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novembre 5, 2015

Un padiglione a emissioni zero

Pubblicato su Pressenza il 01.11.2015

Un padiglione a emissioni zero
(Foto di Padiglione del Cile)

Lorenzo Constans, 63 anni,  imprenditore e dirigente di corporazioni professionali è il Commissario Generale del Cile per l’Expo  che ha chiuso ieri. Grazie alla gentilezza di Silvia Benedetti, che ha seguito la pubblicizzazione delle iniziative di quello stand, abbiamo realizzato questa intervista.

Qual’è il bilancio che voi, come stand cileno, fate di questa Esposizione Universale?
La mia opinione potrebbe non essere pienamente imparziale visto che sono stato coinvolto, in prima persona, in questi ultimi sei mesi dell’Esposizione. Difficile formulare un giudizio sul proprio lavoro: rischiamo di essere poco esigenti ed obiettivi con noi stessi. Per quanto riguarda la partecipazione del Cile all’Expo preferisco dunque basarmi su alcuni fatti e dati reali e lasciare a chi legge la possibilità di farsi un’idea propria.
Abbiamo ricevuto nel nostro Padiglione circa 1.100.000 visitatori dal 1° maggio. Il nostro negozio e il nostro ristorante sono tra i tre più visitati dell’Expo. La stampa internazionale è stata molto generosa con noi. Penso a quella italiana ma anche a quella straniera (es.: Venezuela, Francia, Spagna etc.) Abbiamo organizzato numerosi eventi che sono piaciuti al pubblico e che spaziavano dalla gastronomia all’artigianato, dalla musica alla scultura. Abbiamo voluto mostrare l’immensa diversità del nostro Paese, le sue radici culturali e dar voce alle minoranze etniche. Per quanto riguarda i premi sulla sostenibilità, il padiglione cileno ha ricevuto una nota di merito per tre categorie su quattro. E, ieri sera, il Bureau International des Expositions ci ha assegnato la medaglia d’argento per la categoria Architettura (per i Padiglioni di meno di 2000 metri quadri). Insomma oggi mi concedo il lusso di essere orgoglioso del lavoro compiuto da noi tutti.
Che cosa avete appunto provato dopo la premiazione di ieri sera?
Un’immensa soddisfazione e una grande gioia. Del resto questo è il risultato dell’unione delle forze di una squadra eterogenea ma coesa di persone che condividevano un unico obiettivo. Siamo riusciti a raggiungere, insieme, i nostri traguardi. E il premio per l’Architettura ci fa ancora più piacere visto che l’abbiamo ricevuto in Italia, la culla della cultura e dell’arte.

Il tema dell’alimentazione è un tema ancora grave in molti paesi del mondo: qual’è la prospettiva che voi, gente del Sud, avete su questo problema?

Il Cile è un Paese ancora in fase di sviluppo che affronta quotidianamente sfide importanti. Io penso che le questioni che Lei evoca sono intimamente legate alla tematica dell’educazione e della conoscenza. L’educazione è un tema fondamentale per il nostro Paese, anche in relazione a quello dell’alimentazione, e tramite l’aumento generalizzato dell’offerta di conoscenze e di sapere si cerca di donare migliori opportunità di vita, alternative valide ad un percorso di limiti, stenti o povertà. Bisogna anche rendersi conto della differenza che esiste tra un Paese europeo tradizionalmente, storicamente aperto agli scambi culturali e il Cile, una nazione remota ed isolata da un punto di vista geografico. Penso, ad esempio, ai nostri giovani che hanno meno opportunità dei giovani europei di viaggiare o imparare le lingue straniere, grazie appunto al viaggio e al confronto con l’Altro. Per noi essere qui all’Expo è stato uno sforzo immenso. Basta ricordare che ci vogliono 45 giorni di nave per venire in Italia (es. per le merci) e un giorno intero di viaggio in aereo. L’essere qui presenti per offrire la nostra esperienza, nonostante queste difficoltà, è già una nostra risposta alla questione evocata dall’Expo. E questa può essere ulteriormente e positivamente approfondita attraverso il dialogo, l’interazione tra persone, tecnologie e abitudini diverse.

Il Cile è riuscito a farsi meglio conoscere, nelle sue grandi bellezze naturali e culturali, in questa Expo?

