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agosto 19, 2016

Introduzione al Documento del Movimento Umanista

documentodelmovimentoumanista

Mia introduzione all’edizione elettronica del Documento del Movimento Umanista, edito da Multimage, acquistabile su Bookrepublic.

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Il Documento del Movimento Umanista è estratto dalla Sesta Lettera ai Miei Amici del libro di Silo Lettere ai miei amici. Sulla crisi personale e sociale di questo momento storico.

La sesta lettera è datata 5 aprile 1993 ed è praticamente costituita interamente dal Documento.

Queste Lettere venivano effettivamente inviate da Silo ai suoi amici, cioè diffuse tramite vari mezzi (tra cui internet che si stava popolarizzando in quegli anni) dai membri del Movimento Umanista che lui aveva fondato vari anni prima.

Il Documento costituisce senz’altro una svolta nella storia del Movimento Umanista dato che pone gli elementi fondanti di quello che Silo stesso chiamerà, più tardi, l’Umanesimo Universalista.

Al tempo stesso il Documento si inserisce nell’elenco delle produzioni di varia natura che, nel corso del XX secolo, scandiscono i segni della rinascita ideologica dell’Umanesimo: gli Humanist Manifesto I e II, la conferenza di Sartre L’esistenzialismo è un umanesimo, la Lettera sull’umanesimo di Heidegger, la Costituzione di stampo umanista dello Zambia, i documenti della Perestroika.

L’inizio del nuovo millennio non sembra aver relegato il Documento nel passato ma anzi, rileggendolo, vi troviamo idee e proposte che appaiono come necessità di cambiamento sempre più impellenti.

dicembre 2, 2014

Un buon momento per potenziare l’Economia Mista: intervista a Guillermo Sullings

Pubblicato su Pressenza il 28.10.2014

Un buon momento per potenziare l’Economia Mista: intervista a Guillermo Sullings
(Foto di Pressenza)

 Il libro di Guillermo Sullings “Oltre il capitalismo: economia mista” è stato appena pubblicato in italiano e l’autore ha in programma un giro di presentazioni in Italia nel mese di novembre. Una buona occasione per parlare con lui dei temi del libro e non solo….

Guillermo, questo libro esce in italiano vari anni dopo la sua pubblicazione originale in spagnolo.  Qual è la tua sensazione al riguardo con il passare del tempo?

La prima edizione in spagnolo risale a metà del 2000, casualmente un momento di transizione verso un cambiamento di millennio, che ha poi portato con sé molti eventi di destabilizzazione a livello mondiale. Visto in retrospettiva, oggi potrei dire che durante gli ultimi anni non solo i temi trattati sono ancora molto attuali, ma che hanno anche assunto maggiore rilevanza e visibilità per le società e sono stati analizzati da numerosi specialisti. Se prescindiamo da alcuni riferimenti e dati legati all’epoca e al luogo in cui è stato scritto il libro, che ovviamente sono andati cambiando con il passare del tempo, i temi principali sono ancora attuali e le sfide rispetto a ciò che bisogna  trasformare nell’economia sono ogni giorno più urgenti.

Credo che in questi anni in molti paesi le società abbiano iniziato a comprendere che il capitalismo selvaggio neoliberista ci sta portando al disastro. In altri paesi, che già avevano abbandonato l’opzione neoliberista, si stanno evidenziando i limiti delle politiche economiche meramente progressiste. Per questo mi pare che sia un buon momento per potenziare di nuovo con forza i temi principali dell’Economia Mista.

Potresti sintetizzare questi temi?

Per dare un maggiore contesto al lettore non specialista, nel libro vengono analizzati i differenti sistemi economici esistenti e si trattano temi fondamentali come il concetto di proprietà, il lavoro,  il consumo, gli investimenti, le finanze, le politiche fiscali, i prezzi e altri argomenti rilevanti per qualsiasi analisi economica. Se però vogliamo riferirci alle proposte centrali io direi che queste sono il concetto di uno Stato Coordinatore, quello di una banca statale senza interessi, la partecipazione dei lavoratori ai guadagni e alla proprietà delle imprese, la riformulazione integrale della politica fiscale e un nuovo paradigma di crescita e consumo.  Non è facile sintetizzare tutti questi temi, ma cercherò di ampliare un poco i concetti.

Quando parliamo di uno Stato Coordinatore cerchiamo di spiegare che sono fallite sia l’opzione socialista di uno Stato che centralizza il controllo di tutta l’economia, sia la visione liberista di uno Stato passivo che lascia i mercati liberi di agire. Davanti a questa polarizzazione ideologica e all’abisso esistente tra la microeconomia e la macroeconomia, è necessaria un’integrazione sinergica tra il pubblico e il privato, sviluppando strumenti di politica economica mista che aiutino a coordinare la realizzazione di obiettivi sostenibili di investimento e consumo. Per questo c’è bisogno di uno Stato basato su una Democrazia Reale, non su di una dittatura e neanche su una democrazia formale al servizio dei potenti.

