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novembre 22, 2018

Alessandro Capuzzo: in marcia per un Mediterraneo libero da armi nucleari

Pubblicato su Pressenza il 27.09.2018

Alessandro Capuzzo: in marcia per un Mediterraneo libero da armi nucleari
(Foto di CarloSordoni.it)

Alessandro Capuzzo, del Comitato Danilo Dolci di Trieste parteciperà Sabato 29 Settembre al convegno “Mediterraneo Nonviolenza, Pace” a Palermo con una comunicazione sui Porti Denuclearizzati.

Puoi anticipaci qualcosa della tua comunicazione?

Certo. Il mio intervento si basa innanzitutto sulla posizione dell’ONU. Dopo l’approvazione e la conseguente, assai probabile entrata in vigore del “Nuclear Ban Treaty”, il nuovo trattato di proibizione delle armi nucleari siglato da 122 Paesi, il sogno di giungere a un Mediterraneo denuclearizzato inizia a toccarsi con mano. In questo senso, in vista del passaggio delle 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, si sta cercando di costruire una Campagna per una Conferenza di dnuclearizzazione, analoga a quanto realizzato in diversi continenti finora. Al Convegno porterà la sua testimonianza su video Carlos Umaña di ICAN (Coalizione Premio Nobel per la Pace 2017) che ci parlerà del Trattato di Tlatelolco, motore della Nuclear Free Zone di Sudamerica e Caraibi.

Cogliendo questa opportunità e ricordando la situazione della mia città d’origine, Trieste, giuridicamente vincolata al mandato ONU del suo Territorio libero (anni 1947-54) intervengo riproponendo Con una lettera al Segretario generale Guterres la questione della demilitarizzazione e neutralità, prevista per Trieste e territorio limitrofo dal Trattato di Pace con l’Italia (1947) recepito dalle Nazioni Unite (risoluzione n°16). Lo stesso Trattato che imponeva la demilitarizzazione italiana della Sicilia. La nuova Agenda per il Disarmo del Segretario Antonio Guterres fornisce uno strumento di dialogo su questi temi attraverso il quale potersi interfacciare con l’Istituzione.

Il Porto franco internazionale triestino è stato anche punto di partenza per materiale bellico verso gli Emirati Arabi Uniti, parte della coalizione a guida saudita che ha invaso lo Yemen, condannata dalle Nazioni Unite; l’uso di bombe italiane sulle aree civili in Yemen configura un crimine di guerra. La Legge italiana 185/‘90 proibisce le esportazioni di armamenti verso paesi in conflitto, in contrasto coi principi della Costituzione.

L’idea forza del convegno è quella di lavorare per la realizzazione del Mediterraneo come zona libera da armi nucleari: come si sviluppa questa idea, in che ambito e a che punto stiamo?

I Paesi della sponda mediterranea Europea più Turchia Siria e Israele – mar Nero a parte – non accettano il nuovo Trattato e aderiscono alla filosofia nucleare dominante nel Consiglio di Sicurezza ONU. Quelli di sponda Sud e Medioriente (anche quelli ora in guerra) hanno invece aderito, Iran compreso. Sta a noi costruire con tutti, il dialogo necessario, impostando un lavoro di ricerca e azione caro al professor Alberto L’Abate; per pervenire ad Ambasciate di pace su questi temi nei Paesi interessati.

A livello locale, abbiamo proposto fin dalla Conferenza di istituzione del “Nuclear Ban Treaty” l’inizio di studi per la denuclearizzazione dei porti e delle basi nucleari, portando ad esempio per la zona di Trieste la sussistenza di due porti nucleari militati di transito, a Trieste e Koper-Capodistria in Slovenia, e la presenza di una Scuola di Prevenzione nucleare dell’Agenzia atomica di Vienna, proprio nel Golfo triestino presso Miramare.

Questi studi potrebbero ovviamente essere utili a tutti se svolti nell’ottica della denuclearizzazione prevista dal Trattato per il Bando al Nucleare. Per questo abbiamo invitato al Convegno palermitano rappresentanti del porto nucleare militare di Augusta, dei Comitati NoMuos di Niscemi e della ex base dei missili nucleari Cruise di Comiso. Anche a testimonianza quest’ultima, di una vittoriosa battaglia nonviolenta svoltasi negli anni ottanta, che ottenne la completa riconversione ad uso civile della base, ora divenuta aeroporto e intitolata a Pio La Torre, cha anche per questo con ogni probabilità fu ucciso dalla mafia, dopo una iniziativa contro i missili atomici cui parteciparono un milione di persone.

Si sta aprendo strada l’idea di riappropiarsi del “mare nostrum” come luogo di incontri invece che di scontri. Un’idea cara a Danilo Dolci…

Mare Nostrum, un nome di cui si prova una certa nostalgia oggi, quando la missione omonima a soccorso dei migranti nel Canale di Sicilia è stata sostituita da Frontex e si sta impedendo il soccorso internazionale ai naufraghi nel Mediterraneo. Noi del Comitato pace e convivenza Danilo Dolci e di Mondosenzaguerre Trieste, stiamo assistendo in parallelo alla ripresa della rotta balcanica dei migranti, in presenza di politiche purtroppo analoghe prese dalla Regione, cui corrisponde una sensibilità molto scarsa da parte Slovena, per non parlare dell’approccio apertamente violento della polizia croata.

Sicuramente Danilo Dolci, nato presso Trieste a Sežana da padre italiano e madre slovena (con quel che di razzistico poteva significare in era fascista) si sarebbe occupato di migrazioni al giorno d’oggi. Ma tornando all’argomento dell’intervista, la sua figura rappresenta uno snodo nonviolento fondamentale per la 2ª Marcia Mondiale Pace che entrerà in Italia a febbraio 2020 da Trieste e ne uscirà da Palermo, dove Danilo ha lottato. Anch’egli si occupò di nucleare, rispetto la base di sottomarini americana a La Maddalena in Sardegna, dove accadde un incidente militare importante.

È storia lo scontro nello Ionio fra la portaerei Kennedy e un incrociatore, ambedue a propulsione nucleare e probabilmente con armi di distruzione di massa a bordo. Come pure la perdita di un paio di bombe nucleari da un aereo in volo presso Palomares in Spagna, con gravi contaminazioni a terra e un ordigno mai ritrovato in mare.

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ottobre 21, 2018

VàZapp: vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura

Pubblicato su Pressenza il 05.09.2018 –

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

VàZapp: vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura

Giuseppe Savino è il presidente dell’Associazione Terra Promessa che ha fondato l’hub rurale VàZapp; VàZapp ha recentemente lanciato la petizione per far dichiarare dall’UNESCO le mani dei braccianti e dei contadini patrimonio immateriale dell’Umanità.

Come è nata VàZapp’?

Vàzapp nasce nel lontano novembre 2013 dall’idea di Don Michele de Paolis (un sacerdote salesiano ultra ottantenne costruttore di futuro che ha edificato molte opere in provincia di Foggia e in America Latina per le persone disagiate; amava leggere libri sul tablet, comunicare con le email, commentare i post di Facebook e incontrare i giovani si notte nei pub. È venuto a mancare all’età di 93 anni, nell’ottobre 2014, dopo una breve malattia) e da me, Giuseppe Savino (contadino dalle scarpe grosse e dal cervello senza confini, che decide di lasciare il posto fisso per seguire il suo sogno di vita). Don Michele vuole dare qualcosa in più ai giovani, fornirgli strumenti per potersi valorizzare nel territorio. Nasce, quindi, il desiderio di iniziare a creare una comunità rurale, che si occupasse dei reali problemi degli agricoltori, che gli ascoltasse e che gli riconsegnasse dignità. Questa è, quindi, la motivazione primaria alla base dello sviluppo di Vazapp, il primo hub rurale del territorio daunio. Il 21 gennaio 2014, nasce l’Associazione di Promozione Sociale “Terra Promessa”, il cui statuto è scritto dai due founder, e vede la partecipazione di Valeria Carannante (oggi co-founder di Vazapp), Michele Savino e Sanny Torretta, per poter costituire Vazapp come ente giuridico al fine di poter registrare marchi o partecipare a progetti di finanziamento. Nell’aprile 2014, viene registrato il nome di Vazapp, presso la Camera di Commercio di Foggia, grazie al sostegno finanziario di Don Michele alla collaborazione gratuita per la realizzazione grafica del logo.

Cosa vi ha ispirato nella scelta del nome?

Il nome Vazapp, che nel dialetto foggiano significa “Vai a Zappare”, è stato coniato da me e Valeria Carannante. Molto spesso, questa è l’esortazione che il padre fa al figlio quando il primo dissente dai propositi lavorativi “diversi e innovativi” del secondo: un’accezione dunque negativa. Nel caso di specie, esso assume un significato del tutto contrario e, quindi, positivo: zappare la terra quale atto di riscoperta del lavoro agricolo.

In cosa consiste la vostra attività?

L’Hub rurale è un luogo d’incontro, di scambio e di confronto ha l’obiettivo di sviluppare e facilitare le relazioni tra i contadini per favorire forme di collaborazione/cooperazione necessarie a sviluppare modelli imprenditoriali innovativi e sostenibili, attività dal basso.

È, pertanto, un luogo d’incontro, di scambio e di confronto, dove favorire le relazioni e la fiducia tra gli agricoltori al fine far nascere forme di collaborazione e cooperazione, ovvero attività imprenditoriale dal basso. In sintesi: Vazapp fa innovazione sociale in agricoltura. Una definizione di partenza, univoca e riconosciuta a livello internazionale, è quella riportata nel Libro Bianco sull’Innovazione Sociale di Murray et al. (2010). Essa afferma che per innovazione sociale si intendono: «… le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa». Vazapp si interfaccia a vari livelli con le istituzioni, per un confronto costruttivo volto ad apportare un bene profondo al settore.

