Archive for ‘Interviste’

giugno 14, 2018

Nicola Lapenta: la Pace è il Bene Comune supremo da promuovere

Pubblicato su Pressenza il 03.04.2018

Nicola Lapenta: la Pace è il Bene Comune supremo da promuovere

Nicola Lapenta sta coordinando per l’Associazione Papa Giovanni XXIII la campagna per l’istituzione del Ministero della Pace.

Potresti farci un riassunto della campagna fino ad oggi?

La campagna è stata lanciata ufficialmente in conferenza stampa in Senato a Roma il 19 dicembre 2017, con la partecipazione ed il sostegno della Senatrice Francesca Puglisi. Alla conferenza, oltre ai rappresentanti delle associazioni che sostengono la campagna, ha dato un profondo contributo anche l’attore Giuseppe Fiorello, sottolineando la necessità di non sminuire in modo buonista la costruzione di politiche di pace e sostenendo fortemente la proposta.

Nel corso dei primi 2 mesi, anche in vista delle elezioni del 4 marzo, la campagna ha raggiunto il consenso e l’appoggio di un buon numero di parlamentari, alcuni dei quali hanno inserito l’istituzione di un Ministero della Pace nel proprio programma elettorale. Anche il numero di associazioni aderenti si è arricchito ed è in costante aumento, ad oggi i sostenitori della campagna sono: Azione Cattolica Italiana, Focsiv, Movimento Nonviolento, Centro di Ateneo per i Diritti Umani dell’Università di Padova, Movimento dei Focolari, Cesc Project, Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), Sermig Arsenale della Pace, Pax Christi, Opera Don Calabria, ass. culturale Parallelo, Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Solidarietà e Cooperazione CIPSI, Aleph, Essere Umani Onlus e L’Eremo del Silenzio. Per poter aderire è sufficiente compilare il modulo di adesione ed inviarlo unitamente al logo dell’associazione all’indirizzo info@ministerodellapace.org

Molto partecipate sono state anche le due iniziative pubbliche precedenti alle elezioni, quella del 12 febbraio a Padova presso il Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” e quella del 24 febbraio a Catania. L’incontro di Padova è stato anche occasione per la presentazione dei primi risultati di un sondaggio che ha visto il 66% degli elettori favorevole all’istituzione del Ministero della Pace.

Giovedì 5 aprile, presso il Sermig Arsenale della Pace a Torino, abbiamo organizzato un’iniziativa pubblica dove interverranno anche altri sostenitori della campagna con l’obiettivo di stimolare l’attenzione di parlamentari e società civile in questa delicata fase di costituzione del Governo verso l’istituzione del Ministero della Pace. L’incontro sarà alle 20.30 e dopo la presentazione della proposta seguirà una tavola rotonda alla quale parteciperanno Ernesto Olivero, fondatore del Sermig Arsenale della Pace, Giovanni Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, Carlotta Benedetti, Segretaria generale di Azione Cattolica Italiana, Alfredo Scognamiglio per il Movimento dei Focolari, Mauro Scardovelli, presidente e fondatore di Aleph. L’incontro verrà moderato da Matteo Spicuglia, giornalista di Rai Piemonte. Hanno già confermato l’interesse a partecipare alcuni parlamentari.

Chiediamo l’istituzione di questo Ministero perché sul tema della pace, in particolare, avvertiamo una carenza di visione politica. Molti altri prima di noi hanno parlato della pace come di una questione politica unificante. Dovrebbe essere, come previsto anche nella nostra Costituzione, la questione principe di cui un Governo si deve occupare. Invece, notiamo che sì ci sono iniziative che contribuiscono a costruire la pace, però sono molto spesso scoordinate tra loro in quanto manca una visione politica di insieme per perseguire questo obiettivo. Ecco, il ‘Ministero della Pace’ servirebbe a creare questa visione politica di insieme.

Esiste in questo momento una campagna di sottoscrizioni al Presidente della Repubblica, come sta andando?

I presidenti delle associazione che promuovono la Campagna, dopo le elezioni, hanno ritenuto necessario interessare il Presidente della Repubblica sulla necessità che il prossimo Governo faccia della promozione e costruzione della Pace il proprio impegno principale, in linea anche con l’urgenza sottolineata dal Presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo scorso 23 marzo durante il discorso di apertura della prima seduta del nuovo Parlamento: «Nell’ulteriore sviluppo del confronto politico-istituzionale sulla base del voto del 4 marzo, bene comune da garantire al Paese è la nonviolenza, lo scongiurare la violenza, in tutte le sue motivazioni e le sue forme».

Un bene così prezioso come la Pace, mai come oggi in pericolo a causa delle molteplici guerre, e dei forti interessi economici che troppo spesso mettono in secondo piano il bene delle persone esige una visione politica programmatica.

Per questo gli enti che promuovono la Campagna chiedono al Presidente , che è garante dell’ordine costituzionale, di sollecitare questa sensibilità alla persona che sarà prossimamente incaricata di formare il nuovo governo. Formare un Governo non è un mero esercizio di equilibri fra forze politiche ma l’assunzione di una responsabilità precisa nei confronti dei cittadini che ogni giorno concorrono ai sensi dell’art 4 della Costituzione al progresso economico e spirituale del Paese.

Dopo averla inviata, e siamo in attesa di riscontro, abbiamo promosso la sottoscrizione della lettera a chiunque ravveda l’esigenza di un governo con un preciso impegno per la Pace. In una settimana sono quasi duemila le persone che l’hanno sottoscritta e speriamo che aumentino. Se il Presidente Mattarella vorrà riceverci consegneremo le firme a testimonianza di quanto la Pace sia una questione realmente sentita oltre che urgente!

Esistono esperienze nel mondo analoghe a questa che state proponendo?

Sì. Il Costa Rica, oltre a non avere l’esercito, ha il Ministero di Giustizia e Pace. Ci sono le Isole Salomone, c’è il Nepal, che pure parte da una situazione diversa ma ha un Ministero deputato alla pace. E ci sono poi una serie di Paesi, tra cui l’Australia, che stanno cercando di realizzare Ministeri simili. Esiste una rete internazionale, che lavora alacremente in questo senso da diversi anni

E’ inoltre recente la notizia relativa al Ministero del Disarmo e del Controllo delle Armi in Nuova Zelanda, che pone un’enfasi particolare allo smantellamento degli arsenali nucleari. Se andrà in porto sarà il primo Paese ad avere un ministero di questo tipo.

In questo momento storico il tema del Bene Comune, in molte forme, sta sorgendo come istanza della base della società: come si può avanzare in questa direzione?

La società deve essere riconosciuta nella sua preziosa funzione proattiva nella costruzione di un mondo più equo. La società è al tempo stesso la sentinella ed il termometro della Politica.

La Pace è il Bene Comune supremo da promuovere.

Non esiste sicurezza che non sia sicurezza per tutti, non esiste benessere che non sia per tutti.

In alternativa possiamo assistere solo all’aumento delle sperequazioni e della paura.

Fin dalla scuola i nostri figli dovrebbero poter imparare a trasformare positivamente i conflitti. Ciascuna legge dovrebbe avere come perno fondamentale la promozione e l’affermazione dei diritti umani fondamentali. Il disarmo e la riconversione delle industrie armiere è la strada con maggior possibilità di successo per invertire la rotta che ci sta portando inesorabilmente verso la catastrofe atomica, secondo gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists.

Noi auspichiamo che la politica e chi si è proposto al servizio del bene comune sappia cogliere, valorizzare ed indirizzare per il meglio quanto di buono la società è in grado di offrire in spirito di sussidiarietà.

Annunci
maggio 20, 2018

Luigi Gallo: prioritario l’impegno a firmare il Trattato di Proibizione delle Armi nucleari

Pubblicato su Pressenza il 17.03.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Luigi Gallo: prioritario l’impegno a firmare il Trattato di Proibizione delle Armi nucleari
(Foto di Ufficio Stampa Gallo)

Luigi Gallo è “un attivista sociale e politico” rieletto con altissime percentuali di voti nelle liste del Movimento 5 Stelle a Torre Annunziata, da lungo tempo impegnato in battaglie per la pace, l’educazione, l’acqua bene comune, il commercio solidale.

Uno dei temi che sottolinei è la necessità di ripartire dalla base della società, di ridare potere ai cittadini: puoi raccontare le iniziative per rendere concreto questo tema nel tuo territorio?

 

Credo fortemente nel potere dell’esempio. E’ un potere educativo, rivoluzionario e di cambiamento. In qualsiasi occasione pubblica stimolo i cittadini, quelli che sono troppo umili o si sentono inadeguati, a far emergere in loro la forza dell’esempio perché esiste sicuramente una parte della loro giornata, una parte del loro passato in cui sono stati già degli esempi per gli altri. Sono diverse le iniziative dove la partecipazione e il protagonismo dei cittadini ha fatto la differenza. Penso al lavoro fatto nel distretto intorno agli scavi di Pompei che coinvolge i comuni da Portici e Castellammare di Stabia dove ho stimolato cittadini e stakeholder a progettare un progetto di distretto culturale e turistico diffuso che passi dalla rigenerazione urbana, dallo sviluppo sostenibile e da una nuova collaborazione tra città ed ora i sindaci dell’area inseguono i nostri progetti. Un altro esempio è la rete che ho costruito tra le lotte dei lavoratori marittimi in tutta Italia, stimolando l’autorganizzazione e la nascita di nuove realtà che difendono i diritti dei lavoratori del mare. Si deve inaugurare una stagione di diritti e dignità.

 

Nel commentare la tua rielezione tu hai detto “Questo è il nuovo umanesimo che lascia traccia, quella traccia di cambiamento che si fa storia, che è già storia. Ogni giorno che scriviamo un pezzo di storia come questo stiamo facendo un balzo evolutivo”. Questo incuriosisce me che sono umanista: cosa intendi per Nuovo Umanesimo? Ti rifai a qualche corrente in particolare?

 

Questa elezione ha qualcosa di diverso dalle altre, ha portato dentro di se una voglia di riscatto, ha portato dentro di se una vera ribellione ai sistemi opprimenti del territorio come la camorra, le clientele, ha portato dentro di sé la richiesta di diritti e dignità, oltre che di giustizia. E’ stato un voto di liberazione che a mio avviso ha prodotto un cambiamento irreversibile che oggi va custodito e curato per non permettere più il ritorno delle croste di corruzione e clientele che legano da un secolo  i nostri territori. C’è un gran fermento di cittadini che si vogliono mette in gioco e lavorare insieme per iniziare a cambiare le loro città.

