Archive for ‘Scritti di pedagogia’

luglio 3, 2016

Ma chi stiamo educando?

Il 28 di Giugno, una data improbabile per fare formazione, mi sono trovato con 40 meravigliose insegnanti dell’Istituto Comprensivo di Rimini Centro a chiederci chi è questo bambino che vorremmo educare.

Il tutto grazie all’invito degli amici dell’Istituto di Scienze dell’Uomo e del meraviglioso entusiasmo ed efficienza di Francesca. Abbiamo così parlato e riflettuto, a partire dall’esperienza, su alcuni topici che cerco di svuluppar nel mio libro I grandi non capiscono mai niente da soli e che svuluppiano nella Corrente Pedagogica Umanisrta Universlista.

Una riconfortante esperienza in questa scuola ce, a volte, fa fatica ad essere davvero buona.

Una foto di uno degli zainetti che ci siamo portati a casa alla fine.

rimini-giugno-2016-01

 

settembre 5, 2015

Presentazioni del mio libro

CopertinaI grandi non capiscono

Come presentazione il libro:

 

I grandi non capiscono mai niente da soli

di Olivier Turquet

 

Scheda: http://www.multimage.org/libri/i-grandi-non-capiscono-mai-niente-da-soli

 

 

La presentazione avviene sempre in un contesto in cui si chiede al pubblico una partecipazione attiva. E’ possibile organizzare la presentazione nelle modalità che si spiegano qui sotto.

 

La presentazione cerca di essere un pretesto per mettere in moto un processo educativo, un gruppo di lavoro, una comunità educativa ecc. Insomma: mettere in moto qualcosa che, possibilmente, abbia permanenza.

 

La presentazione può consistere in: una presentazione esperienza, una conferenza interattiva, un seminario, un ritiro.

 

Presentazione esperienza: si chiederà ai partecipanti di fare piccoli esercizi, riflessioni e meditazioni su alcuni dei topici del libro

 

Conferenza interattiva: si approfondisce un topico del libro. Di richiede una partecipazione attiva da parte del pubblico con partecipazione a riflessioni e domande

 

Seminario: la presentazione consiste nella realizzazione di un seminario: si tratta dei seminari contenuti nel libro o loro adattamenti, preceduti da una breve contestualizzazione.

 

Ritiro: si propone la realizzazione del ritiro “Le cinque chiavi dell’apprendimento”

 

Le presentazioni e le conferenze sono realizzabili in due ore circa, i seminari richiedono di norma un pomeriggio pieno mentre il ritiro dura due giorni.

 

I topici del libro che si possono sviluppare in conferenze e seminari sono:

A chi stiamo insegnando?

Una comunità educativa.

L’attenzione: come esercitarla, a che ci serve.

La coerenza nell’insegnare, i principi.

Rilassarsi ed andare piano.

Giocare a imparare.

La gestione dei conflitti: MME un metodo pratico.

Imparare: come si fa e perché.

 

Condizioni generali di partecipazione: l’autore va a qualunque presentazione nel momento che gli organizzatori gli garantiscono il rimborso di: viaggio, vitto, alloggio e la possibilità di vendere direttamente i suoi libri. Caso per caso si possono fare aggiustamenti a questa organizzazione. Il vitto e l’alloggio possono essere risolti in un modo semplice, frugale e conviviale.

 

maggio 20, 2015

Uscito il mio libro di pedagogia

Se dovessi fare dei calcoli direi che il libro  in lavorazione da 4 anni e che il mio hard disk è pieno di versioni del medesimo.

Anche dopo averne scritto, apposta, l’epilogo ci ho messo un po’ a farlo uscire.

A volte sono un po’ perfezionista.

Se ne vuoi sapere qualcosa di più segui questo link

CopertinaI grandi non capiscono

novembre 7, 2014

Una comunità educativa

Capitolo del libro di prossima uscita “I grandi non capiscono mai niente da soli. Per una educazione umanista e nonviolenta”.

 

Per realizzare un progetto pedagogico abbiamo bisogno di una comunità educativa con determinate caratteristiche.