Mi hanno spesso chiesto se valeva la pena partecipare all’Expo visti i grandi investimenti umani e finanziari che sono stati necessari per farlo. Io penso di sì. Siamo riusciti a mostrare che un Paese piccolo e remoto è capace di competere nell’arena dei “grandi”, se le cose vengono fatte con competenza, serietà e… anche con qualche piccolo errore. L’Expo è una vetrina straordinaria per mettere in mostra ciò che un Paese ha di meglio da offrire. Per quanto riguarda il Cile penso alle ricchezze geografiche del nostro variegato territorio, alle risorse umane e ai prodotti della nostra terra. Qui all’Expo, non si tratta di una proposta episodica ed effimera di sé: si viene a vivere in maniera stabile per sei mesi nella città che ospita l’esposizione. Mi piace anche pensare che i nostri anfitrioni (cileni venuti dal Cile, cileni che vivono in Italia ed italiani che conoscono bene il Cile) abbiano, con la loro accoglienza e sorriso, mostrato il volto migliore del nostro Paese.

L’Expo è servita al dialogo Nord Sud? E, se sì, in che modo e quanto?

Il postulato di base per un dialogo tra persone diverse è l’interesse che le parti provano l’una per l’altra. Dobbiamo interessarci a chi è diverso da noi e questa Expo ha aiutato tutti in questo senso. Poi, per avere un dialogo proficuo ci vuole anche una ragione valida per conversare insieme e confrontarsi. I Paesi del Sud devono proporsi come nazioni interessanti, forti e portatrici di speranza e ottimismo. Solo in questo modo il Nord avrà voglia di dialogare con l’emisfero Sud. Per me questa Expo è l’inizio di un dialogo. Il mio desiderio più grande è che, con questo nostro Padiglione, nei visitatori sia germogliata la voglia di venire a scoprire il Cile.

Una delle polemiche più roventi sono state alcune sponsorizzazioni da parte di multinazionali non troppo indicate a parlare di corretta alimentazione: lei come vede il problema? Voi come vi siete regolati con il tema degli sponsors?

Sono un uomo che viene dal settore privato. E credo che un Paese non può svilupparsi senza la presenza di imprese ed imprenditori innovatori, dinamici, proiettati verso il futuro. Certamente tutti devono operare nel pieno rispetto dell’ambiente e della popolazione. Credo anche che la presenza di svariate imprese forti permetta di decentralizzare decisioni delicate che spesso sono nelle mani di un gruppo ristretto di persone. Noi con il Padiglione cileno abbiamo voluto mettere in mostra la forza dei piccoli attori economici del nostro Paese, delle micro-imprese familiari che durante questa Expo hanno potuto promuovere per la prima volta i loro prodotti in Europa. Ed Arauco (impresa cilena specializzata nella fabbricazione di polpa di cellulosa e derivati come il legname segato e i pannelli), nostro sponsor, ci ha permesso di avere un Padiglione ad “Emissioni Zero”. La neutralizzazione delle emissioni si realizza in gran parte mediante l’uso dei Certificati di Riduzione delle Emissioni (cers) dello stabilimento di cellulosa ARAUCO – che genera energia pulita a partire dalla biomassa forestale e il cui processo è registrato nell’ambito del Protocollo di Kyoto – e con un programma di forestazione nella Patagonia realizzato dalla Fondazione “Reforestemos Patagonia”.
Per quanto riguarda la nostra partecipazione, è stato il risultato di un’alleanza pubblico-privato. Si è trattato di un “Progetto-Paese” ed ha funzionato bene.

L’Expo è iniziata con contestazioni. A parte i violenti e gli eccessi, quanto pensa che le critiche abbiano contribuito a migliorare l’Expo?

Sì, mi sono giunte le voci di critiche iniziali. Ma noi eravamo così impegnati a finire il tutto in tempo, rispettando i criteri imposti dall’organizzazione, che abbiamo prestato poco ascolto a queste contestazioni. E’ anche vero che non è assolutamente facile organizzare un’esposizione internazionale di questo tipo. Il cammino di ogni grande impresa collettiva è seminato di ostacoli. Per quanto riguarda l’esperienza diretta del Cile, posso solo dire che ci siamo sempre sentiti capiti ed appoggiati dagli organizzatori italiani e non posso lamentarmi di nulla. Se ci sono stati momenti difficili all’inizio, con questi meravigliosi sei mesi a Milano e il Premio ricevuto ieri sera… sono stati completamente dimenticati.

febbraio 25, 2014

Pinocchio abita ancora lì

Articolo pubblicato sulla rivista Frigidaire in data e numero da precisare (ci sto lavorando) verso la fine del 1993. Con questo inizio la ricompilazione e pubblicazione di alcuni vecchi articoli che penso restino interessanti da leggere.