 

Una battaglia forte a cui hai partecipato è quella del referendum sull’acqua: si potrà far qualcosa in questo parlamento per far rispettare la volontà degli elettori? Alcuni amministratori 5 stelle sono stati criticati per non aver rimesso pubblica l’acqua: qual è la tua opinione a riguardo?

In questi 5 anni abbiamo voluto portare in aula la proposta di legge dei movimenti per l’acqua pubblica per la ripubblicizzazione del settore idrico: il PD ha stravolto la legge alla Camera e l’ha affossata al Senato. Nei prossimi 5 anni torneremo alla carica con una nuova forza su questo tema. Tanti comuni 5 Stelle vanno verso la ripubblicizzazione o l’hanno già prodotta. A Roma e Torino sono state approvate in consiglio comunale mozioni per avviare la ripubblicizzazione. Non potrà avvenire tutto in un lampo ma il percorso, purtroppo, è lungo ed ha bisogno di tempo. I comuni necessitano di risorse e devono essere liberati dalla legislazione che in questo momento favorisce le aggregazioni delle partecipate dei servizi idrici e le S.p.A.

 

Tu sei pacifista di lunga data, in questo momento il mondo pacifista è molto impegnato a far firmare all’Italia il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari: tu presenterai una mozione in parlamento a riguardo? Si pensa di formare come nella scorsa legislatura il gruppo parlamentare per la pace?

Lo scorso anno siamo stati l’unico gruppo parlamentare che interamente ha firmato l’Appello dall’Italia a firmare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari e il nostro impegno al governo su questo tema sarà prioritario. Ogni strumento utile per promuovere la cultura della nonviolenza è fondamentale ed io me ne occupo soprattutto per gli aspetti culturali ed educativi con apposite proposte di legge, che intervengono a promuovere modelli didattici virtuosi. Per un nuovo umanesimo è necessaria anche una nuovo modello educativo. Su questo insieme a Paolo Mottana, docente di filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, ho scritto il libro “Educazione Diffusa. Per salvare il mondo e i bambini”.

 

La scuola è un settore particolarmente disastrato: quali sono le tue proposte a riguardo? Quali le cose che si potrebbero risolvere subito per avere una “buona scuola” sul serio?

Bisogna ridurre il numero di alunni per classi, supportare le scuole di periferie e in condizioni di alto degrado con maggior risorse economiche ed umane, introdurre equipe educative di supporto alle scuole per diffondere i modelli virtuosi e intervenire sulle difficoltà, promuovere una formazione continua e retribuita degli insegnanti. Il mondo dell’istruzione e della ricerca deve essere messa al centro del prossimo governo con un investimento di 25 miliardi. Avremmo così una scuola con i bambini e i ragazzi che diventano i primi cittadini attivi del proprio territorio grazie ad un esercito nonviolento di insegnanti, dirigenti e operatori della scuola che sono motivati e che lavorano in ambienti più sereni producendo insieme la forza reale per cambiare il Paese.

aprile 20, 2018

Afrin, Rojava, Kurdistan: risponde il Comitato Kurdistan di Firenze

Pubblicato su Pressenza il 12.03.2018

Afrin, Rojava, Kurdistan: risponde il Comitato Kurdistan di Firenze
(Foto di Comitato Kurdistan)

In questi giorni il Comitato Kurdistan Firenze è in prima linea nel denunciare l’invasione turca ad Afrin. Gli abbiamo chiesto di approfondire la questione; rispondono a turno   Gianni Monti  e  Marco Fantechi.

Partiamo dagli eventi di questi giorni: dopo la risoluzione dell’ONU è cambiato qualcosa sul terreno ? Ad Afrin si è fermata l’offensiva turca ? Abbiamo testimonianze dirette ?

MARCO FANTECHI : Le testimonianze dirette che arrivano da Afrin sono drammatiche. Jacopo, che si trova nell’area, ha comunicato che le milizie Jihadiste supportate dalle forze armate turche stanno accerchiando la città. Avendo occupato la diga che rifornisce il sistema idrico cittadino, hanno bloccato l’acquedotto, mettendo a rischio la salute pubblica delle centinaia di migliaia di civili curdi e no, compresi i profughi rifugiati nell’area dalla regione di Aleppo, già devastata dalla guerra civile. Le milizie filoturche sembra siano composte da jihadisti di varie bande e dagli uomini reclutati, anche in modo forzoso, all’interno dei famigerati campi profughi allestiti in Turchia per gli sfollati dal conflitto siriano e finanziati dall’Unione Europea (tre miliardi più altri tre) per evitare che il governo turco li scarichi sui gommoni diretti in Grecia oppure sulle strade della via Balcanica. Alla ferocia dei miliziani si aggiunge la potenza di fuoco di quello che è il secondo esercito della NATO, con aerei, carri armati (di fabbricazione tedesca), artiglieria pesante, ed elicotteri (made in Italy). Erdogan punta a occupare militarmente le regioni siriane di confine, per spazzare via la rivoluzione curda e scaricarci gran parte dei milioni di profughi della guerra civile rifugiatisi in Turchia. Con la complicità degli USA (che sacrificano sull’altare della NATO coloro che hanno sconfitto l’ISIS), dell’Unione Europea (che con Erdogan fa grandi affari) e della Russia (che, per costruire il gasdotto sud diretto in Europa occidentale, è scesa a patti col vecchio nemico turco).

La storia del Rojava è una storia poco conosciuta : proviamo a riassumerla e a sottolinearne gli aspetti più importanti ?

GIANNI MONTI  : Per rispondere a questo domanda bisogna partire da una descrizione dell’area in questione, il Kurdistan occidentale (Rojava), che corrisponde alla Siria settentrionale, territorio abitato da una netta maggiranza curda con la presenza di minoranze arabe, turcomanne ecc. I rapporti dei Curdi del Rojava con il governo centrale di Damasco non sono mai stati idilliaci perché le aspirazioni autonomistiche di una parte confliggevano con il centralismo autoritario dell’altra e a volte la dinastia degli Assad ha anche esercitato una dura repressione. Certamente la guerra che dilania la Siria da anni, cui si è aggiunto il dilagare dell’ISIS, ha creato una situazione nuova per i Curdi, che si sono visti riconoscere di fatto da Damasco una sorta di zona libera, mentre contemporaneamente ricevevano dagli USA gli armamenti necessari per combattere l’ISIS. Le battaglie di Kobane prima e di Raqqa poi sono state combattute e vinte sul terreno dalle forze curde del Rojava (YPG), sostenute da volontarim del PKK provenienti dal confinante Bakur, il Kurdistan settentrionale, che si trova nel territorio della repubblica turca. Insomma, i Curdi erano indispensabili : a loro il combattimento sul terreno (con molti morti) e alle varie potenze in gioco i raid aerei (con zero morti). Ma adesso che l’ISIS è sconfitto e i Curdi non sono più necessari come prima, la situazione è cambiata completamente: le forze armate turche, insieme a varie bande Jihadiste, attaccano il Rojava nella zona di Afrin e i governi che prima li guardavano con simpatia adesso girano la testa dall’altra parte e fanno finta di niente.

La tendenza generale, banalizzante, è di dire “i Curdi” come se si parlasse di una realtà univoca e monolitica : potreste spiegare almeno a grandi linee quali forze sono in campo ?

GIANNI MONTI : Il popolo curdo è diviso tra quattro stati : Turchia, Siria, Iraq e Iran. Si tratta di situazioni molto diverse tra loro, da vari punti di vista : repporti con il governo centrale, consistenza numerica, strategie e linee politiche, concezione della società. I Curdi iraniani, per esempio, hanno avuto fino ad ora una storia e delle vicende molto contraddittorie, sia per i vari passaggi tra i vari governi e regimi che si sono succeduti (Mossadeq, la monarchia Palhavi, la repubblica islamica), sia per effetto dei grandi e drammatici fatti che hanno riguardato negli ultimi decenni il vicino Iraq. Più semplice, ma fino a un certo punto, delineare un quadro del Kurdistan iracheno, società sostanzialmente tribale dominata storicamente dalla dinastia Barzani, dai tempi della prima guerra mondiale quando l’Inghilterra appoggiava i capi clan curdi contro l’impero ottomano, fino al potere esercitato oggi da Masud Barzani, il sostenitore della creazione di uno stato curdo indipendente nel nord dell’ Iraq. Il PDK, il partito di Barzani, è un partito squisitamente nazionalista, fortemente verticista al suo interno, sostenito di una società tradizionalista che non pratica certo la politica delle pari opportunità e della Democrazia dal Basso. Aggiungerei anche che il tema dei diritti sociali non fa certo parte del suo DNA e così pure quello della tollerenza inter-etnica, visto che pratica l’espulsione dei non curdi dai territori conquistati. Altra storia quella dei Curdi di Turchia e di Siria. Nel Bakur, sud est della repubblica turca, la svolta del PKK, operata nell’ultima decina di anni grazie all’impegno teorico di Ochalan, ha portato al superamento di una linea politica puramente nazionalista, per cui non si rivendica più la creazione di uno stato curdo indipendente ma si porta avanti nei Paesi in cui sono presenti i Curdi l’obbiettivo di una democratizzazione complessiva della società, di una pacifica convivenza multietnica, della realizzazione di sistemi istituzionali basati sulla partecipazione e sulla parità di genere, sulla difesa e valorizzazione dei beni comuni. Il confederalismo democratico. E’ una strada lunga e difficile ma là dove possibile questi obbiettivi hanno iniziato ad essere praticati : nel Bakur in Turchia ( con grandi difficoltà a causa delle continue repressioni) e nel Rojava in Siria. Assemblee di cittadini prendono decisioni anche importanti, amministrazioni comunali hanno due sindaci, un uomo e una donna. Non a caso il PKK di Ochalan e il PDK di Barzani confliggono tra loro.

La questione curda ha una prospettiva storica, viene da lontano : potreste sintetizzare gli eventi storici più importanti e le tendenze del momento attuale ?