Questo è tanto ovvio quanto passa inosservato. Esistono ambiti mentali, ancor prima che fisici, che agiscono in noi e che ci orientano in un modo; esistono forme, strutture, istituzioni che sono coerenti e conseguenti a questa forma mentale; questa forma mentale che è la visione dell’essere umano, la visione dei piccoli, la visione di che cosa significa educare, andare a scuola, vivere.

Tutto questo ci viene dato di contrabbando, raramente viene esplicitato. Magari lo esplicita qualche dotto pedagogista in un libro che leggono (e dimenticano) i suoi studenti e nessun altro.

Mi è capitato di parlare con una giovane supplente che mi diceva “ma tutto quello che dicevano all’Università dov’è qui a scuola?”.

Dobbiamo fondare una nuova comunità pedagogica.

Dobbiamo dargli codici nuovi (una specie di DNA), sperimentare e vedere cosa succede. Dobbiamo piantare un seme, proteggerlo dall’inverno, incoraggiarne i primi virgulti, innaffiarlo d’estate. Dobbiamo volergli molto bene. Non dobbiamo avere paura. Dobbiamo saper riconoscere ciò che ci condiziona, dobbiamo conoscere ciò che profondamente ci muove, ciò che ci dà forza.

Una nuova comunità pedagogica può partire da un piccolo gruppo di persone e può arrivare molto lontano. In ogni caso qualcuno deve cominciare e, se ci guardiamo in giro, ci accorgiamo che qualcuno ha già cominciato. “Che mille fiori crescano…”.

Se vogliamo cominciare è già un grande passo. Cosa dovremmo fare in concreto?

 

  • Definire la comunità
  • Dargli codici
  • Dargli gli strumenti
  • Renderla operativa

 

Non stiamo parlando di passi necessariamente successivi. Vediamoli in dettaglio

 

Definire la comunità

 

Le persone che vogliono si definiscono come parte della comunità; semplicemente esprimono il desiderio di farne parte. Potrebbero fare una Cerimonia di Protezioneche includa la comunità stessa, non solo i piccoli. Ci proteggiamo mutuamente, tutti. Non ci sono vincoli “naturali”, non è necessario e meno che mai obbligatorio che ci siano tutti e due i genitori del tal bambino, che ci siano per forza insegnanti o chiunque; questa comunità terrà conto dei vincoli “naturali” esistenti ma sarà una comunità intenzionale cioè qualcosa che trascende la naturalità delle relazioni. Chi non vuole farne parte ed ha relazioni importanti con chi ne fa parte verrà trattato con la dovuta cura, così come tratteremmo chiunque come vogliamo essere trattati. Non cadiamo nei meccanismi di esclusione. E’ una comunità di pari, è una comunità basata sull’idea di compartecipazione. E’ una comunità che riconosce il diritto all’ozio e che si avvale del contributo volontario di ognuno. Se la comunità decide di pagare qualcuno di interno vedrà come risolvere le questioni economiche cercando che influiscano il meno possibile. Se la comunità decide di fornire servizi ad esterni della comunità decide su come farlo e in che modi.

 

Dargli codici

 

Partiamo da un altro paradigma educativo, da un altro spazio mentale. Questo non è dato né è scontato. Dobbiamo studiare, confrontare, vedere nella pratica, sperimentare. Dobbiamo essere, sicuramente: compartecipati, centrati sull’essere umano, coltivatori della diversità, appassionati della nonviolenza. Ma questi sono ancora principi generali e dobbiamo precisarli.

Ma se siamo per la diversità come faremo a metterci d’accordo? Per consenso e per approssimazione. Il consenso prevede che si faccia tutto quello su cui siamo tutti d’accordo. Il resto non si fa. E se non siamo d’accordo vuol dire che abbiamo bisogno di tempo per trovarci d’accordo e quel tempo sarà tempo molto ben utilizzato.

 

Dargli strumenti

 

Siamo attrezzati male. Siamo pieni di timori, autoritarismi, fanatismi, stereotipi ecc. ecc. Abbiamo bisogno di strumenti.