Cose poco note di un Cile che non sta cambiando abbastanza

Santiago, Agosto 1993

Cerco inutilmente di scorgere l’Aconcagua dall’aereo che mi porta da San Paolo a Santiago; i pensieri scorrono al mio precedente viaggio in Cile, nel Luglio dell’89: il volto sorridente di Laura che mi venne a prendere all’aereoporto, facendomi passare per le poblaciones a “farmi vedere il Cile vero” prima di portarmi nella sua casetta bella a Las Condes, nel quartiere bene; l’entusiasmo della gente stile “ricostruzione nazionale”, l’euforia ancora presente del plebiscito dell’Ottobre dell’88, quello del NO a Pinochet, l’attesa per le prime elezioni democratiche dopo sedici anni di dittatura…. Pinochet era ancora li’, i carabineros anche ma sembravano ormai impotenti e in via di disparizione. Un’aria diffusa di partecipazione popolare che mi faceva ricordare le descrizioni del dopoguerra italiano o forse gli entusiasmi rivoluzionari da anni ’70, la sensazione che tutto è possibile e che “c’è tutto un mondo nuovo da guadagnare”.

Ripercorro con Christian, che mi dà un passaggio in centro, l’autostrada (??) che porta in città: mi spiega che uno dei lavori principali del governo della Concertación (l’unione dei partiti d’opposizione, dalla DC agli Umanisti-Verdi) è stato quello di cominciare a rifare le strade, visto che per tutta la dittatura non era stato fatto niente.

Mentre aspetto il mio ospite alla sede dell’Alleanza Umanista-Verde leggo il Mercurio, giornale stile Corriere della Sera tuttora saldamente in mano alla destra, che da ampio spazio all’incontro tra il Presidente Aylwyn e Pinochet e lì scopro che il nostro amico è tuttora capo delle forze armate: parlano della “Ley de Punto Final” cioé di quella legge che dovrebbe mettere fine al tema delle torture durante il regime e avviare la riconciliazione nazionale… ah, siamo ancora a questo punto…

Il tono dell’articolo è quello di un Aylwin che “rassicura” Pinochet e la popolazione in un tono “tutto va ben, madama la marchesa”… Scusate, forse sono stato un po’ distratto in questi ultimi quattro anni ma io mi immaginavo quasi che Pinochet fosse morto o rincoglionito e che l’esercito avesse perso molto potere da queste parti…

Così mi metto un po’ a parlare e a raccogliere dati, che vi passo, qualora siate stati distratti come me o forse solo disinformati dalla nostra stampa: in Cile, tuttora, l’esercito è propietario di circa il 15% del terreno edificabile, riceve direttamente il 10% degli incassi (non dei guadagni !) delle miniere di rame (principale ricchezza cilena visto che il paese è il secondo esportatore mondiale di quel metallo), possiede alloggi, scuole e ospedali in quantità tale da poter garantire casa, educazione e sanità a tutti i militari e alle loro famiglie come in una sorta di stato parallelo; i carabineros sono sempre lì, più o meno come quattro e più anni fa, a dirigere il traffico con la mitraglietta che gli pende dalla cintura, a difendere le case nei quartieri ricchi con la medesima mitraglietta, però stavolta in pugno, il tutto con una densità per kilometro quadrato che, a occhio nudo, non ha niente da invidiare a quella precedente.

Però c’è la democrazia, almeno formale !! In quasi quattro anni di lavoro il primo governo democratico non ha cambiato una fetentissima legge elettorale maggioritaria scritta apposta perchè la destra, con il 30% dei voti arrivasse a quasi il 50% dei seggi, né ha cambiato la legge dei partiti politici che è fatta apposta per stroncare qualunque cosa nuova che nasce; nemmeno ha discusso proposte di legge importanti presentate dalla deputata umanista Laura Rodriguez (che pure all’epoca appoggiava il governo) come la legge sul Divorzio, quella sull’aborto terapeutico, una legge sulla Responsabilità Politica degli eletti e così via. E la famosa economia bloccata dell’epoca della dittatura che sarebbe dovuta esplodere con la democrazia? Tale e quale, con una sana spinta neoliberale e la proposta di privatizzare parte delle miniere di stato (si sà, gli speculatori internazionali non sono mica scemi, si comprano ciò che rende !!)

In quattro anni un po’ di strade, le elezioni comunali e molto continuismo: i democristiani che quattro anni fa mi erano sembrati quasi simpatici mi ritornano ad essere “fisiologicamente” antipatici, ouf !!! Il clima di ricostruzione nazionale ha lasciato spazio ad un clima di grigia continuità simile al grigio dello smog irrespirabile di Santiago (una delle città più inquinate del mondo; non possiamo dirlo con precisione perchè i dati sull’inquinamento dell’aria, segreti in tempo di dittatura, sono diventati pubblici ma a discrezione del governo e secondo i giorni).

Nel frattempo vari partiti di sinistra, cominciando dagli umanisti per proseguire col MAPU e l’Izquierda Cristiana, hanno abbandonato la Concertacion e il governo dando vita alla Nueva Izquierda, polo di consultazione e programma della sinistra che dialoga anche con il PC cileno nuovamente legale ma vecchiamente arroccato su posizioni staliniste e settario-egemoniche degne della migliore (sic) tradizione (grazie all’atteggiamento del PC la sinistra presenterà due liste alle prossime elezioni in cui i comunisti appoggiano un prete come candidato a presidente). In questa situazione il vecchio Pinocchio (come scherzosamente lo si chiamava negli ambienti dell’opposizione) è ancora lì, detta legge o ci prova in funzione di un potere economico e di controllo sociale tremendo, non così abbandonato dalle multinazionali come si potrebbe credere ma in realtà ancora grossa pedina del capitale internazionale per condizionare in senso neo-liberale ed ultramoderato le scelte del governo democratico. —————————————————————–

RIQUADRO

Eppure qualcosa si sta muovendo

Nel contesto della “ricostruzione nazionale” del dopo-dittatura è innegabile che le uniche cose nuove sono il Partido Humanista e il Partido Verde, costretti dopo le prime elezioni democratiche a fondersi nell’Alianza Humanista-Verde dalle regole assurde della legge sui partiti politici.

Per essere nuovi gli umanisti si presentano bene: ancora sotto Pinochet sono i primi a legalizzare un partito politico presentando 60.000 iscritti e consentendo così di garantire il controllo del regolare svolgimento del plebiscito con “fiscales” (scrutatori) nel 100% dei seggi elettorali. Durante la campagna elettorale dei candidati umanisti e verdi si effettua una gigantesca consultazione popolare e le campagne sono improntate al contatto permanente con la gente: quella più originale è senz’altro quella del cantante e cabarettista umanista Florcita Motuda (l’autore del Valzer per il NO a Pinochet che gli è valso una citazione su Actuel nell’elenco delle 10 canzoni che hanno cambiato il mondo) che si trasferisce in uno sperduto collegio elettorale del sud, scrivendo canzoni con la gente sull’esistenziale collettivo dei vari paesi che visita e dichiarando “i politici mettono la musica intorno alla politica, io metterò la politica intorno alla musica”.

Finite le elezioni, in attesa delle amministrative, il nuovo presidente nomina successivamente due umanisti sindaci di una municipalità di Santiago: il primo, Pablo Vergara, si caratterizza per la denuncia sistematica delle speculazioni dell’amministrazione precedente e che colpisca nel segno lo dimostrano le tre bombe intimidatorie nel suo ufficio e a casa sua; l’altro, Christian Reitze (attuale candidato a presidente della repubblica della “Nueva Izquierda”) realizza per la prima volta un’esperienza pilota di democrazia reale effettuando una consultazione popolare via computers sulle priorità del bilancio comunale dimostrando, grazie alla partecipazione entusiasta della gente, che la consulta popolare è solo un problema di volontà politica e non di mezzi o altro. Nel frattempo Laura Rodriguez (unica donna presidente di un partito in Cile) svolge la sua attività di deputata umanista continuando lo stile di consultazione popolare della campagna elettorale (“di fronte alla gente e di spalle al parlamento” il suo slogan): ad esempio la sua legge sul divorzio è il risultato di otto mesi di consultazioni con associazioni di donne, studenti, lavoratori, giuristi e di assemblee pubbliche e seminari nel collegio elettorale dove è stata eletta e in giro per tutto il paese. E quando nel luglio del ’92 un cancro uccide a 35 anni la più giovane deputata del parlamento cileno, al funerale della “Lala” (come la chiamano i suoi amici) la vanno a salutare migliaia di cileni di tutti i colori politici. Pochi giorni dopo vengono eletti 16 consiglieri comunali umanisti e verdi nelle prime elezioni amministrative democratiche che continuano cosi` a livello locale il lavoro della Lala, sui tema dell’inquinamento, della casa, della discriminazione dei popoli indigeni, della partecipazione sociale delle donne e dei giovani ecc.