GIANNI MONTI : Nell’ultimo anno della Grande Guerra, uscita dal conflitto la Russia zarista che i Curdi guardavano con grande sospetto, la Gran Bretagna giocò con determinazione la carta dell’alleanza con i Curdi in chiave anti-turca. Era la stessa strategia praticata dal colonnello Lawrence con gli Arabi in Palestina e in Siria. Finita la guerra, sembrava che la nascita del Kurdistan fosse imminente, ma non fu così. La reazione nazionalista guidata da Kemal Ataturk portò alla nascita di una repubblica turca che riuscì a mantenere il possesso dell’intera Anatolia, inglobando anche il Kurdistan settentrionale. Gli accordi tra Francia e Gran Bretagna realizzarono la spartizione di una grande area per cui alla Francia andaroo il Libano e la Siria e all’Inghilterra la Palestina, la Giordania e l’attuale Iraq comprendente la parte settentrionale abitata dai Curdi. Tutto il resto è venuto di conseguenza. Per decenni ai Curdi è stato perfino impedito di usare la propria lingua, soprattutto in Turchia dove non veniva loro riconosciuta la benché minima identità etnica : “turchi di montagna” venivano definiti. Poi, negli ultimi decenni del secolo scorso, le ribellioni, la guerriglia, contro il governo turco dei militari e non solo e contro le repressioni di Saddam Hussein. Fino ad arrivare alla situazione intricatissima di oggi, con in pratica due poli aggregativi, completamente diversi tra loro : quello del PDK di Barzani in Iraq, quello del PKK in Bakur e nel Rojava, entrambi con svariate ramificazioni e in perenne contrasto tra loro. Noi del comitato Kurdistan di Firenze, che crediamo fortemente nei valori della Democrazia e dell’uguaglianza, sosteniamo le posizioni e le pratiche del Confederalismo Democratico.

Da quanto esiste e cosa fa il comitato Kurdistan di Firenze ? All’interno di quale quadro generale di riferimento si muove ?

MARCO FANTECHI : Costituito nel 2002, per attività di supporto alla causa curda di Turchia. Dal 2004 è stato sponsor della creazione di una Centro di formazione professionale femminile a Dyarbakir, il capoluogo del Kurdistan settentrionale sotto occupazione turca. Utilizzando contributi della Regione Toscana per la cooperazione internazionale e fondi propri, è stato allestito un centro di tessitura che ha formato quindici ragazze curde, profughe interne, espulse dalle campagne circostanti dalle operazioni militari antiguerriglia dell’esercito turco che tentava di distruggere la resistenza armata curda a guida del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Le ragazze poi costituirono una propria cooperativa e proseguirono l’attività. Il nostro Comitato continua come sostenitore della campagna per l’autodeterminazione del popolo curdo nel suo complesso. La feroce repressione scatenata dal dittatore turco Erdogan contro l’affermazione elettorale di un vasto movimento democratico, cui partecipavano anche i Curdi, ha aggravato le già difficili condizioni in Turchia. Dall’inizio della guerra civile siriana e dall’apparizione del “Califfato islamico” è nato il bisogno di dare sostegno alla resistenza del popolo del Rojava e all’esperienza rivoluzionalria della concezione di un diverso modo di concepire la società espresso dal Confederalismo Democratico, elaborazione politica prodotta anche da Abdullah Ochalan, leader storico del movimento curdo, prigioniero dal 15 Febbraio 1999 in un carcere di massima sicurezza turco. Il nostro Comitato partecipa al CTK (Coordinamento Toscano Kurdistan) e sostiene le campagne di Mezzaluna Rossa Curda. E’ stato deciso di dargli un nome ed è stato dedicato ad Aysel Kurupinar “Beze”, donna curda che ha vissuto alcuni anni a Firenze ed è caduta in combattimento in Turchia il 4 Agosto 2016.

Vi pongo una domanda sul Nazionalismo come apparente fenomeno di “destra”, mentre le cause nazionali di alcuni popoli vengono tradizionalmente portate avanti da gente “di sinistra”.

MARCO FANTECHI : Se l’idea di Nazione si coniuga a concetti quali: territorio riservato a gente della stessa etnia o basato su criteri di appartenenza alla stessa religione, è indubbiamente di “destra”. Il concetto di liberazione dei popoli, da occupazione esterna, da politiche di genocidio etnico o religioso, da politiche razziali prodotte dalla stessa società o dalla pratica di depredazione delle risorse naturali ad opera di soggetti al servizio di multinazionali, diviene indubbiamente di “sinistra”. La causa curda, sotto occupazione militare di quattro Paesi, Turchia, Siria, Iraq e Iran, e aggredita dai tagliagole dell’ISIS, ne è una chiaro esempio, ma pure il popolo Palestinese sotto occupazione militare israeliana, i Saharawi annessi militarmente dal Marocco sono cause supportate principalmente da gente di “sinistra” (anche se non mancano supporter di “destra”). La risposta più semplice è quella dell’indipendenza del territorio e della costituzione di una amministrazione espressione del gruppo etnico (o religioso) predominante. Spesso così si creano le condizioni di repressione/espulsione della eventuale minoranza del momento, che era maggioranza durante l’appartenenza ad una entità più grande e che reprimeva la minoranza indipendentista poi staccatasi dallo Stato precedente. Questa brutta pratica avvicina l’idea della liberazione dei popoli sostenuta dalle “sinistre” all’idea di Nazione cara alle “destre”, che repressione e pulizia etnica praticano in maniera costante. Il Confederalismo Democratico, senza creazione di nuove entità statali, fuori dalla supremazia etnica e dal confessionalismo religioso, una gestione della società dal basso in modo assembleare, diritti uguali uomo/donna, superamento dell’economia capitalista ed ecologia come pratica abituale, riteniamo che sia un’ottima politica rivoluzionaria che si iscrive indubbiamente nel patrimonio genetico della Sinistra, così come anche lo Zapatismo degli indigeni messicani, per molti versi simile, non è certo assimilabile alle “destre”.

aprile 19, 2018

Francesca Borri: nel raccontare la guerra ho sentito la necessità di una infinita apertura agli altri

Pubblicato su Pressenza il 28.02.2018

Francesca Borri: nel raccontare la guerra ho sentito la necessità di una infinita apertura agli altri

Se devo pensare alla Siria e a un giornalista mi viene in mente Francesca Borri che in Siria a fare la giornalista c’è stata davvero e non esattamente in posti comodi e che su questo ha scritto un libro meraviglioso La guerra dentro sulla sua esperienza ad Aleppo.

Incrocio Francesca di passaggio in Italia e so che le posso fare qualche domanda.

Al di là di questa tregua come vedi l’evolversi della situazione in Siria?

In teoria in queste ore è in vigore una tregua a Ghouta, l’area in cui le condizioni sono al momento più drammatiche, l’area più sotto attacco: non è periferia di Damasco, in realtà è Damasco. Capiamo questa cosa delle tregue: questa non è la prima di cui si capisce poco perché i siriani che vivono lì continuano a inviare immagini di bombardamenti o di fosforo o di attacchi chimici, tutte cose che è difficile verificare, ma le immagini sono abbastanza esplicite. Inoltre ognuna di queste tregue ha sempre escluso non meglio definiti gruppi terroristici, il che rende possibili attacchi e operazioni impossibili da verificare.

Come in altre aree sotto assedio alla fine non muori per un bombardamento, muori di fame; questo non significa che queste tregue non abbiano senso non abbiano una loro utilità ma dobbiamo distinguere la questione strettamente umanitaria dal resto: ogni minima sospensione dei combattimenti che consenta l’accesso degli aiuti umanitari è fondamentale, tutto quello che possa consentire di consegnare aiuti umanitari ai siriani o di migliorare la loro situazione è ovviamente indispensabile. Una questione completamente diversa è il piano politico e il piano dell’analisi: queste tregue sono funzionali ad Assad e ai vari attori in gioco inclusa l’ONU e il piano di pace di Staffan De Mistura. Io in linea generale condivido il tentativo dell’ONU.

In Siria c’è una molteplicità di attori coinvolti; intendo dire non tre o quattro, parliamo di decine di gruppi armati; quindi non mi riferisco solo agli Stati stranieri che li sostengono ma proprio a quelli che sono sul terreno e che combattono. In una situazione del genere pensare di negoziare un accordo di pace complessivo globale a livello nazionale non ha senso. Quindi quando Staffan de Mistura è arrivato ha detto che era inutile continuare a cercare un accordo globale ma che era meglio provare a costruire passo passo una serie di piccoli accordi locali. In linea di principio è sicuramente la cosa che ha più senso ma questa strategia ha generato tante piccole tregue locali con scambi di popolazione: quest’estate il famoso accordo delle quattro città consisteva nel fatto che i combattenti e i loro familiari e gli attivisti dell’opposizione lasciassero le aree a maggioranza sciita e si rifugiassero in area maggioranza sunnita e viceversa.

E quindi è chiaro che questa strategia diventi la costruzione di una Siria diversa, divisa in aree il più possibile omogenee che si prestano a diventare delle sfere di influenza per la Russia, la Turchia, il Quatar, l’Arabia Saudita o gli Stati Uniti o chi altro. Assad in tutto questo ha giocato la sua partita nel senso che in questo modo, da quando Staffan de Mistura ha iniziato la sua attività, l’opposizione è stata concentrata in alcune aree sempre meglio definite: la provincia di Idlib nel nord e poi appunto l’area intorno a Damasco. Se concentri i ribelli in un’area e la metti sotto assedio prima o poi cade come è finita ad Aleppo. Per cui bene le tregue ma comprendendo questi due livelli: quello umanitario per dare sollievo alle persone mentre sul piano politico queste tregue non vanno in direzione della pace vanno in direzione della guerra. Nel senso che si stanno creando le condizioni, esattamente come avvenuto in Iraq in tanti altri paesi del mondo, perché questa guerra ricominci sostanzialmente tra sei mesi, fra un anno o due o cinque anni e che vada molto oltre i confini della Siria.

Quali sono secondo te gli interessi in gioco verso la pace e verso la prosecuzione della guerra?

