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giugno 19, 2015

Partire dalla risorsa umana per costruire il “benvivere”

Pubblicato su Pressenza il 13.06.2015

Partire dalla risorsa umana per costruire il “benvivere”
(Foto di Ailen Garelli)

 

 

Risorsa Umana, l’economia della pietra scartata è l’ultimo libro di Francesco Gesualdi, edito da San Paolo.

 

Francesco Gesualdi, Francuccio per gli amici, fondatore e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo e allievo di Don Milani (per quelli che non lo conoscono) affronta con la solita chiarezza, precisione e documentazione il tema che vuol mettere all’attenzione del lettore: come uscire dalla pericolosa situazione in cui l’umanità intera si sta trovando.

 

Dunque rispetto ad altri libri più specifici (le varie Guide prodotte dal CNMS, il precedente libro Le catene del debito) Francuccio qui affronta il tema centrale: una critica severa all’attuale sistema basato sul profitto e sull’illusione del ben-essere per trovare la strada verso la società del ben-vivere.

 

L’idea del ben-vivere l’ha messa Evo Morales nella nuova costituzione boliviana e deriva da concetti che i popoli originari americani e non solo hanno nelle loro traduzioni; nel prologo l’autore la traduce con un titolo lapidario ma efficace “dai mercanti alla persona”.

 

Così il libro parte con una critica puntuale e documentata al sistema attuale basato sul profitto, sul mito della crescita indefinita, sullo sfruttamento irresponsabile delle risorse del pianeta, sulla progressiva demolizione dei valori di solidarietà, di uguaglianza di diritti e possibilità, di partecipazione. Il mondo è maledettamente diseguale e tende ad esserlo sempre di più, concentrando potere e capitali nel Nord e, all’interno di ogni paese, il élites sempre più potenti ed incontrollabili. Di fronte alla ragionevolezza vince il profitto e l’ideologia ad esso connessa.

 

Ma finita la parte di critica Francuccio cerca di delineare gli elementi costitutivi che debbono tracciare la nostra azione nel mondo se vogliamo che questo mondo vada verso questo ideale di benvivere: abbiamo bisogno di un nuovo essere umano, consapevole, attento; abbiamo bisogno di un’educazione che rimetta al centro la solidarietà, la partecipazione, l’interesse; servono pratiche e stili di vita che tengono conto dello stato del pianeta, delle relazioni umane, dei diritti di tutti.

 

Serve anche un’azione sociale e politica che combatta le infinite ingiustizie nei confronti degli esseri umani, un modello di mondo nuovo e anche una partecipazione nelle istituzioni e nella politica che non può essere lasciata in mano a chi, in questo momento, è cinghia di trasmissione delle lobbies internazionali, dei centri di speculazione finanziaria.

 

Parlando della realtà italiana Francuccio denuncia la frammentazione che contraddistingue i tanti movimenti, di vario genere e tendenza, che genuinamente vogliono questo cambiamento ed auspica un dibattito lillipuziano verso la convergenza in una necessaria azione comune.

 

In sintesi un libro davvero utile sia per la mole di informazioni e di relazioni che riescie a darci ma soprattutto necessario per dare impulso a quel dibattito e a quella convergenza nella diversità che da tanto tempo auspichiamo.

dicembre 2, 2014

Un buon momento per potenziare l’Economia Mista: intervista a Guillermo Sullings

Pubblicato su Pressenza il 28.10.2014

Un buon momento per potenziare l’Economia Mista: intervista a Guillermo Sullings
(Foto di Pressenza)

 Il libro di Guillermo Sullings “Oltre il capitalismo: economia mista” è stato appena pubblicato in italiano e l’autore ha in programma un giro di presentazioni in Italia nel mese di novembre. Una buona occasione per parlare con lui dei temi del libro e non solo….

Guillermo, questo libro esce in italiano vari anni dopo la sua pubblicazione originale in spagnolo.  Qual è la tua sensazione al riguardo con il passare del tempo?