settembre 19, 2013

Marcel Claude: il candidato del cambiamento

Pubbicato su Pressenza il 10 settembre 2013

todosalamoneda030julio 12, 2013

Todos a la Moneda

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese, Spagnolo

Marcel Claude non è il candidato presidenziale governativo alle prossime elezioni di novembre in Cile. E’ il candidato dei giovani, delle organizzazioni di base, di chi difende l’ambiente e lotta per la giustizia sociale. E’ il candidato dei venti di cambiamento e futuro aperto che soffiano in America Latina. Lo intervistiamo via mail per parlare di queste elezioni e della sua candidatura, sostenuta da tutti gli umanisti del mondo.

 Abbiamo realizzato questa intervista (concepita per il pubblico internazionale) e la pubblichiamo in occasione di un anniversario molto speciale, i 40 anni del golpe.

Marcel, potresti descriverci la situazione attuale del Cile?

Ci sono tre elementi di cui tener conto.

Il Cile è un paese che cresce a livello macroeconomico; prima la crescita annuale era del 7% e ora circa del 4%, eppure più cresce, più si mantiene uguale. E’ il paradosso della macroeconomia, che incanta tutti i politici cileni. I benefici della crescita favoriscono pochissime persone (tra l’1% e il 10% della popolazione), il cui favoloso arricchimento avviene a spese del resto degli abitanti e del paese. Loro sostengono che l’arricchimento di questa minoranza finisce per andare a beneficio di tutti gli altri, ma la realtà è molto diversa. Il sistema sociale ed economico cileno è strutturato secondo una forma di clientelismo a circoli concentrici. Il nucleo centrale è costituito dallo 0.1% che accumula fortune. Per loro lavora un primo circolo, per il quale lavora un secondo e così via e questo schema si ripete nel mondo politico. Si tratta di un mondo clientelare, paternalista e arcaico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il Cile è un paese di poveri, o di gente molto sacrificata.

In secondo luogo, ciò che è successo nel 1990 è stato un passaggio di poteri dai militari ai civili, a condizione di non cambiare niente. La Concertación, che è una destra democratica, ha accettato questo accordo ed è rimasta al potere fino al 2009, senza introdurre cambiamenti sostanziali. Il fatto che nel 2009 la destra pinochetista sia tornata al governo dimostra come siano tutti conformi a questo modello.

Terzo e ultimo dato. La Concertación, o Nueva Mayoría, come si fa chiamare ora che include il Partito Comunista, non ha la minima intenzione di cambiare il modello vigente. Le riforme proposte non mettono in discussione il sistema istituzionale creato dai militari sotto l’influenza di Jaime Guzmán (ideologo del governo di Pinochet, assassinato da un gruppo armato di estrema sinistra e riferimento culturale e ideologico della destra, N.d.T.).

Davanti a questa situazione, i movimenti studenteschi e sociali hanno alzato la testa e cercano di far sentire la loro voce in un mondo che non gli concede spazio e li tratta con i lacrimogeni e gli idranti. La mia candidatura nasce da questo ambito, non da un’ambizione personale.

TodosaLaMoneda è il nome del movimento che ti appoggia e del tuo sito: è uno slogan, un’idea forza?

E’ uno slogan inventato dai primi gruppi che hanno deciso di presentare la mia candidatura e anche un programma: Todos a La Moneda esprime innanzitutto l’idea che bisogna restituire la sovranità al popolo, alla nazione, a quelli a cui è stata sottratta con la violenza nel 1973 senza mai più rendergliela. Il nervosismo delle due destre, quella pinochetista e quella democratica, rispetto al tema dell’Assemblea Costituente è una dimostrazione del loro timore della sovranità popolare, del potere costituente originario.

Un economista amico dei giovani. Qui in Italia non c’è niente del genere. Ci racconti questa storia?

E’ una lunga storia. In sintesi, è dal 2006 che giro per tutto il paese, nelle aule universitarie e nelle scuole, tenendo discorsi e conferenze e parlando con gli studenti. Questa campagna presidenziale si basa su di loro. Credo di essere uno dei pochi candidati, se non l’unico, che non viene fischiato nelle università. Anzi, tutto il contrario. A Valparaíso, per esempio, è arrivata così tanta gente ad ascoltarmi che abbiamo dovuto trasferirci in una piazza.