Credo che purtroppo al momento gli unici interessati alla pace siano i siriani che sono letteralmente esausti; dovessi dire il solo segno positivo che ho visto in questa follia che è iniziata sei anni fa è forse proprio la fuga di massa dei siriani. Tanti se ne sono andati via, hanno disertato e questo è davvero un segno di sanità mentale. Tra i ribelli e Assad hanno deciso che l’unica soluzione era andare via. Gli interessi della guerra: ogni attore sta in campo con diversi interessi, ognuno persegue i propri obiettivi che inoltre cambiano secondo il momento: per esempio la Turchia ha la questione kurda, questo è sicuramente uno dei suoi obiettivi; ma Erdogan non si sente solo il presidente della Turchia ma anche il leader di tutto il mondo, di tutto il mondo islamico. La stessa cosa per la Russia: la Siria è perfetta per la politica di potenza, invece di combattere sul proprio territorio combatti in Siria.
L’interesse di tutti gli attori in gioco, incluso quello dei jihadisti e dello Stato islamico (che in teoria dovrebbe essere il nemico comune) è di mantenere la situazione di caos perché tutti beneficino di questa situazione di collasso dell’ordine, di guerra senza fine. C’è chi l’ha teorizzato in libri. Questa situazione è un ottimo terreno di coltura dei jihadisti. Tutti pensano di trarne vantaggio ma in realtà io credo che ne beneficeranno nel lungo periodo soprattutto i jihadisti.

Francesca, persona pacifista che racconta la guerra: in cosa questa esperienza ti ha trasformata? In che direzione?

Probabilmente è troppo presto per rispondere a questa domanda, ci sto ancora troppo dentro. E poi forse non sono io a dover rispondere alla domanda, forse sono quelli che stanno intorno a me. Quello che vedo è che stare a contatto con la guerra è un lavoro terribile, brucia letteralmente dentro. Gli effetti sui giornalisti come anche sui cooperanti sono micidiali, questo ci lascia intuire quali siano gli effetti sui civili ma anche sui combattenti. Si parla tanto della sindrome post traumatica per noi, però in un paese come l’Iraq hanno la sindrome post traumatica come paese intero. Per cui quello che osserviamo su noi stessi dovrebbe aiutarci a riflettere sulle guerre e sul modo di uscirne davvero. A volte si ha l’impressione che non sia solo questione di negoziatori ma di psicologi.

Gli effetti appunto sono micidiali e io in questi pochi anni ho visto cambiare profondamente molti giornalisti, secondo me 99 volte su 100 il cambiamento è negativo. Si marcisce dentro, a parte poi l’alcool e tutto il resto. Però poi c’è quell’uno su cento che, sembra terribile dirlo,  impara dalla guerra, riesce a trasformare la guerra in altro. Penso a Yuri Kozyrev, fotografo russo, forse il mio fotografo preferito in assoluto;  penso a Stanley Greene fotografo americano morto alcuni mesi fa con cui sono stata a Aleppo: Stanley ha vissuto 40 anni di guerre con alcool, eroina e tutto e aveva una dolcezza straordinaria, proprio straordinaria nei confronti degli altri, una poesia, una delicatezza per il mondo.

Io credo che la guerra in un certo senso, anche se suona terribile dirlo, mi sia stata utile e mi abbia reso una persona migliore. Però come tante altre esperienze. Io ero una ragazzina viziata, vissuta in Italia, con la fortuna di avere una certa famiglia e hai tutto. Ora per me niente più è scontato e cambia tutto completamente, sei molto più centrato sugli altri perché in guerra si sopravvive solo se si sta insieme, se ci si aiuta reciprocamente. In questo momento penso di avere un debito enorme nei confronti di tutti coloro in Siria che in questi anni mi hanno protetto, mi hanno ospitato, sono stati la mia casa, la mia famiglia. Questo convive insieme al senso di colpa di non avere fermato la guerra, di non essermi sentita molto utile per loro. Soprattutto quando mi capita di essere in Italia come in questi giorni davanti  a amici che si scontrano per nulla, piccole cose; allora mi viene da pensare che gli servirebbe proprio sperimentare un bombardamento, forse gli cambierebbe un po’ la prospettiva.

E’ terribile che uno dica che la guerra lo ha cambiato in meglio: non vorrei che fosse necessaria una guerra, non abbiamo bisogno di 500 mila morti, credo che ci possano essere, che ci siano altre esperienze utili al cambiamento; però so che la guerra mi ha cambiato profondamente e ora sento un’infinita apertura agli altri; o odii tutto e tutti oppure pensi che non vuoi che a nessun altro capiti quello che è capitato a te.

Per me è questa seconda cosa.

aprile 2, 2018

Parma: Nicoletta Paci, vogliamo dare grande attenzione alla partecipazione

Pubblicato su Pressenza il 02.02.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Parma: Nicoletta Paci, vogliamo dare grande attenzione alla partecipazione
(Foto di Comune di Parma)

Nicoletta Paci è assessora alla partecipazione e ai diritti dei cittadini a Parma, nella giunta Pizzarotti, ed ha promosso insieme a tutta l’amministrazione la realizzazione dei Consigli dei Cittadini Volontari le cui elezioni si terranno nei prossimi giorni, dal’8 al 14 Febbraio

Intanto ci può chiarire il senso di quest’assessorato che, di norma, si chiama “al decentramento”: cosa volevate sottolineare scegliendo questo nome?

Volevamo sottolineare proprio la grande attenzione che, come amministrazione comunale, vogliamo dare alla PARTECIPAZIONE, in tutte le sue forme. Il termine Decentramento ci sembrava riduttivo e con un’accezione leggermente negativa. Invece per noi, sia che si tratti di zone centrali della città che di aree più periferiche, è importante che tutti siano partecipi della vita sociale della città, facendosene carico e collaborando attivamente per la soluzione dei problemi.

Ci può raccontare il processo che porterà all’elezione dei Consigli dei Cittadini Volontari?

Il processo è iniziato con l’estrazione a sorte dall’anagrafe comunale di 300 nominativi per ciascun quartiere, equamente distribuiti fra uomini e donne e divisi per fasce d’età in modo da rappresentare uno spaccato veritiero della composizione della nostra cittadinanza. A questi cittadini sono state inviate lettere di invito a candidarsi per essere consiglieri nei Consigli dei Cittadini Volontari (CCV) del proprio quartiere. Contemporaneamente è partita la campagna di candidatura anche per quei soggetti che hanno proposto autonomamente la propria candidatura per i CCV.  Per queste persone è stato necessario raccogliere un minimo di 25 firme a sostegno della propria candidatura da presentare poi on –line sul sito del Comune di Parma.

Dopo la chiusura di questa prima fase e una volta stabilite le liste si passerà alle votazioni aperte a tutta la cittadinanza. Si svolgeranno dall’8 al 14 febbraio con modalità on line o assistita preso alcuni nostri punti dove c’è maggiore affluenza di pubblico.

Ci tengo a precisare che per il nostro sistema di votazione on-line abbiamo ricevuto anche un premio nel 2016 come miglior sistema di e-Governance fra quelli della rete.

Come funzioneranno? Che potere avranno?

I Consigli avranno potere consultivo e propositivo verso l’amministrazione comunale. Dovranno altresì fare da collante con tutte le realtà del territorio a loro assegnato e quindi cogliere e coordinare le attività delle varie associazioni, gruppi o singoli cittadini che si rivolgono a loro per le varie istanze o progetti. Saranno anche fulcro per lo sviluppo del bilancio partecipativo o per l’attuazione del regolamento di cittadinanza attiva, due altre forme di partecipazione che abbiamo implementato.

La vostra giunta, rieletta da poco, ha già effettuato numerose iniziative a favore della partecipazione dei cittadini, ce le può ricordare?

Come appena citato abbiamo adottato il Regolamento di Cittadinanza attiva che ha dato vita a piccoli progetti di recupero urbano proposti dai cittadini e che vogliamo allargare ulteriormente nei prossimi anni. Poi c’è stato il Bilancio partecipativo per il quale abbiamo messo a disposizione € 500.000 a favore di progetti proposti dalla cittadinanza e mediati attraverso i CCV. Di tutti quelli che sono pervenuti e che sono stati votati, si sono realizzati o sono in via di realizzazione i primi dieci per un importo di e 50.000 circa a progetto.

Sul fronte invece dei nuovi cittadini italiani abbiamo costituito la “Consulta dei popoli” e il Consigliere Aggiunto che cercano di dare voce e risalto ai nuovi italiani presenti sul nostro territorio.

Parma fa parte dell’Associazione dei Comuni Virtuosi: in questo mondo in cui ci vogliono far credere che tutti i politici amministrano per il proprio tornaconto personale c’è che sta cercando di porre un nuovo modello di politico, al servizio del cittadino: come sta andando questa esperienza?

Direi bene visto che i parmigiani ci hanno appena rieletto e mostrano entusiasmo per le attività che gli dedichiamo. Rispetto alla precedente elezione dei CCV infatti abbiamo registrato un aumento del 40% dei cittadini che si sono offerti come candidati e soprattutto un aumento di oltre il 50% fra i ragazzi di età compresa fra i 16 e i 20 anni. Questo per noi è un dato davvero molto importante perché significa interessare le giovani generazioni che oggi sono spesso indifferenti o lontane da ogni forma di partecipazione sociale attiva.

aprile 2, 2018

Disarmo nucleare: una valanga di mozioni di enti locali affinché l’Italia ci ripensi

Pubblicato su Pressenza il 30.01.2018

Quest’articolo è disponibile anche in: IngleseSpagnolo

Disarmo nucleare: una valanga di mozioni di enti locali affinche l’Italia ci ripensi

Lisa Clark con il volantino di “Italia Ripensaci!” (Foto di Lisa Clark)

Abbiamo parlato con Lisa Pelletti Clark, pacifista storica italiana, tra le numerose cose Co-Presidente dell’ International Peace Bureau; la intervistiamo nella sua veste di Coordinatrice per l’Italia di Mayors for Peace, una delle organizzazioni internazionali che fanno parte di ICAN.

Sia Mayors for Peace che International Peace Bureau sono tra le organizzazioni internazionali che sono partner di ICAN. Come del resto lo è Pressenza! Quindi stiamo parlando tra collaboratori alla stessa campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari, sebbene ognuna delle nostre organizzazioni abbia un focus specifico.

Intanto se ci puoi fare il punto della situazione internazionale ed italiana di Mayors for Peace con le ultime notizie.

