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novembre 7, 2014

Una comunità educativa

Capitolo del libro di prossima uscita “I grandi non capiscono mai niente da soli. Per una educazione umanista e nonviolenta”.

 

Per realizzare un progetto pedagogico abbiamo bisogno di una comunità educativa con determinate caratteristiche.

Questo è tanto ovvio quanto passa inosservato. Esistono ambiti mentali, ancor prima che fisici, che agiscono in noi e che ci orientano in un modo; esistono forme, strutture, istituzioni che sono coerenti e conseguenti a questa forma mentale; questa forma mentale che è la visione dell’essere umano, la visione dei piccoli, la visione di che cosa significa educare, andare a scuola, vivere.

Tutto questo ci viene dato di contrabbando, raramente viene esplicitato. Magari lo esplicita qualche dotto pedagogista in un libro che leggono (e dimenticano) i suoi studenti e nessun altro.

Mi è capitato di parlare con una giovane supplente che mi diceva “ma tutto quello che dicevano all’Università dov’è qui a scuola?”.

Dobbiamo fondare una nuova comunità pedagogica.

Dobbiamo dargli codici nuovi (una specie di DNA), sperimentare e vedere cosa succede. Dobbiamo piantare un seme, proteggerlo dall’inverno, incoraggiarne i primi virgulti, innaffiarlo d’estate. Dobbiamo volergli molto bene. Non dobbiamo avere paura. Dobbiamo saper riconoscere ciò che ci condiziona, dobbiamo conoscere ciò che profondamente ci muove, ciò che ci dà forza.

Una nuova comunità pedagogica può partire da un piccolo gruppo di persone e può arrivare molto lontano. In ogni caso qualcuno deve cominciare e, se ci guardiamo in giro, ci accorgiamo che qualcuno ha già cominciato. “Che mille fiori crescano…”.

Se vogliamo cominciare è già un grande passo. Cosa dovremmo fare in concreto?

 

  • Definire la comunità
  • Dargli codici
  • Dargli gli strumenti
  • Renderla operativa

 

Non stiamo parlando di passi necessariamente successivi. Vediamoli in dettaglio

 

Definire la comunità

 

Le persone che vogliono si definiscono come parte della comunità; semplicemente esprimono il desiderio di farne parte. Potrebbero fare una Cerimonia di Protezioneche includa la comunità stessa, non solo i piccoli. Ci proteggiamo mutuamente, tutti. Non ci sono vincoli “naturali”, non è necessario e meno che mai obbligatorio che ci siano tutti e due i genitori del tal bambino, che ci siano per forza insegnanti o chiunque; questa comunità terrà conto dei vincoli “naturali” esistenti ma sarà una comunità intenzionale cioè qualcosa che trascende la naturalità delle relazioni. Chi non vuole farne parte ed ha relazioni importanti con chi ne fa parte verrà trattato con la dovuta cura, così come tratteremmo chiunque come vogliamo essere trattati. Non cadiamo nei meccanismi di esclusione. E’ una comunità di pari, è una comunità basata sull’idea di compartecipazione. E’ una comunità che riconosce il diritto all’ozio e che si avvale del contributo volontario di ognuno. Se la comunità decide di pagare qualcuno di interno vedrà come risolvere le questioni economiche cercando che influiscano il meno possibile. Se la comunità decide di fornire servizi ad esterni della comunità decide su come farlo e in che modi.

 

Dargli codici

 

Partiamo da un altro paradigma educativo, da un altro spazio mentale. Questo non è dato né è scontato. Dobbiamo studiare, confrontare, vedere nella pratica, sperimentare. Dobbiamo essere, sicuramente: compartecipati, centrati sull’essere umano, coltivatori della diversità, appassionati della nonviolenza. Ma questi sono ancora principi generali e dobbiamo precisarli.

Ma se siamo per la diversità come faremo a metterci d’accordo? Per consenso e per approssimazione. Il consenso prevede che si faccia tutto quello su cui siamo tutti d’accordo. Il resto non si fa. E se non siamo d’accordo vuol dire che abbiamo bisogno di tempo per trovarci d’accordo e quel tempo sarà tempo molto ben utilizzato.

 

Dargli strumenti

 

Siamo attrezzati male. Siamo pieni di timori, autoritarismi, fanatismi, stereotipi ecc. ecc. Abbiamo bisogno di strumenti.

Uno strumento è il lavoro con sé stessi fatto insieme ad altri, con le tecniche che riteniamo più opportune. Un altro è lo strumento di decisione, da scegliere includendo tutti (inclusi i piccoli) e vedendo come fare: c’è una grande resistenza dei grandi a pensare che i piccoli possano decidere e non è un tema facile da risolvere ma se Summerhill si è autogestita per anni con tutti che votavano una volta a settimana non sembra che sia impossibile. Si può pensare a un percorso che giunga a certi passi e certi obiettivi. Si può pensare al consenso unanime, alla non opposizione come strumenti per prendere decisioni.

