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febbraio 6, 2014

Umanesimo e Nonviolenza: un tentativo di bibliografia

Nel corso dello scorso secolo sono state numerose le correnti che si sono rifatte, in qualche modo, alla centralità dell’Essere Umano; tuttavia ci pare che quelle che l’hanno fatto con un impegno militante e con una prospettiva internazionale direi che sono state due: il Movimento dei Liberi Pensatori e il Movimento Umanista o Umanesimo Universalista. Aggiungerei, per completezza di informazione, a questa prima ipotesi di bibliografia, la conferenza di Jean Paul Sartre “L’esistenzialismo è un umanismo”, ma non andrei più in là perché anche Sartre soffre della carenza che vedremo ora con i Liberi Pensatori e, inoltre, il pensiero di Sartre, pur influenzando molte correnti anche umaniste, non pare aver preso il carattere di movimento sociale.

Il problema ora accennato con i Liberi Pensatori è il seguente: nei tre Manifesti[1] che ne definiscono le basi ideologiche la parola nonviolenza non appare mai; se nel primo  la cosa si può spiegare con il fatto che la parola si diffonde nel mondo grazie all’opera di Gandhi (e Humanist Manifesto I è precedente a questa diffusione) nel secondo e nel terzo la cosa risulta abbastanza incomprensibile dato che è ben noto che il Movimento dei Liberi Pensatori ha influenzato, soprattutto negli Stati Uniti, gruppi, movimenti ed associazioni che alla nonviolenza si sono chiaramente rifatti.

Così, in una prima analisi delle relazioni tra Umanesimo e Nonviolenza si resta piuttosto delusi; dato il carattere di tentativo di questo scritto restiamo in attesa di eventuali segnalazioni e suggerimenti a riguardo (si veda la mail accanto alla firma).

 

Fortunatamente le cose cambiano parecchio quando andiamo a consultare la bibliografia relativa al Movimento Umanista ed, in particolare, a quella del suo fondatore, Silo. Ci riferiremo, a questo proposito, alla numerosa serie di libri raccolti dei due volumi delle sue Opere Complete e al volumetto del Messaggio di Silo.

Silo, nel discorso che gli umanisti citano come evento emblematico di nascita del Movimento Umanista, il discorso tenuto ai piedi dell’Aconcagua, in Argentina, il 4 Maggio del 1969 dice:

 

“C’è dunque un tipo di sofferenza che non può retrocedere di fronte al progresso della scienza né di fronte al progresso della giustizia. Questo tipo di sofferenza, che è strettamente legato alla tua mente, retrocede di fronte alla fede, di fronte alla gioia di vivere, di fronte all’amore. Devi sapere che questo tipo di sofferenza è sempre basato sulla violenza che alberga nella tua coscienza. Soffri perché temi di perdere ciò che hai, soffri per ciò che hai perduto o per ciò che disperi di poter raggiungere. Soffri perché non hai, o perché hai paura… Ecco i grandi nemici dell’uomo: la paura delle malattie, la paura della povertà, la paura della morte, la paura della solitudine. Queste sono tutte sofferenze proprie della tua mente; tutte denunciano la violenza interna, la violenza che esiste nella tua mente. Considera che questa violenza deriva sempre dal desiderio. Quanto più violento è un uomo, tanto più grossolani sono i suoi desideri.”[2]

 

E in seguito precisa:

 

“La violenza nell’uomo, mossa dai desideri, non rimane racchiusa nella sua coscienza, come una malattia, ma agisce anche nel mondo degli altri uomini, si esercita sul resto degli esseri umani. Non credere che quando parlo di violenza io mi riferisca solo alla guerra, e alle armi con cui gli uomini distruggono gli uomini: questa è una forma di violenza fisica. C’è una violenza economica. La violenza economica è quella che ti fa sfruttare l’altro; eserciti violenza economica quando derubi l’altro, quando non sei più il fratello dell’altro ma un animale rapace nei confronti del tuo fratello. C’è anche una violenza razziale. Credi di non esercitare violenza quando perseguiti un altro, perché è di razza differente dalla tua? Credi di non esercitare violenza quando lo diffami, perché è di razza differente dalla tua? C’è una violenza religiosa. Credi di non esercitare violenza quando non dai lavoro a qualcuno, o gli chiudi la porta in faccia, o lo allontani da te, perché non è della tua religione? Credi di non essere violento quando rinchiudi tra le sbarre della diffamazione chi non professa i tuoi princìpi? Quando lo costringi a rinchiudersi nella sua famiglia? Quando lo costringi a rinchiudersi tra i suoi cari,  perché non professa la tua religione? Ci sono poi altre forme di violenza, quelle imposte dalla morale filistea.