A livello internazionale Mayors for Peace (MfP) ha sostenuto le attività di ICAN con due importanti appelli scritti dal Sindaco di Hiroshima, Presidente di MfP, a tutti gli oltre 7000 membri, invitandoli a far sentire la voce delle città nell’incoraggiare i governi nazionali a partecipare al percorso verso il trattato. I Sindaci Matsui e Taue sono stati presenti ad ambedue le tornate della conferenza degli Stati in cui si discuteva il testo del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari: hanno espresso, con tutta l’autorevolezza che deriva dall’essere i rappresentanti eletti delle due città distrutte dalle bombe atomiche, un sostegno pieno a chi si batteva per la messa al bando delle armi nucleari. Insieme agli Hibakusha, i sopravvissuti alle bombe, hanno convinto molte delegazioni della necessità di votare secondo umanità, e non secondo convenienza diplomatica.

Mayors for Peace contribuisce attivamente alla campagna “Italia Ripensaci!”, promossa da Rete Disarmo e Senzatomica, affinche’ l’Italia firmi il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari: come e’ andata la campagna finora? Quali eventi ti hanno colpito di piu’?

In Italia, proprio in questi giorni, abbiamo raggiunto la cifra di 500 membri! Io ho iniziato ad impegnarmi nella promozione di MfP nel 2005, in occasione degli eventi che organizzammo in Lombardia,  Veneto e Friuli Venezia Giulia per il 60° anniversario dei bombardamenti del 1945. E ricordo che in quegli anni le amministrazioni comunali avevano molte più energie per occuparsi di questioni internazionali: Firenze era Vicepresidente di MfP. Con l’ospitalità del Sindaco Domenici e del Presidente del Consiglio Comunale Eros Cruccolini si tenne nel Salone dei Cinquecento un’assemblea degli iscritti italiani a cui furono invitati i Sindaci di Ghedi (BS) e Aviano (PN), le due città che (ancora oggi) ospitano armi nucleari statunitensi. A nome di tutti i membri MfP, Firenze strinse un patto d’amicizia con i Sindaci Annamaria Guarneri (Ghedi) e Stefano Dal Cont Bernard (Aviano), con la finalità di lavorare insieme per la rimozione delle armi nucleari dalle basi in quei due territori, un passo verso la totale eliminazione di tutte le armi nucleari. Eravamo molto attivi!
E ogni anno, come Beati i costruttori di pace, abbiamo sempre organizzato eventi in occasione degli anniversari di Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto): la manifestazione Pace in Bici, che si conclude sempre davanti alla base USAF di Aviano il 9 agosto, ha come obiettivo anche quello di raccogliere adesioni a MfP: in 13 anni abbiamo quasi triplicato il numero degli iscritti!
Negli ultimi anni, e in particolare da quando abbiamo lanciato la Campagna “Italia Ripensaci”, nell’ottobre 2016, non abbiamo riscontrato lo stesso livello di protagonismo da parte degli enti locali. Le difficoltà economiche dei Comuni in molti casi hanno azzerato le iniziative, anche se ci sono eccezioni: il Segretariato di MfP a Hiroshima aiuta ad organizzare eventi a costo zero o quasi, come per esempio incontri via Skype tra scuole e Hibakusha, oppure la condivisione di sementi e piantine discendenti dagli alberi sopravvissuti alle bombe atomiche, o firme di petizioni online a sostegno del Trattato di messa al bando (siamo arrivati a 2.662.841 firme!).

All’interno della campagna MfP ha spinto in modo particolare perché, dal basso, venissero presentate mozioni in tutti i consigli comunali invitando il Governo a firmare: come sta andando? Ci puoi dare delle cifre?

Sì, in Italia abbiamo spinto molto per l’approvazione di mozioni dei consigli. Questo è il paese di Giorgio La Pira: e quando ho raccontato qualcosa al Sindaco Akiba (sindaco di Hiroshima fino al 2011) sull’impegno politico del sindaco fiorentino mi ha risposto, “Ma allora La Pira era il profeta di Mayors for Peace!” La Pira rivendicò il diritto delle Città a fare politica internazionale, a intessere relazioni di amicizia e collaborazione con altre città oltre i confini degli Stati. Invitò a Palazzo Vecchio, in piena Guerra Fredda, i sindaci di una cinquantina di capitali: seduti uno accanto all’altro, i sindaci di Washington, Mosca, Praga, Londra mostrarono di avere una visione diversa dai loro governo nazionali. La Pira, che era rimasto colpito proprio dall’urbicidio di Hiroshima e Nagasaki, scrisse che nessuno ha il diritto di uccidere una città, e che – comunque – la storia ci mostra che le Città restano, mentre gli Stati vanno e vengono. E il Sindaco Akiba amava dire che la Città sanno risolvere i problemi senza ricorrere alle armi, che le Città non possiedono eserciti.
Per tutto questo, crediamo che la voce dei Consigli comunali sia importante. Ad oggi sono solo pochi i comuni che hanno adottato una risoluzione specifica in cui si chiede al Governo italiano di “ripensarci” e aderire al percorso del Trattato sulla messa al bando delle armi nucleari. Ma la seconda fase di “Italia Ripensaci”, da febbraio fino al 7 luglio 2018, spingerà proprio per raggiungere una valanga di mozioni di enti locali da consegnare al nuovo Governo!

Alleghiamo:
Ordine del giorno Firma Nuclearban gen 2018 M4P

3 Lettera e Appello di Mayors for Peace versione italiana

marzo 23, 2018

La finanza anticrisi

Pubblicato su Pressenza il 05.01.2018 

La finanza anticrisi
(Foto di http://www.calamajo.it)

Da pochi giorni si è conclusa l’esperienza della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario di cui ha fatto parte Gianni Girotto, senatore del M5S che abbiamo intervistato.

Un bilancio generale dei lavori della commissione? Un tuo giudizio politico?

Il bilancio non può che partire dalla prima ovvia considerazione sul ritardo con cui la Commissione stessa è stata costituita, dal momento che i problemi erano evidenti e noti già ad inizio legislatura. Tanto è vero che il Movimento 5 Stelle propose una legge istitutrice di una Commissione d’inchiesta sul Monte Paschi di Siena già a maggio 2013. Se tale proposta fosse stata accolta allora, forse determinati meccanismi sarebbero venuti a galla in tempo utile per evitare le successive crisi. Ricordiamoci infatti che la Commissione ha accertato come le problematiche e i vizi di comportamento relativi alle due Venete, a MPS e alle 4 banche dell’Italia centrale fossero note ai Vigilanti da molti anni (e quindi alla politica, che ricordiamolo ne nomina i vertici, e ci dialoga costantemente per giusta prassi istituzionale). Viceversa la “solita” vecchia politica ha deciso di non agire, meglio ha voluto non agire, facendolo solo quando ormai le irregolarità erano divenute talmente pubbliche da non poter più consentire di non soddisfare una domanda “diffusa” e pressante di giustizia, divenuta  non più ignorabile. Insomma riassumendo all’estremo si è trattato della classica carota elettorale, cioè un contentino all’elettorato per far sembrare che ci si stia realmente occupando di un problema. Meglio ancora, in realtà la politica si è occupata di banche, ma non nel modo che noi avremmo voluto, da un lato in fase omissiva, cioè ignorando le continue richieste da parte dei magistrati di integrare la normativa in merito con la previsione di nuove fattispecie di reato (dal momento che quelle attuali sono assolutamente insufficienti) e di sanzioni adeguate (e non spesso “ridicole” come testualmente affermato dai Procuratori uditi in Commissione); dall’altro lato, sul versante fattivo, obbedendo ai “consigli” che arrivano dalle grandi lobbies finanziarie, e producendo quindi le “riforme” delle banche di credito cooperativo e delle Popolari, che noi abbiamo sempre contestato, e non certo da soli. Non possiamo certo entrare ora nel merito ma ribadiamo che tali riforme vanno nel senso di agevolare le grandi concentrazioni di capitali e un certo modo di fare finanza, modo che mette al centro la proprietà e il guadagno, anzichè la tutela del risparmio e l’aiuto all’economia reale, e con questo abbiamo veniamo proprio alla domanda successiva.

Tu hai sottolineato, in quella sede, l’importanza della finanza etica, ce la vuoi spiegare in dettaglio?

Il concetto è molto semplice, la finanza dovrebbe servire l’economia reale, non viceversa. Ricordiamo che l’economia reale significa quella che genera vera ricchezza, cioè costruire fognature, ponti, coltivare la terra, allevare bestiame, fabbricare vestiti, scarpe, mobili ecc. ecc., oppure per sviluppare i servizi medici, ospedalieri, di trasporto, insomma tutte quelle cose che servono veramente per il benessere di una società, e si contrappone alla finanza virtuale speculativa, che è quella “autoreferenziale”, in cui si scommette se un determinato titolo salirà o scenderà di prezzo per lucrare sulla differenza, e lo si fa negli ultimi anni a velocità e ritmi sempre più spaventosi grazie ai computer, che ormai operano in totale autonomia, a prescindere appunto da qualsiasi considerazione etica, ma mirando esclusivamente al guadagno a brevissimo termine (si parla infatti di “High frequency trading – HTF – proprio per indicare questo modo di operare).

Finanza etica significa semplicemente che la banca etica, prima di concedere il prestito valuta la sostenibilità sociale/ambientale del progetto, e solo dopo la parte economico/finanziaria; insomma il progetto deve essere prima di tutto “sano”, e poi certamente deve poter generare dei ricavi con i quali possa onorare il prestito (e non generare quindi quei famosi NPL o crediti deteriorati che ormai tutti hanno imparato a conoscere). Da sottolineare come ora abbiamo anche la dimostrazione oggettiva di quanto detto, dal momento che l’anno scorso è stato pubblicato uno studio che ha messo a confronto le 29 banche europee “classiche” di maggiori dimensioni, con le 28 banche etiche europee, e tutti i confronti sono decisamente a favore di queste ultime, soprattutto l’andamento del reddito totale, che negli ultimi 5 anni è cresciuto del 7,6% per le banche etiche contro lo 0,5% delle banche “normali”. Viceversa che le banche normali abbiano parecchi “vizietti” lo dimostra, oltre a quanto emerso in questa Commissione d’inchiesta, i circa 220 miliardi di euro di sanzioni varie, pagati dalle banche “normali” tra il 2010 e il 2014, una cifra spaventosamente enorme e direi assolutamente chiarificatrice.

In cosa consiste, secondo te, il maggior aspetto di sostenibilità della finanza etica?