Un economista molto distante del neoliberismo e vicino a cosa?

Il neoliberismo è innanzitutto un’ideologia, che si è imposta per prima in Cile, paese cavia, poi è stata adottata negli Stati Uniti e nel Regno Unito da Ronald Reagan e Margaret Thatcher e oggi è universale. E’ un’ideologia perché dai lavori di Karl Polanyi (La grande trasformazione, 1944) emerge che il libero mercato è un’invenzione recente. Fin dalla preistoria in nessuna società il mercato aveva costituito il centro delle relazioni economiche. Le decisioni giuridiche ed economiche, per esempio sul diritto del lavoro, definite nella Dichiarazione di Filadelfia, che creò lOrganizzazione Mondiale del Lavoro in quello stesso anno 1944, verso la fine della seconda guerra mondiale, dovevano rispettare la persona umana e non disumanizzarla come avevano fatto i nazisti. Nel mondo occidentale il neoliberismo ha smantellato a poco a poco questa concezione umanista. Io credo nella giustizia sociale, nell’uguaglianza di opportunità e in uno Stato neutrale, che faccia da garante degli interessi comuni, del bene comune.
Qual è la tua proposta economica?

Non è una sola, ma una serie di misure. La ri-nazionalizzazione dell’industria mineraria cilena, il recupero dell’acqua, anch’essa privatizzata, la cancellazione delle quote di pesca, che consegnano tutto il mare cileno a meno di sette famiglie. Mi sembra che il Cile continui a essere un paese arcaico anche rispetto alle sue produzioni, tutte volte solo all’esportazione. Come in passato, è principalmente un produttore di materie prime esportate senza quasi trasformarle. Se il Cile vuole essere un paese moderno, del primo mondo, deve trasformarsi in un paese in grado di produrre beni con valore aggiunto, eventualmente di alta tecnologia. Questo significa un cambiamento sostanziale del modello economico.

L’educazione gratuita è possibile; tu stai lottando per ottenerla in Cile, uno dei paesi più privatizzati del mondo. Lo si può fare anche da altre parti? In tutto il mondo?

Le condizioni di ogni paese sono diverse. Il Cile ha avuto un’istruzione gratuita e di buon livello. Non vedo perché non si potrebbe tornare a questo, se non per salvaguardare gli interessi economici dei pochi proprietari di scuole e università private. Bisogna rendersi conto che uno dei maggiori affari in Cile è stato quello di accaparrarsi le ricchezze dello Stato. Nell’istruzione l’affare è rappresentato dai sussidi pagati dallo Stato per ogni studente. Sono favorevole a farla finita con questo sistema. Non si tratta di impedire l’esistenza di università o scuole private, ma i fondi pubblici devono essere riservati al settore pubblico.

Quali sono i temi principali del tuo programma?

Quelli di cui ho già parlato.

Tu rappresenti la speranza che anche in Cile soffino i venti del cambiamento: cosa fai ogni giorno perché questo sogno si realizzi?

Come ho già lo detto, giro per il Cile, mi muovo dovunque, parlo, cerco di convincere la gente che la decisione di cambiare il modello sta nelle sue mani.

In Cile se nessun candidato ottiene la maggioranza nelle elezioni, c’è un secondo turno. Che possibilità hai di essere uno dei due candidati finali?

In Sudamerica, per esempio in Ecuador, è successo che un candidato a cui i sondaggi attribuivano non più del 2% sia stato eletto. Io spero che i cittadini cileni si sveglino dal letargo dell’astensionismo.

Pochi giorni fa c’è stata una polemica sulla commemorazione dell’11 settembre organizzata dal Presidente Piñera: potresti darci la tua opinione ed esprimerci i tuoi sentimenti su quell’evento?

Quello che si è cercato di fare negli ultimi giorni è far passare l’idea che in Cile 40 anni fa ci fosse stata una “rottura delle democrazia” e che questo giustificasse l’intervento dei militari; questa idea vorrebbe giustificare le richieste di perdono molto ipocrite da parte dei protagonisti dell’epoca. Quel che non si vuol dire è che il golpe fu il mezzo per imporre il modello neoliberale nel nostro paese, mettendolo a ferro e fuoco, e che, per questo, chi difende quel modello, difende quel massacro provocato dal golpe.