Quando parliamo di una banca statale senza interessi, stiamo parlando di adottare il concetto che il denaro è un bene pubblico e che come per gli spazi pubblici, la sua circolazione non può essere monopolizzata e manipolata dagli speculatori. Dunque bisogna dirlo chiaro e tondo: la gestione delle finanze va trasferirsi alla Banca Pubblica, mentre si va diluendo e smantellando il potere della Banca Privata.

Rispetto alla partecipazione dei lavoratori ai guadagni e alla proprietà delle imprese, non stiamo parlando di espropriazioni o cose del genere. Stiamo parlando di un nuovo concetto riguardo alla retribuzione dei lavoratori, che non si limiti solo a un salario, ma che accompagni l’evoluzione dei profitti imprenditoriali in una proporzione ragionevole. Nella misura  in cui reinvestono questi profitti in capitale di lavoro, i lavoratori diventano proprietari nella stessa proporzione, con la corrispondente incidenza nelle decisioni da prendere.

In quanto alla riformulazione delle politiche fiscali, parliamo della necessità di garantire che si possa investire in campi importanti come la sanità, l’istruzione, le infrastrutture e altri in cui lo Stato non può essere assente, o che può delegare al settore privato. Parliamo però anche della possibilità che lo Stato finanzi progetti produttivi che tendano allo sviluppo sostenibile e al pieno impiego. Spieghiamo inoltre che è necessario forzare attraverso la politica fiscale il reinvestimento produttivo dei profitti dell’impresa, impedendo che alimentino la speculazione e l’usura della banca privata.

Riguardo a un nuovo paradigma di crescita e consumo, parliamo di invertire l’attuale tendenza del consumismo irrazionale, basata sull’idea di una crescita illimitata. Si sa che se si volesse estendere a tutti gli abitanti del mondo il modello attuale di consumo dei paesi più sviluppati, sarebbero necessari oltre cinque pianeti. Questa tendenza dunque ci porta necessariamente al collasso ecologico e sociale.

Il tuo è un libro per “non specialisti”, eppure il tema economico sembra ancora riservato agli “specialisti”; il tuo libro potrebbe servire a restituire l’economia al cittadino comune?

Io cerco sempre di spiegare le cose perché le capiscano tutti e credo che sia possibile farlo, almeno quando si parla di politiche economiche. Se però vogliamo toccare temi più tecnici, abbiamo bisogno di un linguaggio più specializzato e anche di altri specialisti in grado di spiegarci le complessità intrinseche di alcune operazioni finanziarie o dei cicli produttivi. Tutto questo però non è indispensabile per comprendere i temi generali e la direzione che le cose dovrebbero prendere. E quando qualche economista pretende di spiegarci con complesse formule matematiche che è impossibile risolvere la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, o prescindere dalla speculazione finanziaria ….. mm, questo mi puzza. Può avere tutti i titoli accademici del mondo, ma sappiamo già per chi lavora e questo lo scredita.

Ma soprattutto credo che sia necessario parlare in modo semplice perché le nostre proposte non sono destinate agli  economisti e ai politici complici del potere finanziario internazionale; possono anche capirci, infatti, ma non muoveranno un dito per cambiare le cose. Chi ci deve comprendere è la gente comune, sono quelli colpiti dal sistema, perché vedano che c’è una luce alla fine del tunnel.

Già prima del tuo libro gli umanisti hanno realizzato studi sulla validità di forme di economia mista nella società attuale: come si sta sviluppando questo tema? C’è qualche progresso?

C’è molta gente che si è messa ad approfondire alcuni aspetti dell’economia in totale sintonia con le proposte enunciate nel libro. Molte sono imprese cooperative o con partecipazione dei lavoratori. I risultati sono diversi, giacché l’amministrazione di una’impresa richiede un cambiamento culturale perché le trasformazioni funzionino. Non capire questo può causare trasformazioni inefficienti.

Ci sono comunque esperienze interessanti. Per definizione l’Economia Mista richiede la partecipazione dello Stato, cosicché ciò che si può fare come espressione della volontà di persone isolate è molto interessante, ma limitato. Direi però che in vari paesi alcuni governi progressisti  (non perché abbiano letto il mio libro, ma forse per una sintonia storica), hanno fatto passi avanti alla ricerca di questa integrazione tra pubblico e privato. I risultati sono stati diversi e incompleti,  giacché non si sono trasformate le strutture di base del sistema, ma prima o poi un governo deciso a cambiare l’economia a favore del suo popolo si troverà nella necessità di orientarsi verso un’Economia Mista.

Nella tua attività sociale hai sviluppato iniziative di economia di base; puoi raccontarci quelle che consideri più significative?