Per quanto ho appena detto, la sostenibilità diventa duplice, cioè sia sotto l’aspetto “privatistico” della banca (e dei suoi soci) che avendo valutato accuratamente il progetto si vedono poi restituire il prestito e possono quindi continuare a operare (e quindi concedere altri prestiti), sia sotto l’aspetto “pubblico/globale”, in quanto i progetti finanziati non corrompono società e popolazione, in buona sostanza non inquinano (o lo fanno in maniera tollerabile dall’ambiente) e non sfruttano la manodopera dei lavoratori coinvolti, e quindi il pianeta e i suoi abitanti possono continuare a vivere e prosperare, cose elementari certo, ma che negli ultimi anni abbiamo verificato non vengono, troppo spesso, rispettate dalla finanza “tradizionale”. In più il principio di “voto capitario” all’interno delle assemblee dei soci è uno scudo fondamentale per impedire che il capitale si appropri anche di questo strumento, e ne stravolga principi e modalità operativi;  ricordiamocelo sempre, quando il voto è paritetico tra migliaia di soci, democrazia e distribuzione dei vantaggi sono fortemente agevolati.

Una proposta umanista e nonviolenta propone una banca pubblica che presta senza interessi o con interessi minimi; esistono esperienze locali ed internazionali in questo senso che sostengono soprattutto i redditi più bassi; cosa pensi di questa proposta?

In linea teorica sono favorevole ad una banca pubblica con tali presupposti, però l’esperienza insegna che non è facile ottenere efficienza da una struttura pubblica se non è fortemente motivata e/o monitorata. Le esperienze di finanza etica funzionano perché sono private, ma di privati con forti valori etici, fortemente motivati, convinti ed entusiasti di quanto stanno facendo. Forse la soluzione è un mix di soluzioni, ovverosia affiancare ad una banca pubblica “buona” (che in effetti noi del M5S abbiamo proposto) anche la finanza etica privata, che negli ultimi 15 anni i numeri hanno chiaramente dimostrato essere non solo efficiente ma anche profittevole.

Approfondimenti sulla Finanza Etica sono disponibili qui

mentre la sezione del sito del Sen. Girotto dedicata alla Commissione di’Inchiesta è a questo link

dicembre 11, 2017

#StopFiscalCompact perché crediamo sempre che un altro mondo è possibile

Pubblicato su Pressenza il 03.11.2017

#StopFiscalCompact perché crediamo sempre che un altro mondo è possibile
(Foto di Eoghan O Lionnain via Flickr)

Attac Italia sta portando avanti la campagna #StopFiscalCompact. Ne parliamo con Raphael Pepe, attivista dell’associazione dal 2009 e membro del Consiglio Nazionale dal 2011. I suoi anni di militanza sono stati marcati da temi che caratterizzano fortemente l’anima dell’associazione: dalle battaglie contro le privatizzazioni e la rivendicazione di modelli di gestione democratiche e partecipate dei beni comuni, alla rivendicazione di una nuova finanza pubblica contro la trappola del debito. La campagna di cui ci parla in questa intervista si inserisce assolutamente, con coerenza, in questo percorso.

ATTAC Italia ha lanciato al petizione e la campagna che si trova su http://www.stopfiscalcompact.it/ quali le motivazioni di fondo?

Negli ultimi 10 anni, dall’inizio della crisi, il divario tra i pochi che detengono gran parte della ricchezza mondiale e la maggioranza della popolazione è cresciuto in modo esponenziale. Il numero di persone che vive sotto la soglia di povertà non cessa di crescere e questo perché sin dall’inizio della crisi si è cercato, con una strategia dello shock ben orchestrata, di colpevolizzare le popolazioni e di collettivizzare le responsabilità della crisi e del debito.

Partendo da questo presupposto, senza mai avere un dibattito serio sulla questione del debito e di come sia stato generato, si è fatta un’equazione a dir poco erronea: il debito è causato dalla spesa pubblica, ci tocca ridurre le spese per “rimborsarlo”.

Peccato che le cifre dimostrano che negli ultimi 30 anni, che hanno visto il debito aumentare considerevolmente, si è assistito ad un costante calo della spesa pubblica.

Questa “trappola del debito” mira a mettere sul mercato tutto quello che ancora rimane nella sfera pubblica, tutti quei servizi che sono dei diritti e che si vogliono trasformare in “bisogni”.

Allora secondo la storiella che si sente da anni: per “rimborsare il debito”, occorre svendere il patrimonio e moltiplicare i processi di privatizzazioni. E quello che una volta era un “diritto”, magari finanziato tramite tasse o finanza pubblica diventa un “servizio” che rientra in un circuito economico.

Per fare un esempio concreto, se prima per una visita specialistica, il cittadino non pagava e la retribuzione del medico specialistico non “creava ricchezza” secondo i criteri liberisti; oggi un “cliente” paga la sua visita, questo diritto è diventato un “bisogno” e il pagamento da parte del “consumatore” ha contribuito a far aumentare il PIL, e quindi a diminuire contemporaneamente il rapporto debito-PIL.

In questo modo, le condizioni della popolazione sono migliorate? Si è data una spinta all’economia nazionale? È cresciuta l’occupazione? Il potere d’acquisto? Ovviamente no?

In questo contesto, da anni, Attac Italia lavora su un altro modello d’uscita della crisi, un modello d’uscita efficiente che non calpesti i diritti dei cittadini e che rimetta in questione meccanismi malsani che hanno trasformato la crisi in una vera e propria “opportunità” per chi l’ha generata.

La rivendicazione della ripubblicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti ora a servizio delle banche e il percorso di auditoria sul debito per analizzarlo, capire come sia stato generato e come gestirlo collettivamente, rientrano in questa ottica.

Il Fiscal Compact è uno degli strumenti oggi utilizzati dall’Europa, per ufficializzare, con norme giuridiche, con delle restrizioni pesantissime, l’obbligo di “rimborso” del debito, o meglio di riduzione del rapporto debito-PIL da qui a 20 anni.

Se dal 2012 il Fiscal Compact era un accordo tra i paesi, che chiedeva senza obbligarlo ad esempio di inserire il pareggio di bilancio nelle costituzioni – cosa che l’Italia ha fatto – domani verrà inserito nei trattati, diventerà vincolante, avrà valore giuridico e sarà al di sopra delle leggi nazionali e delle costituzioni imponendo delle riduzioni della spesa pubblica che ammonterebbero a circa 50 miliardi di euro l’anno per l’Italia.

Considerando che fino a qualche anno fa, le leggi finanziarie prevedevano una spesa annuale di circa 60 miliardi di euro e che la legge di stabilità in discussione ne prevede 20 miliardi, è facile capire che non si tratta soltanto di una “riduzione” della spesa pubblica ma proprio di una cancellazione della spesa pubblica.

Con l’applicazione di un trattato del genere, si assisterebbe alla cancellazione dei diritti, qualsiasi servizio dovrebbe entrare sul mercato divenendo a disposizione solo di chi può pagare. La richiesta della carta di credito o dell’assicurazione al pronto soccorso potrebbe diventare a breve una realtà. La cancellazione delle pensioni e di qualsiasi sussidio rientrerebbe nella logica del trattato.

Gli Stati europei devono, o piuttosto dovrebbero, discutere entro fine anno il Fiscal Compact, per poi ratificarlo.

Ecco perché una campagna contro il Fiscal Compact, è un tema centrale per il futuro politico del paese, dell’Europa, dei popoli del vecchio continente.

Come sta andando la campagna?

Abbiamo iniziato lanciando una petizione online che ha come scopo di fare parlare del Fiscal Compact e innanzitutto di generare dibattito sul tema, ma soprattutto di orientare il dibattito politico ad una ridiscussione e una rimessa in causa dei trattati europei stessi. Prima o poi, il tema dovrebbe entrare a far parte dell’agenda politico nazionale, e vorremmo arrivare a quel momento con un certo numero di cittadini che con le firme si saranno già espressi contro il trattato, ma soprattutto con molte realtà attive sul territorio nazionale: associazioni, giornali, movimenti, ma anche forze politiche che abbiano già un percorso avviato contro il Fiscal Compact. C’è palesemente la volontà politica di giocare con i tempi e di ridurre al minimo il dibattito politico sulla questione. Se riusciamo a sensibilizzare e a prendere posizioni a priori, partiamo meglio per opporci al trattato.

La strada è lunga e i tempi stretti, ma nel giro di un mese, il numero delle organizzazioni che hanno aderito alla campagna è considerevole e piano piano, si iniziano a vedere i risultati.

Intanto, considerando l’interesse di molti consiglieri comunali, e la consapevolezza che su questa partita, gli enti locali, che di più pagano la crisi, devono essere in prima linea; abbiamo steso un ordine del giorno da presentare ai Consigli Comunali per fare si che qualche ente locale possa prendere posizione ufficialmente contro il Fiscal Compact.

Ad ora, sappiamo che è stato presentato a Bologna, Trento, Siracusa, Livorno, San Remo, Pisa e tante altre città. La cosa positiva è che il testo stia girando al punto tale che non abbiamo un monitoraggio preciso. Negli ultimi giorni ci è giunta notizia che il piccolo Comune di Gaiola in provincia di Cuneo, avesse approvato l’odg, mentre in quello di Empoli è stato bloccato dalla maggioranza PD. Intanto la rete delle Città in Comune e Rifondazione Comunista hanno fatto circolare l’odg a molti consiglieri comunali in tutta Italia, e siamo costantemente contattati da consiglieri di liste civiche intenzionati a presentare l’odg.

E’ sempre più evidente la divergenza tra una economia basata sul profitto e una basata sui beni comuni: come si risolve questo conflitto?

Questa è una bella domanda, è una sfida difficile. Sicuramente si deve ripartire dai percorsi collettivi, dai territori, dai movimenti, dai Comuni. L’Italia e l’Europa, per fortuna sono piene di realtà locali in cui numerosi cittadini cercano di portare avanti un modello basato sulla solidarietà, sulla condivisione, sulla collettivizzazione dei processi di decisione politica. Si tratta di un percorso lungo, e mentre si agisce localmente, sicuramente arrivano spesso dei provvedimenti nazionali ed europei che ostacolano questi processi costantemente.

Ma una bolla speculativa, sappiamo che prima o poi esplode, e anche se si mettono in atto delle politiche molto dure, cancellando di fatto processi democratici e arrivando anche ad una forte repressione; è abbastanza chiaro che il sistema stia implodendo e che stiamo assistendo ad un momento storico di forti cambiamenti.

