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dicembre 10, 2016

Perché facciamo quest’agenzia stampa

Pubblicato su Pressenza il 12.11.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese, Tedesco

Perché facciamo quest’agenzia stampa

 

Ci sono dei momenti, molto differenti tra loro (incontri pubblici, momentri di sconforto, lettori impertinenti, ecc.) in cui ci chiedono e ci chiediamo perché facciamo quest’agenzia stampa internazionale.

Perché facciamo Pressenza. Beh, facile, c’è scritto in un link sul sito, basta digitare http://www.pressenza.com/informazioni è perfino in sette lingue.

Pressenza è un’agenzia internazionale, tematica, su pace, nonviolenza, diritti umani, non discriminazione, umanesimo e simili. E’ un’agenzia fatta interamente da volontari, si autofinanzia, cerca di arrivare alle notizie in modo diretto o con una rete di media, grandi o piccoli che sono partners di quest’impresa titanica: raccontare il mondo da un altro punto di vista.

Va bene questa risposta, ma stiamo cercando qualcosa di più profondo.

Perché un’agenzia sulla pace, la nonviolenza, i diritti umani, la non discriminazione, la spiritualità in questo mondo così incomprensibile, violento, materialista, in-sensato?

Cos’è questa roba da ingenui idealisti quando tutti sono corruttibili, tutti hanno un prezzo, tutti si macchiano dei peggiori crimini, magari nascondendosi sotto una foglia di fico di buone intenzioni?

Perché mai impegnarsi e per chi, se nessuno vale la pena, se tutti sono uguali a tutti?

Arriviamo a un punto, molto conosciuto dall’Umanità, in cui tutto è privo di senso. “Mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita…”.

E’ a partire da qui che possiamo cercare la risposta profonda alla domanda.

E la risposta, oggi, è: “perché sì!!”.

Perché è possibile, in un atto libero, affermare la massima ribellione all’apparente destino e dichiarare: “c’è ancora un futuro, e come esso sarà dipende da ciò che ne faremo!!”.

Esiste una forza interiore che risiede in ogni essere umano e che lo chiama verso il futuro: verso il futuro desiderato, verso il futuro immaginato, verso un futuro degno dell’Essere Umano.

Non crediamo nella nefasta profezia dell’autodistruzione, non crediamo nella catastrofe: al di là di tanti errori che l’Essere Umano ha compiuto siamo certo che l’Umanità riuscirà a superare questo grande momento di crisi, che è una crisi di crescita, come tutte le crisi.

Ed è il futuro che guida le azioni, è la forza del progetto, la forza dellUtopia.

Pressenza duchiara che non è indifferente l’azione nel mondo e vuole evidenziare quei pezzi del Nuovo Mondo che già agiscono nel momento attuale, essere uno spazio dove le persone possano riflettere e scambiare opinioni, una palestra di diversità di punti di vista in grado di dialogare, una cronaca delle critiche e degli smascheramenti di questo sistema violento, un ambito di sperimentazione di un vero lavoro in équipe, circolare, partecipativo, affettuoso.

In questi pochi anni di esistenza Pressenza è stata ed è una realtà in crescita, una piccola luce che annuncia i tempi che arriveranno. Una luce necessaria, impertinente, gioiosa, un Davide di fronte all’insolente Golia. Grazie a tutti coloro che l’hanno costruita, dimostrando una volta di più che nessuno può ipotecare o comprare il Futuro.

NdA: questo articolo sarà la prefazione del primo libro di Pressenza in italiano.

agosto 20, 2016

Arrivederci, Tony

Pubblicato su Pressenza il 16.08.2016

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Arrivederci, Tony
(Foto di Tony Henderson)

Ho conosciuto, dal vivo, Tony Henderson in un ascensore. Era l’ascensore di un hotel dove si svolgeva la Riunione Semestrale del Movimento Umanista: non chiedetemi dove, dopo un po’ gli hotel si assomigliano tutti, mentre le città variano. Nessuno dei due riusciva a capire a che piano doveva andare e, ovviamente, dovevamo andare tutti e due allo stesso. In più Tony era, ed è rimasto fino alla fine, uno dei rari umanisti che non parlano spagnolo, lingua quasi “ufficiale” per un movimento le cui origini sono ben radicate in America Latina. Invece io sono uno di quei figli degli anni ’70 che si è rifiutato di imparare l’inglese.

Questo per dire che il primo incontro con Tony fu a gesti, sorrisi  e ironia, quella sottile ironia che emanava sempre, abbastanza anglosassone.

Risolto il problema dell’ascensore abbiamo scoperto di essere quel Tony e quell’Olivier che si scrivevano email da due capi del mondo, due tra i pochi umanisti che all’epoca avevano una email e la usavano. Credo che Tony avesse un record: la prima newsletter umanista su internet, il bollettino dell’Associazione Umanista di Hong Kong.

Non ho più visto Tony da quell’incontro surreale nell’ascensore fino a due anni fa, alla riunione di Pressenza i cui saluti, a Berlino, sono raffigurati nella foto che vedete qui sopra. Un’autentica foto di famiglia. Lui non c’è, è l’autore della foto. Non l’ho più visto ma la nostra relazione è continuata, a partire da quella difficoltà linguistica che è diventata esplorazione di nuove forme di comunicazione. Credo di aver anche imparato un po’ di inglese grazie alla voglia di scambiare opinioni con lui.