In realtà sono state esperienze molto di base, realizzate in Argentina all’inizio dello scorso decennio, in mezzo a una grande crisi con alti indici di disoccupazione. Abbiamo qualificato gruppi  di disoccupati perché potessero trovare un’attività lavorativa e portarla avanti in forma cooperativa. Si trattava di seminari per imprenditori, in cui dedicavamo gran parte del tempo a  trovare l’attività possibile per ogni gruppo,  scartando false credenze o progetti poco realistici, fino ad arrivare a ciò che era realmente fattibile. In una seconda tappa, li formavano riguardo all’amministrazione di base di un’impresa e in una terza seguivamo ciò che veniva messo in moto. I risultati sono stati diversi, ma tutti abbiamo imparato molto da questa esperienza.

Pare di vedere un movimento internazionale e convergente di studio e di azione per costruire una nuova economia al servizio dell’essere umano: quali sono a tuo parere le correnti e le proposte più interessanti e affini all’Umanesimo Universalista?

Mi pare che dobbiamo distinguere ciò che potremmo definire una nuova sensibilità, direzioni convergenti e visioni più progressiste della realtà dalle vere e proprie proposte di trasformazione. Nel primo caso credo che negli ultimi anni sia cresciuta una visione critica del neoliberismo; c’è molta convergenza nella diagnosi della situazione, nell’indicazione delle responsabilità delle democrazie formali e della banca privata e nella descrizione generale della società in cui ci piacerebbe vivere.

In questo senso credo ci sia stata innanzittutto in vari paesi dell’America Latina, come reazione al saccheggio  provocato dalle politiche neoliberiste degli anni Novanta, una corrente di governi progressisti che hanno cercato delle alternative. Al di là dei loro successi ed errori, questo dimostra che le popolazioni vogliono vivere in un altro modo. Poi, soprattutto a partire dalla crisi mondiale scoppiata nel 2008, sono emersi in diversi paesi movimenti sociali guidati dai giovani, che hanno messo in discussione il sistema economico e politico e che corrispondono quindi a uno sguardo e una sensibilità convergente con quelli dell’Umanesimo Universalista.

Per quanto riguarda gli economisti, i critici del neoliberismo oggi non si trovano solo tra quelli di sinistra; all’interno del cuore stesso del sistema, accademici di prestigio come Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Jeffrey Sachs, Thomas Piketty  e altri criticano in profondità temi centrali come  il funzionamento del settore finanziario e la distribuzione dei redditi. Autori come Serge Latouche e Manfred Max Neef mettono in discussione anche gli aspetti di sostenibilità della crescita, inserendo la questione ecologica nella visione economica. E da molti anni Muhammad Yunus sta dimostrando nei fatti che un altro tipo di banca è possibile.

Credo pertanto che sempre più gente concordi con la necessità di cambiare il sistema economico, ma bisogna avanzare ancora molto perché questa vocazione di cambiamento riesca a trasformare il mondo. A livello di studiosi, ci sono molte analisi e diagnosi, ma quando si arriva alle proposte concrete spesso si naufraga nel riformismo, alcune volte si pecca di ingenuità e altre ci si limita ad enunciare delle aspirazioni. Riguardo ai movimenti sociali, la sfida sarà senz’altro applicare il loro  potenziale nel campo delle trasformazioni politiche, se davvero si vuole passare dalla protesta alla presa di decisioni.

Molti sostengono che l’economia mondiale stia per crollare. Sei d’accordo con questa affermazione? Quali potrebbero essere i segnali di questo crollo?

In realtà stiamo già vivendo la prima parte di questo crollo; l’impatto della crisi finanziaria del 2008 si sente ancora e in vari paesi ancora non si sa come si uscirà dalla recessione e dalla disoccupazione. Non ci dimentichiamo che questa crisi, generata dallo scoppio di una gigantesca bolla speculativa, ha avuto dei precedenti in varie bolle esplose negli ultimi vent’anni. Insomma la tendenza a esplosioni ogni volta più gravi e frequenti è evidente. Se analizziamo alcune delle variabili più importanti di questa economia globale, possiamo osservare varie tendenze più o meno vicine al loro punto di saturazione e pertanto inclini a provocare dei crolli. Alcune sono  causate dalla speculazione finanziaria; la crescente concentrazione della ricchezza nelle sue mani ha  come contrapartita il crescente e ormai insostenibile livello di indebitamento di paesi, imprese e persone.

Un’altra tendenza ha a che vedere con l’iniqua distribuzione della ricchezza nel mondo; questa favorisce la concentrazione del capitale finanziario speculativo e inoltre genera conflitti e violenza sociale che possono a loro volta arrivare a livelli esplosivi. Un’altra tendenza è costituita dai límiti della crescita con l’attuale modello di consumismo, che sta già causando disastri ambientali  irreversibili. Esso provocherà inoltre la scarsità di risorse vitali e l’aumento dei prezzi delle materie prime e degli alimenti, accellerando  il dilagare della povertà più assoluta.