La prima edizione in spagnolo risale a metà del 2000, casualmente un momento di transizione verso un cambiamento di millennio, che ha poi portato con sé molti eventi di destabilizzazione a livello mondiale. Visto in retrospettiva, oggi potrei dire che durante gli ultimi anni non solo i temi trattati sono ancora molto attuali, ma che hanno anche assunto maggiore rilevanza e visibilità per le società e sono stati analizzati da numerosi specialisti. Se prescindiamo da alcuni riferimenti e dati legati all’epoca e al luogo in cui è stato scritto il libro, che ovviamente sono andati cambiando con il passare del tempo, i temi principali sono ancora attuali e le sfide rispetto a ciò che bisogna  trasformare nell’economia sono ogni giorno più urgenti.

Credo che in questi anni in molti paesi le società abbiano iniziato a comprendere che il capitalismo selvaggio neoliberista ci sta portando al disastro. In altri paesi, che già avevano abbandonato l’opzione neoliberista, si stanno evidenziando i limiti delle politiche economiche meramente progressiste. Per questo mi pare che sia un buon momento per potenziare di nuovo con forza i temi principali dell’Economia Mista.

Potresti sintetizzare questi temi?

Per dare un maggiore contesto al lettore non specialista, nel libro vengono analizzati i differenti sistemi economici esistenti e si trattano temi fondamentali come il concetto di proprietà, il lavoro,  il consumo, gli investimenti, le finanze, le politiche fiscali, i prezzi e altri argomenti rilevanti per qualsiasi analisi economica. Se però vogliamo riferirci alle proposte centrali io direi che queste sono il concetto di uno Stato Coordinatore, quello di una banca statale senza interessi, la partecipazione dei lavoratori ai guadagni e alla proprietà delle imprese, la riformulazione integrale della politica fiscale e un nuovo paradigma di crescita e consumo.  Non è facile sintetizzare tutti questi temi, ma cercherò di ampliare un poco i concetti.

Quando parliamo di uno Stato Coordinatore cerchiamo di spiegare che sono fallite sia l’opzione socialista di uno Stato che centralizza il controllo di tutta l’economia, sia la visione liberista di uno Stato passivo che lascia i mercati liberi di agire. Davanti a questa polarizzazione ideologica e all’abisso esistente tra la microeconomia e la macroeconomia, è necessaria un’integrazione sinergica tra il pubblico e il privato, sviluppando strumenti di politica economica mista che aiutino a coordinare la realizzazione di obiettivi sostenibili di investimento e consumo. Per questo c’è bisogno di uno Stato basato su una Democrazia Reale, non su di una dittatura e neanche su una democrazia formale al servizio dei potenti.

Quando parliamo di una banca statale senza interessi, stiamo parlando di adottare il concetto che il denaro è un bene pubblico e che come per gli spazi pubblici, la sua circolazione non può essere monopolizzata e manipolata dagli speculatori. Dunque bisogna dirlo chiaro e tondo: la gestione delle finanze va trasferirsi alla Banca Pubblica, mentre si va diluendo e smantellando il potere della Banca Privata.

Rispetto alla partecipazione dei lavoratori ai guadagni e alla proprietà delle imprese, non stiamo parlando di espropriazioni o cose del genere. Stiamo parlando di un nuovo concetto riguardo alla retribuzione dei lavoratori, che non si limiti solo a un salario, ma che accompagni l’evoluzione dei profitti imprenditoriali in una proporzione ragionevole. Nella misura  in cui reinvestono questi profitti in capitale di lavoro, i lavoratori diventano proprietari nella stessa proporzione, con la corrispondente incidenza nelle decisioni da prendere.

In quanto alla riformulazione delle politiche fiscali, parliamo della necessità di garantire che si possa investire in campi importanti come la sanità, l’istruzione, le infrastrutture e altri in cui lo Stato non può essere assente, o che può delegare al settore privato. Parliamo però anche della possibilità che lo Stato finanzi progetti produttivi che tendano allo sviluppo sostenibile e al pieno impiego. Spieghiamo inoltre che è necessario forzare attraverso la politica fiscale il reinvestimento produttivo dei profitti dell’impresa, impedendo che alimentino la speculazione e l’usura della banca privata.