Uno strumento è il lavoro con sé stessi fatto insieme ad altri, con le tecniche che riteniamo più opportune. Un altro è lo strumento di decisione, da scegliere includendo tutti (inclusi i piccoli) e vedendo come fare: c’è una grande resistenza dei grandi a pensare che i piccoli possano decidere e non è un tema facile da risolvere ma se Summerhill si è autogestita per anni con tutti che votavano una volta a settimana non sembra che sia impossibile. Si può pensare a un percorso che giunga a certi passi e certi obiettivi. Si può pensare al consenso unanime, alla non opposizione come strumenti per prendere decisioni.

 

Renderla operativa

 

Questa comunità dovrà costituirsi ed agire nel mondo. Perché alla fine è solo l’esperienza che può dire come stiamo andando, che c’è da correggere, se stiamo influenzando in modo crescente il mondo che ci circonda o se stiamo facendo l’”isola felice” separata dal mondo. La comunità potrà mettere in moto cose molto diverse: un tipo di scuola, un tipo di insegnanti, corsi specifici, comunità di “recupero”, laboratori ecc. ecc. Potrebbe semplicemente appoggiare le attività di una scuola pubblica o di una classe “convenzionale”.Definire il cosa fare e quando è una cosa molto importante; al tempo stesso può essere importante ampliare o restringere in determinati momenti del processo.

Sarà anche necessario stabilire dei momenti e degli strumenti di verifica per poter sapere se gli obiettivi tangibili ed intangibili del progetto si stanno raggiungendo, a che punto sono, che difficoltà sono state incontrate.

 

dicembre 31, 2012

Una comunità educativa: nonviolenta, reciproca, umana

Intervista che mi è stata fatta dal Centro Studi Umanisti “Salvatore Puledda”  su Pressenza  il 27 dicembre 2012

OlivierTurquet-SimposioAttigliano

Olivier Turquet ha partecipato con una relazione intitolata “Elementi per una pedagogia della Nuova Civiltà” al Simposio “Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà” svoltosi al Parco di Studi e Riflessione di Attigliano dal 2 al 4 Novembre 2012. Insegnante, si occupa di educazione fin da ragazzo; è fondatore del Centro Studi Umanisti “Ti con zero” della Toscana.

Nella Nuova Civiltà, tema centrale di questo 3° Simposio Mondiale , chi dovrebbe educare? E perchè?

Una delle proposte che faccio è la costituzione di una comunità educativa; sempre più spesso assistiamo a conflitti tra i vari attori dell’educazione: insegnanti, genitori, alunni; conflitti dove ognuno cerca di mettersi sopra l’altro. L’idea è quella di una comunità intenzionale, non naturale, che si costituisce con lo scopo di autoeducarsi. Una comunità che scelga i suoi elementi fondanti, che sia ambito di aiuto, di studio, di discussione per la soluzione dei problemi.

Perché? Per uscire da una visione naturalistica e primitiva dell’educazione e dell’essere che si pretende di educare. Uno dei punti centrali, secondo me, è appunto definire con esattezza chi é questo essere umano che vorremmo educare. Al non farlo si passano di contrabbando concezioni e pratiche che mortificano l’essere umano. Perché l’educazione dovrebbe essere elemento fondante di una nuova società nonviolenta, reciproca, veramente umana.

Su quali punti è fondamentale che cambi direzione rispetto ai vecchi e ancora attuali sistemi educativi? per dare origine a cosa?

Un punto è l’autoritarismo che, in educazione, si esprime con la pretesa dei grandi di aver potere assoluto sui piccoli. “I grandi non capiscono mai niente da soli” si intitola provocatoriamente il libro che sto provando a pubblicare: dobbiamo imparare l’autoeducazione e l’imparare insegnando ad altri. Magari l’autoritarismo è diventato più sottile, più raffinato ma non riescie, alla fine, a nascondere la sua maschera di disprezzo per gli altri. Poi serve molto lavoro degli “educatori” su se stessi: tecniche di autoliberazione come strumenti in mano a insegnanti e genitori per poter affrontare le situazioni educative con attrezzi e punti di vista nuovi.  Nessuno insegna agli educatori ad essere tali; nesuno li sosptene psicologicamente in questa difficile arte. Infine un aspetto vecchio ma sempre attuale e che vale per tutte le relazioni tra le persone: dobbiamo imparare a trattare gli altri come vorremmo essere trattati; è una storia un po’ vecchia che i saggi  ci ricordano da migliaia di anni ma credo che sia sempre di estrema attualità.

