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dicembre 31, 2012

Una comunità educativa: nonviolenta, reciproca, umana

Intervista che mi è stata fatta dal Centro Studi Umanisti “Salvatore Puledda”  su Pressenza  il 27 dicembre 2012

OlivierTurquet-SimposioAttigliano

Olivier Turquet ha partecipato con una relazione intitolata “Elementi per una pedagogia della Nuova Civiltà” al Simposio “Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà” svoltosi al Parco di Studi e Riflessione di Attigliano dal 2 al 4 Novembre 2012. Insegnante, si occupa di educazione fin da ragazzo; è fondatore del Centro Studi Umanisti “Ti con zero” della Toscana.

Nella Nuova Civiltà, tema centrale di questo 3° Simposio Mondiale , chi dovrebbe educare? E perchè?

Una delle proposte che faccio è la costituzione di una comunità educativa; sempre più spesso assistiamo a conflitti tra i vari attori dell’educazione: insegnanti, genitori, alunni; conflitti dove ognuno cerca di mettersi sopra l’altro. L’idea è quella di una comunità intenzionale, non naturale, che si costituisce con lo scopo di autoeducarsi. Una comunità che scelga i suoi elementi fondanti, che sia ambito di aiuto, di studio, di discussione per la soluzione dei problemi.

Perché? Per uscire da una visione naturalistica e primitiva dell’educazione e dell’essere che si pretende di educare. Uno dei punti centrali, secondo me, è appunto definire con esattezza chi é questo essere umano che vorremmo educare. Al non farlo si passano di contrabbando concezioni e pratiche che mortificano l’essere umano. Perché l’educazione dovrebbe essere elemento fondante di una nuova società nonviolenta, reciproca, veramente umana.

Su quali punti è fondamentale che cambi direzione rispetto ai vecchi e ancora attuali sistemi educativi? per dare origine a cosa?

Un punto è l’autoritarismo che, in educazione, si esprime con la pretesa dei grandi di aver potere assoluto sui piccoli. “I grandi non capiscono mai niente da soli” si intitola provocatoriamente il libro che sto provando a pubblicare: dobbiamo imparare l’autoeducazione e l’imparare insegnando ad altri. Magari l’autoritarismo è diventato più sottile, più raffinato ma non riescie, alla fine, a nascondere la sua maschera di disprezzo per gli altri. Poi serve molto lavoro degli “educatori” su se stessi: tecniche di autoliberazione come strumenti in mano a insegnanti e genitori per poter affrontare le situazioni educative con attrezzi e punti di vista nuovi.  Nessuno insegna agli educatori ad essere tali; nesuno li sosptene psicologicamente in questa difficile arte. Infine un aspetto vecchio ma sempre attuale e che vale per tutte le relazioni tra le persone: dobbiamo imparare a trattare gli altri come vorremmo essere trattati; è una storia un po’ vecchia che i saggi  ci ricordano da migliaia di anni ma credo che sia sempre di estrema attualità.

Cosa ti è piaciuto di questo Simposio?

Un grande senso di convergenza tra le persone; sia quelle che stavano da una parte o dall’altra del microfono del relatore. E una sensazione che gli elementi di questa Nuova Civiltà stanno in gestazione nell’anima collettiva che include ognuno di noi.

ntervista a cura di Elena Fumagalli

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novembre 23, 2012

Elementi per una Pedagogia della Nuova Civiltà

 

Intervento di Olivier Turquet al Simposio “Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà” il 3 Novembre 2012.

il video:

Un po’ di storia

 

La scienza della Pedagogia si fonda a cavallo tra il XIX e il XX secolo, non del tutto casualmente con la nascita delle prime scuole nazionali, poi diventate pubbliche, poi diventate obbligatorie e di tutti. Non entreremo in questo aspetto ma dobbiamo notare che esso influenza significativamente lo sviluppo della pedagogia.

 

Nel XX secolo la pedagogia si sviluppa con vigore sia nelle sue applicazioni alla scuola pubblica sia in una serie di esperimenti “privati” di interesse variabile. La pedagogia che potremmo definire “progressista” produce, in ambedue gli ambiti, interessati proposte e risultati; al tempo stesso, verso la fine del millennio si nota, su tutti i fronti, una certa decadenza pratica e teorica, in concomitanza con lo sviluppo delle tecnologie educative cosiddette “moderne”.

 

Infine è proprio nei primi anni di questo secolo che è possibile rintracciare, da parte soprattutto dei giovani, un nuovo interesse per l’educazione e per l’elaborazione di tecniche coerenti con l’obiettivo di un nuovo sviluppo umano.

 

E’ necessaria l’educazione?