 

Tu vuoi imporre il tuo modo di vivere ad altri, tu devi imporre la tua vocazione ad altri… Ma chi ti ha detto che sei un esempio da seguire? Ma chi ti ha detto che puoi imporre ad altri un modo di vivere solo perché è quello che piace a te? Da dove viene lo stampo, da dove viene  il modello perché tu voglia imporlo?… Questa è un’altra forma di violenza. Puoi porre fine alla violenza, in te e negli altri e nel mondo che ti circonda, unicamente con la fede interiore e la meditazione interiore. Le false soluzioni non possono porre termine alla violenza. Questo mondo sta per esplodere, e non c’è modo di porre termine alla violenza! Non cercare false vie d’uscita! Non c’è politica che possa risolvere questa folle ansia di violenza. Nel pianeta non c’è partito né movimento che possa porre termine alla violenza. Con false soluzioni non è possibile estirpare la violenza che è nel mondo… Mi dicono che i giovani, alle più diverse latitudini, cercano false vie d’uscita per liberarsi della violenza e della sofferenza interiore,  e si rivolgono alla droga come ad una soluzione. Non cercare false vie d’uscita per porre termine alla violenza.

 

Fratello mio: segui regole semplici, come sono semplici queste pietre, questa neve, e questo sole che ci benedice. Porta la pace in te e portala agli altri. Fratello mio, là nella storia c’è l’essere umano che mostra il volto della sofferenza: guarda quel volto pieno di sofferenza… ma ricorda che è necessario andare avanti,  che è necessario imparare a ridere, e che è necessario imparare ad amare.

 

A te, fratello mio, lancio questa speranza; questa speranza di gioia, questa speranza di amore affinché tu elevi il tuo cuore ed elevi il tuo spirito, e affinché non dimentichi di elevare il tuo corpo.”[3]

 

In questa occasione Silo non nomina mai la parola nonviolenza ma sviluppa un’analisi e formula delle proposte dove i topici della nonviolenza sono abbastanza evidenti.

 

Il tema della critica alla violenza interna e alla violenza sociale resta il tema centrale di numerosi scritti e conferenze di Silo, viene sviluppato, a partire dagli anni ’80 dalla diffusione dell’organismo del Movimento Umanista “La Comunità per lo Sviluppo Umano” che fa della nonviolenza una delle sue bandiere[4]; nel 1984 con la fondazione del Partito Umanista la nonviolenza entra in uno dei 5 punti paradigmatici del Partito ed in seguito tutti gli organismi creatisi nell’ambito dell’Umanesimo Universalista hanno nei loro documenti fondativi l’esplicito riferimento alla nonviolenza.[5]

Tornano alla bibliografia di Silo va notato che il primo riferimento esplicito alla nonviolenza nei suoi libri è quello del “Documento del Movimento Umanista” contenuto nella sesta delle Lettere ai miei amici:

 

Qualsiasi forma di violenza – fisica, economica, razziale, reli­giosa, sessuale, ideologica – attraverso cui il progresso umano è stato bloccato, ripugna agli umanisti. Qualsiasi forma di discriminazione – manifesta o larvata – costituisce per gli umanisti un motivo di denuncia.

Gli umanisti non sono violenti, ma soprattutto non sono codardi e non hanno paura di affrontare la violenza perché sanno che le loro azioni hanno un senso. Gli umanisti collegano sempre la loro vita personale con quella sociale. Non propongono false antinomie e in ciò risiede la loro coerenza.”[6]

 

Nel 1994 Silo lancia il tema dell’Atteggiamento Umanista e rende esplicito che questo atteggiamento include la nonviolenza:

 