Dunque vari segnali dell’imminenza del crollo sono già evidenti, ma i tempi dei processi non sono tanto facili da prevedere. A loro volta i processi non sono lineari e la parola crollo potrebbe assumere diversi significati. Per esempio l’aumento dei conflitti bellici, la possibilità di un ritorno alla guerra fredda, gli interventi degli Stati Uniti e della Nato e la crescita del terrorismo, sebbene non siano variabili che si possono spiegare solo con ragioni economiche, influiscono però molto e lo faranno sempre di più man mano che le risorse strategiche scarseggeranno.

I segnali possono venire quindi da molte parti e di fatto stanno già apparendo. Neanche il processo in cui potrebbe sfociare il crollo del sistema è lineare: potrebbe succedere che in una situazione simile l’umanità ci ripensi e metta in moto un cambiamento verso un mondo migliore, ma potrebbero anche rafforzarsi la xenofobia, il fascismo e tutti i tipi di violenza.  Dunque è meglio lavorare per il cambiamento prima che il crollo ci divori tutti.

Con i suoi governi “progressisti” l’America Latina è all’avanguardia di un processo di trasformazione economica? Possiamo sperare che da questo lato del pianeta arrivino segnali positivi?

Sarebbe alquanto pretenzioso affermare che l’America Latina sia l‘avanguardia di un processo di trasformazione economica, perché come dicevo prima i processi non sono lineari, né quelli che possono portare a un crollo dell’economia, né tanto meno quelli che potrebbero condurci a una trasformazione che preceda questo crollo, o ne attenui gli effetti. Credo che forse per l’impatto delle politiche neoliberiste degli anni Novanta su economie molto più deboli di quelle europee, la sofferenza della popolazione abbia accellerato la ricerca di alternative elettorali e l’arrivo al potere di governi più progressisti. Questo ha migliorato sensibilmente la situazione della gente, però bisogna dire che se non si trasformano le strutture fondamentali del sistema, si corre il rischio di un ristagno e poi una retrocessione; speriamo che non vada così e che si possa continuare ad avanzare.

Nel caso dell’Europa, forse il neoliberismo ha sedotto più a lungo le popolazioni, però le reazioni sociali sorte con l’esplosione della crisi mostrano che la gente non dorme e questo è interessante. Bisognerà vedere, come dicevo prima, se i movimenti sociali di rifiuto del sistema riusciranno a trasformare la politica per cambiare il sistema. In Europa c’è una difficoltà in più: finché si manterrà l’Eurozona, le trasformazioni dovranno riguardare tutto il continente. Questa difficoltà però potrebbe anche essere un buon motivo per formare un movimento sociale regionale che lavori per obiettivi comuni. Se questo dovesse accadere, forse i cambiamenti in Europa potrebbero essere più veloci più che in America Latina; nel frattempo non perdiamo d’occhio le altre parti del mondo, perché importanti manifestazioni anti-sistema possono apparire all’improvviso dove meno ce le aspettiamo.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

 

dicembre 14, 2013

Un grande saluto: 20 anni fa Silo concludeva le sue “lettere ai miei amici”

Pubblicato su Pressenza il 14 dicembre 2013

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Il 15 dicembre del 1993, venti anni fa, Silo scriveva ed inviava la sua decima “lettera ai miei amici” concludendo quella forma epistolare di analizzare il mondo e la vita che ha caratterizzato la sua opera in quegli anni, dal 1991 al ’93, appunto. “Ricevete, con questa ultima lettera, un grande saluto”.

Io ero nell’elenco di quegli amici, anche se l’effettiva vicinanza ed amicizia con lui, come si intende di solito l’amicizia, è arrivata sicuramente più tardi. Trepidanti attendevamo le sue lettere, sparsi nelle varie latitudini del mondo, cercando di cogliere ed applicare quelle analisi e quei suggerimenti, legati, come al solito, alla relazione tra personale e sociale, tra mondo interno e mondo esterno.

Eppure nemmeno il sottotitolo aggiunto, l’anno successivo, alle prime edizioni su carta del libro che raccoglie le 10 lettere “sulla crisi personale e sociale” riuscì  a chiarire, all’epoca, quello che forse adesso è fin troppo chiaro: l’incontrovertibile relazione tra l’azione individuale e quella sociale, la rigorosa struttura coscienza-mondo che sta alla base dell’analisi siloista del mondo.

Analisi ancora poco conosciuta; a chi legge quel libro ora forse alcune analisi risulteranno evidenti ma così non era, all’epoca, nemmeno per noi seguaci del Movimento Umanista: eppure più e più volte ho avuto, nella mia vita personale, la sensazione netta di ritrovarmi nelle situazioni di destrutturazione, di crisi, di perdita di riferimenti che le lettere descrivono così bene.