Cosa ti è piaciuto di questo Simposio?

Un grande senso di convergenza tra le persone; sia quelle che stavano da una parte o dall’altra del microfono del relatore. E una sensazione che gli elementi di questa Nuova Civiltà stanno in gestazione nell’anima collettiva che include ognuno di noi.

ntervista a cura di Elena Fumagalli

novembre 23, 2012

Elementi per una Pedagogia della Nuova Civiltà

 

Intervento di Olivier Turquet al Simposio “Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà” il 3 Novembre 2012.

il video:

Un po’ di storia

 

La scienza della Pedagogia si fonda a cavallo tra il XIX e il XX secolo, non del tutto casualmente con la nascita delle prime scuole nazionali, poi diventate pubbliche, poi diventate obbligatorie e di tutti. Non entreremo in questo aspetto ma dobbiamo notare che esso influenza significativamente lo sviluppo della pedagogia.

 

Nel XX secolo la pedagogia si sviluppa con vigore sia nelle sue applicazioni alla scuola pubblica sia in una serie di esperimenti “privati” di interesse variabile. La pedagogia che potremmo definire “progressista” produce, in ambedue gli ambiti, interessati proposte e risultati; al tempo stesso, verso la fine del millennio si nota, su tutti i fronti, una certa decadenza pratica e teorica, in concomitanza con lo sviluppo delle tecnologie educative cosiddette “moderne”.

 

Infine è proprio nei primi anni di questo secolo che è possibile rintracciare, da parte soprattutto dei giovani, un nuovo interesse per l’educazione e per l’elaborazione di tecniche coerenti con l’obiettivo di un nuovo sviluppo umano.

 

E’ necessaria l’educazione?

 

Sgombriamo il campo da un equivoco: alcune correnti naturaliste hanno finito per pensare che l’educazione e la scuola siano attività inutili se non dannose: “i bambini imparano da soli, basta lasciarli stare”; queste affermazioni sono facilmente contestabili e, soprattutto, non risolvono il problema; ovviamente non confondiamo queste ingenuità con la critica rigorosa di Illic all’indottrinamento scolastico in Descolarizzare la Società; nemmeno parliamo degli sforzi delle Scuole Democratiche di comprendere, discutere e rinnovare l’organizzazione del lavoro. Però sarà bene chiarire, come si capirà facilmente quando parleremo della visione dell’Essere Umano, che una “forma educativa” è necessaria e che il tema interessante è comprendere come questa forma educativa si debba strutturare.

 

Un nuovo paradigma

 

Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma per una Nuova Civiltà. Sarà opportuno, in primo luogo, rivisitare tutte le idee, le tecniche, le pratiche che abbondantemente ha sfornato la Pedagogia del XX secolo per trovarvi cosa ci sia di riscattabile per costruire nuovi paradigmi; in secondo luogo sarà interessante individuare gli elementi fondanti di una nuova pedagogia.

 

Alcune vecchie idee

 

Certamente l’idea di una psicologia dell’età evolutiva può ispirarci: Piaget, per primo, rompe con l’idea naturalista di un essere piccolo che diventa meccanicamente grande, fondando l’idea dell’età evolutiva di cui tentò di stabilire delle tappe, degli indicatori che permettessero di considerare raggiunti certi traguardi psicomotori.

 

Sono molte le scuole che criticano l’ottocentesca scuola del nozionismo e ritengono che l’apprendimento parta dall’esperienza, dal fare concreto con le cose e tra le cose; assolutamente complementare a questa è la concezione che imparare sia un modo attivo di relazione col sapere: si impara agendo sulle cose e sbagliando.

 

In un contesto più sociale dobbiamo ricordare la critica anche radicale alla scuola come elemento di trasmissione dello status quo, critica che va dal già citato Illic, ai movimenti studenteschi di tutte le generazioni e luoghi. Ma la necessità di questa critica non sembra aver perso attualità. Allo stesso tempo non vorremmo dimenticare la valenza sociale dell’educazione pubblica né la concezione di Freire dell’educazione come pratica della libertà e dell’alfabetizzazione come strumento di liberazione degli oppressi.