“Con la domanda: “Che cosa intendiamo oggi per umanesimo?”, stiamo puntando tanto all’origine quanto allo stato attuale della questione. Inizieremo il nostro studio dall’umanesimo storicamente riconoscibile in Occidente, lasciando però aperta la possibilità di portare avanti la ricerca anche in altre parti del mondo dove l’atteggiamento umanista era presente già prima della coniazione di termini come “umanesimo”, “umanista” o simili. Gli aspetti più rilevanti di questo atteggiamento, che costituisce il tratto comune degli umanisti di tutte le culture, possono essere descritti così: 1. Si riconosce all’essere umano una posizione centrale sia come valore sia come preoccupazione; 2. si sostiene l’uguaglianza di tutti gli esseri umani; 3. si  accettano e si valorizzano  le diversità personali e culturali; 4. si tende a sviluppare la conoscenza al di là di quanto accettato, fino a quel momento, come verità assoluta; 5. si sostiene la libertà di professare qualunque  idea e credenza; 6. si ripudia la violenza”[7]

 

Quando esce il Dizionario del Nuovo Umanesimo, opera che Silo mette in marcia insieme a un folto gruppo di collaboratori le voci nonviolenza e nonviolenza attiva hanno un peso importante e le principali correnti nonviolente citate ed analizzate.[8]

 

Infine, nell’ambito de Il Messaggio di Silo che è poi l’ultima opera dell’autore ci sono un paio di altre citazioni del tema:

 

“Consacriamo la giusta resistenza ad ogni forma di violenza fisica, economica, razziale, religiosa, sessuale, psicologica e morale.”

“Impara ad opporti alla violenza che c’è in te e fuori di te”.[9]

 

L’opera di Silo e degli umanisti si colloca dunque in una tradizione nonviolenta fin dall’inizio ed, aldilà degli elementi bibliografici puntuali, costituisce a tutti gli effetti una interessante variante nel panorama variegato della Nonviolenza nel mondo; mantiene le caratteristiche di forti riferimenti spirituali e di una decisa azione sociale; con il lancio, nel 2009, della Marcia Mondiale per la pace e la Nonviolenza la relazione tra umanesimo e nonviolenza prende il tono della convergenza nella diversità che ha caratterizzato quella fantastica manifestazione e che risuona  con le parole del Documento Umanista quando dice:

 

“Ma tra le aspirazioni degli umanisti e la realtà del mondo d’oggi si è alzato un muro. E’ ormai giunto il momento di abbattere questo muro. Per farlo è necessaria l’unione di tutti gli umanisti del mondo.”

 


[1]              Ci riferiamo agli Humanist Hanifesto I, II e III rispettivamente del 1933, 1973, 2003; un buon punto di riferimento per chi volessse approfondire è la voce di Wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Humanist_Manifesto

[2]              Silo, Opere Complete Vol.I, Discorsi, La Guarigione della Sofferenza, Multimage 2000

[3]              Ibidem

[4]              Si veda a tale proposito “Il libro della Comunità per lo Svuluppo Umano”, Multimage 2010

[5]              I documenti di inquadramento generale degli Organismi del Movimento Umanista sono consultabili a http://www.humanistmovement.net/?lang=ita&secc=

[6]              Silo, Opere Complete Vol. I, Lettere ai miei amici, sesta lettera, Multimage 2000

[7]              Silo, Opere Complete Vol.I, Discorsi,  Multimage 2000

[8]              Silo, Opere Complete Vol. II, Dizionario del Nuovo Umanesimo, Multimage 2002

[9]              Il Messaggio di Silo, Macro Edizioni 2008

dicembre 30, 2013

Divergenze

pubbicato su Pressenza il 26 dicembre 2013

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MartinoK da Wikimedia

Negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di notare, nella vita personale e sociale, delle divergenze. E queste divergenze sono in aumento e, come rette che nello spazio vanno in direzioni diverse anche nelle divergenze mentali che scorgo gli angoli sono sempre più ampli.

Ad esempio questa divergenza tra chi crede di poter aggiustare questo sistema in rotta di collisione e chi sta già cercando di costruire qualcosa di nuovo; chi crede nel denaro e chi si rende conto dell’esigenza di andare oltre.

Chi crede in un mondo monolitico e monocratico e chi scorge la policentrità del mondo, le infinite sfaccettature, la pluralità di soluzioni.

Chi pensa che tutto si risolverà con una buona dose di violenza, autoritarismo e frasi fatte e chi sperimenta la circolarità, il consenso, la nonviolenza.

Chi fa riferimento a valori e moralismi sgretolatisi da tempo e chi cerca nell’esperienza i principi che possano guidare l’esistenza.