 

Sgombriamo il campo da un equivoco: alcune correnti naturaliste hanno finito per pensare che l’educazione e la scuola siano attività inutili se non dannose: “i bambini imparano da soli, basta lasciarli stare”; queste affermazioni sono facilmente contestabili e, soprattutto, non risolvono il problema; ovviamente non confondiamo queste ingenuità con la critica rigorosa di Illic all’indottrinamento scolastico in Descolarizzare la Società; nemmeno parliamo degli sforzi delle Scuole Democratiche di comprendere, discutere e rinnovare l’organizzazione del lavoro. Però sarà bene chiarire, come si capirà facilmente quando parleremo della visione dell’Essere Umano, che una “forma educativa” è necessaria e che il tema interessante è comprendere come questa forma educativa si debba strutturare.

 

Un nuovo paradigma

 

Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma per una Nuova Civiltà. Sarà opportuno, in primo luogo, rivisitare tutte le idee, le tecniche, le pratiche che abbondantemente ha sfornato la Pedagogia del XX secolo per trovarvi cosa ci sia di riscattabile per costruire nuovi paradigmi; in secondo luogo sarà interessante individuare gli elementi fondanti di una nuova pedagogia.

 

Alcune vecchie idee

 

Certamente l’idea di una psicologia dell’età evolutiva può ispirarci: Piaget, per primo, rompe con l’idea naturalista di un essere piccolo che diventa meccanicamente grande, fondando l’idea dell’età evolutiva di cui tentò di stabilire delle tappe, degli indicatori che permettessero di considerare raggiunti certi traguardi psicomotori.

 

Sono molte le scuole che criticano l’ottocentesca scuola del nozionismo e ritengono che l’apprendimento parta dall’esperienza, dal fare concreto con le cose e tra le cose; assolutamente complementare a questa è la concezione che imparare sia un modo attivo di relazione col sapere: si impara agendo sulle cose e sbagliando.

 

In un contesto più sociale dobbiamo ricordare la critica anche radicale alla scuola come elemento di trasmissione dello status quo, critica che va dal già citato Illic, ai movimenti studenteschi di tutte le generazioni e luoghi. Ma la necessità di questa critica non sembra aver perso attualità. Allo stesso tempo non vorremmo dimenticare la valenza sociale dell’educazione pubblica né la concezione di Freire dell’educazione come pratica della libertà e dell’alfabetizzazione come strumento di liberazione degli oppressi.

 

L’idea olistica e libertaria di processi di apprendimento basati sull’autoregolazione e sull’autorganizzazione, l’attenzione agli ambiti tangibili ed intangibili, la pratica delle scuole democratiche, l’idea di una educazione permanente, l’immensa mole di tecniche specifiche di pedagogia attiva sviluppatesi nelle varie discipline sono tutti elementi riscattabili ed aggiornabili per la pedagogia che vogliamo costituire. In questo campo l’immensa esperienza delle scuole Waldorf di ispirazione steineriana è preziosa.

 

Infine vorremmo segnalare il contributo specifico e la grande casistica che deriva, nel campo pedagogico, dal metodo dell’Equivalenza di Pat Patfoort: Patfoort affronta il problema dell’origine della violenza e propone un metodo alternativo e una chiave di lettura delle situazioni estremamente chiara: la violenza deriva dal fatto che, in una situazione di differenza, qualcuno prende una posizione predominante su qualcun altro; il metodo dell’equivalenza fornisce strumenti pratici per evitare questa situazione Maggiore/minore.

 

Una questione centrale: la definizione dell’Essere Umano

 

Entriamo qui in una questione abbastanza spinosa. La Pedagogia, nel pretendere di costituirsi come scienza, dovrebbe, come minimo, definire il suo oggetto di studio e i suoi obiettivi: ovverosia dovrebbe dire chi vuol educare e perché. Con dovute eccezioni, finora, la maggior parte degli studiosi hanno omesso di rispondere alla domanda o, meglio, non se la sono posta; e nemmeno si sono degnati di dire cose tipo “sono d’accordo con la concezione dell’essere umano del professor Tal de Tali”.

Qual è l’oggetto di studio, di quale essere stiamo parlando? Perché sembra evidente che se dobbiamo interagire con qualcuno, se lo dobbiamo educare, dovremmo avere in anticipo un’idea su questo essere, sulle sue caratteristiche, sulle sue potenzialità e i suoi eventuali limiti.

Questa definizione manca, così come manca nella società; o, più esattamente, questa definizione sta lì di contrabbando, sottintesa, quasi come scontata, ovvia.

Allora, per cominciare a smascherare qualche trucco, vediamo alcune concezioni che frullano nella testa, anche se nessun le dichiara mai esplicitamente.