 

L’idea olistica e libertaria di processi di apprendimento basati sull’autoregolazione e sull’autorganizzazione, l’attenzione agli ambiti tangibili ed intangibili, la pratica delle scuole democratiche, l’idea di una educazione permanente, l’immensa mole di tecniche specifiche di pedagogia attiva sviluppatesi nelle varie discipline sono tutti elementi riscattabili ed aggiornabili per la pedagogia che vogliamo costituire. In questo campo l’immensa esperienza delle scuole Waldorf di ispirazione steineriana è preziosa.

 

Infine vorremmo segnalare il contributo specifico e la grande casistica che deriva, nel campo pedagogico, dal metodo dell’Equivalenza di Pat Patfoort: Patfoort affronta il problema dell’origine della violenza e propone un metodo alternativo e una chiave di lettura delle situazioni estremamente chiara: la violenza deriva dal fatto che, in una situazione di differenza, qualcuno prende una posizione predominante su qualcun altro; il metodo dell’equivalenza fornisce strumenti pratici per evitare questa situazione Maggiore/minore.

 

Una questione centrale: la definizione dell’Essere Umano

 

Entriamo qui in una questione abbastanza spinosa. La Pedagogia, nel pretendere di costituirsi come scienza, dovrebbe, come minimo, definire il suo oggetto di studio e i suoi obiettivi: ovverosia dovrebbe dire chi vuol educare e perché. Con dovute eccezioni, finora, la maggior parte degli studiosi hanno omesso di rispondere alla domanda o, meglio, non se la sono posta; e nemmeno si sono degnati di dire cose tipo “sono d’accordo con la concezione dell’essere umano del professor Tal de Tali”.

Qual è l’oggetto di studio, di quale essere stiamo parlando? Perché sembra evidente che se dobbiamo interagire con qualcuno, se lo dobbiamo educare, dovremmo avere in anticipo un’idea su questo essere, sulle sue caratteristiche, sulle sue potenzialità e i suoi eventuali limiti.

Questa definizione manca, così come manca nella società; o, più esattamente, questa definizione sta lì di contrabbando, sottintesa, quasi come scontata, ovvia.

Allora, per cominciare a smascherare qualche trucco, vediamo alcune concezioni che frullano nella testa, anche se nessun le dichiara mai esplicitamente.

 

La più antica visione dell’essere umano è quella che lo considera come un essere biologico, dotato di caratteristiche genetiche abbastanza immodificabili e di uno spazio vuoto nella testa da riempire per lo più con utili informazioni; il bambino non è altro che un piccolo adulto, una tabula rasa da riempire con contenuti prefissati; da qui deriva il nozionismo scolastico nel quale l’educazione si misura un tanto al chilo; molta informazione e nessuna formazione; per di più sulla base di una visione che tiene poco o nessun conto della situazione sociale in cui quell’essere vive. In sintesi: la visione più passiva e determinista dell’essere umano.

 

Una concezione, o meglio due facce della stessa, è il binomio animale razionale/macchina biologica. A rigore non si tratta della stessa cosa ma per quello che ci interessa a noi queste concezioni possono unirsi in una sola, nell’idea che la coscienza sia comunque passiva nei confronti del mondo, anche quando questa passività venga giustificata con argomenti e ricerche più o meno complesse.

La concezione biologica produce, ad esempio, tutta una quantità di studi sui fattori genetici che prestabilirebbero le cose più disparate: l’allegria, l’omosessualità, le più varie capacità d’apprendimento ecc. ecc.

Il razionalismo condiziona soprattutto la scuola come scuola degli apprendimenti e (più tardi) delle abilità: bisogna imparare molti dati e, casomai, imparare a metterli in relazione.

L’animale razionale è superiore agli altri animali essenzialmente per la sua capacita a costruire cose; l’animale razionale risolve problemi e relaziona dati ma non si emoziona e quindi la sua scuola non tiene molto conto del suo cuore e del suo corpo ma solo della parte più intelligente della sua mente. Su questa visione dell’intelligenza senza cuore ci sarebbe parecchio da discutere.