Riguardo a un nuovo paradigma di crescita e consumo, parliamo di invertire l’attuale tendenza del consumismo irrazionale, basata sull’idea di una crescita illimitata. Si sa che se si volesse estendere a tutti gli abitanti del mondo il modello attuale di consumo dei paesi più sviluppati, sarebbero necessari oltre cinque pianeti. Questa tendenza dunque ci porta necessariamente al collasso ecologico e sociale.

Il tuo è un libro per “non specialisti”, eppure il tema economico sembra ancora riservato agli “specialisti”; il tuo libro potrebbe servire a restituire l’economia al cittadino comune?

Io cerco sempre di spiegare le cose perché le capiscano tutti e credo che sia possibile farlo, almeno quando si parla di politiche economiche. Se però vogliamo toccare temi più tecnici, abbiamo bisogno di un linguaggio più specializzato e anche di altri specialisti in grado di spiegarci le complessità intrinseche di alcune operazioni finanziarie o dei cicli produttivi. Tutto questo però non è indispensabile per comprendere i temi generali e la direzione che le cose dovrebbero prendere. E quando qualche economista pretende di spiegarci con complesse formule matematiche che è impossibile risolvere la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, o prescindere dalla speculazione finanziaria ….. mm, questo mi puzza. Può avere tutti i titoli accademici del mondo, ma sappiamo già per chi lavora e questo lo scredita.

Ma soprattutto credo che sia necessario parlare in modo semplice perché le nostre proposte non sono destinate agli  economisti e ai politici complici del potere finanziario internazionale; possono anche capirci, infatti, ma non muoveranno un dito per cambiare le cose. Chi ci deve comprendere è la gente comune, sono quelli colpiti dal sistema, perché vedano che c’è una luce alla fine del tunnel.

Già prima del tuo libro gli umanisti hanno realizzato studi sulla validità di forme di economia mista nella società attuale: come si sta sviluppando questo tema? C’è qualche progresso?

C’è molta gente che si è messa ad approfondire alcuni aspetti dell’economia in totale sintonia con le proposte enunciate nel libro. Molte sono imprese cooperative o con partecipazione dei lavoratori. I risultati sono diversi, giacché l’amministrazione di una’impresa richiede un cambiamento culturale perché le trasformazioni funzionino. Non capire questo può causare trasformazioni inefficienti.

Ci sono comunque esperienze interessanti. Per definizione l’Economia Mista richiede la partecipazione dello Stato, cosicché ciò che si può fare come espressione della volontà di persone isolate è molto interessante, ma limitato. Direi però che in vari paesi alcuni governi progressisti  (non perché abbiano letto il mio libro, ma forse per una sintonia storica), hanno fatto passi avanti alla ricerca di questa integrazione tra pubblico e privato. I risultati sono stati diversi e incompleti,  giacché non si sono trasformate le strutture di base del sistema, ma prima o poi un governo deciso a cambiare l’economia a favore del suo popolo si troverà nella necessità di orientarsi verso un’Economia Mista.

Nella tua attività sociale hai sviluppato iniziative di economia di base; puoi raccontarci quelle che consideri più significative?

In realtà sono state esperienze molto di base, realizzate in Argentina all’inizio dello scorso decennio, in mezzo a una grande crisi con alti indici di disoccupazione. Abbiamo qualificato gruppi  di disoccupati perché potessero trovare un’attività lavorativa e portarla avanti in forma cooperativa. Si trattava di seminari per imprenditori, in cui dedicavamo gran parte del tempo a  trovare l’attività possibile per ogni gruppo,  scartando false credenze o progetti poco realistici, fino ad arrivare a ciò che era realmente fattibile. In una seconda tappa, li formavano riguardo all’amministrazione di base di un’impresa e in una terza seguivamo ciò che veniva messo in moto. I risultati sono stati diversi, ma tutti abbiamo imparato molto da questa esperienza.