Ed ora, nel vedere gli indignati fare assemblee in piazza e in genere i giovani cercare nuove sintonie e nuove forme, mi è difficile non ricordare quando dice, nella Prima Lettera “Stanno anche sorgendo nuovi criteri d’azione perché molti problemi vengono compresi nella loro globalità  e perché coloro che desiderano un mondo migliore cominciano ad avvertire che otterranno dei risultati solo se dirigeranno i propri sforzi all’ambiente sul quale esercitano una certa influenza. A differenza di altre epoche piene di frasi vuote con cui si cercava il  riconoscimento degli altri, oggi si comincia a valorizzare il lavoro umile e sentito, attraverso il quale  non si pretende di esaltare la propria figura ma di cambiare se stessi e di facilitare il cambiamento del proprio ambiente familiare, lavorativo o  relazionale. Quanti amano realmente la gente non disprezzano questo compito senza fanfare, che risulta invece incomprensibile a tutti gli opportunisti formatisi nel vecchio paesaggio dei leader e delle masse, paesaggio in cui hanno imparato a utilizzare gli altri per essere catapultati verso i vertici sociali. Quando qualcuno si rende conto che l’individualismo schizofrenico non ha alcuna via d’uscita e comunica apertamente a quanti conosce ciò che pensa e ciò che fa senza il ridicolo timore di non essere capito; quando si avvicina agli altri; quando si interessa di ciascuno e non di una massa anonima; quando promuove lo scambio di idee e la realizzazione di lavori d’insieme; quando mostra chiaramente la necessità di moltiplicare gli sforzi per ridare connessione ad un tessuto sociale distrutto da altri; quando sente che anche la persona più “insignificante” è per qualità umana superiore a qualsiasi individuo senz’anima posto al vertice della congiuntura epocale… Quando succede tutto questo, è perché all’interno di quella persona inizia di nuovo a parlare il Destino che ha spinto i popoli a muoversi nel cammino dell’evoluzione; il Destino tante volte distorto e tante volte dimenticato, ma sempre ritrovato nelle svolte della storia! E non si intravede solo una nuova sensibilità e un nuovo modo di agire, ma anche un nuovo atteggiamento morale ed una nuova disposizione tattica nei confronti della vita”.

Ma, sicuramente, un punto che mi colpì in modo particolare era nella quarta lettera quando dà una definizione molto originale ed esistenzialista dell’Essere Umano:

“Quando mi osservo, non da un punto di vista fisiologico ma da un punto di vista esistenziale, riconosco di trovarmi in un mondo già dato, da me né costruito né scelto,  di trovarmi in-situazione nei confronti di fenomeni che, a partire dal mio proprio corpo, mi risultano ineludibili. Il corpo, poi, come elemento costitutivo della mia esistenza è un fenomeno omogeneo al mondo naturale sul quale agisce e dal quale è “agito”. Ma la naturalità del corpo mi si presenta  molto diversa da quella  di tutti gli altri fenomeni naturali; infatti: 1.  del corpo ho un vissuto diretto, immediato; 2. attraverso il corpo ho un vissuto dei fenomeni esterni;  3. grazie alla mia intenzione, ho una disponibilità immediata di alcune delle operazioni che il corpo è in grado di compiere.”

 ”Il mondo, d’altra parte,  mi si presenta non tanto come un agglomerato di oggetti naturali bensì come un’articolazione di esseri umani e di oggetti e segni da essi prodotti o modificati. L’intenzione che avverto in me mi appare come un elemento interpretativo fondamentale del comportamento degli altri; e proprio come costituisco il mondo sociale comprendendone le intenzioni, così da esso sono costituito. Ovviamente stiamo parlando di intenzioni che si manifestano attraverso azioni corporee. È’ grazie alle espressioni corporee o alla percezione della situazione in cui l’altro si trova  che posso comprenderne i significati, le intenzioni. Inoltre, gli oggetti naturali e quelli umani mi producono o piacere o dolore;  per questo cerco sempre di modificare la mia collocazione rispetto ad essi, nel senso che cerco di allontanarmi da ciò che mi risulta doloroso e di avvicinarmi a ciò che mi risulta piacevole.”

“Pertanto non sono affatto chiuso al mondo naturale ed umano: anzi, la mia caratteristica fondamentale è precisamente l’”apertura”. La mia coscienza si è configurata su una base intersoggettiva: usa codici di ragionamento, modelli emotivi, schemi di azione che sento come “miei” ma che riconosco anche in altri. E, ovviamente, il mio corpo è aperto al mondo in quanto il mondo io lo percepisco e su di esso agisco. Il mondo naturale, a differenza dell’umano, mi appare privo di intenzioni. Posso – è ovvio – immaginare che le pietre, le piante o le stelle possiedano un’intenzione, ma in ogni caso, un effettivo dialogo con esse mi risulta impossibile. Anche gli animali, nei quali a volte scorgo la scintilla dell’intelligenza, mi appaiono impenetrabili, soggetti a trasformazioni lente e sempre all’interno di quella che è la loro natura. Vedo società di insetti totalmente strutturate e mammiferi superiori che usano rudimenti tecnici, ma tutti ripetono i loro codici come se fossero sempre i primi rappresentanti delle loro rispettive specie. E nelle virtù dei vegetali e degli animali modificati ed addomesticati dall’uomo, riconosco l’intenzione umana ed il suo avanzare nell’opera di umanizzazione del mondo.”