 

La più antica visione dell’essere umano è quella che lo considera come un essere biologico, dotato di caratteristiche genetiche abbastanza immodificabili e di uno spazio vuoto nella testa da riempire per lo più con utili informazioni; il bambino non è altro che un piccolo adulto, una tabula rasa da riempire con contenuti prefissati; da qui deriva il nozionismo scolastico nel quale l’educazione si misura un tanto al chilo; molta informazione e nessuna formazione; per di più sulla base di una visione che tiene poco o nessun conto della situazione sociale in cui quell’essere vive. In sintesi: la visione più passiva e determinista dell’essere umano.

 

Una concezione, o meglio due facce della stessa, è il binomio animale razionale/macchina biologica. A rigore non si tratta della stessa cosa ma per quello che ci interessa a noi queste concezioni possono unirsi in una sola, nell’idea che la coscienza sia comunque passiva nei confronti del mondo, anche quando questa passività venga giustificata con argomenti e ricerche più o meno complesse.

La concezione biologica produce, ad esempio, tutta una quantità di studi sui fattori genetici che prestabilirebbero le cose più disparate: l’allegria, l’omosessualità, le più varie capacità d’apprendimento ecc. ecc.

Il razionalismo condiziona soprattutto la scuola come scuola degli apprendimenti e (più tardi) delle abilità: bisogna imparare molti dati e, casomai, imparare a metterli in relazione.

L’animale razionale è superiore agli altri animali essenzialmente per la sua capacita a costruire cose; l’animale razionale risolve problemi e relaziona dati ma non si emoziona e quindi la sua scuola non tiene molto conto del suo cuore e del suo corpo ma solo della parte più intelligente della sua mente. Su questa visione dell’intelligenza senza cuore ci sarebbe parecchio da discutere.

 

Così appare indispensabile una nuova definizione dell’essere umano che ne ampli le capacità evolutive; personalmente una definizione convincente l’ho trovata nell’opera di Silo, quando dice:

 

Quando mi osservo, non da un punto di vista fisiologico ma da un punto di vista esistenziale, riconosco di trovarmi in un mondo già dato, da me né costruito né scelto, di trovarmi in-situazione nei confronti di fenomeni che, a partire dal mio proprio corpo, mi risultano ineludibili…..

 

Il mondo, d’altra parte, mi si presenta non tanto come un agglomerato di oggetti naturali bensì come un’articolazione di esseri umani e di oggetti e segni da essi prodotti o modificati. L’intenzione che avverto in me mi appare come un elemento interpretativo fondamentale del comportamento degli altri; e proprio come costituisco il mondo sociale comprendendone le intenzioni, così da esso sono costituito.

 

Pertanto non sono affatto chiuso al mondo naturale ed umano: anzi, la mia caratteristica fondamentale è precisamente l’“apertura”. La mia coscienza si è configurata su una base intersoggettiva: usa codici di ragionamento, modelli emotivi, schemi di azione che sento come “miei” ma che riconosco anche in altri. E, ovviamente, il mio corpo è aperto al mondo in quanto il mondo io lo percepisco e su di esso agisco.

 

Definire l’uomo sulla base della socialità mi risulta insoddisfacente in quanto questo aspetto è comune a numerose specie animali; né la sua caratteristica fondamentale può essere trovata nella capacità lavorativa perché esistono animali che possiedono questa capacità ad un livello molto superiore; né a definire l’essenza umana basta il linguaggio, perché sappiamo che in varie specie animali esistono codici e forme di comunicazione. In cambio, nel fatto che ogni nuovo essere umano trova un mondo modificato da altri e viene costituito da un mondo sempre dotato di intenzioni, scopro la capacità più propriamente umana di accumulare ed incorporare la dimensione temporale; scopro cioè la dimensione storico-sociale e non semplicemente sociale dell’essere umano. Date queste premesse, tenterò una definizione. Questa:L’uomo è un essere storico che trasforma la propria natura attraverso l’attività sociale.1.

 

Detto in un altro modo: fin dalla nascita esiste una struttura che possiamo chiamare coscienza-mondo nella quale la coscienza (intesa come il coordinatore dello psichismo umano) struttura il mondo ed è strutturata dal mondo stesso (intendendo per mondo l’insieme degli stimoli che giungono alla coscienza). E, se prendiamo in considerazione questa visione, le attività dedicate allo sviluppo umano prenderanno un’altra qualità ed un altro spessore.

Se accetto e pratico l’idea di un essere che, istante dopo istante, trasforma la propria natura devo mettere una speciale attenzione a questo cambiamento invece di chiudere l’essere nella trappola del carattere di cui parlavamo prima. Dovrò mettere particolare attenzione agli ambiti e alla forme, invece di mandarlo in scuole grigie, quadrate, senza stimoli.

Con questo passo, la definizione di che essere umano intendo educare, ho fissato un punto di vista, a partire dal quale cercherò di avanzare nell’analisi di alcuni fattori e nella ricerca di alcune risposte. Questo di fissare un punto di vista è un elemento importante dello studio e della conseguente pratica. L’animale razionale corrisponderà a un certo tipo di insegnamento, di risultati e di aspettative, la tabula rasa ad un altro e così via. Proviamo a guardare un bambino ed a spostare il punto di vista e vedremo di essere in presenza di bambini molto differenti, così come differenti saranno le nostre relazioni con loro.

E se stiamo guardando un essere che costruisce il mondo, quella meraviglia vivente dovrebbe ispirare le nostre migliori intenzioni.

 

Alcuni nuovi elementi

 

Da questa visone del’essere umano derivano elementi applicabili alla costruzione di una Nuova Pedagogia.

 

Un elemento è quello degli ambiti di apprendimento. La classica suddivisione tra scuola e famiglia deve essere superata. E se il sistema attuale propone la parcellizzazione delle agenzie educative credo che si debba invece pensare a una comunità educativa dove, nel rispetto delle differenze si converga in un ambito affettivo e pratico condiviso, dove ogni soggetto, bambino incluso, abbia lo stesso peso. Questa comunità deve assomigliare ad un popolo psichico che si fa carico della educazione dei piccoli così come della propria autoeducazione.

 

Corollario di questa comunità educativa è la necessità, per chiunque lavori in ambito educativo con qualsiasi ruolo, di lavorare in modo costante e rigoroso con un metodo di autoconoscimento con l’obiettivo di migliorare se stessi e risolvere il maggior numero di conflitti accumulati; per far questo tutte le tecniche di sviluppo personale elaborate dall’Umanesimo e dalla Nonviolenza sono della massima importanza.

 

Un’altra implicazione importante della definizione dell’essere umano è quella che esso è un progetto incompleto, un essere che impara senza limiti, anche al di là dei suoi limiti apparenti. Un’idea simile a quella dell’educazione permanente ma con più volo e maggiori prospettive.

 

Altri elementi di questa pedagogia sono il fatto di basarsi sempre sul positivo: su cosa ha fatto bene chi sta imparando, proprio per l’attenzione cruciale al clima emotivo che colora il trasfondo educativo: si impara in un ambiente piacevole dove la propria intenzione viene rafforzata e gratificata nello sforzo di raggiungere nuovi obiettivi.

 

Assolutamente correlato a questo è l’attenzione alle forme educative: il cerchio di condivisione, il lavoro di gruppo, l’idea dell’autocorrezione, il gioco, l’esperimento, il problema aperto, la personalizzazione dell’insegnamento e così via.

 

Siamo in condizione di elaborare un paradigma educativo. Uno schema pratico interessante lo danno Rebeca Bize e Mario Aguilar nel loro libro Pedagogia de la diversidad2 giocando con il tema dei contrasti:

 

QUELLO CHE C’E’ QUELLO CHE VOGLIAMO
Educatore ed educando passivi Educatore e studente attivi
Istruzione Costruzione di conoscenza
Visione ingenua della realtà Visione attiva e trasformatrice della realtà
Verità assoluta Visione pluralista della realtà
Ripetizione e “adattamento” sociale Costruzione sociale e “adattamento crescente”
Insegnare, memorizzare, imporre Abilitare (capacità, nuova visione)
Sottomissione, obbedienza Rispetto per la soggettività, personalizzazione
Abbagliamento” senza critica nè giudizio Attenta pratica sul proprio sguardo
Pensiero disgregato Pensiero coerente
Educazione della separazione, razionalismo puro Contatto emotivo con se stessi e con altri. Governo del proprio corpo
Competenza Solidarietà, collaborazione, contatto emotivo con altri, responsabilità sociale
Svalutazione di se stessi e degli altri. Bassa autostima Rispetto e valorizzazione di se stesso e degli altri
Uniformità Diversità
Conservazione Trasformazione

 

In questa direzione abbiamo tracciato gli elementi di una Pedagogia della intenzionalità la cui finalità è la creazione di ambiti di reciprocità e di autocostruzione dell’Essere Umano. E’ una pedagogia della nonviolenza, del riconoscimento della diversità personale, dell’integralità, della condivisione.

 

Vorrei concludere con una riflessione: nel mio lavoro di ricerca e di sperimentazione che porto avanti da anni mi sono imbattuto in una quantità di spunti interessanti forniti dalle correnti di pensiero più disparate; eppure, al di là delle tecniche, delle critiche, delle scoperte, più in là o più in qua di tutto il logos, il discorso che costruiamo sull’educare, a me, nella pratica di tutti i giorni, risuona la semplicissima ed essenziale regola d’oro che i saggi hanno enunciato da tantissimi anni: tratta gli altri come vorresti essere trattato.

E mi sono convinto, esplorandone le infinite implicazioni, che forse tutto sta in questo semplice principio e il resto è di contorno.

 

Contatti: olivier.turquet@gmail.com

1 Silo, Lettere ai miei amici in Opere Complete Vol.I, Multimage, Torino 2000; la nerettatura finale è mia

2 R. Bize – M. Aguilar, Pedagogia de la diversidad, Virtual, Santiago del Cile, 2004.

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novembre 8, 2012

Una società senza vendetta

VenanzioRaspa

Venanzio Raspa

“Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà”: Venanzio Raspa, Professore di Filosofia Teoretica presso l’Università di Urbino partecipa alla tavola rotonda “Una società senza vendetta”.

Professore le pare opportuno il titolo di questo Simposio e perché?

Trovo molto interessante che ci si ponga l’obbiettivo di sviluppare un nuovo umanesimo. È un compito arduo, perché è difficile avere molta stima per gli uomini, se si considera cosa sono capaci di fare ai loro simili, agli altri animali e alla natura nel suo complesso. Quanto all’idea di una società senza vendetta, bisogna capire dove si cela la vendetta e, inoltre, il ruolo che essa ha svolto e svolge nella costruzione della realtà sociale. Nella tradizione occidentale si trova una condanna pressoché unanime della vendetta quale reazione passionale privata, da parte di un individuo o un gruppo di individui, a un torto subito nei confronti di chi tale torto ha perpetrato, al fine di fargli del male. Tuttavia, spesso la vendetta è intesa, da chi la esercita, come giustizia. E ciò è sintomatico del fatto che, se si ha come obiettivo una società senza vendetta, bisogna scovare le tante vendette che si celano sotto la coltre della giustizia.

Il tema della riconciliazione è tornato “di moda”, nel corso del secolo scorso, grazie a tutto il movimento che ha portato a conoscenza del grande pubblico le filosofie orientali; però il tema ha una solida tradizione in occidente: cosa ha offuscato, a suo avviso, tale tradizione almeno a livello di massa?

Non saprei dire se il tema della riconciliazione sia stato offuscato nella tradizione occidentale, penso che sia stata sempre presente, insieme a vari tentativi opposti di autoaffermazione. A livello di massa se ne parla spesso con leggerezza; penso in particolare al perdono, che è una forma di riconciliazione. Se ci riferiamo al secolo scorso, credo che l’elemento maggiormente disgregante sia stato il nazionalismo nelle sue varie declinazioni; le conseguenze che esso ha avuto sono state terribili. E queste hanno interessato, e continuano a interessare, anche le regioni in cui sono nate le filosofie orientali.

Quali sono i filosofi occidentali che risultano ancora validi su questo tema?

Nella tradizione occidentale il motivo della riconciliazione ha una radice teologica. A partire dal XVIII secolo, con Kant e la filosofia classica tedesca, esso è presente in molti filosofi occidentali. La riconciliazione implica un conflitto, che c’è stato o che è in corso. Essa non può significare il superamento definitivo dei conflitti, perché questo vorrebbe dire non tener conto del nostro mondo storico e sociale, di come esso si è effettivamente sviluppato e costruito. Il conflitto non è semplicemente un aspetto patologico della vita sociale, ma può essere, e spesso è stato, l’elemento dinamico che le ha dato impulso. La riconciliazione va allora inquadrata in una sapiente gestione dei conflitti attraverso un riconoscimento reciproco che ci ponga al riparo dal cadere in quella degenerazione che è la guerra. Un autore che si è posto la questione della riconciliazione fin dagli inizi della sua riflessione è Hegel; penso che ancora oggi si possano leggere con profitto i suoi scritti giovanili e poi aprire quelli della maturità.
Esiste una distanza tra la filosofia come riflessione alta ed accademica e la vita sempre più pragmatica di tutti i giorni: è una distanza che si sta allargando o, al contrario, ci sono sintomi, secondo Lei, che questa distanza si possa colmare?

Penso che la distanza sia inevitabile, ma che siano in atto, ormai da tempo, processi di varia natura che fanno i conti con quello che potrebbe essere letto come uno splendido isolamento della filosofia. In ambito accademico il termine “filosofia” è sempre qualificato. Accanto alla classica filosofia teoretica o filosofia morale troviamo varie filosofie al genitivo come la filosofia della religione o del diritto, ma anche della matematica, della fisica, dell’economia, della medicina o dello sport; esse mostrano che i filosofi vanno verso le altre scienze e discipline, ma che attirano anche queste verso la filosofia. Sorge spontanea l’obiezione che un simile ampliamento di tematiche filosofiche e di interesse per esse resta comunque confinato in ambito accademico. Negli ultimi tempi assistiamo però a vari tentativi dei filosofi di uscire dall’Accademia e incontrare un pubblico più ampio, come testimoniano i festival di filosofia, i caffè filosofici, la pop filosofia, la consulenza filosofica. D’altra parte, se intendiamo la filosofia come una disciplina scientifica, essa non può porsi come obiettivo principale di essere popolare. Nella misura in cui la filosofia è conoscenza, si giustifica da sé, perché la conoscenza, come la virtù, è premio a se stessa. Tuttavia, la conoscenza non è necessariamente virtù, perché la cultura in genere ha da tempo smesso di essere etica, o virtuosa. Scrivere un buon libro, condurre delle buone ricerche o fare una buona scoperta, non implica in alcun modo che il soggetto di tali attività sia buono (in senso etico). Allora è forse più appropriato un paragone con il piacere: come il piacere, la conoscenza non ha bisogno di un’ulteriore giustificazione, ma, come il piacere, non basta. Occorre essere presenti nella storia, mettere a nudo i problemi e i pericoli che caratterizzano una determinata epoca, la nostra epoca. L’ultima delle Tesi su Feuerbach pone un compito ai filosofi, un compito che divide, innanzi tutto su cosa si intende per mondo – e poi su cosa bisogna fare per cambiarlo. È un compito al quale i filosofi possono cercare di adempiere non da soli, ma ascoltando chi filosofo non è.

Pubblicato su Pressenza il31 ottobre 2012 In: Cultura e Media, Europa, Interviste

ottobre 26, 2012

Il tempo del Mito e il tempo della Fisica

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Alessandro Haag

“Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà”: Alessandro Haag, “Appassionato di filosofia e storia delle religioni, meditazione Zen e giochi di ruolo, ha scritto nel 2005 il libro Fisica LIsergica, una guida per riscoprire i legami, non episodici e non superficiali, tra le conquiste della Fisica teorica e quel che è stato affermato nel corso della rivoluzione psichedelica degli anni sessanta e in particolare dallo psicologo e dal moderno ierofante Timothy Leary.” La sua esposizione si intitola “la rappresentazione del tempo nel mondo Greco Antico e nella fisica moderna: similitudini, differenze e riflessioni”.

 

Un nuovo Umanesimo per una Nuova civiltà: un titolo opportuno in questo momento storico?

E’ indubbio che da (troppi) anni l’intero sistema occidentale, culturale, politico e sociale, che per colpa o per ragione si è posto come sistema leader nel mondo contemporaneo, sia entrato in crisi.
Quello che sta accadendo di fronte e intorno a noi ogni giorno lo dimostra e l’unico modo per uscire da un modello fallimentare (senza giudizio etico sui motivi di questo fallimento) è proporre un nuovo modello che si propone di riuscire laddove il precedente è fallito.
Così agisce il metodo scientifico e così ha “vinto” ogni lotta che si è trovato ad affrontare: ogni modello raggiunge i suoi limiti, è intrinseco alla stessa definizione di modello, ed è giusto così.
L’uomo ha queste pulsione naturale e interiore di superare i limiti di giungere oltre: verso appunto un nuovo tipo di civiltà e per farlo deve rivedere il concetto di uomo, il suo posizionamento interno e esterno. Quindi sì, un titolo opportuno in questo momento storico.

Che cosa, la fisica moderna, recupera dalle concezioni fisiche del mondo antico greco e cosa supera per lanciarsi in una direzione evolutiva ?

Secondo me la Natura non parla un solo linguaggio, ma vista la sua complessità e le sue infinite sfaccettature, Essa parla un’infinità di linguaggi, che sono solo il modo con il quale l’Uomo tenta di comunicare con Essa, di spiegarLa, di mapparLa. L’evoluzione alla quale lei accenna, questa spinta evolutiva, non è altro che dire in modo nuovo quello che l’uomo ha percepito della Natura nei suoi diversi momenti storici e culturali, senza dimenticare le informazioni del passato, senza sostituirle, ma affiandonle con quelle nuove.
L’antichità in genere e il mondo greco senza eccezione esprimeva la meraviglia della Natura tramite il Mito e in esso un ruolo importante lo aveva il Tempo, come espressione del mito stesso, del suo rapporto con la storia e con la dimensione umana. La ciclicità degli eventi mitici, il collocarli fuori dal tempo, dava a quest’ultimo un aspetto che nell’esperienza umana mancava: per noi il tempo va solo “avanti”, non torna indietro, non si avvolge su se stesso. Nel mito questo anello temporale introduce una visione geometrica della componente temporale che è molto vicina a quella introdotta dalla fisica nei primi anni del ’900, a seguito della grande rivoluzione della Relatività. Dove arriva la Fisica Moderna? Difficile esprimerlo a parole, senza le sue formule, ma in modo colloquiale, la Fisica arriva a concepire dimensioni, spaziali e temporali, che si riavvolgono su loro stesse,
divenendo difficili da percepire ma sempre presenti. E’ questo che mi ha spinto, in modo forse un po’ fantasioso, sicuramente non rigoroso, a proporre un piccola riflessione comparativa fra il Tempo del Mito e quello della Fisica.

Nel suo abstract fa riferimento ad un tempo a “spirale”.Ci può anticipare qualcosa di questa sua visione?

C’è un concetto matematico molto interessante e assai noto: è l’integrale in campo complesso, che si differenzia dal tradizionale integrale (in campo reale) perché agisce appunto in ambito nei numeri complessi, trattando quindi l’unità immaginaria “i” che forma i numeri complessi. Bene, quando un integrale complesso “fa il giro” intorno all’unità “i” esso è come se cambiasse piano di riferimento per il calcolo dell’integrale… anche qui, un grafico renderebbe tutto più chiaro, come questa superficie di Riemann, che mostra come ad ogni “giro” la superficie “sale di livello”

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Accanto a questo concetto squisitamente matematico, ho affiancato, sempre nel senso di analogie e fantasie speculative, senza alcune ambizione scientifica, i moderni concetti cosmologici degli universi a bolle, ovvero universi che nascono dalla diversa espansione dello spazio e del tempo, e il concetto di espansione/contrazione infinita, che riporterebbe ogni universo alla sua espansione iniziale, come un palloncino che si sgonfia, e verso una nuova bolla. Il tempo quindi sarebbe come una spirale, che si estende, poi si riavvolge su stesso, poi, in una nuova bolla, ovvero un nuovo piano di esistenza, si riespande di nuovo… una spirale infinita…

– Fisica teorica e psichedelia, due mondi che comunicano anche se, al comune mortale, sembrano distanti: possiamo approfondirne i legami?

La Psiconalisi americana degli anni 60 inizia a fare uso di LSD per studiare “stati alterati” di coscienza e questo a opera di Timothy Leary.
Questi studi portano a sostenere la seguente tesi: il cervello umano possiede dei recettori che interpretano le informazioni che ci sono nella realtà. La realtà si forma nell’azione di questi recettori, quindi la realtà non è oggettiva ma dipende da quali recettori sono attivi e quali no (nel cervello umano Leary individua qualcosa come una trentina di recettori sensibili alle sostanze naturali di origine vegetale). La realtà oggettiva non esiste: esiste solo una realtà soggettiva, nata dall’azione tra soggetto (recettore) e informazione (realtà).

Passiamo ora alla fisica. La fisica del ’900 ha dovuto abbattere un pilastro logico fondamentale fino ad allora per poter andare avanti: si tratta del principio del terzo escluso di Aristotele che sostiene
che un’affermazione (logica, quindi anche matematica/fisica) o è vera o è falsa. Non c’è una terza
strada.
Partendo da fenomeni come la radiazione di corpo nero e l’effetto fotoelettrico, personalità come Einstein e Plank (due mostri sacri della fisica) hanno detto che le onde (luce) possono essere anche
particelle (fotoni) e che le particelle (elettroni) possono comportarsi come le onde. Quindi non vale più il principio del terzo escluso: ogni cosa è sia un’onda che una particella.
Altro concetto che la fisica ha dovuto rivalutare nel 900 è la misura: prima la misura di una grandezza fisica era un processo “oggettivo”, ovvero chi misurava (il soggetto) non interagiva minimamente con cosa veniva misurato (l’oggetto). Questo non è più vero per le grandezze
microscopiche: immagina di voler saper dove è un elettrone. Potresti immaginare un specie di pistola che spara una particella verso l’elettrone e poi la riprende quando torna indietro, giusto? Un po’ come fanno gli oggetti che misurano la distanza con i laser, ti sarà capitato di vederli.. bene, il problema è che se mando una particella contro una particella avviene quello che si chiama urto elastico: come sul tavolo da biliardo, sia il pallino bianco (la mia particella sonda) che il pallino colpito rimbalzano via. Posso dire dove era il pallino nell’istante dell’urto, ma misurando la sua posizione ne ho variato lo stato, ovvero l’ho spinto da un’altra parte…
Quindi nella fisica del 900, la fisica del microscopico, il soggetto della misura influenza lo stato dell’oggetto della misura e questo non perchè non so costruire uno strumento di misura adatto, ma proprio concettualmente: la realtà stessa oggettiva non esiste, ma esiste solo quella soggettiva nata dall’interazione.
A questo poi si aggiunge il fatto che il modo di interagire degli oggetti/soggetti (ovvero della particelle, che per comodità i fisici hanno chiamato in altro modo, ovvero campi) cambia con l’energia che possiedono: questo è quello che dice la rinormalizzazione, cioè che il mondo cambia nel suo “aspetto”, inteso come interazione fra i suoi costituenti, man mano che l’energia varia, giungendo fino ad un livello incredibile di simmetria dove esiste un’unica entità interagente dalla
cui vibrazione nasce tutto l’universo.

E’ chiara quindi la vicinanza che ho notato fra le posizioni psicoanalitiche di Leary e quelle scientifiche della fisica del 900: la mancanza di una realtà oggettiva e immutabile.

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ottobre 26, 2012

La consapevolezza del ricevere

LucaSperanza

Luca Speranza

“Un Nuovo Umanesimo per una Nuova Civiltà”: Luca Speranza, ricercatore indipendente su temi legati a benessere 360°, spiritualità, e sport interverrà nella sezione “spiritualità” con un intervento dal titolo ”La consapevolezza del ricevere”.  Con lui iniziamo una serie di interviste che possano servire di introduzione al Simposio.

Le pare opportuno il titolo di questo Simposio e perché?

Io credo di si e credo che il cambiamento è alla portata dell’individuo…ma deve cambiare qualcosa e la parola nuova va usata e applicata ..

L’essere umano può e deve porre l’attenzione su stesso per cambiare il mondo e l’ambiente che lo circonda, come disse un famoso personaggio del passato “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Su quali punti verte il metodo, a cui lei fa riferimento, per aumentare il livello attenzionale su ciò che entra?

E’ molto semplice, ma in un mondo che corre molto velocemente quasi nessuno lo fa. Si tratta di rallentare e riflettere su ciò che stiamo mangiando, se il cibo che abbiamo fra le mani prima di entrare nel nostro corpo è davvero un cibo ideale per noi. Sarebbe interessante chiederci perchè lo facciamo, perché andiamo così di corsa e non ci rendiamo conto che lo stress ci comanda. Forse mangiamo, ingeriamo, cibo di tutti i tipi per compensare altri tipi di mancanze.

Considerando in generale le condizioni migliori di crescita personale siano le situazioni di armonioso equilibrio, come si può dunque raggiungere o ripristinare, nel caso si sia perso, un equilibrio fra ciò che entra e ciò che esce? 

Qualsiasi equilibrio lo si riconquista con lo studio e l’applicazione, ma prima di tutto con la volontà di recuperare quell’equilibrio!

“Se vuoi la salute, sopprimi le cause della tua malattia, smettendo con le abitudini errate”.

Prima di tutto informarsi: leggere libri sull’argomento o frequentare persone, forum, gruppi di discussione sull’argomento è un ottimo punto di ingresso. Allo stesso tempo approfondire e conoscere noi stessi attraverso sperimentazione di periodi di cibo vegetale crudo per realizzare l’importanza di ciò che entra in modo tale che sia sempre più adatto alla nostra biologia per permetterci un evoluzione spontanea anche da un punto di vista spirituale.

In una società in cui l’Essere Umano è sotto posto a stimoli continui e dove vive una condizione di sconnessione che lo porta più a stare fuori, verso un mondo esteriore, che non a connettersi con il proprio mondo interiore, come può l’Essere Umano rendersi conto che esiste un’ interiorità fondamentale per la sua crescita?

La domanda è una bella domanda, diventa però complessa da  rispondere perchè dal mio punto di vista ci sono molte strade da percorrere per recuperare la consapevolezza del suo rapporto diretto con la sua interiorità.

Quindi dovrei sapere che tipo di vita conduce l’essere umano in questione, perchè pur vivendo quasi tutti sconnessi dalla matrice universale e naturale abbiamo situazioni personali che in un modo o nell’altro debbono essere affrontate e risolte prima di capire e vivere la nostra vera essenza divina. Per esempio c’è l’ uomo con due figlie che non avrà lo stesso percorso di un giovane studente o di un single o di un pensionato….dipende dalle sue scelte dal suo carattere sociale e delle sue attitudini, ma sopratutto dal suo percorso passato e da come attua le scelte di benessere personali..

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