Tra i progetti e gli eventi da voi organizzati, ce ne sono alcuni che vi stanno particolarmente a cuore, di cui vorreste parlarci più nello specifico?

La Contadinner (la Cena dei Contadini) rappresenta lo strumento (format) innovativo, ideato dalla comunità rurale, per creare relazioni sociali necessarie al cambiamento del volto dell’agricoltura e alla costituzione di una vera e propria comunità rurale. Il percorso pianificato per la provincia di Foggia ha previsto venti cene, ciascuna con venti giovani agricoltori, in venti sedi diverse, per un totale di 400 giovani agricoltori coinvolti (20 20 20 – Contadinner). L’idea vincente, apprezzata a livello regionale e nazionale, prevede che giovani agricoltori e non, appartenenti allo stesso territorio, siano invitati a cena a casa di un contadino, denominato “host”. L’evento è organizzato dall’host stesso, il quale seleziona e invita i confinanti alla serata. I facilitatori (animatori) sociali, e le altre professionalità di Vazapp, si occupano, invece, dell’intera organizzazione: dalla comunicazione alla logistica, dall’allestimento degli spazi all’animazione (di seguito denominata dinamica). La cena è aperta ad altre 30 persone (interessate all’evento come stakeholder o per venire a contatto con i produttori agricoli locali) con le quali gli agricoltori, dopo essersi raccontati, sono liberi di confrontarsi e stringere relazioni e partnership. Durante la Contadinner, gli agricoltori sono invitati a compilare anche un questionario, preparato ad hoc da alcuni docenti dell’Università di Foggia, componenti di Vazapp. L’indagine ha come obiettivo la mappatura “in tempo reale” delle aziende del territorio e il monitoraggio dei partecipanti, delle loro attività, delle caratteristiche delle loro aziende e prodotti, delle loro esigenze di innovazione, punti di forza e di debolezza, percezione delle opportunità e delle minacce. I dati rilevati, inoltre, non solo sono funzionali alla comprensione dell’evoluzione del network di relazioni e alla misura dei suoi impatti, ma costituiscono gli elementi per procedere alla realizzazione di Big Data in agricoltura.

Quali sono i principali obiettivi che VàZapp’ si propone? Soprattutto nei confronti (e grazie ai) giovani?

Vogliamo coltivare su un terreno ancora poco utilizzato in agricoltura, vogliamo coltivare l’immateriale e cioè le idee, le relazioni, la cultura. Siamo i primi a parlare di “Filiere Colte” in Italia, pensiamo che su questo terreno si decida il futuro dell’agricoltura dei prossimi anni.

Quali sono i valori che guidano la vostra attività e che vi motivano?

Seminare e coltivare speranza nel nostro territorio, affinché ogni giovane possa decidere liberamente di restare e realizzarsi nella sua terra conferendole nuova bellezza, come voluto dal fondatore Don Michele de Paolis; credere nella rivoluzione dal basso, alla quale bisogna guardare con orgoglio, domandandosi cosa si possa fare, per esserne parte; l’amore per l’agricoltura e per la terra e la voglia di restare per non essere spettatore ma protagonista del cambiamento innescato da VaZapp.

Da quante persone è composto il vostro team? Avete sempre lavorato a contatto con l’agricoltura o, in caso contrario, cosa vi ha avvicinato ad essa?

Esso è formato da giovani che presentano grandi doti comunicative, progettuali, di networking e aggregative, con il desiderio e la passione di reinterpretare l’agricoltura e il territorio assieme ai contadini, divenendo attivatore sociale e innovation broker (mediatore di innovazione). Il gruppo di Vazapp è composto attualmente da 23 persone: alcuni di queste sono strettamente legate al mondo agricolo (2 imprenditori agricoli e 2 agronomi), altri hanno mostrato da sempre un forte legame con tale settore anche se appartenenti a professioni lontane da esso (architetti, videomaker, fotografi, giornalisti, social media manager, docenti universitari, restauratori, sviluppatori di siti web). Il comune denominatore è il desiderio di essere dalla parte di chi fa concretamente qualcosa per il territorio locale; la voglia di relazionarsi con nuove persone; la possibilità di generare nuove opportunità e utilizzare le proprie professionalità per migliorare e dare linfa al territorio.

C’è qualcosa che vorresti aggiungere in merito a VàZapp’ o semplicemente qualche messaggio che vorreste lasciare ai nostri lettori?

Il nostro è un piccolo percorso nato in una piccola casa di campagna che però sta avendo un grande impatto, è di oggi la notizia che la nostra petizione per far diventare le mani dei braccianti e degli agricoltori “patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco” ha raggiunto 25.000 firme. Crediamo nei sogni, li corteggiamo, non ci lamentiamo ma cerchiamo di fermentare nei momenti difficili che reputiamo sempre un’occasione per crescere e migliorare. Ai lettori vogliamo dire che il miglior modo di realizzare i propri sogni è svegliarsi e fare qualcosa, anche una goccia alimenta il mare e per citare don Michele e il suo testamento: “Se vi manca qualcosa nella vita è perché non avete guardato abbastanza in alto”.

settembre 5, 2018

Addio alle armi: una prospettiva necessaria

Pubblicato su Pressenza il 25.07.2018

Addio alle armi: una prospettiva necessaria

(Foto di Possibile)

Stefano Iannaccone è un giornalista impegnato: ha collaborato su politica e cronaca estera con numerose testate e dall’anno scorso è addetto stampa di Possibile. Ha lanciato il sito e la campagna “Addio alle Armi”.

Ci puoi spiegare l’iniziativa e raccontare come sta andando?

Addio alle armi è nata come una campagna di Possibile, insieme a una serie di altre mobilitazioni messe in cantiere da Giuseppe Civati e proseguite dall’attuale segretaria Beatrice Brignone. L’iniziativa, tuttavia, vuole raccogliere tutte le energie e le sensibilità sul tema: è stata pensata come un impegno culturale e politico, insieme. Il sito addioallearmi.it è aperto a ogni contributo, non c’è bisogno di tessere per aderire alla mobilitazione. Nel dettaglio la campagna si muove su due binari. Il primo è quello più ‘tradizionale’, cioè il disarmo globale, partendo da una riduzione delle spesa militare internazionale e ovviamente Italia compresa. Non dimentichiamo che le bombe italiane vengono vendute all’Arabia Saudita e sganciate in Yemen. Il secondo binario, invece, è quello più prettamente italiano con l’attualità della riforma della legittima difesa. Formula dietro cui si cela il desiderio di mettere più armi nelle mani degli italiani. Seguendo quel modello svizzero, molto caro alla Lega di Salvini.

L’informazione può fare di più per combattere questa idea di destra più armi uguale più sicurezza?

I professionisti dell’informazione possono fare di più con un gesto semplice: facendo con rigore il proprio lavoro. E quindi raccontando i dati e le storie che ci sono dietro a quei numeri. Parlo di tragedie quotidiane di armi da fuoco ‘legalmente detenute’, che sono strumento di morte. Qualche giorno fa sul sito abbiamo pubblicato un intervento di Gabriella Neri, che ha perso il marito, 8 anni fa, per mano di un uomo armato. Sono stragi di famiglie, donne uccise, uomini assassinati, perché hanno iniziato una relazione con una ex, o bambini vittime di raptus. Questi episodi di cronaca vanno messi insieme, non sono accadimenti ‘alieni’, perché formano il contesto complessivo del fenomeno ‘armi’. Avere pistole e fucili in casa non porta più sicurezza: favorisce delitti e, d’altra parte, spinge i ladri ad armarsi prima di entrare in un appartamento. Un autentico far west, appetitoso per chi produce e vende armi.

L’industria italiana delle armi di vario tipo è una lobby potente che ha condizionato i governi di ogni segno da tanti anni: cosa fare per invertire questa tendenza?

Il primo passo è una legge che restringa la concessione delle licenze. Dal 2016 al 2017 c’è stato un aumento di oltre 80mila licenze sportive. Davvero crediamo che sia stato un boom di passione per il tiro sportivo? Siamo seri. Ecco che bisogna partire da una norma che faccia conservare munizioni e armi ai poligoni, come prevedeva un disegno di legge presentato nella scorsa legislatura. Poi è necessario provvedere a fare verifiche più stringenti sui requisiti per ottenere una licenza. È mai pensabile persone con problemi psichici accertati abbia armi a disposizione?

Le città umane sono città sicure: cosa ha fatto e cosa deve fare la politica per promuovere e realizzare questa idea?

Nessuno ha la soluzione in tasca. Ma sono certo che una serie di misure consentirebbero un miglioramento della situazione. Cerco di fornire un elenco molto rapido: la promozione politiche sociali efficaci, garantire lavoro e sostegno alle persone più deboli, il contrasto al degrado nelle periferie, l’attuazione di politiche concrete di integrazione. Bisogna creare contatto tra le persone: la reciproca conoscenza aiuta a eliminare la diffidenza

La storia dimostra (il caso Osella con le mine) che è possibile riconvertire senza perdere posti di lavoro: sarà ora di dire, anche a sinistra, che i posti di lavoro nei comparti industriali si difendono riconvertendo le industrie inquinanti e belliche?

È un impegno fondamentale per differenziare la sinistra, offrendo soluzioni concrete. Purtroppo la sinistra, per anni, ha imitato la destra: dall’immigrazione alla legittima difesa, è diventato difficile trovare le differenze. La riduzione delle spese militari non è infatti solo un’ossessione ideologica, come dicono i sostenitori dell’industria bellica, ma è una concreta opportunità. Nessuno vuole togliere posti di lavoro, l’idea è quella di renderli migliori. Pensiamo un attimo: tutte le competenze impiegate oggi per costruire armi possono essere riconvertite per progetti decisamente meno impattanti. Sull’ambiente e di conseguenza sulla qualità della vita di ognuno di noi.

luglio 21, 2018

Atlante delle Guerre: sempre dalla parte delle vittime

Pubblicato su Pressenza il 21.05.2018

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Atlante delle Guerre: sempre dalla parte delle vittime

L’Atlante delle guerre è all’ottava edizione e si presenta come uno strumento indispensabile per chi vuole studiare il fenomeno della guerra. Ma Atlante delle guerre non è solo un libro ma anche un sito (partner di Pressenza) e molte altre cose. Ne parliamo con Emanuele Giordana, che affianca, come direttore editoriale del sito, il lavoro dell’Associazione 46° Parallelo fondata e diretta da Raffaele Crocco che del quotidiano online è il direttore responsabile.