 

Renderla operativa

 

Questa comunità dovrà costituirsi ed agire nel mondo. Perché alla fine è solo l’esperienza che può dire come stiamo andando, che c’è da correggere, se stiamo influenzando in modo crescente il mondo che ci circonda o se stiamo facendo l’”isola felice” separata dal mondo. La comunità potrà mettere in moto cose molto diverse: un tipo di scuola, un tipo di insegnanti, corsi specifici, comunità di “recupero”, laboratori ecc. ecc. Potrebbe semplicemente appoggiare le attività di una scuola pubblica o di una classe “convenzionale”.Definire il cosa fare e quando è una cosa molto importante; al tempo stesso può essere importante ampliare o restringere in determinati momenti del processo.

Sarà anche necessario stabilire dei momenti e degli strumenti di verifica per poter sapere se gli obiettivi tangibili ed intangibili del progetto si stanno raggiungendo, a che punto sono, che difficoltà sono state incontrate.

 

marzo 7, 2013

Partire dalla comunità

Pubblicato su: Pressenza il 7 marzo 2013 elfofrassino

Elfo Frassino

Ho intervistato nel settembre del 2011 Antonio Bernini – Elfo Frassino, sindaco di Vidracco, damanhuriano e per anni Presidente del Conacreis. L’ho intervistato sotto il tiglio di Tiglio, una delle comunità che formano la Federazione di Damanhur. Berlusconi voleva tagliare i piccoli comuni per risparmiare. Elfo era tra i sindaci che si mobilitavano per la protesta e che, alla fine, quella volta hanno vinto, almeno la prima battaglia. Siamo diventati amici e ci sentiamo di tanto in tanto per scambiarci opinioni su come va il mondo. Questa volta l’intervisto via internet.

Elfo, come persona che da anni amministra la “cosa pubblica”, che ti è parso dell’ultima campagna elettorale e dei suoi risultati?

Un dato che nessuno sembra voler approfondire è quello dell’astensione, la più alta di sempre. Non credo si tratti di un diffuso menefreghismo, ma della bocciatura del sistema partitico e della legittimità delle sue istituzioni. Con queste proporzioni – un italiano su 4 che non ha votato, ed un quarto dei votanti che hanno scelto il M5S – si sono evidenziati i limiti della democrazia rappresentativa e “formale”; ma anche la distanza tra i concetti di democrazia e di libere elezioni. Infatti la politica non può ridursi ad un’anonima delega in bianco, da rinnovare alla tornata elettorale successiva.
Sono anche palesi i limiti delle politiche del rigore e dell’austerità, nonché delle minacce di catastrofi se non si fanno “i necessari interventi di risanamento, dolorosi, ma inevitabili” a cui siamo stati abituati nell’ultimo anno e mezzo. Una parte dell’elettorato ha rispedito al mittente queste politiche ed i partiti tradizionali, anche quelli teoricamente riformisti, sono stati percepiti come facenti parte del problema, non della soluzione.
Il cosa succede adesso ha molte incognite, certo non si può delegare la soluzione ad altri, ma si deve essere impegnati in prima persona.

Damanhur ha da anni un movimento politico, quale posizione avete assunto nei confronti delle elezioni?

Nell’ambito del nostro movimento politico, “Con te, per il Paese”, abbiamo dibattuto a lungo quale uso era più opportuno fare del nostro voto. Da sempre non votiamo per nessuno che non conosciamo personalmente e con il quale non sia possibile instaurare una relazione che vada oltre la campagna elettorale. Alle volte questo è anche coinciso con l’avere damanhuriani candidati in partiti politici. L’idea è sempre quella di votare per la persona, scevri da visioni ideologiche, per collaborare su obiettivi comuni.
A questo proposito, durante il mese e mezzo che ha preceduto le elezioni, abbiamo organizzato incontri pubblici con i rappresentati delle varie forze politiche e svolte delle assemblee per discutere il da farsi.
Purtroppo abbiamo dovuto constatare la distanza incolmabile nei contenuti e nelle modalità tra la nostra visione ed i candidati alle politiche; quindi il risultato finale è stato la scelta di astenerci dal voto. Una scelta forte, quanto coerente; infatti, già in momenti non sospetti, avevamo più volte dichiarato che non saremmo andati a votare se non ci fosse stata una legge elettorale migliore.
Per essere espliciti: non abbiamo invitato i nostri amici e sostenitori ad “andare al mare”, come fece Craxi nel 1991. Abbiamo invece ribadito il valore che crediamo il voto debba avere: piuttosto che usarlo male, facciamolo pesare astenendoci. Ovvio che questa scelta si accompagna con il rafforzare l’impegno diretto su scala locale e la partecipazione ad iniziative di respiro nazionale.

Andando in giro, raccontando con Pressenza di alcune esperienze italiane e non, sento una grande distanza tra ciò che “abbaglia” l’opinione pubblica e le nuove idee e pratiche che ci sono in giro. Hai anche tu questa sensazione?