 

Così appare indispensabile una nuova definizione dell’essere umano che ne ampli le capacità evolutive; personalmente una definizione convincente l’ho trovata nell’opera di Silo, quando dice:

 

Quando mi osservo, non da un punto di vista fisiologico ma da un punto di vista esistenziale, riconosco di trovarmi in un mondo già dato, da me né costruito né scelto, di trovarmi in-situazione nei confronti di fenomeni che, a partire dal mio proprio corpo, mi risultano ineludibili…..

 

Il mondo, d’altra parte, mi si presenta non tanto come un agglomerato di oggetti naturali bensì come un’articolazione di esseri umani e di oggetti e segni da essi prodotti o modificati. L’intenzione che avverto in me mi appare come un elemento interpretativo fondamentale del comportamento degli altri; e proprio come costituisco il mondo sociale comprendendone le intenzioni, così da esso sono costituito.

 

Pertanto non sono affatto chiuso al mondo naturale ed umano: anzi, la mia caratteristica fondamentale è precisamente l’“apertura”. La mia coscienza si è configurata su una base intersoggettiva: usa codici di ragionamento, modelli emotivi, schemi di azione che sento come “miei” ma che riconosco anche in altri. E, ovviamente, il mio corpo è aperto al mondo in quanto il mondo io lo percepisco e su di esso agisco.

 

Definire l’uomo sulla base della socialità mi risulta insoddisfacente in quanto questo aspetto è comune a numerose specie animali; né la sua caratteristica fondamentale può essere trovata nella capacità lavorativa perché esistono animali che possiedono questa capacità ad un livello molto superiore; né a definire l’essenza umana basta il linguaggio, perché sappiamo che in varie specie animali esistono codici e forme di comunicazione. In cambio, nel fatto che ogni nuovo essere umano trova un mondo modificato da altri e viene costituito da un mondo sempre dotato di intenzioni, scopro la capacità più propriamente umana di accumulare ed incorporare la dimensione temporale; scopro cioè la dimensione storico-sociale e non semplicemente sociale dell’essere umano. Date queste premesse, tenterò una definizione. Questa:L’uomo è un essere storico che trasforma la propria natura attraverso l’attività sociale.1.

 

Detto in un altro modo: fin dalla nascita esiste una struttura che possiamo chiamare coscienza-mondo nella quale la coscienza (intesa come il coordinatore dello psichismo umano) struttura il mondo ed è strutturata dal mondo stesso (intendendo per mondo l’insieme degli stimoli che giungono alla coscienza). E, se prendiamo in considerazione questa visione, le attività dedicate allo sviluppo umano prenderanno un’altra qualità ed un altro spessore.

Se accetto e pratico l’idea di un essere che, istante dopo istante, trasforma la propria natura devo mettere una speciale attenzione a questo cambiamento invece di chiudere l’essere nella trappola del carattere di cui parlavamo prima. Dovrò mettere particolare attenzione agli ambiti e alla forme, invece di mandarlo in scuole grigie, quadrate, senza stimoli.

Con questo passo, la definizione di che essere umano intendo educare, ho fissato un punto di vista, a partire dal quale cercherò di avanzare nell’analisi di alcuni fattori e nella ricerca di alcune risposte. Questo di fissare un punto di vista è un elemento importante dello studio e della conseguente pratica. L’animale razionale corrisponderà a un certo tipo di insegnamento, di risultati e di aspettative, la tabula rasa ad un altro e così via. Proviamo a guardare un bambino ed a spostare il punto di vista e vedremo di essere in presenza di bambini molto differenti, così come differenti saranno le nostre relazioni con loro.

E se stiamo guardando un essere che costruisce il mondo, quella meraviglia vivente dovrebbe ispirare le nostre migliori intenzioni.

 

Alcuni nuovi elementi

 

Da questa visone del’essere umano derivano elementi applicabili alla costruzione di una Nuova Pedagogia.

 

Un elemento è quello degli ambiti di apprendimento. La classica suddivisione tra scuola e famiglia deve essere superata. E se il sistema attuale propone la parcellizzazione delle agenzie educative credo che si debba invece pensare a una comunità educativa dove, nel rispetto delle differenze si converga in un ambito affettivo e pratico condiviso, dove ogni soggetto, bambino incluso, abbia lo stesso peso. Questa comunità deve assomigliare ad un popolo psichico che si fa carico della educazione dei piccoli così come della propria autoeducazione.