Non solo un atlante, puoi fare un quadro della vostra proposta globale?
L’Atlante cartaceo e il sito web atlanteguerre.it sono due facce della medesima medaglia. l’Atlante è uno strumento di studio e consultazione. Il sito, a parte la sezione che consente di leggere le vecchie edizioni cartacee in versione telematica, è un luogo di approfondimenti che, in un certo senso, aggiornano ogni giorno l’edizione cartacea che esce una volta all’anno. Il mondo, anche quello delle guerre, corre veloce e dunque era necessario accompagnarlo con un sito web, un quotidiano che stesse al passo con l’evoluzione dei conflitti e delle situazioni di crisi che possono trasformarsi in una guerra. In redazione ci sono Alice Pistolesi, che cura i dossier settimanali del martedi, e con Andrea Tomasi, che produce anche la trasmissione “Caravan”, gli aggiornamenti quotidiani. Beatrice Taddei Saltini, una delle colonne con Raffaele Crocco dell’intero progetto, è la persona che cura la relazione tra il cartaceo e il web. Giorgia Stefani ha un ruolo di coordinamento generale (e fondamentale) e Daniele Bellesi, che ha curato l’intera impostazione grafica sia dell’Atlante sia del sito, è la persona che è riuscita a tradurre graficamente un percorso di aggiornamento sui conflitti. Infine ci sono una serie di collaboratori fissi, giovani e pieni di idee: Elia Gerola e  Lucia Frigo – che seguono la parte social – Edward Cucek, Claudia Poscia e Teresa Di Mauro che sono in giro per il mondo… Li cito tutti perché il sito è un lavoro collettivo e non solo un insieme di collaborazioni. Quanto all’Atlante cartaceo, le schede sono invece affidate ad esperti d’area che comunque ci danno un contributo anche durante l’anno. Non credo di sbagliare se dico che attorno a questo progetto lavorano oltre cinquanta persone,
Un atlante della guerra per studiosi ma che prende posizione sui conflitti, come è nata questa iniziativa e come si è sviluppata?
Vorrei rispondere in breve con la frase che ci connota di più e che è il nostro chi siamo: “Noi rivendichiamo il diritto ad essere partigiani, cioè di parte. Siamo e saremo sempre contro la guerra”. In due parole volevamo fare una scelta di rigore professionale – ossia essere imparziali nel riferire le notizie – ma conservando il diritto di non essere neutrali. Di restare sempre dalla parte delle vittime.
Un’inziativa che parte dal basso e non conta su grandi finanziamenti istituzionali. Come funziona l’Atlante? Che si può fare per appoggiarlo?
Si possono fare dei versamenti individuali dal sito ma anche partecipare offrendo una collaborazione volontaria. Con fatica riusciamo ad ottenere alcuni finanziamenti a progetto ma è ovvio che i denari non bastano mai se uno cerca di lavorare con qualità e, appena ne ha la possibilità, di allargare il numero di collaboratori. Anche un versamento di 10 euro però può aiutarci ad andare avanti.
La sensazione è che ci sia uno stretto legame tra il fatturato dell’industri bellica e le guerre in corso: secondo te è possibile rintracciare questo legame?
Ci stiamo provando anche se è un lavoro complesso e non solo di natura industriale. E’ anche una questione culturale perché tanti sono ancora convinti che le guerre siano necessarie. Lavoriamo anche per cambiare quest’ottica.
A occuparsi delle guerre da un punto di vista pacifista si riesce a scorgere il momento in cui le guerre cesseranno di far parte del fare dell’Umanità?
E’ una marcia in salita inevitabilmente con un obiettivo lontano ma non impossibile. La guerra è ancora un fatto diffuso ma, fortunatamente, fa sempre meno vittime. E il movimento pacifista, comunque lo si intenda, è molto  più vasto di quanto non si creda. Non vedrò un mondo senza guerre molto probabilmente, ma sono certo che ogni cucchiaino che provi a svuotare il mare servirà persino in un’impresa che sembra impossibile. E che per adesso magari si limita solo a frenare la forza delle onde…
Recenti studi delle neuroscienze hanno escluso la  “naturalità” della violenza nell’essere umano: possiamo dare, anche dati alla mano, un messaggio di speranza alle nuove generazioni?
Il mito del guerriero è duro a morire così come l’ineguaglianza di fronte ai diritti universali, il limite all’accesso ai beni primari, l’ineguale distribuzione della ricchezza. Ma io vedo svilupparsi molte tendenze positive che dipendono da una maggior diffusione dell’informazione, da nuovi strumenti che consentono di organizzare lotte e proteste contro patenti ingiustizie,  dal fatto che oggi è più facile andare a scuola e dunque è più facile sviluppare un senso critico perché studiare significa conoscere ed avere più strumenti per capire, giudicare, reagire. Anche la nuova coscienza ambientalista va nelle direzione di un rispetto sempre maggiore non solo dell’uomo ma del mondo animale e di quello vegetale. Esistono guerre per l’acqua, contro lo sfruttamento dissennato della terra, per un maggior controllo della filiera alimentare e per una maggior attenzione a come vivono gli animali di cui (ancora) ci nutriamo. Sono segnali e che, alla fine, hanno sempre a che vedere coi conflitti. Superare la guerra come strumento di negoziato, richiederà anni ma questi segnali fanno ben sperare. L’uomo può vivere in pace, accogliere, condividere e lasciare la clava in cantina? Penso di si. Direi che ho una sorte di certezza di fondo che stiamo andando in quella direzione. Vedo un mondo dove la guerra sarà solo un fatto museale per ricordarci che un tempo, anziché parlarci, ci uccidevamo. Utopia? Le utopie cambiano il mondo. E non bisogna mai smettere di sognare.
luglio 20, 2018

Il popolo saharawi è un popolo pacifico e ha scelto sempre soluzioni nonviolente

Pubblicato su Pressenza il 10.05.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Il popolo saharawi è un popolo pacifico e ha scelto sempre soluzioni nonviolente

Il muro costruito per rinchiudere i saharawi (Foto di Wesatimes)

Mohamed Dihani è un attivista saharawi fin da quando era bambino. È stato protagonista di una complessa vicenda giudiziaria dove le accuse nei suoi confronti sono progressivamente svanite nel nulla ma il carcere ingiustamente subiti ha lasciato tracce indelebili nel suo corpo. Mohamed ha fondato l’agenzia stampa Wesatimesche è il più importante mezzo di diffusione in italiano del punto di vista del popolo saharawi in lotta per l’autodeterminazione.

Wesatimes è una bella realtà di informazione quotidiana in tante lingue: ci racconti come è nata e come funziona?

Ho passato 6 anni in prigione, sia nel carcere segreto di Tmara (base centrale dell’intelligence marocchina DST, lontana due chilometri dalla residenza principale del re marocchino Mohamed VI) che nelle prigioni di Sale2, Knnaitra e Ait Maloul.

In quegli anni, ascoltando le voci delle persone torturate o violentate, tra cui donne e adolescenti (e durante i quali anche io ho subìto ogni tipo di torture e gravi violenze), pensavo che se fossi riuscito ad uscire da lì avrei dovuto trovare il modo di raccontare quello che succedeva a quelle persone.

Da qui è nata l’idea di fondare un’agenzia di stampa che raccontasse tutto ciò che accade nel Sahara Occidentale senza aver paura delle conseguenze.

Nel giorno del settimo anniversario del mio rapimento, ho fondato Wesatimes insieme ad altre 5 persone, per cercare di migliorare la realtà mediatica saharawi e per combattere le ingiustizie commesse dallo stato marocchino contro il nostro popolo. Dopo un anno dalla sua fondazione (avvenuta nell’aprile 2017) abbiamo raggiunto risultati che non avevamo previsto.

Siamo un’agenzia che non ha una sede né nessun tipo di finanziamento esterno, siamo persone che lavorano da un gruppo di Whatsapp e pubblichiamo notizie esclusivamente dai cellulari. Non possiamo avere una sede per due ragioni: la prima è che siamo in un territorio occupato e lo stato occupante ce lo impedisce, la seconda è che non abbiamo mezzi e disponibilità economiche per permetterci una sede, dei computer ecc…

Come stai e se puoi raccontare brevemente la tua storia?

Quando ero in prigione e anche dopo il mio rilascio ho avuto molte crisi, tra cui attacchi di panico notturni a seguito di terribili incubi. A causa dei problemi fisici dovuti alle torture, ho subito un intervento chirurgico che non è andato a buon fine, e da allora la mia salute sta peggiorando giorno dopo giorno. Tutto questo mi ha impedito, negli ultimi due mesi, di lavorare come prima. Ma fortunatamente ho amici e compagni combattenti, come Omar Zein Bachir, Yihdih Essabi, El-Bachir Dihani e Haha Zein Sidi, che hanno continuato la lotta anche nei momenti più difficili.