Pare di vedere un movimento internazionale e convergente di studio e di azione per costruire una nuova economia al servizio dell’essere umano: quali sono a tuo parere le correnti e le proposte più interessanti e affini all’Umanesimo Universalista?

Mi pare che dobbiamo distinguere ciò che potremmo definire una nuova sensibilità, direzioni convergenti e visioni più progressiste della realtà dalle vere e proprie proposte di trasformazione. Nel primo caso credo che negli ultimi anni sia cresciuta una visione critica del neoliberismo; c’è molta convergenza nella diagnosi della situazione, nell’indicazione delle responsabilità delle democrazie formali e della banca privata e nella descrizione generale della società in cui ci piacerebbe vivere.

In questo senso credo ci sia stata innanzittutto in vari paesi dell’America Latina, come reazione al saccheggio  provocato dalle politiche neoliberiste degli anni Novanta, una corrente di governi progressisti che hanno cercato delle alternative. Al di là dei loro successi ed errori, questo dimostra che le popolazioni vogliono vivere in un altro modo. Poi, soprattutto a partire dalla crisi mondiale scoppiata nel 2008, sono emersi in diversi paesi movimenti sociali guidati dai giovani, che hanno messo in discussione il sistema economico e politico e che corrispondono quindi a uno sguardo e una sensibilità convergente con quelli dell’Umanesimo Universalista.

Per quanto riguarda gli economisti, i critici del neoliberismo oggi non si trovano solo tra quelli di sinistra; all’interno del cuore stesso del sistema, accademici di prestigio come Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Jeffrey Sachs, Thomas Piketty  e altri criticano in profondità temi centrali come  il funzionamento del settore finanziario e la distribuzione dei redditi. Autori come Serge Latouche e Manfred Max Neef mettono in discussione anche gli aspetti di sostenibilità della crescita, inserendo la questione ecologica nella visione economica. E da molti anni Muhammad Yunus sta dimostrando nei fatti che un altro tipo di banca è possibile.

Credo pertanto che sempre più gente concordi con la necessità di cambiare il sistema economico, ma bisogna avanzare ancora molto perché questa vocazione di cambiamento riesca a trasformare il mondo. A livello di studiosi, ci sono molte analisi e diagnosi, ma quando si arriva alle proposte concrete spesso si naufraga nel riformismo, alcune volte si pecca di ingenuità e altre ci si limita ad enunciare delle aspirazioni. Riguardo ai movimenti sociali, la sfida sarà senz’altro applicare il loro  potenziale nel campo delle trasformazioni politiche, se davvero si vuole passare dalla protesta alla presa di decisioni.

Molti sostengono che l’economia mondiale stia per crollare. Sei d’accordo con questa affermazione? Quali potrebbero essere i segnali di questo crollo?

In realtà stiamo già vivendo la prima parte di questo crollo; l’impatto della crisi finanziaria del 2008 si sente ancora e in vari paesi ancora non si sa come si uscirà dalla recessione e dalla disoccupazione. Non ci dimentichiamo che questa crisi, generata dallo scoppio di una gigantesca bolla speculativa, ha avuto dei precedenti in varie bolle esplose negli ultimi vent’anni. Insomma la tendenza a esplosioni ogni volta più gravi e frequenti è evidente. Se analizziamo alcune delle variabili più importanti di questa economia globale, possiamo osservare varie tendenze più o meno vicine al loro punto di saturazione e pertanto inclini a provocare dei crolli. Alcune sono  causate dalla speculazione finanziaria; la crescente concentrazione della ricchezza nelle sue mani ha  come contrapartita il crescente e ormai insostenibile livello di indebitamento di paesi, imprese e persone.

Un’altra tendenza ha a che vedere con l’iniqua distribuzione della ricchezza nel mondo; questa favorisce la concentrazione del capitale finanziario speculativo e inoltre genera conflitti e violenza sociale che possono a loro volta arrivare a livelli esplosivi. Un’altra tendenza è costituita dai límiti della crescita con l’attuale modello di consumismo, che sta già causando disastri ambientali  irreversibili. Esso provocherà inoltre la scarsità di risorse vitali e l’aumento dei prezzi delle materie prime e degli alimenti, accellerando  il dilagare della povertà più assoluta.

