiva è lapalissiana, chiara, cristallina: ovvero che l’Uomo è al centro dei processi di salute, e la Medicina o è centrata sulla Persona o semplicemente non è Medicina; è vendita di prestazioni, è mercato, è un’altra cosa, e non ci interessa più, esce necessariamente dal perimetro dello sguardo del Medico.

Dobbiamo impegnarci con molta più energia per stimolare un “risveglio” di almeno qualche coscienza, generando – come mi ha insegnato anni fa il mio fraterno amico Dott. Paolo Roberti di Sarsina – la più bella delle epidemie, la più mirabile e straordinaria delle “malattie”: un’epidemia di consapevolezza, ed eventi come quello di oggi servono proprio a questo. Lavoriamo tutti assieme, tutto coloro che per i più diversi motivi credono nella necessità di raffermare la Verità, perché semmai riusciremo a raggiungere anche solo in parte questi obiettivi, potremo farlo solo essendo coesi.  E se vi riusciremo, ci sarà da andarne davvero fieri. Perché solo affermando queste Verità potremo dare un contributo a cambiare il mondo e a far crescere il Pianeta.