Sono stato rapito il 28 aprile 2010 dalla polizia marocchina, a causa di una traduzione che avevo fatto per un gruppo di giornalisti europei, riguardo le vicende di alcuni saharawi vittime dello stato marocchino. Ho passato quasi sei anni in prigione, subendo l’isolamento e torture fisiche e mentali. Il Marocco ha mosso contro di me accuse infondate, tentando di collegarmi con il terrorismo, ma la mia innocenza era proprio nell’assurdità di tali accuse, perché per realizzare ciò di cui volevano accusarmi ci sarebbe voluto un esercito e non solo una persona. Se volessi raccontarvi la mia storia ci vorrebbero interi libri, perché ho vissuto e visto tantissimo in quegli anni, ma ci sono molti rapporti di Amnesty e Human Right Watch e di altre associazioni che combattono per i diritti umani che smentiscono assolutamente tutte le accuse, e un rapporto delibera del gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite, di sei pagine, che chiede allo stato marocchino che mi vengano garantite delle scuse ufficiali ed un risarcimento economico per tutto quello che ho subito, e che vengano puniti i responsabili delle torture (ma nulla di tutto questo è ancora avvenuto).

La storia del Sahara occidentale è poco conosciuta anche dagli attivisti di altre cause: potresti sintetizzarla nei punti più importanti?

Il Sahara Occidentale, un territorio ricco di risorse naturali e uno dei più pescosi dell’Africa, è stato una colonia spagnola fino alla fine del 1975. Quando la Spagna si ritira dal paese, dopo l’accordo di Madrid, sia il Marocco che la Mauritania, paesi confinanti, tentano di prendere il suo posto invadendone i territori. Il 6 novembre 1975 il re marocchino invia oltre 300.000 persone, comprese migliaia di soldati, ad occupare i territori del Sahara Occidentale (la Mauritania abbandonerà nel 1979 i territori occupati, mentre il Marocco ha intensificato negli anni la sua presenza).

Migliaia di saharawi fuggono dalle loro case e abbandonano il paese sotto i bombardamenti al napalm del Marocco e trovano rifugio in Algeria, paese che offre loro asilo e campi profughi con il minimo indispensabile per sopravvivere.

Il Fronte Polisario (Fronte Popolare di Liberazione di Saguia el-Hamra e Río de Oro), fondato nel 1973 per liberare il paese dagli spagnoli, proclama nel 1976 la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD).

Il Polisario riconquista e libera alcuni territori ad est del paese e il Marocco, per bloccarne l’avanzata, costruisce a partire dagli anni ottanta, con esperti israeliani e con l’aiuto logistico dei francesi e quello economico dell’Arabia Saudita, il muro della vergogna: un muro di 2700 km, il più lungo al mondo, disseminato di più di nove milioni di mine.

Dopo sedici anni di scontri tra il Fronte Polisario e il Marocco, nel 1991 le parti giungono ad un accordo, sotto l’egida dell’ONU, che prevede, oltre al cessate il fuoco, che venga indetto un referendum per l’autodeterminazione del popolo saharawi. L’ONU istituisce a questo scopo la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale).

Ad oggi, tuttavia, il referendum non ha ancora avuto luogo, perché il Marocco si è di fatto sempre opposto.

Oggi il popolo saharawi vive diviso: una parte nei campi profughi, luoghi inospitali nel mezzo del deserto, dove manca tutto e si può fare affidamento solo sugli aiuti internazionali, una parte nei territori liberati, che sarebbero i primi ad essere attaccati nell’eventualità di una guerra con il Marocco, e una parte nei territori occupati, dove anche i diritti umani basilari vengono calpestati quotidianamente dallo stato occupante e le persone, quando non finiscono in prigione o uccise, non hanno comunque la possibilità di condurre una vita normale, perché private della libertà, del lavoro e dei mezzi di sostentamento.

I saharawi sono un popolo pacifico. Dopo la lotta armata di liberazione del fronte Polisario degli inizi sono passati a lotte pacifiche e nonviolente. Ciononostante il Marocco continua a definirvi terroristi. Come vedi tu questa questione?

Io sono la prova vivente delle bugie marocchine nel definirci terroristi, come dichiarato dal rapporto delle Nazioni Unite. Il Marocco vuole farci passare per terroristi, ma allora perché abbiamo un rappresentante nelle Nazioni Unite e ambasciatori e rappresentanti in 82 paesi in tutto il mondo? Tra questi ci sono anche paesi europei che sostengono il diritto del popolo saharawi all’autodeterminazione e che definiscono il Fronte Polisario un movimento che ha tutto il diritto di combattere per la liberazione della sua terra e del suo popolo. Se fossimo terroristi, perché saremmo riconosciuti come uno dei membri fondatori dell’Unione Africana, con il Marocco che ci siede accanto? Se fossimo terroristi non avremmo sopportato tutti i soprusi, arresti e torture a cui ci ha sottoposto il Marocco, senza contrapporre alcuna violenza ma scegliendo la strada pacifica di coinvolgere ed informare il resto del mondo, con lo scopo di costringere il Marocco a fermare queste violazioni e sedersi al tavolo dei negoziati senza condizioni e in buona fede.

Recentemente c’è stata una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza, potresti dare la tua opinione?

Sono soddisfatto perché sembra che il Consiglio di Sicurezza stia capendo che la questione del Sahara Occidentale deve essere risolta al più presto. Si nota la buona volontà del Consiglio di Sicurezza, del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e del suo inviato personale per il Sahara Occidentale Horst Köhler che stanno facendo un ottimo lavoro e stanno scegliendo i metodi giusti per risolvere questa situazione.

C’è un rischio che i jihadisti possano intromettersi nella questione del Sahara Occidentale?

Il popolo saharawi è un popolo pacifico e per 27 anni ha scelto sempre soluzioni nonviolente.

Per quanto riguarda i jihadisti, dobbiamo sottolineare 2 cose: i jihadisti credono in valori e metodi che non sono condivisi dal popolo saharawi, che invece crede nella moderazione e non vede la violenza come una soluzione. La seconda cosa, se parliamo di jihadisti stranieri,  questi non possono accedere al nostro territorio, perché il Sahara Occidentale è circondato dai territori liberati dal Fronte Polisario, una zona sorvegliata 24 ore su 24 da valorosi soldati combattenti dell’esercito saharawi, così come accade anche nei campi profughi. Potrebbero accedere solo dalla parte nord del Sahara Occidentale, cioè quella confinante con il Marocco.

Dall’11 settembre 2001, negli attentati terroristici jihadisti avvenuti nel mondo erano sempre coinvolti cittadini marocchini: come confermato da moltissimi giornali internazionali, il Marocco è uno dei principali paesi da cui il terrorismo nasce e si diffonde. Basti pensare a quanto è avvenuto a Madrid, Parigi, Bruxelles e anche nel Medio Oriente.

Possiamo lanciare un messaggio di speranza per la causa saharawi che è anche la causa dell’autodeterminazione dei popoli?

La forza del popolo saharawi sta nel forte senso di appartenenza alla propria cultura e alla propria Nazione, sentimenti che non sono stati scalfiti da 42 anni di occupazione illegale, violenze e soprusi, ma anzi si sono rafforzati e hanno unito ancora di più le persone nella lotta per l’obiettivo comune della libertà e dell’autodeterminazione. Uomini e donne saharawi combattono fianco a fianco in questa battaglia: nella cultura saharawi si riscontra la più bassa disparità di genere di tutto il nord Africa e di tutto il mondo arabo, le donne sono coinvolte e ricoprono ruoli importanti sia nella lotta politica che nell’amministrazione (l’80% delle istituzioni saharawi sono guidate da donne).

Questa unità e questa determinazione sono la nostra grande forza, ed è certo che non smetteremo di lottare finché non riconquisteremo la libertà per il nostro popolo e per il nostro amato Paese.

giugno 27, 2018

Paul Larudee: solo i siriani possono creare soluzioni siriane

Pubblicato su Pressenza il 04.04.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseFrancese

Paul Larudee: solo i siriani possono creare soluzioni siriane

Paul Larudee è un accademico e operatore per i diritti umani che è sempre stato coinvolto nelle cause del Medio Oriente. Fa parte del Syrian Solidarity Movement.

Quali persone e organizzazioni fanno parte del Syrian Solidarity Movement?

Il Syrian Solidarity Movement ha diversi membri provenienti da Siria, Libano, Palestina, Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Irlanda e altri paesi.

Vi sono informazioni contraddittorie su ciò che sta accadendo nella Ghouta. Come vedi la situazione lì?

Per molti aspetti, Ghouta è un replay di Aleppo, Homs Deir Ezzor e tutti gli altri luoghi che l’esercito siriano è riuscito a recuperare dalle aree possedute da forze pesantemente sostenute da mercenari stranieri e potenze imperialiste che cercano di distruggere la Siria e creare o un regime fantoccio o una condizione impotente di caos semi-permanente. In ogni caso, i media internazionali occidentali e persino le ONG conniventi stanno urlando su massacri dei civili e bombardamenti indiscriminati, ma i fatti sono esattamente l’opposto.

Anche l’Osservatorio siriano per i diritti umani riporta che meno di un terzo delle vittime della guerra sono civili e gli altri combattenti. E in ogni caso l’esercito siriano e i suoi alleati russi hanno periodicamente interrotto la loro offensiva per consentire ai civili di andarsene, e hanno fornito centinaia o migliaia di tonnellate di aiuti umanitari, il tutto senza l’assistenza delle agenzie di soccorso occidentali. Hanno anche offerto l’amnistia o il passaggio sicuro ai combattenti. Tuttavia, l’opposizione e i combattenti stranieri costringono i civili a rimanere come scudi umani per i combattenti, e accumulano le scorte per i combattenti e le loro famiglie.

Le reti di notizie occidentali non hanno giornalisti indipendenti sul terreno. Tutte le loro fonti provengono dai combattenti stessi. Questo è uno dei motivi per cui i rapporti terminano quando i combattenti vengono sconfitti e le notizie sulla popolazione liberata non vengono mai condivise con il pubblico occidentale.