Chi sottintende “naturali” differenze tra gli esseri umani e chi ne coglie la profonda unità nell’essenza.

Io stesso quando cerco la facile soluzione in un passato antico o recente o quando guardo al di là del mondo dello stabilito, scrutando nuovi orizzonti.

Queste divergenze, a volte, quando vengono percepite in modo distratto possono provocare grande sgomento e destrutturazione; queste divergenze divergeranno ulteriormente, fino a diventare evidenti opposti, fino all’allegorico apparire del Cammino del Sì e di quello del No.

Quando ariverà il momento ciò che ancora è compreso pienamente da pochi sarà chiaro a tutti e ne potremo trarre le dovute conseguenze. Ne potremo parlare e condividerlo. Nel frattempo praticare la coerenza (il vecchio principio di trattare gli altri come si vuol essere trattati) e una particolare attenzione agli altri sembrano essere buoni consigli.

Un po’ di ottimismo: mi sa che manca davvero poco a quel momento!

dicembre 14, 2013

Un grande saluto: 20 anni fa Silo concludeva le sue “lettere ai miei amici”

Pubblicato su Pressenza il 14 dicembre 2013

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Il 15 dicembre del 1993, venti anni fa, Silo scriveva ed inviava la sua decima “lettera ai miei amici” concludendo quella forma epistolare di analizzare il mondo e la vita che ha caratterizzato la sua opera in quegli anni, dal 1991 al ’93, appunto. “Ricevete, con questa ultima lettera, un grande saluto”.

Io ero nell’elenco di quegli amici, anche se l’effettiva vicinanza ed amicizia con lui, come si intende di solito l’amicizia, è arrivata sicuramente più tardi. Trepidanti attendevamo le sue lettere, sparsi nelle varie latitudini del mondo, cercando di cogliere ed applicare quelle analisi e quei suggerimenti, legati, come al solito, alla relazione tra personale e sociale, tra mondo interno e mondo esterno.

Eppure nemmeno il sottotitolo aggiunto, l’anno successivo, alle prime edizioni su carta del libro che raccoglie le 10 lettere “sulla crisi personale e sociale” riuscì  a chiarire, all’epoca, quello che forse adesso è fin troppo chiaro: l’incontrovertibile relazione tra l’azione individuale e quella sociale, la rigorosa struttura coscienza-mondo che sta alla base dell’analisi siloista del mondo.

Analisi ancora poco conosciuta; a chi legge quel libro ora forse alcune analisi risulteranno evidenti ma così non era, all’epoca, nemmeno per noi seguaci del Movimento Umanista: eppure più e più volte ho avuto, nella mia vita personale, la sensazione netta di ritrovarmi nelle situazioni di destrutturazione, di crisi, di perdita di riferimenti che le lettere descrivono così bene.

Ed ora, nel vedere gli indignati fare assemblee in piazza e in genere i giovani cercare nuove sintonie e nuove forme, mi è difficile non ricordare quando dice, nella Prima Lettera “Stanno anche sorgendo nuovi criteri d’azione perché molti problemi vengono compresi nella loro globalità  e perché coloro che desiderano un mondo migliore cominciano ad avvertire che otterranno dei risultati solo se dirigeranno i propri sforzi all’ambiente sul quale esercitano una certa influenza. A differenza di altre epoche piene di frasi vuote con cui si cercava il  riconoscimento degli altri, oggi si comincia a valorizzare il lavoro umile e sentito, attraverso il quale  non si pretende di esaltare la propria figura ma di cambiare se stessi e di facilitare il cambiamento del proprio ambiente familiare, lavorativo o  relazionale. Quanti amano realmente la gente non disprezzano questo compito senza fanfare, che risulta invece incomprensibile a tutti gli opportunisti formatisi nel vecchio paesaggio dei leader e delle masse, paesaggio in cui hanno imparato a utilizzare gli altri per essere catapultati verso i vertici sociali. Quando qualcuno si rende conto che l’individualismo schizofrenico non ha alcuna via d’uscita e comunica apertamente a quanti conosce ciò che pensa e ciò che fa senza il ridicolo timore di non essere capito; quando si avvicina agli altri; quando si interessa di ciascuno e non di una massa anonima; quando promuove lo scambio di idee e la realizzazione di lavori d’insieme; quando mostra chiaramente la necessità di moltiplicare gli sforzi per ridare connessione ad un tessuto sociale distrutto da altri; quando sente che anche la persona più “insignificante” è per qualità umana superiore a qualsiasi individuo senz’anima posto al vertice della congiuntura epocale… Quando succede tutto questo, è perché all’interno di quella persona inizia di nuovo a parlare il Destino che ha spinto i popoli a muoversi nel cammino dell’evoluzione; il Destino tante volte distorto e tante volte dimenticato, ma sempre ritrovato nelle svolte della storia! E non si intravede solo una nuova sensibilità e un nuovo modo di agire, ma anche un nuovo atteggiamento morale ed una nuova disposizione tattica nei confronti della vita”.