Concordo con te. Il distinguo di fondo è quello che separa chi vuole fare in prima persona, indipendentemente dai messaggi deprimenti dai quali siamo quotidianamente bombardati e chi si sente schiacciato da un sistema che sembra inamovibile. Oggi, nell’era dei grandi numeri e dei sistemi complessi, sono ancora più preziose le buone pratiche e tutte quelle esperienze di base, anche piccole, che dimostrano, nei fatti, che è possibile agire diversamente. Detto oggi ha un sapore d’antan, ma il motto “agire localmente, pensare globalmente” si può declinare al presente.

Nel patchwork di proposte del 5 stelle c’e’ anche l’abolizione dei comuni sotto i 5000 abitanti. Un abbaglio? E qual è la tua risposta?

Tra i tanti punti programmatici del M5S, questo è quello che più mi ha sorpreso leggere, perché mi pare incongruente con gli ideali che sembrano ispirare il movimento stesso. Molto in sintesi: accorpare non è la cura della malattia, ma la sua causa. La crisi economica è prima di tutto è la crisi del modello di sviluppo dominante e del sistema di valori di riferimento. E questo modello di sviluppo è cresciuto attraverso l’accentramento – delle risorse economiche e finanziarie, delle risorse energetiche, del potere politico, degli strumenti di controllo dell’informazione, ecc. – a livelli mai visti prima. Per modificare questo impianto si deve ripartire dal piccolo, dall’associazionismo e dalla dimensione locale, cioè da quella idea di comunità che anche Grillo ha più volte richiamato. Cancellare i piccoli comuni italiani, la piccola politica, quella che non costa, fatta di volontari che con il loro impegno fanno risparmiare lo Stato, vuol dire cancellare le comunità locali. E ridurre la partecipazione diretta, oggi possibile nei piccoli comuni, significa anche indebolire le autonomie locali a vantaggio dei poteri centrali, che hanno tutto l’interesse che non prendano vigore spazi indipendenti d’iniziativa politica. I sindaci dei piccoli comuni sono spesso espressione di liste civiche che uniscono anime politiche anche diverse tra loro. Viceversa la dimensione dei 5.000 abitanti è tale da rendere interessante partecipare anche per la “grande” (solo in termini quantitativi) politica.
Abolire i piccoli comuni appare quindi come un’idea antitetica con le altre proposte del M5S, che parrebbero andare in una direzione diametralmente opposta. Oltre tutto è un’idea molto in linea con i propositi della maggioranza degli altri partiti, i cui politici preferiscono tagliare il numero dei Comuni, che ridurre quello dei propri privilegi. Con modalità diverse, nell’ultimo anno e mezzo hanno lavorato in questa direzione il PdL, la Lega, il governo Monti ed il PD. Come si usa dire: “Che c’azzecca il M5S”?

Vidracco fa, proporzionalmente al suo numero di abitanti,  più iniziative culturali e sociali di qualunque grande città: come fate?

Abbiamo un bravo assessore alla cultura :-) E la disponibilità e passione di tanti volontari, che rendono possibile fare iniziative che, se fossero pagati i costi di tutte le persone impiegate, sarebbero impossibili da realizzare. E’ quello stesso spirito che si perderà facendo scomparire i piccoli Comuni.
Ti pare logico che le risorse economiche siano concentrate nelle mani di politici che non abbiamo eletto, mentre nei piccoli comuni, dove non c’è deficit democratico, ce ne sono sempre meno? Noi possiamo contare sul volontariato, ma la media dei piccoli comuni è strangolata da un sistema

I damanhuriani hanno una lunga esperienza di gestione di un paese, di governo di una federazione, di gestione di una comunità; sicuramente hanno lavorato molto su questo tema: potresti spiegare gli elementi più importanti di questo lavoro?

Sarebbe un lungo discorso. Posso dire che la dimensione comunitaria è molto funzionale a gestire progetti, con ricadute concrete sul piano pubblico e sociale. Un piccolo paese è di fatto una comunità, quindi il passo è breve.

So che tra i vostri progetti c’è anche il riconoscimento di legge delle comunità intenzionali.

E’ questo uno dei temi centrali delle proposte politiche di Damanhur. Oggi c’è un grande bisogno di comunità per ricostruire il tessuto sociale, sfilacciato da decenni di politiche predatorie. Le comunità rappresentano una tra le forme più antiche di aggregazione tra esseri umani, eppure non esistono strumenti giuridici per regolare le svariate attività che queste realtà comprendono. Chi sceglie di vivere così affronta una strada appassionante, ma anche faticosa, che invece potrebbe contribuire molto  al miglioramento della società tutta. Rendere le comunità un nuovo soggetto giuridico, con propri diritti e doveri, consentirebbe la diffusione di organizzazioni in grado di rispondere, dal basso, in piena applicazione del principio costituzionale di Sussidiareità, ai molteplici bisogni dei cittadini, facendo risparmiare lo Stato.
La scorsa legislatura, grazie al lavoro fatto dalle comunità aderenti al Conacreis ed alla Rive (Rete villaggi ecologici), fu depositata una proposta di legge in tal senso, avente nell’on. Giovanna Melandri la prima firmataria. Oggi il lavoro riparte da quel testo.