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aprile 20, 2018

Afrin, Rojava, Kurdistan: risponde il Comitato Kurdistan di Firenze

Pubblicato su Pressenza il 12.03.2018

Afrin, Rojava, Kurdistan: risponde il Comitato Kurdistan di Firenze
(Foto di Comitato Kurdistan)

In questi giorni il Comitato Kurdistan Firenze è in prima linea nel denunciare l’invasione turca ad Afrin. Gli abbiamo chiesto di approfondire la questione; rispondono a turno   Gianni Monti  e  Marco Fantechi.

Partiamo dagli eventi di questi giorni: dopo la risoluzione dell’ONU è cambiato qualcosa sul terreno ? Ad Afrin si è fermata l’offensiva turca ? Abbiamo testimonianze dirette ?

MARCO FANTECHI : Le testimonianze dirette che arrivano da Afrin sono drammatiche. Jacopo, che si trova nell’area, ha comunicato che le milizie Jihadiste supportate dalle forze armate turche stanno accerchiando la città. Avendo occupato la diga che rifornisce il sistema idrico cittadino, hanno bloccato l’acquedotto, mettendo a rischio la salute pubblica delle centinaia di migliaia di civili curdi e no, compresi i profughi rifugiati nell’area dalla regione di Aleppo, già devastata dalla guerra civile. Le milizie filoturche sembra siano composte da jihadisti di varie bande e dagli uomini reclutati, anche in modo forzoso, all’interno dei famigerati campi profughi allestiti in Turchia per gli sfollati dal conflitto siriano e finanziati dall’Unione Europea (tre miliardi più altri tre) per evitare che il governo turco li scarichi sui gommoni diretti in Grecia oppure sulle strade della via Balcanica. Alla ferocia dei miliziani si aggiunge la potenza di fuoco di quello che è il secondo esercito della NATO, con aerei, carri armati (di fabbricazione tedesca), artiglieria pesante, ed elicotteri (made in Italy). Erdogan punta a occupare militarmente le regioni siriane di confine, per spazzare via la rivoluzione curda e scaricarci gran parte dei milioni di profughi della guerra civile rifugiatisi in Turchia. Con la complicità degli USA (che sacrificano sull’altare della NATO coloro che hanno sconfitto l’ISIS), dell’Unione Europea (che con Erdogan fa grandi affari) e della Russia (che, per costruire il gasdotto sud diretto in Europa occidentale, è scesa a patti col vecchio nemico turco).

La storia del Rojava è una storia poco conosciuta : proviamo a riassumerla e a sottolinearne gli aspetti più importanti ?

GIANNI MONTI  : Per rispondere a questo domanda bisogna partire da una descrizione dell’area in questione, il Kurdistan occidentale (Rojava), che corrisponde alla Siria settentrionale, territorio abitato da una netta maggiranza curda con la presenza di minoranze arabe, turcomanne ecc. I rapporti dei Curdi del Rojava con il governo centrale di Damasco non sono mai stati idilliaci perché le aspirazioni autonomistiche di una parte confliggevano con il centralismo autoritario dell’altra e a volte la dinastia degli Assad ha anche esercitato una dura repressione. Certamente la guerra che dilania la Siria da anni, cui si è aggiunto il dilagare dell’ISIS, ha creato una situazione nuova per i Curdi, che si sono visti riconoscere di fatto da Damasco una sorta di zona libera, mentre contemporaneamente ricevevano dagli USA gli armamenti necessari per combattere l’ISIS. Le battaglie di Kobane prima e di Raqqa poi sono state combattute e vinte sul terreno dalle forze curde del Rojava (YPG), sostenute da volontarim del PKK provenienti dal confinante Bakur, il Kurdistan settentrionale, che si trova nel territorio della repubblica turca. Insomma, i Curdi erano indispensabili : a loro il combattimento sul terreno (con molti morti) e alle varie potenze in gioco i raid aerei (con zero morti). Ma adesso che l’ISIS è sconfitto e i Curdi non sono più necessari come prima, la situazione è cambiata completamente: le forze armate turche, insieme a varie bande Jihadiste, attaccano il Rojava nella zona di Afrin e i governi che prima li guardavano con simpatia adesso girano la testa dall’altra parte e fanno finta di niente.

La tendenza generale, banalizzante, è di dire “i Curdi” come se si parlasse di una realtà univoca e monolitica : potreste spiegare almeno a grandi linee quali forze sono in campo ?

GIANNI MONTI : Il popolo curdo è diviso tra quattro stati : Turchia, Siria, Iraq e Iran. Si tratta di situazioni molto diverse tra loro, da vari punti di vista : repporti con il governo centrale, consistenza numerica, strategie e linee politiche, concezione della società. I Curdi iraniani, per esempio, hanno avuto fino ad ora una storia e delle vicende molto contraddittorie, sia per i vari passaggi tra i vari governi e regimi che si sono succeduti (Mossadeq, la monarchia Palhavi, la repubblica islamica), sia per effetto dei grandi e drammatici fatti che hanno riguardato negli ultimi decenni il vicino Iraq. Più semplice, ma fino a un certo punto, delineare un quadro del Kurdistan iracheno, società sostanzialmente tribale dominata storicamente dalla dinastia Barzani, dai tempi della prima guerra mondiale quando l’Inghilterra appoggiava i capi clan curdi contro l’impero ottomano, fino al potere esercitato oggi da Masud Barzani, il sostenitore della creazione di uno stato curdo indipendente nel nord dell’ Iraq. Il PDK, il partito di Barzani, è un partito squisitamente nazionalista, fortemente verticista al suo interno, sostenito di una società tradizionalista che non pratica certo la politica delle pari opportunità e della Democrazia dal Basso. Aggiungerei anche che il tema dei diritti sociali non fa certo parte del suo DNA e così pure quello della tollerenza inter-etnica, visto che pratica l’espulsione dei non curdi dai territori conquistati. Altra storia quella dei Curdi di Turchia e di Siria. Nel Bakur, sud est della repubblica turca, la svolta del PKK, operata nell’ultima decina di anni grazie all’impegno teorico di Ochalan, ha portato al superamento di una linea politica puramente nazionalista, per cui non si rivendica più la creazione di uno stato curdo indipendente ma si porta avanti nei Paesi in cui sono presenti i Curdi l’obbiettivo di una democratizzazione complessiva della società, di una pacifica convivenza multietnica, della realizzazione di sistemi istituzionali basati sulla partecipazione e sulla parità di genere, sulla difesa e valorizzazione dei beni comuni. Il confederalismo democratico. E’ una strada lunga e difficile ma là dove possibile questi obbiettivi hanno iniziato ad essere praticati : nel Bakur in Turchia ( con grandi difficoltà a causa delle continue repressioni) e nel Rojava in Siria. Assemblee di cittadini prendono decisioni anche importanti, amministrazioni comunali hanno due sindaci, un uomo e una donna. Non a caso il PKK di Ochalan e il PDK di Barzani confliggono tra loro.