Purtroppo bisogna essere consapevoli che questo non significhi per forza che la risposta sarà una società più solidale e un’economia basata appunto su un’equa distribuzione delle ricchezze. Le urne europee parlano abbastanza chiare, la paura genera chiusura e si lascia tanto spazio ai populismi.

Ma ci tocca andare avanti forti delle tante esperienze positive e dai tanti tasselli che contribuiscono ad invertire la rotta.

Come si risolve questo conflitto è una domanda difficile, ma in realtà le risposte ci sono. Sono in quelle realtà autogestite che offrono ai cittadini dei servizi che dovrebbero essere offerti da un sistema pubblico ottimale, dalle mense agli alloggi popolari, passando per gli ambulatori o i CAF auto-organizzati. Se piccole realtà senza l’ombra di un finanziamento pubblico, riescono, con un’organizzazione basata sulla solidarietà a garantire servizi ad alcuni cittadini, non è così difficile che si possa applicare con una gestione più equa delle risorse pubbliche.

In Italia ad esempio, se si togliesse dalle fondazioni bancarie il controllo della Cassa Depositi e Prestiti e si destinassero i fondi dei depositi postali, non più alle multinazionali ma agli enti locali; sicuramente si potrebbero garantire servizi in un modo ottimale.

Se con percorsi di auditoria sul debito, si individuasse come i debiti sono stati generati e si decidesse di fare pagare chi ha generato questi debiti o semplicemente di cancellare debiti illegittimi, come quelli generati dai derivati o altri strumenti finanziari. Se anziché costruire opere dannose e inutili si investisse per riqualificare i territori in un ottica più equo-solidale e ecosostenibile, se anziché produrre, consumare, buttare avessimo un modello basato sul riutilizzo e il recupero; le riposte alla crisi sarebbero non solo sicuramente più efficienti, ma è la vita delle persone che migliorerebbe considerevolmente.

Su questo fronte, Attac si sta muovendo da tempo; ha contribuito alla creazione di CADTM Italia, il Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi, e il prossimo 27 novembre a Parma, si svolgerà un’assemblea pubblica con la partecipazione di tante realtà locali che già stanno percorrendo la strada dell’audit sul debito.

Ognuno deve fare la sua parte, e ogni piccola realtà contribuisce alla costruzione di un altro modello economico. Occorre non perdere fiducia e andare avanti.

Intanto blocchiamo il fiscal compact.

dicembre 6, 2017

Silo a Mosca in spagnolo

Recentemente ritrovato l’audio originale di questa intervista a Silo fatta nel 1993 di cui era rimasta solo la traduzione italiana.

Entrevista a Silo en Moscú

 

Olivier: Mario, en muchas entrevistas Laura Rodríguez habló de vos como un inspirador de su trabajo y además de un amigo; ¿puedes aclararnos tu aporte en el trabajo de Laura y también darnos tu opinión sobre su acción como Diputada Humanista?

 

Mario: Laura Rodríguez, antes de ser diputada, trabajó mucho, se preparó mucho en las cuestiones generales del humanismo, es más, cuando llegó la campaña electoral y se buscaron los candidatos adecuados, ella no tenía especial vocación por presentarse, ser diputada y todo aquello, lo hizo un poco, digamos, a contrapelo y lo hizo porque advirtió que podía cumplir bien con esa función: la función de llevar al parlamento determinadas posturas, determinados proyectos de ley y lo hizo de todo el corazón. Ahí no se trata de la influencia que yo personalmente haya podido tenido sino más bien todo el Movimiento. Y ella procedió, te diría muy disciplinadamente en el sentido de asumir una función que creyó que lo podía hacer bien y llevar a buen término, y así lo hizo. Esa es la verdad de esta participación en estos eventos del Movimiento o de mi parte respecto de Laura Rodríguez. Sí.

 

Olivier: En tus últimas cartas hablaste de la salud y de la educación como temas prioritarios de los humanistas. ¿Puedes aclararnos este punto?

 

Mario: Los planteamientos que se hacen actualmente en el sistema neoliberal, son que si se crean determinadas condiciones económicas, si hay suficientes recursos económicos, éstos van a poder desbordar y al desbordar esos recursos entonces va a mejorar la salud y va a mejorar la educación. Es decir, un poco el planteo al revés, según lo vemos nosotros.

Esto a su vez, este planteo es muy contradictorio con lo que el mismo sistema está diciendo, que hay que elevar el nivel de educación de la gente, hay que elevar la instrucción de la gente para afrontar al reto de la sociedad tecnológica, porque tampoco puede haber tecnología de punta y pueden resolverse los problemas más complicados cada día si no hay un conocimientos mayor en la población. Así que, por un lado hacen un planteo postergador, en el sentido de que: esperemos, esperemos a que haya suficientes recursos para que luego desborden, y mientras tanto como no hay recursos, recortemos presupuestos, privaticemos toda la enseñanza, municipalicemos la enseñanza que está excesivamente concentrada, frente a lo cual nosotros decimos: ¡claro que hay que descentralizar la enseñanza!, ¡claro que hay que llevarla al municipio!, pero eso de, tomar la enseñanza pública y de pronto dársela a un municipio que está en ruinas, que está en ruinas, es una planteamiento simplista que no lleva a ningún lado.

Así que la contradicción es muy clara en el sentido de presentar un esquema en donde primero hay que producir para que luego desborden los recursos y suba el nivel de educación, y por otro lado, frente a lo que el mismo sistema está observando de que necesita mayores niveles de instrucción para que toda la sociedad tenga un nivel de competitividad suficiente en el mundo que viene. De manera que hay ahí una cantidad de contradicciones y por supuesto estamos muy lejos de plantear las cosas en ese sentido.

Nosotros decimos que es importante que los presupuestos nacionales crezcan en su aporte a la educación. Menos aporte a las fuerzas armadas, más aportes a la educación y a la salud, menos aporte al boato oficial y más aportes a la salud y a la educación y como eso mil ejemplos que podríamos poner para ir a los temas que nos importan. Esto en poquitas palabras es lo que yo podría agregar, sobre todo frente a la confusión que plantea el sistema neoliberal.

Estoy observando que en una sociedad opulenta, importante, como es la de EE.UU. ya han sonado luces de alarma, ya han sonado alarma rojas. El actual presidente de EE.UU. ha comprendido, por vía de sus asesores o de quién sea, que hay que acometer seriamente el problema de la educación y el problema de la salud, estos dos problemas están creciendo en todo el mundo a gran velocidad, no sé de qué manera será resuelto, pero está claro que el mismo presidente ha dado una voz de alarma y pretende hacer una reforma importante en el tema de la salud puntualmente. Porque esto de que un pobre ciudadano, tenga alguna dificultad renal, va a una clínica privada, porque las otras claro, podría morirse, va a una clínica privada y como consecuencia de ir a hacerse atender un problema pasajero tiene que endeudarse por diez años, esto está complicando mucho las cosas. Se ha visto una reacción importante en la administración actual de EE.UU., no sabemos qué podrá ocurrir, ni si esto significa un aumento importante de los impuestos para derivar un tercio de ellos a la salud, pero efectivamente han sonado ya las alarmas rojas, está decayendo brutalmente la salud y la educación en todas partes del mundo, sociedades pobres, porque son pobres, sociedades opulentas, porque son opulentas, pero en todo caso y en todas partes del mundo se está produciendo ese declive de la salud y de la educación. Esto es así, brutalmente.

 

Olivier: Vemos que la política tradicional está cada vez más en crisis. En este sentido Laura Rodríguez fue precursora de un nuevo estilo de hacer política. ¿Cuál es tu opinión frente a la crisis política?

 

Mario: Ella tenía un slogan muy simpático que era: “de frente a la gente y de espaldas al parlamento”. Esto quería decir más o menos lo siguiente, que una vez que es electo un candidato, que se supone que es el representante del pueblo, que lleva la representatividad del pueblo para hacerse oír adentro del congreso, al mismo tiempo que sube las escaleras del congreso, le va a dando espaldas al pueblo que lo eligió, cada vez va más de frente hacia congreso y por lo tanto cada vez está más expuesto a los intereses de las camarillas que ya están organizadas cuando él llega.

El slogan este de, hacer la labor de diputado de espaldas al congreso y de cara al pueblo está revelando este tipo de planteamiento. Los aportes que Laura Rodríguez hizo fueron importantes y todos ellos fueron bloqueados. Si lo podemos a esto medir desde el punto de vista del éxito decimos que fue un fracaso total porque no pudo prosperar ninguno de los proyectos. Hubo una cantidad de proyectos en materia de salud, precisamente, en materia de educación, ninguno de ellos prosperó. La ley de divorcio, con la que todo el mundo estaba de acuerdo, en el caso de Chile, fue boicoteada sistemáticamente, en fin, sería un largo listado el que se puede hacer, pero claro, no hubo un grupo parlamentario y sin grupo parlamentario, con un sistema que tendió a hacerse bipartidista francamente, sin grupo parlamentario no se pudo instrumentar ninguna salida para imponer ese tipo de nueva legislación.

De todas maneras efectivamente, generó un nuevo estilo político, los anteproyectos y los proyectos de ley que presentó, siguen teniendo hoy la misma vigencia de cuando fueron presentados y seguramente alguien recogerá esas banderas, en ese sentido el fracaso práctico puede convertirse en un triunfo a futuro.

 

Olivier: En estos días en que se realizaron la Internacional Humanista y el primer Foro Humanista han sucedido acontecimientos muy graves aquí en Moscú. ¿Cuáles fueron tus impresiones y tus consideraciones sobre esos dos acontecimientos de signo tan diferente?

 

Mario: Bueno, es una casualidad muy significativa el hecho de que se haya producido esos desbordes de violencia en el momento en que iba a producir también una congregación de gente no violenta. Eso es muy sugestivo.

A nosotros nos ha importado mucho el proceso de Rusia, a diferencia de lo que se suele decir en la prensa de occidente, esta es una diferencia muy fuerte, muy marcada. A diferencia de lo que se dicen allí, en el sentido de interpretar lo que ocurre en Rusia, como un fenómeno de atraso, como un fenómeno de, claro, de estructuras muy obsoleta que para ponerse al día y ensamblarse con las estructuras ultramodernas de occidente está sufriendo muchas crisis…, bien, nuestro punto de vista es totalmente opuesto.