In Afrin e Rojava sembrava che il governo di Assad potesse unire le forze con i curdi. Ma i jihadisti e i turchi hanno vinto la battaglia per ora. Che cosa sta succedendo?

Le milizie curde in Siria e l’esercito siriano non si sono mai considerati nemici. Tuttavia, gli Stati Uniti stanno cercando di creare una divisione tra loro. Gli Stati Uniti hanno stabilito illegalmente almeno dieci basi nel territorio detenuto da gruppi curdi ed è il loro principale finanziatore militare, con migliaia di soldati statunitensi. In una “comprensione” con la Turchia, tuttavia, gli Stati Uniti hanno costretto i gruppi curdi a nord-est dell’Eufrate a tradire quelli di Afrin, sulla riva del fiume. La Turchia è riuscita così ad occupare la regione. L’esercito siriano si è offertodi difendere Afrin, e alla fine i curdi Afrin hanno accettato, ma era troppo tardi. La Turchia non è contenta dell’aiuto degli Stati Uniti ai curdi del nord-est, ma è stata autorizzata a prendere Afrin come “risarcimento”. Questo va bene agli Stati Uniti, che vogliono dividere la Siria in regioni più piccole, come in Afghanistan, Iraq e Libia.

Hai seguito il movimento di Musallaha, che chiedeva la riconciliazione. Come va?

Il movimento della società civile Musallaha (riconciliazione) è una delle cose più positive che emergono da questo sordido caos. Persone comuni, siriani di tutte le fedi si sono uniti per mostrare tolleranza e compassione l’uno verso l’altro, per deporre le armi e trovare soluzioni negoziate nonviolente che pongano fine al conflitto, almeno a livello locale. Queste di solito coinvolgono elementi di amnistia, autonomia locale, processo decisionale cooperativo, rimozione pacifica di mercenari stranieri e accordi simili. È sicuro dire che questo procedimento ha fatto parte di quasi ogni restauro di pace in tutte le parti della Siria che sono attualmente sotto il controllo del governo.

Il governo di Assad ha da tempo stabilito un Ministero per la Riconciliazione: cosa fa questo ministero? È un lavoro interessante o semplicemente propaganda?

Il Ministero della Riconciliazione è conseguenza del movimento della società civile di Musallaha ed è un’affermazione dell’impegno del governo nei suoi confronti. Come segno di buona fede, il governo ha nominato un membro dell’opposizione, il dott. Ali Haidar, in questa carica di ministro. Da allora, gli accordi di riconciliazione dal 2013 a cui il governo è stato parte sono stati onorati senza eccezioni. Il governo siriano riconosce che la lealtà dei suoi cittadini è necessaria per l’unità del paese e che i membri di una stessa famiglia hanno talvolta combattuto su fronti diversi. La compassione e la riconciliazione sono quindi una strategia necessaria per il ripristino definitivo della sovranità siriana su tutto il territorio siriano.

Ci siamo incontrati alla conferenza delle organizzazioni siriane disarmate e nonviolente. Quel movimento è stato ripetutamente discriminato sia dal governo che dalle potenze straniere. Pensi che la società civile possa ancora contribuire al futuro della Siria?

La società civile ha sempre contribuito al presente e al futuro della Siria. Io stesso ho visto i leader civili di Homs mettere insieme un piano di ricostruzione e restauro per la città vecchia dopo pochi giorni dalla sua liberazione. Ciò è stato interamente finanziato da privati ​​e nato da iniziativa privata. Non ho dubbi che il governo abbia e debba svolgere un ruolo in tali sforzi, ma la cosa notevole è che le persone stesse sono state abbastanza intraprendenti da ricostruire. Se le organizzazioni in esilio sono pronte a rinunciare alla richiesta che il governo di Assad non abbia alcun posto in Siria, allora sono ottimista sul fatto che il governo di Assad non insisterà sul fatto che i gruppi in esilio non abbiano alcun posto in Siria. Il movimento Musallaha ha dimostrato che è possibile un compromesso tra gli ex avversari quando c’è la volontà di farlo. La soluzione in Siria è una società in cui c’è spazio per tutti i siriani e dove la fiducia e la cooperazione ne siano le  fondamenta. Affinché ciò accada, la comunità internazionale deve assicurare che nessun paese esterno interferisca in Siria in violazione della sua sovranità. Solo i siriani possono creare soluzioni siriane.

 

giugno 14, 2018

Nicola Lapenta: la Pace è il Bene Comune supremo da promuovere

Pubblicato su Pressenza il 03.04.2018

Nicola Lapenta: la Pace è il Bene Comune supremo da promuovere

Nicola Lapenta sta coordinando per l’Associazione Papa Giovanni XXIII la campagna per l’istituzione del Ministero della Pace.

Potresti farci un riassunto della campagna fino ad oggi?

La campagna è stata lanciata ufficialmente in conferenza stampa in Senato a Roma il 19 dicembre 2017, con la partecipazione ed il sostegno della Senatrice Francesca Puglisi. Alla conferenza, oltre ai rappresentanti delle associazioni che sostengono la campagna, ha dato un profondo contributo anche l’attore Giuseppe Fiorello, sottolineando la necessità di non sminuire in modo buonista la costruzione di politiche di pace e sostenendo fortemente la proposta.

Nel corso dei primi 2 mesi, anche in vista delle elezioni del 4 marzo, la campagna ha raggiunto il consenso e l’appoggio di un buon numero di parlamentari, alcuni dei quali hanno inserito l’istituzione di un Ministero della Pace nel proprio programma elettorale. Anche il numero di associazioni aderenti si è arricchito ed è in costante aumento, ad oggi i sostenitori della campagna sono: Azione Cattolica Italiana, Focsiv, Movimento Nonviolento, Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova, Movimento dei Focolari, Cesc Project, Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), Sermig Arsenale della Pace, Pax Christi, Opera Don Calabria, ass. culturale Parallelo, Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Solidarietà e Cooperazione CIPSI, Aleph, Essere Umani Onlus e L’Eremo del Silenzio. Per poter aderire è sufficiente compilare il modulo di adesione ed inviarlo unitamente al logo dell’associazione all’indirizzo info@ministerodellapace.org

Molto partecipate sono state anche le due iniziative pubbliche precedenti alle elezioni, quella del 12 febbraio a Padova presso il Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” e quella del 24 febbraio a Catania. L’incontro di Padova è stato anche occasione per la presentazione dei primi risultati di un sondaggio che ha visto il 66% degli elettori favorevole all’istituzione del Ministero della Pace.

Giovedì 5 aprile, presso il Sermig Arsenale della Pace a Torino, abbiamo organizzato un’iniziativa pubblica dove interverranno anche altri sostenitori della campagna con l’obiettivo di stimolare l’attenzione di parlamentari e società civile in questa delicata fase di costituzione del Governo verso l’istituzione del Ministero della Pace. L’incontro sarà alle 20.30 e dopo la presentazione della proposta seguirà una tavola rotonda alla quale parteciperanno Ernesto Olivero, fondatore del Sermig Arsenale della Pace, Giovanni Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, Carlotta Benedetti, Segretaria generale di Azione Cattolica Italiana, Alfredo Scognamiglio per il Movimento dei Focolari, Mauro Scardovelli, presidente e fondatore di Aleph. L’incontro verrà moderato da Matteo Spicuglia, giornalista di Rai Piemonte. Hanno già confermato l’interesse a partecipare alcuni parlamentari.

Chiediamo l’istituzione di questo Ministero perché sul tema della pace, in particolare, avvertiamo una carenza di visione politica. Molti altri prima di noi hanno parlato della pace come di una questione politica unificante. Dovrebbe essere, come previsto anche nella nostra Costituzione, la questione principe di cui un Governo si deve occupare. Invece, notiamo che sì ci sono iniziative che contribuiscono a costruire la pace, però sono molto spesso scoordinate tra loro in quanto manca una visione politica di insieme per perseguire questo obiettivo. Ecco, il ‘Ministero della Pace’ servirebbe a creare questa visione politica di insieme.

Esiste in questo momento una campagna di sottoscrizioni al Presidente della Repubblica, come sta andando?

I presidenti delle associazione che promuovono la Campagna, dopo le elezioni, hanno ritenuto necessario interessare il Presidente della Repubblica sulla necessità che il prossimo Governo faccia della promozione e costruzione della Pace il proprio impegno principale, in linea anche con l’urgenza sottolineata dal Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo scorso 23 marzo durante il discorso di apertura della prima seduta del nuovo Parlamento: «Nell’ulteriore sviluppo del confronto politico-istituzionale sulla base del voto del 4 marzo, bene comune da garantire al Paese è la nonviolenza, lo scongiurare la violenza, in tutte le sue motivazioni e le sue forme».

Un bene così prezioso come la Pace, mai come oggi in pericolo a causa delle molteplici guerre, e dei forti interessi economici che troppo spesso mettono in secondo piano il bene delle persone esige una visione politica programmatica.

Per questo gli enti che promuovono la Campagna chiedono al Presidente , che è garante dell’ordine costituzionale, di sollecitare questa sensibilità alla persona che sarà prossimamente incaricata di formare il nuovo governo. Formare un Governo non è un mero esercizio di equilibri fra forze politiche ma l’assunzione di una responsabilità precisa nei confronti dei cittadini che ogni giorno concorrono ai sensi dell’art 4 della Costituzione al progresso economico e spirituale del Paese.

Dopo averla inviata, e siamo in attesa di riscontro, abbiamo promosso la sottoscrizione della lettera a chiunque ravveda l’esigenza di un governo con un preciso impegno per la Pace. In una settimana sono quasi duemila le persone che l’hanno sottoscritta e speriamo che aumentino. Se il Presidente Mattarella vorrà riceverci consegneremo le firme a testimonianza di quanto la Pace sia una questione realmente sentita oltre che urgente!

Esistono esperienze nel mondo analoghe a questa che state proponendo?

Sì. Il Costa Rica, oltre a non avere l’esercito, ha il Ministero di Giustizia e Pace. Ci sono le Isole Salomone, c’è il Nepal, che pure parte da una situazione diversa ma ha un Ministero deputato alla pace. E ci sono poi una serie di Paesi, tra cui l’Australia, che stanno cercando di realizzare Ministeri simili. Esiste una rete internazionale, che lavora alacremente in questo senso da diversi anni

E’ inoltre recente la notizia relativa al Ministero del Disarmo e del Controllo delle Armi in Nuova Zelanda, che pone un’enfasi particolare allo smantellamento degli arsenali nucleari. Se andrà in porto sarà il primo Paese ad avere un ministero di questo tipo.

In questo momento storico il tema del Bene Comune, in molte forme, sta sorgendo come istanza della base della società: come si può avanzare in questa direzione?

La società deve essere riconosciuta nella sua preziosa funzione proattiva nella costruzione di un mondo più equo. La società è al tempo stesso la sentinella ed il termometro della Politica.

La Pace è il Bene Comune supremo da promuovere.

Non esiste sicurezza che non sia sicurezza per tutti, non esiste benessere che non sia per tutti.

In alternativa possiamo assistere solo all’aumento delle sperequazioni e della paura.

Fin dalla scuola i nostri figli dovrebbero poter imparare a trasformare positivamente i conflitti. Ciascuna legge dovrebbe avere come perno fondamentale la promozione e l’affermazione dei diritti umani fondamentali. Il disarmo e la riconversione delle industrie armiere è la strada con maggior possibilità di successo per invertire la rotta che ci sta portando inesorabilmente verso la catastrofe atomica, secondo gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists.

Noi auspichiamo che la politica e chi si è proposto al servizio del bene comune sappia cogliere, valorizzare ed indirizzare per il meglio quanto di buono la società è in grado di offrire in spirito di sussidiarietà.

maggio 20, 2018

Luigi Gallo: prioritario l’impegno a firmare il Trattato di Proibizione delle Armi nucleari

Pubblicato su Pressenza il 17.03.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Luigi Gallo: prioritario l’impegno a firmare il Trattato di Proibizione delle Armi nucleari
(Foto di Ufficio Stampa Gallo)

Luigi Gallo è “un attivista sociale e politico” rieletto con altissime percentuali di voti nelle liste del Movimento 5 Stelle a Torre Annunziata, da lungo tempo impegnato in battaglie per la pace, l’educazione, l’acqua bene comune, il commercio solidale.

Uno dei temi che sottolinei è la necessità di ripartire dalla base della società, di ridare potere ai cittadini: puoi raccontare le iniziative per rendere concreto questo tema nel tuo territorio?

 

Credo fortemente nel potere dell’esempio. E’ un potere educativo, rivoluzionario e di cambiamento. In qualsiasi occasione pubblica stimolo i cittadini, quelli che sono troppo umili o si sentono inadeguati, a far emergere in loro la forza dell’esempio perché esiste sicuramente una parte della loro giornata, una parte del loro passato in cui sono stati già degli esempi per gli altri. Sono diverse le iniziative dove la partecipazione e il protagonismo dei cittadini ha fatto la differenza. Penso al lavoro fatto nel distretto intorno agli scavi di Pompei che coinvolge i comuni da Portici e Castellammare di Stabia dove ho stimolato cittadini e stakeholder a progettare un progetto di distretto culturale e turistico diffuso che passi dalla rigenerazione urbana, dallo sviluppo sostenibile e da una nuova collaborazione tra città ed ora i sindaci dell’area inseguono i nostri progetti. Un altro esempio è la rete che ho costruito tra le lotte dei lavoratori marittimi in tutta Italia, stimolando l’autorganizzazione e la nascita di nuove realtà che difendono i diritti dei lavoratori del mare. Si deve inaugurare una stagione di diritti e dignità.

 

Nel commentare la tua rielezione tu hai detto “Questo è il nuovo umanesimo che lascia traccia, quella traccia di cambiamento che si fa storia, che è già storia. Ogni giorno che scriviamo un pezzo di storia come questo stiamo facendo un balzo evolutivo”. Questo incuriosisce me che sono umanista: cosa intendi per Nuovo Umanesimo? Ti rifai a qualche corrente in particolare?

 

Questa elezione ha qualcosa di diverso dalle altre, ha portato dentro di se una voglia di riscatto, ha portato dentro di se una vera ribellione ai sistemi opprimenti del territorio come la camorra, le clientele, ha portato dentro di sé la richiesta di diritti e dignità, oltre che di giustizia. E’ stato un voto di liberazione che a mio avviso ha prodotto un cambiamento irreversibile che oggi va custodito e curato per non permettere più il ritorno delle croste di corruzione e clientele che legano da un secolo  i nostri territori. C’è un gran fermento di cittadini che si vogliono mette in gioco e lavorare insieme per iniziare a cambiare le loro città.

 

Una battaglia forte a cui hai partecipato è quella del referendum sull’acqua: si potrà far qualcosa in questo parlamento per far rispettare la volontà degli elettori? Alcuni amministratori 5 stelle sono stati criticati per non aver rimesso pubblica l’acqua: qual è la tua opinione a riguardo?

In questi 5 anni abbiamo voluto portare in aula la proposta di legge dei movimenti per l’acqua pubblica per la ripubblicizzazione del settore idrico: il PD ha stravolto la legge alla Camera e l’ha affossata al Senato. Nei prossimi 5 anni torneremo alla carica con una nuova forza su questo tema. Tanti comuni 5 Stelle vanno verso la ripubblicizzazione o l’hanno già prodotta. A Roma e Torino sono state approvate in consiglio comunale mozioni per avviare la ripubblicizzazione. Non potrà avvenire tutto in un lampo ma il percorso, purtroppo, è lungo ed ha bisogno di tempo. I comuni necessitano di risorse e devono essere liberati dalla legislazione che in questo momento favorisce le aggregazioni delle partecipate dei servizi idrici e le S.p.A.

 

Tu sei pacifista di lunga data, in questo momento il mondo pacifista è molto impegnato a far firmare all’Italia il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari: tu presenterai una mozione in parlamento a riguardo? Si pensa di formare come nella scorsa legislatura il gruppo parlamentare per la pace?

Lo scorso anno siamo stati l’unico gruppo parlamentare che interamente ha firmato l’Appello dall’Italia a firmare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari e il nostro impegno al governo su questo tema sarà prioritario. Ogni strumento utile per promuovere la cultura della nonviolenza è fondamentale ed io me ne occupo soprattutto per gli aspetti culturali ed educativi con apposite proposte di legge, che intervengono a promuovere modelli didattici virtuosi. Per un nuovo umanesimo è necessaria anche una nuovo modello educativo. Su questo insieme a Paolo Mottana, docente di filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, ho scritto il libro “Educazione Diffusa. Per salvare il mondo e i bambini”.

 

La scuola è un settore particolarmente disastrato: quali sono le tue proposte a riguardo? Quali le cose che si potrebbero risolvere subito per avere una “buona scuola” sul serio?

Bisogna ridurre il numero di alunni per classi, supportare le scuole di periferie e in condizioni di alto degrado con maggior risorse economiche ed umane, introdurre equipe educative di supporto alle scuole per diffondere i modelli virtuosi e intervenire sulle difficoltà, promuovere una formazione continua e retribuita degli insegnanti. Il mondo dell’istruzione e della ricerca deve essere messa al centro del prossimo governo con un investimento di 25 miliardi. Avremmo così una scuola con i bambini e i ragazzi che diventano i primi cittadini attivi del proprio territorio grazie ad un esercito nonviolento di insegnanti, dirigenti e operatori della scuola che sono motivati e che lavorano in ambienti più sereni producendo insieme la forza reale per cambiare il Paese.

aprile 20, 2018

Afrin, Rojava, Kurdistan: risponde il Comitato Kurdistan di Firenze

Pubblicato su Pressenza il 12.03.2018

Afrin, Rojava, Kurdistan: risponde il Comitato Kurdistan di Firenze
(Foto di Comitato Kurdistan)

In questi giorni il Comitato Kurdistan Firenze è in prima linea nel denunciare l’invasione turca ad Afrin. Gli abbiamo chiesto di approfondire la questione; rispondono a turno   Gianni Monti  e  Marco Fantechi.

Partiamo dagli eventi di questi giorni: dopo la risoluzione dell’ONU è cambiato qualcosa sul terreno ? Ad Afrin si è fermata l’offensiva turca ? Abbiamo testimonianze dirette ?

MARCO FANTECHI : Le testimonianze dirette che arrivano da Afrin sono drammatiche. Jacopo, che si trova nell’area, ha comunicato che le milizie Jihadiste supportate dalle forze armate turche stanno accerchiando la città. Avendo occupato la diga che rifornisce il sistema idrico cittadino, hanno bloccato l’acquedotto, mettendo a rischio la salute pubblica delle centinaia di migliaia di civili curdi e no, compresi i profughi rifugiati nell’area dalla regione di Aleppo, già devastata dalla guerra civile. Le milizie filoturche sembra siano composte da jihadisti di varie bande e dagli uomini reclutati, anche in modo forzoso, all’interno dei famigerati campi profughi allestiti in Turchia per gli sfollati dal conflitto siriano e finanziati dall’Unione Europea (tre miliardi più altri tre) per evitare che il governo turco li scarichi sui gommoni diretti in Grecia oppure sulle strade della via Balcanica. Alla ferocia dei miliziani si aggiunge la potenza di fuoco di quello che è il secondo esercito della NATO, con aerei, carri armati (di fabbricazione tedesca), artiglieria pesante, ed elicotteri (made in Italy). Erdogan punta a occupare militarmente le regioni siriane di confine, per spazzare via la rivoluzione curda e scaricarci gran parte dei milioni di profughi della guerra civile rifugiatisi in Turchia. Con la complicità degli USA (che sacrificano sull’altare della NATO coloro che hanno sconfitto l’ISIS), dell’Unione Europea (che con Erdogan fa grandi affari) e della Russia (che, per costruire il gasdotto sud diretto in Europa occidentale, è scesa a patti col vecchio nemico turco).

La storia del Rojava è una storia poco conosciuta : proviamo a riassumerla e a sottolinearne gli aspetti più importanti ?

GIANNI MONTI  : Per rispondere a questo domanda bisogna partire da una descrizione dell’area in questione, il Kurdistan occidentale (Rojava), che corrisponde alla Siria settentrionale, territorio abitato da una netta maggiranza curda con la presenza di minoranze arabe, turcomanne ecc. I rapporti dei Curdi del Rojava con il governo centrale di Damasco non sono mai stati idilliaci perché le aspirazioni autonomistiche di una parte confliggevano con il centralismo autoritario dell’altra e a volte la dinastia degli Assad ha anche esercitato una dura repressione. Certamente la guerra che dilania la Siria da anni, cui si è aggiunto il dilagare dell’ISIS, ha creato una situazione nuova per i Curdi, che si sono visti riconoscere di fatto da Damasco una sorta di zona libera, mentre contemporaneamente ricevevano dagli USA gli armamenti necessari per combattere l’ISIS. Le battaglie di Kobane prima e di Raqqa poi sono state combattute e vinte sul terreno dalle forze curde del Rojava (YPG), sostenute da volontarim del PKK provenienti dal confinante Bakur, il Kurdistan settentrionale, che si trova nel territorio della repubblica turca. Insomma, i Curdi erano indispensabili : a loro il combattimento sul terreno (con molti morti) e alle varie potenze in gioco i raid aerei (con zero morti). Ma adesso che l’ISIS è sconfitto e i Curdi non sono più necessari come prima, la situazione è cambiata completamente: le forze armate turche, insieme a varie bande Jihadiste, attaccano il Rojava nella zona di Afrin e i governi che prima li guardavano con simpatia adesso girano la testa dall’altra parte e fanno finta di niente.

La tendenza generale, banalizzante, è di dire “i Curdi” come se si parlasse di una realtà univoca e monolitica : potreste spiegare almeno a grandi linee quali forze sono in campo ?

GIANNI MONTI : Il popolo curdo è diviso tra quattro stati : Turchia, Siria, Iraq e Iran. Si tratta di situazioni molto diverse tra loro, da vari punti di vista : repporti con il governo centrale, consistenza numerica, strategie e linee politiche, concezione della società. I Curdi iraniani, per esempio, hanno avuto fino ad ora una storia e delle vicende molto contraddittorie, sia per i vari passaggi tra i vari governi e regimi che si sono succeduti (Mossadeq, la monarchia Palhavi, la repubblica islamica), sia per effetto dei grandi e drammatici fatti che hanno riguardato negli ultimi decenni il vicino Iraq. Più semplice, ma fino a un certo punto, delineare un quadro del Kurdistan iracheno, società sostanzialmente tribale dominata storicamente dalla dinastia Barzani, dai tempi della prima guerra mondiale quando l’Inghilterra appoggiava i capi clan curdi contro l’impero ottomano, fino al potere esercitato oggi da Masud Barzani, il sostenitore della creazione di uno stato curdo indipendente nel nord dell’ Iraq. Il PDK, il partito di Barzani, è un partito squisitamente nazionalista, fortemente verticista al suo interno, sostenito di una società tradizionalista che non pratica certo la politica delle pari opportunità e della Democrazia dal Basso. Aggiungerei anche che il tema dei diritti sociali non fa certo parte del suo DNA e così pure quello della tollerenza inter-etnica, visto che pratica l’espulsione dei non curdi dai territori conquistati. Altra storia quella dei Curdi di Turchia e di Siria. Nel Bakur, sud est della repubblica turca, la svolta del PKK, operata nell’ultima decina di anni grazie all’impegno teorico di Ochalan, ha portato al superamento di una linea politica puramente nazionalista, per cui non si rivendica più la creazione di uno stato curdo indipendente ma si porta avanti nei Paesi in cui sono presenti i Curdi l’obbiettivo di una democratizzazione complessiva della società, di una pacifica convivenza multietnica, della realizzazione di sistemi istituzionali basati sulla partecipazione e sulla parità di genere, sulla difesa e valorizzazione dei beni comuni. Il confederalismo democratico. E’ una strada lunga e difficile ma là dove possibile questi obbiettivi hanno iniziato ad essere praticati : nel Bakur in Turchia ( con grandi difficoltà a causa delle continue repressioni) e nel Rojava in Siria. Assemblee di cittadini prendono decisioni anche importanti, amministrazioni comunali hanno due sindaci, un uomo e una donna. Non a caso il PKK di Ochalan e il PDK di Barzani confliggono tra loro.

La questione curda ha una prospettiva storica, viene da lontano : potreste sintetizzare gli eventi storici più importanti e le tendenze del momento attuale ?

GIANNI MONTI : Nell’ultimo anno della Grande Guerra, uscita dal conflitto la Russia zarista che i Curdi guardavano con grande sospetto, la Gran Bretagna giocò con determinazione la carta dell’alleanza con i Curdi in chiave anti-turca. Era la stessa strategia praticata dal colonnello Lawrence con gli Arabi in Palestina e in Siria. Finita la guerra, sembrava che la nascita del Kurdistan fosse imminente, ma non fu così. La reazione nazionalista guidata da Kemal Ataturk portò alla nascita di una repubblica turca che riuscì a mantenere il possesso dell’intera Anatolia, inglobando anche il Kurdistan settentrionale. Gli accordi tra Francia e Gran Bretagna realizzarono la spartizione di una grande area per cui alla Francia andaroo il Libano e la Siria e all’Inghilterra la Palestina, la Giordania e l’attuale Iraq comprendente la parte settentrionale abitata dai Curdi. Tutto il resto è venuto di conseguenza. Per decenni ai Curdi è stato perfino impedito di usare la propria lingua, soprattutto in Turchia dove non veniva loro riconosciuta la benché minima identità etnica : “turchi di montagna” venivano definiti. Poi, negli ultimi decenni del secolo scorso, le ribellioni, la guerriglia, contro il governo turco dei militari e non solo e contro le repressioni di Saddam Hussein. Fino ad arrivare alla situazione intricatissima di oggi, con in pratica due poli aggregativi, completamente diversi tra loro : quello del PDK di Barzani in Iraq, quello del PKK in Bakur e nel Rojava, entrambi con svariate ramificazioni e in perenne contrasto tra loro. Noi del comitato Kurdistan di Firenze, che crediamo fortemente nei valori della Democrazia e dell’uguaglianza, sosteniamo le posizioni e le pratiche del Confederalismo Democratico.

Da quanto esiste e cosa fa il comitato Kurdistan di Firenze ? All’interno di quale quadro generale di riferimento si muove ?

MARCO FANTECHI : Costituito nel 2002, per attività di supporto alla causa curda di Turchia. Dal 2004 è stato sponsor della creazione di una Centro di formazione professionale femminile a Dyarbakir, il capoluogo del Kurdistan settentrionale sotto occupazione turca. Utilizzando contributi della Regione Toscana per la cooperazione internazionale e fondi propri, è stato allestito un centro di tessitura che ha formato quindici ragazze curde, profughe interne, espulse dalle campagne circostanti dalle operazioni militari antiguerriglia dell’esercito turco che tentava di distruggere la resistenza armata curda a guida del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Le ragazze poi costituirono una propria cooperativa e proseguirono l’attività. Il nostro Comitato continua come sostenitore della campagna per l’autodeterminazione del popolo curdo nel suo complesso. La feroce repressione scatenata dal dittatore turco Erdogan contro l’affermazione elettorale di un vasto movimento democratico, cui partecipavano anche i Curdi, ha aggravato le già difficili condizioni in Turchia. Dall’inizio della guerra civile siriana e dall’apparizione del “Califfato islamico” è nato il bisogno di dare sostegno alla resistenza del popolo del Rojava e all’esperienza rivoluzionalria della concezione di un diverso modo di concepire la società espresso dal Confederalismo Democratico, elaborazione politica prodotta anche da Abdullah Ochalan, leader storico del movimento curdo, prigioniero dal 15 Febbraio 1999 in un carcere di massima sicurezza turco. Il nostro Comitato partecipa al CTK (Coordinamento Toscano Kurdistan) e sostiene le campagne di Mezzaluna Rossa Curda. E’ stato deciso di dargli un nome ed è stato dedicato ad Aysel Kurupinar “Beze”, donna curda che ha vissuto alcuni anni a Firenze ed è caduta in combattimento in Turchia il 4 Agosto 2016.

Vi pongo una domanda sul Nazionalismo come apparente fenomeno di “destra”, mentre le cause nazionali di alcuni popoli vengono tradizionalmente portate avanti da gente “di sinistra”.

MARCO FANTECHI : Se l’idea di Nazione si coniuga a concetti quali: territorio riservato a gente della stessa etnia o basato su criteri di appartenenza alla stessa religione, è indubbiamente di “destra”. Il concetto di liberazione dei popoli, da occupazione esterna, da politiche di genocidio etnico o religioso, da politiche razziali prodotte dalla stessa società o dalla pratica di depredazione delle risorse naturali ad opera di soggetti al servizio di multinazionali, diviene indubbiamente di “sinistra”. La causa curda, sotto occupazione militare di quattro Paesi, Turchia, Siria, Iraq e Iran, e aggredita dai tagliagole dell’ISIS, ne è una chiaro esempio, ma pure il popolo Palestinese sotto occupazione militare israeliana, i Saharawi annessi militarmente dal Marocco sono cause supportate principalmente da gente di “sinistra” (anche se non mancano supporter di “destra”). La risposta più semplice è quella dell’indipendenza del territorio e della costituzione di una amministrazione espressione del gruppo etnico (o religioso) predominante. Spesso così si creano le condizioni di repressione/espulsione della eventuale minoranza del momento, che era maggioranza durante l’appartenenza ad una entità più grande e che reprimeva la minoranza indipendentista poi staccatasi dallo Stato precedente. Questa brutta pratica avvicina l’idea della liberazione dei popoli sostenuta dalle “sinistre” all’idea di Nazione cara alle “destre”, che repressione e pulizia etnica praticano in maniera costante. Il Confederalismo Democratico, senza creazione di nuove entità statali, fuori dalla supremazia etnica e dal confessionalismo religioso, una gestione della società dal basso in modo assembleare, diritti uguali uomo/donna, superamento dell’economia capitalista ed ecologia come pratica abituale, riteniamo che sia un’ottima politica rivoluzionaria che si iscrive indubbiamente nel patrimonio genetico della Sinistra, così come anche lo Zapatismo degli indigeni messicani, per molti versi simile, non è certo assimilabile alle “destre”.

aprile 19, 2018

Francesca Borri: nel raccontare la guerra ho sentito la necessità di una infinita apertura agli altri

Pubblicato su Pressenza il 28.02.2018

Francesca Borri: nel raccontare la guerra ho sentito la necessità di una infinita apertura agli altri

Se devo pensare alla Siria e a un giornalista mi viene in mente Francesca Borri che in Siria a fare la giornalista c’è stata davvero e non esattamente in posti comodi e che su questo ha scritto un libro meraviglioso La guerra dentro sulla sua esperienza ad Aleppo.

Incrocio Francesca di passaggio in Italia e so che le posso fare qualche domanda.

Al di là di questa tregua come vedi l’evolversi della situazione in Siria?

In teoria in queste ore è in vigore una tregua a Ghouta, l’area in cui le condizioni sono al momento più drammatiche, l’area più sotto attacco: non è periferia di Damasco, in realtà è Damasco. Capiamo questa cosa delle tregue: questa non è la prima di cui si capisce poco perché i siriani che vivono lì continuano a inviare immagini di bombardamenti o di fosforo o di attacchi chimici, tutte cose che è difficile verificare, ma le immagini sono abbastanza esplicite. Inoltre ognuna di queste tregue ha sempre escluso non meglio definiti gruppi terroristici, il che rende possibili attacchi e operazioni impossibili da verificare.

Come in altre aree sotto assedio alla fine non muori per un bombardamento, muori di fame; questo non significa che queste tregue non abbiano senso non abbiano una loro utilità ma dobbiamo distinguere la questione strettamente umanitaria dal resto: ogni minima sospensione dei combattimenti che consenta l’accesso degli aiuti umanitari è fondamentale, tutto quello che possa consentire di consegnare aiuti umanitari ai siriani o di migliorare la loro situazione è ovviamente indispensabile. Una questione completamente diversa è il piano politico e il piano dell’analisi: queste tregue sono funzionali ad Assad e ai vari attori in gioco inclusa l’ONU e il piano di pace di Staffan De Mistura. Io in linea generale condivido il tentativo dell’ONU.

In Siria c’è una molteplicità di attori coinvolti; intendo dire non tre o quattro, parliamo di decine di gruppi armati; quindi non mi riferisco solo agli Stati stranieri che li sostengono ma proprio a quelli che sono sul terreno e che combattono. In una situazione del genere pensare di negoziare un accordo di pace complessivo globale a livello nazionale non ha senso. Quindi quando Staffan de Mistura è arrivato ha detto che era inutile continuare a cercare un accordo globale ma che era meglio provare a costruire passo passo una serie di piccoli accordi locali. In linea di principio è sicuramente la cosa che ha più senso ma questa strategia ha generato tante piccole tregue locali con scambi di popolazione: quest’estate il famoso accordo delle quattro città consisteva nel fatto che i combattenti e i loro familiari e gli attivisti dell’opposizione lasciassero le aree a maggioranza sciita e si rifugiassero in area maggioranza sunnita e viceversa.

E quindi è chiaro che questa strategia diventi la costruzione di una Siria diversa, divisa in aree il più possibile omogenee che si prestano a diventare delle sfere di influenza per la Russia, la Turchia, il Quatar, l’Arabia Saudita o gli Stati Uniti o chi altro. Assad in tutto questo ha giocato la sua partita nel senso che in questo modo, da quando Staffan de Mistura ha iniziato la sua attività, l’opposizione è stata concentrata in alcune aree sempre meglio definite: la provincia di Idlib nel nord e poi appunto l’area intorno a Damasco. Se concentri i ribelli in un’area e la metti sotto assedio prima o poi cade come è finita ad Aleppo. Per cui bene le tregue ma comprendendo questi due livelli: quello umanitario per dare sollievo alle persone mentre sul piano politico queste tregue non vanno in direzione della pace vanno in direzione della guerra. Nel senso che si stanno creando le condizioni, esattamente come avvenuto in Iraq in tanti altri paesi del mondo, perché questa guerra ricominci sostanzialmente tra sei mesi, fra un anno o due o cinque anni e che vada molto oltre i confini della Siria.

Quali sono secondo te gli interessi in gioco verso la pace e verso la prosecuzione della guerra?

Credo che purtroppo al momento gli unici interessati alla pace siano i siriani che sono letteralmente esausti; dovessi dire il solo segno positivo che ho visto in questa follia che è iniziata sei anni fa è forse proprio la fuga di massa dei siriani. Tanti se ne sono andati via, hanno disertato e questo è davvero un segno di sanità mentale. Tra i ribelli e Assad hanno deciso che l’unica soluzione era andare via. Gli interessi della guerra: ogni attore sta in campo con diversi interessi, ognuno persegue i propri obiettivi che inoltre cambiano secondo il momento: per esempio la Turchia ha la questione kurda, questo è sicuramente uno dei suoi obiettivi; ma Erdogan non si sente solo il presidente della Turchia ma anche il leader di tutto il mondo, di tutto il mondo islamico. La stessa cosa per la Russia: la Siria è perfetta per la politica di potenza, invece di combattere sul proprio territorio combatti in Siria.
L’interesse di tutti gli attori in gioco, incluso quello dei jihadisti e dello Stato islamico (che in teoria dovrebbe essere il nemico comune) è di mantenere la situazione di caos perché tutti beneficino di questa situazione di collasso dell’ordine, di guerra senza fine. C’è chi l’ha teorizzato in libri. Questa situazione è un ottimo terreno di coltura dei jihadisti. Tutti pensano di trarne vantaggio ma in realtà io credo che ne beneficeranno nel lungo periodo soprattutto i jihadisti.

Francesca, persona pacifista che racconta la guerra: in cosa questa esperienza ti ha trasformata? In che direzione?

Probabilmente è troppo presto per rispondere a questa domanda, ci sto ancora troppo dentro. E poi forse non sono io a dover rispondere alla domanda, forse sono quelli che stanno intorno a me. Quello che vedo è che stare a contatto con la guerra è un lavoro terribile, brucia letteralmente dentro. Gli effetti sui giornalisti come anche sui cooperanti sono micidiali, questo ci lascia intuire quali siano gli effetti sui civili ma anche sui combattenti. Si parla tanto della sindrome post traumatica per noi, però in un paese come l’Iraq hanno la sindrome post traumatica come paese intero. Per cui quello che osserviamo su noi stessi dovrebbe aiutarci a riflettere sulle guerre e sul modo di uscirne davvero. A volte si ha l’impressione che non sia solo questione di negoziatori ma di psicologi.

Gli effetti appunto sono micidiali e io in questi pochi anni ho visto cambiare profondamente molti giornalisti, secondo me 99 volte su 100 il cambiamento è negativo. Si marcisce dentro, a parte poi l’alcool e tutto il resto. Però poi c’è quell’uno su cento che, sembra terribile dirlo,  impara dalla guerra, riesce a trasformare la guerra in altro. Penso a Yuri Kozyrev, fotografo russo, forse il mio fotografo preferito in assoluto;  penso a Stanley Greene fotografo americano morto alcuni mesi fa con cui sono stata a Aleppo: Stanley ha vissuto 40 anni di guerre con alcool, eroina e tutto e aveva una dolcezza straordinaria, proprio straordinaria nei confronti degli altri, una poesia, una delicatezza per il mondo.

Io credo che la guerra in un certo senso, anche se suona terribile dirlo, mi sia stata utile e mi abbia reso una persona migliore. Però come tante altre esperienze. Io ero una ragazzina viziata, vissuta in Italia, con la fortuna di avere una certa famiglia e hai tutto. Ora per me niente più è scontato e cambia tutto completamente, sei molto più centrato sugli altri perché in guerra si sopravvive solo se si sta insieme, se ci si aiuta reciprocamente. In questo momento penso di avere un debito enorme nei confronti di tutti coloro in Siria che in questi anni mi hanno protetto, mi hanno ospitato, sono stati la mia casa, la mia famiglia. Questo convive insieme al senso di colpa di non avere fermato la guerra, di non essermi sentita molto utile per loro. Soprattutto quando mi capita di essere in Italia come in questi giorni davanti  a amici che si scontrano per nulla, piccole cose; allora mi viene da pensare che gli servirebbe proprio sperimentare un bombardamento, forse gli cambierebbe un po’ la prospettiva.

E’ terribile che uno dica che la guerra lo ha cambiato in meglio: non vorrei che fosse necessaria una guerra, non abbiamo bisogno di 500 mila morti, credo che ci possano essere, che ci siano altre esperienze utili al cambiamento; però so che la guerra mi ha cambiato profondamente e ora sento un’infinita apertura agli altri; o odii tutto e tutti oppure pensi che non vuoi che a nessun altro capiti quello che è capitato a te.

Per me è questa seconda cosa.