Dovevamo vederci di nuovo in Germania, due mesi fa, ma all’ultimo il primo sintomo della partenza è arrivato, e un medico gli aveva vietato di prendere l’aereo.

Quando ha cominciato a girare la notizia ho pensato a lui, in quel turbinio di pensieri che arrivano quando muore una persona cara; quel rinnovato tentativo di comprendere l’assurdo della morte, quello stato che ti ricorda del destino comune, nel forno ci incontreremo, canta un famoso tango.

Mi sono disteso nel materassino della mia tenda da campeggio, mi sono rilassato e ho fatto una Esperienza di Forza, cercando la connessione con lui. E’ stato facile, è “arrivato” subito.  Era lì, e di lui risuonavano in me le sue virtù: militante, generoso, simpatico, tenace; le sue virtù risuonavano con le mie, con quello che pur a migliaia di chilometri di distanza sempre abbiamo condiviso, la voglia di un mondo migliore, l’orrore per l’ingiustizia, la passione per il raccontare il mondo che chiamiamo giornalismo, l’impulso di diffondere una buona novella affinché gli altri, se vogliono, la facciano propria.

Alla fine di questa breve ed intensa esperienza ho sentito necessario salutarlo, arrivederci Tony, in qualche modo che non ho chiaro ci reincontreremo, in qualche forma che non riesco a immaginare, anche se mi sa che la luce avrà qualcosa a che fare.

dicembre 30, 2014

Noi che non siamo ascoltati

Pubblicato su Pressenza il 30.12.2014

Noi che non siamo ascoltati
(Foto di Archivio Pressenza)

Un anno intenso per noi di Pressenza si conclude in queste ore; un anno di grandi cambiamenti, crescite, apprendimenti.

E, come ogni fine di anno, approfittiamo della tradizione per analizzare, riflettere, progettare.

Mi sono cascati gli occhi su un discorso di Silo che non solo ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo quando, 10 anni fa, fu pronunciato ma che abbiamo recentemente ripubblicato in formato elettronico con la Multimage.

Mi è venuto da rileggerlo pensando al prossimo ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan, ma anche riflettendo in questi giorni di vacanze sulle mie relazioni con mio figlio, o sulle incomprensibili tragedie che popolano le pagine dei giornali (papà uccide figli e moglie e si suicida) senza che qualcuno vada più in là del cliché dell’improvvisa follia o del disagio sociale.

Noi che siamo da anni inascoltati da anni predichiamo una visione più integrale del mondo; un’attenzione a ciascuno nella sua particolarità; una cura della nostra Madre Terra come albergo blu che ci porta nello spazio; una valorizzazione della diversità; l’affermazione del diritto di ogni essere umano a viaggiare, vivere e lavorare dove e come vuole, col solo limite di non nuocere ad altri; la profonda convinzione che con la guerra e con ogni altra forma di violenza non si risolve alcun problema.

A Pressenza lo facciamo cercando di dare conto di ogni critica e di ogni proposta che vada in quel senso, nel senso dell’umanizzazione, della coscientizzazione, della nonviolenza. In questo ringraziamo tutti coloro che, in piccolo o in grande, tutti i giorni o anche una volta ogni tanto collaborano a quest’opera interamente volontaria, disinteressata,utopica, generosa.

Così per la chiusura e la riflessione su questo anno e su quello che verrà vorrei proporvi di leggere un pezzo di quel discorso che citavo prima che suona sia come riflessione che come annuncio, come speranza di un mondo migliore che tutti attendiamo con urgenza.

“Bisogna fare qualcosa”, si sente dire da ogni parte. Ebbene, io dirò cosa si deve fare, ma non servirà a niente dirlo perché nessuno lo ascolterà.

Io dico che, a livello internazionale, tutti quelli che stanno invadendo territori dovrebbero ritirarsi immediatamente e rispettare le risoluzioni e le raccomandazioni delle Nazioni Unite.

Dico che, a livello interno, nelle singole nazioni si dovrebbe lavorare per far funzionare la legge e la giustizia per quanto imperfette siano, prima di inasprire leggi e misure repressive che finiranno nelle mani di quegli stessi che ostacolano la legge e la giustizia.

Dico che a livello familiare la gente dovrebbe fare ciò che predica, uscendo dalla retorica ipocrita che avvelena le nuove generazioni.

Dico che a livello personale ognuno dovrebbe sforzarsi di far coincidere ciò che pensa con ciò che sente e con ciò che fa, dando forma a una vita coerente e sfuggendo alla contraddizione che genera violenza.

Ma niente di quello che dico sarà ascoltato. Tuttavia gli stessi avvenimenti faranno sì che gli invasori si ritirino; che i duri siano ripudiati dalle popolazioni, che esigeranno il semplice rispetto della legge; che i figli rimproverino ai genitori la loro ipocrisia; che ognuno rimproveri se stesso per la contraddizione che genera in sé e in coloro che lo circondano.

Siamo alla fine di un oscuro periodo storico e ormai nulla sarà come prima. Poco a poco comincerà a scorgersi il chiarore dell’alba di un nuovo giorno; le culture cominceranno a capirsi, i popoli sperimenteranno un’ansia crescente di progresso per tutti, comprendendo che il progresso di pochi finisce per essere il progresso di nessuno. Sì, ci sarà pace e per necessità si comprenderà che comincia a profilarsi una nazione umana universale.