Ma, sicuramente, un punto che mi colpì in modo particolare era nella quarta lettera quando dà una definizione molto originale ed esistenzialista dell’Essere Umano:

“Quando mi osservo, non da un punto di vista fisiologico ma da un punto di vista esistenziale, riconosco di trovarmi in un mondo già dato, da me né costruito né scelto,  di trovarmi in-situazione nei confronti di fenomeni che, a partire dal mio proprio corpo, mi risultano ineludibili. Il corpo, poi, come elemento costitutivo della mia esistenza è un fenomeno omogeneo al mondo naturale sul quale agisce e dal quale è “agito”. Ma la naturalità del corpo mi si presenta  molto diversa da quella  di tutti gli altri fenomeni naturali; infatti: 1.  del corpo ho un vissuto diretto, immediato; 2. attraverso il corpo ho un vissuto dei fenomeni esterni;  3. grazie alla mia intenzione, ho una disponibilità immediata di alcune delle operazioni che il corpo è in grado di compiere.”

 ”Il mondo, d’altra parte,  mi si presenta non tanto come un agglomerato di oggetti naturali bensì come un’articolazione di esseri umani e di oggetti e segni da essi prodotti o modificati. L’intenzione che avverto in me mi appare come un elemento interpretativo fondamentale del comportamento degli altri; e proprio come costituisco il mondo sociale comprendendone le intenzioni, così da esso sono costituito. Ovviamente stiamo parlando di intenzioni che si manifestano attraverso azioni corporee. È’ grazie alle espressioni corporee o alla percezione della situazione in cui l’altro si trova  che posso comprenderne i significati, le intenzioni. Inoltre, gli oggetti naturali e quelli umani mi producono o piacere o dolore;  per questo cerco sempre di modificare la mia collocazione rispetto ad essi, nel senso che cerco di allontanarmi da ciò che mi risulta doloroso e di avvicinarmi a ciò che mi risulta piacevole.”

“Pertanto non sono affatto chiuso al mondo naturale ed umano: anzi, la mia caratteristica fondamentale è precisamente l’”apertura”. La mia coscienza si è configurata su una base intersoggettiva: usa codici di ragionamento, modelli emotivi, schemi di azione che sento come “miei” ma che riconosco anche in altri. E, ovviamente, il mio corpo è aperto al mondo in quanto il mondo io lo percepisco e su di esso agisco. Il mondo naturale, a differenza dell’umano, mi appare privo di intenzioni. Posso – è ovvio – immaginare che le pietre, le piante o le stelle possiedano un’intenzione, ma in ogni caso, un effettivo dialogo con esse mi risulta impossibile. Anche gli animali, nei quali a volte scorgo la scintilla dell’intelligenza, mi appaiono impenetrabili, soggetti a trasformazioni lente e sempre all’interno di quella che è la loro natura. Vedo società di insetti totalmente strutturate e mammiferi superiori che usano rudimenti tecnici, ma tutti ripetono i loro codici come se fossero sempre i primi rappresentanti delle loro rispettive specie. E nelle virtù dei vegetali e degli animali modificati ed addomesticati dall’uomo, riconosco l’intenzione umana ed il suo avanzare nell’opera di umanizzazione del mondo.”