La questione curda ha una prospettiva storica, viene da lontano : potreste sintetizzare gli eventi storici più importanti e le tendenze del momento attuale ?

GIANNI MONTI : Nell’ultimo anno della Grande Guerra, uscita dal conflitto la Russia zarista che i Curdi guardavano con grande sospetto, la Gran Bretagna giocò con determinazione la carta dell’alleanza con i Curdi in chiave anti-turca. Era la stessa strategia praticata dal colonnello Lawrence con gli Arabi in Palestina e in Siria. Finita la guerra, sembrava che la nascita del Kurdistan fosse imminente, ma non fu così. La reazione nazionalista guidata da Kemal Ataturk portò alla nascita di una repubblica turca che riuscì a mantenere il possesso dell’intera Anatolia, inglobando anche il Kurdistan settentrionale. Gli accordi tra Francia e Gran Bretagna realizzarono la spartizione di una grande area per cui alla Francia andaroo il Libano e la Siria e all’Inghilterra la Palestina, la Giordania e l’attuale Iraq comprendente la parte settentrionale abitata dai Curdi. Tutto il resto è venuto di conseguenza. Per decenni ai Curdi è stato perfino impedito di usare la propria lingua, soprattutto in Turchia dove non veniva loro riconosciuta la benché minima identità etnica : “turchi di montagna” venivano definiti. Poi, negli ultimi decenni del secolo scorso, le ribellioni, la guerriglia, contro il governo turco dei militari e non solo e contro le repressioni di Saddam Hussein. Fino ad arrivare alla situazione intricatissima di oggi, con in pratica due poli aggregativi, completamente diversi tra loro : quello del PDK di Barzani in Iraq, quello del PKK in Bakur e nel Rojava, entrambi con svariate ramificazioni e in perenne contrasto tra loro. Noi del comitato Kurdistan di Firenze, che crediamo fortemente nei valori della Democrazia e dell’uguaglianza, sosteniamo le posizioni e le pratiche del Confederalismo Democratico.

Da quanto esiste e cosa fa il comitato Kurdistan di Firenze ? All’interno di quale quadro generale di riferimento si muove ?

MARCO FANTECHI : Costituito nel 2002, per attività di supporto alla causa curda di Turchia. Dal 2004 è stato sponsor della creazione di una Centro di formazione professionale femminile a Dyarbakir, il capoluogo del Kurdistan settentrionale sotto occupazione turca. Utilizzando contributi della Regione Toscana per la cooperazione internazionale e fondi propri, è stato allestito un centro di tessitura che ha formato quindici ragazze curde, profughe interne, espulse dalle campagne circostanti dalle operazioni militari antiguerriglia dell’esercito turco che tentava di distruggere la resistenza armata curda a guida del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Le ragazze poi costituirono una propria cooperativa e proseguirono l’attività. Il nostro Comitato continua come sostenitore della campagna per l’autodeterminazione del popolo curdo nel suo complesso. La feroce repressione scatenata dal dittatore turco Erdogan contro l’affermazione elettorale di un vasto movimento democratico, cui partecipavano anche i Curdi, ha aggravato le già difficili condizioni in Turchia. Dall’inizio della guerra civile siriana e dall’apparizione del “Califfato islamico” è nato il bisogno di dare sostegno alla resistenza del popolo del Rojava e all’esperienza rivoluzionalria della concezione di un diverso modo di concepire la società espresso dal Confederalismo Democratico, elaborazione politica prodotta anche da Abdullah Ochalan, leader storico del movimento curdo, prigioniero dal 15 Febbraio 1999 in un carcere di massima sicurezza turco. Il nostro Comitato partecipa al CTK (Coordinamento Toscano Kurdistan) e sostiene le campagne di Mezzaluna Rossa Curda. E’ stato deciso di dargli un nome ed è stato dedicato ad Aysel Kurupinar “Beze”, donna curda che ha vissuto alcuni anni a Firenze ed è caduta in combattimento in Turchia il 4 Agosto 2016.

Vi pongo una domanda sul Nazionalismo come apparente fenomeno di “destra”, mentre le cause nazionali di alcuni popoli vengono tradizionalmente portate avanti da gente “di sinistra”.

MARCO FANTECHI : Se l’idea di Nazione si coniuga a concetti quali: territorio riservato a gente della stessa etnia o basato su criteri di appartenenza alla stessa religione, è indubbiamente di “destra”. Il concetto di liberazione dei popoli, da occupazione esterna, da politiche di genocidio etnico o religioso, da politiche razziali prodotte dalla stessa società o dalla pratica di depredazione delle risorse naturali ad opera di soggetti al servizio di multinazionali, diviene indubbiamente di “sinistra”. La causa curda, sotto occupazione militare di quattro Paesi, Turchia, Siria, Iraq e Iran, e aggredita dai tagliagole dell’ISIS, ne è una chiaro esempio, ma pure il popolo Palestinese sotto occupazione militare israeliana, i Saharawi annessi militarmente dal Marocco sono cause supportate principalmente da gente di “sinistra” (anche se non mancano supporter di “destra”). La risposta più semplice è quella dell’indipendenza del territorio e della costituzione di una amministrazione espressione del gruppo etnico (o religioso) predominante. Spesso così si creano le condizioni di repressione/espulsione della eventuale minoranza del momento, che era maggioranza durante l’appartenenza ad una entità più grande e che reprimeva la minoranza indipendentista poi staccatasi dallo Stato precedente. Questa brutta pratica avvicina l’idea della liberazione dei popoli sostenuta dalle “sinistre” all’idea di Nazione cara alle “destre”, che repressione e pulizia etnica praticano in maniera costante. Il Confederalismo Democratico, senza creazione di nuove entità statali, fuori dalla supremazia etnica e dal confessionalismo religioso, una gestione della società dal basso in modo assembleare, diritti uguali uomo/donna, superamento dell’economia capitalista ed ecologia come pratica abituale, riteniamo che sia un’ottima politica rivoluzionaria che si iscrive indubbiamente nel patrimonio genetico della Sinistra, così come anche lo Zapatismo degli indigeni messicani, per molti versi simile, non è certo assimilabile alle “destre”.

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aprile 19, 2018

Francesca Borri: nel raccontare la guerra ho sentito la necessità di una infinita apertura agli altri

Pubblicato su Pressenza il 28.02.2018

Francesca Borri: nel raccontare la guerra ho sentito la necessità di una infinita apertura agli altri

Se devo pensare alla Siria e a un giornalista mi viene in mente Francesca Borri che in Siria a fare la giornalista c’è stata davvero e non esattamente in posti comodi e che su questo ha scritto un libro meraviglioso La guerra dentro sulla sua esperienza ad Aleppo.

Incrocio Francesca di passaggio in Italia e so che le posso fare qualche domanda.

Al di là di questa tregua come vedi l’evolversi della situazione in Siria?

In teoria in queste ore è in vigore una tregua a Ghouta, l’area in cui le condizioni sono al momento più drammatiche, l’area più sotto attacco: non è periferia di Damasco, in realtà è Damasco. Capiamo questa cosa delle tregue: questa non è la prima di cui si capisce poco perché i siriani che vivono lì continuano a inviare immagini di bombardamenti o di fosforo o di attacchi chimici, tutte cose che è difficile verificare, ma le immagini sono abbastanza esplicite. Inoltre ognuna di queste tregue ha sempre escluso non meglio definiti gruppi terroristici, il che rende possibili attacchi e operazioni impossibili da verificare.

Come in altre aree sotto assedio alla fine non muori per un bombardamento, muori di fame; questo non significa che queste tregue non abbiano senso non abbiano una loro utilità ma dobbiamo distinguere la questione strettamente umanitaria dal resto: ogni minima sospensione dei combattimenti che consenta l’accesso degli aiuti umanitari è fondamentale, tutto quello che possa consentire di consegnare aiuti umanitari ai siriani o di migliorare la loro situazione è ovviamente indispensabile. Una questione completamente diversa è il piano politico e il piano dell’analisi: queste tregue sono funzionali ad Assad e ai vari attori in gioco inclusa l’ONU e il piano di pace di Staffan De Mistura. Io in linea generale condivido il tentativo dell’ONU.

In Siria c’è una molteplicità di attori coinvolti; intendo dire non tre o quattro, parliamo di decine di gruppi armati; quindi non mi riferisco solo agli Stati stranieri che li sostengono ma proprio a quelli che sono sul terreno e che combattono. In una situazione del genere pensare di negoziare un accordo di pace complessivo globale a livello nazionale non ha senso. Quindi quando Staffan de Mistura è arrivato ha detto che era inutile continuare a cercare un accordo globale ma che era meglio provare a costruire passo passo una serie di piccoli accordi locali. In linea di principio è sicuramente la cosa che ha più senso ma questa strategia ha generato tante piccole tregue locali con scambi di popolazione: quest’estate il famoso accordo delle quattro città consisteva nel fatto che i combattenti e i loro familiari e gli attivisti dell’opposizione lasciassero le aree a maggioranza sciita e si rifugiassero in area maggioranza sunnita e viceversa.

E quindi è chiaro che questa strategia diventi la costruzione di una Siria diversa, divisa in aree il più possibile omogenee che si prestano a diventare delle sfere di influenza per la Russia, la Turchia, il Quatar, l’Arabia Saudita o gli Stati Uniti o chi altro. Assad in tutto questo ha giocato la sua partita nel senso che in questo modo, da quando Staffan de Mistura ha iniziato la sua attività, l’opposizione è stata concentrata in alcune aree sempre meglio definite: la provincia di Idlib nel nord e poi appunto l’area intorno a Damasco. Se concentri i ribelli in un’area e la metti sotto assedio prima o poi cade come è finita ad Aleppo. Per cui bene le tregue ma comprendendo questi due livelli: quello umanitario per dare sollievo alle persone mentre sul piano politico queste tregue non vanno in direzione della pace vanno in direzione della guerra. Nel senso che si stanno creando le condizioni, esattamente come avvenuto in Iraq in tanti altri paesi del mondo, perché questa guerra ricominci sostanzialmente tra sei mesi, fra un anno o due o cinque anni e che vada molto oltre i confini della Siria.

Quali sono secondo te gli interessi in gioco verso la pace e verso la prosecuzione della guerra?

Credo che purtroppo al momento gli unici interessati alla pace siano i siriani che sono letteralmente esausti; dovessi dire il solo segno positivo che ho visto in questa follia che è iniziata sei anni fa è forse proprio la fuga di massa dei siriani. Tanti se ne sono andati via, hanno disertato e questo è davvero un segno di sanità mentale. Tra i ribelli e Assad hanno deciso che l’unica soluzione era andare via. Gli interessi della guerra: ogni attore sta in campo con diversi interessi, ognuno persegue i propri obiettivi che inoltre cambiano secondo il momento: per esempio la Turchia ha la questione kurda, questo è sicuramente uno dei suoi obiettivi; ma Erdogan non si sente solo il presidente della Turchia ma anche il leader di tutto il mondo, di tutto il mondo islamico. La stessa cosa per la Russia: la Siria è perfetta per la politica di potenza, invece di combattere sul proprio territorio combatti in Siria.
L’interesse di tutti gli attori in gioco, incluso quello dei jihadisti e dello Stato islamico (che in teoria dovrebbe essere il nemico comune) è di mantenere la situazione di caos perché tutti beneficino di questa situazione di collasso dell’ordine, di guerra senza fine. C’è chi l’ha teorizzato in libri. Questa situazione è un ottimo terreno di coltura dei jihadisti. Tutti pensano di trarne vantaggio ma in realtà io credo che ne beneficeranno nel lungo periodo soprattutto i jihadisti.

Francesca, persona pacifista che racconta la guerra: in cosa questa esperienza ti ha trasformata? In che direzione?

Probabilmente è troppo presto per rispondere a questa domanda, ci sto ancora troppo dentro. E poi forse non sono io a dover rispondere alla domanda, forse sono quelli che stanno intorno a me. Quello che vedo è che stare a contatto con la guerra è un lavoro terribile, brucia letteralmente dentro. Gli effetti sui giornalisti come anche sui cooperanti sono micidiali, questo ci lascia intuire quali siano gli effetti sui civili ma anche sui combattenti. Si parla tanto della sindrome post traumatica per noi, però in un paese come l’Iraq hanno la sindrome post traumatica come paese intero. Per cui quello che osserviamo su noi stessi dovrebbe aiutarci a riflettere sulle guerre e sul modo di uscirne davvero. A volte si ha l’impressione che non sia solo questione di negoziatori ma di psicologi.