Dunque vari segnali dell’imminenza del crollo sono già evidenti, ma i tempi dei processi non sono tanto facili da prevedere. A loro volta i processi non sono lineari e la parola crollo potrebbe assumere diversi significati. Per esempio l’aumento dei conflitti bellici, la possibilità di un ritorno alla guerra fredda, gli interventi degli Stati Uniti e della Nato e la crescita del terrorismo, sebbene non siano variabili che si possono spiegare solo con ragioni economiche, influiscono però molto e lo faranno sempre di più man mano che le risorse strategiche scarseggeranno.

I segnali possono venire quindi da molte parti e di fatto stanno già apparendo. Neanche il processo in cui potrebbe sfociare il crollo del sistema è lineare: potrebbe succedere che in una situazione simile l’umanità ci ripensi e metta in moto un cambiamento verso un mondo migliore, ma potrebbero anche rafforzarsi la xenofobia, il fascismo e tutti i tipi di violenza.  Dunque è meglio lavorare per il cambiamento prima che il crollo ci divori tutti.

Con i suoi governi “progressisti” l’America Latina è all’avanguardia di un processo di trasformazione economica? Possiamo sperare che da questo lato del pianeta arrivino segnali positivi?

Sarebbe alquanto pretenzioso affermare che l’America Latina sia l‘avanguardia di un processo di trasformazione economica, perché come dicevo prima i processi non sono lineari, né quelli che possono portare a un crollo dell’economia, né tanto meno quelli che potrebbero condurci a una trasformazione che preceda questo crollo, o ne attenui gli effetti. Credo che forse per l’impatto delle politiche neoliberiste degli anni Novanta su economie molto più deboli di quelle europee, la sofferenza della popolazione abbia accellerato la ricerca di alternative elettorali e l’arrivo al potere di governi più progressisti. Questo ha migliorato sensibilmente la situazione della gente, però bisogna dire che se non si trasformano le strutture fondamentali del sistema, si corre il rischio di un ristagno e poi una retrocessione; speriamo che non vada così e che si possa continuare ad avanzare.

Nel caso dell’Europa, forse il neoliberismo ha sedotto più a lungo le popolazioni, però le reazioni sociali sorte con l’esplosione della crisi mostrano che la gente non dorme e questo è interessante. Bisognerà vedere, come dicevo prima, se i movimenti sociali di rifiuto del sistema riusciranno a trasformare la politica per cambiare il sistema. In Europa c’è una difficoltà in più: finché si manterrà l’Eurozona, le trasformazioni dovranno riguardare tutto il continente. Questa difficoltà però potrebbe anche essere un buon motivo per formare un movimento sociale regionale che lavori per obiettivi comuni. Se questo dovesse accadere, forse i cambiamenti in Europa potrebbero essere più veloci più che in America Latina; nel frattempo non perdiamo d’occhio le altre parti del mondo, perché importanti manifestazioni anti-sistema possono apparire all’improvviso dove meno ce le aspettiamo.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

 

gennaio 21, 2014

La felicità delle persone: intervista a Francuccio Gesualdi

Pubblicato su Pressenza il 20 gennaio 2014

foto francesco

Francuccio Gesualdi

Francuccio Gesualdi è il fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, da anni punto di riferimento per chi si occupa di consumo critico, di altre economie. Ha pubblicato molti libri su questi argomenti e, in particolare, Le Catene del Debito (Feltrinelli 2013) che abbiamo recentemente recensito su Pressenza.

Francuccio, nella tua biografia sottolinei il fatto di essere stato allievo di Don Milani: in cosa consiste l’attualità di Barbiana oggi e cosa senti che ha influenzato profondamente la tua vita?

Uno dei messaggi di Barbiana è che non può esserci democrazia senza cittadini capaci di capire la realtà, di interpretarla, di sapere avanzare proposte di cambiamento. Di qui il suo accento sulla scuola,  concepita non come macchinetta dispensa nozioni, ma come  luogo in cui ci si attrezza per saper leggere e giudicare i fenomeni umani, sociali, economici, culturali, ambientali, si impara a pensare con la propria testa, si impara ad esprimersi per partecipare al cambiamento della società. Oggi che la società si è fatta più complessa, che i mezzi di informazione sono sempre più sotto il controllo di pochi, che la scuola sta abdicando al suo ruolo di formazione di cittadinanza, il messaggio di Barbiana è più urgente che mai. Conscio dell’importanza del sapere, ho sempre dedicato una parte importante del mio impegno alla divulgazione di temi economici, che pur avendo un fortissimo impatto sulle nostre vite sono ignorati per la loro complessità.

Quello che tu stai proponendo da tempo è una rete di coloro che immaginano un altro mondo possibile: come siamo messi con questo tema? E come si vanno delineando le caratteristiche essenziali di questo mondo?

La forza del potere si basa sulla frantumazione dei cittadini. Per questo assieme ad Alex Zanotelli e altri rappresentanti della società civile, da tempo propongo la necessità di formare una solida rete di Lilliput, che tenga insieme realtà che pur svolgendo attività molto diverse fra loro, sono però unite dal denominatore comune di voler costruire una società basata su equità, inclusione, diritti, beni comuni, sostenibilità. E proprio perché uniti da questo medesimo spirito, sanno anche individuare campagne da portare avanti tutti insieme perché di importanza strategica. Oggi il tema del debito pubblico  è uno di questi. La proposta della rete di Lilliput procede a rilento forse per la nostra irriducibile propensione a dare sempre più importanza a ciò che ci divide piuttosto che a ciò che ci unisce, o perché non abbiamo ancora capito che agire sul particolare senza occuparci del generale ci rende perdenti.

Nel tuo libro fai una critica molto circostanziata all’attuale sistema politico-economico e fai delle proposte abbastanza semplici e comprensibili per risolvere le cose a partire dall’idea centrale che non può essere il profitto né il mercato a guidare le nostre vite: puoi spiegarcele sinteticamente?

I danni di un’economia totalmente impostata sul mercato e sul profitto sono sotto gli occhi di tutti. Basta dare uno sguardo alla povertà che a livello mondiale colpisce più della metà della popolazione e che anche in Italia coinvolge una persona su tre. Basta dare uno sguardo alla disoccupazione, che solo in Italia colpisce il 28% della forza lavoro. O allo stato di disperazione in cui si trova l’ambiente. Se vorremo salvarci e soprattutto garantire un futuro ai nostri figli, dobbiamo costruire un altro sistema economico, che non abbia più come obiettivo l’arricchimento dei mercanti, ma la felicità delle persone. E poiché sappiamo che la felicità non dipende solo dalla ricchezza materiale, ma anche da un ambiente salubre, da ritmi di vita sereni, da una buona vita di relazione, l’obiettivo non sarà più  produrre, consumare e gettare, ma raggiungere un equilibrio fra tutte le nostre diverse esigenze. Il che richiede cambiamenti a tutti i livelli: stili di vita, modelli produttivi, modelli architettonici e urbani. Ma soprattutto richiede cambiamenti a livello di organizzazione economica e sociale. Fondamentalmente dovremo dare molto meno spazio ai rapporti mercantili e molto di più al fai da te individuale e collettivo. Perché il mercato è escludente e ha bisogno di crescita. L’economia di comunità autorganizzata è capace di garantire a tutti le sicurezze di base, sia per ciò che concerne il soddisfacimento dei bisogni che il diritto al lavoro, senza necessariamente gravare di più sulla natura.

Non c’è nel tuo libro, forse volutamente, un’analisi della crisi finanziaria attuale, di dove potrebbe portare il mondo: è un’analisi inutile? Forse sarà meglio non immaginarselo?

Volutamente il mio libro si concentra sul debito pubblico. Non perché il debito pubblico italiano non abbia correlazioni con la crisi finanziaria scoppiata nel 2008, ma perché, a mio avviso, è solo di tipo contingente. In realtà il debito pubblico italiano ha radici ben più lontane ed è in gran parte dovuto all’accumularsi degli interessi. Ciò detto è importante capire che oggi la finanza non solo ha assunto un ruolo spropositato, ma che via via che cresce e che si riducono gli spazi di investimento, si orienta sempre di più sulla scommessa e sui crediti a soggetti deboli. Il che significa che si espone sempre di più al rischio di fallimento, con contraccolpi esplosivi per l’intero sistema. Nel 2008 il sistema bancario è stato salvato dai governi che si sono indebitati a loro volta, ma questa possibilità non può ripetersi a ripetizione. E se a breve il sistema bancario dovesse di nuovo inguaiarsi non ci sarà più nessuno a salvarlo. A quel punto assieme a loro finiranno nella bufera anche i depositanti e sarà solo il caso di dire “si salvi chi può”. Sempre che non riprendiamo in mano il nostro potere di cittadini e obblighiamo il Parlamento a emanare leggi che pongano seri limiti alla speculazione e  all’attività finanziaria e bancaria.

. Dal Documento del Movimento Umanista (1993) “Per gli umanisti i fattori della produzione sono il lavoro ed il capitale, mentre inessenziali e superflue sono la speculazione e l’usura”.  La visione umanista della compartecipazione deriva da questa dichiarazione ideologica. A tuo avviso è un punto centrale del dibattito?

Direi che l’usura e la speculazione sono qualcosa di più che inessenziali e superflue. Sono dannose. Sono meccanismi per arricchirsi alle spalle degli altri lucrando sullo stato di bisogno, sulle paure e sulle posizioni di forza. E senza arrivare a questi eccessi, quando un’impresa comincia ad essere gestita con logiche finanziarie si mette su uno scivolo pericoloso che può portarla alla rovina. Senz’altro la compartecipazione, intesa come partecipazione dei lavoratori alla proprietà dell’azienda, può fare da deterrente. Ma l’attività di salvaguardia è possibile solo se la presenza dei lavoratori è reale e non formale. Nelle società per azioni comanda chi ha il controllo delle azioni e se i lavoratori dovessero avere solo quote minoritarie si troverebbero nell’assurda posizione di non poter contare sulle decisioni aziendali e di non sapere più quale posizione difendere durante la contrattazione sindacale, se quella dei lavoratori dipendenti o quella dei lavoratori proprietari. Tutto questo per dire che la compartecipazione può essere una vera conquista solo se accompagnata da provvedimenti legislativi che attribuiscano ai lavoratori poteri speciali.

Una delle tue proposte fondamentali è quella che i cittadini riprendano in mano l’economia e non la lascino agli economisti; in questo tu sei, in prima persona, animatore di infinite campagne, seminari, conferenze. Come sta andando? Com’è la risposta della gente?

Nelle conferenze che faccio la gente vuole sapere e vuole esprimersi. Quando riesci a dipanare la matassa riportando la complessità economica ai  meccanismi fondamentali, dove compare chi vince, chi perde e chi fa il furbo, la gente riacquista fiducia in se. Si convince che con poco sforzo può tornare a prendere il controllo di questa materia,  che pur rimanendo fuori dalla nostra attenzione ha così tante ripercussioni sulle nostre vite.  Per questo, come Centro Nuovo Modello di Sviluppo continuiamo ad impegnarci nella campagna “Debito pubblico decido anch’io” e chiediamo che in ogni paese sorga un gruppo che faccia attività di sensibilizzazione sul debito.  Fra i nostri prossimi obiettivi c’è la produzione di un quadernetto di 16 pagine composto da vignette commentate in cui si spiega la formazione del debito pubblico italiano, i suoi effetti sociali e le vie d’uscita alternative. Il sogno è di produrre anche un piccolo video, tipo “La storia delle cose”. Ma al momento è fuori dalla nostra portata  e lo teniamo nel cassetto. Per saperne di più sulla nostra campagna si può consultare il sito www.cnms.it