“Definire l’uomo sulla base della socialità mi risulta insoddisfacente in quanto questo aspetto è comune a numerose specie animali; né la sua caratteristica fondamentale può essere trovata nella capacità  lavorativa perché esistono  animali che possiedono questa capacità ad un livello molto superiore; né a definire l’essenza umana  basta il linguaggio, perché sappiamo che in varie specie animali esistono codici e forme di comunicazione. In cambio, nel fatto che ogni nuovo essere umano trova un mondo modificato da altri e viene costituito da un mondo sempre intenzionato, scopro la capacità più propriamente umana di accumulare ed incorporare la dimensione temporale; scopro cioè  la dimensione storico-sociale e  non semplicemente sociale dell’essere umano. Date queste premesse, tenterò una definizione. Questa: “L’uomo è un essere storico che trasforma la propria natura attraverso l’attività sociale.” Ma se ammetto come valida questa definizione, dovrò ammettere che l’essere umano può trasformare intenzionalmente anche la propria struttura fisica. Ma questo sta già accadendo. L’uomo ha iniziato tale processo utilizzando  “protesi” esterne, cioè degli strumenti posti davanti al suo corpo, che gli hanno permesso di  ampliare le funzioni delle mani, di affinare i sensi, di aumentare la potenza e la qualità del suo lavoro. Dal punto di vista naturale, l’uomo non era adatto alla vita nell’acqua o nell’aria, ciò nonostante è stato capace di creare le condizioni per muoversi in esse ed oggi sta addirittura iniziando a dar forma concreta ad una possibilità estrema, quella di  emigrare dal proprio ambiente naturale, il pianeta Terra. Oggi, inoltre, l’uomo  sta intervenendo sul suo stesso corpo sostituendone gli organi, modificando la chimica cerebrale, sviluppando la fecondazione in vitro, manipolando i geni. Se con l’idea di “natura” umana si è voluto indicare ciò che c’è di stabile nell’essere umano, tale idea oggi risulta inadeguata, anche se la si applica alla parte più oggettuale dell’essere umano stesso, vale a dire il corpo. Per quando riguarda poi la validità di espressioni quali “morale naturale”, “diritto naturale”, o “istituzioni naturali”, riteniamo che in questi campi tutto sia storico-sociale e nulla vi esista “naturalmente”.”

 

Infine ci sarebbe da citare per intero la sesta lettera che configura il Documento del Movimento Umanista e dove si definisce con grande chiarezza il ruolo del denaro, della speculazione finanziaria, dell’indebitamento con una capacità di prevedere cose che ora sono diventate evidenti; come evidente è diventata l’espropriazione della politica.

“L’umanità, nel suo lento progresso, ha bisogno di trasformare la natura e la società eliminando gli atti di appropriazione violenta e animalesca che alcuni esseri umani esercitano nei confronti di altri. Quando questo accadrà, si passerà dalla preistoria ad una storia pienamente umana. Fino a quel momento, non si potrà partire da nessun altro valore centrale che non sia l’essere umano completo, con le sue realizzazioni e la sua libertà.  Per questo gli umanisti dichiarano: “Niente al di sopra dell’essere umano e nessun essere umano al di sotto di un altro”. Ponendo Dio, lo Stato, il Denaro o una qualunque altra entità come valore centrale, si colloca l’essere umano in una posizione subordinata, e si creano così le condizioni perché possa essere  controllato o sacrificato. Gli umanisti hanno ben chiaro questo punto. Gli umanisti possono essere sia atei che credenti, ma non partono dalla fede per dare fondamento alle loro azioni e alla loro visione del mondo: partono dall’essere umano e dai suoi bisogni più immediati. E, se nella lotta per un mondo migliore, credono di scoprire un’inten­zione che muove la Storia in una direzione di progresso, mettono una tale fede o una tale scoperta al servizio dell’essere umano. Gli umanisti pongono il problema di base che è questo: sapere se si vuole vivere e in che condizioni si vuole farlo.”

“Qualsiasi forma di violenza – fisica, economica, razziale, religiosa, sessuale, ideologica – attraverso cui il progresso umano è stato bloccato, ripugna agli umanisti. Qualsiasi forma di discriminazione – manifesta o larvata – costituisce per gli umanisti un motivo di denuncia.”

“Gli umanisti non sono violenti, ma soprattutto non sono codardi e non hanno paura di affrontare la violenza perché sanno che le loro azioni hanno un senso. Gli umanisti collegano sempre la loro vita personale con quella sociale. Non propongono false antinomie e in ciò risiede la loro coerenza.”