“Definire l’uomo sulla base della socialità mi risulta insoddisfacente in quanto questo aspetto è comune a numerose specie animali; né la sua caratteristica fondamentale può essere trovata nella capacità  lavorativa perché esistono  animali che possiedono questa capacità ad un livello molto superiore; né a definire l’essenza umana  basta il linguaggio, perché sappiamo che in varie specie animali esistono codici e forme di comunicazione. In cambio, nel fatto che ogni nuovo essere umano trova un mondo modificato da altri e viene costituito da un mondo sempre intenzionato, scopro la capacità più propriamente umana di accumulare ed incorporare la dimensione temporale; scopro cioè  la dimensione storico-sociale e  non semplicemente sociale dell’essere umano. Date queste premesse, tenterò una definizione. Questa: “L’uomo è un essere storico che trasforma la propria natura attraverso l’attività sociale.” Ma se ammetto come valida questa definizione, dovrò ammettere che l’essere umano può trasformare intenzionalmente anche la propria struttura fisica. Ma questo sta già accadendo. L’uomo ha iniziato tale processo utilizzando  “protesi” esterne, cioè degli strumenti posti davanti al suo corpo, che gli hanno permesso di  ampliare le funzioni delle mani, di affinare i sensi, di aumentare la potenza e la qualità del suo lavoro. Dal punto di vista naturale, l’uomo non era adatto alla vita nell’acqua o nell’aria, ciò nonostante è stato capace di creare le condizioni per muoversi in esse ed oggi sta addirittura iniziando a dar forma concreta ad una possibilità estrema, quella di  emigrare dal proprio ambiente naturale, il pianeta Terra. Oggi, inoltre, l’uomo  sta intervenendo sul suo stesso corpo sostituendone gli organi, modificando la chimica cerebrale, sviluppando la fecondazione in vitro, manipolando i geni. Se con l’idea di “natura” umana si è voluto indicare ciò che c’è di stabile nell’essere umano, tale idea oggi risulta inadeguata, anche se la si applica alla parte più oggettuale dell’essere umano stesso, vale a dire il corpo. Per quando riguarda poi la validità di espressioni quali “morale naturale”, “diritto naturale”, o “istituzioni naturali”, riteniamo che in questi campi tutto sia storico-sociale e nulla vi esista “naturalmente”.”

 

Infine ci sarebbe da citare per intero la sesta lettera che configura il Documento del Movimento Umanista e dove si definisce con grande chiarezza il ruolo del denaro, della speculazione finanziaria, dell’indebitamento con una capacità di prevedere cose che ora sono diventate evidenti; come evidente è diventata l’espropriazione della politica.

“L’umanità, nel suo lento progresso, ha bisogno di trasformare la natura e la società eliminando gli atti di appropriazione violenta e animalesca che alcuni esseri umani esercitano nei confronti di altri. Quando questo accadrà, si passerà dalla preistoria ad una storia pienamente umana. Fino a quel momento, non si potrà partire da nessun altro valore centrale che non sia l’essere umano completo, con le sue realizzazioni e la sua libertà.  Per questo gli umanisti dichiarano: “Niente al di sopra dell’essere umano e nessun essere umano al di sotto di un altro”. Ponendo Dio, lo Stato, il Denaro o una qualunque altra entità come valore centrale, si colloca l’essere umano in una posizione subordinata, e si creano così le condizioni perché possa essere  controllato o sacrificato. Gli umanisti hanno ben chiaro questo punto. Gli umanisti possono essere sia atei che credenti, ma non partono dalla fede per dare fondamento alle loro azioni e alla loro visione del mondo: partono dall’essere umano e dai suoi bisogni più immediati. E, se nella lotta per un mondo migliore, credono di scoprire un’inten­zione che muove la Storia in una direzione di progresso, mettono una tale fede o una tale scoperta al servizio dell’essere umano. Gli umanisti pongono il problema di base che è questo: sapere se si vuole vivere e in che condizioni si vuole farlo.”

“Qualsiasi forma di violenza – fisica, economica, razziale, religiosa, sessuale, ideologica – attraverso cui il progresso umano è stato bloccato, ripugna agli umanisti. Qualsiasi forma di discriminazione – manifesta o larvata – costituisce per gli umanisti un motivo di denuncia.”

“Gli umanisti non sono violenti, ma soprattutto non sono codardi e non hanno paura di affrontare la violenza perché sanno che le loro azioni hanno un senso. Gli umanisti collegano sempre la loro vita personale con quella sociale. Non propongono false antinomie e in ciò risiede la loro coerenza.”