 

Corollario di questa comunità educativa è la necessità, per chiunque lavori in ambito educativo con qualsiasi ruolo, di lavorare in modo costante e rigoroso con un metodo di autoconoscimento con l’obiettivo di migliorare se stessi e risolvere il maggior numero di conflitti accumulati; per far questo tutte le tecniche di sviluppo personale elaborate dall’Umanesimo e dalla Nonviolenza sono della massima importanza.

 

Un’altra implicazione importante della definizione dell’essere umano è quella che esso è un progetto incompleto, un essere che impara senza limiti, anche al di là dei suoi limiti apparenti. Un’idea simile a quella dell’educazione permanente ma con più volo e maggiori prospettive.

 

Altri elementi di questa pedagogia sono il fatto di basarsi sempre sul positivo: su cosa ha fatto bene chi sta imparando, proprio per l’attenzione cruciale al clima emotivo che colora il trasfondo educativo: si impara in un ambiente piacevole dove la propria intenzione viene rafforzata e gratificata nello sforzo di raggiungere nuovi obiettivi.

 

Assolutamente correlato a questo è l’attenzione alle forme educative: il cerchio di condivisione, il lavoro di gruppo, l’idea dell’autocorrezione, il gioco, l’esperimento, il problema aperto, la personalizzazione dell’insegnamento e così via.

 

Siamo in condizione di elaborare un paradigma educativo. Uno schema pratico interessante lo danno Rebeca Bize e Mario Aguilar nel loro libro Pedagogia de la diversidad2 giocando con il tema dei contrasti:

 

QUELLO CHE C’E’ QUELLO CHE VOGLIAMO
Educatore ed educando passivi Educatore e studente attivi
Istruzione Costruzione di conoscenza
Visione ingenua della realtà Visione attiva e trasformatrice della realtà
Verità assoluta Visione pluralista della realtà
Ripetizione e “adattamento” sociale Costruzione sociale e “adattamento crescente”
Insegnare, memorizzare, imporre Abilitare (capacità, nuova visione)
Sottomissione, obbedienza Rispetto per la soggettività, personalizzazione
Abbagliamento” senza critica nè giudizio Attenta pratica sul proprio sguardo
Pensiero disgregato Pensiero coerente
Educazione della separazione, razionalismo puro Contatto emotivo con se stessi e con altri. Governo del proprio corpo
Competenza Solidarietà, collaborazione, contatto emotivo con altri, responsabilità sociale
Svalutazione di se stessi e degli altri. Bassa autostima Rispetto e valorizzazione di se stesso e degli altri
Uniformità Diversità
Conservazione Trasformazione

 

In questa direzione abbiamo tracciato gli elementi di una Pedagogia della intenzionalità la cui finalità è la creazione di ambiti di reciprocità e di autocostruzione dell’Essere Umano. E’ una pedagogia della nonviolenza, del riconoscimento della diversità personale, dell’integralità, della condivisione.

 

Vorrei concludere con una riflessione: nel mio lavoro di ricerca e di sperimentazione che porto avanti da anni mi sono imbattuto in una quantità di spunti interessanti forniti dalle correnti di pensiero più disparate; eppure, al di là delle tecniche, delle critiche, delle scoperte, più in là o più in qua di tutto il logos, il discorso che costruiamo sull’educare, a me, nella pratica di tutti i giorni, risuona la semplicissima ed essenziale regola d’oro che i saggi hanno enunciato da tantissimi anni: tratta gli altri come vorresti essere trattato.

E mi sono convinto, esplorandone le infinite implicazioni, che forse tutto sta in questo semplice principio e il resto è di contorno.

 

Contatti: olivier.turquet@gmail.com

1 Silo, Lettere ai miei amici in Opere Complete Vol.I, Multimage, Torino 2000; la nerettatura finale è mia

2 R. Bize – M. Aguilar, Pedagogia de la diversidad, Virtual, Santiago del Cile, 2004.

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