Gli effetti appunto sono micidiali e io in questi pochi anni ho visto cambiare profondamente molti giornalisti, secondo me 99 volte su 100 il cambiamento è negativo. Si marcisce dentro, a parte poi l’alcool e tutto il resto. Però poi c’è quell’uno su cento che, sembra terribile dirlo,  impara dalla guerra, riesce a trasformare la guerra in altro. Penso a Yuri Kozyrev, fotografo russo, forse il mio fotografo preferito in assoluto;  penso a Stanley Greene fotografo americano morto alcuni mesi fa con cui sono stata a Aleppo: Stanley ha vissuto 40 anni di guerre con alcool, eroina e tutto e aveva una dolcezza straordinaria, proprio straordinaria nei confronti degli altri, una poesia, una delicatezza per il mondo.

Io credo che la guerra in un certo senso, anche se suona terribile dirlo, mi sia stata utile e mi abbia reso una persona migliore. Però come tante altre esperienze. Io ero una ragazzina viziata, vissuta in Italia, con la fortuna di avere una certa famiglia e hai tutto. Ora per me niente più è scontato e cambia tutto completamente, sei molto più centrato sugli altri perché in guerra si sopravvive solo se si sta insieme, se ci si aiuta reciprocamente. In questo momento penso di avere un debito enorme nei confronti di tutti coloro in Siria che in questi anni mi hanno protetto, mi hanno ospitato, sono stati la mia casa, la mia famiglia. Questo convive insieme al senso di colpa di non avere fermato la guerra, di non essermi sentita molto utile per loro. Soprattutto quando mi capita di essere in Italia come in questi giorni davanti  a amici che si scontrano per nulla, piccole cose; allora mi viene da pensare che gli servirebbe proprio sperimentare un bombardamento, forse gli cambierebbe un po’ la prospettiva.

E’ terribile che uno dica che la guerra lo ha cambiato in meglio: non vorrei che fosse necessaria una guerra, non abbiamo bisogno di 500 mila morti, credo che ci possano essere, che ci siano altre esperienze utili al cambiamento; però so che la guerra mi ha cambiato profondamente e ora sento un’infinita apertura agli altri; o odii tutto e tutti oppure pensi che non vuoi che a nessun altro capiti quello che è capitato a te.

Per me è questa seconda cosa.

aprile 2, 2018

La tregua regge in Siria, forse

Pubblicato su Pressenza il 25.02.2018 – Olivier Turquet

La tregua regge in Siria, forse
Damasco, oggi (Foto di Agenzia Sana)

Scrivere qualcosa di sensato sulla Siria è abbastanza complicato, da parecchio tempo, se il proprio interesse è quello di commentare fatti dal punto di vista della pace e della nonviolenza, com’è lo scopo di quest’agenzia, e se si vuole farlo con onestà giornalistica (obiettività? No, non si è obiettivi e non lo si può essere, si guarda da un punto di vista e questo guardare ci porta a una narrazione non neutrale).

Temo inoltre che anche il lettore attento abbia, in questo momento, almeno un po’ di confusione in testa nel turbinio di notizie che vengono date, a volte con incredibile leggerezza, da tutte le parti, e spacciate come verità.

Riassumiamo alcuni fatti, intendendo con questa parola avvenimenti di cui ci sono documenti incontrovertibili.

Primo fatto: dopo l’accordo di pace ad Astana si è dichiarato che la guerra in Siria stesse andando verso una soluzione pacifica.

Secondo fatto: quello che invece è successo è stata l’offensiva di Afrin della Turchia contro i Kurdi.

Terzo fatto: nella zona della Ghouta intorno a Damasco vi sono stati lanci di missili contro la città e incursioni antiterroriste da parte dell’esercito governativo.

Nota bene: quest’ultimo fatto, così come ho tentato di scriverlo rispecchia quei fatti di cui anche la parte avversa riconosce l’esistenza. Cioé: si riconosce che sono caduti missili in alcuni quartieri di Damasco e la stessa agenzia Sana (agenzia di stato siriana) riconosce che l’esercito ha effettuato attacchi a Ghouta contro installazioni terroriste.

Ovviamente sull’intensità e gli effetti di queste azioni le notizie sono molto differenti: in questi giorni si è parlato di centinaia di morti e, a mio modo di vedere, la fonte più attendibile è risultata essere Medici Senza Frontiere; più attendibile perché finanzia direttamente numerose strutture mediche nella zona ed ha accesso a fonti dirette. Tuttavia quando ieri ho letto in un comunicato di MSF la seguente affermazione “Nella giornata di ieri, il 58% dei feriti e il 48% dei morti erano donne e bambini secondo quanto riferito dalle 9 strutture supportate da MSF che sono riuscite a fornire informazioni” mi chiedo chi abbia avuto la possibilità di fare statistiche così precise su morti e feriti, anche perché, i questi casi, la divisione tra le categorie può cambiare nel giro di pochi minuti; e se, quindi, una certa “spettacolarità” sia andata oltre la volontà di dare informazioni.

Quarto fatto: una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stata approvata ieri e recita:

Il Consiglio di sicurezza, deliberando oggi all’ unanimità, ha adottato una risoluzione che chiede alle parti del conflitto siriano durato sette anni di cessare le ostilità senza indugio per almeno 30 giorni consecutivi, assicurando una “pausa umanitaria duratura” per consentire le consegne settimanali di aiuti umanitari e le evacuazioni mediche dei feriti e dei malati critici.

La risoluzione si applica a tutto il territorio siriano ma ne sono escluse le azioni militari contro le varie frange terroristiche che la risoluzione identifica in ISIS, Al Queda e Al Nusra, citandole esplicitamente più altre genericamente riconosciute dal Consiglio stesso come tali.

Ora varie fonti giornalistiche, all’indomani della risoluzione, hanno immediatamente dichiarato che la tregua è stata violata:

ADN Cronos riferisce in un dispaccio di oggi che:

Elicotteri del regime di Damasco hanno sganciato barili bomba sui sobborghi della Goutha orientale controllati dai ribelli: lo riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani che parla di una donna uccisa e diversi feriti nella località di Hammuriyeh.

Il particolare di questa notizia è che la località in questione non è presente su Google Maps né la notizia viene confermata da nessuna parte; se a questo si aggiunge che l’Osservatorio in questione ha più volte diffuso notizie false e tendenziose…

Invece verso le 15 di oggi in un colegamento da Idlib a Radio Capital Pietro Del Re, corrispondente di Repubblica a Idlib riferisce che sono ripresi i bombardamenti sulla città da parte delle forze aeree siriane e russe ed anche che sono ripresi quelli sulla Ghouta. Su quest’ultima notizia Del Re non penso che ne possa sapere più di noi dato che Idlib sta a 300km di distanza; sulla prima gli vogliamo credere ma non troviamo un riscontro su altri media; e le notizie che arrivano su un media solo sanno di scoop giornalistico, cioé dell’ansia del cronista nel dare una notizia che non dà nessuno.

Infine di violazioni della tregua parla anche la Sana indicando il proseguire degli attacchi turchi nella zona di Afrin; però anche qui non riusciamo a trovare un riscontro di parte kurda che sicuramente darebbe autorevolezza alla notizia.

Il lettore mi scuserà per questa pedanteria: tutta questa noiosa serie di citazioni e descrizioni sono solo l’esplicitare un duro e, spero, serio, lavoro di giornalista per arrivare a battere la notizia che è nel titolo: la tregua in Siria regge. Almeno finché qualcuno non mi dà una notizia attendibile contraria.

maggio 31, 2017

Gabriele del Grande deve continuare a lavorare

Pubblicato su Pressenza il 14.04.2017

Gabriele del Grande deve continuare a lavorare
(Foto di ragusanews.com)

Gabriele Del Grande è da lunedì gentile ospite delle autorità turche, fermato nella provincia di Hatay e in stato di fermo e, dicono fonti diplomatiche, in procinto di essere espulso perché non avrebbe avuto le carte necessarie per fare interviste al confine con la Siria. Gabriele era nella zona per scrivere parte del suo nuovo libro “Un partigiano mi disse“, in cui vuole raccontare la guerra in Siria e la nascita dell’ISIS.

Gabriele Del Grande è un giornalista e ricercatore diventato giustamente famoso per Fortress Europe, un sito e progetto di documentazione sui disastri dell’immigrazione clandestina, dei morti in mare e così via che ha prodotto e continua a produrre la “Fortezza Europa”. Nel 2014 è uscito col film “Io sto con la sposa” che racconta le vicende di profughi siriani che fanno finta di andare a sposarsi in Svezia. Un film di forte denuncia dei disastri dell’immigrazione clandestina e delle assurde leggi di limitazione delle possibilità di movimento degli Esseri Umani. Per approfondimenti leggere l’intervista di Anna Polo sul film.

Nonostante le notizie rassicuranti che sembrano arrivare in queste ore, non abbiamo notizia di iniziative diplomatiche di alto livello per chiedere alle autorità turche spiegazioni su questo fermo e sull’eventuale espulsione di un giornalista di alto valore, in prima linea nella difesa dei diritti umani.

Giunge voce in queste ore di un’ipotesi di interrogazione parlamentare sul caso al Ministro Alfano; va bene ma chiediamo piuttosto che Alfano informi l’opinione pubblica sullo stato della situazione e se intende ufficialmente protestare per come viene trattato il nostro connazionale; e questo nel contesto generale della libertà di stampa in Turchia, tema che abbiamo già abbondantemente trattato e ci preoccupa in modo particolare.

E che Gabriele non venga espulso ma possa invece continuare a svolgere il suo prezioso lavoro sul campo.

Chiediamo ai colleghi giornalisti di aderire a qusta richiesta e rilanciarla.

Sui social l’hashtag da rilanciare è #iostocongabriele

maggio 1, 2017

Cosa ci aspettiamo per il 2017

Pubblicato su Pressenza il primo gennaio 2017

Cosa ci aspettiamo per il 2017

Il cambio dell’anno è stato caratterizzato da alcuni eventi contraddittori, come spesso accade negli ultimi tempi.

L’inedita coalizione russo-turco-iraniana è riuscita (in apparenti 5 minuti) a fare quello che da 4 anni le “migliori” diplomazie internazionali non riuscivano a ottenere: mettere d’accordo il governo siriano e i “ribelli” a smetterla di sparare e fissare un giorno e un luogo per parlarsi. A stretto giro il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che, di fatto, avalla questa strategia diplomatica e l’appoggia; all’unanimità. Incredibile?

Subito dopo, di fronte a un’incomprensibile serie di espulsioni di diplomatici russi dagli USA, decretata da un’amministrazione Obama in stato di dismissione, il Presidente russo Putin smentisce il suo Ministro degli Esteri e dichiara che non farà nessuna ritorsione, ma invita alla tradizionale festa di auguri al Cremlino i diplomatici americani e le loro famiglie, riempiendo i bimbi di dolciumi.

Sicuramente i classici complottisti forniranno spiegazioni di questa improvvisa conversione alle tematiche della nonviolenza (ricerca della soluzione, riconciliazione, lavoro d’insieme) da parte di Putin, ma noi plaudiamo agli sforzi per ristabilire la pace in Siria e per non aumentare la tensione internazionale.

Ovviamente questo non toglie nulla alle opportune proteste per le scarse libertà democratiche e civili e le violazioni del diritto di espressione che spesso caratterizzano la politica in Russia, Iran e Turchia, con particolare rilievo per quest’ultima, dove Erdogan continua a mettere in galera, licenziare e accusare un numero sempre più ingente di persone, giornalisti, associazioni con la solita scusa del fallito golpe.

In un’altra prospettiva c’è da registrare la recrudescenza di attentati che vengono attribuiti all’ISIS e che tendono a colpire territori come la Turchia e l’Iraq, dove il Califfato ha subito pesanti sconfitte militari. Oltre a questa recrudescenza, notiamo anche una tendenza mediatica a soffermarsi su queste vicende, per non far passare la paura alla gente. Si sa, la gente spaventata ragiona e vota male e finisce per credere a quelli che urlano più forte. Non sto a dire cosa succede dopo; basta consultare i libri di storia.

Qui da noi, per allinearsi con la politica del terrore, il “nuovo” Ministro degli Interni di un governo fotocopia (già, aveva perso solo Renzi, mica tutti gli altri della banda) ha dettato al capo della polizia (quello solito) una bella circolare per espellere i clandestini dall’Italia, prevedendo anche di rimettere su un po’ di CIE: idea originale per risolvere il problema dell’immigrazione in Italia. Non ha detto di andare a controllare quanti stranieri, regolari e non, lavorano in nero in numerosi settori produttivi; non ha detto di andare a verificare quante simpatiche industrie del nord sono piene di lavoratori africani  con stipendi sotto il minimo sindacale. In compenso il governo si è prodigato per salvare il Monte dei Paschi di Siena, sborsando bei soldoni pubblici che, inesorabilmente, non finiranno in opere sociali.

Non prendetemi per un esterofilo: i temi di fondo sono mondiali, il folklore locale è sempre meno importante. Il populismo, la tendenza a votare, contro, il “vaffa” caratterizzano ormai le elezioni di tutto il mondo; poi abbiamo le varianti locali e ci viene da pensare che comunque Grillo sia meglio di Trump e della Le Pen, anche se aspettiamo il momento in cui si voti chi lavora per la costruzione e lo fa con priorità nuove: bene comune invece di finanza internazionale, salute e istruzione invece di risanamento delle banche, solidarietà sociale invece di sostegno ai privilegi, piccole opere utili invece di grandi opere inutili.

No, il tema, a mio avviso, è un altro: dobbiamo abituarci a questi improvvisi cambi di piano generati dalla destrutturazione delle vecchie istituzioni e la difficoltà del Nuovo Mondo a sorgere: il Papa apre l’anno parlando di nonviolenza e di giovani, mentre la violenza cieca ne massacra a decine; Putin rifiuta la logica della ritorsione, comportandosi come uno statista di livello quando i nostri politici locali sembrano nani; la gente accoglie con un calore infinito coloro che fuggono dalla guerra e qualcuno pensa di ristabilire dei campi di concentramento; alcuni si siedono in assemblea e discutono con calma e rispetto dell’altro, mentre altri invocano spettri autoritari del passato….

In questa confusione è difficile mantenere dritta la barra dei principi profondi, ma è assolutamente necessario farlo,  a partire da ognuno di noi, ma puntando a tutta l’Umanità: perché il bagliore di un nuovo mondo dipende da ognuno di noi, ma deve giungere a tutti gli altri, senza distinzioni di sorta.

Buon 2017 e anche, con un po’ di anticipo, buon anno del Gallo e buon anno di tutti i calendari possibili.

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maggio 13, 2015

Siria: la primavera araba deve continuare

Pubblicato su Pressenza  l’ 11.05.2015

Siria: la primavera araba deve continuare
(Foto di Ossamah al Tawel)
Sono stato stamattina all’Istituto Molari di Santarcangelo a parlare ai ragazzi di Siria e nonviolenza, invitato dagli amici dell’Istituto di Scienza dell’Uomo nell’ambito del Festival “Interazioni”. Prima di partire ho mandato una mail a Ossamah al Tawel, già portavoce del Coordinamento Siriano Democratico e soprattutto caro amico che avevo perso di vista, chiedendogli se aveva un messaggio da mandare a quei ragazzi; mi ha risposto a stretto giro di posta elettronica con una mail che mi ha commosso e che gli ho chiesto se potevo pubblicare su Pressenza. Così, col suo permesso, la trascrivo qui sotto:
Il mio messaggio è semplice, non vorrei che questo mondo creda veramente che la rivoluzione siriana sia vista solo dal punto di vista dei servizi segreti di più di 80 paesi; la rivoluzione siriana è scoppiata per far cadere l’ingiustizia e per costruire un nuova patria basata sui principi dei diritti umani, poi tutti hanno visto come si è trasformata.
Chi conosce bene la situazione in Siria dall’inizio sa per  logica e senza alcun dubbio che sarebbe stata impossibile quella trasformazione violenta in pochi mesi senza l’intervento di eserciti  e servizi segreti di grandi stati. Probabilmente la nostra sfortuna sta nella posizione geopolitica del nostro paese, che  rende la rivoluzione di fatto non solo contro un regime dittatoriale ma contro tantissimi potenti equilibri internazionali, non più in mano alla nostra volontà nel cambiare il nostro destino predeterminato negli uffici dei mercanti di armi.
Dalla mia breve esperienza come oppositore in esilio ho assistito ad un processo di compravendita della maggioranza delle voci, che un giorno erano completamente con il cambiamento pacifico. Io stesso ho ricevuto delle proposte per cambiare rotta. Tantissimi hanno ceduto forse per il peso della miseria che hanno subito con i loro cari durante la vendetta del regime, o magari forse semplicemente per avidità. Perciò tutti devono sapere che l’eccessiva violenza, l’eccessivo integralismo erano due strumenti per far fallire qualsiasi vero cambiamento in Siria verso la Democrazia; ognuno nell’Europa, autoproclamatasi “mondo civile”, deve farsialcune domande per capire quello che sta succedendo nella sponda orientale del Meditterraneo, nel paese una volta chiamato “la culla della civiltà”:
Qualcuno può spiegarci come mai la UE non ha appoggiato l’opposizione laica e pacifica siriana, ma ha appoggiato invece i Fratelli Musulmani alleati alla Turchia?
Qualcuno può spiegaci come mai un paese come la Francia combatte in Africa contro l’integralismo islamico e invece lo appoggia e lo arma in Siria?
Qualcuno può spiegarci come la NATO accetti che la Turchia (un membro della Nato) offra supporto militare, logistico e sanitario ai gruppi terroristici e li faccia entrare attraverso i suoi aeroporti verso la Siria? (alcuni dei loro membri erano detenuti a Guantanamo, tutti i servizi occidentali li conoscono molto bene).
Qualcuno può spiegarci perché continua il mondo civile a stipulare accordi  e forniture militari ai paesi del Golfo Persico sapendo benissimo quanta ingiustizia gli sceicchi di quei paesi esercitano sui loro popoli, sapendo il loro ruolo nell’appoggiare l’integralismo islamico in Siria ed altri paesi?
Sono domande che tutti i popoli del mondo devono farsi per capire il grado di inganno a cui viene sottoposta l’informazione, per dominare i popoli a favore di pochissimi persone che si arricchiscono ogni secondo con il sangue e le guerre.
La primavera araba deve continuare, non solo per i popoli sottomessi a poche famiglie lì, ma per tutta l’umanità, devono crollare anche quelle monarchie attraverso le quale continua la “proxy war”.  La nostra strada è molto lunga ed ardua, forse non finirà tra un anno o dieci, si tratta di un processo che è già iniziato e questo è di per sé  molto importante. Probabilmente io stesso non vedrò più il mio paese o i miei cari, o non vedrò nessun cambiamento positivo presto, ma sono sicuro che le prossime generazioni vivranno molto meglio di noi.
Pace, forza, allegria.
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maggio 10, 2015

Una linkoteca sulla siria

Piccola linkoteca sulla Siria da Pressenza, ad uso di un intervento su Siria e nonviolenza che faccio domani a Rimini.

Ma magari interessa anche a qualcun altro.

Una scelta mia dei pezzi più salienti pubblicati da Pressenza (l’agenzia stampa  internazionale per la Pace, la Nonviolenza, l’Umanesimo e la Nondiscriminazione) neegli ultimi due anni.

Chi si vuol fare un giro approfondito ed altre idee può farlo seguendo il tag Siria  che trova in Home Page.

L’ordine è cronologico dal più recente al più antico.

 

http://www.pressenza.com/it/2015/03/siria-quattro-anni-dopo-quando-la-protesta-e-degenerata-in-terrore/

 

editoriale di Gianmarco Pisa dei Corpi Civili di Pace  sulla Siria

 

http://www.pressenza.com/it/2015/03/siria-dopo-quattro-anni-di-crisi-l83-per-cento-delle-luci-si-sono-spente/

 

Amnesty International

 

http://www.pressenza.com/it/2015/03/siria-opposizione-incontro-a-ginevra/

 

René Naba, giornalista e scrittore ex responsabile della redazione Medio Oriente dell’AFP

 

http://www.pressenza.com/it/2014/09/siria-ribelle-ribelle-cattivo/

 

Sibialiria sito della Rete No War famoso per aver smascherato numerose “bufale” mediatiche

 

http://www.pressenza.com/it/2014/06/guerra-francesca-siria-giornalismo-morte/

 

Recensione di Damiano Mazzotti dell’eccellente libo di Francesca Borri, giornalista freelance che ha passato un anno ad Aleppo (sarebbe buono avere il libro al nostro incontro e suggerirne la lettura ai ragazzi)

 

http://www.pressenza.com/it/2014/05/adonis-voce-vento-siriano/

 

Sylvaine Barroche intervista il più grande poeta siiano vivente; in esilio, membro dell’opposizione democratica e nonviolenta

 

http://www.pressenza.com/it/2014/01/siria-possiamo-lanciare-alto-una-richiesta-di-soluzione/

 

Un mio editoriale di oltre un anno fa con molti links ad altri utili articoli

 

http://www.pressenza.com/it/2014/01/come-leuropa-fortezza-nega-lasilo-ai-rifugiati-siriani/

 

Antonio Mazzeo analizza il problema dei rifugiati

 

http://www.pressenza.com/it/2013/08/le-armi-leggere-anche-italiane-hanno-alimentato-il-conflitto-in-siria/

 

Rete Disarmo e OPAL documentano il coinvolgimento anche italiano nel fornire armi

 

http://www.pressenza.com/it/2013/05/solo-il-popolo-siriano-puo-trovare-una-soluzione-pacifica-al-conflitto-intervista-a-paul-larudee/

 

mia intervista a Paul Larudee su mussalaha, il tentativo di lavoro alla base nonviolento per la riconciliazione

 

http://www.pressenza.com/it/2013/05/comunicato-n-4-dalla-siria-dichiarazione-finale/

 

Articolo di Paul Larudee (pacifista statunitense del Free Palestine Movement) sulla missione della delegazione Mussalaha in Siria

 

http://www.pressenza.com/it/2013/01/un-progetto-politico-per-la-nuova-siria-libera-laica-e-democratica/

 

Mia intervista a Ossama Al Tawel sulla conferenza a ginevra dell’opposizione democratica

 

http://www.pressenza.com/it/2013/06/il-viaggio-vero-alla-fine-sono-le-persone-intervista-a-francesca-borri/

 

Mia intervista a Francesca Borri, una scrittrice che fa la corrispondente di guerra e che in Siria, in mezzo alle pallottole, c’è stata davvero

gennaio 27, 2014

Siria: possiamo lanciare in alto una richiesta di soluzione?

Pubblicato su Pressenza il 23 gennaio 2014

Ho scritto stamattina una mail a Haytham Manna, diceva semplicemente che Pressenza è a disposizione per qualunque cosa l’opposizione democratica siriana voglia dire; mi ha risposto con un abbraccio e un grazie, nulla di più.

Ho conosciuto Haytham l’anno scorso, a Ginevra. La sua organizzazione aveva invitato gli umanisti alla conferenza dell’opposizione e avevamo deciso che andassi io, con Pressenza, perché ci sembrava importante testimoniare che esiste una opposizione che ritiene, nonostante tutto, che la crisi siriana vada risolta senza violenza, mettendo i siriani intorno a un tavolo.

Concetto ribadito anche di recente insieme alla dichiarazione che l’opposizione del Coordinamento nazionale delle forze per il cambiamento democratico (CCND) non parteciperà a Ginevra 2.

Eppure era proprio dalla conferenza di Ginevra dell’anno scorso che era nata l’idea di una seconda conferenza internazionale per risolvere il conflitto; era Haytham Manna una delle persone che con maggiore forza si era prodigato perché si realizzasse.

Ma in una breve intervista a Le Monde di qualche giorno fa Manna spiega che il regime non ha nemmeno preso in considerazione, come gesto di buona volontà il rilascio di alcune persone anziane, donne e malati dalle prigioni del regime; detto da uno che qualche mese fa dichiarava di essere disposto a mettere intorno a un tavolo tutti i siriani (governo compreso) fa una certa impressione.

Rileggo le interviste che abbiamo fatto o ripubblicato a Ossamah al Tawel dall’inizio del conflitto

http://www.pressenza.com/it/2013/01/un-progetto-politico-per-la-nuova-siria-libera-laica-e-democratica/

http://www.pressenza.com/it/2012/05/una-transizione-pacifica-e-possibilex-occorre-evitare-un-guerra-civile-lunga-e-sanguinosa/

http://www.pressenza.com/it/2012/02/una-via-pacifica-alla-soluzione-della-crisi/

Ossamah è stato per parecchio tempo il portavoce/addetto stampa del CCDN: quello che racconta, da due anni, è un piano realistico di pace: perché non ne è stato tenuto conto?

Come siamo arrivati a tutto questo? Forse dovremmo rileggere quanto spiegava Luca Cellini su queste pagine sulle “vere motivazioni” : Assad non si fa pagare in dollari e questo mette in crisi il biglietto verde che, una volta, la faceva da padrone sui mercati internazionali mentre adesso deve subire la concorrenza di parecchie altre monete.

Di fatto sembra che l’operazione di far perdere importanza a una conferenza di pace sulla Siria sia riuscita: finita l’inaugurazione e i discorsi dei “grandi” oggi è impossibile, su TG e grandi giornali, sapere cosa sia successo: la notizia semplicemente non c’è.

Ma se la gente continua a morire sotto il fuoco incrociato dei violenti, se i disabili e le donne dissidenti continuano a marcire nelle prigioni, questo non preoccupa i mercanti d’armi che continuano a vendere armi in medio oriente, il Premio Nobel per la Pace Europa in testa (http://www.pressenza.com/it/2014/01/unione-europea-nel-2012-record-dellexport-di-armi-al-medio-oriente/ ).

Quanto vale l’appello del Papa e di tutti i maestri spirituali di svariate religioni che ricordava Gianmarco Pisa nel suo editoriale di alcuni giorni fa?