“Risulta così tracciata la linea di demarcazione tra l’Umanesimo e l’Anti-umanesimo. L’umanesimo pone al primo posto il lavoro rispetto al grande capitale; la  Democrazia reale rispetto alla Democrazia formale; il decentramento rispetto al centralismo; la non-discriminazione rispetto alla discriminazione;  la libertà rispetto all’oppressione; il senso della vita rispetto alla rassegnazione, alla complicità e all’assurdo.”

E, sulla situazione economica e l’irrazionalismo avanzante sembrano parole di oggi quelle che trascrivo qui sotto:

“Il grande capitale ha ormai superato lo stadio dell’economia di mercato e cerca di disciplinare la società per far fronte al caos che esso stesso ha generato. A contrastare questa situazione di irrazionalità non si levano – come imporrebbe una visione  dialettica – le voci della ragione; sorgono, invece, i più oscuri razzismi, integralismi e fanatismi. E se il neo-irrazionalismo prenderà il sopravvento in intere regioni e collettività, il margine d’azione delle forze progressiste finirà per ridursi sempre di più. D’altra parte, però, milioni di lavoratori hanno ormai preso coscienza sia dell’assurdità del centralismo statale che della falsità della democrazia capitalista. E’ per questo che gli operai si ribellano contro i vertici corrotti dei sindacati, e che interi popoli mettono in discussione i loro partiti ed i loro governi. Ma è necessario dare orientamento a fenomeni come questi che tendono ad esaurirsi in uno sterile spontaneismo. E’ necessario discutere in seno al popolo il tema fondamentale dei fattori della produzione.”

“Per gli umanisti i fattori della produzione sono il lavoro ed il capitale, mentre la speculazione e l’usura sono di troppo. Nell’attuale situazione gli umanisti lottano per trasformare radicalmente l’assurdo rapporto che si è instaurato tra questi due fattori. Fino ad oggi è stata imposta questa regola: il profitto al capitale ed il salario al lavoratore. E lo squilibrio tra le due remunerazioni è stato giustificato con l’argomento del “rischio” che l’investimento comporta. Come se il lavoratore non mettesse a rischio il suo presente e il suo futuro nei flussi e riflussi della disoccupazione e della crisi. Ma c’è un altro elemento in gioco, ed è il potere di decisione e di gestione dell’azienda. Il profitto non destinato ad essere reinvestito nell’azienda, non diretto alla sua espansione o diversificazione, prende la via della speculazione finanziaria. E la stessa via della speculazione finanziaria la prende il profitto che non crea nuovi posti di lavoro.”

E, sempre dal Documento, mi risuonano con forza queste parole:

“Gli umanisti sono donne ed uomini di questo secolo, di quest’epoca. Ritrovano nell’Umanesimo storico le proprie radici e si ispirano agli apporti di diverse culture e non solo di quelle che in questo momento occupano una posizione centrale. Sono inoltre uomini e donne che si lasciano alle spalle questo secolo e questo millennio e che si lanciano verso un mondo nuovo.”

“Gli umanisti sentono che la  storia che hanno alla spalle è molto lunga e che quella   futura lo sarà  ancora di più. Pensano all’avvenire mentre lottano per superare la crisi generale del presente. Sono ottimisti, credono nella libertà e nel progresso sociale.”

“Gli umanisti sono internazionalisti, aspirano ad una nazione umana universale. Hanno una visione globale del mondo in cui vivono ma  svolgono la loro attività negli ambiti a loro più vicini. Non desidera­no un mondo uniforme bensì multiforme: multiforme per etnie, lingue e costumi; multiforme per paesi,  regioni, località; multiforme per idee e aspirazioni; multiforme per credenze, dove abbiano posto l’ateismo e la religiosità; multiforme nel lavoro; multiforme nella creatività.”

“Gli umanisti non vogliono padroni; non vogliono dirigenti né capi, e non si sentono rappresentanti o capi di alcuno. Gli umanisti  non vogliono uno Stato centralizzato né uno Stato parallelo che lo sostituisca. Gli umanisti non vogliono eserciti polizieschi né bande armate che ne prendano il posto.”

“Ma tra le aspirazioni degli umanisti e la realtà del mondo d’oggi si è alzato un muro. E’ ormai giunto il momento di abbattere questo muro. Per farlo è necessaria l’unione di tutti gli umanisti del mondo.”

Le “lettere ai Miei Amici” sono liberamente scaricabili su http://www.silo.net e sono pubblicate in Italia dall’Associazione Multimage

marzo 25, 2013

Di cosa vale la pena parlare

Scritto su Pressenza  il 06 marzo 2013

corpi pace

Corpi Civili di Pace

Ho il piacere di fare il “giornalista dilettante” da circa 40 anni. Qui a Pressenza siamo tutti volontari, non ci paga nessuno, nemmeno il Movimento Umanista a cui molti di noi appartengono (peraltro forse il movimento più povero del mondo). Peggio, una volta all’anno facciamo una colletta tra di noi per pagarci il server e le piccole spese di un’agenzia on-line.
Dico questo perché questa condizione mi mette in una particolare situazione: poter dire quel che mi pare senza altro legame che quello con la mia coscienza.