“Risulta così tracciata la linea di demarcazione tra l’Umanesimo e l’Anti-umanesimo. L’umanesimo pone al primo posto il lavoro rispetto al grande capitale; la  Democrazia reale rispetto alla Democrazia formale; il decentramento rispetto al centralismo; la non-discriminazione rispetto alla discriminazione;  la libertà rispetto all’oppressione; il senso della vita rispetto alla rassegnazione, alla complicità e all’assurdo.”

E, sulla situazione economica e l’irrazionalismo avanzante sembrano parole di oggi quelle che trascrivo qui sotto:

“Il grande capitale ha ormai superato lo stadio dell’economia di mercato e cerca di disciplinare la società per far fronte al caos che esso stesso ha generato. A contrastare questa situazione di irrazionalità non si levano – come imporrebbe una visione  dialettica – le voci della ragione; sorgono, invece, i più oscuri razzismi, integralismi e fanatismi. E se il neo-irrazionalismo prenderà il sopravvento in intere regioni e collettività, il margine d’azione delle forze progressiste finirà per ridursi sempre di più. D’altra parte, però, milioni di lavoratori hanno ormai preso coscienza sia dell’assurdità del centralismo statale che della falsità della democrazia capitalista. E’ per questo che gli operai si ribellano contro i vertici corrotti dei sindacati, e che interi popoli mettono in discussione i loro partiti ed i loro governi. Ma è necessario dare orientamento a fenomeni come questi che tendono ad esaurirsi in uno sterile spontaneismo. E’ necessario discutere in seno al popolo il tema fondamentale dei fattori della produzione.”

“Per gli umanisti i fattori della produzione sono il lavoro ed il capitale, mentre la speculazione e l’usura sono di troppo. Nell’attuale situazione gli umanisti lottano per trasformare radicalmente l’assurdo rapporto che si è instaurato tra questi due fattori. Fino ad oggi è stata imposta questa regola: il profitto al capitale ed il salario al lavoratore. E lo squilibrio tra le due remunerazioni è stato giustificato con l’argomento del “rischio” che l’investimento comporta. Come se il lavoratore non mettesse a rischio il suo presente e il suo futuro nei flussi e riflussi della disoccupazione e della crisi. Ma c’è un altro elemento in gioco, ed è il potere di decisione e di gestione dell’azienda. Il profitto non destinato ad essere reinvestito nell’azienda, non diretto alla sua espansione o diversificazione, prende la via della speculazione finanziaria. E la stessa via della speculazione finanziaria la prende il profitto che non crea nuovi posti di lavoro.”

E, sempre dal Documento, mi risuonano con forza queste parole:

“Gli umanisti sono donne ed uomini di questo secolo, di quest’epoca. Ritrovano nell’Umanesimo storico le proprie radici e si ispirano agli apporti di diverse culture e non solo di quelle che in questo momento occupano una posizione centrale. Sono inoltre uomini e donne che si lasciano alle spalle questo secolo e questo millennio e che si lanciano verso un mondo nuovo.”

“Gli umanisti sentono che la  storia che hanno alla spalle è molto lunga e che quella   futura lo sarà  ancora di più. Pensano all’avvenire mentre lottano per superare la crisi generale del presente. Sono ottimisti, credono nella libertà e nel progresso sociale.”

“Gli umanisti sono internazionalisti, aspirano ad una nazione umana universale. Hanno una visione globale del mondo in cui vivono ma  svolgono la loro attività negli ambiti a loro più vicini. Non desidera­no un mondo uniforme bensì multiforme: multiforme per etnie, lingue e costumi; multiforme per paesi,  regioni, località; multiforme per idee e aspirazioni; multiforme per credenze, dove abbiano posto l’ateismo e la religiosità; multiforme nel lavoro; multiforme nella creatività.”

“Gli umanisti non vogliono padroni; non vogliono dirigenti né capi, e non si sentono rappresentanti o capi di alcuno. Gli umanisti  non vogliono uno Stato centralizzato né uno Stato parallelo che lo sostituisca. Gli umanisti non vogliono eserciti polizieschi né bande armate che ne prendano il posto.”

“Ma tra le aspirazioni degli umanisti e la realtà del mondo d’oggi si è alzato un muro. E’ ormai giunto il momento di abbattere questo muro. Per farlo è necessaria l’unione di tutti gli umanisti del mondo.”

Le “lettere ai Miei Amici” sono liberamente scaricabili su http://www.silo.net e sono pubblicate in Italia dall’Associazione Multimage