Questo massacro annunciato ormai almeno dieci anni fa vuol radere al suolo uno dei posti più interessanti della civiltà mediterranea ed occidentale: un luogo di convivenza tra etnie e religioni differenti, un passaggio strategico delle antiche vie per le Indie, la patria di grandi poeti, letterati, governanti e avventurieri.

Ma la civiltà non interessa ai mercanti.

Deve esistere una forza nascosta che possa mettere fine alla violenza; in questi giorni, come altre volte, persone di diversi luoghi, culture, tendenze spirituali ecc si incontrano per chiedere, tramite semplici preghiere ed orazioni, benessere e ace per tutti i popoli: che queste voci si moltiplichino e spieghino ai potenti che non sono propietari anche del Futuro ma che esso appartiene all’umanità!!

agosto 28, 2013

Sarin e armi chimiche: forse non tutti sanno che…

Pubblicato su Pressenza il 22 agosto 2013

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public domain from Wikimedia

In questi giorni si torna a parlare di un possibile uso di armi chimiche in Siria; in particolare si parla del Sarin. Non sto nemmeno ad aprire l’argomento delle armi chimiche come scusa per fare la guerra ai paesi: ritengo di scrivere per persone intelligenti.

Ho fatto una piccola inchiesta su Internet e mi sono imbattuto in alcuni semplici e ben scritti aricoli di Wikipedia; vediamo il primo, alla voce Sarin:

Come gli altri agenti nervini, il Sarin colpisce il sistema nervoso degli organismi viventi. I primi sintomi dell’esposizione a Sarin sono difficoltà respiratoria e contrazione delle pupille. Segue una perdita progressiva del controllo delle funzioni corporee, spesso si verifica vomito e perdita di urina e feci. La parte finale dell’esposizione al gas consta in uno stato comatoso che porta al soffocamento a seguito di spasmi convulsivi. Un individuo esposto a contaminazione da Sarin, sebbene in quantità non letali, può presentare danni neurologici irreversibili.

Bene, gli eventuali soldati, siano di Eserciti Regolari o di Armate Libere, dopo aver letto questo paragrafo sono ancora in condizione di pensare di usare una simile cosa con gente del loro stesso paese? Io non sono in grado di immaginarlo. L’idea di una persona che si intossica e probabilmente muore nel modo descritto qui sopra mi fa orrore. Produce in me un effetto fisico di repulsione. E mi pare un effetto molto umano; e mi riesce molto difficile immaginare una persona che riesca a sconnettersi così tanto dalla sua umanità da riuscire a dare la morte a un suo simile in modo così crudele.

Ma vorrei sottolineare un altro aspetto, in questo caso più politico e meno esistenziale: Cito dalla voce Guerra chimica sempre di Wikipedia.
Sforzi compiuti per la messa al bando delle armi chimiche

  • 27 agosto 1874: la Dichiarazione di Bruxelles riguardante le leggi e gli usi durante la guerra, proibì specificatamente «l’uso di veleni o di armi avvelenate».
  • 4 settembre 1900: entrò in vigore la Conferenza dell’Aia (1899 e 1907), la quale in una dichiarazione proibì «l’uso di proiettili che diffondano gas asfissianti o dannosi».
  • 6 febbraio 1922: dopo la prima guerra mondiale la Conferenza sulle armi di Washington proibì l’uso di gas asfissianti, velenosi e di qualunque altro genere. Fu firmata da Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Francia ed Italia, ma la Francia obiettò che altri precedenti trattati non erano mai entrati in vigore.
  • 7 settembre 1929: entrò in vigore il Protocollo di Ginevra, vietando l’uso di gas velenosi e di armi batteriologiche. Al 2004, 132 nazioni hanno ratificato il protocollo.
  • Maggio 1991: Il presidente Bush dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero proceduto unilateralmente alla distruzione di tutto il proprio arsenale chimico e avrebbero rinunciato al diritto di usare armi chimiche a scopi difensivi.
    • Il Congresso degli Stati Uniti emanò in seguito a ciò delle leggi che prevedono la distruzione di tutte le armi stoccate entro il 31 dicembre 2004. La politica statunitense ufficiale è di supportare la Convenzione sull’uso delle armi chimiche come mezzo per raggiungere una moratoria globale di questo tipo di armi e fermarne la proliferazione.
  • 29 aprile 1997: entrò in vigore la Convenzione sull’uso delle Armi Chimiche, migliorativa del Protocollo di Ginevra del 1925 specificando che sono vietati la produzione, lo stoccaggio e l’uso di armi chimiche.

Bene, apprendiamo da questa precisa sequenza di date che sono passati 140 anni dalla prima volta che le Nazioni di questa terra dichiarano che le armi chimiche sono proibite; in ogni caso sono 16 anni che se ne vieta non solo l’uso ma anche la produzione e lo stoccaggio.

Dunque la domanda è: chi continua a produrre tali armi dato che ne è vietata la produzione e lo stoccaggio dal millennio scorso? Gli stati che hanno aderito alla Convenzione sulle armi chimiche sono 188. Le date di firma e ratifica possono essere consultate sul sito delle Nazioni Unite:

http://treaties.un.org/Pages/ViewDetails.aspx?src=TREATY&mtdsg_no=XXVI-3&chapter=26&lang=en

Alcune osservazioni su quella lista: tutte le grandi potenze sono presenti, quindi è un bel pezzo che dovrebbero aver fatto fuori i loro arsenali chimici e smesso di produrre quella robaccia; sono presenti, in particolare,anche Cina e Israele spesso accusati di produrre armi chimiche: qualcuno manda da quelle parti gli ispettori ONU a dare una controllatina? Giusto per fare in modo che la reputazione di quei due paesi per nulla guerrafondai non venga macchiata da questo atroce dubbio…

Dalla lista manca la Siria: un consiglio spassionato a Assad (che pure ha invitato gli ispettori ONU a venire a ispezionare la situazione nel suo paese): mandi il suo ambasciatore all’ONU a firmare di corsa la Convenzione, prima che i mainframe distratti si accorgano di questa cosa e battano la grancassa.

Infine un aspetto importante della faccenda: le armi chimiche non hanno alcun scopo pacifico; a parte ad ammazzare in modo atroce il nemico non servono ad altro; almeno i fabbricanti di armi leggere possono dire, come ridicola scusante, che, in alcuni casi, una carabina può servire a difendersi da una bestia feroce; qui no, l’arma uccide il nemico con atrocità. E basta.

Che l’ipocrita circo della diplomazia internazionale non abbia messo fine a questo orrore parla efficacemente della differenza tra i governi attuali e la profonda necessità di Umanità che si sta facendo spazio. L’Umanità che non si sbaglia davanti all’Altro e lo riconosce come fratello, da proteggere, da consolare, da comprendere e da amare.