In questi giorni, quaggiù in Italia, stiamo assistendo a un interessante fenomeno: la caccia giornalistica al grillino.

Oltre a fare il giornalista per diletto, ho fatto anche varie volte l’ufficio stampa, sempre per diletto, di qualche candidato o di qualche manifestazione umanista. Ricordo alcune cose risibili: quando gli umanisti riunirono al Palasport di Firenze 5.000 persone provenienti da ogni angolo della terra per il Primo Congresso dell’Internazionale Umanista, uscì solo  un articolo di 6 centimetri quadrati; sul medesimo giornale ci fu, il giorno prima, un’intera pagina dedicata al concerto tenuto sempre a Firenze da una cantante per bambini . Quando l’équipe base della Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza è passata insieme a migliaia di persone per le vie di Firenze non c’era nemmeno una telecamera del telegiornale regionale.

Quando i signori giornalisti ritengono che tu non sia una notizia tu non sei una notizia.

Questo procedimento non ha colore: non fai parte della banda “Potere & Soldi” quindi non sei una notizia. Umanisti, grillini, Cavalieri del Nulla.
Nello specifico quest’anatema ha colpito anche i grillini i quali, sfortunatamente per i nostri amici giornalisti, hanno preso più voti di quelli che “dovevano prendere” e quindi sono diventati, gioco forza, una notizia ineludibile.
Quando non si può ignorare qualcuno c’è la seconda soluzione: degradare. Così stiamo assistendo alla vivisezione dei blog di Beppe Grillo e soci alla ricerca di qualcosa di non politicamente corretto e alla spasmodica ricerca di onesti commentatori di ogni parte che commentino qualunque cosa per mettere in cattiva luce il grillino di turno. Che peraltro spesso incappa in dichiarazioni discutibili.
Ovviamente nella speranza che, prima o poi, i poveretti tornino o a fare quello che fanno gli altri (gravissimo provare a fare qualcosa di diverso) o perdano, grazie alla campagna di denigrazione, un po’ di consensi.

Questo modo di fare rattrista molto chi, come me, crede nel giornalismo e nella sua possibilità di raccontare la realtà da un punto di vista. Noi facciamo giornalismo umanista. Il nostro valore e la nostra preoccupazione centrale sono l’essere umano, concreto, sofferente.
Oggi, per esempio, dal nostro particolare punto di vista, la notizia più importante e quella della partenza dal nostro mondo del Presidente Hugo Chavez, che tanto ha fatto affinché i suoi concittadini (e non solo loro) potessero vivere in condizioni sociali, economiche, sanitarie migliori. Quel Chavez che alcuni giornalisti si ostinano a descrivere come un dittatore, quando ha vinto numerose elezioni e referendum che le istituzioni internazionali hanno certificato come perfettamente democratici, ha resistito a un colpo di stato, non ha mai represso né messo in galera alcun oppositore. Aspettiamo che i nostri amici sudamericani ci mandino articoli più circostanziati per spiegarlo ed onorarlo di fronte al pubblico europeo, orfano di una sezione esteri decente sui principali media europei.

Nei giorni scorsi, invece, ci aspettavamo che ci si occupasse della conferenza di Oslo sul nucleare, notizia coperta solo da noi e da PeaceLink (fa fede Google News, controllate). Ma come spiegato prima, mancavano alcuni dei protagonisti dell’escalation nucleare, quelli importanti. E se, per volontà o per caso, qualcuno lancia la bomba…
Il nostro giornalismo è un giornalismo di informazione e formazione e cerca di cogliere ciò che viene occultato: i tremendi problemi legati alla proliferazione degli armamenti, la povertà in aumento nel mondo, la truffa neoliberista che cerca di accalappiare paesi poveri e ricchi sotto il giogo della speculazione finanziaria, la terribile discriminazione che subiscono le persone per essere nate in un certo posto, con un certo colore di pelle, un certo sesso, una certa religione. Al tempo stesso cerchiamo di dare peso a tutti coloro che si sforzano di cambiare questo mondo verso valori che promuoviamo: la nonviolenza, la convergenza delle diversità, le nuove soluzioni economiche, ecologiche, educative, il progresso tecnologico a favore della salute di tutti ed un lungo eccetera.
In questo senso la nostra direttrice, Pia Figueroa, ha mandato delle domande a Beppe Grillo e al suo movimento; domande non cretine, ma sui temi che ci interessano: il disarmo, la nonviolenza, cosa pensa dell’essere umano, della discriminazione, ecc… Gliele ha mandate dal suo blog, riempiendo il form come qualunque altro cittadino, senza cercare scorciatoie ed amici compiacenti.
Ci auguriamo che ci risponda. Nel frattempo ci sforziamo di parlare di quello che sentiamo coerente e necessario parlare: si accettano suggerimenti.