Nosotros pensamos que lo que ha ocurrido, primero en Rusia y luego ocurrirá en el resto del mundo, en ese sentido lleva la delantera, bueno claro, es una delantera desafortunada, es el fracaso de las estructuras rígidas y de las estructuras centralizadas, de las que la URSS era el mejor ejemplo.

Pero otras estructuras que aparecen como muy flexibles y que se van adaptando al occidente siguen siendo absolutamente centralizadas y absolutamente inflexibles.

La concentración del capital financiero internacional, la concentración progresiva hacia un sólo punto cúspide es un hecho de centralización económica. Se podrá decir, pero no, que hay bancas que están en pugna… pero el proceso va a la concentración. Tarde o temprano aquí se va a presentar un colapso y las estructuras rígidas y centralizadoras en los países que tratan de aplastar las reivindicaciones que hacen las localidades, las etnias, las regiones, va a sufrir un colapso. Nosotros estamos alertando anticipadamente y aclarando bien las diferencias entre las secesiones dentro de los países y las federaciones reales dentro de los países. Nosotros creemos que hay que empezar a tomar muy en serio el tema de remodelar estas estructuras en distintos países y generar verdaderas federaciones, no federaciones de papel o de nombre. De otro modo vamos a tener en numerosos países fenómenos centrífugos sumamente peligrosos que pueden terminar en secesiones acompañadas por luchas étnicas, luchas de creencias, luchas de lenguas, luchas culturales en definitiva. El ejemplo de Yugoslavia es más que un ejemplo que nos puede ilustrar a nosotros en este campo para hacernos reflexionar.

Allí tenemos en el norte de Italia un planteamiento que puede asumir características brutales, es cierto que existen diferencias en toda la península, ¡bienvenidas las diferencias!, ¡bienvenida la multiplicidad! El tema es cómo se va a resolver eso, se va a resolver por secesión o se va a resolver tomando nuevos canales federativos de plena participación y de respeto por las distintas formas que existen en un país tan rico cultural y humanamente como es Italia.

Ese es nuestro punto, creemos que lo que, y ahí viene la pregunta, creemos que lo que ha sucedido en Rusia es un adelanto de esto que empieza a sentirse en distintas partes del planeta, diríamos que es como el centro sísmico de un gran terremoto que no ha terminado sino que se está desarrollando en este momento en todas las direcciones del planeta.

 

Olivier: ¿Y qué opinas de la situación social y política en italiana?

 

Mario: Bueno, creo que han sucedido cosas muy interesantes, creo que la casta política, que ya está obsoleta en todo el planeta, ha sufrido un importante impacto, creo que están surgiendo también otras posibilidades, otras nuevas formas, pero claro, si estas nuevas formas empiezan a imitar el modelo de las formas que se van, va a ser nada más que una promoción generacional, donde unos ocupan el lugar de otros y todo sigue como antes. Y acá habrá que empezar a hacer planteos acerca de la democracia real. Entendemos por democracia real una democracia que comienza en la base, no que comienza en una cómpany que financia la campaña de un diputado, o que se coloca un primer ministro o a un presidente a dedo respaldado por importantes recursos económicos.

Nosotros creemos que hay que crear las condiciones para que, si los políticos tienen tanta vocación y están tan interesados por el hecho político, empiecen su carrera política en la comuna, en el municipio, en la base social, y para eso hay que crear organismos adecuados, para que ese sea el desarrollo en donde la gente lo vaya catapultando, porque lleva bien adelante sus compromisos, o directamente quede bloqueado a mitad de camino, ese es un punto. El otro punto es que acá nos estamos manejando, y nadie lo discute, no solo como una democracia formal, sino aún dentro de la democracia formal, con uno de los tres poderes que es absolutamente antidemocrático. Es decir, estamos hablando de un poder ejecutivo electo, de un poder legislativo electo, pero a los jueces no se los elije popularmente. Nosotros necesitamos empezar a conversar de la elección de los jueces. Se dirá: ¿pero los jueces deberán hacer campaña como cualquier político? ¡Claro que sí! Después de todo ellos son los que van a administrar justicia para los ciudadanos. ¡Pero esto va a quitar imparcialidad a los jueces! ¿Eh?, ¡como si los jueces fueran imparciales! A los jueces los designa alguien, ¡que los designe el pueblo! Si vamos a hablar de democracia, hablemos de democracia en los tres poderes, empecemos a hacer democracia desde la base y luego afrontaremos otros muchísimos problemas que tiene la democracia formal.

Entre otros, acá hay que dejar en claro cuáles son los mecanismos no de admisión a los cargos públicos sino de expulsión de los cargos públicos. Acá todo el mundo se preocupa por cómo se llega a presidente, cómo se llega a diputado, cómo se llega…, y se habla de que por proceso eleccionarios se puede ir suplantando a unos por otros, que hay que esperar unos algunos años y hay que ser tolerante, cuando en realidad en los tiempos dinámicos que hoy corren la gente tiene muchas urgencias.

Acá deberían existir sistemas, mecanismos, ¡muchos mecanismos!, en los que se acelere considerablemente la salida de los funcionarios, en cuyo caso no tendremos mucho problema por quién entra, que entre quien sea, si está asegurado el tema de la salida. Acá hay muchos mecanismos que estudiar en profundidad.

No estamos hablando todavía de una situación revolucionaria, ni mucho menos, porque si habláramos de una situación revolucionaria en la que hay que cambiar esquemas verdaderamente, entonces, entre otras cosas habría que proscribir por lo menos, por un tiempo largo de diez años a todos aquellos políticos y partidos que han participado a los desastres nacionales que hemos tenido en estos tiempos.

Pero esas son conversaciones en las que todavía no se dan las condiciones para que eso suceda. Porque, cómo podríamos paralizar esta sucesión de corrupción en donde unos se pasan la antorcha de mano en mano.

Pero en fin, creo que los tiempos nos harán reflexionar sobre esas necesidades más adelante.

 

Olivier: Muchas gracias.

 

dicembre 2, 2017

Esperanto: parlare semplicemente all’essere umano che ho davanti

Pubblicato su Pressenza il 01.11.2017

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Esperanto: parlare semplicemente all’essere umano che ho davanti
Michela Lipari mentre ritira il premio

La Federazione Esperantista Italiana ha ricevuto recentemente la menzione speciale al  Premio Diritti Umani 2017 perche “promuove iniziative solidaristiche tendenti a favorire una più profonda integrazione culturale tra uomini e popoli di lingue diverse”. Ne parliamo con Michela Lipari, dal 2014 presidente della Federazione.

Michela, i premi sottolineano spesso delle realtà di fatto; qual’è il tuo commento su questo premio?

Devo dire che dopo avere per dieci anni collaborato all’organizzazione del “Premio Zamenhof per la pace” con il quale la Federazione riconosceva l’attività di associazioni ed individui nel sostenere i valori che sono propri anche del movimento esperantista, cito tra gli altri associazioni quali Emergency, la Comunità d’ Sant’Egidio, Medici senza Frontiere, e personalità quali Moni Ovadia, Tiziano Terzani, Claudio Abbado, mi sono sentita emozionata nell’essere “dall’altra pare”, nl ricevere cioè un premio che non è per me ma per tutto il movimento che rappresento.

Il lavoro degli esperantisti, che cerca l’unità dei popoli, con che difficoltà e con che avanzamenti si incontra nel caotico mondo attuale?

I problemi, le difficoltà sono molteplici, ma soprattutto è difficile parlare di valori in una società dell’avere e non dell’essere. Dobbiamo saper scegliere i nostri interlocutori, in questo momento storico in cui le frasi più usuali sono “non sono razzista, però….” oppure “facendo questo quanto guadagno?” dobbiamo parlare al mondo del volontariato, al mondo delle persone che conoscono e portano avanti i valori veri della vita.

Zamenhof immaginò l’esperanto come una lingua comune, come una lingua ponte, neutra rispetto alle lingue “diplomatiche” dei suoi tempi; a distanza di tanti anni come valuti la sua “visione”?

Zamenhof era una persona molto profonda e concreta, pensate che durante la prima guerra mondiale (morì nel 1917 e quindi non ne vide la fine) scrisse una “Lettera ai diplomatici” per invitare i grandi che si sarebbero seduti al tavolo delle contrattazioni al termine della guerra a divedere gli stati non arbitrariamente ma rispettando i popoli, le etnie che vi abitavano. Auspicò la costituzione di un tribunale per i crimini di guerra internazionale (è stato poi costituito a seguito della guerra che ha insanguinato la ex Jugoslavia), e la costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Cosa voglio dire? Zamenhof era troppo avanti per i suoi tempi, a poco a poco le sue idee si realizzano, aspettiamo ed aiutiamo questa realizzazione.

Nell’ambito personale saper parlare l’esperanto è qualcosa che possa rendere, a tuo avviso, le persone migliori?

Il poter dialogare con delle persone su un piano di parità linguistica, senza interessarsi della sua nazionalità, quindi dialogando senza farsi condizionare dagli eventuali pregiudizi legati alle sovrastrutture culturali , significa poter conoscere la persona che ci sta davanti in quanto uomo, semplicemente uomo, essere umano.

Quali sono i prossimi appuntamenti degli esperantisti sia a livello mondiale che italiano?

In Italia avranno luogo ancora due grandi eventi per l’anno Zamenhofiano. Lunedì 6 novembre presso il Corridoio degli atti parlamentari alla biblioteca della camera verrà inaugurata una mostra su Zamenhof e la cultura esperantista coorganizzata dall’Ambiasciata di Polonia in Italia e dalla FEI, i discorsi inaugurali saranno tenuti dall’on. Cicchitto presidente della commissione esteri e da S.E. Giorgio Novello, ambasciatore d’Italia in Norvegia, esperantista; l’11 dicembre presso l’Accademia Scientifica Polacca a Roma avrà luogo una giornata dedicata a Zamenhof, con interventi di una decina di professori universitari dall’Italia e dall’estero per illustrare i vari aspetti dell’opera di Zamenhof.

Se parliamo del 2018 nella settimana pasquale vi sarà il festival giovanile internazionale e dal 17 al 25 agosto l’85° congresso nazionale a San Marino.

A livello mondiale l’evento più importante è ovviamente il 103° congresso mondiale, a Lisbona, Portogallo.

Tag: