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gennaio 19, 2017

L’attualità delle domande di Danilo Dolci

Pubblicato su Pressenza il 30.12.2016

L’attualità delle domande di Danilo Dolci

Mi chiamo Danilo e faccio domande è un libro di Mara Mundi pubblicato quest’anno da Aracne in EOS, Collana di Storia dell’Educazione.

Le complesse e straordinarie vicende di Danilo Dolci, pilastro della nonviolenza italiana, sono ancora oggetto di studio e di discussione.

Danilo Dolci appartiene indubbiamente a quella “parte” dell’Umanità rimasta schiacciata dalla contrapposizione tra i muri che hanno dominato il secolo ventesimo della nostra era; conseguentemente il pensiero nonviolento, umanista, maieutico, circolare è stato svilito, ignorato o banalizzato, in tutte le sue forme.

Inoltre, nel caso specifico di Danilo, si tratta di una personalità che, coerentemente con la sua teoria, ha privilegiato il fare. Così lo studioso che volesse approfondire il pensiero di Danilo Dolci a volte non trova immediatamente il testo maestro che possa svelare la totalità del pensiero e della coerente azione.

Il libro di Mara Mundi costituisce, in questo senso, uno strumento prezioso di lavoro già che ri-costruisce il pensiero e l’azione dell’educatore triestino diventato siciliano partendo appunto dal fare che ne costituisce la biografia, la biografia di un fantastico attivista.

E’ in quella biografia e nei numerosi incontri, con Capitini, con Rodari, con Freire, con Galtung, che nasce la maieutica dolciana e l’idea dell’educazione nonviolenta, partecipativa ed orizzontale.

Giustamente Mara Mundi sottotitola il suo libro “L’attualità del progetto educativo di Dolci” e con questo sottolinea il fatto che molti dei concetti educativi espressi da Danilo negli anni ’70 si sono prima diffusi nelle numerose esperienze di pedagogia attiva e nonviolenta, hanno avuto riscontro in molte sperimentazioni sia in istituzioni pubbliche che private per poi finire spesso emarginate e dimenticate dagli stessi bravi insegnanti che le avevano adottate, in tutto o in parte.

Il fantastico lavoro di formazione e informazione che fecero persone come Dolci, Rodari, Lodi produsse in Italia un avanzamento grande nel modo di insegnare e questo libro, anche raccontando la tormentata storia del Centro Educativo di Mirto, lo testimonia adeguatamente.

L’autrice riscostruisce prima una dettagliata e documentata biografia di Dolci per poi esporre le idee centrali del fare educativo fino ad arrivare, nell’ultima parte a una descrizione di tutta l’esperienza del Centro Educativo di Mirto. In particolare il concetto e la corrispondente pratica di Mirto come di una “scuola di tutti” con il coinvolgimento sistematico di tutti gli attori dell’esperienza, bambini inclusi è e resta una preziosa testimonianza della necessità di pensare la scuola in una maniera integrale e di considerarne da rivoluzionare tutti gli elementi, dalla struttura fisica fino ai concetti educativi.

In questo senso siamo perfettamente d’accordo con Mara Mundi nel dire che “Molto si potrebbe ancora fare per recuperare alla memoria comune quest’uomo che tanto si è prodigato non soltanto per la Sicilia ma per la pensabilità di una realtà partecipata e veramente democratica. Il pensiero e l’azione di Dolci muovono dal desiderio di trasformazione, dall’attivazione individuale e collettiva verso questa direzione. C’è dunque una coincidenza esatta, una sovrapponibilità tra il suo approccio nonviolento e la pedagogia tout court,che ha ragione di essere soltanto se è capace di sognare, di traguardare il presente, di immaginare ciò che ancora non è ma potrebbe essere, disegnando progetti e percorsi per realizzare scenari futuri più sostenibili per ciascuno e per tutti”.

Completa il libro un’ottima bibliografia ragionata. Un’unica piccola critica costruttiva all’editore, autore di una confezione un po’ leggera di un libro che merita di restare a lungo nelle nostre librerie.

dicembre 4, 2015

Un libro necessario

ciecamE’ uscita la seconda edizione di Ciecam, il mio amico immortale di Betty Cirocco.

Siamo felici alla Multimage di essere giunti alla seconda edizione di questo libro che racconta una di quelle storie che sembra non si debbano raccontare.

Ricopio qui sotto la mia postfazione al libro, nella speranza che aiuti a diffonderlo.

Un libro necessario

Quando Monia mi ha telefonato per capire se la Multimage potesse essere interessata a pubblicare questo libro mi sono messo, abbastanza in automatico, in “modalità Direttore Editoriale” e ho spiegato quello che spiego di solito, quando qualcuno mi chiede qualcosa del genere. E’ un discorso sperimentato, teso a creare una atmosfera di lavoro d’insieme e ad allontanare l’immagine stereotipata “l’editore da una parte (in cima a un piedistallo) e l’autore dall’altra (in fondo al burrone…)”. In questo lavoro io sono il facilitatore di una nuova relazione.

 

Ma già in quella telefonata in mezzo alla strada c’era qualcosa che non andava, c’era qualcosa di più; poteva essere che Checco è un mio amico (vogliate notare il tempo presente), che da poco un altro amico straordinario, Ruggero, ci ha lasciato o che sono 20 anni esatti che papà mio e Laura Rodriguez sono morti. Poteva essere, ma non era abbastanza.

 

Così l’editore ha letto il testo, venendo in treno a curare la mamma malata (anche io ho una vocazione da badante, anche se con Checco non mi è riuscito). Devo dire che ho letto tutto di getto e che ho alcune cose da dire: non è vero che Eracle non sa scrivere prefazioni; non è nemmeno vero che la Betty non sa scrivere: scrive con la forza della testimonianza, con la necessità di un sogno, scrive cose tagliate con l’accetta, quando è l’accetta che va usata per parlare. Mi colpisce in particolare la spudoratezza nel raccontare quegli ultimi cruciali giorni.

 

Nella mia mente si è fatta strada la necessità: lo dice la Betty nel libro, lo diceva Laura nelle sue ultime interviste: dobbiamo parlare della morte, dobbiamo condividere questo momento tanto rimosso dal nostro pragmatico mondo presente. Affinché la Morte ci trovi vivi e la Vita non ci trovi morti recitava il muro della Sapienza occupata nel 1977. La nuova Vita sboccerà pienamente quando avremo rimosso l’ostacolo della censura della Soglia.

 

Per cui sono contento che pubblichiamo questo libro necessario e lo pubblichiamo senza la pompa delle esperienze straordinarie. Pubblichiamo l’esperienza nella sua disarmante semplicità e nel suo profondo registro di verità.

 

Per coloro a cui capiterà nelle mani per caso (qualora questo fosse possibile) vorrei tornare a svolgere il mio ruolo di facilitatore (di editore) segnalando che le cerimonie di cui si parla (Assistenza, Benessere, Offizio) sono tratte dal Messaggio di Silo testo liberamente scaricabile da http://www.silo.net e pubblicato su carta dalla Macro Edizioni e dalla Multimage. In quel libro si dice anche:

 

non immaginare che con la tua morte si perpetui in eterno la solitudine

 

 

maggio 20, 2015

Uscito il mio libro di pedagogia

Se dovessi fare dei calcoli direi che il libro  in lavorazione da 4 anni e che il mio hard disk è pieno di versioni del medesimo.

Anche dopo averne scritto, apposta, l’epilogo ci ho messo un po’ a farlo uscire.

A volte sono un po’ perfezionista.

Se ne vuoi sapere qualcosa di più segui questo link

CopertinaI grandi non capiscono

gennaio 24, 2015

Uscito il primo “Libro di Pressenza” in italiano

Uscito il primo “Libro di Pressenza” in italiano
(Foto di Multimage)

Multimage è lieta di annunciare l’uscita del libro di Olivier Turquet

“Interviste per cambiare il mondo”

Il libro esce in formato elettronico (epub) inaugurando la collana “I Libri di Pressenza”. Il libro è acquistabile qui:
https://www.bookrepublic.it/book/9788899050177-interviste-per-cambiare-il-mondo/

Questa la quarta di copertina:

Olivier Turquet raccoglie in un solo volume le sue migliori interviste realizzate nel corso di una lunga carriera di “giornalista militante”; da due preziose interviste al fondatore del Movimento Umanista, a un’intervista a sé stesso nei panni di un Indiano Metropolitano; persone di numerosi mondi (cultura, politica, arte, giornalismo,cinema) a cui chiedere come cambiare il mondo. Un libro di Pressenza, l’agenzia internazionale per la Pace, la Nonviolenza,
l’Umanesimo, la Nondiscriminazione.

novembre 7, 2014

Una comunità educativa

Capitolo del libro di prossima uscita “I grandi non capiscono mai niente da soli. Per una educazione umanista e nonviolenta”.

 

Per realizzare un progetto pedagogico abbiamo bisogno di una comunità educativa con determinate caratteristiche.

Questo è tanto ovvio quanto passa inosservato. Esistono ambiti mentali, ancor prima che fisici, che agiscono in noi e che ci orientano in un modo; esistono forme, strutture, istituzioni che sono coerenti e conseguenti a questa forma mentale; questa forma mentale che è la visione dell’essere umano, la visione dei piccoli, la visione di che cosa significa educare, andare a scuola, vivere.

Tutto questo ci viene dato di contrabbando, raramente viene esplicitato. Magari lo esplicita qualche dotto pedagogista in un libro che leggono (e dimenticano) i suoi studenti e nessun altro.

Mi è capitato di parlare con una giovane supplente che mi diceva “ma tutto quello che dicevano all’Università dov’è qui a scuola?”.

Dobbiamo fondare una nuova comunità pedagogica.

Dobbiamo dargli codici nuovi (una specie di DNA), sperimentare e vedere cosa succede. Dobbiamo piantare un seme, proteggerlo dall’inverno, incoraggiarne i primi virgulti, innaffiarlo d’estate. Dobbiamo volergli molto bene. Non dobbiamo avere paura. Dobbiamo saper riconoscere ciò che ci condiziona, dobbiamo conoscere ciò che profondamente ci muove, ciò che ci dà forza.

Una nuova comunità pedagogica può partire da un piccolo gruppo di persone e può arrivare molto lontano. In ogni caso qualcuno deve cominciare e, se ci guardiamo in giro, ci accorgiamo che qualcuno ha già cominciato. “Che mille fiori crescano…”.

Se vogliamo cominciare è già un grande passo. Cosa dovremmo fare in concreto?

 

  • Definire la comunità
  • Dargli codici
  • Dargli gli strumenti
  • Renderla operativa

 

Non stiamo parlando di passi necessariamente successivi. Vediamoli in dettaglio

 

Definire la comunità

 

Le persone che vogliono si definiscono come parte della comunità; semplicemente esprimono il desiderio di farne parte. Potrebbero fare una Cerimonia di Protezioneche includa la comunità stessa, non solo i piccoli. Ci proteggiamo mutuamente, tutti. Non ci sono vincoli “naturali”, non è necessario e meno che mai obbligatorio che ci siano tutti e due i genitori del tal bambino, che ci siano per forza insegnanti o chiunque; questa comunità terrà conto dei vincoli “naturali” esistenti ma sarà una comunità intenzionale cioè qualcosa che trascende la naturalità delle relazioni. Chi non vuole farne parte ed ha relazioni importanti con chi ne fa parte verrà trattato con la dovuta cura, così come tratteremmo chiunque come vogliamo essere trattati. Non cadiamo nei meccanismi di esclusione. E’ una comunità di pari, è una comunità basata sull’idea di compartecipazione. E’ una comunità che riconosce il diritto all’ozio e che si avvale del contributo volontario di ognuno. Se la comunità decide di pagare qualcuno di interno vedrà come risolvere le questioni economiche cercando che influiscano il meno possibile. Se la comunità decide di fornire servizi ad esterni della comunità decide su come farlo e in che modi.

 

Dargli codici

 

Partiamo da un altro paradigma educativo, da un altro spazio mentale. Questo non è dato né è scontato. Dobbiamo studiare, confrontare, vedere nella pratica, sperimentare. Dobbiamo essere, sicuramente: compartecipati, centrati sull’essere umano, coltivatori della diversità, appassionati della nonviolenza. Ma questi sono ancora principi generali e dobbiamo precisarli.

Ma se siamo per la diversità come faremo a metterci d’accordo? Per consenso e per approssimazione. Il consenso prevede che si faccia tutto quello su cui siamo tutti d’accordo. Il resto non si fa. E se non siamo d’accordo vuol dire che abbiamo bisogno di tempo per trovarci d’accordo e quel tempo sarà tempo molto ben utilizzato.

 

Dargli strumenti

 

Siamo attrezzati male. Siamo pieni di timori, autoritarismi, fanatismi, stereotipi ecc. ecc. Abbiamo bisogno di strumenti.

Uno strumento è il lavoro con sé stessi fatto insieme ad altri, con le tecniche che riteniamo più opportune. Un altro è lo strumento di decisione, da scegliere includendo tutti (inclusi i piccoli) e vedendo come fare: c’è una grande resistenza dei grandi a pensare che i piccoli possano decidere e non è un tema facile da risolvere ma se Summerhill si è autogestita per anni con tutti che votavano una volta a settimana non sembra che sia impossibile. Si può pensare a un percorso che giunga a certi passi e certi obiettivi. Si può pensare al consenso unanime, alla non opposizione come strumenti per prendere decisioni.

 

Renderla operativa

 

Questa comunità dovrà costituirsi ed agire nel mondo. Perché alla fine è solo l’esperienza che può dire come stiamo andando, che c’è da correggere, se stiamo influenzando in modo crescente il mondo che ci circonda o se stiamo facendo l’”isola felice” separata dal mondo. La comunità potrà mettere in moto cose molto diverse: un tipo di scuola, un tipo di insegnanti, corsi specifici, comunità di “recupero”, laboratori ecc. ecc. Potrebbe semplicemente appoggiare le attività di una scuola pubblica o di una classe “convenzionale”.Definire il cosa fare e quando è una cosa molto importante; al tempo stesso può essere importante ampliare o restringere in determinati momenti del processo.

Sarà anche necessario stabilire dei momenti e degli strumenti di verifica per poter sapere se gli obiettivi tangibili ed intangibili del progetto si stanno raggiungendo, a che punto sono, che difficoltà sono state incontrate.